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(“In Fiji, lesbian feminist activist Noelene Nabulivou strives for world ‘liberated and free’”, di Hugo Greenhalgh per Thomson Reuters Foundation, 13 maggio 2020. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Noelene

Crescere essendo lesbica nelle Fiji, stato insulare dell’Oceania, durante gli anni ’70 sembrava abbastanza impossibile, dice la femminista e attivista “climatica” Noelene Nabulivou.

Una cultura machista, basata sulla chiesa, ha significato per Nabulivou – lei stessa figlia di un pastore metodista – non dichiararsi sino al compimento dei 35 anni, non molto dopo l’inizio del nuovo millennio.

“L’ho chiamato il mio obiettivo di sviluppo del millennio.”, dice ridendo su Skype, riferendosi alla lista di ambiziosi obiettivi delle Nazioni Unite, che includevano il dimezzare la povertà estrema e il mettere fine alla diffusione dell’Hiv/Aids entro il 2015.

Ora 52enne, Nabulivou ha una moglie e una figlia di due anni ed è conosciuta in tutto il mondo come attivista contro il cambiamento climatico e come attivista per l’eguaglianza di genere e i diritti delle persone LGBT+ nel suo Paese.

Tuttavia, fa ancora esperienza di discriminazione e abusi, e ha ricordi dolorosi di come è cresciuta in una piccola città vicina a Suva, la capitale dell’arcipelago che conta circa 900.000 abitanti.

“Semplicemente sentivi che (essere apertamente gay) non era una possibilità alla tua portata. Non c’erano modelli di riferimento, in particolare per la mia generazione.”, ha detto a Thomson Reuters Foundation dalla sua casa di Suva.

Le Fiji sono una delle sole otto nazioni che menzionano esplicitamente l’orientamento sessuale e l’identità di genere nelle loro Costituzione, ma in pratica i diritti degli individui LGBT+ sono limitati. I matrimoni fra persone dello stesso sesso e l’adozione da parte di coppie gay restano illegali – Nabulivou e sua moglie si sono sposate a New York – e l’attitudine omofoba persiste.

“Mi hanno sputato addosso; mia moglie ed io siamo state molestate in pubblico; ci hanno tirato pietre sul tetto di notte. Ci sono stati molti episodi durante gli anni. Un quotidiano mi ha fatto l’outing. Ho dovuto lottare contro la chiesa metodista alla radio e in televisione, il che è stato davvero duro per me, che sono una persona molto riservata.”, racconta Nabulivou.

Le Fiji sono state colpite il mese scorso dal forte ciclone tropicale Harold, che ha ucciso due persone e ha distrutto più di 3.000 abitazioni. Il ciclone ha esacerbato l’impatto economico dell’epidemia di coronavirus e le due crisi hanno ulteriormente aggravato la difficile situazione che le persone LGBT+ vivono, dice l’attivista.

Nel mentre il tasso di disoccupazione nelle Fiji, relativo al 2019, si attestava più o meno al 4,5%, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, Nabulivou dice che circa il 62% di lesbiche, bisessuali e transgender o non hanno un lavoro o ce l’hanno precario.

E’ questo tipo di diseguaglianza che Nabulivou combatte nel suo ruolo di consigliera politica e addetta a progetti speciali dell’organizzazione figiana per i diritti umani “Diverse Voices and Action (DIVA) for Equality”, che lei stessa ha contribuito a fondare nel 2011: “E’ cominciato con un gruppo di giovani che sono venuti da me e dalla mia partner e hanno detto: Okay, ci discriminano. Cosa possiamo fare insieme?

Un decennio più tardi, il gruppo sostiene il lavoro di nove sezioni in tutto il Paese, affrontando questioni come visibilità e povertà nonché omofobia e transfobia, ha detto Nabulivou. La parte chiave del suo lavoro, ha aggiunto, è tentare di contrastare le “proporzioni epidemiche” della violenza contro le donne – siano esse lesbiche, bisessuali, transessuali o eterosessuali – nelle Fiji e in altre nazioni del Pacifico: “L’84% delle donne LBT e delle persone “non conformi” al genere (che non assumono i ruoli tradizionali ascritti a maschi o femmine) hanno denunciato violenze da parte dei propri partner, contro i due terzi delle donne eterosessuali.”

Oltre che sui diritti delle persone omosessuali e sulla violenza domestica, Nabulivou organizza campagne su istanze climatiche ed ecologiche, dicendo che molte di queste sfide sono collegate.

“Noi siamo donne che devono lottare contro la povertà, ma vogliamo anche parlare del bullismo nelle scuole o delle esperienze di sviluppo ecologico nel Pacifico. Come esseri umani abbiamo tante cose diverse a cui teniamo. – spiega Nabulivou, che si definisce maniaca del lavoro e dice di aver ottenuto nuova ispirazione dalla sua bambina – Voglio per lei un mondo meraviglioso, in cui possa essere emancipata e libera.”

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L’istruzione è l’arma più potente che si può usare per cambiare il mondo – Nelson Mandela

“Fano, frasi volgari all’alunna. Prof delle medie sotto processo. – L’accusa è maltrattamenti. Vittima una ragazzina di seconda media.”

Il professore è un “figo”, diciamolo: a cinquant’anni sembra appena il fratello maggiore dei suoi alunni. Mostra loro il tatuaggio sul braccio spiegando che lo eccita, gli fa ascoltare Fabri Fibra che inneggia al sesso e alla dodicenne che ha un pennarello in mano, appoggiato alle labbra, chiede a voce alta di fronte all’intera classe: “Stai cominciando gli allenamenti per fare i pompini?”.

I compagni della ragazzina ridono. Ai bulli è offerto un bersaglio legittimato dall’atteggiamento del docente: nei giorni seguenti ripetono ad oltranza la frase alla dodicenne, rendendo la sua vita scolastica così infernale da indurre la famiglia a farle cambiare istituto.

Adesso immaginatevi il professore coinvolto in qualche programma teso a contrastare la violenza di genere diretto ai suoi alunni. Farà un buon lavoro, vero? E’ solo uno a cui piace scherzare e se proprio si deve arrivare in tribunale, be’, allora lui non ha detto niente del genere e i bulletti sosterranno la sua versione:

“E’ stata ascoltata anche una mamma di una compagna di classe della 12enne: «Mi figlia mi disse la storia del pennarello, ma considerandolo uno scherzo». I difensori dell’imputato hanno annunciato la testimonianza di molti ragazzini che negherebbero la frase incriminata.”

Immagino che lo spiritoso e giovanile insegnante sia un po’ frastornato dalla faccenda: nella società italiana di cui fa parte è normale sessualizzare le bambine, è normale svilire ogni femmina – qualsiasi sia la sua età – ricordandole che è mero materiale da scopata ed è normale riderci sopra. A parte quelle stronze brutte sfatte delle femministe, non c’è nessuno che protesti per questo e si sa che quelle vacche protestano solo perché non trombano abbastanza…

campagna bologna

I genitori della vittima sono parimenti consci della situazione, al punto da non aver denunciato in proprio ne’ essersi costituiti parte civile al processo. Probabilmente pensano, non a torto, che la loro figlia abbia già sofferto abbastanza.

Il problema è che nello scenario già descritto la ragazza continuerà a subire assalti sessisti per l’intera sua esistenza. Come ognuna di noi.

L’istruzione è la chiave che apre il mondo, un passaporto per la libertà. – Oprah Winfrey

Maria G. Di Rienzo

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2 novembre 2019: “Milano, abusi sulla figlia minorenne, arrestato un uomo di 44 anni – Il racconto shock di una ragazzina: arrestato il compagno della madre”

Quest’uomo picchiava abitualmente la convivente sino a romperle naso e costole e danneggiarle la milza.

La figlia maggiore di costei, ora quattordicenne, ha subito assalti sessuali dal “patrigno” da quando ne aveva dodici.

La ragazzina nascondeva nell’armadio i fratelli più piccoli quando cominciavano i pestaggi diretti a sua madre. Se i bimbi infatti scoppiavano a piangere, l’uomo li infilava sotto la doccia fredda per farli smettere.

Uno dei fratellini è un neonato, l’unico a essere figlio del 44enne: alla visita medica è risultato in astinenza da sostanze stupefacenti. Pare che l’uomo costringesse la compagna ad assumerle durante la gravidanza.

L’individuo in questione ha un procedimento penale in corso per minacce al giudice che aveva deciso di togliere il neonato ai genitori. Nel 2015 era stato processato per violenze e maltrattamenti nei confronti dell’allora ex compagna. E’ stato assolto in appello, perché “la ricostruzione della donna è stata ritenuta inattendibile”.

Ormai è un classico: faccio da decenni abitualmente una sorta di “giro del mondo” fra inchieste, ricerche, studi sulla violenza di genere e la questione continua a saltar fuori ovunque.

1. Quando le donne condividono o denunciano esperienze di violenza i loro racconti sono troppo spesso ignorati, minimizzati, trivializzati e usati contro di loro – dalle forze dell’ordine, dai tribunali e dai media. Se a giudicarti bugiarda a priori e comunque sempre corresponsabile dei torti che hai subito sono proprio quelli che dovrebbero difendere i tuoi diritti umani, ciò serve da alimentatore della violenza e da deterrente per le prossime vittime. Sono così stanca di doverlo ripetere che potrei mordere il prossimo idiota ululante: “denunciate, perché non denunciate, allora vi sta bene, ecc.”

2. Il segnale più consistente che un uomo sia incline a usare violenza contro le donne è il suo manifestare attitudini patriarcali, sessiste, sessualmente ostili. Tuttavia, se la società di cui fa parte sta al gioco e ciancia di scherzi, ironia-opinione, esagerazioni o menzogne o vittimismo da parte delle donne, mostrando un’assoluta mancanza di empatia, le probabilità che un uomo abbandoni tali atteggiamenti si aggirano attorno allo zero.

Vogliamo fare qualcosa al proposito? Soprattutto, gli uomini vogliono agire? Molto bene.

A livello individuale:

– Cambiate il modo consueto e quotidiano in cui parlate di donne. Al prossimo commento cosce-tette-culo, al prossimo insulto sessista, alla prossima prevaricazione o discriminazione, al prossimo atto di violenza: sottraete attivamente il vostro consenso. No, non ci sto, non mi fa ridere, non voglio discutere in questi termini, non voglio essere complice dei tuoi abusi, se non riesci a mutare quest’attitudine io non voglio parlare con te dell’argomento.

– Cercate le voci delle donne e ascoltatele. Intendo: veramente. Tacete, non intervenite, non interrompete, tenete le mani distanti dalla tastiera – per una volta, ascoltate e basta.

– Esaminate criticamente quanto credete di sapere dell’altra metà del cielo. Vi hanno detto questo e quello, avete letto questo e quest’altro, ma le informazioni concordano o no con le esperienze che le donne vi narrano?

– Fate pratica di empatia mettendovi nei loro panni. Voi non avete paura di uscire quando fa sera. A voi non sono rifilati ogni giorno centinaia di avvisi e consigli su come e dove muovervi, su cosa indossare e perché, su come apparire o scomparire. Voi non siete bersagli predestinati a causa del vostro sesso. Accettereste un’esistenza simile, la trovereste gratificante?

– Unitevi a gruppi / associazioni / forum che discutono seriamente di violenza di genere, agiscono fattivamente in merito e chiedono alla classe politica di intervenire.

A livello istituzionale, se siete fra i decisori:

– Prendete pubblico impegno ad ascoltare e rispondere alle donne e per la loro inclusione nei processi decisionali.

– Espandete la discussione sulla “sicurezza” in modo che diventi più sensata, olistica e inclusiva. La sicurezza delle donne è messa in discussione per l’intera durata delle loro vite dalla violenza di genere.

– Siate proattivi e create spazi per la discussione e la partecipazione.

– Valutate e migliorate leggi, politiche e pratiche.

– Pretendete l’applicazione dei protocolli nazionali ed internazionali già in vigore ma del tutto disattesi.

– Date l’avvio a processi di istruzione / aggiornamento per chiunque entri professionalmente in contatto con donne vittime di violenza: polizia, carabinieri, operatori sanitari, magistrati. Tenete presente che non potete affidare progettazione e organizzazione dei corsi alla prima squinternata in cerca di riflettori che passa. Chi deve tenere il timone sono le organizzazioni e le reti di donne che lavorano contro la violenza.

– Sostenete e finanziate dette organizzazioni e reti.

Maria G. Di Rienzo

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“Io tua figlia la sbatto e la stupro quando voglio, tu non mi puoi fare niente perché sono minorenne, non mi puoi toccare, faccio quello che mi pare perché non sono punibile”.

Così, riporta la stampa in questi giorni, in quel di Perugia un ragazzino avrebbe risposto al padre della 13enne che molestava da tempo mediante “una pesantissima serie di apprezzamenti, inviti e ricostruzioni a sfondo sessuale”. Di sfuggita, vorrei far notare a giornalisti e non che gli “apprezzamenti” in genere non inducono disagio e malessere nella persona che li riceve ne’ riducono la stessa a tette-culo-cosce a cui fare questo e quello: perciò, smettete di chiamare le molestie sessuali “apprezzamenti”, grazie.

La vicenda finisce in cronaca perché il giovanissimo sedicente “stupratore in fieri” ha denunciato il padre della sua vittima per lesioni e minacce, l’uomo nega di averlo malmenato e parla di ritorsione da parte del ragazzo, ma questa è ormai materia per i tribunali e non più di mia competenza. I giornali non specificano l’età dello stalker, tuttavia se è stato in grado di presentare una querela personalmente deve avere almeno compiuto 14 anni (art. 120 del Codice Penale).

Di fianco a questa notizia si può leggerne un’altra che riguarda un ragazzino di Novellara (Reggio Emilia) ancora più giovane:

Aiuto, papà vuole uccidere mamma: 12enne chiama i carabinieri e fa arrestare il genitore. (…)

Le indagini hanno rivelato che l’uomo, dal 2013, sottoponeva a costanti vessazioni fisiche e morali la moglie 35enne, sistematicamente insultata, minacciata anche mostrandole un ascia, e picchiata con pugni, schiaffi e calci anche di notte per impedirle di prendere sonno (…) arrivando a costringerla con violenza e minaccia a subire atti sessuali completi persino davanti ai figli minori”. Papà, tra l’altro, sventolava l’ascia anche di fronte al dodicenne, tanto per fargli capire a cosa si va incontro quando un UOMO a tutte maiuscole è contrariato.

L’Italia, oltre ad avere un’immeritata fama di Paese in cui “guai a toccare i bambini”, ha firmato dozzine di convenzioni e protocolli internazionali riguardanti la tutela dei minori, ha istituito dal 2011 un’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e nel luglio scorso financo una “Squadra speciale di giustizia per la protezione dei minori”. Sono convinta che la maggior parte delle persone che lavorano nell’ambito siano competenti in svariate discipline, sinceramente interessati al benessere dell’infanzia e svolgano il loro lavoro con coscienza: sono meno convinta che sappiano riconoscere il peso che stereotipi e discriminazioni di genere hanno nel creare e mantenere in essere la violenza.

Lo “stalkerino” di Perugia sembra avere in mente un quadro assai chiaro per cui le donne sono fatte per essere sbattute e stuprate. Non distingue la violenza dal sesso. Il fatto che gli assalti sessuali siano reati è solo una seccante convenzione sociale che comunque lui, per il momento, è in grado di ignorare bellamente. Non è unico e speciale in tale atteggiamento: una marea di suoi coetanei la pensa allo stesso modo ed esprime con larghezza sui social media convincimenti identici o similari. Questi sono comportamenti appresi, non inclinazioni naturali, e io non vedo nulla all’opera per contrastare le condizioni in cui essi si formano: cioè, non percepisco da parte delle istituzioni alcun tentativo per rompere con la visione patriarcale del rapporto tra i sessi – il quale, come è evidente nella vicenda del ragazzino di Novellara, fa malissimo alle femmine tutte ma non omette di ferire gravemente un bel numero di maschi.

Adesso immaginate i due adolescenti di fronte a una terza notizia in cronaca negli stessi giorni:

“21 ottobre 2019 – Coccaglio, Brescia: Prende a martellate moglie e figlia, patteggia e torna a vivere accanto a loro. (…) L’uomo ha patteggiato una condanna a quattro anni e sei mesi per tentato omicidio. In giornata lascerà anche il carcere per poter tornare ad abitare nella palazzina della famiglia. Non risiederà nella stesso appartamento di moglie e figlia, che potrà però liberamente incontrare, ma in un’abitazione al piano inferiore.” Il tentato omicidio risale alla scorsa estate.

Perugia: Se dopo averla sbattuta e stuprata tenti di ucciderla, non è una cosa grave. Puoi uscire dal carcere in un paio di mesi. Se la ammazzi sul serio magari qualcosa di più, 6 mesi, un anno? Se resta viva puoi persino continuare a stare con lei o molto vicino a lei… Pensa a come si cagherà addosso, la stronza. E’ ovvio, le donne sono fatte per nostro uso e consumo, non dobbiamo loro alcun rispetto, sono meno che umane.

Novellara: Ma allora a cosa serve chiamare la polizia, chiedere giustizia o risarcimento? Che valore hanno il dolore di mia madre, il mio, quello dei miei fratellini? A mio padre sarà permesso tornare a casa, mi imporranno di incontrarlo, lo imporranno alla mamma? Sembra che le donne siano fatte a uso e consumo degli uomini, non si dà loro alcun rispetto, sono meno che umane.

Maria G. Di Rienzo

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Quando ho imparato

angelica frausto

Ho imparato che l’aggressione sessuale era normale mentre stavo sull’autobus che mi portava a casa dalla scuola superiore.

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Qualcuno ha riso mentre succedeva.

Qualcuno ha lanciato occhiatacce.

Nessuno mi ha aiutata.

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Sapevo che l’aggressione sessuale era una cosa sbagliata…

Perciò forse non era quello che era successo a me.

Se fossi stata davvero assalita qualcuno mi avrebbe aiutata, giusto?

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Ho imparato che l’aggressione sessuale era normale quando l’autista dell’autobus ha continuato a guidare.

(Su sfondo giallo: Anch’io.)

E nessuno ha detto una parola.

Angelica Frausto, 2017 – trad. Maria G. Di Rienzo

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La dipendente del centro sportivo di Verona dice alla stampa che, “come donna”, non si sente “per niente a disagio” per la “bella trovata”: l’immagine di cui parla va in giro sui camion pubblicitari mostrando un fondoschiena mezzo nudo con un timbro su una natica che recita “100% palestra” – il resto della donna non c’è, tanto non serve. La scritta che la illustra è ancora meglio: “Vi facciamo un culo così”. E inoltre, aggiunge l’entusiasta Consuelo, a) se aprite una rivista vedrete “tanti ragazzi a petto nudo” (che però non è un equivalente) e b) la palestra si adegua “a quelli che sono gli standard che si vedono in televisione”.

Non pubblico la foto in questione, che potete ammirare sui quotidiani online e che invece di essere una spiritosa novità è semplicemente la trita e noiosissima ripetizione di centinaia di pubblicità simili, in cui il “culo così” è usato per vendere di tutto – dai lubrificanti alle serate in discoteca. Vi dirò solo che somiglia a questa qui sotto del 2016, che pure pubblicizza una palestra e dice anche al pubblico che ci sono “cose migliori dietro cui essere bloccati che l’auto di fronte”.

gym gb 2016

Sarà evidente, non solo a Consuelo, che i reali destinatari del messaggio-fondoschiena sono gli uomini. Alle donne serve ottenerlo nel suo cosiddetto “centro sportivo” solo per soddisfare le esigenze altrui: non hanno bisogno di quel culo se non per mostrarlo agli uomini e riceverne approvazione. Gli sport non si fanno con le natiche (per quanto sicuramente influenzino tutti i muscoli) e avere quel determinato tipo di natiche non favorirà nessuna grande prestazione atletica – a meno che non si voglia considerare tale il numero di pratiche onanistiche maschili correlate.

La “per niente a disagio” di Verona, però, ha perfettamente ragione quando menziona gli standard televisivi: anche questi con lo sport non hanno una mazza a che fare, ma ormai è chiaro che le donne in palestra ci devono andare per cercare di raggiungerli e non per sfrecciare su una pista o salire poi su un podio.

L’anno scorso (Karsay, Knoll & Matthes) furono resi pubblici i risultati di una meta-analisi di 50 studi che hanno esaminato la relazione fra l’oggettivazione di se stesse delle donne e l’uso regolare di mass media sessualizzati inclusi televisione, riviste, social networks e video games. Le donne ne sono uscite come prodotti / oggetti diretti allo sguardo e alla valutazione maschile (di appeal sessuale), condiscendenti, sottomesse, servili, ridotte in pezzi da mettere in mostra.

Le bambine interiorizzano ideali corporei; le giovani donne sviluppano bassa autostima, disordini alimentari e insoddisfazione rispetto alla propria immagine; le adulte vedono ridursi la loro soddisfazione rispetto alle relazioni e al sesso. Non mi sembra un prezzo equo da pagare per il “culo così”, ma vedete voi.

L’esposizione ai contenuti sessualizzati e stereotipati – dalle pubblicità suddette alla pornografia – non ha però solo influenza su come le donne vedono se stesse, dice il rapporto, ma su come le donne sono percepite dagli altri: “(…) dà forma a credenze e attitudini sulla violenza contro le donne, inclusa la percezione che le donne siano responsabili per detta violenza” e “(…) gli uomini esposti a immagini oggettivate di donne in una varietà di media sono più tolleranti sulle molestie sessuali e la violenza interpersonale, e tendono a reiterare i miti sullo stupro”, nonché più propensi “ad agire in maniera aggressiva nei riguardi di una donna che pensano li abbia respinti”. Non occorre che li rigetti davvero, notate, basta che loro ne siano convinti.

Messaggi di chiusura: a Consuelo convinta che non ci sia “niente di sessista” nei manifesti della palestra per cui lavora – senza offesa, potrebbe e dovrebbe informarsi meglio; agli indignati che non capiscono “cosa ci sia da protestare”: leggete, ve l’ho appena detto.

Maria G. Di Rienzo

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Cosa ci vuole alla classe politica e alla società civile italiane per riconoscere non solo di avere un problema con la violenza di genere, ma di contribuire alla sua gravità fomentandolo, sminuendolo, ridicolizzandolo, giustificandolo e persino esaltandolo?

Pesco a caso dalla cronaca di ieri 16 ottobre 2019, infarcita come ogni singolo giorno di episodi di violenza contro donne e bambine:

“Londra, due italiani condannati per stupro: in un video gli studenti ridevano dopo la violenza”

Ho visto il video. Lorenzo Costanzo e Ferdinando Orlando – 25 e 26 anni – si scambiano un “high five” e si abbracciano dopo aver lasciato una coetanea priva di sensi in un club di Soho. Lei era ubriaca e lo stupro perpetrato nello sgabuzzino del locale le ha inflitto lesioni tali da dover essere sottoposta a intervento chirurgico. Secondo i giornali i due amici avrebbero anche ripreso le loro gesta con i telefonini. Ai giudici hanno detto la solita solfa: “lei era consenziente” – e, non detto ma evidente, come tutte le donne era una troia masochista a cui dev’essere piaciuto immensamente essere lacerata da italici maschioni: dopotutto la violenza estrema rivolta alle donne è il fulcro principale dell’odierna pornografia, che purtroppo è a sua volta il mezzo principale con cui i giovanissimi e i giovani si fanno un’idea di cosa sia la sessualità.

Alle donne piace, quindi, ma gli uomini patiscono molto (probabilmente a causa della dittatura femminazista che impera sul mondo): “Non mi aspettavo una cosa del genere, provo un’enorme sofferenza – ha dichiarato il padre di uno dei due studenti – Vedo soffrire mio figlio per una vicenda che alla base non ha alcuna prova evidente.” A chiosa, i giornalisti aggiungono che la ragazza era troppo strafatta di alcolici per riconoscere senz’ombra di dubbio gli aggressori. Così, un corpo di donna macellato (ma solo un po’, via), video e dichiarazioni degli imputati al processo non bastano: tutti conosciamo ormai le statistiche diffuse da una serie di istituti che vanno dalle Nazioni Unite all’Istat, sappiamo che la violenza di genere è una pandemia e che nessuna nazione ne è immune, leggiamo ogni giorno di vicende efferate e ancora continuiamo a discutere comportamenti e abitudini e tipologia corporea e grado di appetibilità sessuale delle vittime, mettendo sistematicamente in dubbio le loro testimonianze e la loro credibilità – perché un uomo che violenta in fondo non è colpevole di nulla… lei ci stava, lo provocava, a lei piaceva, lei è stata imprudente, lei è stata sconsiderata, non poteva tirarsi indietro all’ultimo momento e così via.

“Pesaro, palpeggia una ragazzina in piazza Puccini. Arrestato.”

Anche qui sono in due e sono italiani (lo specifico in caso mi leggessero per sbaglio i fan di Salvini). Il primo, quarantenne, aggredisce sessualmente una ragazza di 14 anni – a lui perfetta sconosciuta – e il secondo gli fa da palo e da padrino manzoniano minacciando gli amici / le amiche di lei che protestavano.

Cosa fa credere a questi signori, e agli studenti di cui sopra, di essere autorizzati a servirsi della prima femmina che vedono? In primo luogo, il fatto che la violenza di genere è normalizzata e si riproduce grazie a regole sociali: gli stereotipi, le attitudini e le diseguaglianze che riguardano le donne in generale. La violenza sessuale è un derivato diretto della violenza strutturale che consiste nella subordinazione delle donne nella vita sociale, politica ed economica. Tradotto in pratica, costoro sentono di non star facendo nulla che non sia lecito e persino prescrittivo per i “veri” uomini. In secondo luogo, l’esposizione continua alla violenza e alle sue giustificazioni rende gli individui più propensi ad usarla, ad avere comportamenti cronicamente aggressivi e convincimenti che normalizzano e persino romanticizzano le violenza stessa. E’ quest’ultimo il caso del titolo n. 3:

Adria, interrogato dai giudici il marito strangolatore – Lui è in cura per la tossicodipendenza da eroina, la moglie è ancora gravissima.”

I due hanno una figlioletta di quattro anni, la donna ha alte probabilità di morire a 23: lui la sospettava di infedeltà e inoltre, spiegano i quotidiani, “non ha l’atteggiamento di chi vuol negare l’accaduto: ha di fatto ammesso di aver messo le mani al collo alla moglie in preda ad un raptus di gelosia che però potrebbe costare la vita alla giovane cameriera e madre della loro bambina.” Come possiamo ritenerlo responsabile di un tentato omicidio, andiamo, che sua moglie possa morire sembra un semplice effetto collaterale del romanticismo se continuate a leggere: “Quando si è avvicinato alla moglie per chiederle un ultimo abbraccio le avrebbe detto di essersi reso conto che il loro rapporto era finito ma le ha detto che l’amava ancora, che l’avrebbe amata per sempre. Poi ad un tratto, qualche istante dopo, avrebbe aggiunto che nessuno mai l’avrebbe avuta se non avesse potuto più averla lui. Quindi le ha stretto le mani intorno al collo e l’ha lasciata esanime sul pavimento. (…) Quando la ragazza è stata portata via con l’ambulanza, stando al cognato, il marito si sarebbe messo a piangere.”

Una triste storia d’amore, insomma, basata però solo sulla testimonianza di lui – ed è il fatto che sia un lui a renderla immediatamente verosimile: pensate, aveva quasi tentato il suicidio e poi ha persino pianto. Maledetto raptus, cos’hai fatto a quest’uomo innocente? Qua nessuno scandaglia la sua vita privata con il setaccio per sminuirne la credibilità; negli articoli al riguardo persino il fatto che sia tossicodipendente è usato come una scusante. Se invece è lei a essere intossicata (come nel caso della ragazza londinese) be’, se l’è andata a cercare.

La nostra società non ha solo normalizzato la violenza maschile: l’ha resa romantica, erotica ed eroica. La propone ossessivamente come strategia per risolvere i problemi (non pochi politici italiani hanno pesanti responsabilità in questo), la spande a palate nei prodotti televisivi e cinematografici, la spaccia come ingrediente innato e imprescindibile della mascolinità, e poi casca dalle nuvole quando vengono alla luce le “chat dell’orrore” gestite e usate da minorenni.

The shoah party: scambiavano video a luci rosse, immagini pedopornografiche, scritte inneggianti a Adolf Hitler, Benito Mussolini, all’Isis e postavano frasi choc contro migranti ed ebrei.”

Ragazzi, fra gestori e utenti della chat vanno dai 13 ai 19 anni ma sono in maggioranza minorenni che “normalmente non si conoscevano tra di loro ma che condividevano l’inconfessabile segreto di provar gusto in maniera più o meno consapevole nell’osservare quelle immagini di orribili violenze: una neonata di nemmeno un anno seviziata da un adulto, oppure una bambina dall’apparente età di 11 anni mentre fa sesso con due ragazzini, forse di poco più grandi di lei.”

La Procura parla di: “detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, istigazione all’apologia di reato avente per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali”. Se la madre di un tredicenne non avesse scoperto la pedopornografia sul cellulare del figlio e non avesse denunciato, le “scene di una brutalità inenarrabile” avrebbero continuato spensieratamente a circolare. “Abissi di degrado”, tuonano i giornalisti. E’ la “non tanto nuova quotidianità”, rispondo io: dalle cosiddette micro-aggressioni (commenti sessisti / sessualizzati, prese in giro sessiste /sessualizzate, interruzioni aggressive, appropriazione di voci e idee) alle palpate sui mezzi di trasporto e nei luoghi pubblici, dagli assalti nei locali e nelle case allo stupro e all’omicidio – dalla culla alla tomba, passando per il pc e il cellulare, bambine ragazze e donne sono i bersagli privilegiati. La violenza circonda e nutre di veleno maschi e femmine, è nel linguaggio che usiamo, negli “scherzi” (ironia, ironia, e fatevela una risata ogni tanto, prima che la violenza distrugga le vostre vite), nei messaggi dei media che oggettivano le donne e nelle norme di genere che imponiamo proprio a maschi e femmine, tanto per rendere infelici le esistenze di tutti.

La frequente esposizione alla violenza produce un adattamento emotivo: diventa qualcosa di abituale, di “normale”, e l’osservarla è lungi dal fornire uno sfogo mediante aggressioni “simboliche” (che però per chi le subisce nei video sono maledettamente reali): tutte le ricerche effettuate finora dicono l’esatto contrario e cioè che l’esposizione ripetuta alla violenza tende a facilitare l’espressione della stessa. Se poi la violenza è socialmente legata ai concetti di mascolinità, forza, vittoria, sesso, ecc. è inevitabile che spunti di continuo in ogni nostra interazione sociale. Questo è il vero abisso di degradazione collettiva che dobbiamo trasformare e superare.

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(7^ Conferenza mondiale sulle donne nello sport – l’8^ si terrà in Nuova Zelanda nel maggio 2022)

In questi giorni la stampa riporta quasi contemporaneamente l’addio al ciclismo della 25enne Maila Andreotti (venti titoli italiani su pista) e la denuncia di dieci bambine (dai 9 ai 14 anni) giocatrici di pallavolo: molestie sessuali e violenze psicologiche sono lo sfondo di ambo le notizie.

Per quel che riguarda la giovane ex ciclista gli articoli possono entrare nei dettagli – massaggiatori e allenatori guardoni, volgari, dalle mani lunghe e verbalmente violenti; delle ragazzine si sa solo che accusano l’allenatore di essere entrato di notte nelle loro stanze, per molestarle, durante un campeggio estivo.

Ho svolto un po’ di ricerche al proposito e ho scoperto che, a livello internazionale, di violenza di genere nello sport si parla da un bel pezzo, ma le parole – tutte giustissime – continuano a non tradursi in fatti concreti:

1998 – La seconda Conferenza mondiale sulle donne nello sport adotta un documento chiamato Windhoek Call for Action (“Chiamata all’azione di Windhoek”, Namibia, ove si tenevano i lavori), ove si chiede a tutti i soggetti coinvolti nelle attività sportive di assicurare “un ambiente sicuro e di sostegno per le ragazze e le donne che fanno sport a ogni livello, intraprendendo misure atte a eliminare tutte le forme di molestia e abuso, violenza e sfruttamento”;

2005 – Al Parlamento Europeo passa una risoluzione che chiede con urgenza a stati membri e federazioni sportive di “adottare misure per la prevenzione e l’eliminazione delle molestie sessuali e degli abusi nello sport”, fra cui “l’informare le atlete e gli atleti e i loro genitori dei rischi di abuso e dei mezzi legali disponibili al proposito” e “il fornire addestramento specifico agli staff delle organizzazione sportive”;

2007 – Il Comitato olimpico internazionale rilascia un comunicato in cui attesta che:

“Molestie sessuali e abusi accadono in tutti gli sport e ad ogni livello”, “Membri dell’entourage dell’atleta che sono in posizioni di potere e autorità appaiono come i principali perpetratori”, “Le ricerche dimostrano che molestie sessuali e abusi hanno un serio e negativo impatto sulla salute psicologica e fisica dell’atleta. Può dare come risultato la compromissione delle performance e condurre all’abbandono dello sport da parte dell’atleta. I dati clinici indicano come gravi conseguenze malattie psicosomatiche, ansia, depressione, abuso di sostanze, autolesionismo e suicidio”;

2016 – Esce la relazione finale dello “Studio sulla violenza di genere nello sport” condotto da apposita Commissione Europea:

La discriminazione subita dalle sportive di ogni età in ogni disciplina “è endemica”, ha spiegato una delle atlete che hanno partecipato allo studio, “a causa dello sbilanciamento nelle opportunità disponibili, nel denaro investivo, nelle attrezzature fornite, nella copertura dei media, nell’importanza posta sugli eventi, nel modo in cui gli allenatori e i dirigenti agiscono, e dei pregiudizi consci e inconsci che si ripetono ogni singolo giorno”. L’industria sportiva nel suo complesso percepisce le donne che ne fanno parte come inferiori, qualsiasi sia il loro ruolo. Devono superare se stesse e andare oltre ogni limite per essere considerate “qualificate” come i loro colleghi uomini: la società considera lo sport “intrinsecamente maschile”. (Per esempio, se cercate su internet qualcosa come “donne nello sport” per immagini, i primi risultati sono “grid girls”, majorettes, reggiseni, disegni e foto dall’alto grado di oggettivazione sessuale.)

Violenze e abusi, ribadisce lo studio europeo, sono conseguenze dirette della classificazione degradata delle donne.

Maria G. Di Rienzo

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rewrite her story

“Riscrivete la sua storia – Come gli stereotipi di film e media hanno impatto sulle vite e sulle ambizioni alla leadership di ragazze e giovani donne”: questo è il titolo di uno studio condotto congiuntamente da Plan International

https://lunanuvola.wordpress.com/2019/05/18/chi-ci-rende-insicure/

e dal Geena Davis Institute on Gender and Media

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/03/02/se-lo-vedi-puoi-esserlo/

e reso pubblico un paio di giorni fa.

La ricerca ha analizzato 56 film del 2018, di venti diversi Paesi, con record d’incassi e ha ascoltato le opinioni di 10.000 giovani donne in tutto il mondo per capire come queste pellicole le hanno influenzate. Potete leggerla per intero – e vedere il breve documentario relativo – qui:

https://plan-international.org/girls-get-equal/rewrite-her-story

“Sebbene molti siano i fattori che scoraggiano le ragazze e le giovani donne dal perseguire posizioni direttive, l’avere donne leader come modelli ispirativi nei media, così come nella comunità, stimola le ragazze a mirare in alto. – dicono Geena Davis e Madeline Di Nonno nell’introduzione – Se vogliamo vedere più donne in posizioni guida nel mondo reale, le ragazze hanno bisogno di vedere più donne leader nei mondi immaginari dei media dell’intrattenimento.”

Lo studio mostra che tale obiettivo è ancora distante: in pratica, se in un film c’è una donna di potere la si mostra in abiti con profonde scollature e spacchi o seminuda, nel mentre maneggia molestie sessuali e lotta faticosamente per essere ascoltata.

Nelle pellicole esaminate, gli uomini schiacciano le donne per numero (rispettivamente 67% e 33%) e parlano più di due volte tanto, che è la stessa percentuale con cui rivestono ruoli di leadership. Le donne hanno il 30% di possibilità in più degli uomini di indossare vestiti succinti, sono mostrate seminude due volte tanto e completamente nude quattro volte tanto.

Le ragazze intervistate al proposito dicono che i messaggi dell’oggettivazione e della scarsa rappresentazione sono molto chiari: “Sicuramente c’è un impatto – afferma per esempio una diciassettenne peruviana – perché indirettamente i film stanno dicendo alle donne che loro non sono capaci di rivestire ruoli guida nella stessa maniera in cui gli uomini possono farlo.”

Secondo Plan International le ragazze e le giovani “hanno bisogno di vedere se stesse nelle storie che le circondano per raggiungere l’equità di genere e perché la loro capacità direzionale sia riconosciuta e incoraggiata”, pertanto l’ong fa queste raccomandazioni:

– Per esserlo, le ragazze devono vederlo. Bisogna rendere visibili e normali le storie sulla leadership femminile;

– Mettere fine alla sessualizzazione e all’oggettivazione di donne e ragazze sullo schermo;

– Finanziare le registe, le creatrici di programmi e le produttrici e affrontare le molestie e le discriminazioni sul lavoro per incoraggiare le ragazze e le giovani donne a entrare nell’industria dell’intrattenimento ad ogni livello.

Nel rapporto sono comprese diverse interviste proprio a donne che lavorano nel settore, fra cui la regista vietnamita di “The Third Wife” (“La terza moglie”), uscito in Italia il 29 settembre scorso. Il film, ambientato nel Vietnam del 19° secolo, narra la storia di una quattordicenne a cui è imposto il matrimonio. Ash Mayfair, 34enne, ha detto tra l’altro: “Il sapere che le giovani donne hanno necessità di vedere sullo schermo figure femminili potenti e più personaggi che assomiglino loro è la ragione per cui non smetterò mai di fare film. Non smetterò mai di lavorare per portare alla luce più storie di donne, non solo perché sono narrazioni che appartengono al mio genere, ma anche perché sono potenti e preziose esperienze umane.”

Maria G. Di Rienzo

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28/29 settembre 2019, cronaca:

1. “Giorgio Pinchiorri, 75 anni, sommelier di fama internazionale e titolare dell’Enoteca di via Ghibellina a Firenze, è indagato per stalking. Pinchiorri da anni molesterebbe una sua giovane ex dipendente (33enne) che adesso lavora in un altro ristorante del centro storico di Firenze. La ragazza lo ha denunciato più volte e la questura aveva diffidato il sommelier dall’avvicinarla. Ma lui qualche giorno fa è andato di nuovo a cercarla. (…)

La donna era appena uscita dal lavoro, da un ristorante nella zona di Ponte Vecchio, e si stava avviando verso casa in compagnia del fidanzato che, consapevole del passato, la accompagna al ristorante e a casa al termine del turno. Ma, secondo quanto ricostruito, la presenza del fidanzato non avrebbe fatto desistere il 75enne che la stava aspettando sul marciapiede.”

Gli ha detto di no, gli ha ripetuto di no, si è licenziata per non aver più nulla a che fare con lui, lo ha ripetutamente denunciato, va e torna dal lavoro scortata dal compagno: niente, il signore non recepisce i messaggi, ma non perché ha il cervello affumicato da decenni di costosi aromi vinosi – nello scenario patriarcale che ripete ossessivamente il rifiuto di una donna non è previsto, è inconcepibile, bisogna solo insistere perché se l’hai scelta è già tua. Infatti, è dal 2008 che la faccenda va avanti.

2. “Botte e umiliazioni alla compagna, arrestato a Milano al termine di una lite Marco Sarcinelli, 47enne top manager di una nota banca italiana e figlio dell’economista Mario. (…) La donna, con cui Sarcinelli ha avuto due figli, ha spiegato agli agenti che già in passato, dopo liti sempre più manesche, aveva chiesto l’intervento dei carabinieri del Radiomobile. Una volta anche nella loro residenza romana. Ma ogni volta aveva minimizzato, per paura, e non aveva denunciato. (…) Ieri mattina, nel carcere di San Vittore, si è svolto l’interrogatorio di convalida. E davanti al giudice Sarcinelli avrebbe ammesso di aver colpito la donna e di avere dei problemi di dipendenza dall’alcol, ma anche di volersi curare.”

E’ stato il bottiglione, insomma. Gli faceva menare le mani, gli muoveva la lingua in insulti, gli hackerava le mani che scrivevano “troia” sui social media della compagna, lo aveva convinto che lei fosse una schifosa infedele. Però adesso siamo tutti tranquilli e soddisfatti, il tipo ha capito che la salute (la sua) è importante e si curerà. Quanto ci vorrà per guarire alla donna che ha torturato per anni è irrilevante. E francamente non importa un piffero a nessuno.

Se quelli sopra sono gli anziani e gli adulti (ricchi) questi di seguito sono i giovani spiantati:

3. “Bazzano (Bologna), a 11 anni viene aggredita e palpeggiata in stazione. Un ventenne italiano arrestato per violenza sessuale aggravata.”

4. “Milano, ragazzina di 17 anni molestata sul tram e minacciata con una mannaia: «Sei violentabile». Arrestato l’aggressore 24enne (nda: italiano pure lui, a scanso di equivoci).”

In ambo i casi, la bambina e la ragazza hanno reagito, hanno cercato di fuggire e sono state inseguite dagli assalitori. Ma sapete, uno a detta dei testimoni sembrava “fatto” e l’altro ha precedenti penali, per cui il giro è completo: dal finissimo sommelier al coatto di periferia, la fratellanza dei virili predatori patriarcali non può avere fondamento diverso dalla violenza. Purtroppo, nessuno di costoro dichiara di volersi curare da quest’ultima, che è la loro vera tossicodipendenza.

Maria G. Di Rienzo

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