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Posts Tagged ‘molestie’

2500 articoli

Questo è il mio articolo n. 2.500. Credo di meritarmi qualche giorno di ferie, ma vi lascio con un po’ di “cibo per la mente”: nella fattispecie, la traduzione del discorso di Asia Argento all’appena terminato festival di Cannes. Stava presentando il premio per la miglior attrice al fianco di Ava Duvernay e questo ha detto:

“Nel 1997, sono stata stuprata da Harvey Weinstein qui a Cannes. Avevo 21 anni. Questo festival era il suo terreno di caccia. Voglio fare una previsione. Harvey Weinstein non sarà mai più il benvenuto qui. Vivrà per sempre in disonore, evitato da una comunità cinematografica che lo ha abbracciato e ha coperto i suoi crimini. E persino stasera, seduti fra di voi, ci sono coloro che devono ancora rispondere della loro condotta verso le donne. Per comportamenti che non appartengono a questa industria, ne’ a nessun’altra industria o posto di lavoro. Voi sapete chi siete. Non fate parte di questa industria. Ma, più importante ancora, noi sappiamo chi siete e non vi permetteremo di farla franca più a lungo.”

Quando Le Monde pubblicò la lettera di 100 donne, fra cui Catherine Deneuve, che difendevano il supposto “diritto degli uomini a importunare”, Asia Argento rispose con un tweet: “Deneuve e altre donne dicono al mondo come la loro misoginia interiorizzata le abbia lobotomizzate sino a un punto di non ritorno.” Maria G. Di Rienzo

asia

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(tratto dal saggio: “Whose Story (and Country) Is This?”, di Rebecca Solnit, aprile 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Rebecca è una storica e un’attivista, nonché l’autrice di venti libri che spaziano dalla geografia all’arte al femminismo, e collabora con diverse riviste.)

rebecca solnit

(Rebecca Solnit, foto di David Butow)

Il comune denominatore di così tante narrazioni culturali strane e problematiche che incontriamo è una serie di presupposti su chi conta, su di chi è la storia, su chi merita la compassione e le coccole e la presunzione di innocenza, i guanti in pelle e il tappeto rosso e, in definitiva, il regno, il potere e la gloria. Voi sapete già di chi si tratta. Sono le persone bianche in generale e in particolare gli uomini bianchi protestanti, alcuni dei quali apparentemente sgomenti dall’aver scoperto che – come la mamma potrebbe aver già detto loro – esiste la condivisione. La storia di questo paese è stata scritta come se fosse la loro storia e l’informazione spesso ancora la racconta in questo modo: una delle battaglie della nostra epoca riguarda di chi tratta la storia, chi importa e chi decide. (…)

Un paio di settimane fa, l’Atlantic ha cercato di assumere uno scrittore, Kevin Williamson, il quale sostiene che le donne che abortiscono dovrebbero essere impiccate, e poi ha fatto marcia indietro a causa della pressione pubblica proveniente da persone a cui non piace l’idea che un quarto delle donne americane dovrebbero essere giustiziate.

Il New York Times ha assunto alcuni conservatori simili a Williamson, incluso il “dubbioso” sul cambiamento climatico Bret Stephens. Stephens ha dedicato una rubrica a simpatizzare per Williamson e indignarsi contro chiunque possa opporsi a lui. La simpatia nell’America che vuol vivere in una bolla va spesso automaticamente all’uomo bianco nella storia. Il presupposto è che la storia parli di lui; lui è il protagonista, la persona importante e quando, diciamo, leggi Stephens difendere Woody Allen e assalire Dylan Farrow per aver detto che Allen l’ha molestata, capisci quanto lavoro ha fatto immaginando di essere Woody Allen, e quanto insignificante è per lui Dylan Farrow o chiunque altra come lei.

Mi ricorda come alle giovani donne che denunciano stupri sia spesso detto che stanno danneggiando il radioso futuro dello stupratore, piuttosto di dire che probabilmente se l’è danneggiato da solo e che il loro radioso futuro dovrebbe avere qualche importanza. The Onion ha dato l’esempio perfetto anni fa: “Universitario star del baseball eroicamente supera il tragico stupro da lui commesso”. La scorretta distribuzione di simpatia è epidemica. Il New York Times ha definito l’uomo con alle spalle precedenti per violenza domestica che nel 2015 sparò nella clinica di Planned Parenthood a Colorado Springs, uccidendo tre genitori di bambini piccoli, “un gentile solitario”.

E quando il bombarolo che aveva terrorizzato Austin in Texas è stato finalmente arrestato il mese scorso, i giornalisti dei quotidiani hanno intervistato la sua famiglia e i suoi amici lasciando che le loro descrizioni positive si posizionassero come più valide del fatto che era un estremista e un terrorista messosi in opera per uccidere e terrorizzare gente di colore in un modo particolarmente feroce e codardo. Era un giovane uomo “quieto” e “studioso” che veniva da “una famiglia molto unita e timorata di dio”, ci fa sapere il Times in un tweet, mentre il titolo del Washington Post sottolinea che era “frustrato dalla sua vita”, il che è vero per milioni di giovani sull’intero pianeta che non ottengono tutta questa compassione e anche non diventano terroristi.

Il Daily Beast lo vede bene con un occhiello riguardante il più recente terrorista di destra, uno che si è fatto saltare in aria in casa propria, che era piena di materiali per fabbricare bombe: “Gli amici e i familiari dicono che Ben Morrow era un addetto di laboratorio che aveva sempre la Bibbia con sé. Gli investigatori dicono che era un bombarolo e credeva nella supremazia della razza bianca.”

Ma questo marzo, quando un ragazzo adolescente ha portato un fucile nel suo liceo nel Maryland e l’ha usato per uccidere Jaelynn Willey, i giornali l’hanno etichettato quale “malato d’amore”, come se l’omicidio premeditato fosse una reazione naturale a l’essere lasciato da qualcuno con cui hai avuto una relazione. In un potente ed eloquente editoriale sul New York Times, Isabelle Robinson, studente allo stesso liceo, scrive del “disturbante numero dei commenti che ho letto e che dicono più o meno: Se i compagni di classe e i compagni in genere del sig. Cruz fossero stati un pochino più gentili con lui, la sparatoria al liceo Stoneman Douglas non sarebbe mai accaduta.” Come lei nota, ciò pone l’onere – e quindi il biasimo – sul gruppo di pari, l’onere di venire incontro ai bisogni di ragazzi e uomini che possono essere ostili o omicidi.

Tale cornice suggerisce che siamo in debito di qualcosa verso di loro, il che nutre un senso di legittimazione, il quale a sua volta costruisce la logica della vendetta per non aver ricevuto quanto essi pensano noi si debba loro. Elliot Rodgers organizzò il massacro dei membri di un’associazione studentesca all’UC di Santa Barbara nel 2014, perché credeva che far sesso con donne attraenti fosse un suo diritto che quelle donne stavano violando e che un altro suo diritto fosse punire chiunque di loro o tutte loro con la morte. Ha ucciso sei persone e ne ha ferite quattordici. Nikolas Cruz diceva: “Elliot Rodgers non sarà dimenticato”. (…)

E poi ci sono i movimenti #MeToo e #TimesUp. Abbiamo ascoltato centinaia, forse migliaia, di donne parlare di aggressioni, minacce, molestie, umiliazioni, coercizioni, di campagne che hanno messo fine alle loro carriere, che le hanno spinte sull’orlo del suicidio. La risposta di molti uomini a ciò è la simpatia per altri uomini. L’anziano regista Terry Gilliam ha detto in marzo: “Mi dispiace per quelli come Matt Damon, che è un essere umano decente. E’ uscito a dire che non tutti gli uomini sono stupratori ed è stato pestato a morte. Andiamo, questo è folle!” Matt Damon non è stato davvero pestato a morte. E’ uno degli attori più pagati sulla faccia della Terra, il che è un’esperienza significativamente differente dell’essere battuti sino a morire.

Il seguito di approfondimento sulla sollevazione politica di #MeToo è troppo spesso stato: in che modo le conseguenze del maltrattare orrendamente le donne da parte di uomini hanno effetto sul benessere degli uomini? Agli uomini va bene quel che sta accadendo? Ci sono state troppe storie su come gli uomini si sentano meno a loro agio, troppo poche sulle donne che potrebbero sentirsi più sicure in uffici da cui colleghi molestatori sono stati rimossi o sono almeno non più così certi del loro diritto di palpare e molestare.

Gli uomini insistono sul proprio comfort come un diritto: il dott. Larry Nassar, medico sportivo che ha molestato più di cento bambini, ha obiettato al dover ascoltare le sue vittime raccontare ciò che lui aveva fatto, basandosi sul fatto che ciò interferiva con il suo comfort.

Noi, come cultura, ci stiamo muovendo verso un futuro che prevede più persone e più voci e più possibilità. Alcuni individui sono lasciati indietro non perché il futuro non li tolleri, ma perché loro non tollerano questo futuro. (…) Questo paese ha spazio per chiunque creda ci sia spazio per tutti. Per quelli che non la pensano così, be’, è in parte una battaglia su chi controlla le narrazioni e sul soggetto di tali narrazioni.

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La domanda me la sono posta anch’io: dobbiamo proprio parlare del sig. Karl Lagerfeld?

Quanto questo famoso stilista (che lavora per Chanel e Fendi) ami, capisca e dia valore alle donne ci è chiaro da tutta la sua carriera.

https://lunanuvola.wordpress.com/2014/10/08/la-sfilata/

La settimana scorsa, nell’intervista concessa a “Numéro Magazine” ha solo messo qualche ciliegina sulla torta, dichiarandosi “stufo marcio” dei movimenti che contrastano le molestie e la violenza sessuale, in particolare #metoo, e delle donne “che ci mettono vent’anni per ricordare” ciò che hanno subito.

In realtà le donne restano in silenzio grazie alle minacce, alle pressioni, al timore di essere trasformate da vittime in perpetratrici (bugiarde, a caccia di soldi, vogliono vendicarsi ecc.) e a quello di perdere il lavoro, ma non importa, Lagerfeld ha comunque un buon consiglio per quelle che il lavoro ce l’hanno nel suo ambiente:

“Se non vuoi che ti tirino giù le mutande, non diventare una modella! Vai in convento, ci sarà sempre posto per te in convento.”

Lagerfeld ha 84 anni e questa lunga vita non gli ha insegnato nulla: le donne sono puttane o suore, senza mutande e a disposizione o indisponibili con le mutande di latta.

A questo punto l’unica risposta possibile per lui è: “Se non vuoi rispettare l’umanità e la dignità delle donne smetti di fare il designer. Vai in ospizio, ci sarà sempre posto per te in ospizio – e considerata la valanga di soldi in cui sguazzi sarà persino un ospizio di lusso, con le carte per giocare a tressette filettate in oro. Il personale di sesso femminile te lo terremo distante.”

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “From midwife to MP – Advancing the rights of women in the Comoros”, di Nasser Youssouf – anche l’immagine è sua – per il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, 4 aprile 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Oumouri

(La deputata Hadjira Oumouri partecipa alla maratona comoriana durante il Giorno Internazionale delle Donne. La sua maglietta dice: Io sono più di una madre. Sono anche una donna con delle ambizioni.)

Moroni, Unione delle Comore – Come levatrice Hadjira Oumouri, 49enne, ha passato anni facendo attivismo per la salute e i diritti delle donne. Oggi è la seconda donna mai stata membro del Parlamento delle Comore e attualmente l’unica deputata di sesso femminile.

La sua esperienza ha intessuto il suo essere una guida. Sin da quando è stata eletta, ha introdotto molteplici provvedimenti per promuovere l’eguaglianza di genere e ha lavorato duramente – con successo – per ottenere il sostegno dei suoi colleghi maschi.

“Io penso che la lotta delle donne sia quotidiana. – ha detto – La politica è anche una lotta che devi continuare a fare.”

La diseguaglianza di genere resta un preoccupazione significativa nell’Unione delle Comore. In un sondaggio del 2012, tre donne su dieci hanno riportato di essere state date in mogli da bambine. Dai 15 anni in su, il 40% delle donne fa esperienza di violenza fisica.

Le donne hanno anche minori livelli di alfabetizzazione e partecipazione alla forza lavoro rispetto agli uomini, e trovano barriere nell’accesso ai servizi sanitari. Circa un terzo delle donne sposate hanno una necessità non soddisfatta di pianificazione familiare e circa metà delle donne sposate dicono che le decisioni relative alla loro salute sono principalmente prese dai loro mariti.

La mancanza di empowerment e di accesso ai servizi sanitari possono persino essere mortali. Secondo i dati del 2015 delle Nazioni Unite, circa 335 donne comoriane muoiono per cause legate alla gravidanza su ogni 100.000 che partoriscono restando vive: per fare un paragone, nelle regioni più sviluppate il numero di decessi è pari a 12. Come levatrice, Oumouri è stata testimone di prima mano di molte di queste istanze.

Nel 1995 cominciò a lavorare con Il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione per aumentare la consapevolezza sulla pianificazione familiare nella sua zona natale, la remota area di Mbadjini. Ha immediatamente affrontato le difficoltà che le donne fronteggiano – in particolare la mancanza di informazioni sulla salute femminile e sui contraccettivi. “E’ stato necessario sensibilizzare la popolazione.”, dice Oumouri. Esplicita attivista per i diritti delle donne, creò all’epoca anche un’associazione rappresentativa delle donne e delle bambine di Mbadjini. Infine, fu eletta sindaco del Comune di Itsahidi e, nel 2015, si presentò alle elezioni parlamentari del paese.

“Ciò che mi ha motivata è stato il vedere quante ineguaglianze riguardano le donne.”, ha detto. Oggi è l’unica donna su 33 membri dell’assemblea nazionale. Oumouri vuole anche vedere più donne partecipare alla politica. “Anche nelle posizioni ottenute per nomina, vedi che c’è un’unica ministra nel governo. E’ abbastanza? Io non lo credo.”

Oumouri ha promosso una legge che richiede diversità di genere nelle nomine fatte da governatori e capi di stato e chiede anche che le nomine fatte da partiti politici includano uomini e donne: “Ho pensato che se potevamo avere una legge che sostenesse le donne sarebbe stato un gran passo avanti. E’ anche un modo per motivare le donne a risvegliarsi e far campagna nei partiti politici.”

La legge è passata con voto unanime.

Oumouri ha anche proposto legislazioni specifiche per combattere le molestie sessuali sul posto di lavoro e nelle classi scolastiche. Oggi, lavora in stretto contatto con le associazioni di donne e persone esperte di genere e salute riproduttiva – incluse quelle del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione – per rispondere alle necessità di donne e bambine.

“Penso che mi sto facendo sentire.”, ha detto Oumouri.

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rice bunny

Come probabilmente già sapete, il governo cinese sta tentando di esercitare un ferreo controllo sui social media, timoroso dei contenuti “dissidenti” o semplicemente critici. Le femministe non sono escluse, anzi. Poco dopo l’8 marzo, Sina Weibo – una piattaforma simile a Twitter – ha chiuso “Voci Femministe” in faccia alle/ai sue/suoi 180.000 seguaci. Nel giro di un paio d’ore anche il relativo account su un servizio di messaggistica privata è stato cancellato. Le motivazioni fornite sono vaghe (“violazione delle regole”) e a tutt’oggi gli spazi virtuali non sono stati restaurati.

Per quel che riguarda #MeToo, il movimento è esploso in Cina dopo che una giovane donna, Luo Xixi, ha condiviso su Weibo le vicende relative all’assalto sessuale da lei subito da parte di un suo ex insegnante universitario: gli “anch’io” sono rapidamente diventati talmente tanti che, per tutta risposta, Weibo ha cancellato l’hashtag. Ma le femministe cinesi stanno aggirando il bando. L’immagine sopra mostra come: l’hashtag è diventato “Riso/Coniglio” (“coniglio del riso”) e viene espresso con gli emoji. Pronunciate ad alta voce, le parole diventano “mi tu” e non lasciano dubbi.

Maria G. Di Rienzo

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Fra il 22 e il 23 marzo scorsi, nella Piazza Gwanghwamun di Seul, in Corea del Sud, 193 donne hanno preso il microfono e hanno parlato delle esperienze di molestie e violenze sessuali da loro subite: sono andate avanti per oltre 33 ore. Si trattava della maratona di protesta #MeToo organizzata da organizzazioni femministe / femminili coreane.

seul marzo 2018

La piazza è famosa non solo per presenza in essa delle statue di due eroi nazionali, l’ammiraglio Yi Sun-shin e re Sejong, ma perché è il luogo in cui migliaia di persone l’anno scorso si radunarono per protestare contro la corruzione del governo: l’hanno fatto in modo abbastanza efficace da causarne la caduta e ottenere nuove elezioni.

Il punto di svolta è stata la pubblica denuncia della pm Seo Ji-hyeon:

(https://lunanuvola.wordpress.com/2018/02/21/nadu-anchio-in-coreano/)

da gennaio, quando la magistrata è apparsa in televisione, una marea di testimonianze sul trattamento indegno riservato alle donne in tutta la nazione – che non riguarda solo la violenza sessuale: le donne in Corea guadagnano il 63% degli uomini che fanno il loro stesso mestiere e il paese è stimato il peggiore per una donna lavoratrice fra quelli cosiddetti “sviluppati” – ha invaso media e social media.

La reporter dell’AFP per Seul, Hawon Jung, ha commentato la maratona in diretta su Twitter:

22 marzo 2018 – Moltissime lacrime e moltissimi abbracci in questa maratona di due giorni, un evento a Seul creato affinché le donne parlino delle loro esperienze e riflessioni sull’abuso sessuale. Ho visto donne raccontare degli abusi subiti da capi / anziani delle loro chiese / mariti e degli insulti ricevuti dalla polizia quando si sono fatte avanti, nello spazio di una sola ora.

23 marzo 2018 – Una donna al microfono: Mio padre ha abusato di me e mi ha fatto ogni cosa indicibile per 10 anni di fila. Mia madre sapeva tutto, ma non l’ha fermato sino a che non ho compiuto 18 anni, dicendo che dovevo studiare molto per l’esame di ammissione all’università. Vorrei leggere questa lettera che ho scritto a mia figlia: “Figlia mia, spero che tu non dovrai mai versare le lacrime di dolore che io ho versato per così tanti anni. Ero così giovane, soffrivo così tanto e ho disperatamente tentato di dire al mondo cosa stavo attraversando… ma tutti rispondevano che parlarne era una cosa vergognosa e mi hanno costretta a restare zitta.”

Lee Eun-eui

Lee Eun-eui (in immagine qui sopra) aveva un’età maggiore e qualche risorsa in più quando si è abusato di lei mentre lavorava alla Samsung, perciò ha parlato subito. Dapprima all’ufficio personale, che ha risposto facendone un’emarginata. All’inizio hanno smesso di assegnarle compiti da svolgere, poi è stata trasferita a un diverso dipartimento. Le dissero chiaramente che nessuno era dalla sua parte. Eun-eui ha portato la corporazione-colosso in tribunale.

“In principio mi sono detta che più grande era la lotta, più grande sarebbe stata la ricompensa. – ha detto alla giornalista Laura Bicker della BBC – E’ un motto che applico a differenti aspetti della mia vita, ma la causa legale è stata un processo assai solitario e difficoltoso. Solo dopo aver affrontato tutta la durezza del percorso, quando la cosa è finita bene, ho capito che era una battaglia dovuta.”

Le ci sono voluti quattro anni, ma ha vinto la causa. Ora ha una nuova carriera come avvocata specializzata nell’aiutare altre donne nei casi di abuso sessuale: “Sono molto felice quando vengono a chiedermi consiglio e mi dicono che io sono un esempio per loro. Penso sempre che la mia lotta sia valsa la pena di farla.”

E così i “grandi” e gli “intoccabili” stanno cadendo: il governatore Ahn Hee-jung, ex candidato alla presidenza del paese, ha dato le dimissioni dopo che la sua segretaria ha denunciato i suoi stupri; il poeta Ko Un, solito molestare sessualmente le giovani con aspirazioni letterarie che si rivolgevano a lui, sta vedendo i propri lavori ritirati dalle scuole; il famoso regista Kim Ki-duk avrà anche vinto il Leone d’Oro a Venezia, ma potrebbe non essere in grado di far uscire il suo nuovo film, le cui attrici hanno denunciato le sue violenze sessuali…

Ho sempre amato il suono delle nostre voci. Ho sempre creduto nella verità e nella potenza di quel suono. Non mi sbagliavo. Maria G. Di Rienzo

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mary's monster

Questo libro è uscito nello scorso gennaio e Lita Judge che l’ha scritto l’ha presentato così: “Mary Shelley non è stata solo l’autrice di Frankenstein, è stata una giovane radicale che ha contribuito a mettere in moto il movimento femminista definendo le restrizioni che la società imponeva alle donne. Osò sfidare, nel suo libro, il potere tirannico, le guerre ingiuste, la schiavitù e l’abbandono dei poveri. Ha cambiato il corso della letteratura inventando il romanzo di fantascienza dell’era industriale e ha dato alla luce il più emblematico mostro mai creato. Ho scritto “Mary’s Monster” per onorare la sua forza e la sua passione.”

L’ha fatto in parole e immagini corredando il testo con bellissimi acquerelli in bianco e nero. Il 21 marzo 2018 è uscita una sua lunga intervista (realizzata da Princess Weekes, per The Mary Sue) da cui ho tratto e tradotto questo pezzo:

Quali sono stati i miti sull’essere donna che hai dovuto spezzare durante la tua vita? Quale è stato lo shock più grande?

Amavo la scienza quando ero piccola. Ma mi si ripeteva costantemente che le bambine non sono brave in matematica e scienze quanto i maschi. Io sapevo di voler diventare geologa e paleontologa ma mi si diceva di continuo che “ne sarei uscita, come la maggior parte delle ragazze”, implicando che siamo noi ragazze a mollare i nostri interessi. La verità è che ci scoraggiano sino a che non lo facciamo. Io pensai che se avessi dato prova di me stessa nelle scienze come brava e appassionata ciò avrebbe sedato ogni spinta contraria. Ciò che mi ha sconvolta di più è stato che persino dopo essermi fatta strada attraverso l’università, essermi laureata con il voto più alto del mio corso, ed essere approdata al lavoro di geologa, i miei colleghi maschi mi chiamavano “l’assunta per pari opportunità” anziché con il mio nome.

Il femminismo significa molte cose per donne differenti. Cosa significa il femminismo per te? Dove pensi abbia bisogno di miglioramenti? Dove pensi stia funzionando come movimento?

Per me, il femminismo significa lottare per il diritto di vivere la vita che io concepisco per me stessa, invece della vita che altri concepiscono per me. E’ il diritto di mantenere qualsiasi lavoro io abbia scelto – di avere le stesse possibilità, responsabilità, compensi e ruoli guida in un ambiente non tossico.

Mentre lavoravo come geologa sono stata molestata sessualmente da più di un collega. Sono stata minacciata, intimidita, sminuita, trattata brutalmente, toccata e infine assalita sessualmente. L’aggressione comportò danni gravi, ma quel che peggiorò il dolore fu che la maggioranza dei miei colleghi maschi pensava io non dovessi parlarne. Mi fu detto più di una volta che avrei dovuto aspettarmelo se intendevo lavorare “in una professione per uomini”.

Stiamo ora iniziando ad affrontare l’ubiquità delle molestie e delle aggressioni sessuali. Le donne stanno imparando a darsi forza l’un l’altra su questo fronte, invece di indietreggiare nel silenzio. Questa è la prima volta in cui scrivo pubblicamente del mio essere stata assalita. E’ stato il coraggio che ho acquisito dalle altre donne che parlano apertamente a permettermi di farlo. Dobbiamo creare consapevolezza su questo tema in modo incessante per cambiare il clima dei nostri ambienti lavorativi.

Ci sono un mucchio di problemi su scala istituzionale che oggi fronteggiamo come donne, ma quali sono alcune delle cose che potremmo fare subito per migliorare le nostre vite e le vite delle donne che verranno dopo di noi?

Dobbiamo condividere le nostre storie. Io provavo troppa vergogna dopo aver subito l’aggressione mentre facevo la geologa per parlarne. Me ne sono andata da una professione in cui ero estremamente brava, che amavo e per il cui ottenimento avevo lavorato duro, perché non mi sentivo più al sicuro a livello fisico ed emotivo.

Svergognate, cediamo il nostro potere. Silenziose, limitiamo la nostra arma migliore: la nostra capacità di provare empatia l’una per l’altra e di lavorare insieme. Dobbiamo raccontare le nostre storie. Io scrivo di donne che hanno lottato per l’eguaglianza nella speranza che altre sarebbero state ispirate dalla loro forza. Scrivo pure per onorare la loro forza e il loro coraggio. Ma ho anche bisogno di trovare il coraggio per dar voce alla mia propria storia. Noi, come donne, possiamo sostenerci reciprocamente e costruire un mondo più sicuro e più sano, se non permettiamo di essere ridotte al silenzio dallo svergognamento.

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(Lita Judge)

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