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“Quando una bambina vi dice che un uomo l’ha toccata in modo inappropriato, o che l’ha molestata…

Quando una donna vi dice che un uomo l’ha stuprata, o l’ha molestata sessualmente…

Perché come prima cosa mettiamo in discussione la veridicità di quell’esperienza, per la cui condivisione da parte della bambina o della donna possono esserci voluti grande coraggio, il rendersi vulnerabili e il mettersi a nudo? Perché stiamo subito a ponderare quanto danno questo può portare all’uomo in questione?

Quando un bimbo maschio vi dice che un uomo l’ha toccato in modo inappropriato, o che lo ha molestato, o che lo ha stuprato… Cosa ci induce a credere immediatamente al bambino, ad arrabbiarci e a cominciare a fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa giustizia al bimbo stesso?

Perché non possiamo credere immediatamente anche alle nostre bambine e donne, e fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa loro giustizia? Perché?

Perché tutte le volte, in tutte le circostanze, non svergogniamo il perpetratore e forniamo guarigione, cura e sostegno ai/alle sopravvissuti/e – tutti/e?

Come mai la reputazione di un uomo diventa una questione così critica, quando è accusato di aver perpetrato violenza sessuale contro donne e bambine, che noi volontariamente e talvolta ciecamente trascuriamo l’umanità di quelle donne e bambine?

Che tipo di società abbiamo creato per noi stessi?

Dov’è la protezione del valore e della dignità di donne e bambine?

Io voglio per donne e bambine una Giamaica differente. E spero che l’Esercito del Tamburello (#TambourineArmy) creerà la Giamaica differente di cui c’è bisogno.”

Così una delle “capitane” di questo nuovo gruppo di attiviste, Stella Gibson, spiega ciò che sta a cuore alle sue aderenti.

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Il nome scelto non è casuale. Dalla fine del 2016, quando un pastore 64enne della chiesa moraviana (confessione protestante) è stato beccato mentre assaliva sessualmente una ragazza di 15 anni all’interno di un’automobile, molti altri casi simili sono venuti alla luce. Il 9 gennaio scorso, le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale da parte dei sacerdoti hanno protestato di fronte alla chiesa suddetta e nel battibecco che è nato fra i dimostranti e il leader moraviano Paul Gardner, quest’ultimo si è preso un colpo di tamburello in testa. Gardner e il suo vice presidente hanno dato le dimissioni pochi giorni dopo, in quanto sono entrambi indagati per abuso sessuale di minori.

L’Esercito del Tamburello mira a costruire “una della più grandi coalizioni di organizzazioni e individui in Giamaica che lavorino per rimuovere la piaga dell’abuso sessuale, dello stupro e di tutte le altre forme di violenza sessuale contro bambine/i e donne”. Una delle strategie che il gruppo sta usando è l’hashtag #SayTheirNames (Dì i loro nomi) tramite il quale le donne sono incoraggiate a farsi avanti e a raccontare le storie degli abusi subiti nominando i perpetratori. Ma non usano solo le loro tastiere: il 6 febbraio 2017 hanno organizzato una campagna di protesta vestendo di nero, l’11 marzo prossimo terranno la Marcia di Potere delle Sopravvissute, stanno già tenendo Circoli di Guarigione per le vittime di violenza e stanno creando connessioni ovunque sia possibile per far pressione sui legislatori affinché la legge contro i reati sessuali sia resa più efficace.

Buon lavoro, amiche. Chissà che il tamburello risuoni (metaforicamente) su moltissime altre teste. Maria G. Di Rienzo

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Sarah Graley è una giovane fumettista inglese che vive a Birmingham “con quattro gatti e un ragazzo che somiglia a un gatto”, e questo è il suo ultimo lavoro: “Kim Reaper”.

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Il titolo è un gioco di parole che contiene il nome di una delle due protagoniste principali, Kim, e suona un po’ come “Grim Reaper”: il Tristo Mietitore, l’Angelo della Morte, il Messaggero dell’Aldilà ecc. E in effetti, la giovane Kim si sta addestrando proprio per questo mestiere. La sua compagna di scuola Becka, che ha per lei una cotta totale (la definisce con altri un esempio vivente di “belle arti”), lo scopre per caso seguendola e…

Vediamo che ne dice l’Autrice, intervistata da Mey di Autostraddle il 7 febbraio scorso:

“Forse suonerà imbarazzante dirlo ora, ma quando avevo 12-13 anni sognavo di diventare una Trista Mietitrice. Vivevo nei pressi di un cimitero ed ero davvero terrorizzata dagli zombie, avevo un sacco di incubi sugli zombie, perciò quello era il modo in cui maneggiavo la cosa: gli zombie e altre creature del genere non potevano farcela contro la Morte, giusto? Posso confermare oggi, alla tenera età di 25 anni, che non sogno più cose del genere! Ma mi piacevano le idee che quei sogni mi facevano venire e ho pensato che avrebbero potuto costituire un fumetto davvero divertente. (…)

Mi piace anche scrivere storie a tema omosessuale. Sono cresciuta con televisione e libri a cui mancava questa rappresentazione (che un’adolescente come me avrebbe davvero apprezzato) perciò adesso mi scrivo da sola tutte le avventure gay che voglio. La storia in “Kim Reaper” è alimentata dal fatto che Kim si sta preparando alla professione di Trista Mietitrice, ma il focus della storia stessa è la relazione fra Kim e Becka. Sto sperando che chi leggerà “Kim Reaper” passerà gli stessi bei momenti che ho passato io lavorandoci. Quel che accade nel mondo attualmente è molto preoccupante e stressante, perciò io spero che i miei fumetti servano da “pausa dolce” alle lettrici e ai lettori.”

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Il primo numero di questa serie uscirà il 5 aprile 2017. Traduzione in italiano? Speriamo. Maria G. Di Rienzo

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(“Experience: I regret transitioning”, testimonianza raccolta da Moya Sarner per The Guardian, 3 febbraio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’esperienza narrata è giustamente protetta dall’anonimato.)

Quando ero una bambina che viveva nelle Midlands (Ndt: zona centrale della Gran Bretagna) ero solita dire: “Quando cresco voglio diventare un maschio.” Facevo persino la pipì in piedi. Amavo giocare a pallone, ma quando ebbi all’incirca sette anni i miei amici dissero che dovevo smettere, perché ero femmina. Io risposi loro che non vedevo che differenza facesse e uno di essi si tirò giù i pantaloni e me la mostrò.

Un senso di nausea mi avvolse completamente: qualcosa di me, e del mio corpo, era sbagliato. Queste sensazioni divennero più forti mentre crescevo. Quando vidi che il mio petto cambiava ne fui inorridita; sviluppai un disordine alimentare nel tentativo di ritardare la pubertà, mi tagliai corti i capelli e cominciai a fasciarmi il petto. Ero depressa e tentai di uccidermi. A quattordici anni, fui ricoverata in un ospedale psichiatrico per un paio di mesi.

I miei genitori erano scioccati e tentarono di convincermi ad abbracciare la vita come donna. Fecero in modo che qualcuno mi insegnasse a truccarmi, convinti che se avessi imparato a apparire più somigliante alle altre ragazze mi sarai sentita di più uguale a loro.

Fu solo quando ebbi 15 anni che scopri l’esistenza della possibilità di transitare da un sesso all’altro. Tutti i pezzi andarono a posto: ecco chi ero. Capii che potevo avere il corpo che volevo. Quando andai dal mio medico di base, a 17 anni, mi fu detto che ero troppo vecchia per usufruire dei servizi destinati ai bambini e troppo giovane per essere vista come adulta; non riuscii ad avere il mio primo appuntamento che tre mesi dopo il mio 18° compleanno.

Dopo altri mesi di attese e appuntamenti, nessuno dei quali incluse consulenza sulla materia, cominciai finalmente con il gel al testosterone e più tardi passai alle iniezioni. Fu una cosa enorme quando, all’università, la mia voce diventò profonda e la mia figura cominciò a cambiare: le mie anche si fecero più strette, le mie spalle più larghe. Sembrava giusto. Essendo presa per un uomo mi sentivo più sicura negli spazi pubblici, mi si prendeva più sul serio quando parlavo e mi sentivo più fiduciosa in me stessa.

Poi mi sottoposi all’operazione chirurgica per la rimozione dei seni. Fu fatta malissimo e mi lasciò cicatrici terribili. Ero traumatizzata. Per la prima volta mi chiesi “Cosa sto facendo?”. Rimandai i passi successivi, l’isterectomia e l’operazione ai genitali, dopo essermi informata sulla chirurgia plastica per il pene e aver compreso che avrei dovuto sottopormi a un nuovo intervento ogni dieci anni per rimpiazzare il dispositivo erettile.

Le questioni relative alle persone transessuali cominciavano ad apparire sui media e io capii che la gente sarebbe sempre stata in grado di riconoscermi come una persona che aveva effettuato la transizione. Io volevo solo essere maschio, ma sarei sempre stata trans.

Allo stesso tempo, ci fu un cambiamento significativo in come mi sentivo rispetto al mio genere. Riflettendo sul modo differente in cui ero trattata quando mi si vedeva come un uomo, capii che le altre donne sperimentavano a causa di ciò gli stessi impedimenti. Io avevo presunto che il problema stesse nel mio corpo. Ora vedevo che non era l’essere femmina a impedirmi di essere me stessa: era la perpetua oppressione che la società opera sulle donne.

Una volta capito questo, gradualmente sono arrivata alla conclusione che dovevo uscire dalla transizione. Ho smesso il testosterone e, mano a mano che il mio corpo ha ripreso la produzione dei suoi propri ormoni, sono diventata una femmina che sembra un maschio. Avrò sempre la voce profonda e i seni non mi ricresceranno, ma le mie anche e le mie cosce si sono allargate. Essere maschio era più confortevole per me, ma continuare a prendere ormoni significava che io avrei continuato a considerare il mio corpo un problema – e io non credo che il problema stia là. Quel che sembra la via più facile non è sempre la cosa più giusta.

Ho preso la miglior decisione possibile in circostanze avvelenate e se non avessi cominciato i trattamenti quando l’ho fatto potrei non essere viva oggi. Ma mi rattrista molto pensare alla mia fertilità: vorrei essere un genitore, un giorno, ma è probabile che l’assunzione di testosterone lo renda assai difficile. Io adesso ho quasi trent’anni e non lo saprò sino a che non tenterò di avere figli.

Sono felice per quelle persone che sono state aiutate dalla transizione, ma penso ci dovrebbe essere più enfasi sulla consulenza e che la transizione dovrebbe essere vista come ultima risorsa. Fosse questo accaduto a me, potrei non averla intrapresa. Ero così concentrata nel tentativo di cambiare genere che non mi sono mai fermata a pensare a cosa il genere significa.

Alla fine, sento di aver speranza nel futuro. Ho visto di avere un’immensa capacità di cambiare e crescere, anche in circostanze molto difficili. Questo è ciò che io sono.

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(“Meet Sandra Moran, Guatemala” – Nobel Women’s Initiative, 9 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Sandra Moran si è unita al movimento per i diritti umani quando era al liceo e più tardi ha fuso l’attivismo con la musica, suonando con la band “Kin Lalat” – musica per la rivoluzione. Durante la guerra civile in Guatemala, Sandra ha vissuto in esilio in Messico, Nicaragua e Canada, partecipando al lavoro di solidarietà con il suo paese da dove si trovava in quel momento. Sandra è la prima deputata apertamente omosessuale del Parlamento guatemalteco.

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Hai cominciato a essere un’attivista in giovane età. Cosa ti spinse a farlo, all’epoca?

Sono nata in tempo di guerra. Sin da bambina vedevo gente per le strade, che lottava per qualcosa ed era perseguitata dalla polizia. Mentre ero alle superiori è stato il momento in cui ho cominciato a capire cosa significava partecipare alle proteste e cercare giustizia.

Perché, più tardi, hai dovuto abbandonare il paese?

All’università ho cominciato a organizzarmi con altre persone in modo più consapevole e mi sono unita a un movimento rivoluzionario. La preoccupante situazione per cui chi chiedeva giustizia veniva perseguitato si stava intensificando. Fui perseguitata io stessa. C’erano state sparizioni di persone, omicidi di studenti, e io dovetti andarmene nell’ottobre del 1981.

In che modo l’esilio ha avuto effetto sul tuo attivismo?

Era difficile a livello personale, perché sradicare te stessa è duro: lasciare la tua cerchia sociale e la tua famiglia, e non avere nulla per ricominciare da zero in un ambiente ostile. Ho cominciato a lavorare al sostegno dei rifugiati in Messico. Successivamente, ho cominciato a suonare musica politica per generare solidarietà con il Guatemala. Il mondo della musica cominciò a diventare più importante per me quando mi trasferii in Nicaragua e mi unii a un movimento rivoluzionario musicale di origini guatemalteche chiamato “Kin Lalat”. Poi, di fronte all’impossibilità di restare in Nicaragua o in Messico, siamo andati in Canada.

In che modo sei giunta a concentrarti sui diritti delle donne nel tuo lavoro?

Eravamo in Canada e facemmo tutto il possibile affinché l’attivista del Guatemala Rigoberta Menchú Tum vincesse il Nobel per la Pace. Io cominciai a concentrarmi di più sulle donne e migliorai la mia comprensione dei diritti delle donne. Perché, sino a quel momento, ero stata parte di una lotta più generalizzata.

E quando sei tornata in Guatemala, hai giocato un ruolo nell’assicurare un focus di genere nello sviluppo degli accordi di pace.

Quando feci ritorno in Guatemala, nel 1994, era il momento in cui un’assemblea di donne della società civile si era organizzata, così mi unii ai loro sforzi. Più tardi, come settore delle donne, ci assicurammo che gli accordi di pace del 1996 includessero il riconoscimento dei diritti delle donne e dei problemi che le donne affrontavano.

Tu vivi in una società machista dove vi sono principi molto conservatori. Pure, mentre facevi campagna per la tua elezione in Parlamento, hai detto pubblicamente di essere lesbica.

Sapevo che mi avrebbero dato addosso. Per me, la trasparenza non riguarda solo come si maneggia il denaro – il Guatemala è in piena lotta contro la corruzione – ma anche chi tu sei realmente. L’identità lesbica in Guatemala è tabù. Era necessario mostrarla non solo per rompere quel tabù ma, cosa ancor più importante, per dare l’opportunità alla comunità LGBT di avere una rappresentante. Sapevo che quell’identità sarebbe stata usata contro di me. Perciò, dicendo apertamente chi sono, ho sottratto loro il potere di usarla contro di me.

Ora che sei deputata, in che modo la società ha ricevuto il tuo lavoro sui diritti delle donne e delle persone LGBT?

Durante lo scorso settembre c’è stata una campagna molto pesante contro di me, per impedirmi di diventare la presidente del primo forum delle parlamentari. La ragione era che io, come lesbica, non ero “abbastanza donna” per rappresentare i membri donne del Parlamento. E’ stata una campagna pubblica, guidata da un cittadino che raccoglieva firme contro di me ed è esplosa sotto i riflettori. Per fortuna, ho ricevuto molto sostegno da gruppi e organizzazioni, anche a livello internazionale, e ho inoltrato una denuncia per discriminazione all’Ispettore generale per i diritti umani e alla Procura.

Quali sono le cose che vuoi cambiare, come membro del Parlamento?

A livello legale, per esempio, stiamo lavorando sulle questioni relative all’abuso sessuale di bambine e ragazze, e sul fatto che uno dei risultati della violenza sessuale contro le minori di anni 14 è spesso la gravidanza. E poiché è raro che l’aborto sia un’opzione praticabile per troppe di loro, diventa una gravidanza forzata.

Poi c’è la discussione sul riconoscimento dei diritti della comunità LGBT, il che implica cambiamenti favorevoli per le persone transessuali, matrimoni omosessuali o unioni civili, così come azioni per prevenire la terribile violenza che investe la comunità. Questa non è riconosciuta come un problema, perché per un mucchio di gente essere parte della comunità LGBT è una cosa malvagia che richiede un castigo, perciò la violenza è vista come naturale, come una punizione necessaria. E queste sono le cose di cui abbiamo necessità di discutere in tutte le nostre comunità, pubblicamente.

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(“A Sex Trafficking And Prostitution Survivor Testifies”, di Taina Bien-Aimé, avvocata e laureata in scienze politiche, giornalista indipendente, direttrice della “Coalizione contro il traffico di donne”, la prima organizzazione non governativa nata con l’impegno di mettere fine al traffico di donne e bambine e alle forme correlate di sfruttamento commerciale sessuale quali atti di violenza di genere. Questa sua intervista a Grizelda Grootboom – in immagine – è del 1° agosto 2016. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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Di recente, Grizelda Grootboom ha pubblicato “Exit” – “Uscita”, un libro sulla sua infanzia piena di violenza e vissuta da senzatetto, sul traffico sessuale che ha subito, sulla sua fuga dalla prostituzione e la sua trasformazione in una delle più attive leader sopravvissute decise a eliminare il commercio sessuale. Grizelda è sudafricana e vive a Cape Town con il suo figlioletto.

Come sono stati i primi 18 anni del viaggio della tua vita?

Sono nata nella parte occidentale di Cape Town, nell’area di colore di Woodstock. I miei primi anni sono stati felici, mentre vivevo con mio padre e mia nonna. Quando avevo 8 anni, il governo dell’apartheid ci fece traslocare di forza per scopi di sviluppo dell’area, così mio padre ed io finimmo a vivere per strada. Senza lavoro e senza casa divenne un alcolizzato e infine mi mandò da mia madre a Khayelitsha, un distretto per neri sempre a Cape Town. Il nuovo ambiente era difficile per me, perché mia madre aveva la sua propria famiglia e io dovevo imparare un’altra lingua. Un giorno, mentre raccoglievo acqua per strada, quattro ragazzi adolescenti mi puntarono un coltello alla gola e mi trascinarono in una baracca dove mi stuprarono in gruppo. E’ un rituale culturale maschile chiamato “ifoli”, simile al “jack-rolling” (ndt: lo stupro di gruppo quale punizione per un’azione percepita come “affronto” dai perpetratori). Avevo 9 anni. Tutto quel che ho provato era dolore e rabbia, perciò me ne andai dalla casa di mia madre e passai l’infanzia fra i rifugi e le strade.

Fu allora che fosti venduta per la prima volta per la prostituzione?

No. Ero semplicemente una ragazzina di strada che fumava, prendeva droghe, rubava per mangiare. Quando ci arrestavano, i poliziotti chiedevano pompini, ma niente altro. Era solo qualcosa che dovevamo fare se volevamo uscire di prigione.

Sulle strade, conoscevo persone che consideravo la mia famiglia. Quando divenni diciottenne, il rifugio mi buttò fuori in modo permanente così una mia amica, una ragazza più grande che comprava droghe da noi e passava del tempo sotto il nostro ponte, mi disse che poteva trovarmi un lavoro a Johannesburg. Una volta arrivate, mi portò in una stanza nel sobborgo di Yeoville, disse che andava a comprare da mangiare e da allora, sino a oggi, non l’ho vista più.

Mi addormentai e fui svegliata da un pugno in faccia. Gli uomini mi spogliarono, mi legarono, mi iniettarono stupefacenti e cominciarono a vendermi. Per 12 giorni, dalle dieci di mattina a tarda notte, uomini entravano nella stanza mentre io ero bendata. I miei sensi dell’olfatto e del tatto si svilupparono intensamente; potevo individuare chi era in pausa pranzo dal lavoro, chi era ubriaco, chi si profumava con acqua di colonia costosa. Io, per due settimane, ho puzzato di preservativi, sperma e droghe. Dopo quel periodo, mi misero in strada.

Per quanto tempo sei stata prostituita e trafficata?

Sino a che ebbi 26 anni. Nei primi mesi, avevo imparato velocemente come comportarmi “bene” per andare negli strip-club piuttosto che in strada, cambiare magnaccia, farmi spostare da una provincia a un’altra. Se non eri una “brava ragazza” ti mandavano alle stazioni di servizio per camionisti. Il governo era coinvolto: molti dei miei clienti erano funzionari, legislatori, ministri. Non c’era via di fuga.

Quando sei uscita dalla prostituzione?

Quando ho capito di essere incinta di sei mesi, ho pensato che mi avrebbero lasciata libera. Invece, i miei magnaccia dissero che non era parte del contratto e mi costrinsero ad abortire. Dopo tre ore dall’operazione volevano ributtarmi in strada a lavorare e io mi rifiutai. Mi picchiarono così tanto che mi svegliai dal coma in ospedale un mese dopo. Quello è stato il momento. Ho potuto andare in riabilitazione e sopravvivere.

C’è chi dice che la prostituzione sia un lavoro come un altro. Tu sei d’accordo?

Un certo numero di gruppi in Sudafrica, incluso S.W.E.A.T. (acronimo di Sex Workers Education and Advocacy Taskforce) la vedono in questo modo e chiedono leggi che decriminalizzino il commercio di sesso. S.W.E.A.T. è un gruppo fondato da un uomo bianco gay e la maggioranza del suo staff è composta da bianchi, specialmente a Cape Town. Spesso mi chiedo cosa intendono con il termine “sex worker”: la sedicenne venduta per strada? La spogliarellista stuprata in gruppo quando era bambina? La donna bianca privilegiata che si diletta dell’essere una escort? In Sudafrica le cosiddette “sex workers” non sono donne a caso: sono donne nere. Nella prostituzione ci strappano via la dignità e spesso ci lasciano morire. Come può essere un lavoro, questo?

E rispetto all’affermazione che se il commercio di sesso fosse decriminalizzato le donne prostituite avrebbero miglior accesso alla cura della propria salute e alla giustizia, che dici?

Per quel che riguarda la salute, i gruppi pro-legalizzazione o decriminalizzazione sanno molto bene che noi non possiamo negoziare sui preservativi. I clienti non vogliono pagare di più per metterli e ritarda i loro orgasmi, così se hai una quota da raggiungere e il tempo è denaro, i condom sono fuori discussione. Ad ogni modo, solo un cliente su un milione accetta di usare i preservativi, perciò le tue possibilità di contrarre l’Hiv/Aids sono del 99%.

Questi gruppi sanno anche che le medicine antiretrovirali non sono distribuite equamente in Sudafrica. Tutto questo accade al di là di ogni legge sulla prostituzione. Se poi parliamo di giustizia, loro stanno promuovendo una cultura dello stupro dicendo alle ragazze che questo è un lavoro e un modo per fuggire dalla povertà. Una ragazza dovrebbe ringraziarli per ciò?

Qualcuno dei tuoi “compratori” ti ha mai chiesto se eri stata trafficata o se avevi un magnaccia?

Ai clienti non gliene frega niente di questo. Qualcuno mi ha chiesto da dove venivo e se mi stavo godendo il nuovo lavoro qualora non mi avessero vista prima in quel club. Se rispondevo di odiarlo, mi dicevano che “questa è la vita” e “buona fortuna”. Inoltre, le domande le facevano solo dopo essersi soddisfatti.

Che ruolo pensi le sopravvissute possano avere nel suscitare consapevolezza?

Le voci delle sopravvissute sono criticamente importanti. A volte è difficile bilanciarsi nei gruppi con cui si lavora. Come sopravvissuta, vuoi disperatamente e hai disperatamente bisogno che qualcuno ti dia sostegno, ma noi dobbiamo anche sedere al tavolo ed essere rispettate. Non siamo sfuggite al dolore e alla violenza per stare in seconda fila e raccontare unicamente le nostre storie. Le ong devono usarci in modo intelligente: noi conosciamo le reti del commercio sessuale, i club, i magnaccia, la comunità, come nessun altro. Devono istruirci a parlare di questi orrori.

Leggi e politiche?

Quando ho testimoniato davanti al Parlamento, ho visto alcuni dei miei ex clienti sul podio. Non riuscivano a credere che io fossi ancora viva!

Se il governo legalizza la prostituzione o decriminalizza il commercio sessuale, ciò significherà che le donne sono ufficialmente oggetti di proprietà. Il Sudafrica deve chiamare a rispondere davanti alla legge compratori di sesso e magnaccia. Il magnaccia è il mediatore che conosce i due pilastri della tratta: compratori di sesso e vulnerabilità. Magnaccia e proprietari di bordelli, in Sudafrica, sono chiamati “quelli delle benedizioni”: ciò significa che qualcuno in alto, un funzionario di governo, sta dando loro la sua benedizione per gli affari che fanno. La grossa sfida, qui, è la nostra cultura.

Cosa ti ha ispirata a scrivere la tua autobiografia?

E’ fondamentale per me parlare pubblicamente come sopravvissuta, usare la mia voce per aprire gli occhi al mio paese sulla realtà del commercio sessuale. A me e alle mie sorelle sopravvissute viene spesso chiesto di parlare delle nostre esperienze durante eventi o sui media, ma a volte la cosa ci fa sentire sfruttate a livello emotivo.

I giornalisti ti chiedono della tua vita e continuano a rivolgersi a te in modi che ti traumatizzano di nuovo o ti identificano come “sex worker”, il che è molto avvilente. Ciò che è accaduto a me e a innumerevoli altre non è “lavoro”.

Tu ne parli apertamente per riprenderti dignità e autostima, ma quando questo non accade fa davvero male. Io ho scritto “Exit” perché più sopravvissute testimoniano, più governi dovranno prenderci seriamente. Se vuoi cambiare la legge, hai bisogno della donna che è uscita viva da quell’inferno che è la prostituzione. Io sono una sopravvissuta per un motivo doloroso, ma devo aiutare a impedire che la prossima generazione di ragazze sia comprata e venduta. La mia responsabilità è dire la verità.

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(“I have never been sexually assaulted”, di Deirdre Pearson per “Feminist Current”, 21 novembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Deirdre è una studente universitaria statunitense.)

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Non sono mai stata aggredita sessualmente.

Quando avevo 5 anni frequentavo un asilo familiare, gestito da una donna che aveva un figlio maschio e alcune figlie (la combinazione fra l’età che avevo all’epoca e gli anni che sono trascorsi mi impedisce di ricordare con precisione quante). Le figlie della donna erano più vecchie di me, ma più giovani del ragazzino. Lui avrebbe potuto essere in terza media o persino alle superiori – per me, era solo un “ragazzo grande”.

Questo ragazzo non mi piaceva perché mi forzava a star seduta in braccio a lui e non mi lasciava alzare, facendo ridere gli altri bambini mentre le sue sorelle dicevano che io gli piacevo. Aveva un roditore come animale da compagnia – un criceto o un gerbillo, forse – in una gabbietta sul comò della sua stanza da letto. La promessa di tenere in braccio questa piccola creatura fu irresistibile, così lasciai che mi guidasse nella sua stanza, della quale chiuse prontamente la porta a chiave.

Le mie mani erano sul comò per tenermi salda quando sentii che i miei jeans venivano rapidamente abbassati. Immediatamente cominciai a piangere e il ragazzino, incapace di calmarmi, mi permise di tirarli e su e aprì la porta per farmi uscire.

Ho frammenti di altri ricordi del mio periodo in quell’asilo, anche se sono annebbiati: io distesa sul suo letto che guardo l’orlo delle mie mutandine a fiori spuntare dai miei pantaloni slacciati; il fingere di avere mal di stomaco perché così mi sarebbe stato permesso restare in cucina con sua madre a bere Pepto-Bismol (Ndt.: farmaco a base di subsalicilato di bismuto usato per fastidi gastrointestinali leggeri) sino a che mia madre veniva a prendermi.

cos’altro è accaduto che io non riesco a ricordare?

Implorai mia madre di mandarmi in un altro asilo, ma non le dissi perché. Ero profondamente imbarazzata e non avevo parole per descrivere quel che era successo.

Non sono mai stata aggredita sessualmente.

Avevo otto anni e stavo andando in bicicletta su una strada maestra della mia città quando un gruppo di uomini in auto mi passò accanto. Non li avrei neppure notati se uno di loro non mi avesse urlato: “VOGLIO LECCARTI LA PASSERA!” dal finestrino abbassato. Gli uomini probabilmente risero e dimenticarono rapidamente l’episodio, ma io no. Le parole bruciavano nel mio stomaco e, di nuovo, ero io quella che provava vergogna. Non ero neppure arrabbiata con quest’uomo e i suoi amici, solo imbarazzata dal fatto che fosse accaduto a me. Come risultato, non l’ho mai detto a nessuno e, ad ogni modo, quale crimine era stato commesso? Nessuna denuncia fu fatta.

Non sono mai stata aggredita sessualmente.

Un giorno, quando avevo 13 anni, stavo camminando nel corridoio fra le classi della mia scuola. Ero sola e vidi un ragazzo che non mi piaceva camminare verso di me. Lui e un altro dicevano spesso cose oscene alle mie amiche e a me. Una volta ci avevano seguite per strada per un bel pezzo, parlando ad alta voce di quel che avrebbero potuto farci, vantandosi che non saremmo state in grado di impedirglielo.

Quando mi si avvicinò nel corridoio, io mi spostai verso il muro per distanziarmi da lui il più possibile, ma non servì. Il ragazzo mi schiacciò contro il muro, mi bloccò le braccia che erano piene di libri. Avvicinò la sua faccia alla mia e infilò una mano sotto la mia camicia, strofinando il cavallo dei miei jeans con l’altra.

Mentre entravo nella mia classe la mia faccia bruciava di vergogna e speravo che nessuno avesse visto niente. Quando mi chiesero se c’era qualcosa che non andava mi rifiutai di ammetterlo. Mentii e dissi che non mi sentivo bene. Non sfiorò neppure la mia mente la possibilità di dirlo a qualcuno. Ero completamente umiliata. Nessuna denuncia fu fatta.

Non sono mai stata aggredita sessualmente.

Quando avevo 15 anni, conoscevo un ragazzo di un paio d’anni più grande di me il cui padre ci permetteva di bere in casa sua. Perciò è quello che facevamo… un bel po’.

Un pomeriggio ero lì a bere con due ragazzi e bevvi tanto da star male. Vomitai oltre la staccionata del portico frontale, tanto ubriaca ero. Uno dei ragazzi (che più tardi sposò una mia amica) si mise dietro di me, mi slacciò il reggiseno e mi palpò i seni mentre rigettavo.

La mattina dopo, ricevetti una chiamata telefonica da un’amica: mi disse che il ragazzo aveva detto a tutti che avevamo fatto sesso. Io non riuscivo a ricordare molto di quel che era accaduto, ma sapevo che questo non era vero. Avevo le mestruazioni e non avevo portato tamponi con me, ma quando mi ero svegliata il mio tampone era esattamente dove lo avevo messo prima di cominciare a bere.

Non potevo parlare a nessun adulto di quel che lui aveva fatto – io non avrei dovuto bere e non volevo avere guai o farli avere al padre del mio amico. All’epoca, credevo il bere un segreto che doveva restare nascosto. “Svenuta o fatta svenire” erano inoltre, in quegli anni, situazioni ritenute valide per i ragazzi per fare sesso. Nessuna denuncia fu fatta.

Non sono mai stata aggredita sessualmente.

A 18 anni, vivevo con il mio ragazzo. Una notte, andai a dormire prima di lui. Ero profondamente addormentata dalla mia parte del letto quando dovetti svegliarmi perché lui mi stava penetrando da dietro, dopo avermi sfilato le mutande. Ero scioccata, ma non mi è passato per la testa che fosse stupro. Lui era il mio ragazzo.

Quando gli chiesi che stava facendo, mi accusò di farlo aspettare troppo per il sesso e mi pregò di lasciarlo finire. Lo feci. Anni dopo, quando già lo avevo lasciato, una vicina di casa mi disse che l’aveva stuprata. Nessuna denuncia fu fatta.

Non sono mai stata aggredita sessualmente.

Io continuo a ripetere questa frase perché nessuno degli incidenti descritti è incluso nelle statistiche della violenza sessuale contro donne e bambine. Sono ben lungi dall’essere l’unica. Sono sicura che ogni donna può collegarsi ad almeno uno di questi incidenti. E la maggioranza di essi non sono mai denunciati.

Ci sono moltissime ragioni sul perché bambine e donne scelgono di non dire a nessuno degli assalti sessuali che subiscono. Non lo diciamo perché non capiamo che sta succedendo, o perché siamo piene di vergogna, imbarazzate e spaventate. Non lo diciamo perché non vogliamo sentirci rispondere che “ce la siamo voluta”, che “ci piaceva” o che siamo bugiarde.

Quando lo facciamo, ogni domanda che ci è posta al proposito indica scetticismo. Dobbiamo raccontare la storia nello stesso identico modo ogni volta e siamo costrette a rivivere l’aggressione ripetutamente. Non dobbiamo ricordare nuovi dettagli, quale che fosse la nostra età o il nostro grado di intossicazione al momento, perché ciò suscita dubbi.

Dobbiamo prepararci al fatto che il nostro comportamento prima, durante e dopo l’assalto sarà analizzato e sapere che tale comportamento potrà essere usato per screditare ciò che raccontiamo. Sappiamo che se falliamo nell’essere considerate attendibili, ci sarà detto che meritiamo di essere punite per aver accusato un ragazzo o un uomo innocente e per aver tentato di distruggere il suo futuro. Dobbiamo far denuncia immediatamente dopo l’aggressione e non dobbiamo farci la doccia, anche se quello è il momento in cui la desideriamo maggiormente.

Non ha importanza quel che diciamo o facciamo, qualcuno risponderà: “Nessuno può sapere cos’è davvero successo, a meno di essere stato presente.” Come se le donne fossero così inaffidabili in modo inerente che le loro parole non possono essere credute, a meno che qualcuno non abbia visto accadere l’assalto con i propri occhi. Ma se la testimone del fatto è femmina, diventa subito anch’essa inaffidabile: ha pregiudizi, ovviamente.

Le aggressioni e le risposte a tali aggressioni devono adattarsi bene a una narrativa accettata dalla società, altrimenti noi siamo screditate.

Perciò, quando chiedete perché le donne non parlano, perché non denunciano, perché restano in silenzio per anni e decenni, io non vi credo. Voi sapete perché.

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(“From where I stand: Aiturgan Djoldoshbekova and Aigul Alybaeva”, dal sito dell’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, 14 novembre 2016, immagine di Theresia Thylin, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il Kyrgyzstan ha leggi contro la violenza domestica, ma l’accettazione sociale della violenza contro donne e bambine, inclusa la pratica del “rapimento di spose”, resta assai diffusa.

Aiturgan Djoldoshbekova, 16enne, sta partecipando a un programma d’istruzione con base nella sua scuola implementato dalla “Federazione nazionale delle comunità femminili del Kyrgyzstan” e sostenuto dal Fondo NU per mettere fine alla violenza contro le donne. Il programma mira a dar forza alle ragazze, a iniziare dialoghi inter-generazionali e a cancellare i rapimenti di spose e i matrimoni precoci/forzati. La madre di Aiturgan, Aigul Alybaeva, sostiene la partecipazione della figlia al programma e discute con lei di molti argomenti, inclusa la violenza contro donne e bambine.

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Aiturgan, la figlia: Fin dall’infanzia ho visto ragazze e donne trattate in modo non equamente e diversamente da ragazzi e uomini. Vedo questo nella vita di tutti i giorni e nei film che guardiamo.

Sono interessata a saperne di più delle leggi. Perché le leggi dicono che siamo uguali: ragazzi e ragazze, donne e uomini dovrebbero essere uguali.

Non ho paura del rapimento perché ora conosco i miei diritti. So che se qualcuno mi rapisce sta violando la legge e che posso fare appello al tribunale.

E’ importante che le ragazze conoscano i loro diritti. Io desidero che tutte noi si sia femministe e si lavori insieme contro la violenza diretta a donne e bambine.

Quel che imparo a scuola, sui diritti umani, lo condivido con il mio fratello minore. Anche lui deve conoscere i suoi diritti. Gli dico sempre che dobbiamo avere una posizione fermissima contro la violenza.

Aigul, la madre: Aiturgan è sempre stata una brava a scuola, ma ora è ancora più interessata a imparare. Vuole diventare pubblico ministero.

Il femminismo è nel suo carattere. Conosce i suoi diritti e condivide con me quel che impara a scuola. Parliamo anche della violenza. Lei sa già che leggi sono infrante o quali diritti sono violati in una determinata situazione.

Noi tentiamo di sostenerla, di creare un ambiente favorevole in casa, di modo che lei abbia il tempo necessario a studiare e a prepararsi per i compiti che le sono assegnati.

Se mia figlia fosse rapita, io sicuramente la riprenderei con me: alcune madri non lo fanno. Ma io voglio che lei sia felice e sposi la persona che ama.

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