Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘genere’

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – più esattamente il suo centro per lo sviluppo che comprende il Social Institutions and Gender Index, in sigla Sigi – ha reso noto ieri, 7 dicembre, il suo rapporto 2018 sulla discriminazione di genere che colpisce donne e bambine in tutto il mondo. L’Indice Sigi ha valutato 180 nazioni (60 non sono state in grado di fornire dati sufficienti e non sono state incluse nella classificazione finale) su quattro dimensioni della vita di una donna: i suoi diritti all’interno della famiglia, la sua integrità fisica (diritti alla salute, sessuali e riproduttivi), il suo accesso a risorse (possesso della terra, diritti sul lavoro) e la sua rappresentazione politica (diritti civili).

Il nocciolo della notizia è che i diritti umani delle donne avanzano con lentezza da lumaca artritica, o non avanzano affatto. Per esempio, il titolo che il Guardian dà al pezzo scritto (molto bene) al proposito da Kate Hodal è: “Non un mondo da lasciare ai nostri figli”. Citazione dall’articolo: “41 paesi riconoscono solo gli uomini come capifamiglia; 27 paesi richiedono ancora, per legge, che le mogli obbediscano ai loro mariti; 24 paesi richiedono alle donne di avere il permesso del marito o di un tutore legale di sesso maschile (tipo fratello o padre) per poter lavorare.”

Il rapporto chiarisce in modo inequivocabile che più deboli sono i diritti garantiti alle donne e alle bambine nelle quattro aree succitate, più esse sono vulnerabili a svariate forme di violenza di genere, ma sottolinea anche che le norme sociali possono notevolmente vanificare le legislazioni al proposito (esse hanno infatti visto globalmente un aumento, ma non sono riuscite a raddrizzare le situazioni in modo soddisfacente).

Sebbene lo Yemen si piazzi per la seconda volta – il rapporto precedente risale al 2014 – al primo posto nella classifica della discriminazione di genere, seguito da Pakistan, Iran, Giordania, Guinea, Libano, Bangladesh, Iraq, Afghanistan e Filippine, la ricercatrice Rachel George del britannico Overseas Development Institute ha giustamente sottolineato come i dati del Sigi aiutino “a chiedere il conto” anche ai paesi occidentali, i quali “non devono credere che la situazione non li riguardi”: “Ogni singolo paese ha qualche forma di discriminazione che va avanti in qualche modo e alcune di esse sono pervasive, perciò tenere tutti sotto esame è estremamente importante.”

Sullo stesso tasto ha premuto Bathylle Missika, capo della divisione di genere dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: “Sappiamo che far evolvere le norme sociali è difficoltoso, sono necessarie diverse angolazioni di lavoro su leggi e norme e non è perché hai le prime poi hai anche le altre. Questo è quel che la gente deve capire: non esiste un approccio definitivo quando si tratta dell’implementazione del numero cinque – eguaglianza di genere – degli obiettivi di sviluppo sostenibile. E’ un approccio che investe la società nella sua interezza e gli interventi devono essere diretti all’intero ciclo della vita delle donne.”

La questione è: quanto gliene importa al governo della nazione X che organismi internazionali di alto livello gli dicano “Guarda i dati, stai trattando le donne in maniere che vanno dall’ignobile al terrificante.”? Pochissimo, poiché le ricerche non implicano sanzioni e può comunque rispondere di aver firmato il tal trattato e varato la tal legge, o che cambiare sarebbe “non rispettoso” della “cultura” del suo paese (capite, se da trecento anni impaliamo bambine ciò da orrore si muta in un’onorevole tradizione non discutibile). Ecco dove entra in scena l’attivismo.

Sono i gruppi femministi e quelli della società civile attenti ai diritti umani che devono prendere queste ricerche e dar loro una dimensione fatta di dimostrazioni, petizioni, disobbedienza civile e resistenza. Il cambiamento è sempre e solo nelle nostre mani.

Maria G. Di Rienzo

Annunci

Read Full Post »

Gender-related killing of women and girls

L’UNODC – Ufficio delle Nazioni Unite su droga e prevenzione del crimine ha reso pubblica, il 25 novembre u.s., la parte della sua ricerca sull’omicidio a livello globale che riguarda donne e bambine. Potete trovarla qui:

https://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/GSH2018/GSH18_Gender-related_killing_of_women_and_girls.pdf

Gli articoli di presentazione e commento che io ho visto avevano quasi tutti un titolo del tipo “La casa è il posto più pericoloso per una donna”. Su 87.000 donne uccise l’anno scorso, il 58% (circa 50.000) sono morte per mano di partner o di membri della loro famiglia: “Ciò significa che circa 6 donne ogni ora sono uccise da persone che conoscono.”

Secondo lo studio, negli ultimi anni non sono stati raggiunti progressi tangibili per salvare le vittime del femicidio / femminicidio, neppure in presenza di leggi e programmi contro la violenza di genere. Gli omicidi di donne appaiono direttamente legati al loro status e al loro ruolo nella società in cui vivono e se quest’ultima continua a essere la fiera dell’esaltazione della violenza maschile accoppiata all’oggettivazione sfrenata delle donne, be’, l’UNODC rilascerà un rapporto identico l’anno prossimo, e quello dopo ancora e così via.

Nel frattempo, chiede miglior coordinazione fra le polizie e i sistemi giudiziari, sanitari e sociali; raccomanda istruzione all’eguaglianza di genere sin dall’infanzia – e sottolinea quanto quest’ultima sia importante per coinvolgere gli uomini nella soluzione del problema.

Tradotta per l’Italia, purtroppo, l’educazione all’eguaglianza di genere diventa “Giù le mani dai bambini”, “Complotto”, “Ideologia gender”, “ddl Pillon” + preti, “sentinelle”, vigilantes, misogini e sessisti di ogni credo politico, età e provenienza geografica, mentre su Netflix la serie “Baby” ci spiegherà “la ricerca di se stessi tra sesso a pagamento ed eccessi” (ovvero quant’è bella la prostituzione minorile).

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

16 days

La violenza contro donne e bambine è una delle più comuni e prevalenti violazioni dei diritti umani al mondo. L’abuso fisico e/o sessuale che una donna su tre subisce durante l’arco della sua esistenza non danneggia solo la sua salute e la sua sicurezza, ne limita la partecipazione sociale e politica, impedisce o restringe la sua presenza sul mercato del lavoro e ha ricadute non solo sulle sue relazioni umane ma proprio sulla democrazia, l’economia, la finanza ecc. del suo paese.

Da domani, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne, partono i consueti “16 giorni di attivismo” che avranno termine il 10 dicembre, Giorno internazionale dei diritti umani. La campagna ebbe inizio nel 1991 grazie al Center for Women’s Global Leadership (Centro per la leadership globale delle donne). Il focus di quest’anno è sulla violenza all’interno del mondo del lavoro.

27 anni di campagne sono tanti. Le attiviste spiegano perché ciò è ancora necessario:

La violenza comincia con la discriminazione – Hela Ouennich, dott. in medicina, Tunisia:

“Molte persone si concentrano sulla punta dell’iceberg. Si mobilitano solo quando la violenza è estrema. La gente non sa che la violenza comincia con la discriminazione. Per me, la discriminazione di genere è una “malattia” che ha origini sociali. La maggioranza degli uomini e delle donne finiscono per esserne “portatori sani”. Se vogliamo combattere la violenza di genere, dobbiamo innanzitutto combattere gli stereotipi discriminatori che hanno le loro radici nella prima infanzia e sono difficili da contrastare.”

La violenza non è solo fisica – Mariam Shaqura, Direttrice per le istanze delle Donne della Mezzaluna Rossa per la Striscia di Gaza, Palestina:

“La gente tende a pensare che la violenza di genere comporti solo abuso fisico. Ma le sopravvissute spesso considerano l’abuso psicologico e le umiliazioni più devastanti dell’aggressione fisica.”

La legge non è sufficiente a fermare la violenza – Elvia Barrios, Giudice di Pace, Perù:

“Un comune fraintendimento sulla violenza è che la legge in se stessa possa risolvere il problema. Se le persone non comprendono in profondità la realtà sociale delle donne, se non visualizziamo le enormi e molteplici forme di violenza che esistono nel nostro ambiente, non otterremo grandi cambiamenti. Tutta la cittadinanza deve essere coinvolta nella lotta contro la violenza sulle donne – dalle case al sistema educativo e alle istituzioni. E’ ora di smantellare gli stereotipi che sostengono la violenza.”

La percezione della violenza deve cambiare – Tran Thi Bich Loan, Vice Direttrice del Dipartimento per l’eguaglianza di genere, Vietnam:

“L’idea che i perpetratori abbiano il diritto di commettere atti violenti ha normalizzato la violenza contro donne e bambine. La violenza non è parte della “natura” di un uomo. E’ qualcosa che è stato nutrito e tollerato. Il rispetto per il diritto di ognuno alla libertà e alla dignità deve cominciare dalle nostre azioni più piccole e semplici.”

La complicità culturale che crea e alimenta violenza deve cessare – Sagina Sheikh, attivista comunitaria (è un’adolescente e oltre a essere un’attivista contro la violenza di genere, sta affrontando ogni disagio dell’ambiente in cui vive, dal riciclo dei rifiuti al bisogno di installare impianti sanitari nelle case), India:

“La cultura popolare gioca un ruolo importante per perpetuare le molestie sessuali. I ragazzi spesso usano canzoni e film che promuovo lo stalking, o fanno riferimento alle ragazze come merci a disposizione, per giustificare il loro comportamento e fare commenti osceni. Si sentono mascolini solo quando tormentano le ragazze, ma sarebbero veramente tali se rispettassero il consenso e capissero che no significa no.”

I miti sulla violenza devono essere cancellati – Sevda Alkan, Forum dell’Università di Sabanci, Turchia:

“La gente pensa che se una donna ha un alto grado di istruzione o indipendenza economica non sarà soggetta ad alcuna forma di violenza. Non è vero. Raccomando a tutti di apprendere i fatti e i dati sulla violenza domestica e di condividerli ovunque.”

e Nadhira Abdulcarim, Ostetrica e ginecologa, Filippine:

“C’è un bel po’ di stigmatizzazione, nella nostra società, sull’abuso sessuale. Molte non denunciano perché è tabù, perché la reputazione tua e della tua famiglia ne soffrirebbe – non solo dei parenti stretti, persino la reputazione della famiglia estesa. Questa è l’istanza di cui mi sto occupando. Promuovere consapevolezza è cruciale.”

Il femminismo non ha mai ucciso nessuno – Paola Mera Zambrano, Consiglio nazionale per l’eguaglianza di genere, Ecuador:

“La violenza di genere contro le donne disabili è prevalente, ma come società non riconosciamo la sua esistenza perché farlo sarebbe riconoscere la crudeltà della società stessa. Ignoranza e pregiudizio sulle disabilità fungono da ostacoli all’azione e rinforzano i ruoli di genere cosiddetti tradizionali, facendo di “femminismo” una parola proibita. Però sino a questo momento il femminismo non ha ucciso nessuno, cosa che invece la mascolinità tossica fa ogni giorno.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

vetrina m&s

Alle clienti la vetrina natalizia di Marks & Spencer, in quel di Nottingham, non è piaciuta. Come vedete, sul lato sinistro ci sono i “completi indispensabili per lasciare un’impressione” per gli uomini e le “indispensabili piccole mutandine raffinate” per le donne.

A dire inizio alla protesta è stata Fran Bailey, che ha pubblicato l’immagine sulla pagina Facebook del gruppo Feminist Friends Nottingham; un estratto del suo commento dice:

“Ok, M&S Nottingham, non abbiamo davvero imparato nulla negli ultimi 35 anni? O sono la sola a trovare questa, l’esposizione nella loro vetrina principale, completamente vomitevole? Il problema è che siamo così vessate da tale tipo di immagini che non le riconosciamo neppure più per quel che sono.” Una normalizzazione degli stereotipi di genere, continua Fran, e un insulto non solo sessista: “must-have”, che io ho tradotto – correttamente – come “indispensabile” ha il significato letterale di “devi averlo” e la donna trova ciò intollerabile in presenza di un largo settore di cittadinanza che si situa sotto la soglia di povertà.

Un’altra donna, Kiri Tunks, ha commentato: “Cari di Marks & Spencer, il vostro divario di genere sugli stipendi è del 12,3% (ndt. le dipendenti sono pagate meno dei dipendenti) e voi pensate che “piccole mutandine raffinate” siano ciò che le donne devono avere? Pagate in modo adeguato il vostro staff femminile e smettete di insultare il resto di noi.”

La foto è così arrivata a “FiLia”, un’ong che organizza la più vasta conferenza femminista annuale in Gran Bretagna, da Sian Steans (l’immagine sotto è sua): “Mi sono sentita a disagio quando l’ho vista. Come femminista e come madre di una bambina mi sono sentita in imbarazzo a doverle spiegare di nuovo perché le donne sono rappresentate con così poco rispetto. Nottingham ha una lunga storia di sostegno ai diritti delle donne. Poiché si tratta della prima città nel Regno Unito che ha reso la misoginia un crimine dell’odio, è deludente vedere in essa una vetrina che riduce le donne alla loro biancheria intima, mentre l’affermazione per gli uomini è come vestire per lasciare un’impressione.”

“FiLia” ha girato l’immagine tramite Twitter e il caso è esploso sui media inglesi (se n’è occupata persino la BBC). Nel frattempo, le attiviste hanno corretto la vetrina, come potete osservare di seguito. La scritta dice che le donne “devono avere” DIRITTI UMANI AL COMPLETO.

vetrina corretta - sian steans

La firma per l’azione stava sul marciapiede, giusto sotto il cartello, ed era fatta con il rossetto: recitava semplicemente la parola “donne”. Il negozio Marks & Spencer ha deciso di oscurare la vetrina. Speriamo che in futuro cambi anche agenzia pubblicitaria.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Le frasi fra virgolette vengono dagli articoli che riportano l’ultimo femminicidio italiano in ordine di tempo, cioè l’omicidio di Roxana Zenteno, 41 anni, da parte del marito 47enne Marco Buscaglia. La coppia ha due figli di 13 e 10 anni.

– “Lui ha cominciato a fare domande, con il sospetto che lei potesse avere un altro uomo. La vittima ha ammesso di avere una relazione.” Risultato: uccide la moglie, soffocandola.

Uccidere la donna ha risolto o sanato in qualche modo la situazione? No.

Ci sono alternative? Cominciare a discutere della propria, di relazione ed eventualmente della separazione e del divorzio.

– Lui “aveva problemi di depressione per motivi di lavoro, temeva di essere licenziato”. Risultato: uccide la moglie, soffocandola.

Uccidere la donna ha risolto o sanato in qualche modo la situazione? No.

Ci sono alternative? Consultare il medico per la depressione e il sindacato per il posto di lavoro.

– Lui “non aveva elaborato il dolore per la morte dei genitori”. Risultato: uccide la moglie, soffocandola.

Uccidere la donna ha risolto o sanato in qualche modo la situazione? No.

Ci sono alternative? Consultare uno psicologo, parlarne con chi (parenti e amici) ha subito la stessa perdita.

– Lui provava “una profonda insoddisfazione familiare”; il rapporto con la moglie “si sarebbe raffreddato da quando la donna ha cominciato a frequentare il corso per diventare operatrice sanitaria che l’ha tenuta più tempo lontana da casa rispetto a quanto faceva in precedenza quando la sua vita era interamente dedicata al marito, ai figli, alla casa.” Risultato: uccide la moglie, soffocandola.

Uccidere la donna ha risolto o sanato in qualche modo la situazione? No.

Ci sono alternative? Cominciare a rispettare le scelte di quella donna, che è una persona intera con pregi e difetti, diritti e responsabilità, sogni e scopi e desideri – non la serva del marito, dei figli e della casa ventiquattro ore su ventiquattro.

E’ mai possibile che qualsiasi difficoltà, problema, asprezza un uomo sperimenti esse siano usate come lasciapassare per la violenza di genere, femminicidio compreso? La colpa è sempre di qualche “strega” (leggi femmina) nelle vicinanze? Siamo nel 2018, signori giornalisti. Voi usate computer e non pergamena e inchiostro sotto la minaccia della revisione del Supremo Inquisitore. Il medioevo è finito da un pezzo.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

fading rose

Dalla stampa, ieri 24 ottobre 2018:

“«Avevo una rosa rossa che avrei voluto portare» sul luogo dove è stata trovata morta la sedicenne Desirée Mariottini, «se questi imbecilli fossero stati altrove». Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, lasciando via dei Lucani in seguito alle contestazioni che gli hanno impedito di accedere allo stabile abbandonato. «Si sta lavorando per mettere in galera questi vermi, queste bestie. Procura e questura hanno già le idee chiare. Stanno facendo i riscontri del caso. Temo che anche questa volta siano tutti cittadini stranieri. Va resa giustizia a questa ragazza, punto».”

“Il ministro dell’Interno Matteo Salvini è tornato in via dei Lucani, nel quartiere di San Lorenzo, dopo le contestazioni di questa mattina, ed ha deposto una rosa bianca davanti all’ingresso dello stabile dove è stata trovata morta Desirée Mariottini. Il vice premier questa mattina era stato contestato dai residenti e dalle femministe che avevano appeso striscioni di protesta.”

Dalla rosa rossa a quella bianca sono passate due ore: forse il fiore si è scolorito nel frattempo, ma il punto è un altro – una persona che ha usato e usa il sessismo per attaccare e insultare le donne che identifica come “nemiche” può tenersi le rose a casa, in un bel vaso, perché non ne abbiamo bisogno e non le vogliamo.

Due giorni prima, il 22 ottobre, l’Italia ha consegnato il suo rapporto sullo stato di implementazione della Convenzione di Istanbul al GREVIO, il gruppo di esperti sulla violenza di genere del Consiglio d’Europa con sede a Strasburgo, che lo ha immediatamente pubblicato in accordo alle procedure vigenti (e io ho scaricato il file). Il gruppo ha programmato una visita di valutazione in Italia nella primavera del 2019.

Il documento consiste di 208 pagine (200 circa sono di “faremo”) e comprende il “Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne 2017 – 2020” a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le pari opportunità.

Ma sapete, al GREVIO non si possono mandare bambole gonfiabili, performer di “burlesque” o mazzi di rose come prova della squisita sensibilità politica italiana nei confronti delle donne e meno che mai per comprovare l’aderenza agli standard richiesti dalla Convenzione, perciò saltano fuori paragrafi come questo: “Contrastare gli stereotipi e tutte le forme di comunicazione che sono dannose per la dignità di donne e bambine/i, oltre a essere un obbligo per gli Stati (articolo 12 della Convenzione di Istanbul), è un’intersezione essenziale per l’efficace prevenzione della violenza maschile contro le donne, giacché contribuisce ad evitare false rappresentazioni del genere femminile e a incoraggiare il riconoscimento e la stigmatizzazione di tutte le forme di violenza contro le donne, nel mentre promuove i necessari cambiamenti culturali.”

Oppure l’Allegato C, “Linee d’indirizzo sulla “Formazione”. – L’esperienza maturata suggerisce che le azioni necessarie a prevenire e contrastare la violenza debbano prevedere una formazione integrata e multidisciplinare che contribuisca a fornire a tutti gli operatori e a tutte le operatrici coinvolti una visione comune fondata sulla cultura di genere (…)”

Cioè, esattamente quello che non sa, non capisce e non crede un individuo convinto che “Frozen” faccia diventare lesbiche le bambine e che “la Boldrini” debba solo stare zitta.

Le ultime statistiche sulla violenza di genere in Italia in mio possesso si riferiscono al 2016, attestano che il nostro paese ha uno dei più alti tassi di femicidi in Europa e riportano questi numeri: 149 donne uccise, 59 dal partner attuale, 17 da un ex partner, 33 da un membro della famiglia e 9 da una persona che conoscevano.

Temo che anche questa volta siano tutti cittadini stranieri. Purtroppo no, la maggioranza è italiana. E ancora purtroppo, gli assassini e gli stupratori del rapporto 2016 hanno un solo tratto comune, sono tutti uomini.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Ve la ricordate, la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, detta più semplicemente “Convenzione di Istanbul” e firmata dall’Italia nel 2013? La maggioranza di chi fa politica in Italia non solo se l’è scordata ma probabilmente non sa neppure di cosa si tratta (ne’ che è un trattato vincolante per i paesi che lo hanno sottoscritto).

All’art. 3 la Convenzione spiega correttamente cos’è il “genere”: è composto da “i ruoli socialmente costruiti, i comportamenti, le attività e gli attributi che una determinata società considera appropriati per donne e uomini” e cos’è la “violenza basata sul genere contro le donne”: è “violenza che è diretta contro una donna perché è una donna o che interessa le donne in modo sproporzionato”.

La Convenzione dice questo giacché è assodato da decenni di studi e analisi che gli stereotipi di genere sono sia inneschi sia alimentatori della violenza contro le donne. Metterli in discussione è precisamente quel che ogni nazione firmataria dovrebbe fare, ovunque: nei parlamenti e sedi decisionali, sui luoghi di lavoro, nel volontariato, nelle scuole. E qui salta fuori, appunto, un titolo de La Repubblica di ieri: Terni. “Bambole azzurre, soldatini rosa”: il no gender a scuola bloccato dalla Lega.

Wow, gli eroici difensori delle piccole patrie regionali hanno bloccato il “no gender”! Viva Salvini che salva i bambini dall’infrocimento coatto! Ma un momento… cosa cavolo è il “no gender”? Be’, lo ignora persino chi ha redatto l’articolo, pare, perché esso comincia così: No al gender nelle scuole. No gender, gender, agender segreto? In italiano si chiama genere. Di che si tratta è scritto sopra.

I fatti: il Forum Donne Amelia, con il sostegno delle Consigliere di Parità della Provincia di Terni, organizza un’iniziativa per gli alunni/le alunne della scuola primaria di una frazione del Comune, mirata a educare alla “parità tra donne e uomini”.

L’assessorato alla Scuola del Comune stesso, tramite la sua responsabile Valeria Alessandrini dà inizio a una protesta… su Facebook. Adesso la politica si fa così, con i tweet, i post e gli sms (solo che non è politica, è chiacchiera da bar al meglio e propaganda ignorante al peggio): “Rispetto per tutti – scrive Alessandrini – ma giù le mani dai bambini. Nelle scuole di Terni non entrerà mai un progetto del genere. Come assessore della Lega esprimo fin da subito il mio disappunto. La scuola non può e non deve sostituirsi alla famiglia”. In breve, l’esperienza chiude dopo due incontri e le organizzatrici sono costrette a spiegare l’ovvio e cioè che non c’è nessuna ideologia giender occultata biecamente nel diffondere il concetto di eguaglianza e nel contrastare gli stereotipi di genere.

Valeria Alessandrini, dice l’articolo, ha ribadito “il suo impegno contro la discriminazione femminile e la violenza sulle donne.” E in che consiste tale impegno se della questione dimostra non solo di non sapere nulla, ma di non essere neppure intenzionata ad ascoltare chi qualcosa ne sa?

La violenza di genere in Italia, che ha cifre allucinanti e che rovina ogni giorno un bel po’ di vite (e ne spegne una ogni paio di giorni) non può essere usata come veicolo per strillare a casaccio indignazione complottista. Farlo significa avere rispetto zero e ascolto zero per le vittime, non essere in grado di decostruire ne’ discriminazione ne’ cultura della violenza e quindi non essere in grado di disegnare o sostenere politiche appropriate.

A meno che il palco su cui scende la bambola gonfiabile che “assomiglia alla Boldrini” sia considerato più adatto ai bambini delle bambole azzurre e dei soldatini rosa. Sulla condizione femminile in Italia è stato di una precisione inarrivabile.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: