Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘genere’

(brani tratti da “Work in the EU: women and men at opposite ends”, rapporto dell’European Institute for Gender Equality – EIGE, 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’EIGE è un istituto di ricerca e centro competenze per l’eguaglianza di genere dell’Unione Europea. Il documento integrale si trova qui:

http://wunrn.com/wp-content/uploads/Work-in-the-EU-Women-Men-EIGE1.pdf )

“Ancora oggi, il genere è un fattore determinante che divide la forza lavoro nel mercato del lavoro dell’Unione Europea (UE). Ciò conduce a un potenziale non sfruttato di talenti, ad aspirazioni non realizzate e opportunità perdute per donne, uomini e la società nel suo complesso.

Le divisioni di genere nel mercato del lavoro si estendono alla distribuzione delle posizioni di comando, alle possibilità di avanzamento di carriera, all’assegnazione di compiti o alla retribuzione.

La segregazione di genere crea e rinforza le diseguaglianze di genere all’interno del mondo del lavoro e fuori di esso. Ha impatto sull’economia dell’UE rendendo il mercato del lavoro meno competitivo e creando maggiori difficoltà alle aziende nel rispondere all’alta domanda di posizioni nella tecnologia informatica e nell’ingegneria. La segregazione crea anche le differenze negli stipendi e per le donne aumenta il rischio di povertà e ne abbassa l’indipendenza economica.

Le ragioni che stanno dietro alla segregazione sono complesse e non possono essere spiegate con un singolo fattore. Una divisione di genere che attraversa i settori di studio, combinata agli stereotipi di genere o a insufficienti opzioni per il bilanciamento lavoro-vita, arrivano insieme a creare le condizioni per la segregazione di genere. Essa si dà quando donne o uomini dominano una determinata professione o un campo di studi. Per esempio, le donne nell’arte e negli studi umanistici e gli uomini nella costruzione e nella tecnologia.

Nel settore Istruzione, Salute e Welfare ci sono meno uomini di quanti ce ne fossero dieci anni fa (30% del 2004 e 26% nel 2014). Nelle professioni che riguardano Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, la quota di donne è aumento di un solo punto percentuale durante lo stesso periodo, dal 13% al 14%.

Durante l’ultimo decennio, non c’è stata una riduzione netta del divario di genere nei salari. In alcuni paesi il divario è persino aumentato. Ciò mette in luce il paradosso di un’occupazione femminile in crescita ma solo al costo di uno sproporzionato ingresso in lavori di bassa qualità e poco pagati. Il divario salariale persiste a causa delle numerose differenze nei modi in cui donne e uomini partecipano al mercato del lavoro – dalla segregazione occupazionale all’ineguale distribuzione di posizioni direzionali o all’intensità del lavoro.

Da una parte, le donne tengono a dominare settori in cui la paga e lo status sono bassi, come l’istruzione o il lavoro sociale, ma persino in questi settori gli uomini tendono a essere pagati di più. Dall’altra parte, donne che lavorano in settori relativi alla scienza e alla tecnologia dominati dagli uomini spesso hanno minor accesso ai ruoli tecnici più prestigiosi e innovativi, il che ha impatto negativo sul progresso delle loro carriere.

I principali colpevoli sono gli stereotipi di genere. Durante le nostre vite, dobbiamo spesso affrontare la pressione sociale da parte di genitori, gruppi di pari o insegnanti a conformarci alle aspettative tradizionali che influenzano scelte di studi e di carriera. Gli stereotipi di genere scoraggiano gli individui a scegliere professioni e a restare in professioni che sono atipiche per il loro genere.

Fare attenzione presto agli stereotipi di genere nel sistema scolastico può incoraggiare le giovani donne e i giovani uomini ad aspirare a professioni non tradizionali. Gli stati membri dovrebbero affrontare gli stereotipi di genere presenti nell’istruzione informale e formale in tenera età, fornendo addestramento alla sensibilità di genere agli insegnanti.

L’orientamento professionale dovrebbe contrastare i pregiudizi di genere, di modo che i/le giovani possano pensare liberamente e prendere decisioni che permettano loro di scegliere il lavoro che preferiscono e condurre vite dignitose.”

(Il documento indica anche svariate risorse e programmi che l’UE ha messo a disposizione degli stati membri per occuparsi della questione.)

Annunci

Read Full Post »

“Guardando con occhi che sono consapevoli del genere, le donne tendono a far luce sulle connessioni fra l’oppressione che è la verosimile causa del conflitto (oppressione etnica o nazionale) e un’altra che è trasversale: quella del regime di genere. Il lavoro femminista è incline a rappresentare la guerra come continuum della violenza che va dalla camera da letto al campo di battaglia, attraversando i nostri corpi e la nostra percezione del sé.

Noi lo intravediamo più prontamente perché, come donne, abbiamo visto che la “casa” stessa non è il paradiso per cui è spacciata. Perché, se essa è un rifugio, così tante donne devono fuggirla per andare nei “rifugi”? E riconosciamo, con Virginia Woolf, che “i mondi pubblico e privato sono inseparabilmente connessi: che le tirannie e i servilismi dell’uno sono le tirannie e i servilismi dell’altro.”, Cynthia Cockburn, in “Negotiating Gender and National Identities”, trad. Maria G. Di Rienzo.

cynthia cockburn

Cynthia Cockburn è una femminista, attivista pacifista e antimilitarista e docente universitaria inglese nata nel 1934.

Read Full Post »

“La povertà è sessista” è la frase in corsivo sulla maglietta dell’attrice Connie Britton.

connie britton

In risposta ho letto parecchi “non ha senso”, “che significa”, “non è vero” – per stare sul blando. E’ il vostro giorno fortunato, ragazzi (tutti i commenti che io ho visto erano di persone di sesso maschile), vi informo io.

“La povertà è sessista” è uno slogan in giro da parecchi anni ed è la “frase chiave” di una delle campagne di ONE (rete attivista) spiegata così:

“In nessun luogo sulla Terra le donne hanno tante opportunità quante ne hanno gli uomini. Da nessuna parte. Ma le per le bambine e le donne nei paesi più poveri la diseguaglianza si amplifica.

Noi non metteremo fine alla miseria sino a che non abbatteremo le barriere che tengono indietro bambine e donne. Il sessismo è globale – anche la lotta contro di esso dovrebbe esserlo.

“La povertà è sessista” dà conto delle diseguaglianze nelle leggi, nelle opportunità, negli stipendi, nell’assistenza sanitaria, nello status politico, nei diritti legali, eccetera eccetera, che rendono le donne più vulnerabili e le rendono la maggioranza dei poveri nel mondo.

* Una donna su tre fa esperienza di violenza sessuale / fisica durante la propria vita.

* Le donne guadagnano meno degli uomini a parità di mansioni e orario nella maggior parte delle nazioni esistenti.

* Due terzi degli analfabeti sul pianeta sono donne.

* Ventotto bambine (minorenni) sono date in mogli ogni minuto.

* 131 milioni di bambine in età scolare a scuola non ci vanno.

* Nessun paese al mondo ha raggiunto l’eguaglianza di genere in senso economico perché le legislazioni, la strutture sociali e le abitudini culturali continuano a privilegiare gli uomini.

Perciò, non si può lottare contro la povertà se non si lotta contro l’ingiustizia di genere, punto e basta.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

mina

Questa è Mina Jaf, femminista curda irachena, fondatrice nel 2015 dell’ong Women Refugee Route, Vice Presidente dal 2017 della Rete Europea delle Donne Migranti e alla fine dello stesso anno premiata come a Bruxelles con il Women of Europe Award nella categoria “giovani attiviste”.

Mina è nata nel 1988, durante un attacco al suo villaggio effettuato con gas chimici: divenne una rifugiata nel momento stesso in cui vedeva la luce. La sua famiglia fuggì attraverso le montagne e visse vagabondando fra Iraq e Iran per i seguenti 11 anni, a volte senza passare più di una notte nel medesimo luogo, sino a quando madre e figli riuscirono a trasferirsi in Europa. Con i suoi familiari, Mina ha trascorso i tre anni successivi nei centri per i richiedenti asilo della Danimarca, prima che la loro condizione fosse finalmente stabilizzata.

Per tutta la sua infanzia Mina ha ascoltato, spesso fingendo di dormire, le storie orripilanti delle violenze subite dalle donne sfollate provenienti da mille luoghi diversi, dalla Bosnia alla Somalia: stupro e violenza domestica, la stigmatizzazione e la vergogna che circondavano le loro esperienze, il poterle condividere solo in sussurri nella notte. Mina è cresciuta con la determinazione di lottare per i loro diritti.

Oggi lavora non solo nella Danimarca di cui è orgogliosa cittadina, ma in Belgio (con lo Stairpont Project), Grecia e Italia e ovunque vi siano alte concentrazioni di migranti/rifugiati. Parla sette lingue: “Fatico ogni giorno per trovare le parole giuste con cui dire alle donne questa cosa: Se sei stata stuprata, al centro accoglienza o durante il tuo viaggio, devi dirlo. Se ometti questa informazione – perché hai paura, perché ti vergogni, per via dei tabù – non avrai una seconda possibilità.” Adesso Mina sta creando un’organizzazione di traduttrici, sapendo che le donne parlano più volentieri e facilmente con le loro simili: “La lezione più importante che ho appreso lavorando sul campo è questa: il modo in cui l’informazione è data è cruciale quanto il tipo di informazione data.”

Il 15 maggio scorso Mina Jaf ha parlato alle Nazioni Unite in un incontro dedicato alla violenza sessuale durante i conflitti. Non ha solo dettagliato molto bene la situazione mondiale, non ha solo spiegato cosa la violenza sessuale è: “un crimine di genere usato per svergognare, esercitare potere e rinforzare le norme di genere”, ha detto loro chiaro e tondo cosa bisogna fare:

“Promuovere l’eguaglianza di genere e il potenziamento di donne e bambine come fondamento a tutti gli sforzi per prevenire e affrontare la violenza sessuale durante i conflitti e sostenere le organizzazione delle donne che lavorano in prima linea;

Unirsi alla Chiamata all’Azione per la protezione dalla violenza di genere durante le emergenze e sostenerla;

Assicurarsi che l’Accordo Globale per i Rifugiati, che sarà completato nel 2018, sia progressivo per le donne e le bambine rifugiate;

Confermare i diritti di tutti i rifugiati migliorando urgentemente l’accesso alla protezione internazionale con le visa umanitarie, i reinsediamenti dei rifugiati, il più vasto accesso all’informazione e ad audizioni imparziali;

Assicurarsi che l’aiuto umanitario si accordi al diritto umanitario internazionale e non sia soggetto a limitazioni imposte dai donatori, come il negare l’accesso ai servizi sanitari per la salute sessuale e riproduttiva quali l’interruzione di gravidanza;

Impegnarsi in programmi che siano aggiornati con analisi di genere, che riconoscano le necessità di tutte le sopravvissute e includano dati disaggregati per sesso ed età: questo deve comprendere l’addestramento alla sensibilità di genere per chiunque lavori con le sopravvissute sul campo e l’inclusione delle sopravvissute nella consultazione sulle individuali strategie di protezione;

Limitare il flusso delle armi leggere ratificando il Trattato sul Commercio delle Armi e implementandolo tramite leggi e regolamenti nazionali.

Non è sufficiente condannare gli atti di violenza sessuale durante i conflitti. Chiunque sia presente qui oggi è responsabile del porvi fine, del portare tutti i perpetratori davanti alla giustizia e del mettere le donne all’inizio e al centro di ogni responso per prevenire la violenza.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

the letter

Voto la missiva in immagine qui sopra come “miglior lettera di Natale del 2017”, anche se è stata scritta il 6 dicembre.

L’Autore è l’australiano Stephen Callaghan, che ha una figlia dodicenne di nome Ruby. A scuola, il giorno precedente, la ragazzina e le sue compagne sono state mandate in biblioteca “a farsi belle”, mentre i compagni di sesso maschile sono stati portati dal locale ferramenta per un “viaggio di studio”.

“Egregio signor Preside – dice la lettera – devo attirare la sua attenzione su un grave incidente accaduto ieri nella sua scuola, ove mia figlia Ruby frequenta il 6° anno.

Quando Ruby è uscita per venire a scuola ieri era il 2017, ma quando è tornata a casa nel pomeriggio veniva dal 1968.

So che è così perché Ruby mi ha informato che le “femmine” del 6° anno dovranno andare in biblioteca ogni lunedì pomeriggio a farsi i capelli e il trucco, mentre i “maschi” andranno da Bunnings (ndt. nome del negozio di ferramenta).

Lei è in grado di fare una ricerca negli edifici scolastici per vedere se c’è una lacerazione nel continuum spazio-temporale? Forse un condensatore di flusso guasto (ndt. dal film “Ritorno al futuro”) è nascosto da qualche parte nei bagni delle ragazze?

Mi aspetto che la faccenda sia corretta e che mia figlia e le altre ragazze a scuola siano restituite a questo millennio, ove le attività scolastiche non sono strettamente divise lungo linee di genere.

Distinti saluti, Stephen Callaghan”

La sarcastica presa di posizione del papà di Ruby, da lui messa online, ha raccolto una marea di messaggi di approvazione, ma ha anche rivelato che il problema sembra vasto e diffuso: un bel po’ di genitori e studenti hanno denunciato situazioni simili.

“Ruby e io vorremmo ringraziarvi per i grandiosi commenti di sostegno. – ha scritto in seguito l’uomo – A 12 anni, mia figlia sta cominciando a notare che c’è un mucchio di gente pronta a dirle cosa può o non può fare basandosi sul fatto che è di sesso femminile.

Lei vorrebbe che questo cambiasse. Anch’io.”

E io pure. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

“Sunitha Krishnan, nata in India, racconta la sua storia con sorprendente serenità: “Quando avevo 15 anni sono stata stuprata da otto uomini. La mia comunità mi considerò colpevole, non vittima di un crimine. Decisero che era la mia indole a non essere buona, che avevo fatto qualcosa per meritarmelo. Sono stata isolata e la mia famiglia smise di essere invitata a eventi sociali. Ero vista come una prostituta.”, ricorda questa donna minuta, ora 44enne, “Dopo di ciò promisi a me stessa che non avrei permesso a questo di distruggermi, che mi sarei ripresa e avrei dedicato la mia vita a combattere la violenza sessuale, rendendo l’istanza visibile e aiutando altre donne.”

E lo ha fatto. Sunitha ha fondato “Prajwala”, un’organizzazione il cui scopo è aiutare le donne che sono state schiave sessuali. “Donne che non sono state stuprate una volta sola, come me, ma centinaia di volte.”, sottolinea Sunitha.”

Il brano, come quello che segue, è tratto dall’articolo che María R. Sahuquillo ha composto – benissimo – per El Paìs in occasione del Giorno internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre).

” (le vittime) sono terrorizzate all’idea di essere giudicate scorrettamente, hanno un tremendo senso di colpa derivato dall’ambiente in cui vivono. – dice Tina Alarcón, Presidente del Centro Aiuto alle vittime di aggressione sessuale di Madrid (Cavas in sigla) – “E’ il tipo di ambiente in cui senti ancora cose del tipo ‘se l’è andata a cercare’, specialmente quando la persona è un parente, un amico, qualcuno che conosci, il che ammonta all’80% dei casi.”

Un’altra delle donne intervistate da El Paìs, Macarena García di 48 anni – 23 dei quali passati con un marito che abusava di lei fisicamente e psicologicamente – da quando è riuscita a uscire dalla situazione fa volontariato presso la Fondazione Ana Bella per le vittime di abuso. Macarena dice una cosa molto importante sulla violenza di genere: “Non dovremmo educare le nostre ragazze a ‘badare a se stesse’, dovremmo educare i nostri ragazzi a rispettarle e a non essere aggressori.”

Si chiama, come sapete, socializzazione di genere. Grazie (si fa per dire) a essa potete tirare una linea dalla Spagna di El Paìs agli Stati Uniti di The Olympian, il quotidiano della città di Olympia, e trovare un articolo di Amelia Dickson e Rolf Boone del 27 novembre u.s. che ha nel titolo la frase “Sono un maschio, uomo, perciò questo tipo di roba succede.”

Sono le parole pronunciate in tribunale dal 31enne Efrain Ramirez-Ventura, pescato mentre filmava una madre e sua figlia dodicenne che si stavano provando degli abiti in un camerino di prova. Sul suo cellulare sono stati trovati altri 80 filmati di questo tipo, tutti presi da camerini adiacenti.

Secondo costui, essere maschio significa essere autorizzato a violare l’intimità, gli spazi e i corpi delle femmine, di qualsiasi età.

Dello stesso parere sono quelli che hanno inflitto violenze sessuali a circa 120 milioni di bambine in tutto il mondo (dati Unicef) e quelli che rendono l’Europa un continente in cui una donna su dieci, a partire dai 15 anni d’età, subisce qualche tipo di assalto sessuale: cose che “capitano”, quando addestri metà dell’umanità a credersi legittimata alla violenza.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(Lo desideravo da tempo, per cui ringrazio e – nel mio piccolo – rilancio. Maria G. Di Rienzo)

Commissione Pari Opportunità della Fed. Naz. Stampa Italiana

Usigrai

Giulia Giornaliste

Sindacato Giornalisti Veneto

MANIFESTO DELLE GIORNALISTE E DEI GIORNALISTI PER IL RISPETTO E LA PARITA’ DI GENERE NELL’INFORMAZIONE CONTRO OGNI FORMA DI VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE ATTRAVERSO PAROLE E IMMAGINI

VENEZIA 25 NOVEMBRE 2017

Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa.

La violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo: lo dichiara la Convenzione di Istanbul, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013, che condanna «ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica» e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento chiave per prevenire la violenza.

La violenza di genere non è un problema delle donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. Un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi “civile”.

Impegno comune deve essere eliminare ogni radice culturale fonte di disparità, stereotipi e pregiudizi che, direttamente e indirettamente, producono un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali.

La Convenzione di Istanbul, insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale e assegna all’informazione un ruolo specifico richiamandola alle proprie responsabilità (art.17).

Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al “rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo.

Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità.

Pertanto riteniamo prioritario:

1.

inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori;

2.

adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate;

3.

adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale;

4.

attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom;

5.

utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale;

6.

sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi sia la vittima e chi il carnefice;

7.

illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere come raccomandato dalla comunità LGBT;

8.

mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno;

9.

evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne;

10.

nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:

a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;

b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;

c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;

d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.

d) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece dalla vittima nel rispetto della sua persona.

Per adesioni: cpo.fnsi@gmail.com

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: