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Posts Tagged ‘molestie’

“Quando una bambina vi dice che un uomo l’ha toccata in modo inappropriato, o che l’ha molestata…

Quando una donna vi dice che un uomo l’ha stuprata, o l’ha molestata sessualmente…

Perché come prima cosa mettiamo in discussione la veridicità di quell’esperienza, per la cui condivisione da parte della bambina o della donna possono esserci voluti grande coraggio, il rendersi vulnerabili e il mettersi a nudo? Perché stiamo subito a ponderare quanto danno questo può portare all’uomo in questione?

Quando un bimbo maschio vi dice che un uomo l’ha toccato in modo inappropriato, o che lo ha molestato, o che lo ha stuprato… Cosa ci induce a credere immediatamente al bambino, ad arrabbiarci e a cominciare a fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa giustizia al bimbo stesso?

Perché non possiamo credere immediatamente anche alle nostre bambine e donne, e fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa loro giustizia? Perché?

Perché tutte le volte, in tutte le circostanze, non svergogniamo il perpetratore e forniamo guarigione, cura e sostegno ai/alle sopravvissuti/e – tutti/e?

Come mai la reputazione di un uomo diventa una questione così critica, quando è accusato di aver perpetrato violenza sessuale contro donne e bambine, che noi volontariamente e talvolta ciecamente trascuriamo l’umanità di quelle donne e bambine?

Che tipo di società abbiamo creato per noi stessi?

Dov’è la protezione del valore e della dignità di donne e bambine?

Io voglio per donne e bambine una Giamaica differente. E spero che l’Esercito del Tamburello (#TambourineArmy) creerà la Giamaica differente di cui c’è bisogno.”

Così una delle “capitane” di questo nuovo gruppo di attiviste, Stella Gibson, spiega ciò che sta a cuore alle sue aderenti.

esercito-del-tamburello

Il nome scelto non è casuale. Dalla fine del 2016, quando un pastore 64enne della chiesa moraviana (confessione protestante) è stato beccato mentre assaliva sessualmente una ragazza di 15 anni all’interno di un’automobile, molti altri casi simili sono venuti alla luce. Il 9 gennaio scorso, le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale da parte dei sacerdoti hanno protestato di fronte alla chiesa suddetta e nel battibecco che è nato fra i dimostranti e il leader moraviano Paul Gardner, quest’ultimo si è preso un colpo di tamburello in testa. Gardner e il suo vice presidente hanno dato le dimissioni pochi giorni dopo, in quanto sono entrambi indagati per abuso sessuale di minori.

L’Esercito del Tamburello mira a costruire “una della più grandi coalizioni di organizzazioni e individui in Giamaica che lavorino per rimuovere la piaga dell’abuso sessuale, dello stupro e di tutte le altre forme di violenza sessuale contro bambine/i e donne”. Una delle strategie che il gruppo sta usando è l’hashtag #SayTheirNames (Dì i loro nomi) tramite il quale le donne sono incoraggiate a farsi avanti e a raccontare le storie degli abusi subiti nominando i perpetratori. Ma non usano solo le loro tastiere: il 6 febbraio 2017 hanno organizzato una campagna di protesta vestendo di nero, l’11 marzo prossimo terranno la Marcia di Potere delle Sopravvissute, stanno già tenendo Circoli di Guarigione per le vittime di violenza e stanno creando connessioni ovunque sia possibile per far pressione sui legislatori affinché la legge contro i reati sessuali sia resa più efficace.

Buon lavoro, amiche. Chissà che il tamburello risuoni (metaforicamente) su moltissime altre teste. Maria G. Di Rienzo

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kafa

Questo è il logo di “KAFA (BASTA) violenza e sfruttamento”, un’ong femminista e laica della società civile libanese che cerca di creare una società libera dalle strutture patriarcali sociali, economiche e legali che discriminano le donne. KAFA è stata fondata nel 2005, i suoi scopi sono eliminare ogni forma di violenza e sfruttamento contro le donne e costruire una sostanziale eguaglianza di genere. Perciò, gestisce due centri di sostegno alle donne a Beirut e nella valle della Beqāʿ nonché un rifugio per le vittime di violenza (la cui ubicazione è protetta) e lavora per contrastare prostituzione e traffico di esseri umani.

I centri di sostegno accolgono le donne qualsiasi siano la loro provenienza o storia e forniscono loro non solo informazioni: corsi, istruzione, aiuto psicologico e legale, persino attività di svago – gratuitamente. Data la situazione in Siria, negli ultimi anni hanno ricevuto com’è ovvio molte donne da quel paese. Il 25 gennaio scorso, Kvinna till Kvinna ha pubblicato un articolo di Ida Svedlund e Cecilia Samuelsson che racconta la storia di una loro, “Leila” (il suo nome è stato cambiato per garantire la sua sicurezza).

Leila ha oggi 39 anni ed è fuggita dalla Siria tre anni fa, quando la sua città è stata bombardata e suo marito è morto; ha cinque figli, tre femmine e due maschi. “La fuga mi ha esaurito completamente ed ero già traumatizzata dalla guerra. I bambini non stavano meglio, la più piccola si bagnava di notte, ma grazie all’aiuto che è stato dato loro da KAFA questo non succede più e tutti oggi stanno molto meglio.” Leila ha trovato una casa in affitto e ha lavorato per qualche tempo come domestica, ma le pesanti molestie del padrone di casa e di suo figlio sono diventate intollerabili al punto da costringerla a licenziarsi. La sua situazione economica, già precaria, si fece difficile: “Il primo anno le Nazioni Unite ci davano un po’ di cibo, poi hanno smesso.”

A questo punto le femministe (che come certo saprete sono bieche, misandriche, anacronistiche, frustrate, inutili…) di KAFA sono intervenute di nuovo, offrendole un salario per entrare come educatrice in uno dei loro programmi: “Il progetto coinvolge al momento circa trenta donne. – spiega la coordinatrice Hind – E’ mirato a prevenire la violenza di genere e i matrimoni di bambine, due problemi che si sono aggravati a causa della povertà, dei conflitti e delle migrazioni forzate dagli stessi. Tramite il progetto stimiamo di riuscire a raggiungere almeno 3.000 donne.”

Leila terrà i suoi incontri in diversi punti della valle della Beqāʿ: “Parlerò di che possibilità ci sono di avere qui istruzione e lavoro e tratterò di soggetti come i matrimoni precoci, la violenza contro le donne e la salute, e qualsiasi altra cosa le donne vogliano discutere. – spiega Leila – La violenza di genere è assai diffusa in Siria come in Libano. Frequentando KAFA ho imparato a riconoscere la violenza psicologica, so che le parole possono ferire come ti ferisce la violenza fisica. Perciò, ora sono molto attenta a scegliere i termini quando parlo ai miei bambini. Il lavoro dell’organizzazione contro i matrimoni di bambine mi tocca profondamente. Io mi sono sposata quando avevo 17 anni e sono diventata madre molto presto. E’ un destino che non auguro alle mie figlie. Penso che i loro studi abbiano la precedenza.”

Leila adesso riesce anche ad avere del tempo per sé. Ha cominciato a praticare lo yoga, una cosa che le piace davvero: è un corso offerto da KAFA, ovviamente, “un luogo in cui mi sento sicura e apprendo così tante cose. Sono davvero grata per questo.”

Mannaggia, ma quando troveranno il tempo per odiare gli uomini, spettegolare sugli uomini e lamentarsi di non essere notate dagli uomini queste femministe libanesi?

Maria G. Di Rienzo

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Il narrare storie è un modo assai efficace di entrare in relazione con altre persone e di creare cambiamenti e differenze negli spazi più vulnerabili delle nostre vite. L’impatto che possiamo avere condividendo le nostre storie tramite vari media è sempre significativo e può essere catartico sia per chi la storia la racconta, sia per chi la storia l’ascolta.

Ma ci sono storie che – ti dicono – non si possono raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – è meglio non raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – se sei proprio intenzionata a narrare devi cambiare un poco, ammorbidirle qui e là, addomesticarle, decorarle, corredarle di precisazioni e dichiarazioni di principio e scuse e sottolineature (quest’uomo ha fatto la tal cosa, ma sappiate che io non credo affatto che TUTTI gli uomini…), adattarle alla tua “zona” politica e sociale. Eccetera, eccetera. Io non intendo farlo.

Nei giorni in cui sono stata lontana da questo spazio, vi confesso, ho combattuto con il desiderio di chiuderlo. Ho come minimo due/tre attacchi di tachicardia al giorno che sovente mi paralizzano. Non riesco a concentrarmi per periodi lunghi. Sto facendo fatica a scrivere. Il mio ultimo romanzo, che dovrebbe essere finito da mesi, è stato stracciato tre volte ed è ridotto a brandelli che non riesco a rimettere insieme. Per la prima volta in vita mia sto prendendo tranquillanti. Perché?

Perché da sette mesi l’inquilino del piano di sopra – che non ha un lavoro fisso – martella furiosamente i pavimenti (i quali sono ovviamente i miei soffitti) con una media di 29 giorni su 30 e picchi di 25 volte al giorno. A qualsiasi ora. Mi sveglia a mazzate durante la notte o al mattino. Mi fa saltare sulla sedia su cui sono ora. Mi fa cadere di mano pentole, libri, tazze di caffè.

I bombardamenti avvengono sempre “a freddo”, senza preavviso, senza essere collegati ad alcuna delle mie attività. Esattamente come avvenivano le aggressioni in casa mia quando ero bambina. Non ho controllo sulla mia vita. Non c’è comportamento che posso cambiare per evitare l’assalto. Posso solo subire. L’inquilino precedente è scappato dopo cinque mesi di trattamento, io sono ancora qua, ma in che condizioni ve l’ho appena detto.

Gli ho fatto qualcosa, io, al tizio? No. Non ho neppure mai risposto facendo rumore. E’ malato? Non sono una psichiatra, ma lo ritengo assai probabile. E’ pieno di odio e di rabbia? Basta guardarlo in faccia e sentire come urla ogni singolo giorno per rendersene conto. Ma se gli si chiedono spiegazioni sul suo comportamento posa da vittima: è un immigrato, è musulmano, gli danno fastidio, vogliono impedirgli di pregare, è colpa degli altri che sono cattivi e razzisti.

E io mi rivedo in mezzo al gelo dell’inverno, a far da ponte fra gli immigrati che avevano occupato un ex seminario e l’amministrazione comunale affinché fossero aiutati e non cacciati. Mi rivedo fondare l’Osservatorio antirazzista delle donne. Rivedo il mio compagno fronteggiare da solo una fila di naziskin che avevano deciso di impedire un volantinaggio antirazzista. Lo rivedo dar battaglia da politico e sui giornali per difendere proprio il diritto di pregare per i musulmani della nostra città (e sapete quanto atei siamo in famiglia). Rivedo il giorno in cui scrivemmo la mail che diede inizio a una manifestazione antirazzista di 5.000 persone. E rivedo quella sera in cui ci siamo eccezionalmente concessi una pizza fuori – era il nostro anniversario – e rivedo il cameriere straniero che lo riconosce e lo ringrazia perché “è amico degli immigrati”. Rivedo il sorriso del cameriere, affettuoso, sincero. Devo aggrapparmi a quel sorriso.

Quando la tachicardia non mi incolla a tremare dove mi trovo, fuggo da casa per evitare i bombardamenti. Cammino moltissimo, distante, senza meta. A volte è utile: vedo un discount, mi ricordo che manca lo zucchero, entro. In uno di questi casi, un paio di settimane fa, stavo adocchiando dei biscotti (valutando se me li potevo permettere) quando una cliente si è messa a urlare alla cassa. Diceva che la cassiera le aveva dato il resto per dieci euro quando lei aveva pagato con venti. La cassiera le chiedeva di non gridare, controllava, ribadiva gentilmente che il biglietto era da dieci. La cliente dotata di “hijab”, il cui accompagnatore maschio a questo punto se la squagliava, ha insistito ululando: “Io sono musulmana e non dico bugie.” (Cioè sono la vittima, intrinsecamente superiore, delle cassiere non musulmane truffatrici, come se queste ultime fossero le proprietarie del discount e non delle semplici lavoratrici che, come vedremo, dai conti sbagliati possono solo rimetterci.)

“Ma perché tirate fuori sempre questa storia? – ha chiesto la cassiera – A me non importa se siete bianchi, rossi, neri, verdi, siete clienti.” Per farla breve, non appena la cassa si è liberata la cassiera ha effettuato il controllo completo sugli incassi: non c’erano soldi in più. La musulmana impossibilitata a mentire dalla sua religione (magari fosse così, creatura: mentono musulmani, cristiani, cattolici, buddisti, agnostici e senzadio e quel che vuoi – perché sono/siamo esseri umani) ha provato a insistere: “Io sono in Italia da dieci anni e i soldi li conosco.”, ma poiché la cassiera non aperto il proprio borsellino per dargliene, se n’è infine andata.

La giovane donna alla cassa era sconvolta e sudata. Parlando con un’amica che si era avvicinata per confortarla ha detto: “L’altro giorno un vecchietto mi ha fatto lo stesso trucco, ci sono cascata e i soldi ho dovuto rimetterceli io.” Quando è arrivato il mio turno, con biscotti, le ho detto: “Io adesso le sto dando venti euro, sono atea e racconto un sacco di balle”. Finalmente ha riso. Volevo vederla ridere. Devo aggrapparmi anche a questa risata.

Adesso date un’occhiata a questo scambio avvenuto su una pagina “progressista” di FB qualche giorno fa, il focus era il razzismo (ho ridotto i nomi e le cascate di puntini di sospensione, non sono intervenuta sui testi):

Samir: (…) ma a noi ce ne sbatte il cazzo. Le vostre Donne ce le scopiamo ugualmente

Gessica: Samir forse ti scopi le italiane perché le donne italiane non sono di proprietà di qualcuno. Non sono “le vostre” donne, di voi italiani. Ma di conseguenza nemmeno le “tue”. Funziona così.

Samir: Carissima, io non intendevo le Italiane, intendevo le fidanzate degli razzisti. È diverso

Pasquale: Samir… le donne non sono di nessuno, nemmeno dei razzisti, ogni essere umano appartiene a se stesso!

Samir: Devo farvi un disegno per farvi capire?

No, Samir, del disegnino hai bisogno tu. Se devi scopare qualcosa va’ a spazzare la cucina, fare sesso con una donna è un’altra faccenda, comporta rispetto e consenso, e non significa usare la proprietà di un altro maschio. Come hanno cercato di spiegarti, stiamo parlando di esseri umani. Tu sei un essere umano. Le fidanzate dei razzisti sono esseri umani. Persino i razzisti sono esseri umani. In quanto tali avete tutti inalienabili diritti sanciti da una Dichiarazione assai famosa del 1948. In quanto tali, potete tutti compiere azioni sbagliate, mentire, usare violenza, uccidere, o potete scegliere di compierne altre: sono le vostre azioni che io giudico e l’impatto che esse hanno su altri esseri umani, non la vostra provenienza, non la vostra fede o la vostra mancanza di fede, non il colore della vostra pelle, non il vostro genere o il vostro orientamento sessuale. Troppo spesso, presi a bersaglio per una o più d’una di queste caratteristiche, gli esseri umani soffrono violazioni atroci dei loro diritti. Ho imparato parecchio al proposito, come donna, come attivista, come femminista e sulla mia stessa pelle, e se c’è una cosa che ormai so con certezza è questa: nessun ammontare di disprezzo e dolore che tu puoi infliggere ad altri cancellerà quelli che sono stati inflitti a te.

E questo è l’avviso che darei al mio persecutore del quarto piano, se ascoltasse, e a tutti quelli/e come lui che posano da vittime per sfuggire alle loro responsabilità: l’errore più grande che puoi commettere sulla strada della liberazione è cercare di assomigliare ai tuoi nemici. Maria G. Di Rienzo

P.S. Non è ancora “l’anno prossimo”, lo so, ma sentivo di dovervi una spiegazione.

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(“I have never been sexually assaulted”, di Deirdre Pearson per “Feminist Current”, 21 novembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Deirdre è una studente universitaria statunitense.)

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Non sono mai stata aggredita sessualmente.

Quando avevo 5 anni frequentavo un asilo familiare, gestito da una donna che aveva un figlio maschio e alcune figlie (la combinazione fra l’età che avevo all’epoca e gli anni che sono trascorsi mi impedisce di ricordare con precisione quante). Le figlie della donna erano più vecchie di me, ma più giovani del ragazzino. Lui avrebbe potuto essere in terza media o persino alle superiori – per me, era solo un “ragazzo grande”.

Questo ragazzo non mi piaceva perché mi forzava a star seduta in braccio a lui e non mi lasciava alzare, facendo ridere gli altri bambini mentre le sue sorelle dicevano che io gli piacevo. Aveva un roditore come animale da compagnia – un criceto o un gerbillo, forse – in una gabbietta sul comò della sua stanza da letto. La promessa di tenere in braccio questa piccola creatura fu irresistibile, così lasciai che mi guidasse nella sua stanza, della quale chiuse prontamente la porta a chiave.

Le mie mani erano sul comò per tenermi salda quando sentii che i miei jeans venivano rapidamente abbassati. Immediatamente cominciai a piangere e il ragazzino, incapace di calmarmi, mi permise di tirarli e su e aprì la porta per farmi uscire.

Ho frammenti di altri ricordi del mio periodo in quell’asilo, anche se sono annebbiati: io distesa sul suo letto che guardo l’orlo delle mie mutandine a fiori spuntare dai miei pantaloni slacciati; il fingere di avere mal di stomaco perché così mi sarebbe stato permesso restare in cucina con sua madre a bere Pepto-Bismol (Ndt.: farmaco a base di subsalicilato di bismuto usato per fastidi gastrointestinali leggeri) sino a che mia madre veniva a prendermi.

cos’altro è accaduto che io non riesco a ricordare?

Implorai mia madre di mandarmi in un altro asilo, ma non le dissi perché. Ero profondamente imbarazzata e non avevo parole per descrivere quel che era successo.

Non sono mai stata aggredita sessualmente.

Avevo otto anni e stavo andando in bicicletta su una strada maestra della mia città quando un gruppo di uomini in auto mi passò accanto. Non li avrei neppure notati se uno di loro non mi avesse urlato: “VOGLIO LECCARTI LA PASSERA!” dal finestrino abbassato. Gli uomini probabilmente risero e dimenticarono rapidamente l’episodio, ma io no. Le parole bruciavano nel mio stomaco e, di nuovo, ero io quella che provava vergogna. Non ero neppure arrabbiata con quest’uomo e i suoi amici, solo imbarazzata dal fatto che fosse accaduto a me. Come risultato, non l’ho mai detto a nessuno e, ad ogni modo, quale crimine era stato commesso? Nessuna denuncia fu fatta.

Non sono mai stata aggredita sessualmente.

Un giorno, quando avevo 13 anni, stavo camminando nel corridoio fra le classi della mia scuola. Ero sola e vidi un ragazzo che non mi piaceva camminare verso di me. Lui e un altro dicevano spesso cose oscene alle mie amiche e a me. Una volta ci avevano seguite per strada per un bel pezzo, parlando ad alta voce di quel che avrebbero potuto farci, vantandosi che non saremmo state in grado di impedirglielo.

Quando mi si avvicinò nel corridoio, io mi spostai verso il muro per distanziarmi da lui il più possibile, ma non servì. Il ragazzo mi schiacciò contro il muro, mi bloccò le braccia che erano piene di libri. Avvicinò la sua faccia alla mia e infilò una mano sotto la mia camicia, strofinando il cavallo dei miei jeans con l’altra.

Mentre entravo nella mia classe la mia faccia bruciava di vergogna e speravo che nessuno avesse visto niente. Quando mi chiesero se c’era qualcosa che non andava mi rifiutai di ammetterlo. Mentii e dissi che non mi sentivo bene. Non sfiorò neppure la mia mente la possibilità di dirlo a qualcuno. Ero completamente umiliata. Nessuna denuncia fu fatta.

Non sono mai stata aggredita sessualmente.

Quando avevo 15 anni, conoscevo un ragazzo di un paio d’anni più grande di me il cui padre ci permetteva di bere in casa sua. Perciò è quello che facevamo… un bel po’.

Un pomeriggio ero lì a bere con due ragazzi e bevvi tanto da star male. Vomitai oltre la staccionata del portico frontale, tanto ubriaca ero. Uno dei ragazzi (che più tardi sposò una mia amica) si mise dietro di me, mi slacciò il reggiseno e mi palpò i seni mentre rigettavo.

La mattina dopo, ricevetti una chiamata telefonica da un’amica: mi disse che il ragazzo aveva detto a tutti che avevamo fatto sesso. Io non riuscivo a ricordare molto di quel che era accaduto, ma sapevo che questo non era vero. Avevo le mestruazioni e non avevo portato tamponi con me, ma quando mi ero svegliata il mio tampone era esattamente dove lo avevo messo prima di cominciare a bere.

Non potevo parlare a nessun adulto di quel che lui aveva fatto – io non avrei dovuto bere e non volevo avere guai o farli avere al padre del mio amico. All’epoca, credevo il bere un segreto che doveva restare nascosto. “Svenuta o fatta svenire” erano inoltre, in quegli anni, situazioni ritenute valide per i ragazzi per fare sesso. Nessuna denuncia fu fatta.

Non sono mai stata aggredita sessualmente.

A 18 anni, vivevo con il mio ragazzo. Una notte, andai a dormire prima di lui. Ero profondamente addormentata dalla mia parte del letto quando dovetti svegliarmi perché lui mi stava penetrando da dietro, dopo avermi sfilato le mutande. Ero scioccata, ma non mi è passato per la testa che fosse stupro. Lui era il mio ragazzo.

Quando gli chiesi che stava facendo, mi accusò di farlo aspettare troppo per il sesso e mi pregò di lasciarlo finire. Lo feci. Anni dopo, quando già lo avevo lasciato, una vicina di casa mi disse che l’aveva stuprata. Nessuna denuncia fu fatta.

Non sono mai stata aggredita sessualmente.

Io continuo a ripetere questa frase perché nessuno degli incidenti descritti è incluso nelle statistiche della violenza sessuale contro donne e bambine. Sono ben lungi dall’essere l’unica. Sono sicura che ogni donna può collegarsi ad almeno uno di questi incidenti. E la maggioranza di essi non sono mai denunciati.

Ci sono moltissime ragioni sul perché bambine e donne scelgono di non dire a nessuno degli assalti sessuali che subiscono. Non lo diciamo perché non capiamo che sta succedendo, o perché siamo piene di vergogna, imbarazzate e spaventate. Non lo diciamo perché non vogliamo sentirci rispondere che “ce la siamo voluta”, che “ci piaceva” o che siamo bugiarde.

Quando lo facciamo, ogni domanda che ci è posta al proposito indica scetticismo. Dobbiamo raccontare la storia nello stesso identico modo ogni volta e siamo costrette a rivivere l’aggressione ripetutamente. Non dobbiamo ricordare nuovi dettagli, quale che fosse la nostra età o il nostro grado di intossicazione al momento, perché ciò suscita dubbi.

Dobbiamo prepararci al fatto che il nostro comportamento prima, durante e dopo l’assalto sarà analizzato e sapere che tale comportamento potrà essere usato per screditare ciò che raccontiamo. Sappiamo che se falliamo nell’essere considerate attendibili, ci sarà detto che meritiamo di essere punite per aver accusato un ragazzo o un uomo innocente e per aver tentato di distruggere il suo futuro. Dobbiamo far denuncia immediatamente dopo l’aggressione e non dobbiamo farci la doccia, anche se quello è il momento in cui la desideriamo maggiormente.

Non ha importanza quel che diciamo o facciamo, qualcuno risponderà: “Nessuno può sapere cos’è davvero successo, a meno di essere stato presente.” Come se le donne fossero così inaffidabili in modo inerente che le loro parole non possono essere credute, a meno che qualcuno non abbia visto accadere l’assalto con i propri occhi. Ma se la testimone del fatto è femmina, diventa subito anch’essa inaffidabile: ha pregiudizi, ovviamente.

Le aggressioni e le risposte a tali aggressioni devono adattarsi bene a una narrativa accettata dalla società, altrimenti noi siamo screditate.

Perciò, quando chiedete perché le donne non parlano, perché non denunciano, perché restano in silenzio per anni e decenni, io non vi credo. Voi sapete perché.

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Donna rimpicciolita

(“shrinking woman” – il testo non ha maiuscole – di Ludmila Leiva, scrittrice e poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo. Ludmila dice di star esplorando la scrittura come mezzo di guarigione e di scoperta di sé.)

uomo-allargato

donna rimpicciolita

oggi sul treno ti sei seduto accanto a me,

le mie ginocchia hanno colpito la parete

mentre il tuo corpo si allargava;

l’odore di pioggia

ancora umido sul tuo cappotto.

con ognuna delle tue inalazioni

ti portavi via qualcosa di me

le tue dita tamburellanti sulla coscia di jeans.

un milione di cose

avrei potuto fare o dire

invece sono rimasta seduta a guardarmi i piedi.

una

due

tre fermate –

sentivo il tuo sguardo.

hai esalato e

io ho potuto odorare il tuo whisky.

respiri profondi,

i lacci delle mie scarpe sono sfilacciati.

ludmila

(L’Autrice)

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Per il 2016 lo hanno guadagnato Mozn Hassan – egiziana, in immagine – e l’associazione di cui è fondatrice “Nazra for Feminist Studies”: si tratta del Premio “Right Livelihood”, noto come il Nobel Alternativo (dal 1980 dà riconoscimento a individui e gruppi che presentano soluzioni innovative a gravi problematiche sociali).

mozn-hassan

La motivazione sta nel lavoro svolto dall’associazione su numerose istanze, fra cui la lotta alla violenza contro le donne e il fornire vari servizi di sostegno alle vittime di violenza sessuale, il sostegno al diritto delle donne alla partecipazione alla sfera politica e l’inclusione dei loro diritti nella legislazione e nella Costituzione egiziane.

Mozn non è potuta però andare a ritirare il Premio a Stoccolma (Svezia): è stata bandita dal viaggiare all’estero perché inclusa dalla magistratura, con “Nazra”, nel “Caso 173/2011”, meglio conosciuto come “Il caso delle organizzazioni non governative finanziate da stranieri”. L’associazione è accusata nientedimeno che di complotto contro lo Stato.

Lei lo aveva ampiamente previsto nel marzo scorso: “Durante la storia, il movimento femminista si è abituato a fronteggiare i momenti di svolta; vittorie e sconfitte; progresso e regresso; successi e fallimenti; passi indietro e risultati, anche se raggiunti lentamente. A ogni svolta, tuttavia, c’è stato un prezzo da pagare; dalle accuse che associavano la liberazione delle donne con l’immoralità e la deboscia, alle femministe che hanno perso anni della loro vita in prigione o agli arresti domiciliari perché chiedevano diritti.

Oggi, il movimento femminista fronteggia una nuova sfida, con la possibile azione giudiziaria e la diffamazione e la censura per attività pubbliche e azioni pacifiche intraprese in anni recenti da molti gruppi femministi, incluso “Nazra for Feminist Studies”, una delle ong che lavora in questo campo. (…) Le accuse che ci sono mosse come femministe sono legalmente punibili con sentenze che vanno dai 6 mesi ai 25 anni di prigione. Dal lato sociale, ci sono tentativi di svilire il nostro lavoro e il nostro ruolo che è relativo a fornire uno spazio sicuro alle donne e alle bambine di questo paese. “Nazra” lavora sulle istanze delle donne dal 2008. Lo scopo delle nostre attività va dal contrastare la violenza contro le donne e l’assalto sessuale dal lavorare affinché lo Stato si renda responsabile delle sue cittadine e include le loro istanze nella sua lista di priorità. Non so di quali leggi violate parlino, quando “Nazra” è stata appunto attiva sotto la legge egiziana e gli occhi dello Stato sin dal 2008. Abbiamo un quartier generale ufficiale che è pubblicizzato e noto a tutti. Manteniamo chiari, accurati e accessibili libri contabili e registrazioni. Abbiamo conti bancari trasparenti in banche egiziane. Paghiamo le tasse e forniamo previdenza sociale al nostro staff. (…)

Abbiamo lavorato, coordinato e condotto interviste con tutti: abbiamo lavorato con le organizzazioni della società civile e partiti politici così come con il Dipartimento per combattere la violenza contro le donne del Ministero degli Interni; con l’Università de Il Cairo sulle campagne contro le molestie sessuali; con i funzionari del Ministero della Giustizia sugli emendamenti al Codice penale per includere la definizione delle molestie sessuali come reato; con i funzionari del Ministero della Salute e con il Dipartimento di Medicina Forense su come trattare le sopravvissute alla violenza; con l’Assemblea costituente che ha redatto la bozza della Costituzione egiziana sugli articoli relativi alle donne, e con il Consiglio nazionale per le donne e il Consiglio nazionale per i diritti umani – sarebbe troppo lungo enumerarli tutti qui. (…)

Io non so quale minaccia alla nazione possa essere posta da coloro che difendono l’integrità dei corpi delle donne e lavorano affinché esse non siano soggette a violenza, così che possano godere del loro diritto a una sfera pubblica sicura, o così che siano rafforzate e possano assicurarsi i loro diritti economici, sociali e politici. (…)

Proteggere i corpi delle donne contro le violazioni è un crimine? Fornire terapia per le sopravvissute alla violenza e allo stupro è una minaccia? E’ una minaccia parlare di rappresentazione femminile? Lo è tentare di aiutare la società a produrre le sue totali capacità senza escludere le donne? Lavorare con le organizzazioni della società civile, i politici e le autorità statali per potenziare le donne è una minaccia? Tutto quello che le femministe dell’inizio hanno chiesto, da Hoda Shaarawi a Doriyya Shafiq, è ancora visto come una minaccia?!

La nostra preoccupazione oggi non è limitata all’azione legale contro coloro che lavorano sulle istanze delle donne, si tratta anche del fatto che il movimento femminista egiziano sembra fronteggiare una nuova era di regressione, tornando a doversi porre la domanda di base: come può esserci un movimento senza libertà associativa?

Come potrà esserci un movimento, se lo Stato non riconsidera la sua posizione, che definisce le nostre istanze parte di una qualche cospirazione occidentale contro l’Egitto?” Maria G. Di Rienzo

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In giugno, la Ministra Boschi (delega per le Pari Opportunità) ha annunciato che intendeva occuparsi di violenza di genere; in agosto, ha detto che il suo governo ne avrebbe discusso a settembre. SETTEMBRE STA PER FINIRE:

1° settembre 2016, Borgosatollo (Brescia) – Picchia la compagna e manda le foto delle botte agli amici per vantarsene.

2 settembre 2016, Roma – Il 69enne che si era masturbato davanti a due studentesse riceve sanzione amministrativa, ma non più condanna penale: la Cassazione, grazie al “decreto depenalizzazioni”, dice che “il fatto non è previsto dalla legge come reato”.

3 settembre 2016, Melito (Reggio Calabria) – Violenza sessuale di gruppo su una ragazzina, si è abusato di lei per due anni, da quando ne aveva 13. La minacciavano di diffondere immagini intime.

(Le immagini “intime” sono quelle degli stupri, ma detta così sembra che la ragazzina si facesse “selfie” porno da sola, per libera e ironica e trasgressiva scelta.)

3 settembre 2016, Milano – Suicida il primario di pediatria accusato di atti sessuali con minorenni

Da un articolo relativo alla vicenda: Gli amici dicono che il primario “è stato vittima innocente di un’accusa assolutamente falsa”; il Procuratore titolare dell’inchiesta: “(sul computer del primario) sono state recuperate 5.000 immagini pedopornografiche di bambine abbastanza impressionanti.”

11 settembre 2016, Parma – Donna 39enne uccisa con numerose coltellate, arrestato l’ex compagno.

Da un articolo relativo alla vicenda: “Una relazione troncata, un litigio, il rifiuto di accettare la fine di una storia d’amore. Per raccontare questa nuova tragedia e il possibile movente si potrebbe fare copia-incolla da altre decine di femminicidi.” Ed è proprio quel che continuate a fare, signori giornalisti, copia e incolla di un’analisi fasulla che ascrive la responsabilità alla vittima e scusa il perpetratore.

14 settembre 2016, Rimini – 17enne violentata in discoteca, ripresa in un video diffuso via chat.

14 settembre 2016, Rovato (Brescia) – Rapinano e picchiano una 28enne incinta sul treno: arrestati. (La giovane donna era al nono mese di gravidanza e a causa dello shock ha partorito poco dopo: madre e figlia stanno bene.)

21 settembre 2016, Pomezia (Roma) – Tenta di dar fuoco all’ex moglie dopo averle rovesciato addosso una tanica da dieci litri di benzina.

21 settembre 2016, Montesarchio (Benevento) – Violenta la sua ex non avendo accettato la fine del loro rapporto sentimentale, arrestato.

Da un articolo relativo alla vicenda: “La donna è stata più volte pedinata e oggetto di gravi atti minatori, commessi anche attraverso l’utilizzo di benzina o con un tentativo di soffocamento con una corda, ed è stata così costretta a subire atti sessuali contro la sua volontà.” Un rapporto davvero sentimentale, non c’è che dire.

22 settembre, Cagliari – Ragazza ventenne avvicinata in piazza da due uomini e violentata.

23 settembre, Rovigo – 74enne condannato per le molestie sessuali a una bimba di sei anni, sua vicina di casa.

24 settembre 2016, Roma – Ragazza picchiata dai genitori e dalla zia della fidanzata: “Lasciala stare, lesbica”.

Questa è una piccola selezione della violenza di genere che ha raggiunto le cronache, un frammento di un frammento: attualmente, in Italia, sono in carcere circa 3.400 autori di violenze sessuali e abusi su minori; nei primi sei mesi del 2016 sono stati oltre 600 i perpetratori arrestati e portati in cella. Mediamente, restano in prigione dai tre ai quattro anni. In circa il 30% dei casi chi abusa delle bambine / dei bambini è il padre.

A settembre 2016 abbiamo oltre 70 vittime di femminicidio. Le donne vittime di stalking nel nostro paese ammontano ormai a tre milioni e mezzo. Oltre sei milioni e ottocentomila hanno subito una qualche forma di violenza.

Ho tenuto da parte, nella mia lista, l’omicidio di Giulia Ballestri a Ravenna (20 settembre), quarantenne uccisa a bastonate e trovata con il cranio fracassato nello scantinato di una villa disabitata di proprietà della famiglia. Arrestato e per il momento unico indagato è il marito, il 51enne Matteo Cagnoni. Nei quattro giorni successivi tutti i giornali sono costretti a riportare – oltre alle elegie sullo stimato dermatologo che era apparso più volte in televisione e persino aveva collaborato ad organizzare un’iniziativa di un’associazione antiviolenza – dei dati inconfutabili: i due si stavano separando, lei aveva un nuovo compagno e voleva il divorzio; il marito è fuggito all’arrivo della polizia, poi è tornato quando credeva i poliziotti se ne fossero andati; sempre lo stesso aveva nella giacca una grossa somma di denaro, il passaporto suo e quello dei figli; le telecamere davanti alla villa in cui è stato rinvenuto il cadavere hanno ripreso un’automobile “nell’orario compatibile con quello del delitto. Si notano due persone scendere dall’auto e, pochi minuti dopo, una soltanto farvi rientro.”: le immagini necessitano di pulitura e ingrandimenti eccetera, ma l’ipotesi della Procura è che si tratti della Chrysler del dermatologo e che le due persone riprese siano lui e la moglie; inoltre, ultimo ma non minore, lo stimato professionista spiava e ricattava la moglie: le aveva piazzato un dispositivo Gps sotto l’automobile, le aveva clonato il telefono cellulare, aveva fatto registrare da un’investigatrice privata gli incontri di lei con il nuovo compagno e minacciava di rendere pubbliche le registrazioni: queste ultime sono ora in mano agli inquirenti.

Io non sono Sherlock Holmes e quel che è accaduto lo stabilirà il tribunale, ma trovo il quadro indiziario assai preoccupante per il signor Cagnoni. Perciò, non riesco a capire perché Il Resto del Carlino debba pubblicare, il 24 settembre u.s., un articolo su “l’ultimo pomeriggio di quotidianità familiare, senza sguardi o segni particolari che potessero far presagire un malumore da parte del dermatologo toscano” desunto da “i ricordi addolorati di un amico d’infanzia (il quale) il giorno prima della tragedia aveva passato la giornata insieme alla famiglia Cagnoni, che in una sala per bambini stava festeggiando il compleanno del figlio più piccolo.”, un articolo in cui tutto quello che ho riportato sopra – separazione imminente, stalking, ricatto – è definito così: “Una famiglia unita attorno all’amore per i propri tre figli, come li ricorda anche il parroco della chiesa di San Rocco, nonostante il rapporto sentimentale tra Matteo e Giulia si fosse logorato ormai da tempo.” (i corsivi sono miei)

Se è stato il marito a ridurre in poltiglia Giulia Ballestri con “inaudita violenza” – secondo le parole degli inquirenti – può averlo fatto, signor giornalista, in un momento di “malumore”? L’aver pianificato l’omicidio portando la vittima in luogo isolato è una “tragedia”? Che i due amassero i propri figli può essere scontato, ma alla luce di tutti i fatti che anche il suo giornale ha ampiamente citato, di che “famiglia unita” stiamo parlando?

Ministra, se la questione – evidentemente non urgente per il governo italiano – è slittata a ottobre, ha tempo per mettere in agenda anche questo punto: il modo in cui i media riportano la violenza di genere è SBAGLIATO, CONTROPRODUCENTE e CONNIVENTE. Come nazione abbiamo firmato una pila di protocolli in cui diciamo di essercene resi perfettamente conto e di impegnarci a intervenire: quando, posso saperlo? Maria G. Di Rienzo

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