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Jenny Lu, taiwanese (in immagine qui sopra) all’epoca studente d’arte a Londra, incontrò una giovane donna chiamata Anna durante un pranzo comunitario a Chinatown. “Veniva da un piccolo villaggio cinese e sembrava del tutto normale. – ricorda Jenny – Mi disse di essersi trasferita a Londra perché voleva una vita migliore.”

Poco dopo, nel 2009, Anna si suicidò nei pressi dell’aeroporto di Heathrow. Nessuno dei suoi amici e conoscenti, compresa Jenny, sapeva che Anna in Gran Bretagna c’era arrivata con un finto matrimonio – per cui la sua famiglia aveva pagato un prezzo salato – e che il suo lavoro consisteva nel prostituirsi in un salone per massaggi. E’ stata proprio Jenny a scoprirlo: devastata dal dolore per la morte di Anna ha intrapreso un difficile viaggio per tracciarne la storia e quel viaggio è divenuto il film “The Receptionist” (premiere a Taiwan venerdì prossimo e al Festival del Cinema di Edimburgo la settimana successiva).

Fra le donne che si prostituiscono nei saloni per massaggi, Jenny Lu ha trovato immigrate da tutta l’Asia; alcune sono arrivate a Londra tramite matrimoni pro-forma come quello di Anna, altre hanno falsi passaporti, altre ancora devono crescere figli da sole o erano arrivate per studiare e non hanno trovato il modo di mantenersi. Quelle che conoscevano Anna hanno raccontato a Jenny di come lavorasse duramente per ripagare il debito del finto matrimonio e sostenere la propria famiglia in Cina, compresi gli studi del fratello.

Nel film, la giovane regista ha messo tutto quel che ha visto e udito: donne che vivono come prigioniere, con le tende sempre tirate per paura di essere scoperte; donne che conoscono poco la lingua del paese in cui vivono e di Londra hanno visto a stento le strade più vicine al bordello; donne che sono sfruttate da ogni tipo di criminali e soggette a pestaggi, rapine e stupri se non pagano i soldi per la “protezione”: tanto i magnaccia sanno bene che non chiameranno mai la polizia a causa dei loro retroscena; donne soggette alle più incredibili brutalità da parte dei “clienti”… Questi ultimi pagano di media per una sessione di violenze (Nda: tale io considero il “sesso a pagamento”), sessuali e non, 120 euro: i proprietari del salone per massaggi trattengono dalla cifra – sempre di media – il 50/60%.

“Le attrici e gli attori non riuscivano a credere reale la sceneggiatura. – dice al proposito Jenny Lu – Così li ho portati a conoscere personalmente le donne di cui parlo.”

receptionist

Anna aveva 35 anni quando si è tolta la vita. Era in Gran Bretagna da due e veniva sfruttata dall’industria del sesso da uno. La sua famiglia continuava a chiedere danaro, il suo lavoro le risultava pesantissimo e inaccettabile, e quando tentò di farsi restituire i soldi che aveva prestato a una sedicente amica quest’ultima minacciò di far sapere ai familiari di Anna cosa lei faceva per vivere. Ogni sogno che Anna poteva aver nutrito lasciando il suo villaggio era finito in una discarica.

“Il messaggio che voglio mandare è questo. – attesta la regista – Anche quando ti allontani di molto dal sogno che hai nutrito per lungo tempo, voltati e guarda indietro da dove vieni, cos’era il tuo sogno iniziale. Molta gente dimentica. Molte delle donne di cui racconto le storie nel film non credono più di poter fare una vita diversa. Cercano persino di pensare il meno possibile.” Maria G. Di Rienzo

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(“Can we give this woman a medal or something? – Woman Drags Man To Police After He Gropes Her On Escalator”, di Chloe Tejada per Huffington Post Canada. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Possiamo darle una medaglia, o qualcosa del genere?

Una donna di Nanning, in Cina, sta ricevendo plauso per la sua reazione dopo che un uomo l’aveva palpata sulle scale mobili, questa settimana.

scale mobili

Il filmato tratto dalle telecamere di sorveglianza, che è diventato virale sui social media cinesi, mostra l’uomo che afferra la giovane donna da dietro mentre entrambi sono sulle scale mobili. Invece di lasciar perdere, la donna si gira, schiaffeggia il suo molestatore e procede nel trascinarlo per la camicia per tutte le scale sino alla polizia.

“Stavo per lasciare la metropolitana e la donna mi è apparsa di fronte. – ha detto l’uomo, secondo il Daily Mail – L’ho solo toccata una volta sul culo. Allora lei ha detto che era un’oscenità e mi ha trascinato dalla polizia.”

“Ero sulle scale mobili e lui era dietro di me. Mi ha preso per le natiche, perciò l’ho colpito.”, ha spiegato la donna. (Enormi complimenti, ragazza. Enormi. Complimenti.)

Secondo lo Shanghaiist, il video è diventato uno dei soggetti più popolari su Weibo e sembra alcune persone pensino che la donna non lo ha colpito abbastanza forte! (Noi pensiamo che avrebbe anche potuto dargli un calcio nelle balle.)

L’uomo è stato trattenuto dalla polizia per essere interrogato ulteriormente, secondo NextShark, e il video lo mostra portato via in manette.

Di base, questa donna è la nostra eroina.

P.S. Il video è qui: https://www.youtube.com/watch?v=E3fD1hdnOZY

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Il brano che segue proviene da un articolo più lungo e dettagliato di Anna Zobnina: “WOMEN, MIGRATION, AND PROSTITUTION IN EUROPE: NOT A SEX WORK STORY”, pubblicato da Dignity – Vol. 2 – Issue 1 – 2017, che potete leggere integralmente qui:

http://digitalcommons.uri.edu/dignity/vol2/iss1/1/

Anna Zobnina (in immagine) è la presidente della Rete Europea delle Donne Migranti, nonché una delle esperte dell’Istituto Europeo dell’Eguaglianza di Genere. E’ nata a San Pietroburgo in Russia e ha lavorato in precedenza come ricercatrice e analista per l’Istituto Mediterraneo degli Studi di Genere. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Anna Zobnina

Sin dall’inizio della più recente crisi umanitaria, a circa un milione di rifugiati è stato garantito asilo in Europa. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, nel 2016 oltre 360.000 profughi sono arrivati alle spiagge europee cercando rifugio. Di questa cifra, almeno 115.000 sono donne e bambine, incluse minori non accompagnate. Ciò che alcuni descrivono come una “crisi dei rifugiati” è, in molti modi, un fenomeno femminista: donne e le loro famiglie che scelgono la vita, la libertà e il benessere, opponendosi alla morte, all’oppressione e alla distruzione.

Tuttavia, l’Europa non è mai stata un luogo sicuro per le donne, in particolare per quelle che sono sole, povere e senza documenti. I campi profughi dominati dagli uomini, gestiti da personale dell’esercito e non equipaggiati con spazi divisi per sesso o materiale igienico di base per le donne, diventano velocemente ambienti altamente mascolinizzati dove la violenza sessuale e l’intimidazione delle donne proliferano. Di frequente le donne scompaiono dai campi profughi.

Come le appartenenti alla nostra rete riportano – ovvero le donne rifugiate stesse, che forniscono servizi nei campi – le richiedenti asilo hanno legittimamente paura di fare la doccia nelle strutture per ambo i sessi. Temono di essere molestate sessualmente e quando estranei che si fingono volontari dell’aiuto umanitario offrono loro di accedere a bagni in località “sicure” esterne al campo, le donne non tornano più. Sino a che una donna mancante non è stata identificata ufficialmente, è impossibile sapere se è stata trasportata altrove, se è riuscita a fuggire o se è morta. Ciò che noi, la Rete Europea delle Donne Migranti, sappiamo è che le donne della nostra comunità finiscono regolarmente in situazioni di sfruttamento, di cui matrimoni forzati, schiavitù domestica e prostituzione sono le forme più gravi.

Per capire ciò non è necessario consultare la polizia; tutto quel che dovete fare è camminare per le strade di Madrid, Berlino o Bruxelles. Bruxelles, la capitale dell’Europa, ove la Rete Europea delle Donne Migranti ha la propria sede principale, è una delle molte città europee dove la prostituzione è legalizzata. Se partendo dal suo “quartiere europeo”, l’area di lusso che ospita la clientela internazionale delle “escort di alto livello, andate verso Molenbeek – il famigerato “quartiere terrorista” dove vivono i migranti impoveriti e segregati per etnia – passerete per il distretto chiamato Alhambra. Là noterete gli uomini che si affrettano per le strade, tenendo bassi i volti. Evitano il contatto con gli occhi degli altri per non tradire la ragione per cui frequentano Alhambra: l’accesso alle donne che si prostituiscono. Molte di queste donne provengono delle ex colonie europee, da ciò che spesso è chiamato Terzo Mondo, o dalle più povere regioni dell’Europa stessa. Le donne che vengono dalla Russia, come me, sono pure abbondanti. Nel mentre le latino-americane, le africane e le asiatiche del sud-est sono facili da individuare sulle strade, le donne dell’est europeo sono difficili da raggiungere, poiché i loro “manager” le sorvegliano strettamente e le tengono distanti dagli spazi pubblici.

Si suppone che noi chiamiamo queste donne “sex workers”, ma la maggioranza di esse sarebbe sorpresa da tale descrizione occidentale e neoliberista di ciò che fanno. Questo perché la maggioranza delle donne migranti sopravvive alla prostituzione nel modo in cui si sopravvive a una carestia, a un disastro naturale o a una guerra. Non lavorano in situazioni simili. Un gran numero di queste donne possiede diplomi e abilità che vorrebbe usare in quelle che l’Unione Europea chiama “economie competenti”, ma le politiche restrittive delle leggi europee sul lavoro e la discriminazione etnica e sessuale nei confronti delle donne non permettono loro di accedere a questi impieghi. Il commercio di sesso, perciò, non è un luogo inusuale per trovare le donne migranti in Europa. Nel mentre alcune di esse sono identificate come vittime di traffico o di sfruttamento sessuale, la maggior parte no. Sulle strade e fuori dalle strade – nei club di spogliarello, nelle saune, nei locali per massaggi, negli alberghi e in appartamenti privati – ci sono migranti femmine che non soddisfano i criteri ufficialmente accettati e non hanno diritto ad alcun sostegno.

Nel 2015, la Commissione Europea riportò che delle 30.000 vittime registrate del traffico nell’Unione Europea in soli tre anni, dal 2010 al 2012, circa il 70% erano vittime di sfruttamento sessuale, con le donne e le minorenni che componevano il 95% di tale cifra. Oltre il 60% delle vittime erano state trafficate internamente da paesi come Romania, Bulgaria e Polonia. Le vittime dall’esterno dell’Unione Europea venivano per lo più da Nigeria, Brasile, Cina, Vietnam e Russia.

Questi sono i numeri ufficiali ottenuti tramite istituzioni ufficiali. Le definizioni del traffico di esseri umani sono notoriamente difficili da applicare e coloro che in prima linea forniscono servizi sanno che gli indicatori del traffico a stento riescono a coprire la gamma di casi in cui si imbattono, tanto le pratiche di sfruttamento, prostituzione e traffico sono radicate. Le grandi organizzazioni pro-diritti umani, inclusa Amnesty International, questo lo sanno bene. Pure, nel maggio 2016, Amnesty ha dato inizio alla sua politica internazionale che sostiene la decriminalizzazione della prostituzione. Tale politica patrocina tenutari di bordelli, magnaccia e compratori di sesso affinché diventino liberi attori nel libero mercato chiamato “lavoro sessuale”. Amnesty dichiara di aver basato la politica di decriminalizzazione su una “estesa consultazione in tutto il mondo”, ma non ha consultato i gruppi per i diritti umani quale è il nostro e che si sarebbe opposto. (…)

Secondo Amnesty, quel che proteggerebbe i “diritti lavorativi delle sex workers” è il garantire, per legge, il diritto dei maschi europei ad essere serviti sessualmente su basi commerciali, senza timore di azione giudiziaria. Amnesty precisa che la loro politica si applica solo a “adulti consenzienti”. Amnesty è contraria alla prostituzione di minori, che definisce stupro. Quel che Amnesty omette è che una volta la ragazza rifugiata sia istruita alla prostituzione, è improbabile arrivi ad avere risorse materiali e psicologiche per fuggire e denunciare i suoi sfruttatori. E’ molto più probabile che sarà condizionata ad accettare il “sex work”: e cioè l’etichetta che l’industria del sesso le ha assegnato. Il “lavoro sessuale” diverrà una parte inevitabile della sua sopravvivenza in Europa. In realtà, la linea netta che la politica di Amnesty traccia tra adulti consenzienti e minori sfruttate non esiste. Quel che esiste è la traiettoria di un individuo vulnerabile in cui l’abuso sessuale diventa normalizzato e si consente alla violenza sessuale.

L’invito di Amnesty alle donne più vulnerabili a acconsentire alla violenza e all’abuso della prostituzione è diventato possibile solo perché molti professionisti l’hanno abilitato. E’ diventato un truismo (Ndt: una cosa assolutamente palese e ovvia), ripetuto da accademici e ong, che la prostituzione sia una forma di impiego. Che il commercio di sesso sia chiamato la più antica professione del mondo è ora non solo politicamente corretto, ma la prospettiva obbligatoria da sostenere se ti curi dei diritti umani. Amnesty e i suoi alleati rassicurano anche tutti dicendo che la prostituzione è una scelta. Ammettono che non si tratta della prima scelta per chi ne ha altre, ma per i più marginalizzati e svantaggiati gruppi di donne è proposta come una via accettabile per uscire dalla povertà. In linea con questa posizione Kenneth Roth, il direttore esecutivo di Human Rights Watch ha dichiarato nel 2015: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?”

E’ anche divenuto largamente accettato dal settore dei diritti umani che a danneggiare le donne nella prostituzione è lo stigma. Anche se sappiamo tutti che è il trauma di sospendere la tua autonomia sessuale che occorre in ogni atto di prostituzione a danneggiare e che è il cliente maschio violento a uccidere. Se cercate fra le donne migranti una “sex worker” uccisa dallo stigma non la troverete mai: ciò che troverete è il compratore di sesso che l’ha assassinata, l’industria del sesso che ha creato l’ambiente atto a far accadere questo e i sostenitori dei diritti umani, come Amnesty, che hanno chiuso un occhio.

Le donne arrivano in Europa a causa di disperato bisogno economico e, in numero sempre crescente, temono per le loro vite. Se lasci la scrivania dove fai le ricerche e parli con le donne migranti – le donne arabe, le donne africane, le donne indiane, le donne che vengono da Filippine, Cina e Russia – la possibilità di trovarne una che descriva la prostituzione come “lavoro” è estremamente bassa. Questo perché il concetto di “sex work” non esiste nelle culture da cui noi proveniamo. Proprio come il resto del vocabolario neoliberista, è stato importato nel resto del mondo dalle economie occidentali capitaliste e spesso incanalato tramite l’aiuto umanitario, la riduzione del danno e i programmi di prevenzione per l’AIDS.

Una di queste economie capitaliste in Europa è la Germania, dove la soddisfazione sessuale maschile, proprio come le cure odontoiatriche, può essere apertamente acquistata. Il modello con cui la Germania regola la prostituzione è derivato dalla decriminalizzazione del commercio di sesso nella sua interezza, seguita dall’implementazione di alcune regole. In questo aperto mercato, i compratori di sesso e i magnaccia non sono riconosciuti ne’ come perpetratori ne’ come sfruttatori. Nel periodo fra il 6 e l’11 novembre 2016 quattro prostitute sono state assassinate in Germania. Sono state assassinate in sex club privati, appartamenti-bordello e in ciò che i tedeschi eufemisticamente chiamano “semoventi dell’amore”, cioè roulotte situate in località remote e non protette, gestite da magnaccia e visitate dai compratori di sesso. Almeno tre delle vittime sono state identificate come donne migranti (da Santo Domingo e dall’Ungheria) e per tutte e quattro i sospetti dell’omicidio sono i loro “clienti” maschi.

Stante l’evidenza schiacciante che la completa decriminalizzazione del commercio di sesso non protegge nessuno eccetto i compratori e i magnaccia, si potrebbe concludere che Amnesty, nel prendere la sua posizione, ha trovato l’analisi politica della discriminazione sessista, razzista e di classe che sostiene la prostituzione troppo difficile da affrontare. Ma la domanda che implora una risposta è questa: non sanno nemmeno cosa il sesso è? E’ improbabile che tutti i membri del consiglio direttivo di Amnesty siano casti; di sicuro, almeno alcuni di loro hanno fatto sesso e in tal caso devono sapere che il sesso accade quando ambo le parti coinvolte lo vogliono. Quando una delle due parti non vuole fare sesso, ciò che accade si chiama “esperienza sessuale indesiderata” il che, in termini legali, è molestia sessuale, abuso sessuale e stupro.

Questa violenza sessuale è ciò che la prostituzione è, e non fa alcuna differenza se lei “acconsente”. Il consenso, secondo le leggi europee, dev’essere dato volontariamente come risultato del libero arbitrio di una persona valutato nel contesto delle circostanze in cui si trova (Consiglio d’Europa, 2011). Il consenso non dovrebbe essere il risultato del privilegio sessuale maschile, che è parte delle norme patriarcali. Un atto sessuale non desiderato non diventa un’esperienza accettabile perché l’industria del sesso dice che è così. Non c’è alcun principio morale che lo rende tollerabile per chi è povera, disoccupata, priva di documenti, per chi fugge da una guerra o da un partner violento. (…)

Decriminalizzare la prostituzione normalizza le diseguaglianze di sesso, etnia e classe già incancrenite profondamente nelle società europee e di cui le donne soffrono già in maniera sproporzionata. Aumenta le barriere legali per ottenere impieghi dignitosi che la maggioranza delle donne migranti deve già affrontare, ignorando i loro talenti e derubandole di opportunità economiche. Quel che è peggio, strappa via ciò che persino le più povere e le più svantaggiate donne migranti portano con sé quando si imbarcano in viaggi pericolosi diretti in Europa: il nostro convincimento che una vita libera dalla violenza è possibile e la nostra determinazione a lottare per essa.

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(brano tratto da: “How Chinese feminists can inspire women to stand up to Trump”, di Leta Hong Fincher per “The Guardian”, 23 novembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Leta Hong Fincher è l’autrice di “Leftover Women: The Resurgence of Gender Inequality in China” e sta lavorando a un secondo libro sul movimento femminista cinese. L’immagine ritrae i volti delle cinque attiviste citate da Leta disposti in questo modo durante una manifestazione per la loro liberazione, tenutasi a Hong Kong lo scorso anno. Delle cinque avevo già parlato in questo pezzo:

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/03/19/questo-e-laspetto-di-una-femminista/ )

le-cinque-feminist-is-not-a-crime

La registrazione comincia con un suono graffiato e incerto, seguito da un profondo respiro e poi dai toni alti e chiari di una giovane donna che canta a cappella in cinese.

In una voce perfettamente intonata che risuona come una campana, Li Maizi – appena venticinquenne – canta la canzone di sfida che è divenuta l’inno del nuovo movimento femminista cinese, sull’aria “Do You Hear The People Sing” dal film Les Miserables, ma con nuovo testo:

Sei anche tu come me?

Noi crediamo in un mondo d’eguaglianza

Questa è una canzone di libertà e dignità

Una canzone per tutte le donne!

Li Maizi (il cui nome di nascita è Li Tingting), ha fatto circolare questa sua registrazione sui social media nell’aprile 2015, pochi giorni dopo essere stata rilasciata da oltre un mese di detenzione arbitraria da parte delle autorità cinesi assieme alle altre donne ormai note come “Le Cinque”: Wei Tingting, Zheng Churan, Wu Rongrong e Wang Man.

L’apparato della sicurezza cinese sta attuando una repressione senza precedenti nei confronti delle femministe del paese. Ma la canzone di Li Maizi ha annunciato al governo che nonostante gli abusi e le minacce che ha dovuto subire durante la sua prigionia, lei non è spezzata ed è pronta a reagire.

Alla vigilia del Giorno Internazionale delle Donne, nel 2015, agenti della sicurezza arrestarono la femminista e attivista per i diritti delle persone LGBTQ Wei Tingting, all’epoca 26enne, perché aveva in programma di distribuire adesivi contro le molestie sessuali in metropolitana e sugli autobus. Le confiscarono gli occhiali, di modo che non potesse vedere, e le portarono via gli stivali imbottiti, così che congelasse in una stanza per interrogatori a temperatura sotto lo zero in una stazione di polizia di Pechino.

Non volle permettere alla profonda tristezza di indebolirla, perciò si sistemò con le gambe in alto e cantò canzoni ad alta voce per far sapere alle altre donne arrestate che lei era lì, con loro. Posava l’orecchio sui muri della stanza in cui era in isolamento e quando sentiva le voci delle altre femministe arrestate risponderle gli spiriti di tutte si sollevavano: in un resoconto che ha scritto del suo periodo di detenzione, Wei Tingting descrive l’esperienza come “la gioia di fregare il Grande Fratello”.

Tutte le cinque femministe cinesi hanno sofferto gravi abusi psicologici e a volte fisici in prigione. Molte di più delle loro compagne femministe in tutta la Cina continuano a dover affrontare costante sorveglianza e molestie da uno stato patriarcale e autoritario.

Pure, queste donne trovano ispirazione nella solidarietà e sono più energiche che mai nella loro lotta per l’eguaglianza e la giustizia sociale.

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Non è un grande evento astronomico, ma sul piano delle associazioni simboliche è intrigante: la prossima luna piena (la Luna del Raccolto) sarà interessata da un’eclissi penombrale parziale il 16 settembre. Questo tipo di eclissi si presenta così:

penumbral-lunar-eclipse

E cioè, la “fettina” di luna in ombra sarà il massimo che riuscirete a vedere poco prima delle 21 – molte eclissi appartenenti alla categoria passano del tutto inosservate, anche se ammontano a circa un terzo del totale.

Le mitologie, in giro in per il mondo, tendono a dare un significato negativo alla temporanea “scomparsa” di sole e luna, e per quanto riguarda quest’ultima si associano all’eclissi disastri, carestie, malattie, decessi, deformità per i nascituri se le future madri guardano la luna “mutilata” eccetera.

Generalmente, in passato, si tentava di disperdere il fenomeno facendo rumore: per allontanare il giaguaro che stava ferendo la luna – Inca; per allontanare il drago che la stava consumando – Cina; per differire la possibilità di un terremoto – Giappone (l’associazione potrebbe non essere completamente un mito, data la maggior spinta gravitazionale durante un’eclissi di luna)…

Ancora oggi ci sono persone che fanno un gran chiasso durante un’eclissi di luna, ma la loro visione dell’evento è un po’ diversa: non sfasciano pentole, non battono sugli specchi, non sparano palle di cannone (come si fece in Cina sino al 19° secolo), semplicemente gridano per incoraggiare il sole e la luna a “smettere di litigare”. Si tratta del gruppo etnico Batammaliba che vive nel Togo e nel Benin. Costoro vedono l’eclissi di luna come un segnale dato alla comunità affinché essa si raduni e rancori e faide passino attraverso la discussione collettiva sino a trovare una soluzione, un momento in cui sciogliere i nodi che tengono le persone separate e ritrovare unità.

Anche nella cultura islamica c’è l’attitudine a guardare all’eclissi positivamente, come a una connessione con il divino che merita una preghiera speciale (salutul-kusaf) e una condotta rivolta ad atti di perdono e gentilezza.

Che ne dite, potremmo prendere a prestito questo tipo di atmosfera e dare il benvenuto all’eclissi del 16 settembre prossimo? La Luna del Raccolto già ci spinge alla gratitudine e al riconoscimento per quanto abbiamo ricevuto dalla Terra e dai nostri simili, in più si trova in Pesci, esaltando il simbolismo relativo all’acqua – la sorgente della vita. Noi stessi siamo fatti d’acqua (in media per il 60/65%) e ci è facile associarla allegoricamente alla nostra esistenza: le acque del parto, i fluidi nel nostro corpo, la circolazione del sangue.

Riconciliarsi e muoversi in avanti è più facile se si mima l’acqua, poiché essa prende la forma che le permette di andare oltre gli ostacoli per il sentiero che offre minor resistenza. Operare trasformazioni è più facile se ci si ispira all’acqua che continuamente si rinnova e passa attraverso vere e proprie metamorfosi (liquida, solida, vapore). E potremmo offrire qualche riflessione alle acque del nostro pianeta avvelenate e inquinate dall’abuso industriale, e decidere di essere agenti del cambiamento con le voci e i mezzi che abbiamo. Maria G. Di Rienzo

moon-altar

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Fra il 1910 e il 1940, i migranti cinesi che giungevano in America erano detenuti nella “Immigration Station” di Angel Island (l’Isola dell’Angelo) nella baia di San Francisco. Mentre aspettavano settimane e spesso mesi, separati per sesso, per sapere se potevano sbarcare, scrivevano poesie sulle pareti delle baracche. Quelle scritte dalle donne andarono perdute nell’incendio che distrusse la loro sezione (nell’immagine sottostante) e provocò la chiusura del centro.

angel island detainees

La poeta Teow Lim Goh, dopo aver fatto visita all’isola due volte e aver visto “una prigione nel mezzo di un bellissimo paesaggio”, ha compiuto una rigorosa ricerca e poi ha tentato di immaginare cosa quelle donne potevano aver scritto: ne è nata la raccolta di poesie “Islanders”.

I particolari sono diversi al giorno d’oggi, ma io vedo le stesse dinamiche in gioco nel nostro attuale sistema di trattare l’immigrazione e nei dibattiti che la circondano. – dice Teow Lim Goh – Le argomentazioni sono spesso semplicistiche e la logica seduttiva: Loro hanno infranto la legge e devono essere deportati. Noi siamo brave persone e loro sono pericolosi. Che si tratti delle leggi o delle richieste di esclusione di gruppi particolari, noi diamo priorità al nostro conforto e alla nostra fragilità senza badare alle conseguenze che tali azioni hanno sulle vite di altre persone. Le nostre politiche danno forma ai modi in cui viviamo e amiamo. Io spero che le storie che ho scritto ci inducano a parlare di più di questo.”

teow

Acts of Faith – Atti di fede (da “Islanders”, 2016, di Teow Lim Goh. Trad. Maria G. Di Rienzo)

Le donne recitano con lei,

le loro voci si sollevano e cadono,

lingue ingarbugliate in parole

che non comprendono ancora.

Non userai invano il nome

del Signore Dio tuo.

Lei guarda la bambina nell’angolo,

silenziosa, con gli occhi

che vanno alla deriva verso il mare.

Vorrebbe raccontarle

della terra dei liberi,

un regno di credenti,

dove i peccatori diventano salvatori.

Ma sa che nessuna parola

può salvare la vita a una bimba persa per la febbre,

non ci sono parole che possano mitigare

una prigione eterna.

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maggie

Margaret – ma tutti la conoscono come “Maggie” – Aderin-Pocock è nata il 9 marzo 1968 da genitori nigeriani in Gran Bretagna (il suo nome nigeriano, Ebunolowa, significa “dono divino”) e colà vive con il marito e la figlioletta Lauren nata nel 2010. Maggie è dislessica e durante la sua infanzia ha cambiato 13 scuole. Ciò non le ha impedito di laurearsi in fisica e in ingegneria meccanica, di diventare astronoma e ricercatrice universitaria e divulgatrice scientifica, di inventare una serie di strumenti per l’esplorazione dello spazio e di condurre, dal 2014, un programma televisivo della BBC che si chiama “Il cielo di notte”.

Un’altra delle sue “missioni” è ispirare le giovani generazioni a intraprendere carriere scientifiche: sino a ora ha parlato nelle scuole a circa 25.000 bambine/i, buttando all’aria un bel po’ di miti su genere e carriera. A interessarsi dello spazio cosmico ha cominciato precocemente: quando, da piccolina, vedeva un programma di pupazzi animati in televisione, “The Clangers” (nell’immagine).

clangers

I Clangers sono topolini alieni che vivono su e all’interno di un piccolo pianeta somigliante alla Luna, parlano in fischi e mangiano zuppa verde e budino a strisce blu: la serie originale andò in onda dal 1969 al 1974, ma nel 2015 una nuova serie è stata realizzata – e ha vinto anche qualche premio. Maggie ha dato una mano a quest’ultima produzione: “Ho filmato qualche scena con loro. A un certo punto alzavano lo sguardo verso di me e dicevano Ciao, Maggie! nei loro fischi sottili e mi è venuto da piangere, perché la bimba di tre anni dentro di me era così felice di averli finalmente incontrati!”

Una volta Maggie ebbe a dire che andrà in pensione su Marte, ma neppure da vecchietta intende riposare: “Non mi ci vedo a star seduta senza far niente. Andrei in giro per Marte a indagare sulle cose. Cercherei di scoprire cosa è successo al pianeta, perché in passato aveva un’atmosfera densa e un bel po’ di acqua corrente.”

E lo studio dello spazio che fa dalla Terra, a che serve? “Molti dei detector nello spazio stanno guardando le stelle, ma ci sono migliaia di satelliti che si occupano della Terra e hanno usi molteplici. Ho lavorato sui satelliti per l’Agenzia Spaziale Europea affinché misurino la fotosintesi di enormi masse di piante. I satelliti possono anche misurare la composizione del suolo e dire se manca di determinati minerali, possono coordinare i soccorsi durante i disastri naturali, possono monitorare i movimenti di truppe e prevenire crimini di guerra, hanno possibilità illimitate.”

Eeeeh le donne moderne che vogliono invadere i campi maschili… starnazza a questo punto qualche papero lettore: è il periodo degli amori, per i paperi, ed è facile che il testosterone gli stia “battendo in testa”. Comunque, è quel che dicevano all’astronoma cinese Wang Zhenyi, nata nel 1768.

chinese astronomer

In un periodo in cui un’eclissi era ancora vista dalla maggior parte delle persone come manifestazione dell’ira degli dei, Zhenyi scrisse un libro in cui diceva pianamente, spiegandolo con calcoli considerati assai accurati per il suo tempo: “In effetti, signori, la causa è la Luna” (ne scrisse una quarantina, di libri, su vari argomenti scientifici). Era anche una brillante matematica, versata in geografia e medicina e, come Maggie, aveva il pallino della divulgatrice. I suoi contributi al sapere scientifico sono riconosciuti ancora oggi, tanto che nel 1994 l’Unione Astronomica Internazionale ha dato il suo nome a un cratere di Venere.

Wang Zhenyi era anche una poeta. Ai versi, e alle lettere, affidava i suoi concetti sulla relazione fra donne, uomini e scienza:

E’ un fatto accertato

che le donne sono eguali agli uomini;

non siete ancora convinti

che le figlie sanno essere eroiche?

E ancora: “Quando si parla di apprendimento e scienza, la gente non pensa alle donne. Dicono che le donne devono solo cucinare e cucire e non dovrebbero scrivere articoli per la pubblicazione, studiare storia, comporre versi o fare calligrafia. Ma uomini e donne sono entrambi esseri umani, che hanno le stesse ragioni per studiare.” Suo marito la pensava come lei e Wang Zhenyi ebbe un matrimonio assai felice.

Eeeeh ma questa donna era un’eccezione… e poi nel 1700/1800 possiamo già dire che è una donna moderna e sta invadendo un campo maschile… “quaqueggia” ancora l’oco lettore. Però abbiamo un problema: la prima poeta (nota) della storia umana, Enheduanna – 2285/2250 BCE – alta sacerdotessa del dio lunare Nanna nella città-stato sumera di Ur e quindi anche una delle prime astronome (le sacerdotesse stabilivano eventi, semine e raccolti, festività, guerra e pace studiando i cieli), quando moderna e “invadente” era? Maria G. Di Rienzo

enheduanna

(Enheduanna è la seconda da sinistra)

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