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Posts Tagged ‘migranti’

(brano tratto da: “Intergenerational Resistance”, di Soraya Membreno per Bitch Media, 1° febbraio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Soraya Membreno è figlia di migranti nicaraguensi e vive negli Usa. E’ poeta, saggista ed editrice.)

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(Il posto di una donna è nella rivoluzione)

Mia nonna ha compiuto 75 anni questo fine settimana. Le ho augurato buon compleanno al telefono mentre stava seduta nella sua cucina di Miami, con il resto della mia famiglia che parlava a voce alta sullo sfondo. Come accade con le nonne, la conversazione è caduta su di me molto velocemente. La nonna aveva sentito dire che avevo partecipato a proteste negli ultimi anni e ha chiesto se lo stavo facendo ancora. Io ho risposto di sì, preparandomi a sentire il discorso già fattomi da mia madre con crescente frequenza sulla sicurezza e le misure precauzionali.

Invece, ho avuto un risolino e uno scorcio inaspettato in una storia condivisa di cui ignoravo l’esistenza. “Quindi sarai una marciatrice anche tu, allora.”, disse, più l’attestazione di un dato di fatto che una domanda.

Non avevo mai sentito mia nonna pronunciare la parola “politica”, ma quel giorno mi narrò la storia della sua prima marcia. Era una studente all’Universidad Nacional Autonoma de Nicaragua (Università Nazionale Autonoma del Nicaragua – detta “la UNAN”), la prima università del paese ad ottenere l’autonomia del governo che, sino a quel momento aveva avuto totale giurisdizione su docenti, curriculum e bilancio. L’università ottenne tale indipendenza nel 1958, nel 22° anno del regime di Somoza che vide un dittatore arricchirsi a spese del resto della nazione. Dopo le elezioni chiaramente truccate del 1947 e con la vicina rivoluzione cubana che apriva la strada, il clima politico cominciò a cambiare.

La UNAN divenne l’epicentro del dissenso e l’origine delle dimostrazioni organizzate dagli studenti. Dopo poco meno di un anno, tuttavia, una protesta attirò l’attenzione della guardia nazionale che immediatamente entrò nel campo universitario, aprendo il fuoco contro quattro studenti. Mia nonna ricorda di essere stata al fianco di uno di essi, ricorda ancora come cadde sotto il peso del corpo di lui. Al telefono lo menziona solo di passaggio: devi capire, mi ha spiegato più tardi, che quello era solo il primo di molti cadaveri. La scintilla fu accesa quel giorno, ma il regime di Somoza non sarebbe stato rovesciato sino al 1979, dopo essere stato al potere per 43 anni. (…)

“Ho 75 anni, – mia nonna scrolla le spalle, calma e totalmente impassibile – ho visto di peggio. La cosa che devi ricordare è questa: se credi in quel che vuoi dire, devi trovare un modo di dirlo. La situazione non è peggiore di altre, è solo il tuo turno.”

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Questa giovane donna si chiamava Sandrine Bakayoko, aveva 25 anni e aveva chiesto asilo in Italia. E’ morta, per cause ancora sconosciute al momento in cui scrivo, nel cosiddetto “centro di prima accoglienza” a Cona (Venezia). Ne è seguita una rivolta all’interno della struttura: coloro che vi sono ospitati, in condizioni igieniche allucinanti com’è stato visibile dalle foto, hanno dichiarato di aver chiesto soccorso per Sandrine alle 8 di mattina e che però l’ambulanza ci ha messo 6 ore ad arrivare (i sanitari dicono di essere partiti non appena ricevuta la chiamata).

“La situazione è poi degenerata: – scrivono oggi i giornali – la protesta è sfociata in una rivolta con mobilio e oggetti dati alle fiamme. Uno scenario che ha costretto gli operatori del centro a cercare rifugio nei locali della struttura, barricandosi in alcuni container e negli uffici amministrativi della struttura, dove sono rimasti poi bloccati per ore.” Liberati durante la notte, paura a parte, stanno tutti bene. Il centro è una ex base missilistica in cui sono ammassate circa un migliaio di persone ed era già stato scenario di proteste in precedenza.

Come se tutto questo non fosse abbastanza ignobile, nei forbiti “dibattiti” che seguono gli articoli Sandrine semplicemente scompare. La sua morte non interessa a nessuno. A volte c’è un rimando del tipo: “Ma in Costa D’Avorio la guerra civile non e’ finita anni fa? Cosa ci fanno ancora in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato le persone che sono arrivate dalla Costa d’Avorio?”, ma non il suo nome, nemmeno un’espressione di rammarico o sconcerto – visto che chiedere empatia sarebbe probabilmente esagerato.

Abbiamo invece una valanga di economisti, politici e opinionisti da tastiera che ci spiegano il “costo sociale dei milioni di stranieri già presenti sul territorio”, assicurano che “questa invasione è voluta dal pd per spendere 4,5 miliardi l’anno fuori dai vincoli europei” ma anche che “gli altri farebbero la stessa cosa, compresi i 5S, con le chiacchiere e gli slogan non conclude nulla…” e che “nel 2011 sbarcarono ben 22.000 tunisini, al governo c’era Berlusconi ministro degli interni Maroni il quale per risolvere il problema dette il permesso di soggiorno a tutti perché dovevano andare in Francia invece chiuse le frontiere e questi sono ancora qui”; stigmatizzano “le direttive di un’Europa criminale” e i “governi pecoroni” che le seguono, si preoccupano dell’italica gioventù e della scarsità di risorse loro rivolta, a confronto di quel che ricevono i migranti: “I “giovani” albanesi (fino ai 19/20 anni) si presentano in Italia dicendo di essere minorenni, ovviamente senza documenti. Li alloggiamo in alberghi 3*, wi fi libero, gli passiamo una scheda SIM gratis e gli diamo una somma mensile per le spese di sostentamento. E NON FANNO NIENTE!! E i nostri di giovani? A loro chi ci pensa?”.

Naturalmente, amministrassero loro il territorio e dovessero gestire la questione in generale e ciò che è accaduto a Cona, le soluzioni sarebbero pronte:

– Intanto cominciamo a finirla di chiamarli ipocritamente migranti.

– Sono da espellere TUTTI, senza processi e/o lungaggini burocratiche!

– Vanno rimpatriati tutti senza troppi problemi quelli del centro. Sequestrare personale operativo è un reato

– Non solo siamo l’unico Paese, o quasi, ad accoglierli, hanno pure da protestare sul cibo, modalità, termini etc, Ma che restino nei loro Paesi, siamo stufi!!! Solo diritti hanno ed alcun dovere.

E il futuro lo vedono proprio nero:

– Ma a che serve l’accoglienza, se poi li troviamo solo a chiedere elemosina fuori dai bar, centri commerciali ecc.?

– Vengono e pretendono, vivono al di fuori delle regole, tutto gli è dovuto, sanno che qui non gli possono fare niente e hanno capito che più ce ne sono meglio è per loro

– Sono solo alcune decine di migliaia. Quando saranno milioni come faremo?

– Questo di Cona è solo l’inizio di quello che presto succederà nei vari centri italiani, fanno le rivolte, ora è andata bene, ma non illudiamoci, questi non hanno nulla da perdere…

– Mi domando cosa debba ancora accadere perché quei geni al governo si rendano conto che la situazione è un tantinello fuori controllo.

– Bronx prossimo venturo… siamo perduti.

Infine c’è il genio che chiede accorato: Ci deve scappare il morto? Aspettiamo quello?

Psst, signore? Di morti, in mare e soffocati nei camion e altrove ne sono già “scappati” decine di migliaia: quella di oggi è una morta, si chiamava Sandrine Bakayoko. Sono sicura che non vuole la sua compassione neppure da cadavere ma il rispetto, signore, quello lei e i suoi “compari di commento” glielo dovete comunque. Maria G. Di Rienzo

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Il narrare storie è un modo assai efficace di entrare in relazione con altre persone e di creare cambiamenti e differenze negli spazi più vulnerabili delle nostre vite. L’impatto che possiamo avere condividendo le nostre storie tramite vari media è sempre significativo e può essere catartico sia per chi la storia la racconta, sia per chi la storia l’ascolta.

Ma ci sono storie che – ti dicono – non si possono raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – è meglio non raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – se sei proprio intenzionata a narrare devi cambiare un poco, ammorbidirle qui e là, addomesticarle, decorarle, corredarle di precisazioni e dichiarazioni di principio e scuse e sottolineature (quest’uomo ha fatto la tal cosa, ma sappiate che io non credo affatto che TUTTI gli uomini…), adattarle alla tua “zona” politica e sociale. Eccetera, eccetera. Io non intendo farlo.

Nei giorni in cui sono stata lontana da questo spazio, vi confesso, ho combattuto con il desiderio di chiuderlo. Ho come minimo due/tre attacchi di tachicardia al giorno che sovente mi paralizzano. Non riesco a concentrarmi per periodi lunghi. Sto facendo fatica a scrivere. Il mio ultimo romanzo, che dovrebbe essere finito da mesi, è stato stracciato tre volte ed è ridotto a brandelli che non riesco a rimettere insieme. Per la prima volta in vita mia sto prendendo tranquillanti. Perché?

Perché da sette mesi l’inquilino del piano di sopra – che non ha un lavoro fisso – martella furiosamente i pavimenti (i quali sono ovviamente i miei soffitti) con una media di 29 giorni su 30 e picchi di 25 volte al giorno. A qualsiasi ora. Mi sveglia a mazzate durante la notte o al mattino. Mi fa saltare sulla sedia su cui sono ora. Mi fa cadere di mano pentole, libri, tazze di caffè.

I bombardamenti avvengono sempre “a freddo”, senza preavviso, senza essere collegati ad alcuna delle mie attività. Esattamente come avvenivano le aggressioni in casa mia quando ero bambina. Non ho controllo sulla mia vita. Non c’è comportamento che posso cambiare per evitare l’assalto. Posso solo subire. L’inquilino precedente è scappato dopo cinque mesi di trattamento, io sono ancora qua, ma in che condizioni ve l’ho appena detto.

Gli ho fatto qualcosa, io, al tizio? No. Non ho neppure mai risposto facendo rumore. E’ malato? Non sono una psichiatra, ma lo ritengo assai probabile. E’ pieno di odio e di rabbia? Basta guardarlo in faccia e sentire come urla ogni singolo giorno per rendersene conto. Ma se gli si chiedono spiegazioni sul suo comportamento posa da vittima: è un immigrato, è musulmano, gli danno fastidio, vogliono impedirgli di pregare, è colpa degli altri che sono cattivi e razzisti.

E io mi rivedo in mezzo al gelo dell’inverno, a far da ponte fra gli immigrati che avevano occupato un ex seminario e l’amministrazione comunale affinché fossero aiutati e non cacciati. Mi rivedo fondare l’Osservatorio antirazzista delle donne. Rivedo il mio compagno fronteggiare da solo una fila di naziskin che avevano deciso di impedire un volantinaggio antirazzista. Lo rivedo dar battaglia da politico e sui giornali per difendere proprio il diritto di pregare per i musulmani della nostra città (e sapete quanto atei siamo in famiglia). Rivedo il giorno in cui scrivemmo la mail che diede inizio a una manifestazione antirazzista di 5.000 persone. E rivedo quella sera in cui ci siamo eccezionalmente concessi una pizza fuori – era il nostro anniversario – e rivedo il cameriere straniero che lo riconosce e lo ringrazia perché “è amico degli immigrati”. Rivedo il sorriso del cameriere, affettuoso, sincero. Devo aggrapparmi a quel sorriso.

Quando la tachicardia non mi incolla a tremare dove mi trovo, fuggo da casa per evitare i bombardamenti. Cammino moltissimo, distante, senza meta. A volte è utile: vedo un discount, mi ricordo che manca lo zucchero, entro. In uno di questi casi, un paio di settimane fa, stavo adocchiando dei biscotti (valutando se me li potevo permettere) quando una cliente si è messa a urlare alla cassa. Diceva che la cassiera le aveva dato il resto per dieci euro quando lei aveva pagato con venti. La cassiera le chiedeva di non gridare, controllava, ribadiva gentilmente che il biglietto era da dieci. La cliente dotata di “hijab”, il cui accompagnatore maschio a questo punto se la squagliava, ha insistito ululando: “Io sono musulmana e non dico bugie.” (Cioè sono la vittima, intrinsecamente superiore, delle cassiere non musulmane truffatrici, come se queste ultime fossero le proprietarie del discount e non delle semplici lavoratrici che, come vedremo, dai conti sbagliati possono solo rimetterci.)

“Ma perché tirate fuori sempre questa storia? – ha chiesto la cassiera – A me non importa se siete bianchi, rossi, neri, verdi, siete clienti.” Per farla breve, non appena la cassa si è liberata la cassiera ha effettuato il controllo completo sugli incassi: non c’erano soldi in più. La musulmana impossibilitata a mentire dalla sua religione (magari fosse così, creatura: mentono musulmani, cristiani, cattolici, buddisti, agnostici e senzadio e quel che vuoi – perché sono/siamo esseri umani) ha provato a insistere: “Io sono in Italia da dieci anni e i soldi li conosco.”, ma poiché la cassiera non aperto il proprio borsellino per dargliene, se n’è infine andata.

La giovane donna alla cassa era sconvolta e sudata. Parlando con un’amica che si era avvicinata per confortarla ha detto: “L’altro giorno un vecchietto mi ha fatto lo stesso trucco, ci sono cascata e i soldi ho dovuto rimetterceli io.” Quando è arrivato il mio turno, con biscotti, le ho detto: “Io adesso le sto dando venti euro, sono atea e racconto un sacco di balle”. Finalmente ha riso. Volevo vederla ridere. Devo aggrapparmi anche a questa risata.

Adesso date un’occhiata a questo scambio avvenuto su una pagina “progressista” di FB qualche giorno fa, il focus era il razzismo (ho ridotto i nomi e le cascate di puntini di sospensione, non sono intervenuta sui testi):

Samir: (…) ma a noi ce ne sbatte il cazzo. Le vostre Donne ce le scopiamo ugualmente

Gessica: Samir forse ti scopi le italiane perché le donne italiane non sono di proprietà di qualcuno. Non sono “le vostre” donne, di voi italiani. Ma di conseguenza nemmeno le “tue”. Funziona così.

Samir: Carissima, io non intendevo le Italiane, intendevo le fidanzate degli razzisti. È diverso

Pasquale: Samir… le donne non sono di nessuno, nemmeno dei razzisti, ogni essere umano appartiene a se stesso!

Samir: Devo farvi un disegno per farvi capire?

No, Samir, del disegnino hai bisogno tu. Se devi scopare qualcosa va’ a spazzare la cucina, fare sesso con una donna è un’altra faccenda, comporta rispetto e consenso, e non significa usare la proprietà di un altro maschio. Come hanno cercato di spiegarti, stiamo parlando di esseri umani. Tu sei un essere umano. Le fidanzate dei razzisti sono esseri umani. Persino i razzisti sono esseri umani. In quanto tali avete tutti inalienabili diritti sanciti da una Dichiarazione assai famosa del 1948. In quanto tali, potete tutti compiere azioni sbagliate, mentire, usare violenza, uccidere, o potete scegliere di compierne altre: sono le vostre azioni che io giudico e l’impatto che esse hanno su altri esseri umani, non la vostra provenienza, non la vostra fede o la vostra mancanza di fede, non il colore della vostra pelle, non il vostro genere o il vostro orientamento sessuale. Troppo spesso, presi a bersaglio per una o più d’una di queste caratteristiche, gli esseri umani soffrono violazioni atroci dei loro diritti. Ho imparato parecchio al proposito, come donna, come attivista, come femminista e sulla mia stessa pelle, e se c’è una cosa che ormai so con certezza è questa: nessun ammontare di disprezzo e dolore che tu puoi infliggere ad altri cancellerà quelli che sono stati inflitti a te.

E questo è l’avviso che darei al mio persecutore del quarto piano, se ascoltasse, e a tutti quelli/e come lui che posano da vittime per sfuggire alle loro responsabilità: l’errore più grande che puoi commettere sulla strada della liberazione è cercare di assomigliare ai tuoi nemici. Maria G. Di Rienzo

P.S. Non è ancora “l’anno prossimo”, lo so, ma sentivo di dovervi una spiegazione.

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In effetti, la parola noia figura assai raramente nel mio vocabolario ma il periodo dell’anno in cui vado più vicina a comprenderne davvero il senso è quello attuale: contribuiscono a ciò le lucette intermittenti appese sui muri delle strade, i babbi natale di pannolenci, i presepi, i pini e gli abeti – finti o veri – ingozzati di lampadine e cianfrusaglie e, soprattutto, la melassa retorica e ipocrita che cola da questa fiera del consumo e spesso dello spreco. (Non si offenda chi trova allegria e/o significato nelle festività natalizie: è una questione di gusti e come vi ho detto altre volte, sapervi felici manda briciole di felicità anche verso di me e ve ne sono grata.) In più, è il periodo in cui è in pratica “obbligatorio” passare del tempo con i parenti: compresi quelli che evitate come la peste per il resto dell’anno, compresi quelli a cui invece di porgere il pacchetto regalo mettereste in mano un petardo acceso, compresi quelli che sembrano non vedere l’ora di avere un pubblico seduto attorno al tavolo a cui servire battute sessiste, tirate fascistoidi, barzellette razziste, stronzate omofobe e altra spazzatura di vario tipo.

Personalmente non mi capita più da almeno vent’anni, ma ricordo la giovane me stessa le volte in cui ingoiava fiele per “quieto vivere” e giurava dentro di sé di trovare una scusa per la propria assenza l’anno successivo, le volte in cui reagiva all’ennesima idiozia – per l’effetto “vaso traboccato” – e pur mettendoci tutta la buona volontà del mondo non riusciva ad avere una conversazione sensata con il cafone di turno, le volte in cui accampava pretesti e svaniva prima del tempo. Però intanto invecchiavo e studiavo e imparavo. Ecco quindi cosa la vostra trainer preferita (e dai, lasciatemelo dire anche questa volta!) può condividere con quelle/i di voi che stanno rimuginando su come sopravvivere alla cena di Natale.

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Innanzitutto: lo zio e la cugina che hanno appena invocato le ruspe contro i migranti, il nonno o il suocero che hanno vantato le qualità delle donne di una volta che obbedivano eccetera (cioè hanno ripetuto una loro vana fantasia, perché le donne ribelli al patriarcato sono nate con esso), nella maggioranza dei casi non pensano minimamente di avervi disturbato: mica stavano parlando di voi, oppure scherzavano, perché fate quel muso?

Se decidete di rispondere:

1) Tenete la vostra voce a livello normale, discorsivo. Se la alzate, il vostro interlocutore si irrigidirà in un modulo difensivo; similmente lo farà se darete inizio alla frase con “sei razzista, sessista, omofobo”: se il vostro scopo è comunicargli qualcosa, non offritegli scuse per alzare muri che gli impediranno di ascoltarvi;

2) Identificate il merito della questione: “Ho capito male, o stai dicendo che… (dovremmo respingere con la violenza chiunque entri in Italia non da turista? Tutti gli uomini preferirebbero avere delle schiave mute che delle compagne di vita? Eccetera)

3) Diventate moooolto curiose/i e ponete domande “aperte”: “Perché dici questo?”, “Da dove hai preso le cifre che citi?” “In che modo sei arrivato a questa conclusione?” “Quando dici tutte le donne di chi stai parlando esattamente? E’ compresa anche nostra zia, qui? Anche la mamma? Tua moglie? Tua figlia?” “Quindi le persone che sono x, y e z non ti piacciono? Per quali motivi?”

3) Ricordatevi che gli individui sono complessi. Quel che dicono in un determinato momento non è necessariamente il loro vangelo. Cominciate a chiarirlo anche a loro, appellandovi alle loro migliori qualità: “Io ti ho sempre visto trattare benissimo i tuoi vicini cinesi e il collega di lavoro con cui vai più d’accordo è senegalese, non capisco perché dici una cosa del genere.”

4) Sottolineate l’effetto che le parole possono avere su altre persone attestando i vostri sentimenti (con il modulo Io mi sento così quando, non Tu mi stai scassando le ovaie – anche se quest’ultima è la verità): “Non riesco a trovare questa cosa divertente, anzi mi rattrista.”, “Mi sento ferita al pensare che tu lo creda sul serio.”

5) Se vi stancate, o se decidete di non rispondere, potete chiudere la questione in ogni momento: cambiando argomento, andando in bagno o ad aiutare in cucina, rivolgendo una domanda a un altro commensale, mettendovi a cantare “Bianco Natal” eccetera.

6) Se il commento iniziale, invece di essere generale era diretto a voi e non lo avete gradito o vi ha messo a disagio, riflettete un attimo: era diretto al vostro comportamento/ aspetto / rispondenza a stereotipi? Era diretto alle vostre relazioni? Chi l’ha fatto voleva bullizzarvi o ha dato l’impressione di essere genuinamente interessato/a a conoscervi di più?

Nel primo caso potete: ripercorrere i punti da 1 a 5; scoppiare in una bella risata e sparare qualcosa del tipo “E’ l’ultima moda, retrogrado!”; sorridere amabilmente e rispondere off topic citando uno dei vostri migliori ultimi successi in qualsiasi campo: avete finalmente cambiato casa, avete passato un esame difficile all’università, avete ritrovato una vecchia amica, al lavoro avete messo a posto lo stronzo che vi tormentava e l’ultima visita medica ha attestato che scoppiate di salute. Non è fantastico?

Nel secondo caso, anche se la persona vi è cara e vorreste risponderle, non siete obbligate/i a farlo di fronte ad altre dieci di cui vi interessa poco o niente: “Grazie per avermelo chiesto, nonna, ma preferisco parlartene più tardi, va bene?” E attaccate la solfa di prima sui traguardi che avete raggiunto.

Invecchiando, studiando e imparando sono arrivata anche a questa conclusione: spesso non entriamo in un confronto diretto con membri della nostra famiglia non perché non siamo coraggiose/i, ma perché ci abbiamo già provato 12.000 volte e sappiamo che il confronto non produrrebbe il loro ascolto. Non c’è nulla di sbagliato nello scegliere le proprie lotte. Personalmente, entro più volentieri in quelle che hanno senso e mi danno una possibilità di vincere.

Per cui, invece di biasimarvi perché la tal volta avreste voluto dire qualcosa e non l’avete detto, congratulatevi piuttosto con voi stesse/i: pur crescendo in quell’ambiente, con quelle persone, avete scelto di pensare e comportarvi in modo diverso. Non era scontato e sono sicura che spesso è stato difficile. Godetevi questa felice fierezza. Maria G. Di Rienzo

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(“The refugee crisis is a feminist issue. We can’t just sit by and watch.”, di Helen Pankhurst per The Guardian, 19 settembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo.)

kosovo

L’attuale crisi riguardante i rifugiati è uno dei più gravi disastri umanitari che si dispiega attraverso il mondo nell’epoca attuale. Fra una molteplicità di orrori universali, la crisi presenta specifiche minacce e difficoltà per milioni di donne che sono rifugiate: e, come per tutte le istanze femministe, la risoluzione di quest’ultima dipende dalla solidarietà.

Mentre il mondo guardava dall’altra parte, Care International – http://www.careinternational.org.uk/

e Women for Refugee Women- http://www.refugeewomen.co.uk/ – hanno lavorato insieme anzitempo rispetto al summit (Ndt. : quello sui rifugiati organizzato dalle Nazioni Unite il 19 settembre u.s.) per dare alle donne rifugiate una piattaforma in cui narrare le loro storie – storie di dolore e di durezze che hanno fatto luce su come questa crisi sia davvero molto una crisi delle donne.

Prendete Nadia. Costretta a lasciare il nativo Iraq quando era incinta di quattro mesi, ha cercato una relativa sicurezza attraversando il confine con la Siria. Quanto dev’essere disperata una persona per considerare l’ingresso in Siria come il minore fra due mali? Nel caso di Nadia, la sua motivazione fu l’aver visto un’auto piena di ragazze Yazide come lei bruciate vive dagli estremisti, un destino che lei temeva fosse in agguato per la sua stessa famiglia.

Dopo un breve periodo disperato in Siria, Nadia intraprese il viaggio verso la Grecia in un barca insicura che perdeva acqua quando era incinta di nove mesi. Il suo figlio non nato morì durante il viaggio, risultato inevitabile della denutrizione e dello stress. Al suo arrivo in Grecia, Nadia fu sottoposta a un affrettato taglio cesareo: “Non mi permisero neppure di vedere il mio bambino – ricorda – L’hanno semplicemente portato via e sepolto in una tomba comune… Ho pianto e pianto per giorni. Non posso nemmeno visitare la tomba di mio figlio.”

Quando Care e Women for Refugee Women chiedono trattamenti dignitosi e giusti per i rifugiati, lo fanno per donne come Nadia. Come un’altra donna, Dana, riassume: “In Siria, tu puoi morire a causa di una bomba, un giorno, ma durante questo viaggio tu muori ogni singolo giorno.” Dana, madre di due bambini, attualmente vive in un campo profughi in Serbia. E’ arrivata portando poche cose, ma con addosso un peso di miseria che nessuna donna, nessun essere umano, dovrebbe portare.

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E storie come queste ne hai 10 per un centesimo in tutta Europa, proprio in questo momento. Quando la situazione di una donna è così disperata che è costretta a fare del “sesso di sopravvivenza” per assicurarsi che un uomo la protegga durante il suo viaggio, questa è un’istanza femminista. Quando una donna è costretta a fare centinaia di miglia a piedi, in stato di avanzata gravidanza e con bambini malnutriti fra le braccia, questa è un’istanza femminista.

Quando le ragazzine sono date in spose a un’età così giovane da spezzare il cuore, perché ciò è visto per loro come la maggior probabilità di sopravvivenza; quando le donne abortiscono spontaneamente sul ciglio della strada in un paese straniero; quando le madri sono costrette a mandare via i figli da soli sui gommoni, nel buio, non convinte che avranno l’occasione di rivederli vivi; quando le donne raggiungono il Regno Unito e si abusa di loro e le si degrada, o le si tiene in detenzione per il crimine di aver chiesto rifugio: queste sono istanze femministe. Urgenti, disperate, oltraggiose istanze femministe. E, come femministe, noi dobbiamo agire.

In vista dei summit sui rifugiati globali, noi stiamo facendo alcune richieste molto semplici ai leader mondiali. Primo, assicurare più sostegno per le donne rifugiate nei paesi in via di sviluppo; secondo, stabilire rotte protette, sicure e legale per le donne rifugiate vulnerabili, di modo che esse non debbano affrontare viaggi pericolosi nelle mani dei trafficanti; terzo, intraprendere azioni per proteggere donne e bambine dalla violenza sessuale e dal traffico di esseri umani. E quarto, in special modo per il governo britannico, dare alle donne rifugiate in Gran Bretagna dignità e udienze oneste.

La crisi relativa ai rifugiati è controversa e, in questi tempi turbolenti, chiedere di offrire protezione addizionale ai rifugiati incontra sempre maggiore opposizione. Ma io guardo alla rappresentazione che i media fanno dei rifugiati – l’oggettivazione, la disumanizzazione – e vedo la Storia ripetere se stessa: la stessa Storia che ha indotto i miei antenati a fuggire per salvare le proprie vite.

Perché io sono la figlia e la nipote di rifugiati. Dal lato famoso delle suffragiste Pankhurst, il compagno di mia nonna Sylvia era un anarchico italiano che finì per chiamare il Regno Unito la sua casa; e mia madre originariamente venne dalla Romania, fuggendo l’ascesa del fascismo.

Ogni volta in cui nella Storia vediamo vasti segmenti di persone cacciati fuori – o peggio, spazzati via – puoi star sicuro che ciò è accompagnato, da qualche parte, da propaganda che insinua come quelle vite siano vite a perdere. Come Paese, siamo stati dal lato giusto della Storia quando il fascismo e il nazismo hanno preso piede. Dobbiamo assicurarci che vada allo stesso modo oggi.

La vergogna di questa crisi non sarà candeggiata nei libri di Storia; lascerà una cicatrice nella nostra coscienza collettiva per generazioni. Abbiamo la responsabilità individuale e collettiva di agire ora.

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Ciò che intendeva dire

(“What my grandmother meant to say was”, di Aja Monet – in immagine – poeta contemporanea dalle origini cubano-giamaicane, nata nel 1987. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

aja

QUEL CHE MIA NONNA INTENDEVA DIRE ERA

So di sale. Le mie dita non riescono a star ferme. Ho contrabbandato

lacrime da sorriso a sorriso. Quando diventavo troppo stanca

per correre, nuotavo. Quale amore non va oltre

i confini? Ho nuotato. Mi sono sollevata. Sono scappata. Ho sognato. Mi sono

innamorata avendo poco cibo o niente del tutto. Non appartenevo ad alcun luogo,

a nessuno, a nulla. Avevo fame e freddo. Odiavo fame

e freddo. Odiavo ogni luogo senza cibo. Odiavo

chiunque avesse qualcosa. Era diverso. Io ero

una donna. Ero stupida. Stavo aspettando di diventare

di più di quel che accadeva, più di un uccello che fugge

dal proprio paese, per immergersi nell’essere distante, più di un

paesaggio o un’immagine su cui gettare un’ombra, il lancio

di una moneta ingannevole, seduttrice di uomini, visioni che desiderano ardentemente

una nuova storia da raccontarti. I miei figli, a cavallo delle

libellule del sacrificio, li ho abbandonati. Mi sono voltata indietro

molte volte, sono quasi diventata il diavolo che loro volevano

ma sono partita. Un diavolo, nondimeno. Ero una donna in anticipo

sui suoi tempi. Ero luccicante di cicatrici. Io vivo nella

stirpe. Immagino di più di famiglie spezzate.

Io vengo dalle risa degli aspiranti amanti, dall’esca

che è il tremare fra braccia altrui. Che ne è di quel

che io volevo? Che importanza ha la perdita – di cultura, di sogni,

di casa? C’erano molti segreti. Scappammo dalla

rivoluzione. Non ho potuto proteggere i miei figli da

ogni luogo. Ho fatto offerte votive. Mi sono purificata. Mi sono pentita.

Io sono la loro madre. Non sono Dio. Io ero una Candela.

Io risplendevo. Ero luminosa. Rischiaravo la stanza. Io ero

la luce che lampeggia nella Sierra Maestra di notte. Io ero

le montagne. Io influenzavo l’alba, bramando. Danzavo.

Io ero una strega che non potevano bruciare. Io ero la Fuega. Io sono

la loro madre. Non sono Dio. Ho fatto delle scelte. Mi sono riconciliata

con esse. Ero una donna in anticipo sui suoi tempi. Io ero

la strada che tu hai preso per arrivare qui. Io sono la Camina.

Io ero la via.

baba yaga

(Baba Yaga)

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un cuore per due

Il capitalismo biasima il matrimonio gay perché distruggerebbe le famiglie. Io biasimo il capitalismo! Le famiglie sono separate su base quotidiana da ambo i lati del confine, a causa delle condizioni economiche disperate create dai cosiddetti accordi sul libero mercato, come CAFTA e NAFTA, che beneficiano solo quelli che stanno in alto. In paesi come il Salvador è abbastanza difficile trovare un lavoro che ti permetta di pagarti le spese del vivere. Ancora più duro è se hai più di 35 anni. E dimenticatelo proprio se sei una donna sopra i 35 anni.

Sempre di più, l’unica via d’uscita per le persone è emigrare dove i lavori ci sono. E quando arrivano sono spesso trattati da invasori subumani. Non mi sarei mai aspettata di imparare così tanto, così velocemente, delle condizioni sociali e della storia nascosta che hanno impatto sulla mia vita di ogni giorno – dopo essere arrivata come donna, come immigrata salvadoregna, come persona omosessuale di colore.” Karla Alegria

(Brano tratto dall’antologia “Talking Back: Voices of Color”, a cura di Nellie Wong, ed. Red Letter Press, 2016. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

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