Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘genere’

Dai giornali di oggi, 15 febbraio 2017:

Una volta c’erano solo i travestiti e non c’erano i transgender… un trans è una donna col belino oppure un uomo che parla tanto. Sono le parole che Beppe Grillo ha pronunciato durante lo show Grillo vs Grillo: il video è diventato già virale in Rete, sollevando indignazione e proteste. Di fronte al pubblico che si diverte e ride, Grillo, non contento, aggiunge: A fare una battuta su un transgender ti prendi dieci querele... si incazzano.

Ovviamente secondo il comico non hanno diritto di incazzarsi, è implicito nell’ultima frase citata, ma “indignazione e proteste” si sono sollevate lo stesso, come era prevedibile e coprendo un ampio spettro di soggetti, interessati direttamente dal dileggio o no.

“Una volta” (quando?) non c’erano neppure questi transgender, devono essere un prodotto “false flag” degli attuali tempi viziosi e disonesti che gli immacolati grullini aderenti al M5S correggeranno: fra uno svarione di grammatica, una bustarella e un avviso di garanzia, diamogli tempo.

Prendere per i fondelli le donne, invece, non comporta ne’ indignazione ne’ querele: è normale. Per questo nessuno sta protestando per la seconda definizione di persona transessuale e cioè un uomo che parla tanto.

Fa parte degli stereotipi denigratori che investono le femmine umane 24 ore al giorno a qualunque latitudine si trovino e persino a qualunque classe sociale appartengano: sono inaffidabili, sono bugiarde, sono meno intelligenti, hanno meno anima (e quel poco che loro tocca è costantemente preda del demonio), non capiscono la matematica (ditelo a mia nipote 14enne che vince concorsi in materia e vi sbranerà volentieri), non sanno parcheggiare… e parlano, parlano, parlano sempre, parlano tanto. In realtà “parlare” è anche un verbo troppo prezioso – le donne spettegolano e discutono di stupidaggini, ecco tutto, per un enorme ammontare di tempo.

2007, Università della California Santa Cruz, ricerca condotta dallo psicologo Campbell Leaper che ha esaminato la questione a partire dagli anni ’60 dello scorso secolo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Personality and Social Psychology Review”:

“Gli uomini tendono a parlare di più delle donne, in modo particolare quando stanno interagendo in scenari misti (Ndt.: con uomini e donne presenti). Questo è in parte dovuto al fatto che tradizionalmente gli uomini sono socializzati a dominare.” (Campbell Leaper)

2014, studio condotto da Matthias Mehl, docente universitario di psicologia:

“Si stanno facendo molte ricerche sulle differenze di genere in diversi contesti e in numerosi di questi ultimi gli uomini, in effetti, parlano di più. Per esempio, l’ambiente di lavoro è un contesto in cui parlare spesso indica assertività e dominio.” (Matthias Mehl)

2015, da un articolo di Soraya L. Chemaly (giornalista, scrittrice, attivista, dirige fra l’altro lo “Speech Project” di Women’s Media Center) che esamina differenti ricerche:

“Gli uomini parlano, di media, per il 70% del tempo nei gruppi misti, con punte del 75%. Per alcuni è dura mandare giù questa informazione. Raramente gli interventi delle donne sono considerati influenti o rilevanti. La loro introduzione di argomenti o i tentativi di proporre conversazioni su determinati soggetti sono frequentemente ignorati. In più, sono interrotte di routine. In generale, le persone non riconoscono questo come sessismo, persino quando viene sbattuto loro in faccia. L’idea che le parole e i discorsi, così come le abitudini relative, l’educazione, le tradizioni e il divertimento del “club dei maschi” siano vettori impliciti di pregiudizi e discriminazione è un’informazione decisamente disturbante.”

Però è vera. Quanto parla – a vanvera – Grillo, per esempio? Questo indica che vorrebbe essere una donna, o che lo è già?

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“Experience: I regret transitioning”, testimonianza raccolta da Moya Sarner per The Guardian, 3 febbraio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’esperienza narrata è giustamente protetta dall’anonimato.)

Quando ero una bambina che viveva nelle Midlands (Ndt: zona centrale della Gran Bretagna) ero solita dire: “Quando cresco voglio diventare un maschio.” Facevo persino la pipì in piedi. Amavo giocare a pallone, ma quando ebbi all’incirca sette anni i miei amici dissero che dovevo smettere, perché ero femmina. Io risposi loro che non vedevo che differenza facesse e uno di essi si tirò giù i pantaloni e me la mostrò.

Un senso di nausea mi avvolse completamente: qualcosa di me, e del mio corpo, era sbagliato. Queste sensazioni divennero più forti mentre crescevo. Quando vidi che il mio petto cambiava ne fui inorridita; sviluppai un disordine alimentare nel tentativo di ritardare la pubertà, mi tagliai corti i capelli e cominciai a fasciarmi il petto. Ero depressa e tentai di uccidermi. A quattordici anni, fui ricoverata in un ospedale psichiatrico per un paio di mesi.

I miei genitori erano scioccati e tentarono di convincermi ad abbracciare la vita come donna. Fecero in modo che qualcuno mi insegnasse a truccarmi, convinti che se avessi imparato a apparire più somigliante alle altre ragazze mi sarai sentita di più uguale a loro.

Fu solo quando ebbi 15 anni che scopri l’esistenza della possibilità di transitare da un sesso all’altro. Tutti i pezzi andarono a posto: ecco chi ero. Capii che potevo avere il corpo che volevo. Quando andai dal mio medico di base, a 17 anni, mi fu detto che ero troppo vecchia per usufruire dei servizi destinati ai bambini e troppo giovane per essere vista come adulta; non riuscii ad avere il mio primo appuntamento che tre mesi dopo il mio 18° compleanno.

Dopo altri mesi di attese e appuntamenti, nessuno dei quali incluse consulenza sulla materia, cominciai finalmente con il gel al testosterone e più tardi passai alle iniezioni. Fu una cosa enorme quando, all’università, la mia voce diventò profonda e la mia figura cominciò a cambiare: le mie anche si fecero più strette, le mie spalle più larghe. Sembrava giusto. Essendo presa per un uomo mi sentivo più sicura negli spazi pubblici, mi si prendeva più sul serio quando parlavo e mi sentivo più fiduciosa in me stessa.

Poi mi sottoposi all’operazione chirurgica per la rimozione dei seni. Fu fatta malissimo e mi lasciò cicatrici terribili. Ero traumatizzata. Per la prima volta mi chiesi “Cosa sto facendo?”. Rimandai i passi successivi, l’isterectomia e l’operazione ai genitali, dopo essermi informata sulla chirurgia plastica per il pene e aver compreso che avrei dovuto sottopormi a un nuovo intervento ogni dieci anni per rimpiazzare il dispositivo erettile.

Le questioni relative alle persone transessuali cominciavano ad apparire sui media e io capii che la gente sarebbe sempre stata in grado di riconoscermi come una persona che aveva effettuato la transizione. Io volevo solo essere maschio, ma sarei sempre stata trans.

Allo stesso tempo, ci fu un cambiamento significativo in come mi sentivo rispetto al mio genere. Riflettendo sul modo differente in cui ero trattata quando mi si vedeva come un uomo, capii che le altre donne sperimentavano a causa di ciò gli stessi impedimenti. Io avevo presunto che il problema stesse nel mio corpo. Ora vedevo che non era l’essere femmina a impedirmi di essere me stessa: era la perpetua oppressione che la società opera sulle donne.

Una volta capito questo, gradualmente sono arrivata alla conclusione che dovevo uscire dalla transizione. Ho smesso il testosterone e, mano a mano che il mio corpo ha ripreso la produzione dei suoi propri ormoni, sono diventata una femmina che sembra un maschio. Avrò sempre la voce profonda e i seni non mi ricresceranno, ma le mie anche e le mie cosce si sono allargate. Essere maschio era più confortevole per me, ma continuare a prendere ormoni significava che io avrei continuato a considerare il mio corpo un problema – e io non credo che il problema stia là. Quel che sembra la via più facile non è sempre la cosa più giusta.

Ho preso la miglior decisione possibile in circostanze avvelenate e se non avessi cominciato i trattamenti quando l’ho fatto potrei non essere viva oggi. Ma mi rattrista molto pensare alla mia fertilità: vorrei essere un genitore, un giorno, ma è probabile che l’assunzione di testosterone lo renda assai difficile. Io adesso ho quasi trent’anni e non lo saprò sino a che non tenterò di avere figli.

Sono felice per quelle persone che sono state aiutate dalla transizione, ma penso ci dovrebbe essere più enfasi sulla consulenza e che la transizione dovrebbe essere vista come ultima risorsa. Fosse questo accaduto a me, potrei non averla intrapresa. Ero così concentrata nel tentativo di cambiare genere che non mi sono mai fermata a pensare a cosa il genere significa.

Alla fine, sento di aver speranza nel futuro. Ho visto di avere un’immensa capacità di cambiare e crescere, anche in circostanze molto difficili. Questo è ciò che io sono.

Read Full Post »

La notizia è in cronaca oggi, 21 gennaio 2017: “Aggredita dai compagni nel collegio San Carlo di Milano.”

Il soggetto è una bambina di 7 anni che durante un periodo di ricreazione è stata rincorsa da altri quattro alunni, è caduta – non si sa come, cioè se sia stata spinta o se sia incespicata – ed è finita in infermeria e poi in ospedale: ha una costola incrinata e altre contusioni. La sua famiglia parla anche di “danni psicologici (…) destinati ad avere ripercussioni sul lungo periodo”.

I quattro bambini, tutti maschi, le avrebbero indirizzato “frasi pesanti” e sarebbero “già noti per le continue prevaricazioni e angherie messe in atto nei confronti dei compagni”: due di loro sono stati sospesi. Nonostante questo provvedimento abbastanza grave e insolito per alunni delle elementari, la scuola minimizza: è stato un episodio circoscritto, i bambini stavano giocando normalmente, le contusioni riportate dalla bimba sono di “lieve entità” e – qui arriva il meglio – si è trattato di un “eccesso di vigoria di quattro compagni maschi”.

Perché i maschi sono tutti così, che ci volete fare: robusti come macigni e dotati di notevolissima forza fisica, carichi di prorompente vitalità, inarrestabili come una mareggiata o un terremoto, carichi di un’energia impetuosa che somiglia a quella di un ordigno – lo sfiori e esplode, mostrandoti ciò di cui è capace e qual è il suo ruolo nel mondo.

Contenerli, educarli, istruirli su rispetto e senso del limite? Impossibile. Sarebbe “propaganda giender” e niente niente dopo ti diventano froci. Meglio che comincino a spaccar coetanee a 7 anni. Chissà cosa saranno in grado di fare da adulti.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(tratto da: “Six ways to end gender-based violence”, di Maryce Ramsey, Senior Gender Advisor di FHI 360 – un’organizzazione umanitaria di volontariato che lavora in più di 70 paesi -, 8 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La violenza di genere è una barriera significativa a ogni progetto di sviluppo. L’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n. 5 delle Nazioni Unite riconosce l’eguaglianza di genere come il fondamento per “un mondo pacifico, prosperoso e sostenibile” e ciò implica un mondo libero dalla violenza di genere. L’Obiettivo n. 5 fa esplicitamente riferimento all’eliminazione di “tutte le forme di violenza contro donne e bambine nelle sfere pubblica e privata”.

Questo è il traguardo giusto. Ma come ci arriviamo? Se avessi un fondo illimitato per creare e implementare la mia propria agenda, mi concentrerei su sei aree chiave:

1) Finanziare la piena partecipazione delle donne alla società civile.

Donne che sono attive nella società civile possono essere altamente efficaci nell’influenzare trattati, accordi e leggi a livello globale, regionale e nazionale, e nell’esercitare pressione per la loro implementazione. Più danaro deve fluire verso il sostegno alla partecipazione attiva delle donne alla società civile.

2) Migliorare quegli sforzi intesi alla prevenzione che comprendono come la radice della violenza basata sul genere siano le relazioni diseguali di potere fra i generi.

Alcuni programmi

http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(14)61797-9/fulltext

hanno effettivamente strutturato attività partecipate che guidano all’esame delle norme di genere e delle loro relazioni a sbilanciamenti di potere, violenza e altri comportamenti dannosi. Lavorano con diversi portatori di interesse primario attraverso lo spettro socio-ecologico e attraverso settori multipli. Ma dobbiamo fare un lavoro migliore nel dar valore a questi programmi, così da poterci muovere da progetti pilota di piccola entità a programmi su larga scala intesi a portare cambiamenti nelle società.

3) Portare i servizi medici che riguardano la violenza di genere sino alle strutture sanitarie di più basso livello.

L’offerta di servizi medici che riguardano la violenza di genere si è concentrata negli “sportelli” delle strutture di alto livello, come gli ospedali, dove tutti i servizi sono concentrati in un unico posto. Ma la maggioranza delle persone che accedono alle strutture di alto livello lo fanno troppo tardi per ricevere interventi chiave, come contraccezione d’emergenza e profilassi post esposizione all’Hiv. Per un accesso più rapido dovremmo concentrarci nel portare i servizi più vicini alla comunità, soprattutto nelle zone rurali.

4) Rispondere alle necessità delle bambine / dei bambini sopravvissute/i, inclusi gli interventi per interrompere il ciclo della violenza di genere.

Nei rifugi e nelle cliniche per donne, nelle sale d’aspetto e nelle case protette, è usuale vedere bambine/i di ogni età. E’ però raro vedere qualcuno che lavora con questi piccoli, che hanno avuto un’esperienza traumatica. A volte sono vittime, ma più facilmente sono i testimoni della violenza agita contro le loro madri. Ci mancano professionisti addestrati a lavorare con minori che abbiamo fatto esperienza della violenza di genere, in special modo quando i perpetratori sono i loro genitori o altri membri delle loro famiglie.

5) Sviluppare guide per costruire sistemi atti a eliminare la violenza basata sul genere.

C’è un’ampia scelta di materiali per l’orientamento su come affrontare la violenza di genere tramite determinati settori, come quello sanitario, o tramite azioni discrezionali, come il fornire standard per i rifugi o formazione agli operatori. Tuttavia, ci manca la guida pratica per costruire l’intero sistema dalla A alla Z: mettere in pratica le leggi, diffondere consapevolezza sui servizi e creare disponibilità finanziaria nei bilanci.

6) Creare programmi di sostegno per i professionisti che fanno esperienza di trauma vicario.

Dopo aver passato tre anni a lavorare in un programma che affrontava la violenza di genere nelle scuole, ho dovuto mollare. Nonostante il mio impegno a mettere fine alla violenza di genere, semplicemente non potevo ascoltare una storia orribile di più. La mia esperienza non è unica. L’esaurimento è una realtà e ci manca personale qualificato che tratti le sopravvissute alla violenza di genere.

Molti progressi sono stati fatti nell’affrontare la violenza basata sul genere. Siamo più bravi a definire le istanze, a raccogliere dati e prove per identificare quel che funziona, e miglioriamo costantemente la qualità dei servizi. Nonostante tutti questi avanzamenti, la violenza di genere resta un problema globale che ha ovunque la stessa radice: norme di genere non eque.

Sino a quando non affronteremo queste diseguaglianze fondamentali, il che include il riconoscere i diritti delle donne come diritti umani, noi non metteremo fine alla violenza di genere.

Read Full Post »

(“Meet Milia Eidmouni, Syria” – Nobel Women’s Initiative, 26 novembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo.)

milia

Milia Eidmouni è una giornalista freelance che ha lasciato Damasco per la Giordania a causa di pressioni politiche. Assieme alla collega Rula Asad ha fondato la Rete delle giornaliste siriane. Il lavoro di Milia promuove una migliore comprensione del ruolo delle donne siriane nella sollevazione e rompe gli stereotipi che circondano le donne giornaliste nella regione.

Com’è essere una giornalista in Siria?

Nessuno ti protegge. Non c’è protezione o sicurezza per i cittadini giornalisti che stanno scrivendo della guerra. Come donna giornalista non puoi andare sui fronti perché ti dicono: “Ah, sei una donna, vai con uomo così ti protegge.”

Come si collega il tuo lavoro di giornalista al promuovere giustizia in Siria?

Sto facendo del mio meglio per promuovere la giustizia addestrando altri reporter. In Siria, pochi giornalisti sono istruiti su come scrivere delle istanze delle donne. Dare visibilità alle storie taciute è come noi contribuiamo alla giustizia.

Puoi dirci di più della Rete delle giornaliste siriane?

La Rete ha tre scopi: migliorare le capacità nello scrivere di giustizia di genere e diritti delle donne; suscitare consapevolezza nell’opinione pubblica tramite campagne e creare un codice di condotta professionale per rompere gli stereotipi sulle donne nei media.

Cosa manca dalla conversazione sulle donne siriane?

I media stranieri tentano di ritrarre le donne siriane come unidimensionali: lei è una vittima, la madre di un detenuto, la moglie di un prigioniero, un ostaggio in un paese ostile che attende aiuto umanitario. Ma sin dal Primo Giorno, le donne sono state parte della sollevazione. Sono scese in strada, hanno lavorato negli ospedali da campo, hanno creato centri comunitari per sostenersi l’una con l’altra nelle loro comunità locali. Le rifugiate stanno pure rompendo stereotipi e cambiando l’immagine delle donne siriane. Nessuno parla delle difficoltà che affrontano (in Giordania) dopo quattro o cinque anni da rifugiate.

In che modo il giornalismo dei cittadini sta dando forma al mondo in cui il mondo vede il conflitto in Siria?

Durante la rivoluzione, moltissimi cittadini in Siria hanno scritto e pubblicato online quel che stavano testimoniando. Ogni cittadino può contribuire alla giustizia tramite la documentazione, scrivendo le proprie testimonianze, promuovendo pace e giustizia nella propria comunità. I media giocano un grosso ruolo: possono cambiare mentalità e attitudini nelle comunità.

Read Full Post »

Mentre andava a braccio su “l’indottrinamento della teoria gender” che è “contro le cose naturali”, poco più di una settimana fa, il pontefice ha parlato di scuole in cui si praticherebbe la “colonizzazione ideologica”. Per quanto riguarda la fantomatica “teoria gender” si sbaglia di grosso, come ormai gli hanno spiegato inutilmente in molti, ma sull’ultimo punto potrebbe avere ragione. Il fatto è, purtroppo, che l’ideologia con cui si tenta di “colonizzare” gli allievi degli istituti scolastici è la sua.

Come a Caserta, dove la dirigente della scuola superiore Ferraris ha mandato il 4 ottobre una circolare alle classi in cui convocava gli studenti a partecipare a una marcia contro l’interruzione volontaria di gravidanza (scopo: abolizione della legge 194 tramite referendum) e chiedeva pure la giustificazione per gli eventuali assenti. Come ciliegina sulla torta, la faccenda era presentata a guisa di “compito” su Madre Teresa di Calcutta “Premio Nobel e Santa”. Dato che le reazioni, ovviamente negative, a questo atto di colonizzazione ideologica non si sono fatte attendere, la dirigente ha mandato una seconda circolare: “Oggetto: revoca partecipazione 5° Corteo nazionale per la Vita. La scrivente comunica che per motivi organizzativi interni è annullata la partecipazione di questa istituzione scolastica alla manifestazione in oggetto. Pertanto alunni e docenti svolgeranno regolarmente lezione.”

Ma se il Papa vuole trovare tracce di “gender” nelle scuole può fare riferimento a un altro fatto finito in cronaca: quello dell’istituto Carducci di Bari, ove il dirigente “per motivi di sicurezza” ha stabilito che gli alunni maschi entrino dall’ingresso principale e le alunne femmine dal retro. Quando qualcuno dei genitori ha eccepito il preside ha: ridacchiato, definito le proteste fesserie, operato del simpatico benaltrismo spiegando che chi “fa queste osservazioni non ha visto le immagini di Amatrice, dove l’anno scolastico è iniziato con mille difficoltà. E non capisce che quelli sono i veri problemi.”, mentre i giornalisti reiteravano le necessità di “non cadere nello stereotipo” e di “non dare al fatto il solito significato sessista”. (Solito, capito. Ci sono queste stronze fissate che qualsiasi cosa dici/fai ti trovano il significato sessista, e che palle! Ha ragione il preside quando dice che “La gente non ha proprio altri pensieri.”…)

Ma se per motivi di sicurezza i 635 allievi e allieve non possono entrare dall’ingresso principale tutti insieme, non è necessario dividerli per sesso – sapendo benissimo che farlo porta una carica simbolica e ponendo la sua parte negativa, tipo ingresso della servitù, alle femmine: si poteva per esempio dire che le classi prime e seconde entravano di qua e le restanti di là, senza metterci di mezzo il “gender” (e eventualmente preoccupare Bergoglio).

Questo se l’educazione al genere, non la scemenza-gender, fosse davvero entrata nelle scuole, il preside della Carducci di Bari lo saprebbe e magari sarebbe meno supponente e maleducato nei confronti dei genitori delle/degli studenti.

L’educazione al genere, infatti, crea rispetto reciproco, attitudine nonviolenta, relazioni egualitarie, empatia. Se un pizzico di educazione simile fosse stata fruibile da Bergoglio quando andava a scuola, forse non si sarebbe “molto rattristato” – come ha riportato monsignor Angelo Becciu – nell’apprendere “la notizia delle due ‘suore’ spose!” (cit. integrale) Come sapete si tratta di due ex suore che si sono unite civilmente a Pinerolo. La consapevolezza che due donne sono felici insieme al punto di volerlo sancire con una cerimonia pubblica non dovrebbe rattristare nessuno: è una tristezza che sa troppo di rigetto e di rancore. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“Society, watch me survive you”, di Meeni Levi – in immagine – 19 anni, belga: si definisce “senza genere” e fa parte della “Youth Coalition for Sexual and Reproductive Rights”. Il pezzo è stato scritto il 17 maggio 2016 in occasione del Giorno Internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

meeni-levi

Un articolo mi ha detto che le persone LGBT tentano di uccidersi e si uccidono tre volte tanto rispetto agli altri e io ho detto: “Società, guardami mentre ti sopravvivo”.

Rossa è la luce nella mia mente

che dice

FERMATI e grida:

Loro non sanno chi sei

ti odieranno ti odieranno ti odieranno.

Arancione è il sorriso

che mi fa superare gli attacchi di panico.

Giallo è l’odore

del pigiama appiccicoso di sudore

quando il mio letto è un uragano e io non so nuotare.

(Anche il mio shampoo profuma di giallo – fa comodo.)

Verde è il liquore che annaffia l’arancione:

congratulazioni per essere sopravvissuto/a 18 anni.

Blu è il fare le prove per l’appello,

non sapendo quale nome usare,

pensando che sarebbe più semplice

farci solo una croce sopra.

Il viola sarebbe più facile

se la gente ascoltasse

invece di comporre la mia faccia

con zanne e gomme per cancellare.

(L’indaco mancante sono le persone

che mi dicono che ho il pallino

dell’essere complicato/a.

Io rispondo che loro hanno il pallino

di rendermi tale

e di non capire quel che intendo.)

rosa-arcobaleno

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: