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Posts Tagged ‘adolescenti’

Distacco

(“Dissociation” – “Distacco” di Rachel Lichtman per Persephone’s Daughters, 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Rachel è una giovanissima poeta e scrittrice che frequenta l’ultimo anno di liceo. Scrivere la sta aiutando a dare un nome alle sue esperienze, sebbene stia ancora lottando per definire con chiarezza quel che le è accaduto. Questa sua poesia parla esplicitamente di violenza sessuale – perciò, se pensate possa disturbarvi non leggete oltre.)

floating girl di coralineyb

Sono in una stanza con te. Tu sei Senzavolto,

non so perché. Solo che c’è questa sfocatura

nella mia memoria. Non stavo guardano

la tua faccia quando è successo. Io sono la ragazza

che guardava dall’alto la ragazza. Fluttuo sopra di te. Fluttuo

sul soffitto. Io penso,

tu hai unghie. Tu hai dita. Tu tenevi le mani

attorno al mio braccio, sulla mia felpa, sulla cerniera

di metallo.

Le tue dita. Dove sono le mie dita

in questa faccenda? Mi stupri? Tu hai stuprato

chi io ero. Mi hai spinta

nell’angolo della stanza. Io mi curvo per allontanarmi da te. Io mi curvo

per allontanarmi da questo scenario, guardando giù,

il mio corpo che crolla sul pavimento. Non so perché

è così. Sto lasciando colare muco

su tutta me stessa. Tu dici,

santo dio, si sta sporcando tutta di muco. Tu apri di forza

i miei vestiti. Io emetto gemiti. Lamenti. Da qualche parte,

le mie mani ti spingono via. Dico per favore

per favore smetti. Tu non ti fermi. Questo è quel che sento.

Non so perché, se è reale, se è una tormentosa

colonna sonora che continua a fare

No no no per favore smetti. Tu non smetti. Io fluttuo. Io sono

un lenzuolo. Io sono uno scudo per la Bambina nell’angolo. No no no

per favore smetti. La colonna sonora

urla. La colonna sonora urla più forte e

io sono un serpente.

Non posso mutare pelle.

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Erba e polvere

(“Mama Left the Farm” – “Mama ha lasciato la fattoria”, di Nikita Bastin, poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo. Nikita vive a S. Francisco, ha 16 anni e frequenta il liceo. “Mama” è in questo caso il termine colloquiale figurativo per “la mia ragazza”.)

fienarola

In un regno di fienarola (1)

lei ha riempito le mie mani di semi morti,

ha detto che erano gli strani cuori

di ragazzine,

poi li ha spinti in fondo nel terreno

e ha detto che quello era il paradiso.

Le voci del disfacimento

hanno ancorato le mie dita come radici

e lame d’erba sono entrate tagliando

nei miei jeans consumati.

Qualcosa nel cielo

ha spento il luccichio del suo sorriso

e ho avuto la sensazione che le mie labbra

tentassero di tradurlo,

ma di colpo lei se n’era andata

e fra le nostre bocche

c’era un’enorme pianura.

Quel che è andato perduto

diventa l’oscurità che si fa ancora più oscura

mentre la pioggia corre di su di essa,

intessuta di polline

e fumo di tabacco

nato sulla lingua

del figlio del fattore.

Ho guardato la polvere

raccogliersi sulla nostra fattoria,

muoversi a spirale, lentamente seppellendo

lo strano cuore che lei aveva fatto nascere

in me. Resto in piedi, attendendo di percepire

il palmo di lei che la spazza via.

sabbia fra le dita

(1) Poa pratensis, pianta erbacea visibile nell’immagine all’inizio del testo.

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Little Red di Beatriz M. Vidal

Tanto per ripeterci: c’è una relazione diretta fra l’oggettivazione sessuale delle ragazze / bambine e le aggressioni dirette contro di esse. L’ultima conferma viene da una ricerca dell’Università del Kent pubblicata nel gennaio scorso: Eduardo A. Vasquez, Kolawole Osinnowo, Afroditi Pina, Louisa Ball, Cheyra Bell. “The sexual objectification of girls and aggression towards them in gang and non-gang affiliated youth.” Psychology, Crime & Law, 2017.

Dal sommario: “I risultati sono congruenti con l’affermazione che, fra altri effetti negativi, la percezione delle donne come null’altro che oggetti sessuali evoca aggressioni nei loro confronti. La ricerca ha anche dimostrato che il sessismo nei media è collegato direttamente sia all’oggettivazione sessuale delle ragazze sia agli assalti contro di esse. Il collegamento oggettivazione – aggressione si manifesta nei comportamenti già all’inizio dell’adolescenza e c’è la consistente possibilità, dato il rinforzo che riceve nel corso degli anni, che diventi maggiormente forte e difficile da cambiare”.

Il rinforzo consiste nel trattamento riservato alle donne da una cultura sessista e misogina: immagini sessualmente oggettivate di donne, adolescenti e bambine possono essere regolarmente viste su ogni tipo di media e in ogni tipo di pubblicità. Fanno persino parte dei programmi televisivi, dei film, dei video musicali ecc. diretti specificatamente alle / agli adolescenti; in questo modo le ragazze imparano a pensare ai loro corpi come oggetti del desiderio di altri e a trattarli da tali, i ragazzi imparano a pensare alle ragazze come a “cose” che esistono per il loro utilizzo e la loro gratificazione.

E’ questo lo scenario che sta dietro alla notizia pubblicata da alcuni quotidiani il 4 marzo 2017: “Ricattata a 12 anni con le foto osé: i compagni le pubblicano su Instagram ma non sono imputabili”. Ma è uno scenario che nella narrazione giornalistica svanisce, nonostante l’accenno alle “pose provocanti” mimate dalla ragazzina su quel che “aveva visto fare in televisione”.

Il focus è sul suo comportamento – ingenua, innamorata “come solo a 12 anni si può essere”, si è messa davanti allo specchio con il telefonino perché voleva “accontentare il suo fidanzatino” e “tenerlo legato a lei per sempre”. Poverina, sembra dire tale quadro, non sapeva che i maschi sono inafferrabili come il vento, sono api impollinatrici che vagano da un fiore all’altro e per “natura” hanno assoluto bisogno di schiacciare nel fango le femmine che dicono di amare. Quest’ultima non è una metafora: dopo aver pubblicato le immagini su internet, il “fidanzatino” e i suoi amici ricattano la ragazzina con la minaccia di mandarle ai genitori di lei e perciò la 12enne si sottopone a torture pubbliche nei giardinetti, dove deve leccare i piedi a questo branco di stronzetti/e (ci sono anche due sue coetanee) o mettere il viso nelle pozzanghere.

“Prima era ammirata e invidiata da tutte le sue compagne – assicura uno degli articoli al proposito – e all’improvviso è diventata lo zimbello dell’intero istituto.” Lasciando perdere il “tutte”, una generalizzazione a cui non credo, per cosa l’articolista pensa fosse ammirata e invidiata? Perché aveva l’attenzione del “figo” della scuola e avere l’attenzione di un uomo è il principale e solo traguardo a cui una donna deve tendere, con tutto quel che ha e sa, con ogni mezzo necessario (direbbe Malcom X), a qualsiasi costo. Per questa ragazzina il costo è stato altissimo ed è andato vicino a prendersi la sua stessa vita: faccio schifo, non valgo nulla, mi sento brutta, voglio ammazzarmi scriveva sui bigliettini che poi nascondeva nel cuscino. Per fortuna si è confidata con un’amica più grande che l’ha convinta a raccontare la vicenda alla madre e poi alla polizia e così si conclude l’articolo succitato: “Partono le indagini, i tre bulli vengono facilmente identificati e ascoltati. Al comando arrivano anche le loro famiglie, disperate, ma i ragazzi hanno meno di 14 anni e per la legge non sono imputabili. I loro nominativi sono stati segnalati ai servizi sociali e adesso dovranno cominciare un percorso di recupero, ma la cosa più importante è che L., che nel frattempo ha cambiato scuola, ha ricominciato a vivere la sua vita. Il profilo di Instagram è stato oscurato, i suoi voti sono tornati a salire e quelle foto sono solo un brutto ricordo che, prima o poi, sparirà per sempre. Ma ci vorrà ancora del tempo.”

Come no. Tradita, umiliata, tormentata, costretta poiché vittima di violenza a cambiare lei scuola – mentre sono certa che i bulli maschi e le bulle-serve femmine sono ancora tutti/e là… ogni ferita diventerà una sbiadita cicatrice, basta lasciar passare il tempo. Ma le cicatrici di ingiurie così profonde non scompaiono. Infatti, la società che sta attorno alla ragazzina continuerà a insegnarle che essere sexy per lo sguardo maschile è molto più importante dei suoi desideri, della sua salute, della sua soddisfazione, del suo benessere, dei suoi risultati scolastici, delle sue passioni e delle sue competenze. Quel che è peggio, continuerà a insegnarlo al suo “fidanzatino” e a centinaia di migliaia di altri “fidanzatini” e altre ragazze. E’ troppo presto, signor giornalista, per finire una brutta fiaba con “e tutti vissero felici e contenti.” Maria G. Di Rienzo

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Ragazze

(“Girls” – di Linsey Jayne Morse, poeta contemporanea, editrice, attivista contro la violenza di genere. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

legata

Le ragazze

apprendono in tenera età

che la bellezza esteriore è l’oasi

acquatica che bramano nel deserto.

Si insegna loro

a far sorrisi di stucco parigino,

a essere ipocrite dietro porte chiuse.

Feriscono se stesse in segreto (1), affamate

di passione.

Ogni giovane signora

finge ottimismo

e posa, accetta il suo posto

che sta al di sotto delle fantasie maschili,

e sopra ciò che è sgradevole.

Imparano a gettare da parte chi è debole, a evitare chi è forte

e a non fidarsi di nessuno

in un mondo fatto di facciate,

mascara

e lacca per capelli.

(1) letteralmente: “si tagliano”, in una pratica autolesionista

N.B. L’immagine è quella che l’Autrice stessa ha scelto per illustrare i suoi versi.

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“Quando una bambina vi dice che un uomo l’ha toccata in modo inappropriato, o che l’ha molestata…

Quando una donna vi dice che un uomo l’ha stuprata, o l’ha molestata sessualmente…

Perché come prima cosa mettiamo in discussione la veridicità di quell’esperienza, per la cui condivisione da parte della bambina o della donna possono esserci voluti grande coraggio, il rendersi vulnerabili e il mettersi a nudo? Perché stiamo subito a ponderare quanto danno questo può portare all’uomo in questione?

Quando un bimbo maschio vi dice che un uomo l’ha toccato in modo inappropriato, o che lo ha molestato, o che lo ha stuprato… Cosa ci induce a credere immediatamente al bambino, ad arrabbiarci e a cominciare a fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa giustizia al bimbo stesso?

Perché non possiamo credere immediatamente anche alle nostre bambine e donne, e fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa loro giustizia? Perché?

Perché tutte le volte, in tutte le circostanze, non svergogniamo il perpetratore e forniamo guarigione, cura e sostegno ai/alle sopravvissuti/e – tutti/e?

Come mai la reputazione di un uomo diventa una questione così critica, quando è accusato di aver perpetrato violenza sessuale contro donne e bambine, che noi volontariamente e talvolta ciecamente trascuriamo l’umanità di quelle donne e bambine?

Che tipo di società abbiamo creato per noi stessi?

Dov’è la protezione del valore e della dignità di donne e bambine?

Io voglio per donne e bambine una Giamaica differente. E spero che l’Esercito del Tamburello (#TambourineArmy) creerà la Giamaica differente di cui c’è bisogno.”

Così una delle “capitane” di questo nuovo gruppo di attiviste, Stella Gibson, spiega ciò che sta a cuore alle sue aderenti.

esercito-del-tamburello

Il nome scelto non è casuale. Dalla fine del 2016, quando un pastore 64enne della chiesa moraviana (confessione protestante) è stato beccato mentre assaliva sessualmente una ragazza di 15 anni all’interno di un’automobile, molti altri casi simili sono venuti alla luce. Il 9 gennaio scorso, le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale da parte dei sacerdoti hanno protestato di fronte alla chiesa suddetta e nel battibecco che è nato fra i dimostranti e il leader moraviano Paul Gardner, quest’ultimo si è preso un colpo di tamburello in testa. Gardner e il suo vice presidente hanno dato le dimissioni pochi giorni dopo, in quanto sono entrambi indagati per abuso sessuale di minori.

L’Esercito del Tamburello mira a costruire “una della più grandi coalizioni di organizzazioni e individui in Giamaica che lavorino per rimuovere la piaga dell’abuso sessuale, dello stupro e di tutte le altre forme di violenza sessuale contro bambine/i e donne”. Una delle strategie che il gruppo sta usando è l’hashtag #SayTheirNames (Dì i loro nomi) tramite il quale le donne sono incoraggiate a farsi avanti e a raccontare le storie degli abusi subiti nominando i perpetratori. Ma non usano solo le loro tastiere: il 6 febbraio 2017 hanno organizzato una campagna di protesta vestendo di nero, l’11 marzo prossimo terranno la Marcia di Potere delle Sopravvissute, stanno già tenendo Circoli di Guarigione per le vittime di violenza e stanno creando connessioni ovunque sia possibile per far pressione sui legislatori affinché la legge contro i reati sessuali sia resa più efficace.

Buon lavoro, amiche. Chissà che il tamburello risuoni (metaforicamente) su moltissime altre teste. Maria G. Di Rienzo

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Sarah Graley è una giovane fumettista inglese che vive a Birmingham “con quattro gatti e un ragazzo che somiglia a un gatto”, e questo è il suo ultimo lavoro: “Kim Reaper”.

kim-reaper-copertina

Il titolo è un gioco di parole che contiene il nome di una delle due protagoniste principali, Kim, e suona un po’ come “Grim Reaper”: il Tristo Mietitore, l’Angelo della Morte, il Messaggero dell’Aldilà ecc. E in effetti, la giovane Kim si sta addestrando proprio per questo mestiere. La sua compagna di scuola Becka, che ha per lei una cotta totale (la definisce con altri un esempio vivente di “belle arti”), lo scopre per caso seguendola e…

Vediamo che ne dice l’Autrice, intervistata da Mey di Autostraddle il 7 febbraio scorso:

“Forse suonerà imbarazzante dirlo ora, ma quando avevo 12-13 anni sognavo di diventare una Trista Mietitrice. Vivevo nei pressi di un cimitero ed ero davvero terrorizzata dagli zombie, avevo un sacco di incubi sugli zombie, perciò quello era il modo in cui maneggiavo la cosa: gli zombie e altre creature del genere non potevano farcela contro la Morte, giusto? Posso confermare oggi, alla tenera età di 25 anni, che non sogno più cose del genere! Ma mi piacevano le idee che quei sogni mi facevano venire e ho pensato che avrebbero potuto costituire un fumetto davvero divertente. (…)

Mi piace anche scrivere storie a tema omosessuale. Sono cresciuta con televisione e libri a cui mancava questa rappresentazione (che un’adolescente come me avrebbe davvero apprezzato) perciò adesso mi scrivo da sola tutte le avventure gay che voglio. La storia in “Kim Reaper” è alimentata dal fatto che Kim si sta preparando alla professione di Trista Mietitrice, ma il focus della storia stessa è la relazione fra Kim e Becka. Sto sperando che chi leggerà “Kim Reaper” passerà gli stessi bei momenti che ho passato io lavorandoci. Quel che accade nel mondo attualmente è molto preoccupante e stressante, perciò io spero che i miei fumetti servano da “pausa dolce” alle lettrici e ai lettori.”

kim-reaper-portale

Il primo numero di questa serie uscirà il 5 aprile 2017. Traduzione in italiano? Speriamo. Maria G. Di Rienzo

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(“Experience: I regret transitioning”, testimonianza raccolta da Moya Sarner per The Guardian, 3 febbraio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’esperienza narrata è giustamente protetta dall’anonimato.)

Quando ero una bambina che viveva nelle Midlands (Ndt: zona centrale della Gran Bretagna) ero solita dire: “Quando cresco voglio diventare un maschio.” Facevo persino la pipì in piedi. Amavo giocare a pallone, ma quando ebbi all’incirca sette anni i miei amici dissero che dovevo smettere, perché ero femmina. Io risposi loro che non vedevo che differenza facesse e uno di essi si tirò giù i pantaloni e me la mostrò.

Un senso di nausea mi avvolse completamente: qualcosa di me, e del mio corpo, era sbagliato. Queste sensazioni divennero più forti mentre crescevo. Quando vidi che il mio petto cambiava ne fui inorridita; sviluppai un disordine alimentare nel tentativo di ritardare la pubertà, mi tagliai corti i capelli e cominciai a fasciarmi il petto. Ero depressa e tentai di uccidermi. A quattordici anni, fui ricoverata in un ospedale psichiatrico per un paio di mesi.

I miei genitori erano scioccati e tentarono di convincermi ad abbracciare la vita come donna. Fecero in modo che qualcuno mi insegnasse a truccarmi, convinti che se avessi imparato a apparire più somigliante alle altre ragazze mi sarai sentita di più uguale a loro.

Fu solo quando ebbi 15 anni che scopri l’esistenza della possibilità di transitare da un sesso all’altro. Tutti i pezzi andarono a posto: ecco chi ero. Capii che potevo avere il corpo che volevo. Quando andai dal mio medico di base, a 17 anni, mi fu detto che ero troppo vecchia per usufruire dei servizi destinati ai bambini e troppo giovane per essere vista come adulta; non riuscii ad avere il mio primo appuntamento che tre mesi dopo il mio 18° compleanno.

Dopo altri mesi di attese e appuntamenti, nessuno dei quali incluse consulenza sulla materia, cominciai finalmente con il gel al testosterone e più tardi passai alle iniezioni. Fu una cosa enorme quando, all’università, la mia voce diventò profonda e la mia figura cominciò a cambiare: le mie anche si fecero più strette, le mie spalle più larghe. Sembrava giusto. Essendo presa per un uomo mi sentivo più sicura negli spazi pubblici, mi si prendeva più sul serio quando parlavo e mi sentivo più fiduciosa in me stessa.

Poi mi sottoposi all’operazione chirurgica per la rimozione dei seni. Fu fatta malissimo e mi lasciò cicatrici terribili. Ero traumatizzata. Per la prima volta mi chiesi “Cosa sto facendo?”. Rimandai i passi successivi, l’isterectomia e l’operazione ai genitali, dopo essermi informata sulla chirurgia plastica per il pene e aver compreso che avrei dovuto sottopormi a un nuovo intervento ogni dieci anni per rimpiazzare il dispositivo erettile.

Le questioni relative alle persone transessuali cominciavano ad apparire sui media e io capii che la gente sarebbe sempre stata in grado di riconoscermi come una persona che aveva effettuato la transizione. Io volevo solo essere maschio, ma sarei sempre stata trans.

Allo stesso tempo, ci fu un cambiamento significativo in come mi sentivo rispetto al mio genere. Riflettendo sul modo differente in cui ero trattata quando mi si vedeva come un uomo, capii che le altre donne sperimentavano a causa di ciò gli stessi impedimenti. Io avevo presunto che il problema stesse nel mio corpo. Ora vedevo che non era l’essere femmina a impedirmi di essere me stessa: era la perpetua oppressione che la società opera sulle donne.

Una volta capito questo, gradualmente sono arrivata alla conclusione che dovevo uscire dalla transizione. Ho smesso il testosterone e, mano a mano che il mio corpo ha ripreso la produzione dei suoi propri ormoni, sono diventata una femmina che sembra un maschio. Avrò sempre la voce profonda e i seni non mi ricresceranno, ma le mie anche e le mie cosce si sono allargate. Essere maschio era più confortevole per me, ma continuare a prendere ormoni significava che io avrei continuato a considerare il mio corpo un problema – e io non credo che il problema stia là. Quel che sembra la via più facile non è sempre la cosa più giusta.

Ho preso la miglior decisione possibile in circostanze avvelenate e se non avessi cominciato i trattamenti quando l’ho fatto potrei non essere viva oggi. Ma mi rattrista molto pensare alla mia fertilità: vorrei essere un genitore, un giorno, ma è probabile che l’assunzione di testosterone lo renda assai difficile. Io adesso ho quasi trent’anni e non lo saprò sino a che non tenterò di avere figli.

Sono felice per quelle persone che sono state aiutate dalla transizione, ma penso ci dovrebbe essere più enfasi sulla consulenza e che la transizione dovrebbe essere vista come ultima risorsa. Fosse questo accaduto a me, potrei non averla intrapresa. Ero così concentrata nel tentativo di cambiare genere che non mi sono mai fermata a pensare a cosa il genere significa.

Alla fine, sento di aver speranza nel futuro. Ho visto di avere un’immensa capacità di cambiare e crescere, anche in circostanze molto difficili. Questo è ciò che io sono.

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