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Posts Tagged ‘adolescenti’

(brano tratto da: “Lucia Perez Montero’s murder inspired Black Wednesday; now her rapists have been let off”, di Raquel Rosario Sanchez per Feminist Current, 5 dicembre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

lucia perez montero

L’8 ottobre 2016, il corpo di Lucia Perez Montero – in immagine – fu trasportato all’ospedale Playa Serena in Argentina. La 16enne era ancora viva, ma non per molto. In precedenza, quel giorno, erano stata riempita di droghe e stuprata violentemente. Dopo l’aggressione, i tre uomini coinvolti nella sua morte lavarono il corpo di Lucia, la vestirono e la portarono a un centro riabilitativo, dove il personale cominciò a trattare il suo caso come overdose di droga, sino a che scoprirono il trauma sessuale. (…)

Il 19 ottobre, più di 100.000 persone scesero nelle strade argentine per protestare contro l’omicidio di Lucia. Le femministe chiamarono l’evento – la prima protesta di massa contro la violenza sulle donne in Argentina – “Mercoledì Nero”.

Matias Farias, Juan Pablo Offidani e Alejandro Maciel erano accusati di “abuso sessuale aggravato dall’uso di narcotici risultante in una morte in probabile contesto di femicidio, occultamento di prove aggravato dalla serietà dell’avvenimento precedente e possesso di narcotici con l’intenzione di venderli”. Ma nonostante la legge argentina abbia incluso il concetto di “femicidio” nel suo Codice Penale sin dal 2012, il 26 novembre scorso, il giorno dopo il Giorno Internazionale per mettere fine alla violenza contro le donne, tre giudici di sesso maschile – Facundo Gomez Urso, Aldo Carnevale e Pablo Viñas – hanno considerato i tre sospetti non colpevoli delle prime due accuse. La famiglia di Lucia aveva chiesto che gli uomini rispondessero di “abuso sessuale seguito da morte”, ma Farias e Offidani sono stati giudicati colpevoli solo di aver fornito droghe a una minorenne in zona scolastica e condannati a otto anni di carcere più una multa. Maciel, che era stato accusato solo dell’occultamento del crimine, è stato assolto.

I giudici sapevano che Lucia incontrò Farias il giorno prima del suo assassinio e che probabilmente comprò uno spinello da lui. La mattina seguente – un sabato – Farias e Offidani andarono a prendere Lucia a casa sua e la portarono alla residenza di Farias, che sarebbe diventata la scena del crimine. L’autopsia rivelò che il corpo di Lucia conteneva così tanta cocaina da stordirla completamente e che la ragazza morì di infarto causato da “eccessivo dolore”. Nonostante ciò, il verdetto dei giudici – che ha discusso ipotizzando in lungo e in largo sulla vita sessuale di Lucia, il suo uso di droghe e la sua promiscuità – dichiara che gli eventi occorsi l’8 ottobre consistevano in “sesso consensuale”.

Guillermo Perez, il padre di Lucia, ha definito la sentenza “una vergogna”. Il giorno dell’udienza finale ha detto: “Sono scioccato, ma perché non dovrei esserlo? Non mi sarei mai aspettato una sentenza del genere, non ha senso. L’autopsia di mia figlia ha rivelato tutto quel che le è stato fatto. Aveva lesioni alla vagina, ogni cosa di questo tipo. E adesso dicono che non possono provarlo? E’ un’assurdità.”

Rispondendo alla stampa sull’assoluzione dei perpetratori dalle accuse di abuso sessuale e femicidio, Marta Montero, la madre di Lucia, ha detto: “Quindi non l’hanno stuprata, non l’hanno uccisa, non l’hanno intossicata? Allora cos’è stata la morte di mia figlia, un regalo? Loro lo faranno di nuovo. Ci sono molte altre ragazze in giro. Il fatto che un tribunale si occupi solo delle sostanze stupefacenti e non dia riconoscimento alla vita di una persona, al femicidio di Lucia, è vergognoso. Il messaggio che stanno mandando alla società è questo: continuate pure (a uccidere ragazze), va tutto bene. Non vi accadrà nulla. E’ come se la morte di Lucia non esistesse neppure.” La famiglia intende ricorrere in appello. (…)

Le femministe locali sono indignate. Diana Maffía, direttrice dell’Osservatorio argentino sul genere, ha scritto su Twitter: “Una delle maniere patriarcali di produrre verdetti è il “leggere” la scena del crimine. Nel femicidio di Lucia Perez, una sedicenne, le sue ferite fisiche sono state giudicate compatibili con una relazione sessuale consensuale. Lei non è viva per testimoniare. Tuttavia, il suo cadavere ha parlato.”

Con le motivazioni espresse nella loro sentenza, questi tre giudici maschi hanno essenzialmente dichiarato che Lucia Perez Montero “non era stuprabile”: “Tutto era normale e naturale, tutto era perfettamente voluto e aveva il consenso di Lucia Perez. In questo caso non c’è stata violenza fisica o psicologica, subordinazione o umiliazione e meno che mai oggettivazione.” Il disumanizzante verdetto ritrarre Lucia Perez Montero come una tossica promiscua e dichiara che la sua “forte personalità” la immunizzava dal poter diventare vittima di un’aggressione sessuale. (…)

Un altro sciopero nazionale è in preparazione per protestare contro la sentenza. Persino l’OAS – Organizzazione degli stati americani ha ripudiato il verdetto, dichiarando che esso mostra pregiudizi nei confronti di Lucia e viola i diritti umani delle donne. Susana Chiarotti, che rappresenta l’Argentina nel Comitato specialisti sul genere dell’OAS, ha dichiarato a “Pagina 12”:

“E’ chiaro che secondo i giudici Lucia non era la vittima perfetta. Come avrebbe dovuto comportarsi? Al minino, la volevano vergine, timida e schiva… e possibilmente proveniente dal 18° secolo. Si è usato un doppio standard per analizzare la vittima rispetto al modo in cui gli accusati sono stati analizzati. I giudici hanno studiato meticolosamente la vittima e la sua intera vita privata è stata sottoposta a giudizio: le testimonianze dei suoi amici e familiari, i suoi gruppi su WhatsApp, i suoi messaggi e le sue chat. Non c’era diritto alla privacy per lei. La sua vita privata, la sua vita sessuale e affettiva sono state esposte senza restrizioni. Tuttavia, quando il pubblico ministero ha tentato di discutere l’uso della pornografia da parte dell’imputato principale, i giudici si sono indignati e hanno richiamato l’art. 19 della Costituzione, intendendo che lui aveva diritto alla sua intimità. A differenza di lei.”

Questo errore giudiziario rivela qualcosa d’altro con cui ci si deve confrontare. Noi non possiamo simultaneamente legittimare la violenza contro le donne come erotica, nel modo in cui lo fanno le argomentazioni liberali in difesa della pornografia, e poi sentirci oltraggiati quando tale messaggio filtra nella “vita reale”. I giudici nel caso di Lucia hanno scelto di credere a un’argomentazione che calza il patriarcato come un guanto: e cioè che nessuna forma di violenza contro le donne è troppo aggressiva o brutale da non poter essere reinterpretata come “sesso consensuale”.

L’assoluzione degli uomini che hanno ucciso Lucia Perez Montero e il misogino verdetto che l’ha vista disumanizzata e ridotta a un oggetto dimostrano che la nozione per cui la violenza contro le donne può essere semplicemente una bizzarra preferenza sessuale danneggia in modo diretto donne e bambine, nel mentre agisce come un disinfettante culturale che legittima il loro abuso.

La morte di Lucia Perez Montero ha generato oltraggio e rabbia in un continente che sta finalmente cominciando a lavorare per affrontare la realtà della violenza maschile contro donne e bambine. Sebbene lo slogan collegato alla lotta per porre termine alla violenza maschile sia diventato “Ni Una Menos” (Non una di meno), il femicidio di Lucia è solo uno degli innumerevoli casi simili. In verità, ciò che stiamo testimoniando è l’opposto: “Otra Mas” (Un’altra).

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Gender-related killing of women and girls

L’UNODC – Ufficio delle Nazioni Unite su droga e prevenzione del crimine ha reso pubblica, il 25 novembre u.s., la parte della sua ricerca sull’omicidio a livello globale che riguarda donne e bambine. Potete trovarla qui:

https://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/GSH2018/GSH18_Gender-related_killing_of_women_and_girls.pdf

Gli articoli di presentazione e commento che io ho visto avevano quasi tutti un titolo del tipo “La casa è il posto più pericoloso per una donna”. Su 87.000 donne uccise l’anno scorso, il 58% (circa 50.000) sono morte per mano di partner o di membri della loro famiglia: “Ciò significa che circa 6 donne ogni ora sono uccise da persone che conoscono.”

Secondo lo studio, negli ultimi anni non sono stati raggiunti progressi tangibili per salvare le vittime del femicidio / femminicidio, neppure in presenza di leggi e programmi contro la violenza di genere. Gli omicidi di donne appaiono direttamente legati al loro status e al loro ruolo nella società in cui vivono e se quest’ultima continua a essere la fiera dell’esaltazione della violenza maschile accoppiata all’oggettivazione sfrenata delle donne, be’, l’UNODC rilascerà un rapporto identico l’anno prossimo, e quello dopo ancora e così via.

Nel frattempo, chiede miglior coordinazione fra le polizie e i sistemi giudiziari, sanitari e sociali; raccomanda istruzione all’eguaglianza di genere sin dall’infanzia – e sottolinea quanto quest’ultima sia importante per coinvolgere gli uomini nella soluzione del problema.

Tradotta per l’Italia, purtroppo, l’educazione all’eguaglianza di genere diventa “Giù le mani dai bambini”, “Complotto”, “Ideologia gender”, “ddl Pillon” + preti, “sentinelle”, vigilantes, misogini e sessisti di ogni credo politico, età e provenienza geografica, mentre su Netflix la serie “Baby” ci spiegherà “la ricerca di se stessi tra sesso a pagamento ed eccessi” (ovvero quant’è bella la prostituzione minorile).

Maria G. Di Rienzo

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Mestawet Mekuria

“Ho imparato cos’è un matrimonio infantile e quali sono le sue conseguenze al club delle ragazze nella nostra scuola. Quando i miei genitori mi dissero che dovevo sposarmi io risposi che non volevo farlo. Ma loro si sono rifiutati di ascoltarmi e allora sono scappata e sono andata alla centrale di polizia. Il matrimonio precoce è una pratica dannosa e io voglio che le bambine continuino ad andare a scuola come me. Adesso i miei genitori capiscono cos’è un matrimonio infantile e cosa comporta e non sono più arrabbiati con me.”

Mestawet Mekuria, che ha fatto questa dichiarazione e che vedete in immagine, ha 14 anni. Immagina se stessa in futuro come insegnante o medica. L’età minima per le nozze nel suo paese, l’Etiopia, è di 18 anni ma la legge è raramente rispettata: nella sua regione, Amhara, il 56% delle ragazzine diventano mogli ben prima e in tutta la nazione il rapporto è di due minorenni sposate su cinque. Inoltre, il 65% delle donne etiopi nella fascia d’età fra i 14 e i 49 anni hanno subito mutilazioni genitali. Matrimoni infantili e MGF sono due violazioni di diritti umani che l’Etiopia si è impegnata a sradicare completamente entro il 2025: i club scolastici delle ragazze fanno parte della strategia per raggiungere tale scopo e da tre anni sono frutto della collaborazione fra Unicef, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e la locale Agenzia governativa per donne e bambini.

I club insegnano varie abilità alle ragazzine, ma soprattutto le informano di avere dei diritti e si spingono a contattare direttamente le loro famiglie in caso sorgano problemi. Nel 2016 hanno salvato da matrimoni precoci 106 bambine; nel 2017 ne hanno salvate 55.

Mestawet ha elaborato il tutto e si è arrangiata da sola. I suoi genitori hanno passato due settimane in galera e hanno avuto bisogno della mediazione degli anziani del villaggio per capire meglio di essere le persone che per prime dovrebbero sostenere le aspirazioni della figlia, non quelli che le soffocano in un matrimonio indesiderato e pericoloso.

Maria G. Di Rienzo

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(“Happiness for me is speaking out and standing up for myself” – Kvinna till Kvinna, ottobre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. L’immagine di Francine Kasimba è il particolare di una foto di Bertin Mungombe.)

Francine

Francine Kasimba è cresciuta circondata da otto sorelle nella Repubblica democratica del Congo. Nonostante avesse così tante sorelle, le è sempre stato detto che sua madre non aveva figli. La ragione? Solo i maschi contavano.

Oggi Francine, a 17 anni, è la presidente della sezione giovanile dell’ong CEDEJ-GL, partner della Fondazione Kvinna till Kvinna, nella città di Uvira. L’organizzazione lavora in diversi modi per rafforzare i diritti delle donne nel paese. Promuove discussioni di gruppo in forma di forum affinché le persone possano parlare delle istanze che le preoccupano. Sia donne sia uomini sono i benvenuti a partecipare e ci sono anche gruppi specifici per la gioventù. CEDEJ-GL usa anche il teatro per suscitare consapevolezza sui ruoli di genere.

Francine era attiva in uno di questi gruppi giovanili. Parlando ad altri della stessa età ha acquisito maggior fiducia in se stessa. Dopo un po’ ha ottenuto un lavoro all’interno dell’ong. Oggi, è la presidente del gruppo giovanile a Uvira, nella zona orientale della Repubblica democratica del Congo lacerata dal conflitto. I gruppi di discussione offrono alla gente lo spazio per parlare dei loro problemi e bisogni: Francine aiuta i partecipanti a trovare soluzioni per essi.

Ora Francine sa di avere il potere di spingersi così distante – nonostante le sia stato detto per tutta la vita che le femmine non hanno valore: “La felicità per me è parlare apertamente e affermare me stessa. Mostro che sono una ragazza, che ho idee e che ho talento.”, dice.

Un soggetto su cui Francine si è concentrata nei gruppi di discussione che ha diretto sono i diritti sessuali e riproduttivi. Ha scelto di occuparsi di come le gravidanze adolescenziali non desiderate possono essere prevenuti tramite il controllo delle nascite, materia che è stata molto discussa nei gruppi giovanili dell’ong.

CEDEJ-GL ha lavorato per i diritti sessuali e riproduttivi anche in altri modi. Nel paese la violenza sessuale nelle scuole è un enorme problema. Per contrastarla, l’organizzazione ha dato inizio a gruppi di discussione nella scuole, a cui le/gli studenti possono rivolgersi per avere sostegno. Ha anche educato gli insegnanti sui diritti umani delle donne e si è assicurata che quelli che abusavano della loro scolaresca fossero sospesi.

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(tratto da: “How to talk to your kids about porn (before the pornographers do)”, di Julie Bindel per The Guardian, 25 ottobre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La pornografia liberamente accessibile sta alimentando i comportamenti aggressivi contro donne e bambine. Circa il 90% delle scene pornografiche più guardate contiene violenza contro le donne, secondo uno studio molto citato. Questo è il motivo per cui i genitori devono parlare della pornografia ai loro figli, prima che lo facciano i pornografi. Ma come? Un nuovo e specifico programma mirato a genitori di bambini fra gli otto e i dodici anni, che vuole tenere la “conversazione porno”, potrebbe essere d’aiuto.

Il programma, diretto da un’ong statunitense chiamata “Culture Reframed” e fondato dall’attivista anti-pornografia Gail Dines, è il primo a trattare quest’istanza complessa da una prospettiva femminista. Mira a insegnare ai genitori come avere conversazioni con i loro figli ed è stato creato da esperte/i in sanità pubblica, psicologia adolescenziale, educazione alla salute sessuale, neuroscienze e tecnologia.

Fornito gratuitamente ai genitori, dichiara di contrastare ciò che Dines chiama “la crisi di salute pubblica dell’era digitale”. Lei conferma questa dichiarazione con fatti e dati. Per cominciare, un terzo dei bambini di età inferiore ai dodici anni hanno visto pornografia; circa il 20% dei messaggi a sfondo sessuale sono fotografie di ragazze minori di 15 anni; il 35% di tutti i file scaricati da internet sono pornografia. Inoltre, i bambini hanno accesso ai cellulari a età sempre più basse. (…)

La ricerca dimostra che più precocemente un ragazzo ha accesso alla pornografia, più facilmente sarà sessualmente aggressivo verso ragazze e donne, minaccerà ragazze perché gli mandino loro immagini nude, svilupperà disfunzioni erettili e lotterà con la depressione e l’ansia.

Nei primi anni ’80 le femministe anti-pornografia, io stessa inclusa, viaggiavano per il paese mostrando una proiezione di diapositive pornografiche, che andavano dal porno “soft” a quello “hardcore”. Desideravamo che le altre donne apprendessero la verità sulla pornografia: che è propaganda misogina, che può incitare e di fatto incita atti di orrenda violenza sessuale contro le donne. Ma oggi non c’è nulla nella pornografia che possa essere classificato come “soft”, a meno di non voler mettere nel conto i video musicali di MTV. La pornografia è diventata sempre più brutale e misogina.

Gli altri corsi educativi al proposito, secondo Dines, sono basati o su moralismo religioso o sulla nozione che c’è del “porno buono” e del “porno cattivo”, come i programmi diretti dalla pornografa Erika Lust. Questo approccio, dice Dines, manca di qualsiasi analisi, femminista o critica, sulla pornografia e manca di esplorare l’impatto sociale, emotivo e cognitivo della pornografia sui bambini. “Lust descrive se stessa come “pornografa etica”, – dice Dines – ma non ci può essere alcun modo etico di vendere i corpi delle donne.”

Dines, che viaggia per il mondo su invito di governi, agenzie di sostegno ai bambini e gruppi femministi per condividere la sua ampia e dettagliata conoscenza dell’industria del porno, mi dice che i genitori da lei incontrati durante il suo lavoro sono “in uno stato di panico” e non sanno come affrontare l’argomento senza apparire bacchettoni e moralisti.

Le lezioni di “sicurezza digitale” che sono a disposizione per gli alunni delle scuole britanniche e in qualche stato degli Usa o ignorano del tutto la pornografia o la menzionano a stento, così che i bambini devono maneggiare la cultura porno da soli.

La ricerca del 2016, della Società nazionale per la prevenzione dei maltrattamenti sull’infanzia e dell’Università del Middlesex, sugli effetti della pornografia sui bambini nel Regno Unito ha scoperto che più di tre quarti degli intervistati ritenevano che la pornografia li avesse confusi sul concetto di consenso sessuale. Più di metà dei maschi e più di un terzo delle femmine vedevano la pornografia come una descrizione realistica del sesso. In un’era in cui la pornografia sta sostituendo l’educazione sessuale, è davvero ora di offrire un’alternativa soddisfacente.

– Julie Bindel, giornalista, femminista, attivista, fondatrice di “Justice for Women”:

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/09/10/se-muoiono-la-bara-e-gratis/

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/04/04/e-non-e-fantascienza/

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/02/28/uteri-ambulanti/

– Gail Dines, docente di sociologia, femminista, attivista, ricercatrice:

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/04/14/cosa-pretendete-da-loro/

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/09/29/pagata/

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Ieri, in occasione dell’International Day of the Girl (Giorno Internazionale della Bambina/Ragazza – Nazioni Unite), Nara è stata simbolicamente “presidente per un giorno” del suo paese, il Paraguay.

Paraguay - president for a day

Nara è una scolara di 11 anni e mira a diventare ingegnera: “Il mio esempio per le altre ragazze, come presidente, deve servire a dire loro di non mollare mai e di avere fiducia in se stesse. Non sono solo i ragazzi a poter ottenere risultati.”

Cos’ha deciso di affrontare durante il suo mandato? Quel che ritiene essere il problema più grave e urgente per donne, ragazze e bambine: contrastare la violenza sessuale e raggiungere l’eguaglianza.

La violenza sessuale è la questione principale che blocca le ragazze, ha detto Nara: diverse sue amiche coetanee sono già state stuprate – l’ultima cinque mesi fa, dal proprietario di un negozio in cui era entrata a far compere.

“Le cose più difficili per le ragazze, qui, sono gli abusi, le molestie, gli stupri. Le ragazze si sentono intrappolate dentro se stesse, a causa delle violenze di cui hanno fatto esperienza.” L’alta percentuale di adolescenti incinte è diretta conseguenza di tali esperienze: una gravidanza su cinque, in Paraguay, concerne una minorenne e la maggioranza di tali casi sono risultati degli stupri subiti.

“Vorrei che le ragazze fossero trattate da eguali. – ha detto ancora Nara – Gli uomini ci lasciano sempre indietro e mettono ostacoli sulla nostra strada.”

Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Thomson Reuters Foundation – a cui appartiene il particolare dell’immagine sopra; Devdiscourse; UN Women.)

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Siamo in India, Triveniganj, nell’area sportiva di un collegio statale femminile. E’ sabato sera (6 ottobre u.s.) e molte ragazze stanno giocando in quello spazio. La loro età va dai 10 ai 14 anni.

Un gruppo di ragazzi si avvicina e comincia a lanciare loro commenti osceni, insulti e inviti a sfondo sessuale. Non è la prima volta, i tipi quelle cose le scrivono persino sui muri della scuola e le allieve hanno già tentato di denunciare alla polizia la situazione: senza essere prese sul serio.

Sabato reagiscono alle molestie, rispondono con fermezza e inizialmente il gruppo di delinquenti in erba si ritira. Venti minuti dopo ritornano, alcuni in compagnia dei genitori, armati di canne di bambù e sbarre di ferro.

“Ci hanno trascinate in giro tirandoci per le code di capelli, ci hanno assalite con i bastoni, ci hanno prese a calci e pugni. – ha dichiarato Gudia, una delle 36 ragazzine finite in ospedale dopo l’aggressione – Eravamo totalmente indifese e non avevamo nulla con cui proteggerci. Molte delle mie amiche erano distese per terra, gridavano e piangevano per il dolore dei colpi.”

Gudia sa bene perché è successo: “Erano arrabbiati perché avevamo protestato contro le loro richieste sessuali.”

La polizia ha per il momento arrestato 6 giovanotti e una donna adulta; una recinzione più alta sarà piazzata intorno all’area e – in modo impagabile – il magistrato del distretto ha assicurato alla stampa che, per contrastare la “paura psicologica” di cui le vittime dell’assalto a suo parere “sono affette”, manderà alla scuola dei “bei film di intrattenimento”.

Lo stesso giorno in cui la notizia raggiunge la stampa internazionale, lunedì 8 ottobre, sono resi pubblici i risultati di una ricerca di Plan International UK (che si occupa di aiuto umanitario ai bambini) sulle ragazze inglesi in età scolastica:

– il 66% delle intervistate ha attestato di aver fatto esperienza di attenzione sessuale indesiderata o di contatti sessuali / fisici indesiderati negli spazi pubblici;

– bambine di 8 anni hanno descritto l’aver testimoniato o l’aver fatto esperienza di molestie;

– più di una ragazza su tre ha ricevuto attenzione sessuale indesiderata come l’essere palpata, il sentirsi indirizzare commenti, fischi eccetera;

– un quarto delle ragazzine hanno detto di essere state filmate o fotografate da estranei senza che fosse richiesto il loro permesso;

– la maggioranza delle intervistate indossava l’uniforme della propria scuola quando si sono dati gli episodi summenzionati.

Dall’India al Regno Unito ci sono 7.544 chilometri di distanza. Ma la “cultura” della violenza è identica, le giustificazioni per essa sono identiche, la sofferenza delle donne e delle bambine è identica.

E’ interessante come le ragazze inglesi, alla pari delle indiane, sappiamo con chiarezza perché tutto ciò accade e abbiano aggiunto commenti di questo tipo: “Le molestie fanno parte della cultura maschile. Quando ne ho parlato a mio padre lui ha detto: Lo sai come sono fatti gli uomini.”

Perciò che puoi fare, figlia mia, se non subire, sopportare, al massimo limitare i danni, acconsentire, sorridere, essere insultata, molestata, picchiata, stuprata, persino uccisa… e “rispettare” con ciò la loro “cultura”?

Grazie, no. Se è maleducato opporsi a tutto questo, io sono e sarò cafona sin che vivo, al massimo livello che la mia mente e il mio corpo consentono.

Maria G. Di Rienzo

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