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Posts Tagged ‘mestruazioni’

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1. DI COSA SI DISCUTE (tratto da: “What Is Autogynephilia? An Interview with Dr Ray Blanchard”, di Louise Perry, novembre 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo):

Ray Blanchard è professore aggiunto di psichiatria all’Università di Toronto, specializzato nello studio della sessualità umana con particolare focus sull’orientamento sessuale, le parafilie e i disturbi relativi all’identità di genere. Fra gli anni ’80 e ’90 ha elaborato una teoria sulle cause della disforia di genere che classifica le donne transessuali (nati maschi che si identificano come donne) in due gruppi separati.

Il primo gruppo è composto da donne transessuali “androfiliache”, che sono attratte esclusivamente da uomini e hanno comportamento e apparenza marcatamente femminili sin da giovane età. Tipicamente, costoro iniziano il processo di transizione medico da maschi a femmine prima dei trent’anni.

Il secondo gruppo è motivato alla transizione come risultato di ciò che Blanchard chiama “autoginefilia”: un orientamento sessuale definito dall’eccitazione sessuale al pensiero di essere donna. Gli autoginefili sono tipicamente attratti da donne, anche se possono identificarsi come bisessuali o asessuali. E’ più probabile che attuino la transizione più tardi e che sino a quel punto siano stati convenzionalmente mascolini nella presentazione di se stessi.

Sebbene la tipologia di Blanchard sia sostenuta da un vasto numero di sessuologi e altri ricercatori, è rigettata in modo veemente da attivisti trans che negano l’esistenza dell’autoginefilia. La storica della medicina Alice Dreger, il cui libro del 2015 “Galileo’s Middle Finger” includeva il dar conto della controversia sull’autoginefilia, riassumeva il conflitto così:

“C’è una differenza cruciale fra l’autoginefilia e la maggior parte degli altri orientamenti sessuali: questi ultimi non sono eroticamente bloccati dal semplice avere un’etichetta. Quando dici al comune uomo gay che è omosessuale, non stai disturbando le sue speranze e i suoi desideri sessuali. Per contro l’autoginefilia si comprende forse meglio come “un amore che vorrebbe davvero tu non dicessi il suo nome”. Il massimo erotismo dell’autoginefilia sta nell’idea di diventare realmente una donna o di essere realmente una donna, non nell’essere un nato maschio che desidera essere una donna.”

Ray Blanchard (dall’intervista che segue la presentazione tradotta sopra):

“Paradossalmente, gli sforzi degli attivisti transessuali per sopprimere completamente ogni menzione dell’autoginefilia nel dibattito pubblico hanno avuto come risultato un’aumentata consapevolezza al riguardo. Penso che questo comportamento controproducente sia persistito perché l’idea dell’autoginefilia è troppo vicina alla verità. Se non avesse nessuna risonanza con loro l’avrebbero semplicemente ignorata e l’autoginefilia sarebbe diventata una delle ipotesi dimenticate, fra le tante, sui disturbi relativi all’identità di genere.

Attualmente, molte persone eterosessuali M-F (nella loro descrizione, donne transessuali lesbiche) presidiano militarmente e incessantemente i forum in cerca di ogni menzione dell’autoginefilia. Se un nuovo arrivato pensa che essa descriva la sua esperienza, gli viene immediatamente detto che il suo pensiero è sbagliato e che l’autoginefilia non esiste. (…)

So che è possibile discutere dell’autoginefilia in modi onesti e spassionati – o persino compassionevoli – perché l’ho visto accadere sul mio account Twitter. In alcune occasioni alcuni autoginefili (anonimi) hanno pubblicato serie organizzate e ben articolate di spiegazioni su come ci si sente ad essere eccitati sessualmente al pensiero o all’immagine di se stessi come donne, su come queste emozioni sessuali si colleghino all’emergere dell’avversione per i loro corpi maschili e al loro desiderio di avere un corpo femminile, sugli effetti deleteri dell’autoginefilia e della disforia di genere sulle loro relazioni personali e il loro umore e stato in generale. Questi spunti di discussione hanno sempre stimolato alcuni altri a scrivere messaggi in cui apprezzavano l’onestà e il coraggio, assieme a dichiarazioni di simpatia. Nessuno ha mai detto: “Adesso che conosco meglio la tua tipologia mi disgusti ancora di più”, sebbene gli utenti di Twitter non siano noti per autocontrollo o generosità. Non so se sia possibile discorrere della questione in arene più pubbliche, probabilmente non al momento a causa dell’attuale politicizzazione del termine autoginefilia.

Anne A. Lawrence, medico, che ha scritto la più esauriente monografia accademica sull’autoginefilia, “Men Trapped in Men’s Bodies”, transessuale M-F che si è sottoposta a transizione medico-chirurgica, era un autoginefilo lei stessa.”

2. CHI DISCUTE (tratto da: “Forced Teaming, Feminism, LGB and ‘Trans Rights’, di Dr. Em, 25 maggio 2020, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo):

Le femministe sostengono che il genere è un meccanismo di un sistema di oppressione, costituito da stereotipi sessisti costruiti ad arte e poi usati per sfruttare le donne: per esempio la nozione che poiché sei femmina vuoi naturalmente aver cura e pulire o quella per cui per natura il sesso femminile è sottomesso e gentile.

I diritti delle persone LGB si basano sull’idea che l’attrazione fra membri dello stesso sesso è reale e normale e ad essa dovrebbero essere garantiti gli stessi diritti e lo stesso rispetto di cui gode l’eterosessualità. Il transgenderismo / transessualismo, per contro, afferma che il genere – l’oppressione delle donne e gli stereotipi sessisti – sia innato, o qualcosa a cui conformarsi alterando il corpo a causa dell’opprimente sconforto dovuto a questo disturbo. La disforia di genere dichiara che è la persona a essere sbagliata, non il sessismo culturale, lo sfruttamento o l’oppressione. Il motto è: “Cambia la persona, non il sistema!”

Il transgenderismo / transessualismo ha cominciato a negare l’esistenza e l’importanza del sesso binario, il che nega a ruota la realtà dell’attrazione fra persone dello stesso sesso, manipolata come “attrazione per lo stesso genere”. Se le lesbiche possono avere peni, la sessualità diventa l’attrazione per gli stereotipi sessisti, per i manierismi e per le scelte di moda. (…)

L’oppressa non può costruire critiche e sfide quando l’oppressore siede alla stessa scrivania e guarda quel che fa da dietro la sua spalla. La presenza dell’oppressore, inoltre, eviscera gli argomenti rendendoli situazionali (basati su circostanze) anziché concreti: “Ma questo è carino”, “A volte le persone nascono sbagliate”, “Lui dice di essere una lesbica ma in realtà sa che non è così, tu sii gentile”. Ciò apre la porta alla trattativa sui diritti e sulle linee di confine delle donne e alla negoziazione sulla realtà stessa dell’attrazione fra persone dello sesso sesso.

La violazione del limite è la chiave. Essendo il primo limite la definizione della donna, poi della femmina, il successivo è la percezione di sé, poi sono violati spazi fisici e risorse.

De Becker (Gavin De Becker, autore di “The Gift of Fear”) dice che se qualcuno ignora la parola “no”, ciò è il segnale più significativo a livello universale del fatto che non ci si dovrebbe fidare di quella persona. I maschi hanno chiesto di continuo di essere inclusi nella definizione di “femmina” e di continuo non hanno ascoltato il “no” delle donne, hanno continuato a usare spazi per sole donne dopo i ripetuti “no” di diverse di noi. I maschi stanno dicendo alla comunità LGB che l’attrazione per lo stesso sesso è bigotta e stanno rifiutando di ascoltare il “no” che ricevono in risposta.

Ignorare un singolo “no” è un segnale d’allarme, ma ignorarne un mucchio è una sirena e l’idea che ci voglia di più di questi no per capire è manipolazione.

3. COME SI DISCUTE (tratto da: “Facebook Community Standards Allow The Promotion Of Violence Against Women”, di Roger Dubar, 28 maggio 2020, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo):

“Va perfettamente bene, secondo i Facebook Community Standards, pubblicare articoli sul prendere a pugni le donne. Prenderle a pugni sulla gola sembra essere particolarmente popolare.

Questa è una battuta, ovvio. Non puoi pubblicare sul prendere a pugni una donna qualsiasi o tutte le donne: devi assicurarti che il tuo post tratti dell’incoraggiare violenza verso donne che hanno opinioni sbagliate sull’ideologia di genere.

Molti anni fa, lavoravo nell’ambito del diritto di famiglia. C’era uno scherzo famoso fra gli avvocati che si occupavano di violenza domestica e faceva più o meno così:

“Cos’hanno in comune un migliaio di mogli pestate? Semplicemente non ascoltano.” Se lo scherzo vi sconvolge, sappiate che non dovrebbe. E’ la precisa giustificazione usata dagli uomini che picchiano le loro mogli e le loro compagne.

Su Facebook, tu puoi pubblicare sul prendere a pugni (o a pugni sulla gola) le donne finché ti pare. Devi solo chiamare prima queste donne “TERF”. Quest’ultimo era l’acronimo per “femminista radicale trans-escludente”, ma non si deve “escludere le persone transessuali” o essere una “femminista radicale” per diventare “TERF”. Tutto quello di cui si ha bisogno è avere un’opinione leggermente differente dalla persona che ti chiama “TERF”.

Pensi che dovrebbe esserci una discussione sull’accesso di maschi biologici che si identificano come donne agli sport femminili e alle prigioni femminili? Sei una TERF.

Pensi che le donne transessuali meritino amore e rispetto, ma che non in tutti i casi siano effettivamente di sesso femminile? Sei una TERF.

Pensi che chiunque dovrebbe poter indossare quel che vuole ed esprimersi come vuole, ma che nessuno dovrebbe essere forzato a pensare o a fingere di aver davvero cambiato sesso? Sei una TERF.

E sei una persona transessuale come Debbie Hayton, frustrata dall’attivismo trans intollerante e iperbolico? Non sei meglio di una collaborazionista nazista.

E promuovere odio e violenza contro le TERF è ok. Dicono così i Facebook Community Standards.

Ma un momento, direte voi: Facebook non permette la promozione della violenza contro le donne in sé – è solo per le donne che hanno opinioni sbagliate.

Queste donne se la sono voluta. Come sempre, semplicemente non ascoltano.

Io venivo regolarmente bullizzato perché giudicato “non conforme” in materia di genere mentre crescevo. Ora, tuttavia, gli stessi bulli che mi dicevano che non ero abbastanza maschio, o che sembravo una femmina, stanno dicendo alle donne che meritano violenza se dicono che il sesso biologico è reale o che gli uomini non dovrebbero identificarsi come donne negli spazi delle donne.

Non penso che Facebook, la corporazione multimiliardaria fondata da Mark Zuckerberg, creda vada bene promuovere violenza contro le donne che non si adeguano: penso che i diritti delle donne non significhino molto per la maggioranza delle persone. Penso che, proprio come diceva sempre mia madre, le donne siano invisibili.

Ad ogni modo, i Facebook Community Standards permettono comunque la promozione della violenza contro le donne non accondiscendenti.”

4. DI COSA NON SI DISCUTE:

18 maggio 2020 – Londra, Regno Unito:

Il Ministero della Giustizia britannico ha rivelato che prigionieri maschi che si identificano come donne sono responsabili di una quota di aggressioni sessuali esponenzialmente più alta della loro proporzione nella popolazione delle carceri femminili. Il Ministero ha riconosciuto che, nel mentre la percentuale dei detenuti maschi che si identificano come transgender ammonta all’1% delle 3.600 persone detenute nelle carceri femminili, essi hanno commesso il 5,6% degli assalti sessuali denunciati. Le donne stuprate da questi individui sono a rischio di gravidanza, di malattie sessualmente trasmissibili e lesioni ai genitali e possono essere di nuovo traumatizzate se erano state vittime di precedenti abusi.

19 maggio 2020 – Bridgend, Galles, Regno Unito:

Un venticinquenne condannato per violenze sessuali, che si identifica come donna, è stato di recente di nuovo incarcerato per aver infranto due volte l’ordine di restrizione relativo agli assalti sessuali, cosa che ha ammesso.

Leah Harvey, in precedenza noto come Joshua, era finito in galera nel 2018 per aver incitato una bambina a compiere atti sessuali dopo averle inviato foto e video pornografici di se stesso. (Uso il maschile perché il corpo con cui ha fatto questo lo è) Dopo due sole settimane dal rilascio, nell’ottobre dello scorso anno, ha molestato due ragazzini di fronte ad agenti di polizia, vantandosi con loro di essere pedofilo. Successivamente, in novembre, è andato a molestare due ragazze adolescenti che lavorano alla cassa di un negozio di cibo da asporto. Quando la prima ragazzina lo ha ignorato, il sedicente pedofilo le ha gettato addosso del cibo; quando sempre costei gli ha detto di non toccarla, ha tentato di infilarsi dietro al bancone dicendo di avere “una sorpresa per lei”. Mandato via, è tornato tre giorni dopo, ha trovato un’altra adolescente alla cassa, le ha chiesto il nome e poi l’ha chiamata a voce alta 15 volte, le ha domandato se era abbastanza grande per avere una relazione sessuale e si è offerto di portarla fuori.

2 giugno 2020 – Manukau City, Auckland, Nuova Zelanda:

Il 47enne Kylie So, che si identifica come donna, è stato posto in carcere con l’accusa di aver ucciso un 71enne, Robert Dickie, in casa del quale si era trasferito. Dopo quattro giorni di coabitazione l’anziano è scomparso e sebbene il corpo non sia ancora stato ritrovato, le analisi della polizia scientifica nella sua casa hanno rilevato “un’ingente quantità di sangue versato”.

Inizialmente, l’accusato era stato incarcerato in una prigione maschile e non aveva eccepito al proposito (come la legge neozelandese gli permette di fare), ma convinto da zelanti attivisti transgender ha poi cambiato idea ed è stato trasferito nella prigione femminile a Wiri.

Attualmente ci sono 33 persone che come lui si identificano donne nelle carceri neozelandesi, 18 delle quali sono dentro per crimini violenti, inclusa l’aggressione sessuale. Dal gennaio 2017, sei assalti sessuali sono stati perpetrati da individui che dicono di essere donne transessuali contro donne prigioniere.

5 giugno 2020 – Melbourne, Victoria, Australia:

Al momento dell’arresto per stalking a danno di una donna, l’ex giocatore di football australiano Dean Laidley, 53enne, indossava un abito e biancheria femminili, trucco, una parrucca bionda e 0,43 grammi di metamfetamina nel reggiseno. L’arresto è avvenuto in flagrante: Laidley si trovava fuori dalla porta di casa della sua vittima. A costei ha mandato oltre 100 messaggi di minacce usando telefono e e-mail, l’ha fotografata per ogni dove, ha richiesto i video delle telecamere di sorveglianza che la riguardano al complesso residenziale, perché la ritiene una troia e una puttana.

Secondo il suo avvocato bisogna compatirlo, perché soffre di disforia di genere. Tra l’altro, quando ha cominciato a perseguitare la donna era fuori dal carcere su cauzione – e al carcere era stato condannato per violenza domestica.

7 giugno – Khon Kaen, Thailandia:

La polizia sta chiedendo aiuto all’opinione pubblica per rintracciare il 28enne Thanphicha Rodnongkheng, che si identifica come donna e che è sospettato dell’omicidio del suo compagno convivente. La vittima è il 27enne Manop Amthao, il cui cadavere è stato ritrovato – con due ferite mortali da coltello al petto – nella casa in affitto in cui i due vivevano. L’arma del delitto è stata abbandonata nel lavandino della cucina. Una videocamera ha registrato Rodnongkheng il giorno precedente il ritrovamento, mentre si allontana dall’area con una borsa a tracolla e due borse di plastica a mano.

7 giugno 2020 – Brisbane, Queensland, Australia:

Uno stupratore recidivo di bambini, 34enne, è stato rilasciato dalla prigione il 4 giugno scorso, dopo aver dichiarato che gli ormoni che ha cominciato ad assumere in carcere, per la transizione sessuale, hanno diminuito la sua possibilità di violare bambini in futuro.

Jeffrey Terrence Anderson è stato condannato nel 2008 per lo stupro di un dodicenne e di due bambini di sei anni a cui faceva da babysitter. In prigione il sig. Anderson ha cominciato a identificarsi come donna e ha mutato il suo nome in Rose. Tuttavia, le guardie carcerarie hanno continuato a trovare immagini di bambini e persino una storia da lui scritta in cui dettaglia la fantasia di stuprare un bambino di tre anni almeno sino al 2017. Adesso è libera, sottoposta a supervisione per dieci anni e ha la proibizione di incontrare minorenni. L’attrezzatura con cui stuprava, comunque, è ancora al suo posto.

PRECISAZIONI:

a) J.K. Rowlings non mi piace, ne’ come persona ne’ come scrittrice. Che siano le donne ad avere le mestruazioni, però, resta vero anche se lo dice lei.

b) Sono qui che aspetto la ripetizione ad libitum del mantra “Gli uomini transessuali sono uomini” e che qualcuno cominci a pretendere la dicitura “persone che donano sperma” al posto di “donatori”, anche se possono farlo solo gli uomini, esattamente come mestruare possono farlo solo le donne.

Ma non succede, perché?

c) Aspetto anche le “vagine-vulve da uomo”, equivalenti dei “peni da donna” e l’accusa di bigottismo e fobia e discriminazione al maschio gay che non voglia andare a letto con il “maschio che ha la vagina” perché semplicemente preferisce altro.

d) Con questo pezzo – davvero troppo lungo – mi prendo un intervallo. Au revoir.

Maria G. Di Rienzo

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L’addestramento comincia presto. Ti buttano giù dalla branda quando sei così piccola che hai appena capito di stare al mondo. In compenso, dopo un po’ di umiliazioni, capisci anche rapidamente in che razza di mondo sei. Arrivata agli 11 anni, l’età delle protagoniste delle storie che sto per raccontare, dev’esserti chiaro cosa significa essere femmina. I tuoi istruttori ce la mettono tutta affinché tu comprenda che è una condizione vergognosa.

1. Gran Bretagna, Bristol, scuola media Cotham. Un’alunna torna a casa tirandosi il maglione sotto le ginocchia. I suoi jeans sono intrisi di sangue in modo assai visibile. Sebbene abbia chiesto di poter andare al bagno durante la lezione, sapendo che le erano venute le mestruazioni, l’insegnante (donna) ha rifiutato di lasciarla andare. La ragazzina è scossa e ferita, la madre protesta con la scuola – potrebbe finire lì, se la direzione scolastica volesse, se facesse le sue scuse all’allieva e garantisse un trattamento diverso a lei e alle altre ragazze, come una brutta vicenda ridimensionata dalla comprensione e dal rispetto. Ma dopo un paio di mesi la cosa si ripete.

Questa volta l’insegnante è maschio e nega ripetutamente il permesso di uscire di classe all’allieva. Segna “demeriti” accanto al suo nome scritto sulla lavagna ogni volta in cui lei reitera la richiesta. Non solo: la minaccia dicendo che se osa chiedere di andare al bagno durante la lezione un’altra volta, lui le assegnerà il demerito definitivo e lei sarà mandata per punizione nella classe di studio supplementare. Di nuovo, la ragazzina torna a casa cercando di coprire come può le macchie di sangue. La sua reazione comprensibile e spontanea è che non vorrebbe più tornare a scuola.

E’ a questo punto che la madre, oltraggiata, rende pubblica la storia: “Come può accadere una cosa simile al giorno d’oggi, in quest’epoca, quando ci sono un mucchio di informazioni disponibili e si suppone che noi si sia più aperti nel parlare degli aspetti della salute femminile, incluso il ciclo mestruale?”. La donna è sbalordita perché quando lei stessa e le sue due sorelle erano scolare non è capitato loro nulla del genere. Come molte di noi, pensava di essersi lasciata alle spalle almeno l’equazione mestruazioni = sporcizia/vergogna.

Il portavoce dell’istituto spiega quindi alla stampa come il non lasciar uscire di classe gli alunni durante le lezioni sia “un regolamento” che trova la sua ragione nel fatto di non lasciare i minori “incustoditi”: inoltre, loro hanno permesso all’organizzazione umanitaria “Red Box Project” di installare distributori gratuiti di assorbenti ed è davvero “spiacevole” che la scuola sia ritratta in modo negativo quando “sta tentando di fare buon lavoro in questo campo”. Giusto, sta tentando, non c’è ancora riuscita. Ma c’è di meglio (le sottolineature sono mie): “Rispetto a questo specifico incidente abbiamo comunicato in diverse occasioni con la madre e la ragazzina e abbiamo rilasciato una tessera-bagno, come da regolamento scolastico, così che ciò non succeda di nuovo. La tessera-bagno può essere mostrata con discrezione all’insegnante, che non richiederà ulteriori spiegazioni.”

Il portavoce assicura che simili tessere sono già in uso per diversi studenti che hanno delle particolari “condizioni”. Sì, è davvero tutto risolto. Hanno parlato con madre e figlia e non hanno capito una beata mazza. La ragazzina andrà con fare furtivo alla cattedra, si toglierà il tesserino di tasca contorcendosi affinché nessun altro lo veda e lo farà apparire davanti agli occhi del docente dando le spalle al resto delle classe. I due si scambieranno uno sguardo d’intesa in perfetto silenzio e l’allieva uscirà fra i bisbigli o i pensieri inespressi dei compagni e delle compagne: “Ok, Sally – nome a caso – ha le sue cose.” “Non è che è malata invece?” “Ma le mestruazioni non sono una malattia, giusto?” “Chissà perché c’è bisogno di tutta questa manfrina.” “Sì, non possono semplicemente lasciarci pisciare o mettere un tampone quando ne abbiamo bisogno, porca miseria?”

“Mia figlia è solo una fra le migliaia di ragazze nelle scuole di Bristol e del paese, – ha detto ancora la madre – perciò questo non sta accadendo solo a lei e non è accettabile. La preoccupazione principale dovrebbe riguardare il benessere delle ragazze che hanno il diritto fondamentale a prendersi cura di se stesse e non essere concentrata sul fatto che i bambini abusino di una sorta di sistema di permessi.” Ne’ la signora ne’ sua figlia hanno ricevuto scuse dalla scuola, nonostante fosse stato fatto intendere alla ragazzina che la “colpa” era sua.

2. Stati Uniti, New York, scuola media non nominata. La madre di una undicenne riceve una chiamata da un’amica: “Tua figlia è su Snapshot.” La ragazzina stava tornando da scuola, in compagnia di un altro alunno, quando un nutrito gruppo di adolescenti si è fatto avanti. Il supposto “amico” dell’undicenne comincia a filmare non appena costoro appaiono in fondo alla strada.

I bulli circondano la ragazzina e la molestano sessualmente. Lei reagisce: “Non voglio fare niente. Non so chi siete.” “Puoi sapere chi siamo se ti metti il mio cazzo in bocca.”, risponde uno degli assalitori. Il suo negarsi scoccia i giovani farabutti, per cui: uno sputa in una bottiglia d’acqua, gliela rovescia in testa e poi gliela tira contro; un secondo le getta addosso uno zainetto; entrambi la prendono a pugni. La ridicolizzano, la insultano, si congratulano l’un l’altro per quel che stanno facendo, ridono a crepapelle. Il compagno “amico”, quattordicenne, posta il tutto per l’edificazione di ulteriori stronzi. Se la madre non avesse ricevuto la telefonata summenzionata, non avrebbe saputo niente. La figlia non le aveva parlato dell’accaduto. L’aggressione fisica, la sessualizzazione coatta, l’oggettivazione del suo corpo, la spettacolarizzazione della sua sofferenza e della sua paura, il tradimento della sua fiducia, le avevano già reso chiaro di chi era la colpa.

La madre ha fatto regolare denuncia alla polizia. Il cineasta in erba è stato arrestato, accusato di aggressione e condotta pericolosa. Gli altri li stanno ancora identificando e uno è latitante. L’intera famiglia della vittima, dopo aver ricevuto ripetute minacce dai bulli e dai loro genitori, intende spostarsi dal quartiere. La ragazzina, bersaglio principale delle intimidazioni, è stata mandata per precauzione da parenti in Virginia.

L’addestramento comincia presto. Fa a pezzi la tua vita e ti costringe a buttare energie nella guarigione e nella ricostruzione di prospettive. Ma in che altro modo sapresti cosa significa veramente essere femmina?

Maria G. Di Rienzo

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poonam ghimire

Quando aveva 11 anni, la nepalese Poonam Ghimire – in immagine – scrisse, mise in scena e diresse un pezzo teatrale che affrontava le diseguaglianze di genere nella scuola e chiedeva maggiore inclusione. Il suo lavoro riscosse un tal successo che la gente lo metteva spontaneamente in scena nelle strade: questo in un paese in cui solo il 66% delle ragazze frequenta le medie, poiché all’età in cui dovrebbero farlo sono già intrappolate in matrimoni precoci o lavoro forzato, oppure ne sono impedite dalla povertà o da proibizioni socioculturali.

In più, in molte regioni sono costrette a sottoporsi alla “tradizione” che le allontana dalle proprie case quando hanno le mestruazioni. Confinate in remote capanne, le ragazze sono spesso stuprate, si ammalano, muoiono di freddo e di fame.

Contro tutto questo, Poonam ha organizzato le sue amiche e ha fatto campagna per l’eguaglianza di genere. L’Unicef l’ha notata abbastanza presto da chiederle di scrivere per l’organizzazione, cosa che le ha fatto guadagnare un profilo internazionale.

Quando è stato il momento di andare all’università, Poonam ha scelto scienze forestali: è convinta che il cambiamento climatico e la diseguaglianza di genere siano connessi. Il cambiamento climatico ha impatto principalmente su bambine e donne, sostiene, giacché nelle comunità sfollate la percentuale di matrimoni forzati infantili cresce, gli agricoltori su piccola scala – che sono in maggioranza donne – vedono distrutte le loro possibilità di sopravvivere grazie al loro lavoro e molte bambine a cui è permesso studiare non riescono più neppure a raggiungere le scuole.

Garantire alle donne il diritto alla salute sessuale fornendo loro l’accesso al controllo delle nascite e fornire istruzione sul cambiamento climatico a donne e bambine sono due dei rimedi per cui la giovane attivista lavora assieme all’Associazione delle organizzazioni giovanili del Nepal (con cui ha anche affrontato le conseguenze del devastante terremoto del 2015, in prima linea negli sforzi per l’assistenza e la ricostruzione).

Durante la sua attività, Poonam ha visto altre connessioni: in Nepal solo il 37% delle persone può usufruire di impianti igienici e sanitari, e di nuovo ciò ha un impatto sproporzionato su donne e bambine, a cui è affidato il compito di fornire acqua potabile; inoltre, espone la popolazione al rischio di colera e altre malattie relative al consumo di acqua contaminata.

Poonam ha già prodotto lavori di ricerca sullo smaltimento sostenibile dei rifiuti, promuove un’agricoltura pure sostenibile, organizza concorsi di poesia sul cambiamento climatico e diffonde libri, tiene seminari sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per i giovani, incoraggiandoli a fondare gruppi ambientalisti in tutta la nazione. Mentre viaggia per questi scopi, raccoglie dati locali sull’inquinamento dell’aria.

“Per molti, io sono una donna non sposata che lavora nel mondo degli uomini e non sa cucinare. – ha detto di recente alla stampa – Ma io sono una donna che ha sogni, aspirazioni e, cosa più importante di tutte, ho una voce.”

Maria G. Di Rienzo

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Colla

Le mestruazioni, come sapete, sono un’enorme problema… per gli uomini. Perciò, il primo chiropratico che passa (e cioè qualcuno specializzato nell’applicare con le mani una tecnica curativa contro i dolori articolari, ma senza alcuna formazione sull’anatomia dei genitali femminili) “inventa” la colla per le labbra vaginali e “Forbes” si prende persino la briga di intervistarlo. In realtà il prodotto neppure esiste ancora, ma il signor Dan Dopps – definirlo “medico” sarebbe un insulto alla professione – l’ha già brevettato: è un bastoncino di adesivo che si chiama “Mensez”.

“Vi siete mai svegliate con le labbra incollate insieme? – chiede il signor Dopps nel suo annuncio pubblicitario – Non fa male ed è persino divertente. Tutto quello che avete dovuto fare è stato inumidire le labbra dall’interno con la saliva. Questo è il principio che sta dietro “Mensez”, una rivoluzionaria e sicura soluzione che consente alle donne di controllare i loro periodi senza bisogno di tamponi, assorbenti, coppe o mutande mestruali. “Mensez” è un composto naturale brevettato di amminoacidi e olio che si applica durante le mestruazioni, come un rossetto, alle labbra di sotto (sic). Fa incollare insieme le labbra in modo abbastanza forte da prevenire ogni fuoriuscita, sino a che non si urina. L’urina istantaneamente stacca le labbra e tutto se ne va sotto lo scarico del wc, poi vi lavate e riapplicate la colla “Mensez”. Tutto pulito, sicuro, prudente e risolto. Presto arriverà in un negozio a voi vicino.”

Come mai questo idiota genuino scienziato ha ritenuto di doversi occupare di mestruazioni? E’ evidente, è perché ama le donne e, soprattutto, ha per loro uno sconfinato rispetto. Così infatti risponde a quelle che gli fanno notare che la vagina non equivale a una vescica, come lui ha sostenuto nell’intervista resa a Forbes: “Voi donne avreste dovuto trovare una soluzione migliore di pannolini e tamponi, ma non lo avete fatto. E questa è la ragione per cui le donne sono concentrate sui loro periodi e distratte da essi per il 25% del tempo, e ciò le rende molto meno produttive di quanto potrebbero essere. Le donne tendono a essere più creative degli uomini, ma le mestruazioni le soffocano e fanno scherzi alle loro teste.”

Investito da un torrente di spiegazioni e precisazioni scientifiche sull’anatomia umana femminile, che riportano l’invenzione al suo reale livello di ciofeca, Dopps non riesce a recepirne nessuna e scopre il complotto: è la comunità LGBT che sta dietro al rifiuto di “Mensez”. “(…) Le lesbiche, in particolare, sono furiose nei miei confronti perché sono un uomo bianco eterosessuale. – dice il genio, ma precisa di non essere omofobico giacché – La mia receptionist è lesbica!” Mannaggia, sul serio? Anche se vuole chiudere tutte le labbra delle donne, sopra e sotto, Mr. Dopps è un uomo veramente aperto, forse persino troppo! Allora ecco qua, un po’ di colla anche per lui: la applichi sul copritastiera e poi prema quest’ultimo sulla tastiera del computer.

vinavil

Serve per smettere di scrivere stupidaggini sessiste, una cosa per cui gli uomini avrebbero dovuto trovare una soluzione da tempo, ma non lo hanno fatto.

Maria G. Di Rienzo

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immagina-se

Immaginate se gli uomini fossero disgustati dallo stupro quanto lo sono dalle mestruazioni.

no

– Saresti così carina se…

– NO.

Queste sono opere di Elonë, una giovane donna di Karlsruhe in Germania. Elonë scrive i suoi messaggi sugli assorbenti igienici e li appiccica in luoghi pubblici a pali, muri, semafori, eccetera.

La sua missione è attirare l’attenzione su stupri, molestie, sessismo e sul biasimo fatto ricadere addosso alle vittime di tutto ciò; il suo desiderio è che le donne si sentano umane, a proprio agio e intere in se stesse, in special modo quando si tratta di discutere questioni simili.

Altre donne, ispirate dalle sue azioni, stanno cominciando a usare gli assorbenti-messaggeri nelle loro città. Non so se in Italia qualcuna abbia già preso in prestito l’idea di Elonë, ma a me sembra ottima e assai condivisibile. Maria G. Di Rienzo

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(foto di Christina Andersen)

La mattina del 4 ottobre u.s. gli abitanti di Zurigo (Svizzera) hanno avuto una sorpresa: uscendo di casa hanno scoperto che l’acqua delle fontane della città era diventata rossa.

Le attiviste femministe di “Aktivistin.ch” hanno infatti usato colorante alimentare su 13 fontane come parte della protesta (con manifestazione di piazza) sulla tassa sui tamponi nel loro paese: hanno chiamato l’azione #happytobleed – felice di sanguinare. Intendono aprire una conversazione nazionale sulla percezione dei corpi delle donne e la tassa sui tamponi è solo l’inizio.

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(foto di Christina Andersen, il cartello dice: “Avere le mestruazioni è sano”)

Molte persone vedono le mestruazioni come qualcosa di vergognoso. – ha detto alla stampa la loro portavoce Carmen Schoder – I tamponi sono trattati come prodotti di lusso e questo è uno svantaggio finanziario per le donne.” I tamponi e gli assorbenti sono tassati all’8%, mentre i beni di consumo quotidiano sono tassati al 2,5%. L’otto per cento è la tassa per le merci di lusso.

Il gruppo femminista ha fatto notare che, approssimativamente, una donna ha le mestruazioni 444 volte nella sua vita: ma il prezzo dei tamponi sanitari non è l’unico a essere sperequato. Lo chiamano “gender pricing” – lo stabilire un prezzo a seconda del genere – o “tassa rosa” e consiste nel rendere degli articoli più costosi per le femmine rispetto agli articoli equivalenti rivolti ai maschi. Entrano nella categoria i rasoi, le creme idratanti, i giocattoli; le donne pagano per i prodotti a loro rivolti, in media, il 13% in più degli uomini. Le ditte produttrici giustificano la cosa dicendo che le donne “sono più disposte a pagare”, ma confesso di non aver compreso bene la loro affermazione: stanno dicendo che se qualcuno preferisce aprire il borsellino piuttosto che infilarsi le merci in tasca e scappare è bene frodarlo? Maria G. Di Rienzo

zurigo

(foto di Moni Z., il cartello dice: “Se sanguini e lo sai batti le mani!”)

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(brano tratto da: “All Red Everything” di Dominique Christina, scrittrice, poeta, insegnante, attivista afroamericana. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

red moon goddess

Tutto quel che riguarda i nostri corpi è una rivoluzione necessaria. Io non sottoscrivo alcun canone che cerchi di sminuire la magia della nostra carne. Nessun sistema, nessuna religione, nessun meccanismo o decreto potrà mai convincermi che le mestruazioni sono la prova del mio essere dannata, cattiva, difettosa. La misoginia non può accampare diritti sulle idee che io ho di me stessa. Non c’è modo di rovesciare questa cattedrale di sangue e ossa e carne che mi appartiene con alcuna di tali politiche.

Io mi sono aperta e ho dato alla luce figli che parleranno del sangue con reverenza. Essi sapranno che le mestruazioni sono un rituale, una cerimonia del lasciar andare e del rinnovarsi. Questa, è l’eredità di mia figlia.

Io spero che crescerà usando il suo sangue mestruale come pittura di guerra. Spero che sanguinerà nel tempio. Spero che permetterà al sangue di raddrizzare la sua spina dorsale e di rinforzare la sua volontà. Io spero infatti in una rivoluzione maledettamente sanguigna, guidata da donne in gonne bianche che non si scuseranno mai per il fatto che si rinnovano ogni 28 giorni.

Spero che mia figlia sia in prima linea, sorridendo con tutti i suoi denti. Spero che farà sgocciolare la sua impossibile sacra scrittura su tutto il mobilio buono. E se qualcuno sarà così stupido da tentare di svergognarla con la sua stessa biologia, io spero che lei manterrà tutta la natura selvaggia nelle sue ossa e sanguinerà su ogni cosa che costoro amano. Punto.”

Tonantzin dea lunare

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anabel

Questa è Ana Bel, peruviana migrante negli Stati Uniti, più nota come la Loba Loca – la Lupa Pazza. La Lupa, secondo le sue stesse definizioni, è un’artista del fai-da-te (dai gioielli agli assorbenti igienici crea tutto con materiale riciclato), attivista per la giustizia riproduttiva, doula per le donne che vogliono abortire, tatuatrice tradizionale, fotografa, ciclista, documentarista, esperta di erboristeria medicinale, appassionata delle mestruazioni, “ecofemminista brunita”. La Lupa si è laureata in Studi Interdisciplinari con una tesi sul controllo della popolazione nelle Ande e le campagne di sterilizzazione forzata implementate in Perù sotto la dittatura di Fujimori, quarant’anni fa.

Il brano seguente, tratto da un più lungo articolo, concerne il suo personale rapporto con l’ambientalismo:

Il fatto è che io mi curo dell’ambiente ma non posso sopportare quando persone bianche che pretendono di essere completamente connesse alla Terra rifiutano di capire che molti/e di noi – gente brunita migrante – veniamo da retroterra dove l’ambientalismo non è in discussione, perché siamo cresciuti facendo involontariamente un sacco di cose “verdi”. Per qualche ragione la cultura dominante ha fatto un gran lavoro nel cancellare le eredità della gente di colore in merito a qualsiasi cosa “verde” o “ambientalista”.

La cultura dominante spaccia le pratiche di sostenibilità come un’avanzata invenzione di gente bianca. Un esempio molto seccante è la permacultura, un “sistema” che puoi imparare se hai un sacco di soldi da spendere – ma fate attenzione, un bel po’ dei principi della permacultura sono praticati da gente di colore in tutto il mondo, dal riciclo dell’acqua per lavare i piatti e innaffiare le piante all’usare gli avanzi di cibo per arricchire il suolo coltivabile. Le persone di colore appartenenti a famiglie che devono riciclare e riusare per far quadrare i conti, hanno un incredibile ammontare di conoscenze. Noi non le chiamiamo “pratiche amiche dell’ambiente”, le facciamo e basta. Io chiamo questa conoscenza passata di generazione in generazione Lo Scibile della Nonnina, perché molte di queste pratiche della nuova era sono semplicemente i modi in cui le mie nonne e i miei anziani vivono le loro vite. (…) La colonizzazione e le migrazioni hanno creato amnesia culturale. Siamo bombardati da pubblicità, programmi televisivi, libri di scuola, religioni: un sistema che ci fa dimenticare che molte delle cose spacciate per “moderne” e “alternative” sono state praticate dalle nostre genti e dalle nostre famiglie per generazioni. Reclamare queste pratiche è il processo verso l’interruzione dell’appropriazione dello Scibile della Nonnina e il sentirsi rafforzate/i dal riprendersi le proprie eredità. Questa società patriarcale capitalista è disegnata per mantenerci insani. Ci sono un mucchio di barriere alla salute che ci sono state imposte da un sistema che inquadra costantemente la sostenibilità e una vita sana in termini bianchi, non prendendo in considerazione il lavoro che noi e le nostre famiglie svolgiamo ogni giorno come “ambientalisti accidentali”. Per me, tener conto del mio ciclo e raccogliere il mio sangue mestruale sono azioni che mi fanno sentire reale. Mi fanno sentire parte di una linea di mestruanti che trattano il proprio corpo in modo organico e consapevole. E’ la memoria del sangue che mi avvicina alle mie nonne e alla mia mamma, che mi racconta storie su come lavava i propri assorbenti nella casa dei genitori a Arequipa.

Non posso fare a meno di immaginarmi nel cortile sul retro della casa della nonna, in un caldo pomeriggio estivo, mentre sciacquo i tamponi della luna nel lavatoio stando vicina alla mia mamma, e magari innaffio le piante della nonna con un po’ di sangue della luna e poi appendo gli assorbenti ad asciugare sotto l’ardente sole andino. Poi mi immagino andare dalla nonna a lamentarmi dei dolori mestruali, così che lei mi presti attenzione e mi metta sul ventre le sue tiepide mani rugose, massaggiandolo mentre pronuncia incantesimi d’amore: Sana sana panzita de rana, si no sana ahora sanara manana. (Guarisci guarisci pancino di rana, se non guarisci ora guarirai domani.)

Per me, vedete, restare in salute in questo sistema malato significa costantemente reclamare e nominare, ri/creare, ri/membrare e re/immaginare lo Scibile della Nonnina.”

moon pads

(Gli assorbenti della Lupa)

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happy to bleed

Disgustato dal sangue? E’ lo stesso sangue in cui sei cresciuto quando eri nel grembo della tua mamma!

Il tempio induista di Sabarimala nel Kerala (India) riceve ogni anno circa un milione di pellegrini: si dice che Ayyappan – l’incarnazione della fusione fra Shiva e la forma femminile di Vishnu – meditò in questo luogo e scomparve nei boschi circostanti. Ma se si è donne per entrare al tempio a porgergli omaggio bisogna avere meno di dieci anni o più di cinquanta: questo è il discrimine secondo cui il consiglio che dirige il tempio pensa di riuscire a tagliar fuori tutte le mestruate. Da notare che alla Corte Suprema indiana pende una causa legale contro questo “antica usanza” come Prayar Gopalakrishnan, il presidente del consiglio suddetto, la definisce.

Di recente, costui ha rilasciato un’intervista in cui, toccando l’argomento, scherza con il giornalista: “Verrà un giorno in cui inventeranno una macchina che effettuerà una scansione per determinare se è il momento giusto di entrare al tempio per una donna. Quando questa macchina sarà inventata, allora parleremo di permettere l’ingresso alle donne.”

Subito dopo ha dichiarato che le sue parole sono state fraintese e si è affrettato a smentire che l’idea fosse sua. Un ripensamento? No, è stato l’effetto Nikita Azad.

nikita

Nikita, qui sopra in immagine, è la studente che ha lanciato sui social media la campagna “Felice di sanguinare”, a cui appartiene anche la fotografia in apertura. Non è particolarmente religiosa, lo ha fatto perché vuole “rompere il tabù che circonda le mestruazioni”: “Si tratta delle discriminatorie credenze per cui le mestruazioni sarebbero sporche. Le mestruazioni sono un’attività naturale che non necessita di tende dietro cui nascondersi.”

Una marea di donne indiane (e qualche uomo) sono d’accordo con lei. Lo hanno detto e stanno continuando a dirlo pubblicando online proprie foto con una varietà di slogan e accessori (fra cui assorbenti igienici). Una delle frasi ricorrenti rivolte al signor Prayar Gopalakrishnan è: “Siamo felici di sanguinare ogni mese e se non lo facessimo, tu non esisteresti!

Per l’appunto. La cosa curiosa è che la stessa divinità a cui il consiglio del tempio vuole far scudo dal “maledetto” sangue femminile, dal sangue della vita, non ha potuto venire alla luce senza di esso. Per cavar qualcosa dall’unione con Shiva, Vishnu ha dovuto diventare femmina e fertile.

Sangre de la diosa, come sarebbe bello se tutti questi uomini pii cominciassero a imparare qualcosa dalle loro stesse sacre scritture… Maria G. Di Rienzo

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(“The Period Poem”, monologo di Dominique Christina, 2015, trad. dal video di Maria G. Di Rienzo. Dominique Christina è una scrittrice, poeta, insegnante, attivista afroamericana. Ha vinto cinque premi nazionali di poesia. N.B.: nel testo che segue è impossibile tradurre il continuo gioco di parole fra “period” – periodo/ciclo mestruale e “period” – punto, o punto e basta.)

Dono per le prime mestruazioni

Dono per le prime mestruazioni

Voglio essere molto chiara. Ho scritto questo pezzo con un’intenzione precisa. Ho una figlia di 13 anni. E’ importante per me tirar fuori ogni parte della mia esperienza, qualsiasi saggezza io abbia racimolato da essa, ogni parte della mia spina dorsale, dirigendola verso di lei, per sostenerla, per offrirle del linguaggio che la sollevi e la mantenga su di spirito.

Ciò detto, questo pezzo è per me una conversazione necessaria, che cerca di minare lo svergognamento delle ragazze rispetto alle mestruazioni. Io ho cominciato ad averle in seconda media, a scuola. E subito c’è stata qualche stronzata, tipo io che agito la mano e dico “Devo andare al bagno subito.” e attorno me dicono “Hai le tue cose, non è vero?”. Sapete, quel tipo di scemenze.

E così quando mia figlia ha cominciato ad avere le mestruazioni e la faccenda l’ha abbattuta ed è uscita dal bagno come se fosse morta o qualcosa del genere, io ho voluto scardinare quest’atmosfera. Perciò ho dato per lei una “festa mestruale”, adornando la casa di rosso, indossando abiti rossi e c’erano cibi e bevande dello stesso colore. E’ stato fantastico. (applausi del pubblico)

Fantastico, tutto rosso, ogni cosa, mi è piaciuto molto. E’ andata meravigliosamente. E poi, mentre mi trovavo ad Austin, in Texas, per partecipare a “Women of the World” (“Donne del Mondo”) quest’anno, mia figlia mi manda lo screenshot di un tweet e in 140 caratteri questo idiota tenta di distruggere quel che ho trasmesso. Ecco oggi la mia risposta al summenzionato. Grazie.

Il tizio su Twitter dice: “Stavo facendo sesso con la mia ragazza quando le sono venute le sue cose, ho mollato la puttana immediatamente.”

Caro scemo senza nome su Twitter: tu sei la ragione per cui mia figlia ha pianto lacrime da funerale quando ha iniziato ad avere le mestruazioni. Il subitaneo dolore che le fanciulle provano al segno dell’uscita dall’infanzia è l’ingresso in una realtà in cui non dovrebbero essere costrette a negoziare il tuo schifo per quel che il corpo di una donna può fare. E qui comincia una lezione di anatomia infusa di politica femminista, perché ti odio.

C’è una cosa chiamata “utero”. Versa emanazioni ogni 28 giorni circa, nel mio caso ogni 23 – sono sempre stata una che rompe le regole. Questa è la parte per l’anatomia, non voglio fare digressioni. La parte di politica femminista è che le donne sanno come lasciar andare le cose, come lasciare che qualcosa di morto lasci il corpo, come diventare nuove, come rigenerarsi, come crescere e calare al modo della luna e delle maree, e entrambe le cose influenzano il modo in cui tu ti comporti, ma non divaghiamo. (risate dal pubblico)

Le donne hanno vagine che possono “parlarsi” l’un l’altra e con ciò intendo che quando siamo con le nostre amiche, le nostre sorelle, le nostre madri, i nostri cicli mestruali possono sincronizzarsi. La mia stessa cervice è incredibilmente capace di influenzare altri, chiunque io ami sa come sanguinare con me. Ricordati quest’ultima frase, c’è una metafora in essa. (applausi)

Ricordatela. Quando tua madre era gravida di te, l’oceano nella sua pancia è ciò che ti faceva galleggiare, ciò che ti ha reso possibile. Lo avevi sotto la lingua quando sei esploso fuori dalla sua pelle, umido e dipinto dal calore del suo corpo, il corpo i cui ingranaggi ora dileggi sui social media, quel corpo ti ha avvolto in tutto quel che aveva di miracoloso, e poi ti ha cantato ninnananne merlettate con piastrine del sangue, senza le quali non avresti alcun account su Twitter, stronzo. Ma niente digressioni.

Vedi, è possibile che noi si conosca meglio il mondo a causa del sangue che ci fa visita. Dà un’interruzione alle nostre gonne bianche, si mostra senza essere annunciato alle feste, il sangue fa così, punto e basta. Viene quando non sei preparata, il sangue fa così e basta.

Il sangue è la più grande delle sirene e noi capiamo che si comporta come vuole, non aspetta che tu gli faccia segno con la mano o di vedere un cartello di benvenuto appeso alla porta. E quando tu hai a che fare con il sangue, di nuovo e di nuovo, come accade a noi, quando il sangue continua a tornare da te, diventi una combattente. Anche se ogni buon generale sa che non si discutono i piani di battaglia con il nemico, lascia che io ti dica questo, scemo su Twitter: se c’è un minimo di bilanciamento in quest’universo, tu sarai benedetto da figlie. Benedetto.

Etimologicamente, “benedire” significa “sanguinare”.

(Ndt. In inglese sì. Le varianti bletsian, bledsian, bloedsian, blodison significano consacrare, ringraziare, segnare con il sangue, e sono riferite specificatamente allo spruzzare gocce di sangue sugli altari pagani. Il termine da esse derivato, “bless”-“benedire”, fu successivamente scelto per tradurre la parola latina benedicere e quella greca eulogein nelle bibbie scritte nelle due lingue, e entrambe le parole hanno il significato “lodare, parlare bene di”: il termine ebraico così tradotto, però, significa “piegare (le ginocchia)”, “adorare”, “invocare benedizioni”.)

Etimologicamente, “benedire” significa “sanguinare”. Vedi, la linguistica ha una lezione da darti. In altre parole, il sangue parla: ecco il messaggio, seguimi. Vedi, le tue figlie ti insegneranno ciò che tutti gli uomini devono prima o poi arrivare a sapere e cioè che le donne – fatte di quanto c’è di magico e macabro nella luce lunare – ti presenteranno al sangue. Lo metteremo su tutte le lenzuola e i sedili delle auto, faremo questo. Ti presenteremo a ciò che hai dentro, punto, e se sarai impreparato come noi a volte siamo, ciò ti travolgerà e ti lascerà una macchia indelebile.

Quindi, a mia figlia: dovesse un qualsiasi idiota malmenare la selvaggia geografia del tuo corpo, il modo in cui il tuo corpo cavalca una rossa rapida corrente come quello di ogni buona lupa o strega, allora fagli cucù con il sangue. Dai a quel sangue un nome biblico, qualcosa di pietra e mortaio. Dagli un nome dalla prima ribellione di Eva nel giardino, dagli il nome dell’ultima bimba a cui sono stati mutilati i genitali a Kinshasa – il che è accaduto stamattina.

Metti in quel nome altrettante sillabe quanti sono i casi di stupro non denunciati. Dagli un nome con qualcosa di sacro, qualcosa di potente, qualcosa di non esprimibile con il linguaggio, qualcosa in geroglifici, qualcosa che suoni come la fine del mondo.

Dagli un nome per la lotta fra le tue gambe e per le donne che qui non resteranno innominate. Sanguina e basta, fai filtrare la tua scrittura impossibile su tutti i mobili buoni. Sanguina, sanguina, sanguina su ogni cosa che a lui piace, punto.

Menstrual Goddess di Neyrelle

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