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Che strane cose siamo

(tratto da: Northern Light, di Jillian Christmas – in immagine – poeta contemporanea canadese. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Jillian Christmas

Che strane cose siamo noi

Creature della Diaspora,

tesori del Mar dei Caraibi,

che stringiamo le ginocchia nei parka

con i denti che battono

ove gli alberi sottili si tendono verso l’alto dei cieli

per cercare la più bizzarra delle luci?

Che strane fughe abbiamo fatto

per voler chiamare casa questo posto?

E io lo faccio.

Io avverto

la sensazione di fantasmi

di donne non diverse da noi,

la cui resilienza e forza

hanno scavato fuori più dell’oro e delle opportunità

da questo freddo pungente.

Alcuni pensano che l’oscurità sia piena di terrori

perché non possono vedere cosa essa nasconde

o forse non sanno

che l’oscurità in se stessa è un dono prezioso

e che noi, le strane creature dello scintillante nord,

possiamo essere la luce che ciò rivela.

Annie Ganzala - Atlantic's love

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I am queen mary

(immagine di Nick Furbo)

Il 1° ottobre 1878, esasperati per le condizioni oppressive in cui li tenevano i colonizzatori danesi (e per l’ennesimo omicidio impunito di uno di loro), i lavoratori e le lavoratrici dell’isola caraibica di St. Croix diedero fuoco a case, zuccherifici e circa 50 piantagioni di canna da zucchero.

Ad organizzare la rivolta, la più grande nella storia coloniale danese e ricordata come “L’Incendio”, furono tre donne: i loro compagni e le loro compagne le chiamavano Regina Mary (ma lei, il cui nome completo era Mary Thomas, preferiva rispondere all’appellativo “Capitana”), Regina Agnes e Regina Mathilda. La rivolta infine fallì e le tre regine più una quarta donna, Susanna Abrahamson, furono processate e incarcerate per parte della sentenza nella prigione femminile di Copenaghen.

La Danimarca aveva proibito il traffico transatlantico di schiavi nel 1792, ma solo sulla carta. La legge divenne effettiva 11 anni più tardi e la schiavitù rimase comunque in vigore sino al 1848.

Il 3 marzo 1917, il paese vendette St. Croix e altre due isole, St. John e St. Thomas agli Stati Uniti per 25 milioni di dollari: sono quelle che oggi si chiamano Virgin Islands.

La statua di Mary Thomas è stata eretta a Copenaghen il 31 marzo scorso, davanti al Magazzino delle Indie Occidentali, che un tempo conteneva zucchero, rum e altre produzioni provenienti dalla colonie danesi nei Caraibi. L’edificio ora è uno spazio espositivo.

“Io sono la Regina Mary”, questo il nome dell’opera, è la prima statua di una donna di colore ad apparire in uno spazio pubblico in Danimarca ed è stata creata da due altre donne, le scultrici Jeannette Ehlers e La Vaughn Belle (qui sotto nell’immagine di Nikolaj Recke).

Jeannette Ehlers e La Vaughn Belle

La Regina Mary sta su quella che appare come una sedia impagliata dal largo schienale, regge nella mano destra l’attrezzo per tagliare la canna da zucchero e nella sinistra una torcia. Alla base del sedile è incorporato del corallo prelevato a St. Croix, quello stesso corallo che gli schiavi recuperavano e intagliavano per costruire le fondamenta degli edifici sull’isola.

“Il nostro progetto riguarda la sfida alla memoria collettiva danese e il suo conseguente cambiamento.”, ha spiegato l’artista La Vaughn Belle, che proviene proprio dalle Virgin Islands. Inoltre, ha sottolineato la sua compagna danese in quest’impresa, Jeannette Ehlers: “Il 99% delle statue presenti in Danimarca raffigurano maschi bianchi.”

Maria G. Di Rienzo

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(“One Minus One Minus One”, di June Jordan 1936-2002, poeta di origine caraibica nata a Harlem – New York. Trad. Maria G. Di Rienzo. June ha scritto 28 libri variando fra saggi, memorie, racconti, poesie e testi per bambini; il suo saggio “Report from the Bahamas”, che indaga le possibilità e le difficoltà dell’identificarsi e stringere coalizioni in base a razza, classe sociale e genere, è oggi un testo universitario per i corsi di studi di genere, antropologia e sociologia. June, bisessuale, è stata anche una straordinaria attivista femminista per i diritti civili e delle persone LGBT.)

June Jordan

UNO MENO UNO MENO UNO

Questa è la prima mappa del territorio

che devo esplorare come poesia,

ancora e ancora

Mia madre che mi assassina

per avere una vita che le appartenga

Cosa direi

(se potessi parlarne?)

Mio padre che mi cresce

affinché io sia una vita

di sua proprietà

Cosa posso dire

(in questa solitudine)

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(Masum Momaya per AWID intervista Tonya Haynes, 6.7.2012. Tonya è la coordinatrice dell’associazione femminista Code Red alle Barbados. Di recente ha organizzato un incontro di giovani femministe provenienti da tutti i Caraibi di cui si parla nel testo che segue. Trad. Maria G. Di Rienzo)

AWID: Il nome della conferenza era “Prendi fyah – Radicamento femminista”. Qual è l’origine di questo titolo e cosa esattamente significa “radicamento”?

Tonya Haynes (TH): Il concetto di “radicamento” è caraibico. Si riferisce al potenziale rivoluzionario dell’essere capaci di andare ovunque a sedersi con le persone e parlare delle loro vite. Questo tipo di condivisione e apprendimento è cruciale per la trasformazione sociale. Noi abbiamo sentito la necessità di incontrarci fra femministe caraibiche, provenienti da nazioni ed etnie diverse e con differenti retroscena religiosi, per condividere le nostre esperienze ed imparare le une dalle altre. “Radicamento” dichiara la nostra intenzione di andare alla radice di ciò vogliamo veder cambiare nelle nostre società, ma è anche la sorgente della nostra forza collettiva. Significa dar valore in se stesse alle azioni dello stare insieme, del parlare e dell’ascoltare.

Il fyah, o fuoco, a cui ci riferiamo parla di passione ed energia, dell’accendere la nostra immaginazione per trovare soluzioni creative alle sfide che ci troviamo di fronte. Non ci siamo incontrate per parlare solo dei torti che le donne subiscono e di come le donne siano negativamente investite da questo o quello, rischiando il vittimismo. Il femminismo caraibico che abbiamo in mente è una piattaforma che ci permette di maneggiare tutta una serie di istanze e la fonte della forza collettiva che possiamo usare per essere agenti del cambiamento. Una delle partecipanti lo ha descritto così:

Il fuoco, fyah, sarà il carburante di questo movimento. Fuoco per spazzare via le rappresentazioni scorrette del femminismo e dare ad esso luce nelle piattaforme per la giustizia sociale di cui abbiamo bisogno nelle nostre comunità e nazioni, e nella nostra regione. Fuoco per infiammarci e motivarci a parlare delle nostre convinzioni, entrare nei dibattiti e contare le une sulle altre per avere sostegno. Il fuoco aprirà la via e ci ricorderà di restare connesse, di rimanere amanti, di continuare a scrivere e di non dimenticare mai il tempo che abbiamo trascorso insieme. Il fuoco si assicurerà che noi si rimanga indignate rispetto alle ingiustizie e farà muovere in avanti il movimento.

AWID: Chi è venuta e qual era lo scopo dell’incontro?

TH: La conferenza ha messo insieme 24 giovani femministe caraibiche impegnate in organizzazioni di donne, di giovani e di persone LGBT. Siamo venute da Antigua e Barbuda, Belize, Barbados, Bahamas, Guyana, St. Kitts-Nevis, Haiti, St. Lucia, St. Vincent, le Grenadine e Grenada.

Due cose erano importanti per noi: 1) l’attivismo femminista a livello regionale sulla salute sessuale e riproduttiva che può trarre alimento dalla revisione operativa di ICPD+20 (Nota della traduttrice: Trattasi del programma d’azione della Conferenza Internazionale su Popoli e Sviluppo. L’accordo siglato a Il Cairo nel 1994 prevedeva una durata dell’iniziativa pari a vent’anni, ma poiché essi stanno rapidamente giungendo a conclusione e molti obiettivi non sono stati raggiunti, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso un prolungamento ed appunto una revisione operativa di cui le NU discuteranno nel 2014.); 2) la mobilitazione femminista nella regione.

Vogliamo diventare parte di quel lavoro cui negli anni ’70 ed ’80 diedero inizio femministe caraibiche come Andaiye e Peggy Antrobus, che ci hanno fatto visita durante l’incontro.

AWID: Molte di voi hanno scritto dell’incontro in poesia oltre che in prosa. Anche del Forum di aprile 2012 di AWID alcune femministe dei Caraibi hanno scritto in poesia. Che posto ha la poesia nel femminismo caraibico?

TH: L’uso di poesie, disegni, canzoni e danze durante il nostro incontro era deliberato: ci è servito a ricordarci di onorare tutti gli aspetti di ciò che siamo. Una delle partecipanti è ingegnere meccanico, ma allo stesso tempo danzatrice, creatrice di filmati artistici e attivista comunitaria. Noi portiamo nel femminismo tutto quel che siamo e, nel farlo, stiamo cambiando il volto del femminismo nella regione.

AWID: Quali sono le istanze comuni che le giovani donne caraibiche si trovano davanti?

TH: Un modo per riassumerle è riflettere su donne e cittadinanza. Tracey Robinson, femminista giamaicana e studiosa di diritto, sottolinea che non solo le donne sono considerate cittadine di seconda classe, ma che la cittadinanza stessa è considerata secondaria per le donne. Le giovani sentono il peso di questa concezione della cittadinanza ancora di più: le giovani donne non sono considerate un soggetto politico. Ciò ha implicazioni sul loro status economico, sui loro diritti di salute sessuale e riproduttiva e sulle loro esperienze di molestie e violenza di genere.

AWID: E le differenze quali sono?

TH: I Caraibi non costituiscono uno spazio omogeneo. Ci sono diseguaglianze all’interno dei paesi e tra i paesi. Una delle partecipanti al nostro incontro, haitiana, ci ha ricordato che dopo il terremoto ad Haiti il crescente numero di organizzazioni non governative all’opera non ha prodotto risultati: la situazione sta invece peggiorando. Lei ha insistito sul fatto che non si può lavorare sui diritti di salute sessuale e riproduttiva se non si affrontano la necessità di migliorare lo status economico delle donne e le diseguaglianze geopolitiche che ne peggiorano le esistenze.

AWID: Che esempi ci sono nella regione per le giovani donne caraibiche che vogliano organizzarsi?

TH: Ci sono lezioni da apprendere da tutti i tentativi di mobilitazione femminista nella regione, inclusi quelli che hanno fallito e che sono in fase di stallo. Noi abbiamo deciso all’unanimità che abbiamo bisogno di dialogo fra le generazioni. Dobbiamo imparare dalle sfide e dai successi di organizzazioni di lungo corso come Red Thread (Filo Rosso) della Guyana, o il Collettivo Teatrale Sistren della Giamaica. Vogliamo anche imparare dai gruppi di più recente formazione, come l’Organizzazione produttiva per le donne in azione del Belize, che sta facendo lavoro trasformativo nelle comunità.

AWID: Che domande sono scaturite dall’incontro?

TH: In effetti ci siamo separate con più domande che risposte, e ciò dimostra che la conferenza è stata un successo! Che spinta iniziale diamo al movimento? Come affrontiamo la questione dei privilegi e come costruiamo un movimento inclusivo? In che modo ci diamo sostegno l’un l’altra? Qual è la piattaforma migliore per la mobilitazione femminista a livello regionale? Che risorse abbiamo già e come le utilizziamo?

AWID: E gli obiettivi?

TH: Abbiamo intrapreso immediatamente passi concreti in relazione ai nostri due obiettivi principali non appena l’incontro si è concluso. Ci siamo anche assunte la responsabilità di portare il fuoco-fyah alle nostre comunità e nazioni durante un evento annuale, e di documentarlo e condividerlo in tutta la regione. Stiamo rifinendo strategie e obiettivi a lungo termine e discutendo su come rendere il nostro lavoro sostenibile. Ci stiamo anche muovendo online per creare la rete “Prendi fuoco – Femminismo caraibico”.

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(Gabriela De Cicco per AWID intervista l’economista ecuadoriana Magdalena León di REMTE – Rete delle donne latino-americane per la trasformazione dell’economia, 20.1.2012, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

L’approccio del “ben vivere” (“buen vivir”, o “sumak kawsay” in Quechua) promuove la vita ed il bilanciamento fra esseri umani ed altri esseri viventi, di modo da coesistere in armonia con la natura. L’Ecuador, come la Bolivia, ha incluso ii concetto di “ben vivere” nella propria Costituzione ed entrambi i paesi considerano la natura come un’entità legale portatrice di diritti.

AWID: Per favore, parlaci dei processi che hanno condotto all’inclusione del “Buen Vivir” nella Costituzione ecuadoriana.

Magdalena León (ML): L’Assemblea Costituzionale dell’Ecuador redasse una Costituzione che passò per referendum nel settembre 2008. Creammo un’Assemblea Costituzionale con ampio mandato al fine di costruire nuove fondamenta per il paese. La nostra sfida era ricreare lo Stato ed avevamo un’agenda ambiziosa, che intendeva cambiarlo interamente. Fummo in grado di includere il “Buen Vivir” perché provenivamo da una traiettoria che aveva messo in questione non solo il neoliberismo, ma anche il sistema capitalistico nel suo insieme, a livello nazionale e regionale.
Quando pensammo all’Assemblea Costituente in Ecuador, con un cambiamento radicale al suo orizzonte, esaminammo non solo i saperi che avevamo accumulato noi, ma anche quelli della regione latino-americana, per essere in grado di identificare le istanze chiave che sarebbero state ridefinite da quell’orizzonte.

AWID: Una volta incluso nella Costituzione, quali furono i passi successivi?

ML: La fase dell’Assemblea Costituzionale fu un momento straordinario in Ecuador. Venivamo da un periodo di instabilità politica e di tali terribili fallimenti nel maneggio dell’economia e della politica da parte dei settori tradizionali, che erano perciò completamente screditati e l’intera società era concentrata sul trovare alternative: così, non fu difficile far passare la nuova Costituzione.
Al momento di decidere la propria agenda come governo, “Alianza País” – lo spettro di organizzazioni e movimenti ora al potere – si impegnò in un esercizio molto innovativo di costruzione collettiva, aggiungendo altre agende alla propria. Collezionarono proposte e alternative che non erano mai circolate tramite i canali convenzionali prima d’allora, neppure attraverso quelli della Sinistra, inclusa la diversità sessuale e agende radicali femministe. Ci chiedemmo: guardando con la lente femminista come sarebbe la proposta di ricreare lo Stato? Ed in qualche modo facemmo in modo di imprimere nella Costituzione la visione risultante.

AWID: Che impatto ha avuto la visione femminista sulla nuova Costituzione?

ML: Da un lato, nella parte della Costituzione che si occupa dei diritti umani abbiamo continuità, affermazione ed approfondimento, ma la novità stette nel ridefinire il sistema in cui avremmo vissuto. Abbiamo sostenuto con forza “Buen Vivir”, persino ridefinendo ciò che si identifica come lavoro ed i suoi scopi, nonché le definizioni di “sistema economico” e “regime economico”.
“Buen Vivir” trovò presto un’eco nella nostra visione femminista, poiché condividiamo la stessa visione della vita e della riproduzione della vita come asse al posto del mercato. Nella precedente Costituzione, il lavoro era inteso come impiego formale, mentre altre attività erano considerate informali. Abbiamo fatto in modo di ridefinire il lavoro, come attività che produce beni e servizi – sia nel mercato sia nella sfera pubblica – allargando lo scopo del diritto al lavoro e dei diritti correlati al lavoro. Tutte le forme di lavoro non pagato sono state riconosciute, e l’economia di cura è stata prevista in forma diretta o indiretta. L’economia è stata trasformata in sociale e solidale, considerando i diversi modi di organizzare la produzioni e la proprietà. Nella fase neoliberista le donne non erano invisibili, erano visibili ma legate ad un’agenda di anti-povertà, non ad un’agenda di definizioni economiche nel loro insieme. Questo è stato il salto che abbiamo fatto.

AWID: Dopo quasi quattro anni come stanno andando le cose e qual è il ruolo del movimento delle donne?

ML: Prima dell’Assemblea Costituzionale il movimento delle donne scelse di partecipare al processo trasformativo, usando l’opportunità per definire dove il paese stava andando e come. Abbiamo usato tutti gli spazi disponibili, ma senza avere abbastanza capacità. Ammetto che ci piacerebbe avere più abilità, più possibilità per produrre proposte fattibili e strumenti per rendere realizzabile questa grande e nuova visione, ma facciamo quel che possiamo in uno spazio di compartecipazione e contributo alle politiche pubbliche. Quel che sta accadendo nel movimento delle donne è simile a ciò che accade ad altri movimenti in periodi di aggiustamento del focus e di riposizionamento. Alcune si stanno ancora attenendo ad agende settoriali e non vedono che la nuova agenda è stata in grado di andare oltre.
La realtà è che il sistema capitalistico è ancora egemonico; settori che rappresentano il potere economico e politico sono stati colpiti, ma ci sono ancora. Il cambiamento non avviene senza contraddizioni e conflitti – e questo è il punto in cui siamo ora. Fino a che grado la Costituzione è stata recepita e implementata? Questa è l’agenda a lungo termine e dobbiamo avvantaggiarci di questo momento per compiere avanzamenti il più possibile, prima che altre forze ed altri interessi si riprendano.

AWID: Come proposta, il “ben vivere” si applica sia alle zone rurali sia a quelle urbane?

ML: Al Social Forum delle Americhe le nostre compañeras di São Paulo dicevano: “Suona grandioso, ma in che modo funziona in una città come la nostra?” E noi chiedevamo loro: “Non respirate, non consumate acqua e cibo ed energia? In questo modo avete relazione con gli elementi base della vostra vita.” Perché “Buen Vivir” è questo, è il mettere gli elementi base della vita al centro: la loro esistenza, la loro riproduzione, le condizioni in cui sono prodotti e come renderli sostenibili nel tempo. Ciò si applica alla contadina Mapuche che lavora la terra ed alla funzionaria di banca, così come ai loro corrispettivi maschili. Stiamo parlando dei processi della vita, degli elementi della vita e di come sono connessi al lavoro. Questo implica mettere il lavoro come asse portante e ci permette di rimettere in esso le istanze di cura, e le donne.
Le interpretazioni tradizionali vedevano il lavoro di cura come qualcosa di orribile che nessuno voleva fare; storicamente, è stato assegnato alle donne come obbligo. Ma se consideriamo il fatto che tutte le forme di vita hanno bisogno di cura (la vita umana, la natura, l’acqua, la terra) allora la cura diventa una categoria chiave e non c’è cura senza lavoro, perciò la nostra comprensione del lavoro cambia, non solo del lavoro non pagato, ma del lavoro in generale. Dobbiamo rivalutare il lavoro in tutte le sue forme e riesaminare come tali forme sono remunerate, nel mentre consideriamo altri modi di bilanciare la distribuzione del lavoro stesso. Allora possiamo ripensare le città, la vita urbana e la vita lavorativa industriale.

AWID: A livello di regione latino-americana come vedi le alternative ai modelli di sviluppo prevalenti? E che cooperazione può fornire l’Ecuador?

ML: Il recente “Summit di America Latina e Caraibi sull’Integrazione e lo Sviluppo” ha evidenziato l’eccezionale momento politico che stiamo vivendo, ma è anche una situazione fragile e potrebbe essere temporanea. Perciò i paesi latino-americani come l’Ecuador, il Venezuela e la Bolivia hanno il compito di dimostrare che un altro modello è praticabile ed è possibile.
Allo stesso tempo, la profondità dei cambiamenti a livello nazionale è assai dipendente dalle dinamiche regionali che contribuiscono ad un mutamento nella bilancia di potere per renderla più ampia e più globale. Per esempio a livello monetario, finanziario, i nostri dilemmi e problemi non possono essere risolti su base nazionale, ma necessitano di essere risolti su base regionale, e qui è determinante la nuova architettura finanziaria. Perché al di là di quanto indipendenti siamo nei singoli paesi, il grado di dipendenza del nostro sistema finanziario dal sistema economico internazionale pone un limite alle nostre aspirazioni se ci manca il sostegno di un progetto più regionale (o se manchiamo di farne parte), un progetto che generi linee guida e indicazioni su un differente bilanciamento del potere, rendendo i cambiamenti possibili.

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