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(tratto da: “Mexico’s ‘glitter revolution’ targets violence against women”, di Tom Phillips per The Guardian, 26 agosto 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

città del messico 16 ago 2019

Sandra Aguilar-Gomez ricorda l’atmosfera cameratesca e celebrativa di quando migliaia di donne messicane scesero in strada per le proteste della “primavera viola” nel 2016. Tre anni più tardi le dimostranti sono tornate a chiedere la fine della violenza contro le donne – ma questa volta l’umore è amareggiato.

“Quel che ho visto sulle strade erano rabbia e disperazione. – dice Aguilar-Gomez, 28enne, studente per il dottorato di ricerca e attivista femminista, dei recenti raduni a Città del Messico – Perché le cose non sono cambiate di una virgola.”

Aguilar-Gomez è una delle migliaia di donne che si sono unite alla cosiddetta “revolución diamantina” (“rivoluzione dei brillantini”): il movimento ha guadagnato il proprio nome dopo che le manifestanti hanno fatto una doccia di brillantini rosa al capo della sicurezza di Città del Messico il 12 agosto scorso.

La protesta è stata una reazione alla denuncia di stupro di un’adolescente da parte di quattro ufficiali di polizia a Azcapotzalco, a nord della capitale, nelle prime ore del 3 agosto. Le dimostranti, che marciavano con cartelli su cui stava scritto “Tutte le donne contro tutta la violenza” e “Se voi violate le donne noi violeremo le vostre leggi”, stanno anche chiedendo cambiamenti maggiori in un paese dove una media di dieci donne sono uccise ogni giorno e in pratica tutti questi crimini restano impuniti.

“E’ una situazione insostenibile e femicida. – dice Yndira Sandoval, del gruppo Las Constituyentes che si è unito al movimento – Ogni giorno scompaiono ragazze, scompaiono donne, donne sono violate e stuprate e noi vogliamo una risposta politica che rifletta le dimensioni di quest’emergenza nazionale.” Sandoval aggiunge di essere stata vittima di un’aggressione sessuale nel 2017.

Quando il Presidente di sinistra del Messico, Andrés Manuel López Obrador, è entrato in carica lo scorso dicembre, promettendo una nuova era di giustizia sociale, molte attiviste – inclusa Sandoval – hanno sperato che un cambiamento positivo fosse finalmente all’orizzonte. A Città del Messico, che ha eletto l’alleata di López Obrador, Claudia Sheinbaum quale sua prima donna sindaco, le aspettative erano particolarmente alte.

Nove mesi più tardi, molta di quella speranza è evaporata. Le attiviste per i diritti delle donne sono sospettose dell’alleanza di López Obrador con i politici evangelici della linea dura e hanno condannato i suoi forti tagli al budget, compresi i tagli ai rifugi delle donne.

Sheinbaum, nel frattempo, ha fatto infuriare le manifestanti femministe etichettando la loro prima mobilitazione – in cui l’entrata in vetro all’ufficio del procuratore generale è stata distrutta – come “una provocazione”. Facendo questo, dice Aguilar-Gomez, l’amministrazione di Città del Messico ha legittimato un’ondata di aggressioni e minacce online dirette alle femministe.

L’attacco di Sheinbaum ha raccolto indignazione ed è stato la scintilla per una seconda protesta, il 16 agosto, in cui uno dei simboli più conosciuti del Messico – l’iconico monumento all’Angelo dell’Indipendenza – è stato coperto di graffiti che denunciavano la violenza contro le donne.

Aguilar-Gomez si dice frustrata dal fatto che, da allora, la maggioranza dei media è concentrata sulla deturpazione del monumento e non sulla discriminazione e gli attacchi contro le donne messicane: “E’ incredibile. Non riescono a vedere il dolore sui volti delle madri e delle sorelle delle donne assassinate, e delle donne stuprate e assalite che hanno partecipato alla protesta. Ma sono molto, molto, molto empatici verso questa signora fatta di pietra.”

Domenica (Ndt: il 25 agosto) Sheinbaum ha incontrato delle rappresentanti del movimento e ha promesso un mese di discussioni mirate ad aiutare a sradicare la violenza di genere. Sandoval, 33enne, teme si tratti di un tentativo di “contenere e cooptare” il movimento, anziché di qualcosa che favorisca un cambiamento reale.

Aguilar-Gomez spera in un mutamento positivo e assicura che le manifestazioni continueranno se ciò non accade: “Posso dire con certezza che (le donne) non si fermeranno. Sono certa di questo. Non ne possono più.”

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Sui quotidiani, data odierna: “La maglietta shock del vicesindaco: “Se non puoi sedurla, puoi sedarla”. La Lega: “Non è nostro iscritto, è di Fdi”. Loris Corradi, esponente del partito di Giorgia Meloni, ha esibito la scritta sul palco della festa del paese, vicino a Verona. (Nda: Roverè) È il momento delle estrazioni per la lotteria, Loris Corradi si presenta sul palco con un maglietta rossa che ha sul davanti la scritta: “se non puoi sedurla…”. È la presentatrice della serata a svelare che sulla schiena la frase continua con “… puoi sedarla”.”

buffone

Diversi giornali, a rinforzo preventivo di quella che sarà l’ovvia risposta alle polemiche già in corso (“Era uno scherzo”, “Siete senza senso dell’umorismo” ecc.) sottolineano già negli incipit che “il pubblico” si sarebbe divertito – i distanti per area sociopolitica definiscono la reazione degli astanti “risatine”, i simpatizzanti belle e rotonde “risate” indice di pieno consenso.

Quel che il trentacinquenne sig. Corradi ha fatto è definito “atto sessista” e persino “molestia sessuale” da tutta una serie di ricerche e studi che hanno ispirato protocolli interni di istituzioni – università – imprese, leggi nazionali e convenzioni internazionali (per esempio la Convenzione di Istanbul che l’Italia ha sottoscritto).

Trattando con leggerezza (“era solo goliardia”) lo stupro, l’oggettivazione sessuale delle donne e la discriminazione delle donne, questo tipo di “umorismo” – che in molte siamo davvero felici di non avere – ha la funzione di favorire e far crescere:

1) l’accettazione dei miti sullo stupro (lui non ha potuto trattenersi, lei sotto sotto lo voleva, lei lo ha provocato ecc.) – cfr. Ryan e Kanjorski, 1998;

2) la tolleranza di accadimenti sessisti – cfr. Ford, 2000; Ford, Wentzel e Lorion, 2001;

3) la tendenza allo stupro – cfr. Romero-Sanchez, Durán, Carretero-Dios, Megías e Moya, 2010; Thomae e Viki, 2013;

4) la volontà di discriminare le donne – cfr. Ford, Boxer, Armstrong e Edel, 2008;

5) l’accettazione del sessismo nella società – cfr. Woodzicka, Triplett e Kochersberger, 2013.

Quindi, che qualcuno ci rida sopra oppure no, la maglietta del vicesindaco resta un’aggressione simbolica che legittima quelle reali.

Il linguaggio, come i politici dovrebbero sapere bene, è un attrezzo potente. Non solo ci permette di esprimerci, di conversare e di comunicare, ma crea le narrazioni tramite cui noi leggiamo e spieghiamo il mondo intero: esse possono confermarci il nostro senso di appartenenza o il nostro senso di marginalizzazione, ci dicono chi merita la nostra solidarietà o la nostra indignazione, ci suggeriscono di cosa avere paura e di cosa fidarci, hanno impatto diretto sulla nostra salute mentale e di conseguenza su quella fisica.

Il sig. vicesindaco vuole sapere che effetto ha direttamente il sessismo sulle donne?

A livello psicologico: depressione, ansia, trauma, frustrazione, paura, insicurezza, imbarazzo, vergogna, senso di colpa, senso di isolamento;

a livello fisiologico: emicranie, letargia, anoressia / bulimia, incubi, attacchi di panico, problemi sessuali;

nella vita lavorativa e scolastica: crescente insoddisfazione, assenteismo, ritiro o dimissioni, caduta dei risultati accademici o professionali a causa dello stress.

Il sig. vicesindaco vuole conoscere l’effetto sociale del sessismo?

La diffusa convinzione collettiva che ogni menzogna, stereotipo o mito sulle donne, chiunque sia a diffonderlo, sia verità assoluta, naturale o rivelata da qualche divinità. Se quel che senti da quando sei in grado di capire/usare la tua lingua è che le donne sono stupide, deboli, passive, manipolative, prive di capacità intellettuali o comunque di capacità che permettano loro di rivestire ruoli guida, meri attrezzi per il piacere sessuale maschile e semplici arene per il dispiegarsi di “fine” umorismo goliardico e ironico ecc. ecc. il primo risultato, se sei maschio, è trattare le donne di conseguenza. Inoltre, il sessismo protegge i tuoi privilegi e la tua posizione superiore, per cui colludere è pur sempre un vantaggio.

Ma c’è una seconda conseguenza logica, perché gli stessi messaggi arrivano a bambine e donne, creando misoginia e sessismo in molte di loro stesse: apprendono ad agire le menzogne e gli stereotipi sul proprio conto, a dubitare continuamente di se stesse e delle altre, a rovesciare l’ostilità che la costante aggressione sessista crea sulle loro simili… perché se la discriminazione sessista dev’essere mantenuta e passata alle prossime generazioni, tutti/e dobbiamo credere in una certa misura ai messaggi che riceviamo e dobbiamo rivestire i ruoli che essi ci assegnano. E’ quel che ha fatto la presentatrice della serata di Roverè.

Maria G. Di Rienzo

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“State per leggere le voci inascoltate e le potenti prospettive che servono a dare luogo a vera sicurezza globale. Quando così tanta della popolazione mondiale non può realizzare il proprio potenziale a causa della violenza, della povertà, della cattiva salute e dell’esclusione dal potere e dal processo decisionale, non ci sarà mai vera pace ne’ sicurezza duratura. La soluzione può essere trovata solo ascoltando coloro che portano il peso di queste minacce e agendo secondo le loro raccomandazioni. Le seguenti intuizioni vengono da donne di oltre sessanta paesi. Alcune di loro, come quelle che si trovano in Camerun, sono nel mezzo di un conflitto attivo. Altre, come quelle che si trovano nelle Filippine, stanno facendo esperienza delle minacce immediate del cambiamento climatico. Ancora di più, come in India, Nepal, Nigeria e Stati Uniti ecc., sono quelle che affrontano le minacce giornaliere delle molestie, delle aggressioni e delle limitazioni loro poste in sola ragione del loro genere. I loro messaggi sono urgenti; le loro raccomandazioni inestimabili. Prese insieme, queste orgogliose e competenti voci chiedono niente di meno che una ridefinizione fondamentale della sicurezza globale, nazionale e umana. Propongono inoltre passi pratici per risolvere il complesso e interconnesso intreccio che compromette detta sicurezza. La riformulazione non è idealistica. E’ realistica. Non è inattuabile, ma ragionevole e certa.” Jensine Larsen, fondatrice di World Pulse, così presenta il rapporto su Donne, Pace e Sicurezza 2019, dal titolo “Il futuro della sicurezza sono le donne”.

report

Il rapporto è stato realizzato assieme ad altre due organizzazioni, Our Secure Future e Women’s Alliance for Security Leadership – ICAN, ha raccolto 350 testimonianze in tutto il mondo e utilizzato le narrazioni di 150 socie di World Pulse. Per avere il documento in pdf potete andare qui:

https://www.worldpulse.com/explore/peace-and-security/women-peace-and-security-report-2019

I punti chiave che emergono dallo studio:

* A vent’anni dalla Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che dava mandato per l’inclusione delle donne nei processi di pace, le donne restano fuori dai processi decisionali su pace e sicurezza.

* Le donne vogliono una ridefinizione del termine “sicurezza”. Nel rapporto la definiscono in modo olistico e inclusivo. Non si tratta solo dell’assenza di paura, minacce e violenza, ma della presenza stabile di solidità finanziaria, accesso alle necessità basilari, legame comunitario, ambiente ecologicamente sano, giustizia, e molto altro.

* Le donne hanno espresso il forte desiderio di essere libere dal persistente timore della violenza di genere nelle loro vite: in casa, per strada, sui trasporti pubblici, nei luoghi di lavoro, ovunque.

* La sicurezza delle famiglie e di altri soggetti vulnerabili è una priorità situata molto in alto nell’agenda. Le donne sono preoccupate per i bambini e per coloro che sono più direttamente colpiti dalla violenza in relazione alla loro sessualità, al loro gruppo etnico, alla loro classe sociale, alla loro nazionalità, alla loro età e alla loro abilità fisica.

* Le donne vogliono il rispetto dei diritti umani, loro e altrui. La loro percezione di insicurezza è risultata legata a esperienze di discriminazione e diseguaglianza a scuola e al lavoro, così come al poter esercitare o meno libera espressione nelle loro vite.

* Grave la preoccupazione per l’ambiente. Le donne hanno citato il cambiamento climatico, la degradazione degli ecosistemi, la perdita di risorse naturali, i disastri ambientali come contributi fondamentali all’insicurezza.

* Le donne dicono che istituzioni politiche corrotte e inaffidabili minano proprio la sicurezza che affermano di voler conseguire. Politiche che danno priorità a violenza e potere ed escludono le donne e le loro istanze non portano beneficio alcuno.

Maria G. Di Rienzo

“Sogno un tempo

in cui il suono

del mio piede che cala

su una strada buia

non porterà più con sé

l’eco del panico,

ma il risonante battito

della libertà”

Daydri, socia di World Pulse, sudafricana che vive in Romania.

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La vulgata fornisce più o meno questo scenario: c’è una bellissima fanciulla, maggiorenne vaccinata e diplomata, che davanti allo specchio si interroga sul proprio futuro. Ha svariati scenari a disposizione: laurearsi e poi conseguire un dottorato di ricerca; andare in tour mondiale con una compagnia teatrale; entrare in una compagnia di danza classica come prima ballerina; lavorare nel settore artistico/creativo di una grande azienda produttrice di tessuti; accettare l’offerta di una squadra professionista di pallacanestro; fare / consegnare pizze nel ristorante della zia; lavorare come inserviente in un asilo nido… aggiungeteci quel che vi pare.

La ragazza si guarda attentamente, sospira (perché le donne sospirano di default in prossimità di specchi, giusto?) e dice “No, studiare è stancante, mandare a memoria tutte le battute di una commedia pure, “Giselle” non la faccio più perché mi annoia, in azienda avrei poche ferie, giocare a pallacanestro mi mette a rischio infortuni, vicino al forno delle pizze è troppo caldo e i bambini piccoli non mi piacciono. Per cui, visto che sono molto attraente e molto compassionevole, e ci sono in giro un mucchio di uomini infelici a cui non viene dato abbastanza amore, farò la sex worker.” Visto? E’ la scelta di una professione come un’altra, anzi di una professione assai migliore di altre, dove non ci si stanca, ci si diverte, non si è a rischio di nulla, il guadagno è ottimo e si è trattate con il massimo rispetto. Niente niente, poi può persino arrivare il “cliente” ricchissimo e strafigo che ti compra bei vestiti e gioielli e alla fine si innamora di te e ti porta a vivere nella sua villa fronte mare.

Nella realtà, però, le cose vanno un po’ diversamente. Come, per esempio, lo racconta la storia di Bridget Perrier (in immagine).

bridget

Bridget, canadese del gruppo etnico Anishinaabe, fu adottata quando aveva 5 settimane da una famiglia non indigena, nel 1976. A otto anni fu molestata da un amico di famiglia e a undici “riconsegnata” all’assistenza sociale. La misero in una casa-famiglia dove ragazze più grandi la iniziarono al commercio sessuale. Lo stesso anno, fu reclutata dalla tenutaria di un bordello. A 12 anni Bridget era una “sex worker”. A 14 fu punita per aver tentato di far soldi all’esterno del bordello: la tennero prigioniera per 43 ore, durante le quali fu stuprata e torturata. Fuggì, ricevette cure mediche (punti interni ai genitali) e l’uomo che aveva abusato di lei fu condannato a due anni, dicasi due, di galera. Bridget finì per “lavorare” agli ordini di un magnaccia che ovviamente otteneva la sua obbedienza a botte.

A 16 anni, mise al mondo il suo primo figlio, un bimbo che a nove mesi sviluppò una forma particolarmente maligna di leucemia e ne morì a cinque anni. La sua morte, dice Bridget, fu la prima terribile spinta a cercare di uscire da quella situazione. Nel 1999 mise al mondo la sua seconda figlia e quello fu il punto di svolta. Poiché era una senza tetto entrò nel programma di assegnazione temporanea di alloggi, sostenuta dai servizi di welfare si diplomò alle superiori e poi prese un diploma in assistenza sociale. Subito dopo fondò assieme ad altre donne “Sex Trade 101”, un’organizzazione che combatte il traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale e dà sostegno alle sopravvissute come lei.

Oggi di anni Bridget Perrier ne ha 43 e dice: “La gente pensa di noi che siamo in frantumi, ma non è vero. Io ho una buona resilienza, ho solo subito moltissime fratture.”

Maria G. Di Rienzo

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Coincidenze bizzarre:

– il 21 giugno, ieri, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha festeggiato benissimo il centenario durante la sua 108^ Conferenza, mettendo ai voti e vedendo approvate Convenzione su lotta a molestie e violenza sul luogo di lavoro (legalmente vincolante per gli stati), Raccomandazioni relative (consigli e guida su come farlo, non vincolanti) e la Dichiarazione sul futuro del Lavoro, che mette gli esseri umani e i loro diritti umani al centro del discorso. La Convenzione entrerà in vigore dopo 12 mesi dalla ratifica da parte delle singole nazioni, fra cui l’Italia.

Sull’approvazione della Convenzione, la dirigente dell’Organizzazione Manuela Tomei (Workquality Department) ha detto: “Senza rispetto, non c’è dignità al lavoro e, senza dignità, non c’è giustizia sociale. E’ la prima volta che una Convenzione e delle Raccomandazioni su violenza e molestie nel mondo del lavoro sono adottate. Ora abbiamo una definizione condivisa di violenza e molestie. Sappiamo cosa dev’essere fatto per prevenirle e affrontarle e da chi. Speriamo che questi nuovi standard ci guidino nel futuro del lavoro che vogliamo vedere.”

– sempre il 21 giugno rimbalza qua e là sui quotidiani il nuovo regolamento per la polizia locale di Cittadella (Padova), comune governato dalla Lega. Il focus delle prescrizioni dovrebbe essere “la sicurezza” – naturalmente intesa in senso salviniano – e in effetti esse prevedono assetti antisommossa, maschere antigas ecc., ma l’imposizione di un lunghissimo, dettagliato e spesso ridicolo codice di abbigliamento per le vigili (1) non sembra incastrarsi bene nel quadro.

Prima di entrare nei dettagli, ecco la dichiarazione al proposito del comandante dei vigili di Cittadella, Samuele Grandin: “I nostri agenti sono tenuti ad avere un aspetto consono. Siamo forze dell’ordine a tutti gli effetti, per cui vige un principio militaresco. Chi sceglie questo lavoro deve capire che non siamo un’armata Brancaleone, e per chi non si adegua scatteranno i procedimenti disciplinari.” Nel presentare il nuovo regolamento ai consiglieri comunali (costui) ha insistito molto sull’importanza della forma fisica e sulla necessità di mettere in campo misure adeguate anche in funzione antiterrorismo.”

La polizia municipale, in Italia, è un corpo a ordinamento civile, i corpi di polizia a ordinamento militare sono guardia di finanza e carabinieri, per cui i principi militareschi (propri cioè dei militari – dizionario della lingua italiana docet) con i vigili non hanno nulla a che fare. Molto militaresca, per contro – per estensione, spregiativo, sempre citando il dizionario – appare la minaccia di sanzioni per chi dovesse obiettare.

Tornando alle prescrizioni per ottenere un aspetto consono a non si sa cosa, “tra i requisiti per l’accesso, sia di maschi sia di femmine, è prevista una “distribuzione del pannicolo adiposo” che rispecchi una forma armonica, con tanto di percentuali di massa magra e massa grassa per maschi e femmine”. Sarebbe interessante, al proposito, sapere chi ha definito l’armonia (Leibniz e le sue monadi?) e quale autorità scientifica, in base a quali studi / ricerche, ha definito le percentuali. Inoltre: il personale già in servizio che non potesse o non volesse raggiungere gli standard indicati nel nuovo regolamento sarà licenziato?

Comunque, se ai vigili di sesso maschile si ordina di curare barba e baffi e di non portare basette a punta (?), le vigili hanno una lista di prescrizioni assai più lunga che norma: colore, forma, lunghezza dei capelli (per esempio la lunghezza di un’eventuale frangia “non deve eccedere al di sotto delle sopracciglia”) e accessori per gli stessi (“di dimensioni ridotte e di colore tale da risultare poco appariscenti”); cosmetici (“tenui”, “smalto per unghie trasparente”); gioielli (orecchini solo se non pendenti e sempre in coppia, fra gli anelli sono permessi solo la fede e quello di fidanzamento: e se lo stato civile conferma la prima, non è noto come si verificherà che il secondo corrisponda a una relazione sentimentale ufficiale); capi di abbigliamento, dai collant “tinta carne o beige” da indossare “sia d’inverno che d’estate, salvo specifiche e temporanee autorizzazioni da parte del medico competente” alla coppia mutande/reggiseno nei medesimi colori (obbligatoria “con ogni tipo di uniforme”).

La Convenzione citata all’inizio definisce violenza e molestie come comportamenti e pratiche che “mirano a, o risultano in, o potrebbero risultare in: danno fisico, psicologico, sessuale ed economico”; ciò “può costituire una violazione o un abuso dei diritti umani” ed è “una minaccia per le pari opportunità, inaccettabile e incompatibile con un lavoro decente”.

La sessualizzazione e l’oggettivazione delle lavoratrici, spinta sino a normare il colore delle loro mutande, temo ricada nella suddetta descrizione. E francamente non riesco a vedere i benefici che i collant obbligatori (anche se le vigili indossano pantaloni?) porteranno alle misure antiterrorismo.

Però, sapete, c’è anche chi ha chiuso un articolo al proposito così:

“Del resto l’attenzione di Cittadella alla sicurezza ha una storia antica, racchiusa com’è fin dal Medioevo dalla cinta muraria fatta erigere da Ezzelino per favorire la colonizzazione del territorio verso Treviso, ancor oggi perfettamente conservata.” (Repubblica, 21 giugno – la parola evidenziata, nel testo, l’ho sostituita io. L’originale era probabilmente un refuso: amor. O forse no. Resta il fatto che con la palese discriminazione sessista subita dalle vigili non c’entra una beata mazza.)

Maria G. Di Rienzo

(1) La parola “vigile” termina in “e”. E’ uno di quei casi in cui basta modificare l’articolo per indicare il sesso a cui ci si riferisce, senza ricorrere al suffisso spregiativo “essa”.

Linguiste/i e studiose/i spiegano come e perché da almeno un ventennio perciò, in caso non stia bene a qualcuno, questo qualcuno può fare le sue ricerche e persino piazzare una petizione su Change.org, ma è inutile che chieda a me di modificare le mie scelte. Es claro?

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Benzina

(“The Girl Becomes Gasoline” – “La ragazza diventa benzina”, di Reagan Myers, poeta contemporanea. Con questo pezzo ha vinto il Grand Slam di poesia un paio di anni fa: è la persona più giovane ad aver conseguito il titolo. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

reagan

Una serie di cose che mi sono successe sugli aeroplani:

come bambina con la chinetosi (1), ho vomitato durante i primi otto voli intrapresi.

In viaggio per Amarillo, ho vomitato sul mio sedile.

In viaggio per la California, ho vomitato su mia sorella.

In viaggio per New York, ho vomitato di fronte alla porta del bagno.

L’anno scorso, ero seduta accanto a un uomo in un abito a tre pezzi che rimproverava a voce alta le assistenti di volo perché le sigarette elettroniche non dovevano essere considerate come fumare.

Perché avevi un abito formale su un aeroplano?

A sentirti eri uno stronzo!

E sembravi starci scomodo.

Durante i miei ultimi tre voli, ero seduta di fronte all’obbligatorio bimbo urlante dell’aereo.

Forse è un bimbo stanco.

Forse sono io quella che davvero sta urlando.

Forse è mia sorella coperta di vomito che viaggia nel tempo per perseguitarmi.

Sull’ultimo volo, mi sono addormentata vicino a un uomo che somigliava a mio padre e ciò significa che non ero preoccupata.

Mi sono svegliata al suo anulare che scavava nel mio girovita.

Le sue mani sulla mia coscia come ospiti indesiderate.

In momenti come questi mi viene più da sputare che da fare una bufera.

Mi sento più candela che falò.

Il mio amico Greg dorme indisturbato dietro di me.

Ben sta parlando con la donna accanto dei nipotini di lei.

E io, al centro di questo aeroplano, sto prendendo troppo spazio con il solo esistere.

Mi sto scusando con l’uomo vicino a me nella speranza che questo sia tutto.

Che tu non mi segua fuori dall’aereo sino alla mia prossima uscita, come fece l’uomo mentre ero in viaggio per Denver

O mentre ero in viaggio per Minneapolis

O mentre stavo tornando a casa

O mentre viaggiavo per il paese.

Un uomo sta reclinando il suo sedile sul grembo di mia sorella 14enne

Le sta urlando contro per le sue gambe

Per il fatto che ha un corpo.

Oppure il modo in cui il ragazzo nella mia classe di geologia mi segue di sedile in sedile

Ignora le file vuote

Mette il suo braccio sul mio

Scambia il mio raggrinzirmi per un permesso –

che è come dire che il mio corpo è troppo donna per significare davvero qualcosa

E’ troppo donna per essere considerato una minaccia

E’ troppo donna per aver io diritti sul mio proprio spazio

O per aver diritti del tutto.

Non so quando sono diventata uno spazio da riempire

La mia coscia, locazione aperta

Il mio collo, pozzo dei desideri

Il suo respiro caldo, una moneta

Una pretesa gettata dentro di me.

Perciò sappiate questo:

Ogni mano indesiderata, benzina

Ogni mano che tocca, pietra focaia

Ogni volta in cui un uomo si prende il mio spazio, sta giusto attizzando la fiamma

E una scintilla attizzata abbastanza brucerà al suolo l’intera casa.

(1) mal d’auto, mal di mare e in questo caso mal d’aereo.

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Ginevra 2019

“Governi, datori di lavoro e maestranze si stanno incontrando a Ginevra (…) per negoziare una nuova convenzione globale che metta fine alla violenza e alle molestie nel mondo del lavoro.

Chiediamo loro con urgenza di ricordare i 235 milioni di donne nel mondo che lavorano senza avere alcuna protezione legale, perché una nazione su tre non ha leggi contro le molestie sessuali sul lavoro. Sono le donne più povere a essere le più vulnerabili – domestiche, operaie, quelle donne che vivono alla giornata e non possono permettersi il rischio di perdere il lavoro difendendo se stesse e le altre. C’è bisogno urgente di una legislazione internazionale.”

Questo è il passo centrale di una lettera aperta diretta al governo britannico e pubblicata dal Guardian il 9 giugno scorso. E’ corredata da oltre quaranta firme “eccellenti” (attiviste/i e personalità politiche prominenti, artiste/i ecc. – dal sindaco di Londra Sadiq Khan a Annie Lennox passando per una considerevole serie di rappresentati di ong umanitarie e femministe) e fa riferimento alla 108^ sessione della Conferenza internazionale sul Lavoro – promossa dall’Organizzazione internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite – che si sta tenendo in Svizzera, a Ginevra, dal 10 al 21 giugno. La richiesta delle firmatarie e dei firmatari è che la compagine governativa inglese “usi saggiamente la propria influenza” per contribuire a metter fine alla violenza e alle molestie subite dalle donne nei luoghi di lavoro.

Nei cinque giorni trascorsi da che l’ho letta, ho cercato invano notizie relative alla Conferenza sui quotidiani nostrani. Ho scaricato dal sito dell’Organizzazione i documenti pubblici disponibili e rilevato la consistenza (nutrita) e la composizione della delegazione italiana: anche volendo confermare la completa indifferenza dell’attuale giornalismo italiano per il mondo del lavoro in generale e per le lavoratrici che non appartengono al settore dell’intrattenimento in particolare – la maggioranza – si poteva imbastire un trafiletto con le dichiarazioni dei partecipanti “famosi” (Di Maio è nella lista, per esempio). Per quanto vuote e banali potessero poi risultare tali dichiarazioni, almeno un settore maggiore dell’opinione pubblica avrebbe saputo di che si discute a Ginevra in questi giorni. Meglio ancora, si poteva prestare attenzione ai sindacati (gli unici al momento a pubblicizzare la Conferenza), chiedere qualcosa ai loro delegati e confrontare le loro risposte con quelle dei rappresentanti di Confindustria e Confcommercio che sono pure là.

Ma probabilmente non c’era spazio per articoli che trattino della violenza che le donne subiscono al lavoro. Nemmeno nelle rubriche a loro esplicitamente dedicate, giacché tale spazio è occupato da pezzi importantissimi che hanno questi titoli:

* Trend – Tutte in posa da fenicottero (articolo corredato da foto di fenicottero e foto di una modella scheletrica infagottata in velo rosa – ma la copertura è solo a “filo vagina” – in bilico su una gamba);

* In barca a vela con i cosmetici giusti, perché la bellezza non va in vacanza (vuoi mai che qualcuna pensi di tirare il fiato per cinque minuti);

* Sesso: i luoghi pubblici dove statisticamente le donne adorano farlo (i gusti sono gusti, ma quale che sia la percentuale delle esibizioniste non può essere fatta passare per “le donne” tout court);

* Jennifer Lopez in abito di Gucci: lo spacco rivela il calzoncino contenitivo (ORRORE!)

No, queste non sono le “cose che interessano alle donne”. Sono le cose di cui voi volete le donne si interessino, sia perché pensate che con quei cervellini da oche non possono certo desiderare / cercare / vivere altro, sia perché non vi comoda per niente quando mettono bocca in materie come politica, economia, lavoro – in altre parole, quando discutono del potere e lo reclamano.

Molestie sul lavoro? Nessuna o scarsa protezione legale? Suvvia, fate i fenicotteri e non rompete le scatole.

Maria G. Di Rienzo

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