Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘molestie’

In seguito alla vicenda Weinstein, di cui credo siate tutte/i consapevoli, la scorsa settimana milioni di donne hanno condiviso le loro storie relative ad aggressioni sessuali usando l’hashtag #MeToo (“Anch’io”) lanciato dall’attrice Alyssa Milano; l’hanno fatto in italiano con #quellavoltache su iniziativa della scrittrice Giulia Blasi e in francese con #balancetonporc (“Strilla al tuo porco”) grazie alla giornalista radiofonica Sandra Muller (in immagine qui sotto).

sandra muller

La Francia conta annualmente 84.000 stupri, 220.000 aggressioni sessuali e la morte di una donna per mano di un partner violento ogni tre giorni. Il paese ha anche un problema con la definizione di assalto sessuale nei confronti di minori, tale che di recente un 28enne è stato assolto dallo stupro di una bambina di 11 anni: gli è bastato dire in tribunale che lei era consenziente.

Ma la Francia ha anche una Ministra per l’eguaglianza di genere, Marlène Schiappa, che intende raddrizzare un po’ le cose: la bozza di legge su cui sta lavorando – con i giudici francesi e aprendo una consultazione pubblica – comprende il riesame del concetto di “consenso” riferito a minori. Inoltre, intende multare i molestatori. Misure simili sono già all’opera in Argentina e Portogallo. In Olanda, molestare una donna a Rotterdam è un atto punito con tre mesi di galera; dal 1° gennaio 2018, ad Amsterdam, sarà punibile con una multa di circa 190 euro.

“Il punto, – ha spiegato la Ministra francese alla stampa – è che l’intera società deve ridefinire ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Tu non devi seguire le ragazze per due o tre strade di seguito chiedendo loro 20 volte il loro numero di telefono. Ma i molestatori ti rispondono: Oh, ma è mio diritto. Stavo solo chiacchierando con quella ragazza. Le stavo facendo un complimento. Molti di quelli che tormentano le donne non sembrano capire che le loro avance non solo sono indesiderate, ma possono apparire minacciose.”

Marlène Schiappa (in immagine qui sotto) sta pensando a una multa più pesante di quella olandese. Qualcosa attorno ai 5.000 euro, per esempio, se l’offensore è preso “con le mani nel sacco”. Parfait. Maria G. Di Rienzo

marlene-schiappa

Annunci

Read Full Post »

(“As a man with no daughters, here are my views on feminism”, di Jonn Elledge per New Statesman, 11 ottobre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Quando leggo storie su molestie sessuali, la cultura dello stupro o il mansplaining (1), mi sento completamente e decisamente indifferente. C’è una ragione per questo. Io – a differenza degli uomini che dichiarano a voce alta di deplorare il sessismo perché sono padri di figlie – non ho figlie. Come uomo senza figlie, sono del tutto incapace di provare dell’empatia verso qualsiasi donna.

Non è che le donne non abbiano avuto un ruolo nella mia vita. Una delle mie maggiore influenze formative è stata mia madre, la quale non solo mi ha nutrito e vestito, ma si è spinta al punto di crescermi nel suo grembo e persino mi ha partorito. Io ho sempre apprezzato la gentilezza che lei mi ha mostrato, in larga parte perché non avrei mai desiderato passare la mia infanzia affamato e nudo, o non essere nato del tutto. Grazie, madre, per avermi sfornato. Sei stata di grande aiuto.

Oggi molti dei miei colleghi sono pure donne: molte hanno un lavoro nonostante siano donne. Non è grandioso? Io devo ancora imparare a distinguerle l’una dall’altra – penso che una di esse potrebbe essere bionda – ma la cosa importante è che le riconosco come persone con cui lavoro, alle quali inoltre capita di essere donne. Facciamo loro un bell’applauso.

Forse, la mia più grande ragione nel comprendere che alcuni esseri umani sono donne è che la mia stessa moglie lo è: allo stesso tempo essere umano e donna. Sì! Io, un uomo, sono in effetti sposato con una donna. Perciò, lo capirete, l’idea che io in qualche modo possa essere sessista è ridicola. Cosa potrebbe esserci di più femminista dell’essere sposato a una femmina vivente e respirante?

Pur essendo conscio di tutte queste donne ed essendo qualche volta abbastanza valoroso da parlare con loro, mi trovo a essere incapace di provare empatia verso le donne come classe. Non sono del tutto sicuro, infatti, che esistano sul serio. Io sono certo di esistere perché so che posso provare emozioni, come gioia e dolore e la linea della metropolitana di Piccadilly.

Ma le donne provano emozioni proprie? Come possiamo saperlo? Come può veramente saperlo, qualcuno di noi?

Sono umane, poi, le donne? E se lo sono, perché Katy Arbour è stata così stronza con me in cortile, quella volta che le ho chiesto di uscire insieme nel 1994? Perché ha fatto ridere tutti sui miei capelli?

Presto ci sarà la guerra. Milioni bruceranno. Milioni periranno di malattia e miseria. Perché una singola morte dovrebbe avere importanza, al confronto di tante?

Nel mentre non provo al momento empatia per le donne, credo ciò potrebbe cambiare se dovessi produrre della mia progenie. Questo perché mia figlia non sarebbe semplicemente una donna: sarebbe la miniatura di donna di mia proprietà, cresciuta del seme degli homunculi che giacciono in attesa nei miei lombi.

Mi aspetterei quindi che il mondo la rispettasse, in parte a causa del mio naturale impulso genitoriale a proteggerla e in parte per il mio egualmente naturale impulso a vederla in primo luogo come un’estensione di me stesso anziché come un essere umano di suo.

“Le donne meritano rispetto! – direi – Perché alcune di esse potrebbero essere mia figlia!” Questo è il modo in cui noi uomini parliamo quando vogliamo far sapere che siamo uomini buoni.

Si potrebbe arguire che i miei sentimenti per mia madre o mia moglie, o le mie amiche o colleghe o diavolo, non sono mica un sociopatico, dovrebbero significare che sono in grado di concepire le donne come persone – esseri umani che meritano rispetto, tanto quanto le persone vere come me. Al che io risponderei: “Bernie avrebbe vinto. Hillary Clinton dovrebbe tenere la bocca chiusa.”

(1) https://lunanuvola.wordpress.com/2014/07/14/mo-ti-spiego/

Read Full Post »

(“Sexual Assault Survivors Are Caught Between A Rock And A Hard Place”, di Dina Honour, Bust Magazine, ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Dina è una scrittrice statunitense che vive con il marito e due figli in Danimarca.)

rock and hard place

Quando una denuncia di assalto sessuale o molestia che investe qualcuno di alto profilo raggiunge la stampa, potete star sicuri che la macchina del contrattacco andrà a velocità amplificata. Biasimo delle vittime, seguito da svergognamento delle vittime, il tutto circondato da un coro greco di “perché?”.

Perché lei non è venuta fuori prima? Perché non ha semplicemente detto “no”? Perché non l’ha detto a tutti, non ha interpellato la stampa, non denunciato penalmente e non ha difeso se stessa?

Come se fosse la cose più facile del mondo per una donna ergersi da sola nell’arena pubblica, che è già affamata e raglia per avere il suo sangue, e sbattere giù un sistema che ha aiutato e favorito i Golia per le ultime migliaia di anni.

Pure la questione permane, lasciando il retrogusto del dubbio sulle nostre lingue. Perché una donna che è stata umiliata e molestata dal suo capo, una donna che è stata stuprata, una donna che è stata picchiata sino a diventare coperta di lividi, non dovrebbe farsi avanti?

Perché? Perché le donne spesso esistono fra l’incudine e il martello (ndt.: “between a rock and a hard place”, letteralmente “fra una roccia e un luogo duro, difficile”. Trattandosi di metafora la traduzione è esatta, ma lo segnalo affinché sappiate a cosa si riferisce l’Autrice quando più avanti parla di “scheggiare le rocce”).

Una donna esiste in questo spazio ristretto, intrappolata fra due scelte sgradevoli – in qualunque momento si trovi a fidarsi dei suoi propri istinti (e degli istinti comuni trasmessi da donna a donna, generazione dopo generazione) per poter sopravvivere a una determinata situazione. Moltissime volte la situazione non è una minaccia di morte – l’essere zittite da qualcuno che ti parla addosso, l’essere interrotte, il vedere le tue idee rubate senza che ti sia dato credito. L’essere guardate in modo lascivo, toccate senza consenso, consigliate di sorridere. A volte, tuttavia, c’è ben di più in gioco del tuo ego o del tuo nome in calce a una pubblicazione.

E’ decisamente bizzarro pensare che un “NO!” gridato a voce alta basti a fermare uno stupro o un assalto sessuale. Semplicemente, non è vero. Le donne ovunque sanno che non è vero. Ciò che le donne anche sanno è che qualche volta la migliore probabilità di sopravvivenza sta interamente in un’altra direzione. Ma se lei non dice di no, la legge, i tribunali, la società (uomini E donne) presumono un certo livello di consenso.

Morte o stupro?

Sopravvivenza o aggressione?

Stuprata con più violenza o creduta in tribunale?

Incudine e martello.

Anche quando una donna dice “no”, se non è a volume abbastanza alto, ripetuto abbastanza, nel giusto tono, timbro e accordo – potremmo venir fuori con 1.000 differenti richieste – non è sufficiente. Perché? Perché quando una donna dice “no”, tutto quel che serva all’accusato è contraddirla. Se denuncia il fatto rischia che le sue azioni, i suoi vestiti, la sua sessualità, il suo consumo di alcolici e le sue scelte di vita siano messe in questione e giudicate, di solito come cattive… o tenta di muoversi in avanti nella sua vita sapendo che l’accusato l’ha fatta franca. Incudine e martello.

Una donna molestata sessualmente sul lavoro deve decidere se parlarne apertamente con la possibilità di rischiare la sua carriera, una promozione, la sua reputazione professionale. Deve decidere se denunciare il capo palpeggiatore all’ufficio personale vale il rischio. Incudine: capo lascivo che ti palpa il culo. Martello: brutte valutazioni che possono stroncare le sue prospettive di carriera, l’essere segnata sulla lista nera nell’intera industria, l’essere cacciata via dal lavoro.

Una donna in una situazione di violenza domestica deve calcolare le probabilità che il suo partner abusante metta in pratica le minacce di uccidere lei, i suoi parenti o i suoi bambini. Può dover decidere fra l’incudine della miseria finanziaria o il martello di un pugno in faccia a giovedì alternati.

Una donna che è molestata per strada pesa il rischio di reagire. Una donna a cui viene detto di sorridere deve decidere. L’incudine dell’umiliazione e della rabbia? O il martello della concreta possibilità di essere seguita, pedinata, o fisicamente in pericolo?

Le donne sono uccise per molto meno.

Le donne sanno, istintivamente e tramite esperienza, che dire “basta” o “no” a voce più alta, e persino dire qualcosa del tutto, è a volte pericoloso: economicamente, fisicamente, socialmente. Quando lo è, lei è costretta a scegliere l’opzione meno peggiore.

Quando l’opzione meno peggiore è l’umiliazione di dover sopportare il capo porco o degli adolescenti cafoni che ti chiamano “figona”, tu fai questi calcoli nella tua testa velocissimamente.

Quando l’opzione meno peggiore ti permette di sopravvivere, di lavorare, di muoverti in avanti, tu fai questi calcoli.

Non significa che la situazione ti piaccia. O che tu l’abbia provocata. Non la rende a posto. Non la giustifica. Non la fa legittima.

Però, di continuo, la scelta di una donna fra due opzioni schifose è usata contro di lei. Dev’esserle piaciuto. Se davvero la infastidiva avrebbe detto qualcosa. Se fosse vero si sarebbe fatta avanti. Vedo commenti benintenzionati di questo tipo per tutto il tempo.

Se si fosse trattato di me…

gli avrei tirato un pugno

avrei gridato

sarei andata via

avrei lottato con più forza

avrei divorziato

mi sarei difesa

La vita è in bianco e nero per coloro che non hanno mai camminato nelle scarpe altrui.

Contrariamente a quanto dice lo stereotipo, le donne sono abili in matematica. Lasciate che vi racconti dei calcoli mentali fatti dalla maggioranza delle donne in vari momenti della loro vita. Di quelli che comportano il misurare le probabilità di tornare a casa da sola la sera e arrivarci sana e salva e non stuprata. Le probabilità di continuare a camminare liberamente se reagisci a qualche molestia in strada, la sottrazione dell’affitto dal salario che potresti perdere se denunci il tuo collega.

Le donne crescono facendo il conto delle probabilità nel sottofondo delle loro menti. Diventa una seconda natura. Quando ti confronti con situazioni simili, scegli. E la scelta qualche volta si situa fra l’incudine e il martello.

Questo è ciò che le donne negli spazi femministi stanno tentando di dire all’esterno. L’eguaglianza, persino all’interno di leggi che proteggono da cose come l’aggressione e la molestia, è assai più complicata dal semplice dire no, allontanarsi o denunciare. Se tutto quel che serve fossero donne che dicono “no” con maggiore fermezza, il mondo sarebbe un posto diverso. E dannatamente più chiassoso.

E’ ingiusto porre il fardello della sopravvivenza, o di una vita priva di molestie, solo sulle spalle delle donne. Sì, le donne dovrebbero parlare, essere assertive e persino aggressive alle volte. Ma gli uomini devono imparare ad ascoltare.

L’onere non sta sulla donna che non deve farsi stuprare. L’onere sta sull’uomo che non deve stuprare.

L’onere non sta sulla donna che deve dire “No!” a voce più alta, uscire allo scoperto più velocemente, o parlarne. L’onere sta in primo luogo sugli uomini, nello smettere di fare quel che fanno.

In effetti, in tutti quei “perché” ciò che si nasconde fra le righe è questo: perché lei ha lasciato che le accadesse.

Le donne non si lasciano molestare. Le donne non si lasciano stuprare. Non si lasciano picchiare. Queste sono cose che sono fatte alle donne. Sono fatte alle donne da stupratori, violenti, molestatori. Non permettete a nessuno di spostare la colpa, o la responsabilità, o il linguaggio contro le donne.

Quel che state vedendo ora – la reazione, l’oltraggio – non è frutto di una piccola congrega di donne intenzionate a rendere miserabile la vita degli uomini. Le donne non odiano gli uomini. Al contrario, la maggior parte di noi li ama. Siamo sposate con loro, li cresciamo come figli, siamo loro amiche.

Il suono che sentite ora sono le donne che scheggiano le rocce (ndt. l’incudine), che spingono contro i luoghi difficili (ndt. il martello), assicurandosi maggior spazio pubblico. Sono le donne che tentato di forgiare uno spazio più ampio per vivere, amare e lavorare di modo da non essere costrette fra le due opzioni schifose. Incudine. Martello.

Non significa che non ci sia spazio per gli uomini. Significa solo che gli uomini devono diventare migliori nel condividere quello spazio.

Read Full Post »

Caffè corretto molestie

(“4 Cozy Coffee Shops You’ll Still Get Harassed At”, di Loretta Donelan per Reductress, 6 ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

girl in a coffee shop

Non c’è nulla di altrettanto rilassante del sorseggiare un latte macchiato caldo nel caffè del tuo quartiere. Che tu abbia bisogno di un posto in cui svolgere un po’ di lavoro, di un punto in cui chiacchierare con le amiche, o che tu stia solo cercando una pausa nel mezzo di una settimana indaffarata, i caffè sono i posti perfetti in cui riposarsi e poi essere avvicinata da uomini strani.

Fermati in uno di questi quattro adorabili caffè se stai cercando una bevanda calda e compagnia non desiderata.

Il posto in cui tu e le tue amiche andate sempre:

Andare al caffè di tendenza all’angolo è diventato un rituale per te e il tuo gruppo di amiche. Il fatto che siate clienti abituali e che il barista conosca in anticipo la tua ordinazione di un latte alla cannella vi farà sentire a casa, sempre che ciascuna delle tue amiche non abbia già fatto incontri inquietanti con lo stesso identico tipo nei bagni. Almeno, potrete godervi tutte i mattoni a vista – perfetti per le foto!

Il caffè che è abbastanza da tranquillo da poterci lavorare:

Il locale a un paio di isolati dal tuo appartamento ha un caffè grandioso, ma non è affollato e chiassoso come altri posti che ti piacciono. Riesci sempre a trovare un tavolo a cui sedere e a lavorare per qualche ora, e l’ambiente quieto e “studioso” è l’ideale per la concentrazione o lo sarebbe se dei tipi della tua età non stessero sempre a domandarti su cosa stai lavorando rifiutandosi di cogliere il tuo linguaggio corporeo che dice “mi sto concentrando”. Assicurati di assaggiare i muffin – yum!

Quello nella tua città natale, dove conosci i proprietari:

Sei andata al piccolo, accogliente locale nella cittadina dove vivono i tuoi genitori per quel che sembra la tua vita intera. Ogni volta in cui ritorni, sei sicura di imbatterti in qualcuno che conosci, oltre al vecchio uomo raccapricciante che ti dirà che sei bellissima e chiederà se conosci sua nipote. Per fortuna, i biscotti fatti da Nancy sono ancora squisiti dopo tutti questi anni.

Il caffè vicino al tuo ufficio:

Nel mezzo di una lunga, confusa giornata, a volte tutto quel di cui hai bisogno è di fermarti nel confortevole piccolo posto vicino al tuo ufficio. Puoi sederti, controllare il tuo telefono e prenderti una piccola pausa, che sarebbe di certo più rilassante se regolarmente un tizio non si sedesse al tavolo di fronte al tuo e ti fissasse, leccandosi di quando in quando in quando le labbra per qualche disgustosa ragione. Da brividi!

Questi caffè sono i luoghi perfetti per rilassarsi con una bevanda calda e una pasta, e poi per essere scocciate da un uomo. Se stai cercando un posto dove rilassarti senza essere molestata, raccomandiamo la tua stessa casa. E non pensare neanche di passare del tempo in libreria.

Read Full Post »

Ieri, 31 agosto 2017, è stata una giornata assolutamente normale. Cinque casi di violenza sessuale contro donne sono arrivati in cronaca. Tutti sono stati narrati come di consueto: in modo superficiale, stupido e sbagliato. Il che alimenta il substrato di connivenza e comprensione per la violenza di genere, di qualsiasi tipo.

1) “Salento, turista di 19 anni violentata in un villaggio vacanze a Taviano: 27enne fermato”

(…) un rapporto sessuale contro la volontà della giovane, che subito dopo sarebbe riuscita a scappare (…) (il perpetratore ha) conosciuto la diciannovenne, anche lei reduce da una serata in discoteca. L’approccio si sarebbe presto trasformato in un tentativo di rapporto sessuale, che la ragazza avrebbe cercato di evitare subendo però la violenza.

Si chiama STUPRO. E’ un reato. E’ un tipo di violenza le cui conseguenze possono tormentare la vittima per anni, per la vita intera. E’ un tipo di violenza che segna un punto di non ritorno per chi la subisce. Non è un “rapporto sessuale un po’ forzato” in cui comunque i protagonisti se la godono, non è la “trasformazione” di un galante approccio, ok?

2) Nuova aggressione sul lungomare di Rimini. Turista chiama il 112: ”Stanno violentando la mia compagna”

(…) Ad essere presa di mira una coppia di 40enni di Parma appena uscita da un locale. La donna – sotto l’effetto dell’alcol come il compagno – dopo aver subito avance e la sottrazione del cellulare da parte di un 34enne di origine marocchina era stata attirata sulla spiaggia con la scusa di poterlo riavere. Poi l’uomo, colto dai carabinieri sull’atto coi pantaloni già calati, ha cercato di mettere in atto la violenza. (…)

Ah, ecco, era ubriaca, le sta persino bene. Non si è attenuta al codice di sopravvivenza in zona di guerra contro le donne (la zona è ovunque, per vostra informazione) che prevede: addestramento alla lotta senz’armi o con oggetti non creati per essere tali – le chiavi, la borsetta, l’ombrello ecc.; assoluta lucidità, stato di allerta perenne e monitoraggio continuo del territorio; tuta mimetica imbottita come unico capo d’abbigliamento consentito; presenza negli spazi pubblici ridotta al minimo e comunque sempre in compagnia di un cyborg da combattimento, non di un semplice compagno o amico. Inoltre: quelle che ha subito erano MOLESTIE non “avance”, “carinerie” e complimenti. MOLESTIE SESSUALI, punto e basta.

3) “Bologna, aggredisce una donna e la butta a terra: arrestato per tentata violenza sessuale”

(…) La donna, terrorizzata, è stata portata al pronto soccorso e dimessa con una prognosi di cinque giorni. Ai carabinieri ha raccontato che mentre stava tornando a casa, camminando lungo la strada, era stata raggiunta dal giovane che aveva iniziato a molestarla. Nonostante il rifiuto categorico di avere un approccio di qualsiasi tipo, il giovane l’ha afferrata per un braccio, trascinata in una zona buia e dopo averle tappato la bocca e abbassato i pantaloni ha tentato di violentarla.

Come sopra. Se riconoscete che il tipo “ha iniziato a molestarla”, gli approcci non hanno nulla a che fare con la situazione. Si tratta di due sconosciuti, non di due amici/conoscenti al ristorante ove lui le porge a sorpresa una rosa rossa e sussurra “Sono incredibilmente attratto da te”: quest’ultimo è un approccio, spaventare e umiliare un’estranea per strada no.

4) “Anziana 80enne stuprata nel parco in pieno giorno a Milano”

(…) mentre lei stava passando a ridosso del parco dopo che era uscita di casa alle 8 del mattino, l’uomo le si sarebbe avvicinato con una scusa qualsiasi, manifestando l’intenzione di aiutarla, poi trascorsi pochi minuti e fatti pochi passi accanto a lei avrebbe approfittato della situazione facendola cadere e trascinandola con sé.

Altro caso di trasgressione del codice di sopravvivenza, pare. Probabilmente la donna si sentiva protetta anche del mito predominante sullo stupro, e cioè che la violenza sessuale sarebbe in realtà solo un omaggio alla bellezza e alla gioventù e all’essere giudicate sexy – hot – drizzapiselli. Comunque, ottantenne o meno, era in giro da sola, non indossava uno scafandro in titanio e doveva ben sapere che il parco con la sua erba morbida e i cinguettii degli uccellini invitava alle gioie dell’amore… si è messa in una situazione, capite.

5) “Brianza, 17enne violentata in uno stabile abbandonato: arrestato un 22enne, denunciati altri tre”

“L’ha costretta a un rapporto sessuale minacciandola con un coltello. Un 22enne è stato arrestato ieri sera dopo essere stato identificato come autore della violenza sessuale su una 17enne. (…) Con lui, sono stati denunciati per concorso nello stupro altri tre uomini, anche loro marocchini: un 23enne, un 25enne e un 27enne. (…) La ragazza – nata in Italia, anche lei di origini marocchine – li avrebbe incontrati in gruppo nel primo pomeriggio alla stazione di Monza, senza averli mai conosciuti prima. Secondo quanto ricostruito dalla procura, li avrebbe poi “volontariamente e ingenuamente” seguiti (…)

Ecco, sempre come sopra, questa è una tonta. Non ha ancora compreso che ogni uomo, di ogni età, ogni provenienza, ogni stato sociale, è privo di qualsiasi tipo di rispetto nei confronti del sesso femminile, è uno stronzo ambulante senza decenza e senza umanità e qualsiasi cosa dica a una femmina è una menzogna. Volete che noi si creda questo, sul serio?

Gli uomini non stuprano perché lo stupro è “inevitabile” e/o “naturale” e le donne li mettono in condizioni in cui possono farlo, gli uomini stuprano perché pensano di avere il diritto di farlo e che anche se la legge condanna l’azione se la caveranno accusando la vittima di essere stata consenziente e di averli “provocati”. Misoginia e patriarcato hanno insegnato loro questo per millenni: miti sociali, giornalismo e tribunali continuano a ribadire loro che è proprio così.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

La Repubblica, 29 giugno 2017: “Ha lasciato Pimonte, in provincia di Napoli, ed è tornata in Germania, con la sua famiglia, la giovane di appena 15 anni che lo scorso anno subì una violenza sessuale per mano di 12 coetanei tra cui il fidanzato. A rendere nota la notizia è il garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Campania Cesare Romano che, attraverso un comunicato denuncia “l’insensibilità istituzionale dimostrata da chi aveva assunto impegno di interessare gli organi giudiziari sull’epilogo della vicenda e di voler recuperare un più attento protagonismo nell’accompagnare, almeno in questa ultima fase, la minore e la sua famiglia”.”

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/07/28/il-ritardo-e-il-silenzio/

La “condanna collettiva” della comunità per i perpetratori non è avvenuta. Le “iniziative necessarie a proteggere la minore e a sensibilizzare gli adolescenti” locali non sono state adottate. Disprezzo e isolamento “hanno aggravato il disagio psicologico” della ragazza al punto che “la famiglia ha deciso di abbandonare il paese di Pimonte”. E, conclude il garante, “chi ha avuto il coraggio di denunciare è costretto ad abbandonare la comunità dove era rientrato con entusiasmo e dopo tanti sacrifici, mentre gli autori dei fatti denunciati, che sono stati messi alla prova nello stesso Comune, continueranno a scorrazzare indisturbati. Questo il modello per i nostri giovani? Questa la giustizia? Questa la protezione?

Quando si tratta di donne e di violenza sessuale, sig. Romano, purtroppo la risposta è sì. Il quotidiano che riporta la sua denuncia dice che anche che all’epoca dei fatti qualcuno, tra i genitori dei violentatori minorenni, si permise di dire che la giovane “se l’era cercata”. Sicuramente lei ricorda abbastanza dettagliatamente la vicenda per sapere che l’umiliazione sistematica della ragazza era cominciata quando gli stupri ancora continuavano: i giovani delinquenti che le infliggevano violenza fisica la fermavano per strada per farle subire anche la violenza psicologica di commenti denigratori e battute squallide. Erano sicuri – e lo sviluppo della vicenda dà loro ragione – che a dare la responsabilità alla vittima non sarebbero stati solo i loro genitori.

Perché? Perché lo stupro e l’aggressione sessuale sono equiparati al “sesso tout court” nell’opinione pubblica e in modo così pervasivo che i membri delle istituzioni da lei giustamente riprese come “insensibili” non possono chiamarsene fuori – a meno di non fare uno specifico sforzo in quella direzione: istruendosi, informandosi, smantellando i propri pregiudizi e riconoscendo che essi hanno la propria radice nel sessismo e nella misoginia.

Se le molestie in strada sono “apprezzamenti”, se i commenti volgari sulle donne in pubblico sono “divertenti”, se la violenza sessuale nelle relazioni è “erotica”, lo stupro di gruppo continuato per mesi di una quindicenne non può che essere un “complimento”: valida il livello di attrazione di costei per l’altro sesso, che è attualmente – e in Italia in maniera particolare – l’unico valore ascrivibile a una femmina umana.

Ma se ancora quest’ultima non ringrazia e si ribella, basta buttarle addosso la responsabilità di quanto altri le hanno fatto: la società italiana trova molto più facile stigmatizzare il comportamento della vittima (abbigliamento, attitudini e abitudini, carattere ecc.) che chiedersi come mai continua a crescere al proprio interno un numero così alto di stupratori e molestatori.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

La notizia in sé – presente sulla stampa estera il 20 giugno u.s. – non ha niente di clamoroso o di speciale: si potrebbe riassumere come sessismo e aggressione sessuale normalizzati. Tuttavia, si presta a un minimo di riflessione.

Siamo a Brisbane, Eaton Hill Hotel, durante lo spettacolo finale del tour australiano del rapper YG (statunitense, 27enne, al secolo Keenon Daequan Ray Jackson). A un certo punto, lui e i suoi compari “musicisti” cominciano un coro diretto alle femmine presenti: “Mostrate loro (agli uomini) le tettine”.

YG prende di mira in special modo le ragazze che per vedere meglio lui e la sua band sono a cavalcioni sulle spalle di maschi. “Vedo che delle signore stanno su spalle altrui. Non sedete su quelle spalle se non mostrate loro le tette.”

Una lo fa. E il rapper le urla: “Baby, baby, baby, sembra che tu abbia punture di zanzara, è meglio se tiri giù quel culo (e cioè che scendi, perché le tue tette non sono abbastanza “belle”).” Il lancio simbolico di merda sulla fan che ha obbedito alla richiesta è salutato con ululati di gioia e risate dal pubblico.

A questo punto, un membro del suo personale di scena lo avvisa che ci sono minori presenti fra il pubblico. “Oh cazzo, siete tutte minorenni. – si lamenta YG dal suo microfono – Non posso scopare con voi tutte.”

Immagino che dovremmo prenderla sul ridere, vero? Questo stronzo misogino dall’ego pompato e i suoi sodali stavano solo scherzando. L’audience ha semplicemente colto il loro finissimo umorismo, accordandosi a esso. Il fatto che una marea di uomini non riescano a divertirsi se non degradando l’altra metà del genere umano è qualcosa che sperimentiamo ogni singolo dannato giorno, ci basta accendere il computer o la televisione, ci basta sfogliare un giornale o prendere l’autobus o andare al cinema o andare al lavoro. Molte donne tentano di ballare a questa musica: vogliamo essere lasciate in pace, vogliamo non essere escluse, vogliamo rispondere al persistente comando sociale che ci impone di essere gradevoli, piacevoli, “belle” (scopabili) ecc. e siamo persino in grado di fare salti mortali di logica restando immerse nella melma di insulti in cui ci invischiano: E’ stata una libera scelta – Mi sono divertita – So stare allo scherzo – Non sono mica una di quelle noiose bacchettone femministe che non si depilano e odiano gli uomini!

Sì tesoro. Hai pianto unicamente quando eri sola. Ti sei guardata allo specchio e ti sei odiata per la centomillesima volta. Hai cercato su internet medicine, esercizi, diete, informazioni su interventi di chirurgia plastica per “migliorare”… perché quelle “tettine” non sono tue, sono del primo uomo che passa e giudica e un deficiente qualsiasi può chiederti dal palco di compiere la “libera scelta” di mostrargliele.

Glielo devi. Lo devi a tutti i maschi. Stai seduta sulle loro spalle non solo durante i concerti, sai. Sono loro che lavorano duro per mantenerti e proteggerti, pur sapendo che sei solo una zoccola e che prima o poi li tradirai e dovranno anche fare la fatica di rimetterti in riga.

Lo so, te l’hanno ripetuto sino allo sfinimento. Non c’è quasi nient’altro di diverso che tu possa sentire. Questo è il mondo in cui vivi. Ma, sorella, è sul serio il mondo in cui vuoi vivere? Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: