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Posts Tagged ‘adolescenti’

“Io tua figlia la sbatto e la stupro quando voglio, tu non mi puoi fare niente perché sono minorenne, non mi puoi toccare, faccio quello che mi pare perché non sono punibile”.

Così, riporta la stampa in questi giorni, in quel di Perugia un ragazzino avrebbe risposto al padre della 13enne che molestava da tempo mediante “una pesantissima serie di apprezzamenti, inviti e ricostruzioni a sfondo sessuale”. Di sfuggita, vorrei far notare a giornalisti e non che gli “apprezzamenti” in genere non inducono disagio e malessere nella persona che li riceve ne’ riducono la stessa a tette-culo-cosce a cui fare questo e quello: perciò, smettete di chiamare le molestie sessuali “apprezzamenti”, grazie.

La vicenda finisce in cronaca perché il giovanissimo sedicente “stupratore in fieri” ha denunciato il padre della sua vittima per lesioni e minacce, l’uomo nega di averlo malmenato e parla di ritorsione da parte del ragazzo, ma questa è ormai materia per i tribunali e non più di mia competenza. I giornali non specificano l’età dello stalker, tuttavia se è stato in grado di presentare una querela personalmente deve avere almeno compiuto 14 anni (art. 120 del Codice Penale).

Di fianco a questa notizia si può leggerne un’altra che riguarda un ragazzino di Novellara (Reggio Emilia) ancora più giovane:

Aiuto, papà vuole uccidere mamma: 12enne chiama i carabinieri e fa arrestare il genitore. (…)

Le indagini hanno rivelato che l’uomo, dal 2013, sottoponeva a costanti vessazioni fisiche e morali la moglie 35enne, sistematicamente insultata, minacciata anche mostrandole un ascia, e picchiata con pugni, schiaffi e calci anche di notte per impedirle di prendere sonno (…) arrivando a costringerla con violenza e minaccia a subire atti sessuali completi persino davanti ai figli minori”. Papà, tra l’altro, sventolava l’ascia anche di fronte al dodicenne, tanto per fargli capire a cosa si va incontro quando un UOMO a tutte maiuscole è contrariato.

L’Italia, oltre ad avere un’immeritata fama di Paese in cui “guai a toccare i bambini”, ha firmato dozzine di convenzioni e protocolli internazionali riguardanti la tutela dei minori, ha istituito dal 2011 un’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e nel luglio scorso financo una “Squadra speciale di giustizia per la protezione dei minori”. Sono convinta che la maggior parte delle persone che lavorano nell’ambito siano competenti in svariate discipline, sinceramente interessati al benessere dell’infanzia e svolgano il loro lavoro con coscienza: sono meno convinta che sappiano riconoscere il peso che stereotipi e discriminazioni di genere hanno nel creare e mantenere in essere la violenza.

Lo “stalkerino” di Perugia sembra avere in mente un quadro assai chiaro per cui le donne sono fatte per essere sbattute e stuprate. Non distingue la violenza dal sesso. Il fatto che gli assalti sessuali siano reati è solo una seccante convenzione sociale che comunque lui, per il momento, è in grado di ignorare bellamente. Non è unico e speciale in tale atteggiamento: una marea di suoi coetanei la pensa allo stesso modo ed esprime con larghezza sui social media convincimenti identici o similari. Questi sono comportamenti appresi, non inclinazioni naturali, e io non vedo nulla all’opera per contrastare le condizioni in cui essi si formano: cioè, non percepisco da parte delle istituzioni alcun tentativo per rompere con la visione patriarcale del rapporto tra i sessi – il quale, come è evidente nella vicenda del ragazzino di Novellara, fa malissimo alle femmine tutte ma non omette di ferire gravemente un bel numero di maschi.

Adesso immaginate i due adolescenti di fronte a una terza notizia in cronaca negli stessi giorni:

“21 ottobre 2019 – Coccaglio, Brescia: Prende a martellate moglie e figlia, patteggia e torna a vivere accanto a loro. (…) L’uomo ha patteggiato una condanna a quattro anni e sei mesi per tentato omicidio. In giornata lascerà anche il carcere per poter tornare ad abitare nella palazzina della famiglia. Non risiederà nella stesso appartamento di moglie e figlia, che potrà però liberamente incontrare, ma in un’abitazione al piano inferiore.” Il tentato omicidio risale alla scorsa estate.

Perugia: Se dopo averla sbattuta e stuprata tenti di ucciderla, non è una cosa grave. Puoi uscire dal carcere in un paio di mesi. Se la ammazzi sul serio magari qualcosa di più, 6 mesi, un anno? Se resta viva puoi persino continuare a stare con lei o molto vicino a lei… Pensa a come si cagherà addosso, la stronza. E’ ovvio, le donne sono fatte per nostro uso e consumo, non dobbiamo loro alcun rispetto, sono meno che umane.

Novellara: Ma allora a cosa serve chiamare la polizia, chiedere giustizia o risarcimento? Che valore hanno il dolore di mia madre, il mio, quello dei miei fratellini? A mio padre sarà permesso tornare a casa, mi imporranno di incontrarlo, lo imporranno alla mamma? Sembra che le donne siano fatte a uso e consumo degli uomini, non si dà loro alcun rispetto, sono meno che umane.

Maria G. Di Rienzo

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Quando ho imparato

angelica frausto

Ho imparato che l’aggressione sessuale era normale mentre stavo sull’autobus che mi portava a casa dalla scuola superiore.

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Qualcuno ha riso mentre succedeva.

Qualcuno ha lanciato occhiatacce.

Nessuno mi ha aiutata.

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Sapevo che l’aggressione sessuale era una cosa sbagliata…

Perciò forse non era quello che era successo a me.

Se fossi stata davvero assalita qualcuno mi avrebbe aiutata, giusto?

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Ho imparato che l’aggressione sessuale era normale quando l’autista dell’autobus ha continuato a guidare.

(Su sfondo giallo: Anch’io.)

E nessuno ha detto una parola.

Angelica Frausto, 2017 – trad. Maria G. Di Rienzo

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Fratello Crozza, dubito che leggerai mai questo mio testo ma chissà, potrebbe accadere. Pensa che anni fa Luciana Littizzetto ha usato un mio articolo sia per lo show televisivo sia per un corsivo su un quotidiano: una sua amica mi scrisse al proposito e io naturalmente dissi che per me era ok. Un po’ meno ok è stato poi leggere i commenti sotto i due prodotti che ululavano “Grande Luciana, ha scovato anche questa storia, è bravissima, attentissima, divertentissima ecc.”, ma avendo scritto tesi di laurea con cui poi altri hanno ottenuto il relativo diploma ci sono abituata.

Lasciami dire che trovo impagabile il tuo lavoro (e quello dei tuoi colleghi, autori e attori). E’ intelligente in un’epoca, la nostra, in cui l’intelligenza sembra essere divenuta un peccato capitale. E’ coraggioso, diretto ed efficace. E’ pensare ridendo e ridere pensando: per quel che riguarda la mia visione del comico è il massimo e il miglior risultato.

Quel che non posso accettare, invece, e che sembra farsi largo sempre di più nei tuoi testi, è lo svergognamento corporeo – soprattutto delle donne, che ne fanno esperienza concreta da quando vanno all’asilo a quando all’asilo (per anziani) ci tornano. Nel mezzo ci sono vite composte da un susseguirsi di aggressioni verbali e fisiche, persino autoinflitte quando lo svergognamento è interiorizzato, e definirle vite infami non è un’esagerazione. Alcune di noi, infatti, soprattutto quando siamo molto giovani e vulnerabili, decidono di concluderle prematuramente (ricordi Beatrice Inguì?).

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/06/senza-tregua/

E’ chiaro che la satira enfatizza posture, gesti, tic, toni di voce, espressioni ecc. sino a renderle grottesche. E’ ovvio che dalla bocca dei tuoi personaggi escano frasi denigratorie, misogine, squallide sulle donne, rispondano o no queste ultime ai modelli in voga: dopotutto, è quel che fanno le persone da te interpretate nella realtà, punendo simbolicamente le donne con l’oggettivazione che siano “belle” o “brutte”, giovani o vecchie, magre (Lilli Gruber da scortecciare) o grasse (gli 800.000 euro da dare alla ministra Bellanova per un giorno di spesa alimentare…).

E qui arrivo al punto. Quel che hai fatto con l’immagine di Teresa Bellanova – è qui sotto – non è satira.

bellanova

Ho, come te, un profondo rispetto per la storia personale e politica di questa donna. Sempre come te, tale rispetto non mi impedisce di dire che giudico sbagliate alcune sue scelte, tanto più che esse mi riguardano come cittadina italiana. La differenza è che tu userai un registro comico per esprimere ciò. Ma sbattere la sua foto di fronte al pubblico e poi stare in silenzio con un broncetto molto eloquente e invitare (falsamente) i presenti a “non ridere” – anzi, “possono ridere solo le donne”, gli uomini devono imitare la tua faccia allibita – non è satira, è disprezzo insultante per il corpo di una donna di 61 anni (uno in più di te e me, che siamo coetanei, mentre la ministra è coetanea di tua moglie) che ha condotto un’esistenza un po’ diversa da quella di Sharon Stone (sempre 1958).

Teresa Bellanova in piedi nel suo vestito blu a me non fa ridere. Personalmente morirò in bragazze e maglione e non riuscirei ad indossare un abito del genere, ma lei sembra raggiante e a suo agio e assolutamente non buffa. E’ grossa? Ha tutto il diritto di esserlo. Non ha l’obbligo di piacere ne’ a te ne’ a me. Non ha l’obbligo di essere sessualmente appetibile per il primo str… che passa e guarda.

Inoltre, Fratello Crozza, cosa sapete tu e gli autori che con te lavorano delle persone grasse? Prendere per buono quel che dice Panzironi non è un’opzione seria, come sai. E allora, per favore, smettete di suggerire che si ingozzino dalla mattina alla sera, che siano pigre e imbecilli, che se volessero potrebbero essere appunto Panzironi o Sharon Stone. Informatevi. Scientificamente è impossibile stabilire cosa sia un corpo “normale” (troppi fattori in gioco, dall’eredità genetica all’ambiente di riferimento) e quel che socialmente si giudica “bello” è – specificatamente per le donne – un mero costrutto culturale.

Moltissime persone larghe sono in salute, attive e sportive, tutte hanno sogni e talenti, e potrebbero persino essere felici se non venisse sbattuto loro in faccia 24 ore su 24 che vi fanno schifo. Di nuovo per favore, prima di andare in scena con gag del genere pensaci su. Pensa che la prossima Beatrice potrebbe essere davanti allo schermo in quel momento e che quel momento potrebbe per lei essere l’ultimo.

Maria G. Di Rienzo

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Cosa ci vuole alla classe politica e alla società civile italiane per riconoscere non solo di avere un problema con la violenza di genere, ma di contribuire alla sua gravità fomentandolo, sminuendolo, ridicolizzandolo, giustificandolo e persino esaltandolo?

Pesco a caso dalla cronaca di ieri 16 ottobre 2019, infarcita come ogni singolo giorno di episodi di violenza contro donne e bambine:

“Londra, due italiani condannati per stupro: in un video gli studenti ridevano dopo la violenza”

Ho visto il video. Lorenzo Costanzo e Ferdinando Orlando – 25 e 26 anni – si scambiano un “high five” e si abbracciano dopo aver lasciato una coetanea priva di sensi in un club di Soho. Lei era ubriaca e lo stupro perpetrato nello sgabuzzino del locale le ha inflitto lesioni tali da dover essere sottoposta a intervento chirurgico. Secondo i giornali i due amici avrebbero anche ripreso le loro gesta con i telefonini. Ai giudici hanno detto la solita solfa: “lei era consenziente” – e, non detto ma evidente, come tutte le donne era una troia masochista a cui dev’essere piaciuto immensamente essere lacerata da italici maschioni: dopotutto la violenza estrema rivolta alle donne è il fulcro principale dell’odierna pornografia, che purtroppo è a sua volta il mezzo principale con cui i giovanissimi e i giovani si fanno un’idea di cosa sia la sessualità.

Alle donne piace, quindi, ma gli uomini patiscono molto (probabilmente a causa della dittatura femminazista che impera sul mondo): “Non mi aspettavo una cosa del genere, provo un’enorme sofferenza – ha dichiarato il padre di uno dei due studenti – Vedo soffrire mio figlio per una vicenda che alla base non ha alcuna prova evidente.” A chiosa, i giornalisti aggiungono che la ragazza era troppo strafatta di alcolici per riconoscere senz’ombra di dubbio gli aggressori. Così, un corpo di donna macellato (ma solo un po’, via), video e dichiarazioni degli imputati al processo non bastano: tutti conosciamo ormai le statistiche diffuse da una serie di istituti che vanno dalle Nazioni Unite all’Istat, sappiamo che la violenza di genere è una pandemia e che nessuna nazione ne è immune, leggiamo ogni giorno di vicende efferate e ancora continuiamo a discutere comportamenti e abitudini e tipologia corporea e grado di appetibilità sessuale delle vittime, mettendo sistematicamente in dubbio le loro testimonianze e la loro credibilità – perché un uomo che violenta in fondo non è colpevole di nulla… lei ci stava, lo provocava, a lei piaceva, lei è stata imprudente, lei è stata sconsiderata, non poteva tirarsi indietro all’ultimo momento e così via.

“Pesaro, palpeggia una ragazzina in piazza Puccini. Arrestato.”

Anche qui sono in due e sono italiani (lo specifico in caso mi leggessero per sbaglio i fan di Salvini). Il primo, quarantenne, aggredisce sessualmente una ragazza di 14 anni – a lui perfetta sconosciuta – e il secondo gli fa da palo e da padrino manzoniano minacciando gli amici / le amiche di lei che protestavano.

Cosa fa credere a questi signori, e agli studenti di cui sopra, di essere autorizzati a servirsi della prima femmina che vedono? In primo luogo, il fatto che la violenza di genere è normalizzata e si riproduce grazie a regole sociali: gli stereotipi, le attitudini e le diseguaglianze che riguardano le donne in generale. La violenza sessuale è un derivato diretto della violenza strutturale che consiste nella subordinazione delle donne nella vita sociale, politica ed economica. Tradotto in pratica, costoro sentono di non star facendo nulla che non sia lecito e persino prescrittivo per i “veri” uomini. In secondo luogo, l’esposizione continua alla violenza e alle sue giustificazioni rende gli individui più propensi ad usarla, ad avere comportamenti cronicamente aggressivi e convincimenti che normalizzano e persino romanticizzano le violenza stessa. E’ quest’ultimo il caso del titolo n. 3:

Adria, interrogato dai giudici il marito strangolatore – Lui è in cura per la tossicodipendenza da eroina, la moglie è ancora gravissima.”

I due hanno una figlioletta di quattro anni, la donna ha alte probabilità di morire a 23: lui la sospettava di infedeltà e inoltre, spiegano i quotidiani, “non ha l’atteggiamento di chi vuol negare l’accaduto: ha di fatto ammesso di aver messo le mani al collo alla moglie in preda ad un raptus di gelosia che però potrebbe costare la vita alla giovane cameriera e madre della loro bambina.” Come possiamo ritenerlo responsabile di un tentato omicidio, andiamo, che sua moglie possa morire sembra un semplice effetto collaterale del romanticismo se continuate a leggere: “Quando si è avvicinato alla moglie per chiederle un ultimo abbraccio le avrebbe detto di essersi reso conto che il loro rapporto era finito ma le ha detto che l’amava ancora, che l’avrebbe amata per sempre. Poi ad un tratto, qualche istante dopo, avrebbe aggiunto che nessuno mai l’avrebbe avuta se non avesse potuto più averla lui. Quindi le ha stretto le mani intorno al collo e l’ha lasciata esanime sul pavimento. (…) Quando la ragazza è stata portata via con l’ambulanza, stando al cognato, il marito si sarebbe messo a piangere.”

Una triste storia d’amore, insomma, basata però solo sulla testimonianza di lui – ed è il fatto che sia un lui a renderla immediatamente verosimile: pensate, aveva quasi tentato il suicidio e poi ha persino pianto. Maledetto raptus, cos’hai fatto a quest’uomo innocente? Qua nessuno scandaglia la sua vita privata con il setaccio per sminuirne la credibilità; negli articoli al riguardo persino il fatto che sia tossicodipendente è usato come una scusante. Se invece è lei a essere intossicata (come nel caso della ragazza londinese) be’, se l’è andata a cercare.

La nostra società non ha solo normalizzato la violenza maschile: l’ha resa romantica, erotica ed eroica. La propone ossessivamente come strategia per risolvere i problemi (non pochi politici italiani hanno pesanti responsabilità in questo), la spande a palate nei prodotti televisivi e cinematografici, la spaccia come ingrediente innato e imprescindibile della mascolinità, e poi casca dalle nuvole quando vengono alla luce le “chat dell’orrore” gestite e usate da minorenni.

The shoah party: scambiavano video a luci rosse, immagini pedopornografiche, scritte inneggianti a Adolf Hitler, Benito Mussolini, all’Isis e postavano frasi choc contro migranti ed ebrei.”

Ragazzi, fra gestori e utenti della chat vanno dai 13 ai 19 anni ma sono in maggioranza minorenni che “normalmente non si conoscevano tra di loro ma che condividevano l’inconfessabile segreto di provar gusto in maniera più o meno consapevole nell’osservare quelle immagini di orribili violenze: una neonata di nemmeno un anno seviziata da un adulto, oppure una bambina dall’apparente età di 11 anni mentre fa sesso con due ragazzini, forse di poco più grandi di lei.”

La Procura parla di: “detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, istigazione all’apologia di reato avente per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali”. Se la madre di un tredicenne non avesse scoperto la pedopornografia sul cellulare del figlio e non avesse denunciato, le “scene di una brutalità inenarrabile” avrebbero continuato spensieratamente a circolare. “Abissi di degrado”, tuonano i giornalisti. E’ la “non tanto nuova quotidianità”, rispondo io: dalle cosiddette micro-aggressioni (commenti sessisti / sessualizzati, prese in giro sessiste /sessualizzate, interruzioni aggressive, appropriazione di voci e idee) alle palpate sui mezzi di trasporto e nei luoghi pubblici, dagli assalti nei locali e nelle case allo stupro e all’omicidio – dalla culla alla tomba, passando per il pc e il cellulare, bambine ragazze e donne sono i bersagli privilegiati. La violenza circonda e nutre di veleno maschi e femmine, è nel linguaggio che usiamo, negli “scherzi” (ironia, ironia, e fatevela una risata ogni tanto, prima che la violenza distrugga le vostre vite), nei messaggi dei media che oggettivano le donne e nelle norme di genere che imponiamo proprio a maschi e femmine, tanto per rendere infelici le esistenze di tutti.

La frequente esposizione alla violenza produce un adattamento emotivo: diventa qualcosa di abituale, di “normale”, e l’osservarla è lungi dal fornire uno sfogo mediante aggressioni “simboliche” (che però per chi le subisce nei video sono maledettamente reali): tutte le ricerche effettuate finora dicono l’esatto contrario e cioè che l’esposizione ripetuta alla violenza tende a facilitare l’espressione della stessa. Se poi la violenza è socialmente legata ai concetti di mascolinità, forza, vittoria, sesso, ecc. è inevitabile che spunti di continuo in ogni nostra interazione sociale. Questo è il vero abisso di degradazione collettiva che dobbiamo trasformare e superare.

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Dunque, ma i dottamente dubitanti, i fieramente dissenzienti e i professionisti dei distinguo che si agitano sotto i miei articoli (non qui, ovviamente) cosa sanno della nonviolenza – e di me? Della prima temo poco, di me niente del tutto.

Credete sul serio che quando vado nelle scuole (e sono ormai vent’anni che ci vado) io mi sieda in cattedra a far lezione su Gandhi e Capitini e Barbara Deming per mostrare al “pubblico” quanto sono colta? In teoria potrei, ma purtroppo per voi il mio scopo non è quello.

Naturalmente padri e madri della nonviolenza li nomino in una breve introduzione iniziale, dando informazioni utili all’approfondimento per chi lo desidera, ma quel che insegno – e quel che imparo di nuovo ogni volta, prestando attenzione a ogni singola persona presente e interagendo con ciascuna di esse – concerne teoria del potere, cambiamento di paradigmi nella visione della violenza, conflitto e metodi risolutivi dello stesso, comunicazione, riconoscimento e decostruzione degli stereotipi di genere, come formare e mantenere in funzione gruppi, organizzazione dell’azione nonviolenta, eccetera, eccetera, eccetera.

Lo faccio fisicamente assieme ai ragazzi e alle ragazze, in simulazioni e esercizi e discussioni e creazione di cartelloni e mandala e chi più ne ha più ne metta, sdraiata per terra a disegnare o a mostrare come proteggersi, sottobraccio a loro quando formiamo linee, abbracciata a loro quando la commozione mi scuote e li scuote (alcune attività sono più tecniche, altre profondamente emotive).

Il mio scopo non è essere riconosciuta come maestra, ma come compagna che parla al loro cuore, alla loro anima se preferite – e sino ad ora, in ogni singolo seminario, con adulti o adolescenti: non ho mai fallito. Voi potete dire altrettanto? Maria G. Di Rienzo

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Nel giro di pochi giorni, a Roma, una bambina tenta il suicidio (fortunatamente sventato da due poliziotte fuori servizio prima che si gettasse dal balcone) e una ragazzina si toglie effettivamente la vita lanciandosi dal nono piano. Dieci anni la prima e tredici la seconda, per entrambe la Procura indaga sul ruolo che il bullismo potrebbe aver avuto nelle due vicende: la tredicenne riceveva in effetti messaggi insultanti e denigratori via chat, alcuni dei quali sono stati ora provvidenzialmente cancellati.

I giornalisti continuano a fare male il loro mestiere menzionando un non meglio specificato “malessere molto diffuso tra gli under 14” e ipotizzando “delusioni d’amore” (espressione un po’ esagerata per eventuali filarini andati storti); per quel che riguarda la ragazzina deceduta, non mancano di farci sapere che “Occhi azzurri, capelli castani, X era davvero bella, ma soffriva molto. Troppo.”: e davvero a questo punto non si capisce il perché, dato che l’essere “bella” (e cioè piacere ai maschi) è tutto quel che serve a una persona di sesso femminile qualsiasi sia la sua età, tutto quello che lei deve essere e a cui deve aspirare – tale è l’univoco messaggio diffuso dalla società italiana tramite media e social media.

Nella decisione estrema di un’adolescente possono entrare miriadi di fattori: problemi familiari, difficoltà scolastiche, violenze subite, pressioni relative all’immagine corporea, ecc. Certo è che si tratta di un periodo in cui la legittimazione e la validazione provenienti dal gruppo di pari assumono di solito un ruolo centrale e imprescindibile, per cui gli episodi di bullismo meritano senz’altro un’attenzione particolare da parte degli inquirenti.

Generalmente gli uomini muoiono per suicidio più delle donne, in special modo nei paesi cosiddetti “sviluppati”, e ciò si riflette sulle tecniche e sulle priorità dei programmi di prevenzione. Tuttavia, le donne tentano il suicidio in misura molto maggiore e i contesti in cui ciò accade non sono sufficientemente oggetto di studio, ma solo utilizzando in modo grossolano l’indicatore causa/effetto i tre fattori principali emergono chiarissimi:

– violenza sessuale, soprattutto se ripetuta

– minacce e abusi psicologici

– aggressione fisica grave (singola o ripetuta)

Cioè, le donne vedono il suicidio come via d’uscita dal subire violenza. Questo accade in gran parte perché la violenza contro le donne è ancora percepita e descritta come “faccenda personale”, con tutto il corollario di attribuzioni di responsabilità a chi ne è vittima (cosa hai fatto per provocare lo stupro e le botte, puttana?) e di suggerimenti inutili, conniventi, o persino francamente idioti atti a mantenere la situazione com’è e coprirla di silenzio (vestiti più sexy e non rimbeccarlo sempre…).

Per sconfiggere la violenza è necessario vederla in tutte le sue orride dimensioni, parlarne, rigettarla, mostrare e vivere le alternative ad essa. Il che significa azione ad ogni livello: dalla decostruzione delle norme sociali che condonano / giustificano / glorificano la violenza all’emanazione di leggi specifiche che puniscano davvero i perpetratori, ma per quel che riguarda il “malessere molto diffuso tra gli under 14” le sue prime medicine sono l’apprendimento dell’eguaglianza di genere e della nonviolenza.

Le famiglie possono non provvedere ciò per svariati motivi, le scuole e le istituzioni avrebbero però il dovere (etico, rispondente ai principi su cui sono fondate) di promuovere e rinforzare valori che sostengano relazioni nonviolente, rispettose, positive, per bambini e adolescenti, inclusi quelli più vulnerabili ed esclusi. Alcuni soggetti sono infatti presi a bersaglio più facilmente: quelli e quelle che sono migranti o figli / figlie di migranti; quelli e quelle che sono o sono percepiti come persone lgbt, quelli e quelle che vivono con una disabilità, quelli e quelle che non rispondono agli stereotipi di genere e di “immagine”… e, in particolare, le bambine e ragazze che non li accettano.

Non fare nulla equivale a lasciarle sole sui balconi. Continuare a fomentare attitudini e pratiche patriarcali equivale a spingerle giù.

Maria G. Di Rienzo

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Oggi siamo in piazza con Fridays For Future in 160 città italiane. Il cambiamento climatico dev’essere affrontato ora o in tempi assai brevi non avremo proprio l’occasione di affrontare nient’altro.

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L’immagine che vedete è dell’artista e reporter Aïda Muluneh. Fa parte della sua ultima serie “Water Life”, attualmente in mostra a Londra e realizzata su richiesta dell’ong WaterAid.

L’acqua è il primo elemento tramite cui possiamo avvertire gli effetti del cambiamento climatico. Le temperature più alte e le conseguenti condizioni meteorologiche insolite e imprevedibili sono causa di siccità, alluvioni, scioglimento dei ghiacciai, deterioramento o scomparsa delle fonti d’acqua potabile e così via.

Per quelli che “il clima no perché viene prima la lotta di classe”: a soffrire principalmente di questa situazione sono le comunità più povere. A livello globale una persona su dieci non ha accesso ad acqua pulita e indovinate pure di che classe sociale fa parte.

Per quelli che “non c’è nesso fra migrazione e clima”: da queste comunità senz’acqua, impossibilitate a lavorare e vivere, le persone fuggono. O pretendiamo che restino a morire di sete e di malattia in silenzio, così non ci disturbano?

Per quelli che “cosa c’entra il femminismo”: l’accesso all’acqua potabile pesa sulle spalle delle donne in tutte le regioni devastate e impoverite del mondo. Il cambiamento climatico le costringe a percorrere distanze incredibilmente lunghe per trovare acqua, tragitti durante i quali sono spesso vittime di violenze sessuali. Le bambine non vanno a scuola per aiutare le madri a raccogliere acqua, le ragazze vieppiù non ci vanno quando hanno le mestruazioni. Vi basta?

In Etiopia, che è il paese di origine di Aïda Muluneh, ogni fottuta ora muoiono quattro bambini per malattie collegate alla scarsità e all’inquinamento dell’acqua. E poi la gioventù nostrana che manifesta oggi starebbe inscenando “una bigiata di massa”? Sig. Salvini, non ci sono bambini solo sui suoi palcoscenici, sa.

Maria G. Di Rienzo

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