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Odi gli uomini, ora?

Chiede l’articolista all’intervistata in un pezzo (6 ottobre 2017) il cui occhiello recita: “Così l’istruttore abusò di me – Una delle vittime della palestra di karate racconta il suo calvario (iniziato a 13 anni) e quello di cinque ragazzine (…)”

La coniugazione del verbo odiare alla seconda persona singolare (tu) fa “odii”. Con una “i” in meno significa “ascolti”, “senti”. Quindi, la ragazza sopravvissuta agli abusi ascolta gli uomini, oggi? “No. Certo, non è stato facile ma ho superato. Se ce l’ho fatta io se ce la possono fare altre. (…)” Sottoscrivo. Meno ascoltiamo stronzate, stereotipi, lagne, insulti e menzogne meglio è.

Ma bocciatura grammaticale e giochi di parole a parte, è la preoccupazione espressa dal giornalista a essere inaccettabile nell’intervista a una vittima di violenza: quella che lei resti disponibile ad avere relazioni sessuali con gli uomini. A questo servono le donne, assicuriamoci che nessuno si ponga domande sul loro posto nel mondo, se lo facciamo diventiamo odiatrici di uomini.

D’altronde, un secondo articolo dal titolo “Brescia, stuprate a 12 anni dall’istruttore di karate ed educatore in parrocchia: almeno sei minorenni vittime”, comincia così: “Da allieve del corso di karate a baby fidanzate – a 12 anni – dell’allenatore adulto.” La violenza sessuale su minori è equiparata a una relazione consensuale fra adulti (fidanzamento) codificata e accettata socialmente. Ciò edulcora e candeggia la portata delle violenze, rendendole in qualche modo razionalizzate e accettabili.

Infine, tutti gli articoli su quotidiani a tiratura nazionale che io ho scorso (cinque) riportano la valutazione della Procura per cui l’uomo (il perpetratore) “è incapace di contenere l’impulso sessuale”. E qui dobbiamo mettercela via, vi pare? E’ il raptus.

Pare che questo signore ne soffra addirittura dal 2003. Anni e anni di sofferenze che lo inducevano a organizzare “serate di sesso di gruppo” e a costringere “le giovanissime allieve a contattare uomini maturi in chat”. E’ evidente che era del tutto incapace di intendere e volere durante quei fugaci e confusi momenti.

Se a questo scenario aggiungiamo la catasta di menzogne con cui irretiva e soffocava molte delle sue vittime (l’esaltazione della loro “bellezza”, le dichiarazioni d’amore, l’assicurazione che ognuna era “la prima e l’unica”) manca solo il definirlo un “amante incompreso” e conferirgli il Premio S. Valentino 2017.

Odi gli uomini? Purtroppo. Per tutto il tempo fanno un fracasso infernale. Occupano strillando e sgomitando ogni spazio. A dire cose sensate, però, sono davvero in pochi. Maria G. Di Rienzo

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Dico a te, “La Repubblica”.

Il 15 settembre pubblichi un articolo dal titolo “La violenza delle coppie giovani, oltre una ragazza su dieci aggredita prima dei 18 anni” che presenta “uno dei pochi studi condotti nel nostro Paese sul tema, condotto su un campione di oltre 700 studenti delle scuole secondarie di secondo grado”.

“Di questo e temi collegati si parlerà – prosegue il pezzo – il 13 e 14 ottobre a Rimini in un convegno organizzato dal Centro studi Eriksson, dal titolo ‘Affrontare la violenza sulle donne – Prevenzione, riconoscimento e percorsi d’uscita’ nel quale una parte consistente sarà rappresentata dalla discussione della Teen dating violence, la violenza da appuntamento tra adolescenti e della violenza nelle giovani coppie. Si tratta, sottolineano gli organizzatori del convegno, di situazioni di violenza non facili da individuare e comprendere per le stesse ragazze che ne sono vittime, coinvolte da quello che dovrebbe essere il ‘primo amore’, ma che con l’amore e il rispetto che deve accompagnarlo non ha nulla a che fare.”

L’articolo contiene l’intervista a una delle relatrici, la psicologa Lucia Beltramini, che spiega: “Negli ultimi anni le riflessioni e gli interventi sul tema della violenza contro le donne e le ragazze hanno ottenuto maggiore diffusione e visibilità, e la volontà di realizzare interventi preventivi (…) Tali interventi non possono però prescindere da un’attenta analisi di quello che è il contesto sociale e culturale nel quale ragazzi e adulti si trovano a vivere, un contesto ancora fortemente permeato, anche a livello mediatico, da modelli stereotipati di maschile e femminile e rapporti tra i sessi poco improntati alla parità.”

Ma la conclusione a cui il testo sembra arrivare è che la colpa sia delle femministe: “Uno dei problemi maggiori nell’affrontare il fenomeno è la necessità di spiegare ai ragazzi che quanto stanno vivendo è violenza, non normalità, poiché spesso tali atti non sono riconosciuti come violenza e inaccettabili. In particolare, comportamenti di dominazione e controllo sono scambiati per segni di interessamento e amore. “Non vuole che parli con altri perché sono sua, ci tiene a me”, si sente dire alle ragazze, frasi che fanno chiedere dove siano finite le battaglie femministe nelle quali al centro si poneva ben altro concetto, quel “io sono mia” fondamento dell’autodeterminazione.”

Repubblica, assieme a una valanga di altri giornali e pubblicazioni ci hai triturato le ovaie per anni con concetti quali “la fine del femminismo”, “l’inutilità del femminismo nella società moderna”, “gli errori del femminismo”, “l’obsoleto femminismo che non capisce/vede…. (aggiungi il termine che preferisci)”, “il nuovo femminismo della scelta”, “prostituzione e pornografia sono manifestazioni del femminismo” eccetera.

Dove sono finite le lotte femministe? Non sono finite. Stiamo ancora lottando. Ma se non volete vederci non ci vedrete, è molto semplice. Per esempio, TUTTA la legislazione che in Italia riguarda diritto di famiglia, divorzio, interruzione volontaria di gravidanza, accesso ai diritti civili per le donne, violenza di genere si è generata da quelle stesse lotte. Se avessimo aspettato la buona volontà dei politici e dei governanti a quest’ora nella redazione de “La Repubblica” le donne presenti sarebbero unicamente quelle che puliscono gli uffici o preparano il caffè. Non occorre che ci diciate “grazie”, ma almeno smettete di sputarci in faccia. Maria G. Di Rienzo

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“Quando parlo con adolescenti accade che non riconoscano sempre come violenza ciò di cui stanno facendo esperienza in una relazione. Per una gran parte di loro si tratta del primo incontro in uno scenario “romantico”, perciò possono non sapere che non è sano. Il punto d’inizio della prevenzione, per fermare la cosa ancor prima che inizi, è che noi si voglia comunicare agli adolescenti messaggi relativi alle buone relazioni. Cioè, che tu hai il diritto di essere al sicuro in una relazione e che se un partner ti fa provare paura o ti ferisce questo non va bene, e che tu hai il diritto di andartene e chiedere aiuto.” Deinera Exner-Cortes, ricercatrice alla facoltà di Assistenza Sociale dell’Università di Calgary, Canada. La sua ultima ricerca in merito (2017) mostra come la violenza nelle relazioni fra adolescenti sia parte di un ciclo che si propaga sino all’età adulta.

Tutto giustissimo. C’è un solo punto debole: che la comunicazione sembra diretta principalmente alle potenziali vittime e non ai perpetratori.

In Danimarca, il piano nazionale d’azione contro la violenza di genere prevede speciali iniziative sulle relazioni dirette alla fascia d’età 15-18 anni. Oltre ad aver creato specifici programmi di orientamento e sostegno per le giovani vittime tenuti da personale debitamente formato, organizza nelle scuole giornate tematiche sulla violenza nelle relazioni e dedica ad esse persino un concorso, in cui gli/le studenti possono esprimere i loro sentimenti e ragionamenti tramite racconti, canzoni e varie forme d’arte visiva.

Questo va ancora meglio. Le iniziative sono riuscite a nominare la violenza contro le donne come il principale problema da risolvere nell’intero scenario (se non altro, le percentuali costringono a farlo), il discorso comunicativo si è allargato, ma i messaggi appaiono ancora come diretti in primo luogo alle potenziali vittime e non ai perpetratori.

Su questi giovani picchiatori – stupratori – assassini, soprattutto in Italia e soprattutto se sono italiani, c’è un sacco di gente che “non vuole giudicare” e sostiene che “dobbiamo interrogarci” e cerca di scavare ragioni da miti greci e pistolotti psico-sociologici e riveriti autori. In pratica, nessuno vuol dire all’assassino di Noemi Durini che uccidere è sbagliato, usando come pretesto il fatto che l’autore dell’omicidio ha 17 anni.

Naturalmente, se ne avesse avuti 27 o 37 dovremmo interrogarci sulla disperazione di una generazione senza futuro, e se ne avesse avuto 47 o 57 o 67 ecc. dovremmo interrogarci sull’ansia di generazioni in cui la mascolinità si sente messa in pericolo dalla parità sociale fra donne e uomini (che in Italia esiste solo – e nemmeno sempre – sulla carta) eccetera, eccetera. Quindi: ai perpetratori di femicidio / femminicidio, qualsiasi sia la loro età, è dovuto un lungo e dettagliato rendiconto di vicende storiche e personali atto a “comprendere” le loro motivazioni. Nessuna condanna, se non quella d’obbligo contenuta nelle frasi trite del tipo “ovviamente non avrebbe dovuto, però…”.

Però non riusciamo a dire che sì, le donne muoiono per mano degli uomini molto molto molto più del contrario. Non riusciamo a dire che la violenza nei loro confronti ha le sue origini nei prodotti del patriarcato: sessismo, misoginia, discriminazione di genere. Non riusciamo a dire che la violenza contro le donne è di continuo razionalizzata, giustificata, glorificata ed erotizzata.

Ma se non riusciamo a dirlo, non c’è alcuna speranza che la violenza cessi.

Se non riusciamo a dirlo, trovare la prossima Noemi sotto un mucchio di pietre è solo questione di tempo.

Se non riusciamo a dirlo e ad agire di conseguenza, la prossima Noemi l’avremo uccisa anche noi.

Maria G. Di Rienzo

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Ora che tutti sono stati arrestati e quindi abbiamo un maggior numero di informazioni sul gruppo di giovanissimi stupratori di Rimini, compreso il fatto che il più manifestamente violento è il più piccolo (15 anni), sappiamo anche che – da qualsiasi paese provengano le loro famiglie – l’ambiente culturale in cui sono cresciuti è quello italiano. Intendo dire che non possiamo chiamarci fuori arrampicandoci sugli specchi di “altre culture” o additando al ludibrio ogni singolo migrante con i manifesti della defunta e infame Repubblica Sociale Italiana.

Nello schema che crea gli stupratori, la società in cui vivono costituisce il livello più importante. Ve lo semplifico qui di seguito usando “Factors at play in the perpetrarion of violence against women, violence against children and sexual orientation violence” (Hagemann-White et al 2010) – il lavoro è molto più specifico e dettagliato, io ho selezionato gli aspetti che fanno riferimento specifico all’attuale clima socioculturale italiano:

Macrolivello – strutture generali nell’ordine sociale

SVALUTAZIONE DELLE DONNE

Diseguaglianza di genere, relazioni non egualitarie fra uomini e donne, subordinazione delle donne.

VIOLENZA MEDIATICA

Glorificazione della violenza e della sessualizzazione di donne, ragazze e bambine.

MASCOLINITA’ ETEROSESSUALE NORMATIVA

Livello di mezzo – norme sociali e pratiche che regolano la vita quotidiana

SENSO DI ACQUISIZIONE DI DIRITTO (l’aspettarsi privilegi)

Il supporre da parte dei maschi di avere diritto a sesso e servizi da parte delle donne.

FALLIMENTO DELLE SANZIONI

Il fallimento del sistema giudiziario nel rispondere alla violenza, implementazione insufficiente delle leggi risultante in nessuna / leggera sanzione per i perpetratori.

DISCRIMINAZIONE

La discriminazione verso donne, ragazze e bambine nella società, per esempio sul lavoro e a scuola.

CODICI “D’ONORE”

L’imposizione di disonore e vergogna sulle donne vittime di violenza.

Microlivello – interazioni giornaliere nell’ambiente immediatamente circostante

L’APPROVAZIONE DEL GRUPPO DI PARI

Il sostegno dai coetanei che approva, valorizza e rinforza la violenza contro le donne.

STEREOTIPI

La rigida costruzione di ciò che sarebbe “normale” per maschi/femmine.

MITI

Persistenti fraintendimenti e stereotipi sulla violenza.

PREMI

Remunerazioni percepite o reali per l’aver agito violenza.

CODICI DI OBBEDIENZA

Aspettative differenti per le figlie.

Livello ontogenetico (relativo a crescita e sviluppo)

IL SE’ MASCOLINO

Ostilità verso le donne e approvazione della violenza contro le donne, necessità di provare se stesso come “vero maschio”.

DEFICIENZE COGNITIVE ED EMOZIONALI

Mancanza di empatia e rispetto per donne, ragazze e bambine.

SPERSONALIZZAZIONE DEL SESSO

Socializzazione sessuale orientata al potere e al controllo.

ABUSO DI STIMOLANTI

Abuso di pornografia, alcool e droghe.

Non è difficile riconoscere la “banda dei quattro” di Rimini: ladruncoli, spacciatori, sbruffoni, arroganti, aggressivi, uno già passato per il carcere minorile, uno espulso da scuola che “parlava solo di uccidere e violentare”, tutti equipaggiati con abbigliamento e accessori di marca… ma quanti giovani “italiani veraci” dalle caratteristiche assolutamente identiche conoscete? Maria G. Di Rienzo

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Tre anni fa, dopo una campagna condotta da genitori disgustati dal contenuto sessista e stereotipato di libri quali “Attività per ragazze” e “Attività per ragazzi”, la casa editrice inglese Usborne annunciò che avrebbe smesso di pubblicare simili testi.

Il loro “Growing Up for Boys” (Crescere/La crescita per ragazzi) è del 2013 e ancora in circolazione ma ultimamente un padre, il sig. Ragnoonanan, ha chiesto pubblicamente se non ci sono cose migliori da insegnare ai propri figli maschi, a cui il libro indirizza messaggi come questo:

A cosa servono i seni? Le ragazze hanno i seni per due ragioni. Una è produrre latte per gli infanti. L’altra è far apparire la ragazza cresciuta e attraente. Virtualmente tutti i seni, al di là della taglia e della forma che finiscono per avere quando una ragazza esce dalla pubertà, possono fare entrambe le cose.

breasts

Dal messaggio dell’uomo su Twitter la protesta si è allargata sul web e soprattutto su Amazon, che il libro lo vende, ove recensori ambosessi lo hanno sepolto di stroncature.

Fen Coles, co-direttrice della Letterbox Library, una biblioteca specializzata in libri per bambini e testi per le scuole e i genitori, ha spiegato alla stampa perché lei stessa trova la faccenda problematica: “Il linguaggio usato, tenendo in mente che questo è un libro “per maschi”, suggerisce fortemente che i seni delle ragazze esistono per i ragazzi, per il loro apprezzamento, per il loro sguardo. Se vogliamo incoraggiare i nostri bambini ad avere relazioni sane gli uni con le altre e se vogliamo costruire una cultura del consenso, suggerire che parti del corpo esistono solo per il loro “uso” da parte di un’altra persona, apparentemente al di fuori del controllo da parte della persona a cui quella parte del corpo appartiene, al minimo toglie potere e al peggio è molto pericoloso. Questo è un linguaggio mal concepito, regressivo e irresponsabile, usato in ciò che è inteso come libro educativo.”

La casa editrice si è scusata, ovviamente. Metterà a posto il libro. Tanto, la sua parte di danno l’ha già fatta. Maria G. Di Rienzo

P.S. Il titolo – Insegna bene ai tuoi figli – fa riferimento a una canzone di Crosby, Stills, Nash & Young.

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Girls Pride Irlanda

(la scritta sulla maglietta dice: Trasformare le giovani vite delle persone LGBT)

11 agosto 2017: “Roma, Centocelle, assalto omofobo al Vanity Dance Studio: “Froci andatevene!” – Dopo mesi di continui attacchi, ieri notte la sede è stata completamente imbrattata di scritti e disegni osceni e offensivi. E adesso la scuola, diventata punto di riferimento per i ragazzini del quartiere, rischia di chiudere.”

10 agosto 2017: “Insulti omofobi alle baby calciatrici” – Il procuratore federale interregionale della Figc ha deferito al Tribunale federale territoriale (…) la Polisportiva Bruinese a titolo di responsabilità concorrente e oggettiva per l’operato dei propri dirigenti, anch’essi deferiti.

Il deferimento è riferito a “presunti comportamenti omofobi e discriminatori messi in atto da giocatori, dirigenti e tifoseria” della Bruinese nei confronti di calciatrici del Torino in occasione di una partita della categoria giovanissimi fra le ragazze della formazione granata con la squadra maschile della Bruinese giocata il 13 aprile scorso.”

Non so che età avessero gli allievi dello studio di danza, ma la parola “ragazzini” mi fa pensare a minori adolescenti. So invece che età comprende la categoria “giovanissimi” nel calcio: maschi e femmine tra i dodici e i quattordici anni (dalle categorie superiori ragazze e ragazzi giocano in tornei separati e hanno limiti di età diversi).

Si tratta comunque assai spesso del momento in cui le giovani persone omosessuali trovano un punto fermo nel mezzo dei messaggi contraddittori che le hanno rese confuse e incerte sino ad allora: è l’età in cui il coming out lo si fa interiormente, dicendo a se stessi “questo è ciò che io provo, questo è ciò che io sono”. E’ anche il momento in cui la violenza nei loro confronti è giustificata da culture/religioni con il pretesto di “difendere i minori”… da loro stessi.

Oltre settanta nazioni, al mondo, criminalizzano ancora l’omosessualità e per cinque di esse la pena prevista per chi ne sia giudicato “colpevole” è quella capitale. Le leggi che direttamente o indirettamente rendono reato penale una caratteristica umana per “proteggere i bambini”, così come le “campagne anti-gender” (che sono campagne anti-omosessualità), non fanno che esacerbare la violenza e la discriminazione, ottenendo l’esatto opposto effetto per i minori, siano essi LGBT o siano semplicemente sospettati di esserlo o prendano le parti di qualcuno di questi ultimi.

In pratica dappertutto è possibile trovare cialtroni sadici che pretendono – abbiano o meno la benedizione di governi e chiese – di essere in grado di modificare l’identità e l’orientamento delle ragazze e dei ragazzi omosessuali: tale terapie sono “non etiche, non scientifiche e inefficaci e possono essere paragonate alla tortura” (Nazioni Unite, Ginevra, 2015). Per essere oggetto di bullismo a scuola da parte di compagni (e sovente insegnanti) non occorre essere gay o lesbiche, basta essere percepiti e classificati come tali; in alcuni paesi tale giudizio sommario è sufficiente per rifiutare l’ammissione a scuola a uno/una studente o per espellerlo/a.

Credete che tutto questo passi senza lasciare tracce nel cuore di un ragazzo o di una ragazza, ne sia pure lui o lei unicamente testimone? Lo stigma sociale diventa auto-stigmatizzazione. Le abilità personali si affievoliscono e appaiono come non dare più gioia a chi le possiede, la salute ne risente a livello fisico e mentale, l’ansia del doversi mimetizzare e nascondere conduce a entrare in relazioni non desiderate e potenzialmente pericolose, la capacità di immaginare un futuro felice per se stessi va a picco. Ma noi diciamo che Carlo sembra un po’ depresso e Luisa non va più volentieri a scuola “perché l’adolescenza è così”, basta aspettare o magari dargli/darle del Prozac, passerà. Non è vero. Se non interveniamo aiutandoli a restaurare la loro autostima andrà peggio.

Nel continuum di violenza che si abbatte su di loro si creano picchi in cui fra la loro vita e la loro morte resta solo un piccolo spazio. Quando è riempito da “Froci andatevene” o – presumo – da “Lesbiche schifose”, Carlo e Luisa possono pensare che non valga più la pena esistere. Perciò, quelle scritte di vernice spray e quelle parole sputate con disprezzo sono assassine.

Maria G. Di Rienzo

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Quando nei giorni scorsi avete letto dello stupro di gruppo subito da una 15enne a Bari (cinque aggressori, un solo maggiorenne) vi siete chiesti chi ha spiegato a questi giovani maschi cos’è il sesso e come farlo? Io sì.

In primo luogo la pornografia.

Stante il facilissimo accesso a quella online essa è diventata una delle forme principali di “educazione sessuale” per le nuove generazioni. Quel che vedono e a cui si abituano è un contesto in cui non vi è consenso, rispetto o piacere reciproco, ne’ sicurezza. Lo scenario prevede maschi aggressivi totalmente in carico dell’iniziativa e dei suoi sviluppi, legittimati a usare i corpi delle donne in ogni modo loro aggradi coprendoli nel contempo di una valanga di insulti: schiaffi, pugni, calci, strangolamenti, penetrazioni così violente da causare lacerazioni ecc. sono ingredienti comuni della pornografia cosiddetta “mainstream”, cioè la maggioranza della pornografia prodotta e accessibile. Le donne che subiscono questi assalti recitano passività e/o godimento, di modo da indurre nello spettatore il concetto che alle “cagne” piace da morire essere umiliate, picchiate e “sfondate” sino a dover ricorrere alla chirurgia per ricostruire ani e vagine. Ad essere resa “erotica” è la violenza contro le donne, non c’è modo di girarci intorno blaterando che sono tutte fantasie – le donne che vedete brutalizzate nella pornografia sono reali e soffrono danni reali. Le ragazze e le donne con cui partner maschi vogliono copiare gli scenari suddetti anche.

In secondo luogo l’attitudine socio-culturale che il nostro paese riserva alle donne.

Qualsiasi età abbiano, dalla pupattola alla vecchietta; qualsiasi cosa facciano, dalla pulitrice alla ministra; qualsiasi opinione abbiano e rendano pubblica; qualsiasi talento mostrino; di qualsiasi vicenda siano protagoniste; stiano sul podio come vincitrici di medaglie olimpiche o in una cassa di legno perché ammazzate dal marito/fidanzato “geloso” – la narrazione comincia, finisce e ruota attorno alla loro appetibilità sessuale. Bella – bella – bella, scollature spacchi e tacchi, tanga e bikini, o brutta – brutta – brutta, aggettivo spesso meglio specificato come “non scopabile”.

In terzo luogo il reiterare nei confronti delle donne ogni stereotipo sessista ripescabile da un barile puzzolente vecchio migliaia di anni.

Magari i ragazzini si sentono moderni e trasgressivi a ripetere che le donne sono stupide e inferiori, forse credono di dire una gran novità (o addirittura una “verità scomoda”), ma si tratta di un assunto patriarcale più decrepito dei loro bisnonni, smentito costantemente dalla Storia e falso come le immagini create con Photoshop su cui si fanno le pippe.

In quarto luogo gli adulti maschi loro modelli di riferimento, che sono troppo spesso una manica di stronzi.

L’affascinante attore che picchia la moglie, il grande atleta che ammazza la compagna, i fratelli maggiori che maltrattano fidanzate e quando costoro diventano “ex” postano le loro foto di nudo su Facebook – per “vendetta”, dicono, ma è soprattutto il riconoscimento dei loro pari che desiderano: guardate che gnocca ho trombato, amici, adesso che non vuole darmela più io la getto a voi come carne andata a male a un branco di cani sbavanti.

Non è che scuola e famiglie offrano agli adolescenti molte alternative, lo so. Quello che mi stupisce è che, per esempio, parecchi dei loro genitori e parecchi di loro stessi sono pronti a dubitare di tutto quel (poco) che hanno imparato a scuola. Possono sostenere che l’Olocausto non è mai avvenuto, l’allunaggio nel 1969 nemmeno, i rettiliani e le sirene esistono e recitando delle sequenze numeriche o degli incantesimi in latinorum si guarisce da ogni tipo di malattia e si vincono lotterie… perché l’hanno visto su internet. L’unica cosa di cui non dubitano mai è questa: le donne sono tutte troie e si meritano ogni singola schifezza sia loro inflitta. Be’, non è che internet dica loro molto di diverso, vero?

Maria G. Di Rienzo

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