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baopu soft heart

In piedi all’inizio di un anno straordinario

oso essere tenera di nuovo.

Per tutta la mia vita, ho tentato di restare protetta. Di essere impermeabile.

Ma sono tenera. E sarò libera.

Io sono ciò che sono.

Nulla di più, nulla di meno.

Cuore tenero

Yao Xiao, l’Autrice della tavola riprodotta sopra, è un’illustratrice nata in Cina che vive a New York.

“Baopu” è un fumetto che appare mensilmente su Autostraddle. Il significato della parola, che indica un ideale taoista, è “abbracciare la semplicità / attenersi alla semplicità”. Maria G. Di Rienzo

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Il travestimento perfetto

(“Acupunture”, di Luljeta Lleshanaku – in immagine – poeta contemporanea albanese, trad. Maria G. Di Rienzo. Il lavoro dell’Autrice, una dozzina di raccolte di poesie, è stato sino ad ora tradotto in inglese, francese, tedesco e slovacco.)

luljeta

AGOPUNTURA

Fra gli oggetti personali all’interno di una tomba cinese vecchia 2.100 anni,

gli archeologi trovarono nove aghi per agopuntura,

quattro d’oro e cinque d’argento.

Molto prima di sapere perché,

gli antichi medici sapevano che il dolore

dev’essere combattuto con il dolore.

E’ molto semplice: una serie di aghi che ti pungono il braccio

per un giusto funzionamento di cuore e polmoni.

Aghi nei piedi per dar sollievo a insonnia e stress.

Aghi in mezzo agli occhi per contrastare l’infertilità.

Un piccolo dolore qui,

e l’effetto si sente da qualche altra parte.

Una volta, un gruppo di esploratori piantò una bandiera al Polo Sud,

un ago nel calcagno del globo, nel mezzo del nulla.

Ma prima che la missione fosse compiuta

una nuova guerra mondiale era iniziata.

L’impatto dell’ago fu sentito nel cervello del mondo,

nel lobo responsabile per la memoria a breve termine.

Quando la Russia usò l’ideologia come agopuntura – un ago sopra gli Urali –

ciò ebbe impatto sul pancreas e sul controllo dello zucchero nel sangue:

l’America pagò dieci volte tanto il whiskey durante il Proibizionismo,

e negli uffici postali, copie dell’Ulisse

“immorale” di Joyce erano immagazzinate per il rogo.

L’universo funziona come un unico corpo. Stelle formano linee di aghi

attentamente appuntati su un’ampia schiena pelosa.

Il loro impatto si sente nel tratto digestivo, ogni giorno

un nuovo inizio. Come puoi iniziare un nuovo giorno

senza aver assorbito completamente le proteine di ieri?

Ero una bambina quando il mio primo insegnante

sbagliò a pronunciare il mio cognome due volte. Ciò mi punse

come un ago.

Un piccolo ago nel lobo dell’orecchio. E all’improvviso

la mia vista si schiarì –

vidi la poesia,

il travestimento perfetto.

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rice bunny

Come probabilmente già sapete, il governo cinese sta tentando di esercitare un ferreo controllo sui social media, timoroso dei contenuti “dissidenti” o semplicemente critici. Le femministe non sono escluse, anzi. Poco dopo l’8 marzo, Sina Weibo – una piattaforma simile a Twitter – ha chiuso “Voci Femministe” in faccia alle/ai sue/suoi 180.000 seguaci. Nel giro di un paio d’ore anche il relativo account su un servizio di messaggistica privata è stato cancellato. Le motivazioni fornite sono vaghe (“violazione delle regole”) e a tutt’oggi gli spazi virtuali non sono stati restaurati.

Per quel che riguarda #MeToo, il movimento è esploso in Cina dopo che una giovane donna, Luo Xixi, ha condiviso su Weibo le vicende relative all’assalto sessuale da lei subito da parte di un suo ex insegnante universitario: gli “anch’io” sono rapidamente diventati talmente tanti che, per tutta risposta, Weibo ha cancellato l’hashtag. Ma le femministe cinesi stanno aggirando il bando. L’immagine sopra mostra come: l’hashtag è diventato “Riso/Coniglio” (“coniglio del riso”) e viene espresso con gli emoji. Pronunciate ad alta voce, le parole diventano “mi tu” e non lasciano dubbi.

Maria G. Di Rienzo

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L’ultimo libretto pubblicitario dell’Ikea (valido fino al luglio 2018) che mi è arrivato nella cassetta della posta è decorato da slogan accattivanti quali “Facciamo spazio alla tua voglia di cambiare”, “Facciamo spazio al modo di vivere di ciascuno”, “Crea lo spazio dove esprimere chi sei” e così via.

Ma questa attitudine che suggerisce armonia e accettazione delle differenze è così superficiale e leggera che la sua flessibilità si spinge a tollerare discriminazioni umilianti: purché siano le donne a doverle subire.

In questi giorni, sommersi dalle proteste sui social media, i responsabili di Ikea-Cina hanno dovuto ritirare uno spot televisivo di 30 secondi (una sua immagine è qui sotto).

Ikea china

La storia andava così: una madre arrabbiata dice severamente alla figlia “Se non sei in grado di portare qui un fidanzato, non chiamarmi più mamma.” Nella cultura cinese ciò si traduce “Ti disconosco come figlia, ti rinnego, ti ripudio, non fai più parte della famiglia”. La figlia esibisce all’annuncio una faccia funerea e disperata, ma per fortuna (???) un giovane uomo con un mazzo di fiori appare sulla porta e i genitori deliziati di lei cominciano ad apparecchiare la tavola con stoviglie e decorazioni dell’Ikea. Lo slogan finale suggerisce di “celebrare la vita quotidiana”.

Tutta la menata si basa sulla stigmatizzazione, in atto in Cina, delle giovani donne non sposate prima dei trent’anni. In genere sono donne che hanno una professione stabile e/o un alto livello di istruzione, ma le chiamano “donne scartate” (con il significato di residui, rimanenze, avanzi)… perché vivono benissimo senza marito e – com’è probabile – vivono benissimo anche senza gli accessori Ikea: tant’è che hanno immediatamente chiamato al boicottaggio dei suoi prodotti. Come detto, lo spot è stato rimosso da tutti e quattro i canali televisivi su cui andava in onda e l’Ikea si è scusata pubblicamente.

C’è da aggiungere che nel luglio scorso i produttori delle automobili Audi, sempre in Cina, erano riusciti a fare di peggio: la loro pubblicità paragonava l’acquistare una macchina di seconda mano al controllare minuziosamente difetti e pregi di una ragazza in abito da sposa. Anche in questo caso, la rivolta da parte delle potenziali consumatrici e dei potenziali consumatori è stata immediata.

Forse la divisione marketing dell’Ikea dovrebbe capire che il multiculturalismo non significa avallo di qualsiasi violazione dei diritti umani, purché sia praticata in modo vasto nella società. Altrimenti, sarebbe lecito dirigere la prossima campagna all’Isis mostrando che i coltelli Ikea sono perfetti per sgozzare qualcuno…

Gli standard etici valgono ovunque. Le donne sono esseri umani a pieno titolo ovunque e ovunque hanno diritto al rispetto e a rappresentazioni che rivestano un minimo di dignità. Non sono, parafrasando Douglas Adams e la sua divisione marketing della Società Cibernetica Sirio, “Le amichette di carne con cui è bello stare” e i pubblicitari possono – e sicuramente dovrebbero – fare di meglio: “La Guida galattica per gli autostoppisti definisce la divisione marketing della Società Cibernetica Sirio un branco di idioti rompiballe che saranno i primi a essere messi al muro quando verrà la rivoluzione (…) Curiosamente, un’edizione dell’Enciclopedia Galattica che per un caso fortunato è stata portata da una dimensione temporale di mille anni avanti nel futuro, definisce la divisione marketing della Società Cibernetica Sirio un branco di idioti rompiballe che sono stati i primi a essere messi al muro quando c’è stata la rivoluzione.” (aut. cit., “Guida galattica per gli autostoppisti”)

Maria G. Di Rienzo

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jenny

Jenny Lu, taiwanese (in immagine qui sopra) all’epoca studente d’arte a Londra, incontrò una giovane donna chiamata Anna durante un pranzo comunitario a Chinatown. “Veniva da un piccolo villaggio cinese e sembrava del tutto normale. – ricorda Jenny – Mi disse di essersi trasferita a Londra perché voleva una vita migliore.”

Poco dopo, nel 2009, Anna si suicidò nei pressi dell’aeroporto di Heathrow. Nessuno dei suoi amici e conoscenti, compresa Jenny, sapeva che Anna in Gran Bretagna c’era arrivata con un finto matrimonio – per cui la sua famiglia aveva pagato un prezzo salato – e che il suo lavoro consisteva nel prostituirsi in un salone per massaggi. E’ stata proprio Jenny a scoprirlo: devastata dal dolore per la morte di Anna ha intrapreso un difficile viaggio per tracciarne la storia e quel viaggio è divenuto il film “The Receptionist” (premiere a Taiwan venerdì prossimo e al Festival del Cinema di Edimburgo la settimana successiva).

Fra le donne che si prostituiscono nei saloni per massaggi, Jenny Lu ha trovato immigrate da tutta l’Asia; alcune sono arrivate a Londra tramite matrimoni pro-forma come quello di Anna, altre hanno falsi passaporti, altre ancora devono crescere figli da sole o erano arrivate per studiare e non hanno trovato il modo di mantenersi. Quelle che conoscevano Anna hanno raccontato a Jenny di come lavorasse duramente per ripagare il debito del finto matrimonio e sostenere la propria famiglia in Cina, compresi gli studi del fratello.

Nel film, la giovane regista ha messo tutto quel che ha visto e udito: donne che vivono come prigioniere, con le tende sempre tirate per paura di essere scoperte; donne che conoscono poco la lingua del paese in cui vivono e di Londra hanno visto a stento le strade più vicine al bordello; donne che sono sfruttate da ogni tipo di criminali e soggette a pestaggi, rapine e stupri se non pagano i soldi per la “protezione”: tanto i magnaccia sanno bene che non chiameranno mai la polizia a causa dei loro retroscena; donne soggette alle più incredibili brutalità da parte dei “clienti”… Questi ultimi pagano di media per una sessione di violenze (Nda: tale io considero il “sesso a pagamento”), sessuali e non, 120 euro: i proprietari del salone per massaggi trattengono dalla cifra – sempre di media – il 50/60%.

“Le attrici e gli attori non riuscivano a credere reale la sceneggiatura. – dice al proposito Jenny Lu – Così li ho portati a conoscere personalmente le donne di cui parlo.”

receptionist

Anna aveva 35 anni quando si è tolta la vita. Era in Gran Bretagna da due e veniva sfruttata dall’industria del sesso da uno. La sua famiglia continuava a chiedere danaro, il suo lavoro le risultava pesantissimo e inaccettabile, e quando tentò di farsi restituire i soldi che aveva prestato a una sedicente amica quest’ultima minacciò di far sapere ai familiari di Anna cosa lei faceva per vivere. Ogni sogno che Anna poteva aver nutrito lasciando il suo villaggio era finito in una discarica.

“Il messaggio che voglio mandare è questo. – attesta la regista – Anche quando ti allontani di molto dal sogno che hai nutrito per lungo tempo, voltati e guarda indietro da dove vieni, cos’era il tuo sogno iniziale. Molta gente dimentica. Molte delle donne di cui racconto le storie nel film non credono più di poter fare una vita diversa. Cercano persino di pensare il meno possibile.” Maria G. Di Rienzo

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(“Can we give this woman a medal or something? – Woman Drags Man To Police After He Gropes Her On Escalator”, di Chloe Tejada per Huffington Post Canada. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Possiamo darle una medaglia, o qualcosa del genere?

Una donna di Nanning, in Cina, sta ricevendo plauso per la sua reazione dopo che un uomo l’aveva palpata sulle scale mobili, questa settimana.

scale mobili

Il filmato tratto dalle telecamere di sorveglianza, che è diventato virale sui social media cinesi, mostra l’uomo che afferra la giovane donna da dietro mentre entrambi sono sulle scale mobili. Invece di lasciar perdere, la donna si gira, schiaffeggia il suo molestatore e procede nel trascinarlo per la camicia per tutte le scale sino alla polizia.

“Stavo per lasciare la metropolitana e la donna mi è apparsa di fronte. – ha detto l’uomo, secondo il Daily Mail – L’ho solo toccata una volta sul culo. Allora lei ha detto che era un’oscenità e mi ha trascinato dalla polizia.”

“Ero sulle scale mobili e lui era dietro di me. Mi ha preso per le natiche, perciò l’ho colpito.”, ha spiegato la donna. (Enormi complimenti, ragazza. Enormi. Complimenti.)

Secondo lo Shanghaiist, il video è diventato uno dei soggetti più popolari su Weibo e sembra alcune persone pensino che la donna non lo ha colpito abbastanza forte! (Noi pensiamo che avrebbe anche potuto dargli un calcio nelle balle.)

L’uomo è stato trattenuto dalla polizia per essere interrogato ulteriormente, secondo NextShark, e il video lo mostra portato via in manette.

Di base, questa donna è la nostra eroina.

P.S. Il video è qui: https://www.youtube.com/watch?v=E3fD1hdnOZY

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Il brano che segue proviene da un articolo più lungo e dettagliato di Anna Zobnina: “WOMEN, MIGRATION, AND PROSTITUTION IN EUROPE: NOT A SEX WORK STORY”, pubblicato da Dignity – Vol. 2 – Issue 1 – 2017, che potete leggere integralmente qui:

http://digitalcommons.uri.edu/dignity/vol2/iss1/1/

Anna Zobnina (in immagine) è la presidente della Rete Europea delle Donne Migranti, nonché una delle esperte dell’Istituto Europeo dell’Eguaglianza di Genere. E’ nata a San Pietroburgo in Russia e ha lavorato in precedenza come ricercatrice e analista per l’Istituto Mediterraneo degli Studi di Genere. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Anna Zobnina

Sin dall’inizio della più recente crisi umanitaria, a circa un milione di rifugiati è stato garantito asilo in Europa. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, nel 2016 oltre 360.000 profughi sono arrivati alle spiagge europee cercando rifugio. Di questa cifra, almeno 115.000 sono donne e bambine, incluse minori non accompagnate. Ciò che alcuni descrivono come una “crisi dei rifugiati” è, in molti modi, un fenomeno femminista: donne e le loro famiglie che scelgono la vita, la libertà e il benessere, opponendosi alla morte, all’oppressione e alla distruzione.

Tuttavia, l’Europa non è mai stata un luogo sicuro per le donne, in particolare per quelle che sono sole, povere e senza documenti. I campi profughi dominati dagli uomini, gestiti da personale dell’esercito e non equipaggiati con spazi divisi per sesso o materiale igienico di base per le donne, diventano velocemente ambienti altamente mascolinizzati dove la violenza sessuale e l’intimidazione delle donne proliferano. Di frequente le donne scompaiono dai campi profughi.

Come le appartenenti alla nostra rete riportano – ovvero le donne rifugiate stesse, che forniscono servizi nei campi – le richiedenti asilo hanno legittimamente paura di fare la doccia nelle strutture per ambo i sessi. Temono di essere molestate sessualmente e quando estranei che si fingono volontari dell’aiuto umanitario offrono loro di accedere a bagni in località “sicure” esterne al campo, le donne non tornano più. Sino a che una donna mancante non è stata identificata ufficialmente, è impossibile sapere se è stata trasportata altrove, se è riuscita a fuggire o se è morta. Ciò che noi, la Rete Europea delle Donne Migranti, sappiamo è che le donne della nostra comunità finiscono regolarmente in situazioni di sfruttamento, di cui matrimoni forzati, schiavitù domestica e prostituzione sono le forme più gravi.

Per capire ciò non è necessario consultare la polizia; tutto quel che dovete fare è camminare per le strade di Madrid, Berlino o Bruxelles. Bruxelles, la capitale dell’Europa, ove la Rete Europea delle Donne Migranti ha la propria sede principale, è una delle molte città europee dove la prostituzione è legalizzata. Se partendo dal suo “quartiere europeo”, l’area di lusso che ospita la clientela internazionale delle “escort di alto livello, andate verso Molenbeek – il famigerato “quartiere terrorista” dove vivono i migranti impoveriti e segregati per etnia – passerete per il distretto chiamato Alhambra. Là noterete gli uomini che si affrettano per le strade, tenendo bassi i volti. Evitano il contatto con gli occhi degli altri per non tradire la ragione per cui frequentano Alhambra: l’accesso alle donne che si prostituiscono. Molte di queste donne provengono delle ex colonie europee, da ciò che spesso è chiamato Terzo Mondo, o dalle più povere regioni dell’Europa stessa. Le donne che vengono dalla Russia, come me, sono pure abbondanti. Nel mentre le latino-americane, le africane e le asiatiche del sud-est sono facili da individuare sulle strade, le donne dell’est europeo sono difficili da raggiungere, poiché i loro “manager” le sorvegliano strettamente e le tengono distanti dagli spazi pubblici.

Si suppone che noi chiamiamo queste donne “sex workers”, ma la maggioranza di esse sarebbe sorpresa da tale descrizione occidentale e neoliberista di ciò che fanno. Questo perché la maggioranza delle donne migranti sopravvive alla prostituzione nel modo in cui si sopravvive a una carestia, a un disastro naturale o a una guerra. Non lavorano in situazioni simili. Un gran numero di queste donne possiede diplomi e abilità che vorrebbe usare in quelle che l’Unione Europea chiama “economie competenti”, ma le politiche restrittive delle leggi europee sul lavoro e la discriminazione etnica e sessuale nei confronti delle donne non permettono loro di accedere a questi impieghi. Il commercio di sesso, perciò, non è un luogo inusuale per trovare le donne migranti in Europa. Nel mentre alcune di esse sono identificate come vittime di traffico o di sfruttamento sessuale, la maggior parte no. Sulle strade e fuori dalle strade – nei club di spogliarello, nelle saune, nei locali per massaggi, negli alberghi e in appartamenti privati – ci sono migranti femmine che non soddisfano i criteri ufficialmente accettati e non hanno diritto ad alcun sostegno.

Nel 2015, la Commissione Europea riportò che delle 30.000 vittime registrate del traffico nell’Unione Europea in soli tre anni, dal 2010 al 2012, circa il 70% erano vittime di sfruttamento sessuale, con le donne e le minorenni che componevano il 95% di tale cifra. Oltre il 60% delle vittime erano state trafficate internamente da paesi come Romania, Bulgaria e Polonia. Le vittime dall’esterno dell’Unione Europea venivano per lo più da Nigeria, Brasile, Cina, Vietnam e Russia.

Questi sono i numeri ufficiali ottenuti tramite istituzioni ufficiali. Le definizioni del traffico di esseri umani sono notoriamente difficili da applicare e coloro che in prima linea forniscono servizi sanno che gli indicatori del traffico a stento riescono a coprire la gamma di casi in cui si imbattono, tanto le pratiche di sfruttamento, prostituzione e traffico sono radicate. Le grandi organizzazioni pro-diritti umani, inclusa Amnesty International, questo lo sanno bene. Pure, nel maggio 2016, Amnesty ha dato inizio alla sua politica internazionale che sostiene la decriminalizzazione della prostituzione. Tale politica patrocina tenutari di bordelli, magnaccia e compratori di sesso affinché diventino liberi attori nel libero mercato chiamato “lavoro sessuale”. Amnesty dichiara di aver basato la politica di decriminalizzazione su una “estesa consultazione in tutto il mondo”, ma non ha consultato i gruppi per i diritti umani quale è il nostro e che si sarebbe opposto. (…)

Secondo Amnesty, quel che proteggerebbe i “diritti lavorativi delle sex workers” è il garantire, per legge, il diritto dei maschi europei ad essere serviti sessualmente su basi commerciali, senza timore di azione giudiziaria. Amnesty precisa che la loro politica si applica solo a “adulti consenzienti”. Amnesty è contraria alla prostituzione di minori, che definisce stupro. Quel che Amnesty omette è che una volta la ragazza rifugiata sia istruita alla prostituzione, è improbabile arrivi ad avere risorse materiali e psicologiche per fuggire e denunciare i suoi sfruttatori. E’ molto più probabile che sarà condizionata ad accettare il “sex work”: e cioè l’etichetta che l’industria del sesso le ha assegnato. Il “lavoro sessuale” diverrà una parte inevitabile della sua sopravvivenza in Europa. In realtà, la linea netta che la politica di Amnesty traccia tra adulti consenzienti e minori sfruttate non esiste. Quel che esiste è la traiettoria di un individuo vulnerabile in cui l’abuso sessuale diventa normalizzato e si consente alla violenza sessuale.

L’invito di Amnesty alle donne più vulnerabili a acconsentire alla violenza e all’abuso della prostituzione è diventato possibile solo perché molti professionisti l’hanno abilitato. E’ diventato un truismo (Ndt: una cosa assolutamente palese e ovvia), ripetuto da accademici e ong, che la prostituzione sia una forma di impiego. Che il commercio di sesso sia chiamato la più antica professione del mondo è ora non solo politicamente corretto, ma la prospettiva obbligatoria da sostenere se ti curi dei diritti umani. Amnesty e i suoi alleati rassicurano anche tutti dicendo che la prostituzione è una scelta. Ammettono che non si tratta della prima scelta per chi ne ha altre, ma per i più marginalizzati e svantaggiati gruppi di donne è proposta come una via accettabile per uscire dalla povertà. In linea con questa posizione Kenneth Roth, il direttore esecutivo di Human Rights Watch ha dichiarato nel 2015: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?”

E’ anche divenuto largamente accettato dal settore dei diritti umani che a danneggiare le donne nella prostituzione è lo stigma. Anche se sappiamo tutti che è il trauma di sospendere la tua autonomia sessuale che occorre in ogni atto di prostituzione a danneggiare e che è il cliente maschio violento a uccidere. Se cercate fra le donne migranti una “sex worker” uccisa dallo stigma non la troverete mai: ciò che troverete è il compratore di sesso che l’ha assassinata, l’industria del sesso che ha creato l’ambiente atto a far accadere questo e i sostenitori dei diritti umani, come Amnesty, che hanno chiuso un occhio.

Le donne arrivano in Europa a causa di disperato bisogno economico e, in numero sempre crescente, temono per le loro vite. Se lasci la scrivania dove fai le ricerche e parli con le donne migranti – le donne arabe, le donne africane, le donne indiane, le donne che vengono da Filippine, Cina e Russia – la possibilità di trovarne una che descriva la prostituzione come “lavoro” è estremamente bassa. Questo perché il concetto di “sex work” non esiste nelle culture da cui noi proveniamo. Proprio come il resto del vocabolario neoliberista, è stato importato nel resto del mondo dalle economie occidentali capitaliste e spesso incanalato tramite l’aiuto umanitario, la riduzione del danno e i programmi di prevenzione per l’AIDS.

Una di queste economie capitaliste in Europa è la Germania, dove la soddisfazione sessuale maschile, proprio come le cure odontoiatriche, può essere apertamente acquistata. Il modello con cui la Germania regola la prostituzione è derivato dalla decriminalizzazione del commercio di sesso nella sua interezza, seguita dall’implementazione di alcune regole. In questo aperto mercato, i compratori di sesso e i magnaccia non sono riconosciuti ne’ come perpetratori ne’ come sfruttatori. Nel periodo fra il 6 e l’11 novembre 2016 quattro prostitute sono state assassinate in Germania. Sono state assassinate in sex club privati, appartamenti-bordello e in ciò che i tedeschi eufemisticamente chiamano “semoventi dell’amore”, cioè roulotte situate in località remote e non protette, gestite da magnaccia e visitate dai compratori di sesso. Almeno tre delle vittime sono state identificate come donne migranti (da Santo Domingo e dall’Ungheria) e per tutte e quattro i sospetti dell’omicidio sono i loro “clienti” maschi.

Stante l’evidenza schiacciante che la completa decriminalizzazione del commercio di sesso non protegge nessuno eccetto i compratori e i magnaccia, si potrebbe concludere che Amnesty, nel prendere la sua posizione, ha trovato l’analisi politica della discriminazione sessista, razzista e di classe che sostiene la prostituzione troppo difficile da affrontare. Ma la domanda che implora una risposta è questa: non sanno nemmeno cosa il sesso è? E’ improbabile che tutti i membri del consiglio direttivo di Amnesty siano casti; di sicuro, almeno alcuni di loro hanno fatto sesso e in tal caso devono sapere che il sesso accade quando ambo le parti coinvolte lo vogliono. Quando una delle due parti non vuole fare sesso, ciò che accade si chiama “esperienza sessuale indesiderata” il che, in termini legali, è molestia sessuale, abuso sessuale e stupro.

Questa violenza sessuale è ciò che la prostituzione è, e non fa alcuna differenza se lei “acconsente”. Il consenso, secondo le leggi europee, dev’essere dato volontariamente come risultato del libero arbitrio di una persona valutato nel contesto delle circostanze in cui si trova (Consiglio d’Europa, 2011). Il consenso non dovrebbe essere il risultato del privilegio sessuale maschile, che è parte delle norme patriarcali. Un atto sessuale non desiderato non diventa un’esperienza accettabile perché l’industria del sesso dice che è così. Non c’è alcun principio morale che lo rende tollerabile per chi è povera, disoccupata, priva di documenti, per chi fugge da una guerra o da un partner violento. (…)

Decriminalizzare la prostituzione normalizza le diseguaglianze di sesso, etnia e classe già incancrenite profondamente nelle società europee e di cui le donne soffrono già in maniera sproporzionata. Aumenta le barriere legali per ottenere impieghi dignitosi che la maggioranza delle donne migranti deve già affrontare, ignorando i loro talenti e derubandole di opportunità economiche. Quel che è peggio, strappa via ciò che persino le più povere e le più svantaggiate donne migranti portano con sé quando si imbarcano in viaggi pericolosi diretti in Europa: il nostro convincimento che una vita libera dalla violenza è possibile e la nostra determinazione a lottare per essa.

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