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Posts Tagged ‘adolescenti’

Diversi quotidiani nostrani, il 1° giugno u.s., riportavano lo stupro di gruppo di una dodicenne a Castellammare di Stabia da parte di altri tre minori (di età compresa tra i 14 e 16 anni), che si sono premurati di documentare le violenze sui loro cellulari – perché non un’oncia di sdegno sociale ricadrà su di loro, coetanei e non inneggeranno ai “fighi che scopano” mentre la vittima sarà immediatamente rubricata come “incauta” al meglio e “puttana” nel restante 99% dei casi: ormai lo sanno perfettamente. Tra loro e la felicità della violenza sessuale stanno solo orride leggi liberticide imposte dallo strapotere delle femministe naziste e carcerarie, ma si facciano coraggio: ora abbiamo un governo ancora più comprensivo dei precedenti, in pratica il fior fiore dell’ignoranza, della tracotanza e della misoginia da web e da bar sport, perciò non saranno lasciati soli.

La vicenda segue uno schema noto e ripetuto: l’amico / il ragazzo / il compagno di scuola di cui la ragazza si fida la invita a una festa / a fare un giretto insieme ecc. e la conduce in una località isolata dove lo aspettano i compari. Purtroppo, anche i reportage seguono uno schema noto e ripetuto: minimizzano, trivializzano, edulcorano la violenza e suggeriscono che almeno una parte di responsabilità cade sulla vittima.

Uno dei quotidiani di cui sopra, aspirando inutilmente al Pulitzer o al Nobel per la Letteratura, dà la notizia in questo modo (i corsivi sono miei): “Storie riservate, sgarbate, sbagliate. Storie segrete rinchiuse nel dolore più intimo. Inconfessabili, almeno fino a quando la sofferenza irrompe come uno squarcio e la verità chiede rivincita. La liberazione è l’unica chiave per sopravvivere. E la vittima ammette, rivela.” Altri si premurano di definire la denuncia della ragazzina “il racconto-confessione” e lo stupro di gruppo “la sconcertante vicenda”, o di farci sapere che quando è salita sullo scooter del falso amico “era già buio”.

Secondo il Dart Centre per Giornalismo e Trauma, “dare notizia delle violenze sessuali richiede speciale attenzione e aumentata sensibilità etica. Richiede speciali abilità nell’intervistare, comprensione delle leggi, e consapevolezza di base dell’impatto psicologico del trauma.” Naturalmente, proseguono, se si vuol fare del giornalismo corretto, sfidare gli stereotipi e fornire una visione più ampia e equa delle materie di cui si tratta, la speciale attenzione dev’essere sempre presente: nel caso della violenza di genere, però, il rischio a non mettercela è quello di offrire comprensione e sostegno ai criminali, perpetuando una visione del mondo in cui le donne sono vittime predestinate e meritevoli di essere tali e mantenendo salde le premesse che giustificano e scusano tale visione. Ciò danneggia le donne, le ragazze, le bambine ovunque – abbiano esse subito violenza o no.

Ai giornalisti sono stati forniti negli ultimi dieci anni, praticamente in ogni angolo del pianeta, manuali di base su come trattare la violenza di genere sui media: li hanno redatti una valanga di associazioni e gruppi che combattono la violenza contro le donne, commissioni delle Nazioni Unite e del Parlamento Europeo, commissioni statali di varie nazioni, un’altra valanga di ong che si occupano di salute e aiuto umanitario e alcune associazioni di lavoratori del settore fra cui la Federazione Internazionale dei/delle giornalisti/e. Ho appena letto uno studio del 2016 – “Media guidelines for the responsible reporting of violence against women: a review of evidence and issues” – che ha esaminato undici di questi manuali, cercando di capire perché chi lavora nei media non li adotta: secondo lo studio la discrepanza fra la realtà delle esperienze delle donne e la rappresentazione di esse sui media non è diminuita e “si sono dati ben pochi cambiamenti positivi”. Uno dei problemi, pare, è che “la comunicazione delle informazioni relative alla violenza contro le donne considerata come problema sociale non sempre risponde alle aspettative di fare colpo con la notizia.

Così una violazione atroce, uno stupro di gruppo, a danno di una bambina di 12 anni diventa una storia “sconcertante” (da cosa siete presi di sorpresa, signori giornalisti? Conoscete le cifre della violenza di genere in Italia?) e “sgarbata” (chi violenta è un po’ maleducato, in effetti, ma è tutto qui) la cui colpa alla fin fine è della vittima: è lei che confessa e ammette davanti a un tribunale di sessisti, analfabeti di ritorno o per scelta, a cui in tal maniera è confermata la legittimità dell’uso della violenza da parte degli stupratori.

Nemmeno questo “fa colpo” – è così vieto, visto e stravisto da essere nauseante – però fa contenti i prossimi perpetratori e i loro fan. Maria G. Di Rienzo

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Il terzo romanzo di Trifonia Melibea Obono, “La Bastarda”, segna un primato: è il primo di un’Autrice della Guinea Equatoriale a essere tradotto in inglese.

lawrence e trifonia

(Trifonia Melibea Obono e il traduttore Lawrence Schimel)

Uscito sul mercato internazionale il 17 aprile scorso – distribuito da Feminist Books per gli Usa, Modjaji Books per il Sudafrica, Turn Around per la Gran Bretagna – narra la storia di Okomo, un’adolescente orfana di madre che vive con la nonna e a cui sono proibite molte cose: Okomo non risponde agli standard della femminilità patriarcale ed è perciò un’emarginata, ma scoprirà di non essere la sola a portarsi addosso quest’etichetta. Entrata in contatto con un gruppo “misterioso” di ragazze che fanno una bandiera dell’essere giudicate indecenti, sebbene debbano incontrarsi segretamente, Okomo si innamorerà della loro leader e si ribellerà contro le rigide norme culturali che le sono imposte.

Trifonia Melibea Obobo è nata a Evinayong, nella Repubblica della Guinea Equatoriale, nel 1982. E’ docente universitaria alla Facoltà di Letteratura e Scienze Sociali nel suo paese e fa parte del Centro per gli studi afro-ispanici dell’UNED (università nazionale per l’istruzione a distanza) spagnola.

Chi ha già letto “La Bastarda”, in particolare altre scrittrici, ne è entusiasta:

Alexis Pauline Gumbs (“M Archive: After the End of the World”): “Un romanzo di svolta che dice al mondo, a partire dalla propria prospettiva, che c’è così tanta necessaria vita fuori, oltre, prima e dopo il patriarcato. Per coloro di noi a cui è stato detto che non esistiamo. Che non possiamo esistere. Che non dovremmo esistere. Questa storia innovativa piena di amore e di cura serve da incantesimo per ricordarci che esistiamo, siamo esistite e dobbiamo sostenerci l’una con l’altra per esistere e vivere come siamo.”

Maggie Thrash, (“Honor Girl”): “Sebbene io viva a un mondo di distanza dalla Guinea Equatoriale, ho visto molto di me stessa in Okomo: un “maschiaccio”, smaniosa di essere libera e di sfuggire al gioco truccato della società. Ho fatto il tifo per lei a ogni pagina e ho desiderato per me stessa e per tutte le ragazze che noi si sia abbastanza coraggiose da creare il nostro proprio mondo.”

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “The disbelieved: rape accusers’ stories retold on stage”, di Helen Pidd per The Guardian, 25 aprile 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. L’immagine è di Christopher Thomond.)

trial

Un processo per stupro finisce con la sentenza di non colpevolezza. L’accusato rilascia una sprezzante dichiarazione sui gradini del tribunale. Ma della donna la cui denuncia ha dato inizio al procedimento legale non sentiamo nulla. A prescindere dal verdetto, lei resta anonima per la sua vita intera, a meno che non sia processata per false accuse. Potrebbe voler raccontare la sua storia ma i media non possono, non vogliono, pubblicarla. Lei non è stata creduta e farle pubblicità equivarrebbe a suggerire che la giuria ha sbagliato.

Un luogo e un lavoro teatrale specifici, nella città di Bolton, forniranno questa settimana (ndt. 26-28 aprile) una tribuna alle “non credute”.

“Trial” – “Processo” della compagnia teatrale Monkeywood Theatre di Manchester, si basa sulle storie di donne reali che hanno sofferto violenza sessuale ed esplora il devastante impatto dell’essere raffigurate come bugiarde. Messo in scena nella sala consiliare di Bolton, che un tempo era un’aula giudiziaria, presenta quattro storie individuali tessute insieme dagli estratti della trascrizione di un vero processo per abuso sessuale.

Tutti i dati che potrebbero condurre a identificazioni sono stati omessi dalla trascrizione per evitare reclami per diffamazione da parte dell’imputato, ma il caso è centrato su dichiarazioni fatte nel tempo da una serie di donne, che dissero di essere state manipolate da lui sin da quando erano bambine.

La compagnia teatrale ha incontrato una delle querelanti, che ora è sulla quarantina e dichiarò alla giuria di essere stata abusata fra gli 8 e i 12 anni. Ha dato il suo benestare affinché la sua storia sia usata e ora lavora con le sopravvissute alla violenza sessuale, come racconta la co-direttrice artistica di Monkeywood Theatre, Sarah McDonald Hughes, che ha scritto uno dei quattro pezzi che compongono “Trial”. (…)

“Nessuno sta dicendo che non sia terribile essere accusati falsamente. Ma se si guarda alla percentuale delle persone che presentano false accuse essa risulta piccolissima, a confronto con il numero di denunce per stupro che terminano con una condanna. – spiega Sarah McDonald Hughes – Questo non è un lavoro teatrale su quante volte gli uomini sono accusati falsamente. Stiamo raccontando storie che percepiamo largamente non narrate e non viste su un palcoscenico, personaggi che non vedete e che, se vedete, sono usualmente ritratti in un determinato modo.” (…)

Qualche sopracciglio potrebbe alzarsi per la scelta di un regista maschio, il membro di Monkeywood Martin Gibbons, il quale ammette di aver lui stesso dubbi sul suo ruolo. Ma per McDonald Hughes non è un problema: “Capisco le ragioni per avere una regista donna, ma questa non è una “questione delle donne”. E’ davvero importante che gli uomini la affrontino. E’ un problema di tutti. All’interno del dibattito su #MeToo, vedi spesso uomini farsi avanti perché possono immaginare che si tratti della loro sorella o della loro figlia e questo mi fa venir voglia di strapparmi i capelli. Dovrebbe importartene perché lei è una persona.”

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Ieri Radio Onda d’Urto di Brescia mi ha intervistata (grazie ancora) a causa di questo articolo:

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/06/senza-tregua/

Il mio intervento non era stato preparato e siamo andati – benone – a braccio, ma ovviamente non avevamo tempo e modo di organizzare un seminario su come trattare decentemente le adolescenti, rispettare la loro umanità e dignità e incoraggiarle ad aver fiducia in se stesse, a realizzare i propri sogni, a perseguire la propria felicità.

Una delle cose che ho detto è che sbattendo loro continuamente in faccia il modello-Barbie e nient’altro la società intera perde i loro talenti: o perché nessuno li prende in considerazione ed esse stesse smettono di farlo, o perché si tolgono la vita.

Girls Inc. è un’associazione, nata nel 1864, che mostra come si può agire diversamente. “Ci concentriamo sullo sviluppo dell’intera ragazza. Ella apprende a darsi valore, a rischiare, e scopre e sviluppa le sue inerenti capacità. (…) Equipaggiamo le ragazze a navigare attraverso le barriere di genere, quelle economiche e quelle sociali, e a crescere sane, istruite e indipendenti.”

anya

Nessuno a Girls Inc. direbbe per esempio ad Anya – in immagine sopra – che è “malata” perché la sua corporatura non risponde agli attuali standard commerciali della bellezza (puah!), ne’ lo direbbe a Leslie (in immagine sotto).

Leslie

Invece, le hanno sostenute affinché realizzassero i loro desideri. Anya frequenta ora il primo anno della facoltà di Giurisprudenza, dopo essere stata rigettata da tutte le università a cui aveva fatto domanda, compresa quella a cui teneva di più, Berkeley. Ma alla fine ci è entrata proprio come voleva: “Non lasciate che la delusione vi scoraggi. Io ero devastata quando non sono riuscita a entrare nella scuola dei miei sogni al primo colpo e avevo voglia di mollare tutto, ma la mia comunità mi ha mantenuta in corsa. Grazie alle mie incredibili insegnanti, alla mia famiglia e alle mie amiche, ho riacquistato fiducia.”

“La sorellanza attorno a lei – dicono a Girls Inc. – ha permesso ad Anya di essere vulnerabile, di aver fiducia in se stessa e di accettare se stessa.” Dopo la laurea, Anya ha in mente di diventare un’avvocata di rappresentanza per i bambini e le bambine nei casi che riguardano la custodia familiare. Quest’estate inizierà un anno di internato nel tribunale apposito. Perché la società avrebbe dovuto buttar via un proprio membro che già in giovane età mostra un’enorme passione civile, perché non somiglia a una bambola gonfiabile? Ai miei occhi tra l’altro, questa ragazza è stupenda.

Proprio come lo è Leslie, che ha immediatamente tornato a ragazze e bambine più piccole di lei tutto quel che aveva ricevuto da Girls Inc.: corsi prescolastici, assistenza allo studio, ripetizioni. “Sono stata ispirata, illuminata e riempita di doni da una squadra di sostegno che non perderò e che certamente non dimenticherò mai. E’ così che sono diventata una persona migliore.” Leslie in futuro vuole essere un’insegnante (già insegna inglese) e rompere i moduli dell’istruzione tradizionale, concentrandosi sul migliorare le vite della prossima generazione, instillando in essa una vera passione per la conoscenza.

Avremmo dovuto dirle: “Guarda, non puoi sfilare per D&G e non puoi partecipare a Miss America, cosa vivi a fare?”, o saremmo contenti di avere un’insegnante simile per i nostri figli e figlie?

Maria G. Di Rienzo

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A volte vorresti davvero una spiegazione semplice. Qualcosa grazie a cui esclamare “Ah, allora è per questo!” e che ti permetta di razionalizzare odio, disprezzo, aggressioni, umiliazioni, la ridicolizzazione continua di tutto quel che sei e che fai. Ma anche quando te la forniscono prende la forma di un’ulteriore colpevolizzazione: che tu sia etichettata come “malata” fisica o mentale, si tratta solo di un altro stigma di cui sei completamente responsabile.

Quando ti suicidi lanciandoti da un balcone o sotto un treno ci saranno i cinque minuti in cui fra articoli, interviste, video e post su Facebook, qualcuno ricorderà i tuoi talenti, ti definirà “solare” e dirà melense stupidaggini sul tuo diventare una stella o cantare in coro con gli angeli. Nessuno dirà quel che dovrebbe essere detto: non l’abbiamo lasciata vivere in pace, non abbiamo dato alcun valore alla sua persona, abbiamo sputato sui suoi sogni e sulle sue emozioni, le abbiamo fatto credere che al mondo non ci fosse posto per lei – perché, soprattutto essendo femmina, in questo mondo il suo corpo prendeva troppo spazio.

Beatrice - Porta Susa Torino

Le telecamere della stazione ferroviaria di Porta Susa, Torino, confermano che Beatrice Inguì si è tolta la vita a 15 anni il 4 aprile 2018. “In camera sua gli agenti della polizia ferroviaria hanno scoperto il diario, – scrivono i giornali – su cui Beatrice ha motivato il suo desiderio di farla finita. Nell’ultima pagina, insieme alla richiesta di scuse ai genitori, la parola “Addio”. (…) “Sono troppo grassa”, scriveva la ragazza di Rivoli.”

Adesso, attestano sempre i quotidiani – ma i cinque minuti stanno per finire – “Rivoli piange” e “La bellezza non ha peso” e “Il salto si poteva evitare”. Sono gli stessi quotidiani che ci inondano a ogni edizione di modelle scheletriche con tette enormi al silicone, inviti a mettersi “in forma” (ehi, sta per arrivare la “prova bikini”, allerta, femmine!) e suggerimenti di ogni tipo su come dimagrire in fretta, perché persino l’attrice XY che ha settant’anni con photoshop, dieta di sperma e crack, liposuzione, chirurgia plastica ringiovanente alla vagina e cazzuolate di trucco può essere ancora attraente per gli uomini: unica condizione che giustifica l’esistenza di una donna.

Beatrice, come tutte/i noi, non aveva molte possibilità di sentire opinioni diverse da questa. Beatrice, come molte/i di noi, aveva finito per crederci. Frequentava un “centro specializzato” dove la visione che ti suggeriscono di te stessa è quella spiegata alla stampa da un’altra giovanissima “paziente”: “La gente non capisce che una persona obesa è una persona malata. Si pensa solo che dovrebbe mangiare un po’ meno, invece il cibo è un rifugio, un modo per sfuggire a una realtà in cui si vive male.” La ragazza sta descrivendo la bulimia, ma non tutte le persone grasse sono bulimiche.

Nella propria presentazione online, il centro dichiara di occuparsi della “cura dell’obesità grave” – Beatrice dalle scarse immagini a disposizione non sembra in condizione di obesità grave – e si definisce altamente specializzato “nella ricerca, cura e riabilitazione di malattie metaboliche come l’obesità (l’enfasi è mia), disturbi del comportamento alimentare, disordini della crescita e malattie neurologiche. Queste patologie sono trattate con tecnologie diagnostiche e terapeutiche all’avanguardia (test genetici molecolari, analisi computerizzate del consumo di calorie, microscopio elettronico, analisi del cammino, realtà virtuale e altre) e con la proposta di percorsi di riabilitazione di tipo multidisciplinare integrato.” C’è persino un padiglione speciale per bambine/i e ragazze/i, una vera pacchia. Non ho cercato i costi dei trattamenti, perché non volevo portare il mio disgusto a livelli stratosferici.

Le malattie metaboliche sono errori congeniti del metabolismo: cioè sono dovute a geni difettosi nella codificazione degli enzimi atti alla conversione di alcune sostanze (substrati) in altre (prodotti). Per quanto se ne sa finora, sono ereditarie e spesso dovute a consanguineità dei genitori.

Se tu diagnostichi qualcuno come affetto da un errore congenito del metabolismo, per guarire tale errore non ti servirà a niente analizzare al computer in realtà virtuale quante calorie tal persona consuma, perché nella lista di dette malattie metaboliche ereditarie il grasso corporeo non compare. Poiché molte di esse hanno a che fare con un malfunzionamento nella gestione delle proteine da parte del corpo, sino a trent’anni fa i trattamenti si limitavano a ridurre l’assorbimento di queste ultime, attenuando i sintomi delle varie patologie, ma senza cancellarle. Un errore genetico presente dalla nascita con il test genetico molecolare lo trovi, ma non lo fai scomparire: il che può avvenire invece con sostituzione enzimatica, trasferimento genico, trapianto di midollo osseo o di un organo specifico ecc.

Dire a qualcuno che se è grasso è malato non è meglio del dirgli che fa veramente schifo, che è un tossicodipendente da cibo, che è un cesso che nessuno scoperà mai, eccetera. La cosa peggiore è che NIENTE di tutto questo è vero, NIENTE è sorretto da evidenza scientifica inconfutabile, ma persino se lo fosse nulla giustifica i livelli di bullismo diretti alle persone grasse. Restano esseri umani titolari di diritti umani, sapete, anche se non vi piacciono.

Perciò, la società italiana odierna ha ucciso Beatrice semplicemente perché i suoi membri non potevano sopportarne la diversità: una quindicenne che non somiglia a Barbie non è degna di esistere, e glielo hanno detto così tante volte, con così tanti media diversi, con così tanta forza amplificata dai relativi guadagni di mercato che lei ha portato il giudizio sociale alla sua ultima conseguenza logica.

“Beatrice suonava l’oboe e il pianoforte. Frequentava la seconda classe del Liceo musicale di Vercelli. Il suo sogno era di diventare una cantante lirica. «Anche se aveva una passione per la lirica, amava tutta la musica in realtà» dicono i compagni.”

Vedete, io ho 59 anni, ho ormai percorso la maggior parte del mio cammino e potete scaricarmi addosso tutte le vostre munizioni: vi torneranno indietro come se fossi fatta di diamante e titanio, perché è questo il grado di durezza che il mio spirito, non il mio corpo fatto di sangue, pelle, grasso, ossa, ecc., ha raggiunto. Beatrice ne aveva solo 15 e ogni colpo l’ha ferita, ancora e ancora, sino a che il dolore è diventato troppo intenso da sopportare e la morte è diventata preferibile. Immagino che chiunque si sia fatto beffe di lei sia soddisfatto, adesso. Io, però, non vi darò tregua, sino al mio ultimo respiro.

Maria G. Di Rienzo

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naomi wadler

“Sono qui oggi per riconoscere e rappresentare le ragazze afroamericane le cui storie non arrivano alle prime pagine di alcun quotidiano nazionale, le cui storie non aprono i telegiornali della sera.

Sono qui oggi in rappresentanza di Courtlin Arrington, in rappresentanza di Hadiya Pendleton, in rappresentanza di Tiana Thompson che aveva solo 16 anni quando è stata uccisa da colpi di arma da fuoco in casa sua, qui a Washington, DC.

Io rappresento le donne afroamericane che sono vittime della violenza delle armi, che sono semplici statistiche invece di vibranti e bellissime ragazze piene di potenzialità.

E’ un mio privilegio l’essere qui oggi. Io sono, in effetti, zeppa di privilegi. La mia voce è stata ascoltata. Sono qui per dar riconoscimento alle loro storie, per dire che hanno importanza, per dire i loro nomi, perché io posso e mi è stato chiesto di farlo. Per troppo tempo, ormai, questi nomi, queste donne e ragazze nere sono state solo numeri. Io sono qui per dire MAI PIU’ anche per loro.

La gente ha detto che sono troppo giovane per avere questi pensieri di mio. La gente ha detto che sono lo strumento di qualche adulto sconosciuto. Non è vero. Io e le mie amiche possiamo avere solo 11 anni e frequentare le elementari, ma sappiamo. Sappiamo che la vita non è uguale per tutti, e sappiamo cos’è giusto e cos’è sbagliato.

Sappiamo anche che ci stiamo sollevando all’ombra del Campidoglio (ndt.: il palazzo del governo) e sappiamo che ci mancano sette anni per votare. Perciò io sono qui oggi per onorare le parole di Toni Morrison: “Se c’è un libro che vorresti leggere ma non è ancora stato scritto, dovresti essere tu a scriverlo.”

Io esorto chiunque sia qui e chiunque oda la mia voce a unirsi a me nel raccontare le storie che non sono narrate, a onorare le ragazze, le donne di colore che sono state assassinate in percentuali sproporzionate in questa nazione. Io esorto ognuno di voi ad aiutare a scrivere la narrazione di questo mondo, di modo che queste ragazze e donne non siano mai dimenticate.” Naomi Wadler, in immagine.

Naomi, che come ha detto ha 11 anni, è venuta a marciare a Washington da Alexandria, in Virginia. La prima ragazza che nomina è stata uccisa in Virginia nel proprio liceo dopo il massacro di Parkland.

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/02/18/il-discorso-di-emma/

La Marcia per le Nostre Vite (March for Our Lives) organizzata dagli studenti contro le armi che li uccidono direttamente nelle scuole e tenutasi ieri, sabato 24 marzo, ha raccolto milioni di dimostranti nella capitale e in altri 800 eventi simili, negli Usa e nel mondo: è la più grande manifestazione studentesca della storia americana, avendo superato per numero persino le proteste pacifiste degli anni della guerra in Vietnam.

E le nostre leader sono, meravigliosamente, sempre più giovani.

Maria G. Di Rienzo

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Spesso altre donne mi dicono che sto facendo un buon lavoro nell’alimentare determinazione e speranza in chi legge quel che scrivo/traduco.

Le mie scelte di sottolineare ogni vittoria femminista, per quanto piccola, di onorare l’impegno delle donne di qualsiasi età o provenienza, di demistificare senza posa le razionalizzazioni della violenza di genere, anche se raggiungono un pubblico limitato hanno quindi un impatto positivo.

Sapere questo è allo stesso tempo una gratificazione e un rovello: cosa faccio nei giorni come oggi, quando una raffica di notizie disturbanti al minimo e strazianti al massimo mi inchioda nella sofferenza?

Solo qualche esempio:

* In Paraguay una quattordicenne rimasta incinta a causa di uno stupro è deceduta partorendo: il suo paese non permette l’aborto a meno di grave rischio per la vita della madre. Era in ospedale per complicazioni relative alla gravidanza da venti giorni quando è entrata in travaglio. La ragazzina ha manifestato problemi respiratori mentre i medici tentavano di farla partorire normalmente, poi hanno deciso di praticarle il cesareo, durante il quale ha avuto un’embolia e tre arresti cardiaci. Poi è morta. La creatura che ha messo al mondo è attaccata ai macchinari, perché non respira autonomamente.

* Quegli stessi macchinari saranno scollegati nei prossimi giorni alla 16enne statunitense (del Maryland) in coma profondo, a cui l’ex ragazzo ha sparato “perché lo aveva lasciato”. Non ci sono speranze, morirà.

* Ad Arezzo, all’interno di quella che dovrebbe essere una comunità protetta, una bambina di 10 anni è stata abusata sessualmente da due altri minori (un 15enne e un 16enni) ospiti della stessa struttura.

* Dall’inizio del 2018, in Italia abbiamo avuto 24 femminicidi.

* Il piano contro la violenza di genere varato dal nostro governo per il triennio 2017-2020 e approvato da Stato e Regioni – e strombazzato in occasione del 25 novembre, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne – non è in attuazione e non eroga ai Centri Antiviolenza i fondi che ha stanziato.

Vi riporto un brano di una recente conferenza della dott. Alice Han (“Violence Against Women and Girls: Let’s Reframe This Pandemic.”) che insegna ostetricia, ginecologia e biologia riproduttiva ad Harvard e all’Università di Toronto (Canada):

“Nella conversazione (ndt.: scaturita dalla campagna #MeToo) si nota l’assenza del come favorire la salute delle donne e ridurre la violenza contro donne e bambine. Tale violenza può essere fisica, emotiva o psicologia e prende molte forme, inclusi lo stupro, la violenza domestica, i matrimoni infantili, il traffico sessuale e i delitti d’onore. Come ostetrica e ginecologa che si occupa della salute delle donne e come epidemiologa che studia l’andamento delle malattie, sono arrivata a pensare alla violenza contro donne e bambine come a un’infezione pandemica. A differenza di una malattia virale, le cause alla radice di questa violenza sono sociopolitiche, come la diseguaglianza di genere. Ma proprio come il virus che causa l’influenza, le idee che guidano la violenza contro donne e bambine a diffondersi infettano e minacciano le società in tutto il mondo. (…) Abbiamo prove che interventi adeguati funzionano nel ridurre il numero dei casi di violenza contro donne e bambine – e non prendono generazioni per funzionare, bastano pochi anni. Per esempio, un programma in Uganda ha coinvolto i leader delle comunità e uomini e donne nell’apprendimento su come pareggiare in eguaglianza le dinamiche di potere in poco più di tre anni: ciò ha tagliato a metà il rischio, per una donna, di subire violenza fisica dal proprio partner.”

Nel finale, Alice Han indica ruoli e responsabilità di politici, sistema sanitario, personale che viene in contatto con le vittime di violenza ecc. – chiunque può dare una mano, ma la quasi totalità di queste persone non ha il minimo addestramento su come farlo.

Attiviste femministe e attiviste antiviolenza hanno un patrimonio di conoscenza pratica e teorica da fornire, mai utilizzato, mai preso come quel che è: il necessario fondamento per ridurre e infine eliminare la violenza di genere. Le istituzioni non ci sentono. Qual è il problema? No, non chiediamo compensi e neppure riconoscimenti: la maggior parte di noi fa questo gratuitamente ogni giorno, ovunque sia offerto un minimo spazio.

Ma voi riuscite a immaginare Di Maio, Salvini, l’utilizzatore finale Berlusconi o Renzi e compagnia disposti a osservare onestamente e criticamente le radici della violenza sulle donne? Ecco, neanch’io. Maria G. Di Rienzo

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