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“Forse quelli che hanno l’originale, arguta ed intelligente idea di dire: “Perché non possiamo avere un mese dell’orgoglio ETEROSESSUALE?” potrebbero chiedere a se stessi quante volte sono stati umiliati, bullizzati, canzonati, stigmatizzati, isolati, picchiati, terrorizzati, aggrediti per l’essere eterosessuali.” Stephen Fry su Twitter, 7 giugno 2019, commentando la vicenda dell’assalto a due giovani lesbiche londinesi:

https://lunanuvola.wordpress.com/2019/06/08/sopravvissute/

spencer and fry

(Stephen Fry è un attore, comico e scrittore inglese. Nella foto è a destra, assieme al marito Elliot Spencer, pure attore. Si sono sposati nel 2015.)

Le parole di Fry saremo costrette a ripeterle:

* l’8 marzo – “Perché non c’è la festa dell’uomo?”

“A parte che c’è (2 agosto), l’8 marzo è il Giorno internazionale della Donna, non la festa della donna.”

“E allora perché non c’è il Giorno internazionale dell’Uomo?”

“Primo, perché occupate militarmente i restanti 364; secondo, chiedetevi quante volte siete stati umiliati, bullizzati, canzonati, stigmatizzati, isolati, picchiati, terrorizzati, aggrediti per l’essere maschi.”

* il 25 novembre – “E la violenza sugli uomini? Perché non c’è un Giorno internazionale contro la violenza sugli uomini? Le donne violentano gli uomini pissi-pissicologimente-quella roba là. E’ successo a mio cugino! Giuro!”

Ripetiamo: Chiedetevi quante volte siete stati umiliati, bullizzati, canzonati, stigmatizzati, isolati, picchiati, terrorizzati, aggrediti per l’essere maschi. Chiedetelo pure a vostro cugino.

Ci sono giorni, questi giorni, in cui non riesco a reggere la cronaca italiana: è zeppa di donne e ragazze e bambine picchiate, violate e che muoiono come mosche. Ci sono momenti strazianti in cui non riesco a scriverne, in cui voglio solo voltare pagina, o scomparire. Come facevo da bambina, alle elementari, nascosta durante la ricreazione nella fila di cappotti per non essere vista. Sapevo già di essere femmina, ovviamente, e soprattutto di essere una femmina “sbagliata” e di non rispondere agli standard richiesti alle belle – brave – buone bambine. Sapevo già – avevo già visto, avevo già sperimentato – cosa dovevo aspettarmi.

Maria G. Di Rienzo

P.S. Non volevo rattristarvi: dalla fila di cappotti si esce. Quando ci sono riuscita ho: 1) tirato un pugno al bulletto che mi strattonava regolarmente per la treccia – ha smesso; 2) protetto ringhiando altre bambine e tutti gli animali (in particolare micetti) che riuscivo a salvare.

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Queste parole sono dedicate a coloro che sono sopravvissuti

perché la vita è natura selvaggia e loro erano selvatici

perché la vita è un risveglio e loro erano allerta

perché la vita è una fioritura e loro sono sbocciati

perché la vita è una lotta e loro hanno lottato

perché la vita è un dono e loro erano liberi di accettarla

Queste parole sono dedicate a coloro che sono sopravvissuti

irena

Brano tratto da “Bashert” (“ba-shert”, in yiddish “inevitabile” o “pre-destinato”), di Irena Klepfisz. Irena (in immagine qui sopra) è un’Autrice lesbica ebrea e un’attivista. E’ nata il 17 aprile 1941 nel Ghetto di Varsavia, da cui suo padre la fece uscire clandestinamente assieme alla madre all’inizio del 1943: Irena finì in un orfanotrofio cattolico, mentre la madre, grazie a documenti contraffatti, lavorava come domestica per una famiglia polacca. Il padre di Irena morì quello stesso anno durante la Rivolta del Ghetto di Varsavia. Madre e figlia si riunirono subito dopo e si nascosero in campagna, aiutate da contadini locali; a guerra finita si trasferirono prima in Svezia nel 1946 e poi negli Stati Uniti nel 1949.

chris e melania

Queste due giovani donne sono una coppia, Chris e Melania, e vivono a Londra. Il 30 maggio scorso hanno preso un autobus notturno diretto a Camden Town dove abita Chris. Melania affida al web il resoconto di quella serata: “Dobbiamo esserci scambiate un bacio o qualcosa del genere, perché questi tipi hanno cominciato a darci addosso. Ce n’erano almeno quattro. Hanno cominciato a comportarsi da hooligans, chiedendoci di baciarci così che loro potessero godersi la vista, ci chiamavano lesbiche e descrivevano posizioni sessuali. Non ricordo esattamente l’intero episodio, ma la parola “forbici” mi si è impressa in mente. C’eravamo solo noi e loro a bordo. Nel tentativo di sdrammatizzare la situazione ho cominciato a scherzare. Ho pensato che così avrebbero finito per andarsene. Chris ha anche finto di stare male, ma loro hanno continuato a molestarci, a lanciarci monetine e a diventare sempre più entusiasti della faccenda. Di colpo, Chris era nel mezzo dell’autobus a difendersi da loro. D’impulso l’ho raggiunta e l’ho vista con la faccia sanguinante mentre tre di loro la picchiavano. L’ultima cosa che ricordo è di essere stata presa a pugni. Sono rimasta stordita alla vista del mio sangue e sono caduta all’indietro. Non ricordo se ho perso i sensi o no. Improvvisamente l’autobus si è fermato, c’era la polizia e io sanguinavo dappertutto. Le nostre cose sono state rubate. Non so ancora se il mio naso è rotto e non sono stata in grado di andare al lavoro (1), ma quello che mi disturba di più è che LA VIOLENZA E’ DIVENTATA UNA COSA NORMALE, che a volte è necessario vedere una donna che sanguina dopo essere stata presa a pugni per sentire di aver fatto impressione. Io sono stanca di essere presa per un OGGETTO SESSUALE, o di scoprire che queste situazioni sono comuni, degli amici gay che sono stati picchiati senza motivo. Noi dobbiamo sopportare molestie verbali e VIOLENZA SCIOVINISTA, MISOGINA E OMOFOBICA perché quando ti difendi succedono schifezze come questa. Tra l’altro, sono grata a tutte le donne e gli uomini nella mia vita che comprendono come AVERE LE PALLE SIGNIFICHI QUALCOSA DI TOTALMENTE DIVERSO. Spero solo che in giugno, il mese del Pride, cose come queste siano raccontate ad alta voce di modo che SMETTANO DI ACCADERE.”

Quando la violenza diventa il modo usuale e normalizzato di esistere nel mondo, il passo successivo sono i Ghetti. Non possiamo restare a guardare e aspettarlo passivamente. Maria G. Di Rienzo

(1) Melania Geymonat, di origine uruguayana, ha 28 anni ed è assistente di volo. Le maiuscole del testo sono sue.

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Il 31 maggio (venerdì scorso) i quotidiani riportano questa notizia: “Tenta di violentare l’autista donna su un bus, bimba di 10 anni chiama il 113”.

Il fatto è accaduto a Vicenza e il perpetratore è un nigeriano 31enne, con precedenti penali, la cui aggressione è sventata dall’intervento di un anziano e dalla telefonata al 113 di una bimba di 10 anni.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini commenta: “Grazie al decreto sicurezza questo infame può essere espulso e rimandato a casa sua. Non abbiamo bisogno di stupratori e scippatori.”

Il giorno dopo, 1° giugno, raggiungono la cronaca svariati episodi di violenza sessuale e fisica ai danni di bambine, ragazzine e giovani donne: le origini dei perpetratori sono indifferentemente migranti o autoctone. Gli articoli relativi non segnalano commenti del ministro.

Una delle vicende è particolarmente disturbante e orrendamente consueta: in provincia di Lecce, una bambina “che lamentava dolori alle parti intime e trasferiva nei disegni il suo disagio, ha confidato alla madre che il papà l’avrebbe palpeggiata e violentata in casa, per due anni e fino alla fine del 2016, minacciandola di non raccontare nulla a nessuno.”

Gli abusi ricoprono il periodo che va dai 3 ai 5 anni della piccina: è probabile che dopo fosse ormai troppo “grande” per soddisfare appieno suo padre. Lo sdegno verso costui dei commentatori – fra i quali non si nota il ministro dell’Interno – è caricaturale (l’orco), quello verso la madre è odio puro.

La narrativa sociale in questione è anch’essa consueta:

– gli stupratori e i picchiatori sono stranieri di default;

– quando la realtà smentisce questa asserzione, gli italianissimi perpetratori sono: pazzi, malati, stressati, abbandonati, infelici e vittime del raptus;

– le vere responsabili della violenza contro le donne sono altre donne.

Il decreto sicurezza, sig. Salvini, non ci mette al sicuro da niente di tutto questo. Dove lo “espelliamo” lo stupratore della sua propria figlioletta? Se lo “rimandiamo a casa sua” resta qua.

Inoltre, il quadro che ho evidenziato sopra è una sorta di melma mentale che produce e mantiene in essere ogni tipo di violenza di genere. Potremmo ormai chiamarla “fanghiglia tradizionale” – come quella che ieri, in opposizione al Pride padovano, hanno “difeso” una decina di appartenenti a Forza Nuova. I manifestanti del Pride erano oltre settemila.

Determinati, gioiosi, colorati, pacifici, hanno scritto su cartelli e striscioni, e hanno scandito, gridato, cantato e detto di esistere, di essere titolari di diritti umani e di non aver ne’ vergogna ne’ paura. Hanno mandato un messaggio anche al ministro dell’Interno: “Salvini, i tuoi sono gli unici baci che non vogliamo”.

Maria G. Di Rienzo

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Siamo membri di gruppi di minoranza razziale, etnica, e religiosa. Siamo immigrate. Siamo persone diversamente abili. Siamo LGBTQIA. Siamo scienziate. Siamo donne.

500 women scientists

Nel 2016 erano abbastanza frustrate – dalla mancanza di rappresentazione, dal maneggiare continuamente pregiudizi e dalla cascata di bufale antiscientifiche veicolate da politici – da tentare di creare una banca dati per le donne nella loro professione, la scienza. Hanno lanciato il messaggio chiamandolo “500 scienziate” perché questa era la cifra delle firme che aspiravano ad ottenere: ne hanno rapidamente ottenute 20.000.

Oggi il gruppo conta 9.000 aderenti, ha creato più di 300 sezioni in tutto il mondo, offre sostegno alle madri scienziate e strumenti e strategie per assicurarsi che le donne siano rappresentate in incontri, conferenze, dibattiti che riguardano la scienza, organizza i “Wikipedia Edit-a-thons” per combattere gli stereotipi (e le vere e proprie sciocchezze) sulle donne e sulla scienza che si trovano sulle pagine dell’enciclopedia online, e ha lanciato un settore gemello che si chiama “500 donne mediche”.

Potete leggere, in italiano – e eventualmente in altre nove lingue – la loro originale dichiarazione d’intenti qui:

https://500womenscientists.org/italiano

Le due co-fondatrici sono Kelly Ramirez-Donders (specializzata in ecologia microbica e ricercatrice all’Istituto Olandese per l’Ecologia) e Jane Zelikova (ecologa, biologa, regista cinematografica). Le loro citazioni riportate di seguito provengono dall’intervista televisiva che hanno rilasciato di recente al programma “Good Morning America”.

Kelly Ramirez-Donders: “Dire che non si è riusciti a trovare una donna (ndt. scienziata, esperta per il dato ruolo) è solo pigro, perché ci sono un mucchio di donne eccezionalmente qualificate che possono parlare con voi del loro lavoro. (…) Noi vogliamo unirci e prendere posizione nelle nostre comunità per dire: siamo per l’equità e l’integrazione nella scienza.”

Jane Zelikova: “Nella nostra esperienza e negli studi che abbiamo visto non c’è meritocrazia nella scienza. C’è un sistema gerarchico strutturato in cui la gente al potere beneficia della propria posizione e gli uomini bianchi continuano a beneficiare delle strutture che hanno creato. Il sistema lavora nel senso per cui è stato prodotto: semplicemente non funziona per noi (ndt. donne, persone di colore, gruppi poco rappresentati). Desidero dirvi (ndt. a costoro) che la scienza vi vuole e ha bisogno di voi. La vostra prospettiva è importante e la scienza è migliore quando tutti partecipano. Abbiamo bisogno di ciascuna voce.”

Maria G. Di Rienzo

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Sulla diffusa maleducazione della nostra epoca da parecchi anni non ho alcun dubbio: è stata progressivamente legittimata sul piano sociale e politico dallo sdoganamento dell’ignoranza e dalla sua conseguente esaltazione come “virtù popolare”. Più insulti e strilli, più sbagli congiuntivi e condizionali, più invochi e minacci violenze, più diffondi come notizie, certezze, verità rivelate quelle che sono a colpo d’occhio immani sciocchezze, più sei apprezzato – puoi finire persino a governare un Paese: male, va da sé.

In questo scenario, l’aggressione verbale è presentata in termini di “opinione” e “critica”, per cui quando reagisci chiamandola con il suo proprio nome e rendendo chiaro che non intendi accettarla, i violenti si indignano, posano da vittime, urlano alla censura, cercano di ridicolizzarti, ti insultano ulteriormente e così via. E’ la quotidiana manfrina visibile sui social media, su cui personalmente posso persino stendere un velo pietoso, visto che rifiuto questo tipo di interazione.

Quel che invece trovo inammissibile è il trasferimento di tutto ciò sui quotidiani, il cui compito è dare notizie (verificate) nella lingua della propria nazione (nel nostro caso l’Italia). Quando un giornalista non sa, il suo dovere professionale è fare ricerca. Se un giornalista non conosce l’italiano, o lo impara o cambia mestiere. Su questi due punti, non c’è mediazione possibile.

Ieri, raggiunge la cronaca la sentenza del tribunale di Roma che respinge al mittente la richiesta di risarcimento di un’emittente radiofonica nei confronti di Arcigay Roma e Gay Center. I fatti risalgono al settembre dell’anno scorso, quando un conduttore di Radio Globo dà voce al suo “disgusto” nel vedere due uomini che si baciano e lo razionalizza descrivendo la cosa come “non normale”. Le due associazioni summenzionate, dopo avere inutilmente chiesto all’emittente delle scuse formali, chiamano gli inserzionisti pubblicitari al boicottaggio; la radio segue in modo prevedibile e noioso il copione de “se mi dici che ti ho fatto torto, la vittima sono io”: dichiara il suo rispetto per i valori antidiscriminatori sanciti dalla nostra Costituzione (non sono omofobo, non sono razzista, non sono sessista), annuncia di avere persino una persona transessuale in redazione (ho un sacco di amici gay, di amici africani e amo le donne), definisce l’uscita del suo conduttore una legittima opinione personale (adesso non si possono neppure avere delle opinioni, ma l’avete letto Voltaren, ah sì volevo dire Voltaire, sempre con questo politicamente corretto che alla fine è censura), ma le scuse ai froci NO, manco morti. Inoltre, la radio querela Arcigay Roma e Gay Center per i supposti mancati guadagni relativi al boicottaggio – e come abbiamo visto, perde la causa. Ribadiamo: non sono state le associazioni a portare l’emittente in tribunale, è il contrario.

Se l’ignoranza volontaria fosse un po’ meno diffusa, o se i giornalisti radiofonici prendessero sul serio il loro ruolo, Radio Globo non avrebbe mai presentato la denuncia: il chiamare al boicottaggio è un’azione nonviolenta con alle spalle un bel po’ di Storia e non è sanzionabile, poiché non costringe nessuno a comportarsi in un modo o in un altro, bensì si appella alla coscienza civile/democratica di coloro ai quali si rivolge, la cui scelta è parimenti del tutto legittima e non sanzionabile anch’essa. La sentenza, per chi non vive in un mondo che gira attorno al suo ombelico, era scontata.

Se l’ignoranza volontaria fosse un po’ meno diffusa, o se i giornalisti in genere prendessero sul serio il loro ruolo, a commentare i fatti non avremmo letto questo tipo di frasi:

“Si può boicottare un’attività commerciale per protestare contro chi critica i gay.”

Chi ha criticato i gay, scusate, e come? Dire “quel che sei mi fa ribrezzo” non è una critica, è un insulto, oltretutto nella stragrande maggioranza dei casi gratuito, perché chi lo riceve a chi lo vomita non ha di solito chiesto una valutazione sulla propria persona. La critica è la capacità intellettuale di esaminare e valutare l’operato umano, non l’affermazione dei propri sentimenti di disgusto, disagio, rifiuto pregiudiziale di una caratteristica umana.

“La campagna per il boicottaggio è lecita, la difesa della libertà di pensiero un po’ meno. (…) Insomma, o ti pieghi ai diktat del politicamente corretto o peggio per te: finirai “bastonato” due volte.”

Quindi, a Radio Globo uno speaker ha affermato coraggiosamente che la Terra gira intorno al Sole (be’, visti i tempi è più probabile sentirne uno che delira sulla Terra piatta) e Torquemada lo ha trascinato nelle segrete per farlo abiurare? Pare di no. Ha detto che è ora di finirla con sessismo e misoginia e gli hanno dato della “femminazista”, dello zerbino, del frocio, del non-vero-uomo prima di licenziarlo in tronco? Pare di no.

E allora di che “libertà di pensiero” si parla? Prendetene atto, per favore: un’ingiuria (sei disgustoso/a e non normale) non è la libera espressione di un’opinione astratta, ne’ un’intellettuale e audace “scorrettezza” da difendere citando Voltarencioè ok, errore di battitura, volevo dire Voltaire – è un’offesa diretta alla persona che la riceve, punto e basta. Potete continuare all’infinito a suggerire che tale persona dovrebbe prendersi la secchiata di immondizia in faccia e stare zitta, ma siamo sempre in meno disposte/i a farlo. Get over it.

Maria G. Di Rienzo

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(vedi articolo precedente)

feff 2019

Il Far East Film Festival (FEFF) è sempre pieno, oltre che ovviamente di film, di occasioni, incontri e materiali – e da questo punto vista parteciparvi anche per un solo giorno è gratificante.

“Innocent Witness” non riserva grosse sorprese come trama, cosa che già sapevo prima di vederlo, ma oltre a esaltare la bravura della giovanissima attrice co-protagonista (su cui pesa l’intera struttura della storia), convoglia un messaggio di fondo sulla diversità e sul rispetto di cui non solo la società coreana da cui proviene ha bisogno.

Ci sono piccoli momenti magici che non aggiungono o tolgono nulla allo svolgimento del plot, ma che si incidono nella memoria emotiva di chi guarda:

* L’anziano padre dell’avvocato, un uomo spiritoso e ostinato che nonostante gli acciacchi trasmette un’incrollabile gioia di vivere, dopo aver sottolineato che il figlio non gli ha mai presentato una fidanzata, dice: “La gente comincia a chiedermi se ti piacciono gli uomini.” E davanti allo stupore del figlio aggiunge: “Non mi importa se porti a casa un ragazzo, purché sia gentile.”

Questo minuscolo passaggio mette con semplicità l’importanza di una relazione dove esattamente deve stare: la felicità di chi quella relazione intrattiene, che è meglio garantita se si ha a che fare con una brava persona e per essere una brava persona il sesso non conta nulla.

* L’avvocato comprende presto che la ragazzina testimone ha un’intelligenza stratosferica (come molte persone autistiche) e una personalità affettuosa e onesta. Nel mentre comincia ad affezionarsi a lei commette un errore molto comune, quello di compatirla. “Se solo non fosse autistica…”, comincia a dire alla madre della ragazza, che immediatamente lo interrompe: “Se non fosse autistica non sarebbe la stessa persona, non sarebbe la mia Ji-woo.”

Ti amo così come sei, per quello che sei. E questo è il secondo ingrediente fondamentale per far funzionare qualsiasi relazione affettiva.

Probabilmente tutto ciò è scontato per il regista Lee Han quanto lo è per me o per molti/e di voi che leggono, ma date un’occhiata in cronaca ai crimini dell’odio, alle conseguenze del bullismo, al sistematico disprezzo per chiunque non si conformi ai modelli prescritti e saprete subito perché c’è più che mai necessità di ripeterlo.

La mia valutazione complessiva sulla pellicola, compresa la prevedibilità di alcune scene e un finale con abbracci e fiocchi di neve che sa troppo di già visto, è quindi “più che sufficiente” – non altrettanto posso dire dell’organizzazione relativa alla sua proiezione:

1. Signori/e del FEFF, le vostre “maschere” devono avere istruzioni precise ma soprattutto uguali: non potete far correre gli spettatori da un piano all’altro del cinema perché uno dice “potete entrare dovunque” e l’altro “no, qui entrano solo gli abbonati” e il terzo ti fa entrare solo perché è chiaro che sei parecchio incazzato. I dieci euro di biglietto erano identici per tutti. La cosa mi ha seccato particolarmente perché sto soffrendo di una fastidiosa tendinite e i tre piani li ho fatti su e giù con il bastone.

2. In sala erano presenti il regista e gli attori Jung Woo-Sung (l’avvocato) e Lee Kyu-Hyung (il pubblico ministero) e sentire quel che avevano da dire sarebbe stato molto piacevole. Purtroppo la presentatrice ha farfugliato qualcosa in simil-inglese e ha schiaffato il microfono in mano a ciascuno di loro lasciando che si arrangiassero da soli. Non è stata in grado di porre una domanda che fosse una. Il traduttore dal coreano (il molto noto critico cinematografico statunitense Darcy Paquet) ha tradotto qualcosa in inglese a voce sussurrata e a beneficio di non si sa chi. Io ho capito mezze frasi in ambo le lingue tirando le orecchie e presumo che altre persone abbiano fatto lo stesso, ma il grosso del pubblico ha dovuto accontentarsi del “buongiorno” detto in italiano da Jung Woo-Sung (grazie, ricambiamo anche se erano le cinque del pomeriggio passate).

Per quel che riguarda il povero Lee Kyu-Hyung, poiché non condivide lo status di star del protagonista pur essendo a mio parere un attore migliore, non lo si è presentato, non si è compiuto lo sforzo di tradurne l’intervento in italiano o in inglese e non ha ricevuto neanche un applauso. Andiamo, FEFF, avete anni e anni di esperienza: si può fare di meglio.

Maria G. Di Rienzo

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wanuri

(tratto da: “Meet the director of the Kenyan lesbian romance who sued the government who banned it”, intervista a Wanuri Kahiu – in immagine sopra – di Cath Clarke per The Guardian, 12 aprile 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. Il film di cui si discute è uscito nei cinema britannici lo stesso giorno dell’intervista.)

“Sto per mettermi a piangere.”, dice Wanuri Kahiu, agitando le mani e sorridendo. Mi sta raccontando di un filone su Twitter in cui un mucchio di gente ha risposto alla domanda: “Qual è stato il giorno più felice della tua vita?”. Una giovane donna kenyota ha replicato: “Guardare “Rafiki” con mia madre e fare coming out.”

“Rafiki” è il nuovo film di Kahiu – una magnifica storia romantica su due ragazze che si innamorano a Nairobi. E’ un film gentile, con una scena di sesso così blanda da poter essere guardata assieme a un parente anziano. Ma in Kenya, una società conservatrice in cui 534 persone sono state arrestate fra il 2013 e il 2017 perché avevano relazioni con individui dello stesso sesso, “Rafiki” è stato bandito.

Negli ultimi dodici mesi, Kahiu è stata assalita sui social media, minacciata di arresto e ha sofferto innumerevoli commenti offensivi, a volte proveniente da membri della sua stessa famiglia. “Ho visto i commenti più spregevoli venire da persone che amo. – dice – E’ stato incredibilmente arduo.”

Allo stesso tempo, la sua carriera sta prendendo il volo. Qualche giorno prima di essere bandito, “Rafiki” è stato selezionato per Cannes. Ora, Kahiu ha due progetti in corso: una serie di fantascienza per Amazon Prime e la direzione di Millie Bobby di “Stranger Things” in uno sceneggiato per giovani adulti prodotto da Reese Witherspoon, il che la rende la prima donna africana a ottenere un contratto di questo tipo. Un articolo la definisce “la nuova Kathryn Bigelow”.

Ci incontriamo di prima mattina in un albergo di Londra. Kahiu è arrivata in volo ieri da Nairobi, dove vive con il marito cardiologo e i loro due bambini. Dimostra dieci anni in meno della sua età (39 anni), beve tè alla menta e parla con impegno e concentrazione.

I suoi guai iniziarono nell’aprile dello scorso anno, quando la Commissione cinematografica del Kenya le ha chiesto una revisione di “Rafiki” (che significa “amica/o” in Swahili). “Consideravano il film troppo ottimista. Mi dissero che se avessi cambiato il finale, mostrando la protagonista principale Kena che si pente, lo avrebbero classificato come vietato ai minori di 18 anni.”

Kahiu si rifiutò e il bando seguì, con la Commissione che dichiarava come il film cercasse di “promuovere il lesbismo in Kenya, contrariamente alla legge e ai valori dominanti dei kenyoti.”

Da questo pronunciamento in poi, Kahiu si è sentita minacciata. Il presidente della Commissione la ha accusata di aver falsificato la sceneggiatura per ottenere la licenza necessaria a girare il film: “Ha minacciato di farmi arrestare, ma non ha potuto perché noi non abbiamo mai infranto la legge.”

rafiki movie

(Samantha Mugatsia nel ruolo di Kena e Sheila Munyiva nel ruolo di Ziki in “Rafiki”.)

Quale sarebbe stato lo scenario peggiore? “Essere arrestata. Le prigioni in Kenya non sono il massimo del lusso.” La regista ha allestito un rifugio sicuro nel caso le autorità perseguitassero lei stessa o le attrici. Il linguaggio usato dal presidente della Commissione era incendiario: “Il tentativo di normalizzare l’omosessualità è analogo al mettere l’aria condizionata all’inferno.”

Kahiu fece causa con successo affinché “Rafiki” potesse essere mostrato nei cinema per sette giorni, al fine di renderlo idoneo agli Oscar (ma alla fine il Comitato di selezione per gli Oscar del Kenya non lo scelse come candidato per il miglior film straniero). “Tutto quel che ho fatto è un film su una storia immaginaria. Sto letteralmente solo facendo il mio lavoro.” Le cause legali si susseguono. La regista ha denunciato il governo per violazione della libertà di espressione e sarà di nuovo in tribunale in giugno. (…)

Wanuri Kahiu ha realizzato uno sceneggiato sul bombardamento del 1998 dell’ambasciata statunitense a Nairobi, poi un documentario sull’ambientalista vincitrice del Premio Nobel per la Pace Wangari Maathai. Ma il film che mostra al meglio le sue ambizioni è il corto “Pumzi”, venti minuti di afrofuturismo ambientati 35 anni dopo che la terza guerra mondiale ha estinto la vita sulla Terra.

In Africa non ha sperimentato sessismo perché regista donna, dice, in parte per la scarsità di registi di ambo i sessi, in parte perché le donne sono sempre state percepite come narratrici (“Racconti storie ai bambini per tenerli distanti dal fuoco mentre stai cucinando.”)

Ciò che trova deprimente è l’aspettativa per cui, essendo un’africana che crea film, il suo lavoro dovrebbe avere a che fare con la guerra, la povertà e l’Aids. “E’ la gente che pensa all’Africa come a un paese orribile, deprimente, che muore di fame. E perciò il tuo lavoro dovrebbe riflettere questo.” Kahiu rigetta l’idea che tutta l’arte del continente debba riflettere determinate istanze. Ciò di cui c’è bisogno, sostiene, sono nuove visioni dell’Africa: “Se non vediamo noi stessi come persone piene di speranza e di gioia non lavoreremo verso queste ultime due. Io credo davvero che vedere sia credere.” Per questo scopo ha creato Afrobubblegum, un collettivo che sostiene arte africana “divertente, spensierata e fiera”. (…)

Il tè è stato bevuto, le fotografie sono state scattare e Kahiu sta per tornare alla sua stanza, non per dormire ma per lavorare sulla sceneggiatura per Amazon. Durante i giorni festivi, suo marito tenta di lusingarla per staccarla dal portatile. Ma non è così semplice, spiega lei: “Se penso a un giorno perfetto, c’entra il lavoro. L’unico modo in cui posso gestire il patriarcato, la mascolinità tossica, l’unico modo in cui riesco a trovare un senso al fatto che questo film è in tribunale, che delle persone minacciano la mia esistenza e il mio lavoro, è scrivere e creare. E’ il solo modo in cui sento di avere il controllo della situazione.”

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