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Posts Tagged ‘adolescenti’

Si alzi il cielo.

Dobbiamo volare sopra la terra, sopra il mare.

Il destino si rivela e se moriamo, si ergono le anime.

Dio, per favore non cogliermi, fino alla vittoria.

(“Till Victory” – Patti Smith)

Nella mia rassegna stampa (internazionale) oggi è spuntato di nuovo questo filo rosso: pornografia / abusi e stupri di bambine.

In Malesia un dodicenne aveva preso l’abitudine di assorbire un po’ di video pornografici su internet e poi mettere in pratica quel vedeva su una bimba di quattro anni, a cui sua madre faceva da babysitter: l’ha stuprata tre volte prima che se ne accorgessero, nonostante la bambina si lamentasse del dolore ai genitali.

In Gran Bretagna, un 48enne similmente aficionado dei video pornografici online deriva da essi l’idea di una “sfida”: filmare segretamente ragazzine (minorenni) sotto la doccia e farla franca. Diciamo che ha raggiunto questo nuovo traguardo per la virilità parzialmente, visto che l’hanno beccato con un bel po’ di filmati sul cellulare.

Insomma, non c’è dubbio che la pornografia sia divertente, innocua e sano svago per tutti: basta con il perbenismo! Avete idea di che danni fa all’industria del sesso? (Sì, purtroppo nessuno.)

E poi c’è l’Italia: “Roma, militare accusato di abusi sulla figlia di 9 anni in caserma: in macchina conservava le mutandine da bambina”. Non solo, aveva in auto anche due dvd molto particolari: un cartone animato dai contenuti pedopornografici, “Il parco delle sevizie”, e un filmato dal titolo “Violenza paterna”.

La figlia di costui – maresciallo 38enne dell’esercito – ha oggi 14 anni ed è ospite di una casa famiglia assieme ai due fratelli. I bambini sono infatti stati allontanati anni fa dai genitori, entrambi militari, perché non accuditi e testimoni di continua violenza. Adesso, la ragazzina ha raccontato il resto e il processo a carico di suo padre è in corso. Come da copione, l’uomo la accusa di raccontare balle: “Sono solo fantasie, ritorsioni di mia figlia perché la sgridavo”.

Ma il tizio che vorrei scuotere come uno shaker (in maniera pacifica e nonviolenta, ovviamente), nella speranza che le sue sinapsi tornino a funzionare, è lo psicologo della struttura in cui la fanciulla si trova.

“Prima di raccontare il dramma vissuto la bambina viveva di camuffamenti. – ha detto costui – Sosteneva che non voleva stare dal padre perché in caserma la lasciava troppe ore davanti alla tv. Perché si annoiava. In quel periodo, essendo all’oscuro di tutto, l’ho anche spronata ad avvicinarsi al padre, per ricucire il rapporto.”

La ragazzina non ce l’ha comunque fatta a DIRE. Spesso, lo psicologo dovrebbe saperlo, per le vittime va così. Ha dovuto usare disegni e lettere per spiegare la situazione. Perché l’uomo che le ha fatto del male, un male la cui cicatrice resterà comunque con lei per sempre, è quello di cui si fidava di più, quello che amava di più, quello a cui doveva la vita. Perché quando da bambina subisci abusi da parte dei tuoi genitori ti senti in torto, sbagliata e cattiva. Taci sia per non sbandierare la tua colpevolezza e vergognarti ancora di più, sia perché se osi aprire solo di un millimetro la bocca al proposito sei a rischio di ritorsioni e immediatamente etichettata come bugiarda.

Adesso che non è più “all’oscuro di tutto”, all’esimio specialista è sorto qualche dubbio sul suo operato? Immagina come si è sentita la sua paziente mentre lui la “spronava” ad accettare un uomo violento, a “riavvicinarsi” al suo carnefice? Era preoccupato che la ragazzina urtasse i delicati sentimenti paterni di un genitore incapace e pericoloso a cui era già stata sottratta?

Prima di raccontare il dramma vissuto la bambina viveva di camuffamenti – Id est, raccontava menzogne, giusto? Dopotutto una femmina è difficile da prendere sul serio, sin dalla più tenera età.

Ma vedete, è strano. Se dici “mio padre mi ha fatto questo” sei una fantasiosa stronzetta che al massimo cerca di vendicarsi per la giusta disciplina imposta dal farabutto con potestà genitoriale, non ti ascolta nessuno e niente niente è colpa di tua madre che ti ha fatto venire la PAS (ciò è a discrezione di psicologi – giudici serenamente ignoranti, visto che dal punto di vista scientifico la cosiddetta “sindrome” in questione ha credibilità ZERO). Se dici “non voglio vederlo perché… mi annoio” – e, ripetiamo, sei stata tutelata con l’allontanamento da tale individuo – inganni immediatamente il terapeuta maschio che ti ascolta: sei sempre una stronzetta, intendiamoci, ma solo superficiale e bisognosa di incoraggiamento a ricucire rapporti.

Poiché ho subito da bambina questo stesso trattamento, e sono passati molti molti anni, il vederlo ancora all’opera è per me insopportabile. E’ il momento in cui mi chiedo se tutto quel che è stato fatto, in decenni di attivismo femminista, per cancellare questa infamia è stato inutile. Mi chiedo persino se io stessa sono inutile. E’ come tentare di risalire un abisso aggrappandosi a una corda fatta di filo spinato. FA MALE. Ma non è stato inutile, non lo è tuttora, e io non mollo la presa, non mollo, scordatevelo. Fino alla vittoria.

Maria G. Di Rienzo

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4 luglio 2019, Catania – “Abusa della figlia disabile mentale: la moglie lo scopre e lo denuncia, arrestato”.

Da quattro anni stuprava la figlia, oggi 24enne. La moglie (pure affetta da disabilità, simile a quella della figlia) lo ha sorpreso in bagno mentre abusava della giovane.

Il Ministro della Mascolinità Italica, durante i festeggiamenti per l’Indipendenza americana, scatta selfie e scherza sulla sua passione per gli hamburger, poi la notizia lo raggiunge, disturba il suo appetito e lo costringe a commentare: “Una fiaba pessima, horror, surreale. Non ho parole. Cosa bisogna fare per scopare in Italia? Mi vergogno che questo povero uomo italiano, sessantenne, sia stato costretto a rivolgersi alla figlia disabile per il suo legittimo diritto al sesso! Quando le mogli se ne fregano e si lasciano andare e non si riaprono i bordelli questo succede!”

4 luglio 2019, Garlasco (Pavia) – “Getta la compagna dal balcone: donna salvata dai carabinieri che l’afferrano al volo”.

L’uomo ha precedenti per violenza domestica. Gettatosi a sua volta dalla finestra al primo piano – e riportando con ciò la frattura delle gambe – una volta individuato dai carabinieri li ha colpiti con un bastone e delle pietre ferendone tre.

Il Ministro del Sessismo di Stato, durante i festeggiamenti per l’Indipendenza americana, scatta selfie e scherza sulla sua passione per la Coca-Cola, poi la notizia lo raggiunge, il drink gli va di traverso ed è costretto a commentare:

“Una fiaba pessima, horror, surreale. Non ho parole. Cosa bisogna fare per liberarsi di una donna rompicazzo in Italia? Mi vergogno che i carabinieri non siano potuti andare a prelevarla prima, ma comunque il suo volo ha messo a rischio la vita di militari che fanno il loro lavoro. Certo, anche il tizio ha sbagliato, ha aggredito i carabinieri, ma mi dicono che è italiano quindi dev’essere comunista.”

4 luglio 2019, Giugliano (Napoli) – “Maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale, arrestato il marito recidivo”.

Un uomo responsabile di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale, con il divieto di avvicinamento all’ex moglie e sottoposto agli arresti domiciliari, tenta per l’ennesima volta di introdursi in casa di costei.

Il Ministro della Difesa della Razza, durante i festeggiamenti per l’Indipendenza americana, scatta selfie e scherza sulla sua passione per il baseball, poi la notizia lo raggiunge, la mazza che impugnava gli cade dolorosamente su un piede, con il gomito urta sul tavolo la bottiglia di olio di ricino che si versa a terra, tira un paio di “porchi” off the record e poi commenta:

“Una fiaba pessima, horror, surreale. Non ho parole. Ma come è finita la famiglia in Italia per colpa della Boldrini? Mi vergogno che una moglie tenga la porta chiusa in faccia al marito italiano. Da dove viene questa delinquente? Se è italiana come minimo è comunista. Sono arrabbiato e indignato a nome dei militari italiani che ogni giorno rischiano la vita e meritano rispetto, non devono andare a fare i fabbri per far contenti i piddioti e le cornute.”

4 luglio 2019, Roma – “Foto hot da minorenni, poi le ricatta: 18enne condannato a un anno e quattro mesi”.

Riporto il titolo com’è, anche se trattandosi di minorenni non sono “foto hot” ma pedopornografia. Il farabutto che prima posava da “fidanzato” e poi ricattava le ragazzine con frasi di questo tipo: “O ti mostri tutta nuda e ti accarezzi oppure farò circolare le tue foto in intimo su internet”, “Sarai disonorata sui social” ecc., è definito dall’articolista “uno studente con il pallino del sesso”. E che sarà mai, uno non può più avere un hobby, adesso?

Il Ministro della Giustizia Sommaria, durante i festeggiamenti per l’Indipendenza americana, scatta selfie e scherza sulla sua passione per le grigliate del 4 luglio, poi la notizia lo raggiunge, si scotta con una costata di manzo, infila la mano bruciante nella sangria cercando di non farsi notare e commenta:

“Una fiaba pessima, horror, surreale. Non ho parole. Sono indignato e schifato. Mandiamo in galera un ragazzo italiano che si diverte un po’ perché le sgualdrinelle hanno 3-4 anni meno di lui? Anche a me le donne piacciono più giovani (l’ultima per età potrebbe essere mia figlia) e scollate. Questa è una sentenza politica emessa da qualcuno pagato dalle femminaziste e ci dice quanto è urgente la riforma della giustizia. E la faremo, amici! Prima però devo andare a sentire cosa ne pensa l’amico Putin. Bacioni.”

Maria G. Di Rienzo

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La vulgata fornisce più o meno questo scenario: c’è una bellissima fanciulla, maggiorenne vaccinata e diplomata, che davanti allo specchio si interroga sul proprio futuro. Ha svariati scenari a disposizione: laurearsi e poi conseguire un dottorato di ricerca; andare in tour mondiale con una compagnia teatrale; entrare in una compagnia di danza classica come prima ballerina; lavorare nel settore artistico/creativo di una grande azienda produttrice di tessuti; accettare l’offerta di una squadra professionista di pallacanestro; fare / consegnare pizze nel ristorante della zia; lavorare come inserviente in un asilo nido… aggiungeteci quel che vi pare.

La ragazza si guarda attentamente, sospira (perché le donne sospirano di default in prossimità di specchi, giusto?) e dice “No, studiare è stancante, mandare a memoria tutte le battute di una commedia pure, “Giselle” non la faccio più perché mi annoia, in azienda avrei poche ferie, giocare a pallacanestro mi mette a rischio infortuni, vicino al forno delle pizze è troppo caldo e i bambini piccoli non mi piacciono. Per cui, visto che sono molto attraente e molto compassionevole, e ci sono in giro un mucchio di uomini infelici a cui non viene dato abbastanza amore, farò la sex worker.” Visto? E’ la scelta di una professione come un’altra, anzi di una professione assai migliore di altre, dove non ci si stanca, ci si diverte, non si è a rischio di nulla, il guadagno è ottimo e si è trattate con il massimo rispetto. Niente niente, poi può persino arrivare il “cliente” ricchissimo e strafigo che ti compra bei vestiti e gioielli e alla fine si innamora di te e ti porta a vivere nella sua villa fronte mare.

Nella realtà, però, le cose vanno un po’ diversamente. Come, per esempio, lo racconta la storia di Bridget Perrier (in immagine).

bridget

Bridget, canadese del gruppo etnico Anishinaabe, fu adottata quando aveva 5 settimane da una famiglia non indigena, nel 1976. A otto anni fu molestata da un amico di famiglia e a undici “riconsegnata” all’assistenza sociale. La misero in una casa-famiglia dove ragazze più grandi la iniziarono al commercio sessuale. Lo stesso anno, fu reclutata dalla tenutaria di un bordello. A 12 anni Bridget era una “sex worker”. A 14 fu punita per aver tentato di far soldi all’esterno del bordello: la tennero prigioniera per 43 ore, durante le quali fu stuprata e torturata. Fuggì, ricevette cure mediche (punti interni ai genitali) e l’uomo che aveva abusato di lei fu condannato a due anni, dicasi due, di galera. Bridget finì per “lavorare” agli ordini di un magnaccia che ovviamente otteneva la sua obbedienza a botte.

A 16 anni, mise al mondo il suo primo figlio, un bimbo che a nove mesi sviluppò una forma particolarmente maligna di leucemia e ne morì a cinque anni. La sua morte, dice Bridget, fu la prima terribile spinta a cercare di uscire da quella situazione. Nel 1999 mise al mondo la sua seconda figlia e quello fu il punto di svolta. Poiché era una senza tetto entrò nel programma di assegnazione temporanea di alloggi, sostenuta dai servizi di welfare si diplomò alle superiori e poi prese un diploma in assistenza sociale. Subito dopo fondò assieme ad altre donne “Sex Trade 101”, un’organizzazione che combatte il traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale e dà sostegno alle sopravvissute come lei.

Oggi di anni Bridget Perrier ne ha 43 e dice: “La gente pensa di noi che siamo in frantumi, ma non è vero. Io ho una buona resilienza, ho solo subito moltissime fratture.”

Maria G. Di Rienzo

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(“The Startling Rise of Choking During Sex”, di Olga Khazan per The Atlantic, 24 giugno 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Ci sono un mucchio di emozioni comunemente associate al sesso: amore, felicità, eccitazione, forse anche rilassamento. Ma per molte donne, una sensazione sessuale che salta in mente è più oscura: la paura.

In uno studio recente Debby Herbenick, docente e ricercatrice sul sesso alla Scuola di Salute Pubblica dell’Università dell’Indiana, ha rilevato che circa un quarto delle donne adulte negli Usa si sono sentite spaventate durante il sesso. Su 347 soggetti, 23 hanno descritto il sentirsi impaurite perché il loro partner aveva tentato inaspettatamente di soffocarle. Per esempio, una 44enne ha scritto di come il suo compagno avesse “messo le sue mani sulla mia gola in modo che a stento riuscivo a respirare”.

Il sesso può comportare del soffocamento consensuale, ma non è questo il caso, come Herbenick ha spiegato al pubblico durante una conferenza all’evento “Idee Aspen: la Salute”, che è organizzato dall’Aspen Institute e dall’Atlantic. Invece, “questo era chiaramente del soffocamento di cui nessuno aveva parlato e che a sorpresa era stato imposto su qualcuno”, ha detto. Secondo la sua ricerca, il 13% delle ragazze sessualmente attive fra i 14 e i 17 anni è già stato soffocato.

La ragione per cui persone così giovani conoscono un atto sessuale di tale violenza è molto probabilmente la pornografia, ha detto Dan Savage, editorialista su temi sessuali e conduttore di Savage Lovecast, che era pure presente alla conferenza. E non si tratta dell’unico cambiamento disturbante che si può attribuire alla pornografia, ha aggiunto Kate Julian, redattrice capo all’Atlantic e autrice di un recente servizio da copertina sul comportamento sessuale dei giovani. Per scrivere la sua storia, ha parlato con diverse donne che le hanno detto come i loro partner maschi sembrino prendere indizi da quel che vedono nella pornografia, “martellando” durante il coito o penetrandole analmente mentre loro non erano pronte a ciò.

Julian è venuta a sapere di un centro sanitario universitario che stava curando donne con lacerazioni alla vulva, qualcosa che è segno tipico dell’assalto sessuale. Solo che queste donne non erano state stuprate. “Avevano solo fatto del sesso che non desideravano fare. – ha detto Julian – Non sapevano che si suppone la faccenda vada diversamente.”

Savage crede che la ragione per cui la pornografia sta strisciando nelle vite sessuali dei giovani, peggiorandole, è che le scuole mancano di fornire ai ragazzi e alle ragazze educazione sessuale che sia consapevole della pornografia stessa. Invece di imparare che quel che vedono nella pornografia potrebbe non somigliare alla vita reale, i giovani guardano la pornografia e arrivano a credere che sia quel che le loro partner vogliono. Savage ha riassunto questa mentalità come “Non mi va di farlo, ma è quel che devo fare perché è quel che lei si aspetta da me.”

Ovviamente, una soluzione è che i genitori semplicemente tentino di tenere distanti i ragazzi dalla pornografia che promuove violenza sessuale. (1) Ma altrimenti, come incoraggiamo i giovani – e i più vecchi – a parlare e a chiedere alle loro partner se vorrebbero fare esperienza di qualche mossa ispirata dalla pornografia?

Savage, che è gay, ha detto che questo è qualcosa che “le persone gay possono dare alle persone etero”.

“Poiché i partner dello stesso sesso hanno gli stessi genitali, quando sono pronti ad andare a letto insieme – ha detto Savage- spesso devono discutere di cosa, precisamente, stanno per fare. Le chiamo le quattro parole magiche. E’ la domanda che viene posta quando due ragazzi sono a letto insieme per la prima volta: Cos’è che ti piace? Perché non può essere dato per scontato. (2) La gente etero, come impostazione predefinita, ha il coito vaginale.”

Troppo spesso, ha detto Savage, “quando le persone eterosessuali arrivano al consenso, smettono di parlare di quel che viene dopo, di quel che vogliono fare. Quando le persone gay raggiungono il consenso, quello è l’inizio della conversazione.”

Quella conversazione in cui la coppia discute cosa va bene e cosa no. Forse questa è una cosa che le coppie etero possono imparare dalle coppie gay.

(1) Suggerimento assai inefficace per diversi motivi – per esempio, il controllo coercitivo genera reazione opposta negli adolescenti – e spesso improponibile: discutere con i ragazzi e le ragazze di cosa la pornografia è attualmente forse sarebbe più utile, perché ormai quella che “promuove violenza sessuale” è l’assoluta maggioranza di ciò che il mercato offre.

(2) Le parole di Dan Savage, che condivido, sono il motivo per cui ho tradotto questo pezzo. E a proposito, oggi il Pride sfila nella mia città, Treviso, a partire dalle ore 15.00 (inizio corteo davanti alla stazione dei treni). Se siete in zona, venite a camminare con la speranza, la dignità, la gioia e l’orgoglio.

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C’è una scuola statale, in Gran Bretagna, che si chiama “Oxford Spires Academy”, che non ha nulla di altisonante oltre il nome e dove gli/le studenti parlano fra loro più di 30 lingue. Ci lavora la professoressa e scrittrice Kate Clanchy (in immagine sotto questo paragrafo) che ha trascorso gli ultimi dieci anni insegnando poesia a bambini e ragazzi – in maggioranza rifugiati o migranti – per aiutarli a guadagnare fiducia in se stessi e a dar forma alle loro proprie narrazioni.

teacher kate

L’anno scorso, guidati da questa donna, gli alunni e le alunne hanno pubblicato un’antologia dal titolo “Inghilterra: Poesie da una scuola”, che ha ottenuto risonanza e lodi a livello nazionale. I due migliori studenti della scuola, una femmina e un maschio, sono anche vincitori di concorsi di poesia.

“Non c’era un grande piano al proposito. – ha spiegato Clanchy – Il successo è arrivato mentre andavamo avanti. E’ il modo in cui alcune scuole diventano famose per il cricket: noi siamo molto bravi a fare poesia.”

L’insegnante racconta di essersi trovata ad avere una scolaresca fatta di “rifugiati dalla guerra e rifugiati dalla povertà”, i cui retroscena di esperienze difficili e in cui avevano sperimentato o testimoniato violenza, davano origine a una serie di memorie e narrazioni taciute, spesso intrise di vergogna. Clanchy ha pensato giustamente che le ferite non curate si infettano – perciò, ha cominciato a guarirle con la poesia: “Penso sia particolarmente importante per i migranti raccontare le loro storie e avere il controllo su di esse. Le loro storie gli sono sottratte non appena arrivano, perché entrando nel paese devono attenersi a una versione precisa e da quella non possono deviare. Molto spesso le narrano in una lingua diversa, mentre hanno paura, e le loro storie finiscono per essere distorte in diversi modi. La poesia ha un’importanza speciale in moltissime tradizioni, per esempio in Afghanistan, soprattutto per le donne: si parlano l’una con l’altra in versi, fanno giochi e gare con la poesia. Perciò, se tu dai modo a queste persone di raccontare le loro storie con la poesia permetti loro di parlare e di essere ascoltate. I miei studenti rifugiati arrivano in una scuola accogliente in cui possono parlare, in cui la poesia permette loro di parlare e l’intera istruzione che ricevono li autorizza a parlare, a essere ascoltati, ad ascoltare gli altri. La scuola è la comunità, e la scuola è l’Inghilterra.”

Nel 2013, l’insegnante creò un club di poesia per un piccolo numero di “ragazze straniere molto riservate”, appena arrivate a scuola, che si riuniva al giovedì per parlare e scrivere. Nei successivi cinque anni, il gruppo produsse lavori che sono stati inondati da premi e riconoscimenti in tutta la nazione.

Da allora, racconta Clanchy, lei ha potuto vedere le ragazze fiorire. Una è avvocata; una si è diplomata con il massimo dei voti e ora studia lingue, inglese e scrittura creativa all’università; sempre all’università ce n’è un’altra che ha vinto una borsa di studio per rifugiati e un’altra ancora che si sta laureando in scienze politiche. Le restanti due stanno studiando per diventare insegnanti.

“Non c’è bisogno che la poesia sia il loro focus e non devono necessariamente diventare scrittrici: la poesia dà solo loro un diverso tipo di fiducia in se stesse. E’ nelle loro vite e ancora la leggono e la creano, le ha aiutate ad acquisire sicurezza e cambiamento. Penso sia semplicemente qualcosa che hanno il diritto di avere.”

Maria G. Di Rienzo

Quella che segue è una composizione di Amineh Abou Kerech, che è arrivata in Gran Bretagna e alla scuola suddetta dalla Siria, nel 2014. Oggi scrive poesia nella propria lingua e in inglese: in ciò che sto per tradurvi Amineh parla al Mediterraneo.

I giorni passano, ma il passato non si muove

In passato

andavo al mare

per camminare sulla sabbia dorata

per ricevere ciò che il mare mandava dalle acque profonde, fuori nello spazio vuoto: conchiglie, ostriche, ogni cosa bella che veniva dall’interno del suo cuore abissale,

e guardare tutto come fosse un dipinto appeso al muro.

Mare, come e perché hai cominciato a mandare pezzi

da dentro di te: barche rotte, gente morta, vestiti,

scarpe, giubbotti di salvataggio lacerati e rivoltati?

Ma il Mare non ha risposto. Io ho detto:

Tu hai rubato sogni. Giù sui fondali

hai rubato bambini, come se fossi affamato, hai continuato a mangiare

senza mai dire sono sazio.

Ma il Mare ancora non ha risposto. Io ho detto:

Mare, dimmi quanto grande è la tua terra,

quanto profonda è la tua acqua, quanto vasto è il fondale che

può sistemare milioni di esseri umani morti.

E ancora il Mare non ha risposto. Io ho detto:

Mare, spero che un giorno tornerai a questo mondo

come una madre che salva il suo piccolo dal pericolo.

E il Mare non aveva nulla da dire.

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Non è difficile scrivere di Noa. Dal giorno della sua morte una colata di articoli imprecisi e sensazionalistici, sedicenti approfondimenti (per lo più sul generico “disagio” degli adolescenti e parecchi concentrati sul benessere maschile – quando si dice stare sul merito), commenti francamente inutili hanno invaso media e social media.

“Rivivo la paura, il dolore, ogni giorno. Sempre spaventata, sempre in guardia. E il mio corpo si sente ancora sporco. Si è forzato l’ingresso nella mia casa, il mio corpo: questo non potrà mai essere cancellato.”

Così raccontava Noa: assalita sessualmente a 11 e 12 anni e infine stuprata da due uomini a 14 – una violenza, quest’ultima, che non aveva denunciato per “paura e vergogna”. La sua vita è diventata un’insopportabile tortura, passata a entrare e uscire da ospedali, istituzioni e centri specializzati, e la ragazza olandese ha scelto di lasciarsi morire a 17 anni.

Nei prossimi giorni si continuerà a sproloquiare su eutanasia e “sconfitte” della società e il mal di vivere dei giovanissimi, ma non durerà molto. Il gorgo delle notizie veloci, delle esche per click, delle fake news, del consumo acritico dell’informazione, della memoria corta e del rifiuto della Storia, triturerà la vicenda sino a farla scomparire.

E nessuno ha parlato, sta parlando o parlerà di cosa ha effettivamente ucciso Noa: la violenza di genere, la legittimazione che molti uomini sentono di avere all’abuso e al controllo dei corpi femminili, la generale indifferenza o addirittura il biasimo delle vittime che circondano gli stupri.

Perché questa ragazza ha continuato a sentirsi “sporca”, lei, che non aveva fatto nulla di cui vergognarsi? Quante barzellette sullo stupro avrà sentito Noa? Quanti insulti sessisti diretti a lei o ad altre donne? Quante idiozie sul masochismo femminile e la congenita falsità delle donne, che in realtà adorano l’essere stuprate? Qual è l’ammontare di immagini pornificate e degradanti del corpo femminile che l’ha raggiunta? Quante stupidaggini sul “lasciarsi ogni cosa alle spalle” le sono state dette?

Qualche finissimo/a “opinionista” le avrà suggerito di farsi un bidet, che tanto poi passa tutto?

Maria G. Di Rienzo

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Unsafe

Dal mese scorso è disponibile “Unsafe in the City”, una ricerca di Plan International che ha toccato cinque grandi città (Lima, Madrid, Kampala, Delhi e Sydney) per cercare di rispondere a questa domanda:

Perché le molestie in strada agite da gruppi di uomini verso le donne sono spesso viste come innocue, parte del normale e lecito comportamento maschile, quando in effetti per le bambine (1) e le giovani donne possono essere terrorizzanti, limitanti e lesive?

“Una cosa è chiara – si dice nell’introduzione alla ricerca – se le molestie pubbliche fatte a bambine e giovani donne devono cessare è essenziale che il comportamento maschile, non quello femminile, cambi. Le bambine e le giovani donne non sono responsabili delle molestie che affrontano perché sono fuori a tarda ora o perché camminano da sole, ma perché gli uomini si sentono legittimati a toccare, fischiare, fare commenti e minacciare.”

Alcuni risultati della ricerca:

* Le dinamiche di gruppo sembrano aggravare e normalizzare la violenza di genere e le molestie: le bambine e le giovani ci hanno detto quanto gravi, persistenti e spaventose le molestie siano.

* Ragazzi e uomini avallano il comportamento aggressivo in gruppi, forse temendo che essi stessi sarebbero presi a bersaglio o ostracizzati se dovessero esprimersi contro di esso.

* Le molestie in strada perpetrate da gruppi di uomini e ragazzi sono in modo schiacciante di natura sessuale.

* L’aggressione verbale è la forma più comune delle molestie in strada perpetrate da gruppi nelle città prese in esame.

* Gruppi di uomini e ragazzi di frequente seguono bambine e giovani donne: una forma particolarmente spaventosa di intimidazione che spesso le induce a correre o a cercare di nascondersi dai perpetratori.

* In stragrande maggioranza, le molestie fatte in gruppo avvengono nelle strade cittadine mentre bambine e giovani donne stanno semplicemente facendo le cose di tutti i giorni.

* In alcune città, un disturbante ammontare di molestie accade negli edifici scolastici e attorno a essi, con gruppi di uomini e ragazzi che si radunano per prendere di mira donne e bambine non appena costoro arrivano, se ne vanno od oltrepassano i gruppi camminando.

* Le molestie di gruppo sono ripetitive: spesso si danno alla stessa ora, nello stesso luogo, ogni giorno.

* I gruppi che molestano sovente vedono la cosa come forma di intrattenimento e divertimento – lo stringere legami fra maschi – con scarsa o nessuna considerazione per il bersaglio dell’abuso.

* I testimoni non sono propensi a intervenire e in alcuni casi incoraggiano effettivamente il comportamento dei perpetratori.

Alcune raccomandazioni chiave:

* Gli uomini e i ragazzi devono riconoscere che il loro comportamento è intollerabile e cambiarlo, imparando a rispettare bambine e donne come loro eguali: opponendosi attivamente alla cultura dell’abuso verbale e fisico, non restando in silenzio.

* Conversazioni a tutti i livelli sociali – a casa, a scuola e al lavoro – dovrebbero essere usate sia per educare sia per rimproverare i perpetratori.

* Le campagne dirette all’opinione pubblica devono rendere chiaro che le molestie di gruppo non dovrebbero far parte della vita “normale” di bambine e giovani donne. Assieme all’incoraggiamento dell’empatia maschile, bisogna chiaramente denunciare i comportamenti disturbanti e dannosi.

* Le bambine e le giovani donne devono essere ascoltate in merito su base regolare: da chi ha posizioni di potere e autorità nelle città, a tutti i livelli, per disegnare assieme ad esse i servizi e le politiche comunali; da scuole e posti di lavoro per riconoscere e affrontare le questioni che impediscono loro di svolgere normalmente le loro vite quotidiane; da polizia, personale dei trasporti pubblici, agenzie di sicurezza: è necessario che l’impegno a rendere più sicure le città per bambine e giovani donne sia pubblico.

Maria G. Di Rienzo

(1) Ho scelto di tradurre “girls” come bambine anziché come ragazze (ambo le opzioni sono corrette) perché nello studio con detto termine ci si riferisce a minorenni.

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