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Posts Tagged ‘lgbt’

(“We need personal, everyday action to end violence against women”, di Nana Nyarko Boateng – in immagine – per Open Democracy, 2 ottobre 2017. Nana Nyarko Boateng è una scrittrice e editrice ghanese. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

nana

L’attivismo può essere sia soffice come un cuscino, sia duro come una roccia. Ci sono modi non detti di essere un’attivista. Non è mai il momento sbagliato per sostenere la giustizia e c’è sempre spazio per bilanciare il potere. Questo sembra ovvio sino a che non si parla degli sforzi per metter fine alla violenza contro le donne come un lavoro che solo determinate persone possono fare. Le domande sui migliori modi di prevenire e rispondere alla violenza emotiva, fisica, sessuale o economica contro le donne restano. Pure, la chiave deve stare nell’azione quotidiana, in qualsiasi situazione noi ci si trovi.

Non importa quanto intensi siano i tentativi di normalizzare la violenza contro le donne, è cruciale riconoscere il potere del tuo attivismo personale. Anche quando la vittima si adatta al proprio dolore, fa crescere cicatrici, o accetta la morte, noi non possiamo abbandonare la nostra capacità di influenzare positivamente le nostre e le altrui esperienze.

L’attivismo personale è quello che si manifesta e offre salvezza alla moglie picchiata o minacciata di violenza dal marito ubriaco, anche prima che la polizia arrivi. E’ ciò che difende una lesbica dall’abuso fisico e verbale, al di là di quel che dice la legge. E’ ciò che protesta contro le paghe più basse per le donne che fanno gli stessi lavori degli uomini, anche prima di un’azione legale.

Di solito abbiamo idee grandiose sull’attivismo, pensando che grandi raduni, proteste per le strade, o gli hashtag che creano i titoli sui giornali siano le sole azioni di valore. Ma spesso le espressioni di attivismo collettivo come queste si basano sull’attivismo personale che è necessario a confrontare la presenza quotidiana della violenza nelle nostre comunità.

Si tratta di piccole cose come il rifiutarsi di vedere o condividere un video sessuale che svergogna come “puttana” una celebrità, una collega di lavoro o una che va in chiesa. E’ l’essere sensibili al dolore delle vittime, non ridendo mai alla battuta sullo stupro. E’ il rifiutarsi di mangiare in un ristorante noto per il maltrattamento delle cameriere. E’ dichiararsi contrari al picchiare la donna che ha rubato al supermercato.

Spesso, sono le piccole cose che hanno impatto sulle persone in grandi modi. Il nostro attivismo personale ha effetto in ultima analisi su come il mondo diventa. Noi dovremmo usare ogni opportunità per allineare le nostre parole ad azioni concrete che vanno verso la giustizia. Non possiamo scegliere di essere attiviste solo quando ci comoda. L’attivismo è coerente nell’essere incondizionato.

Le azioni quotidiane che difendono, proteggono e sostengono donne, bambini e gruppi vulnerabili sono ciò che ispira altri a farsi avanti per qualcuno discriminato pubblicamente e a restare con questo qualcuno sino a che la sua sicurezza e salvezza siano assicurate; a non scusare mai la violenza contro le donne; a ripensare comportamenti tollerati o accettati e a lottare per il cambiamento.

Tali azioni quotidiane possono spronare altri a considerare e sperimentare più modi positivi di usare il loro potere in situazioni potenzialmente di abuso. Possono spingere altri a mettere in discussione la loro inattività e spezzare il silenzio che circonda la sistemica ingiustizia. E possono ispirare altri ancora a nutrire il loro potere interiore e a superare la paura di sfidare lo status quo.

L’attivismo personale spinge altre persone ad amare e accettare se stesse, a credere di avere valore e a sentire che meritano i loro diritti umani. E’ tramite l’attivismo personale che ci colleghiamo, rafforziamo il nostro impegno e uniamo il nostro potere per avere un maggiore impatto. E ciò influenza positivamente le vite degli altri, così come la nostra.

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Ci vediamo, Kate

Kate

“E’ interessante – scrisse Kate Millett in “Sexual Politics”, 1969 – “La politica del sesso” – che molte donne non riconoscano di essere discriminate; non si può trovare prova migliore del fatto che il loro condizionamento è totale.”

E anche: “Quando un gruppo ne comanda un altro la relazione fra i due è politica. Quando un tale assetto si protrae per un lungo periodo di tempo sviluppa un’ideologia (feudalesimo, razzismo, ecc.). Tutte le civiltà storiche sono patriarcati: la loro ideologia è la supremazia maschile.”

Kate Millett, nata nel 1934 negli Usa è morta a Parigi, di arresto cardiaco, il 6 settembre 2017. Si trovava là in vacanza con la compagna, Sophie Kier (di recente si erano sposate), per festeggiare i reciproci compleanni.

Kate è stata una delle Maestre della mia adolescenza femminista. La lascio andare con rispetto, rimpianto, gratitudine e amore, ma i suoi libri sono ancora con me – quelli più vecchi pieni di sottolineature e commenti, una brutta abitudine da studente… Ci vediamo, Kate.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: From where I stand: “I have seen the impact women’s voices can have”, di Syar S. Alia – in immagine – per UN Women, 24 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Syar, 29enne, è direttrice artistica e scrittrice freelance. E’ un’attivista per l’eguaglianza di genere da quando era adolescente.)

Syar Alia

Per me, essere una giovane donna che vive in Malesia significa mantenere la rabbia per le discriminazioni e i danni che le donne fronteggiano su base giornaliera, senza esaurirmi.

Ogni giorno c’è qualcosa… un commento insensibile o assolutamente deleterio fatto da qualcuno – può essere un membro del Parlamento o un utente anonimo di internet – diretto alle donne e ai gruppi marginalizzati come le persone transessuali, le persone gay, i non-musulmani o i non-malesi.

La rabbia mi aiuta a muovermi in avanti, c’è così tanto da cambiare.

Partecipare al primo seminario “Giovani donne che attuano il cambiamento”, sostenuto dall’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, ha ampliato i miei orizzonti e mi aperto delle porte. Ho potuto imparare dalle mie pari e ho trovato maestre nelle attiviste per i diritti delle donne che erano più anziane e avevano più esperienza. (…)

L’anno seguente, sono diventata una delle facilitatrici per il seminario seguente. Insieme, abbiamo facilitato un dialogo intergenerazionale sulle questioni che ci riguardano. Abbiamo formato un collettivo per aumentare la consapevolezza sull’istanza delle molestie sessuali in Malesia.

Come giovane attivista, ho appreso molto dalle attiviste più anziane in Malesia. Ma a volte penso che le generazioni più vecchie sottostimino o non considerino abbastanza me e le mie coetanee a causa della percezione che hanno della nostra generazione.

Io sono una “millennial”, nata in un mondo in cui gli errori del passato sono ammassati contro di noi; le opportunità sono minori e le sfide sono più dure da affrontare a causa delle diseguaglianze incancrenite, come le esistenti e crescenti omofobia, razzismo, gli effetti persistenti del colonialismo e le enorme diseguaglianze economiche.

Ma ho sperimentato di prima mano l’impatto che le voci delle donne possono avere nel cambiare le dinamiche. Dobbiamo continuare a dare priorità ai diritti delle donne e a lottare per essi. Abbiamo bisogno di investire in donne di tutte le età, dar loro lo spazio per parlare, ascoltarle e dar loro potere affinché prendano la guida.

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Girls Pride Irlanda

(la scritta sulla maglietta dice: Trasformare le giovani vite delle persone LGBT)

11 agosto 2017: “Roma, Centocelle, assalto omofobo al Vanity Dance Studio: “Froci andatevene!” – Dopo mesi di continui attacchi, ieri notte la sede è stata completamente imbrattata di scritti e disegni osceni e offensivi. E adesso la scuola, diventata punto di riferimento per i ragazzini del quartiere, rischia di chiudere.”

10 agosto 2017: “Insulti omofobi alle baby calciatrici” – Il procuratore federale interregionale della Figc ha deferito al Tribunale federale territoriale (…) la Polisportiva Bruinese a titolo di responsabilità concorrente e oggettiva per l’operato dei propri dirigenti, anch’essi deferiti.

Il deferimento è riferito a “presunti comportamenti omofobi e discriminatori messi in atto da giocatori, dirigenti e tifoseria” della Bruinese nei confronti di calciatrici del Torino in occasione di una partita della categoria giovanissimi fra le ragazze della formazione granata con la squadra maschile della Bruinese giocata il 13 aprile scorso.”

Non so che età avessero gli allievi dello studio di danza, ma la parola “ragazzini” mi fa pensare a minori adolescenti. So invece che età comprende la categoria “giovanissimi” nel calcio: maschi e femmine tra i dodici e i quattordici anni (dalle categorie superiori ragazze e ragazzi giocano in tornei separati e hanno limiti di età diversi).

Si tratta comunque assai spesso del momento in cui le giovani persone omosessuali trovano un punto fermo nel mezzo dei messaggi contraddittori che le hanno rese confuse e incerte sino ad allora: è l’età in cui il coming out lo si fa interiormente, dicendo a se stessi “questo è ciò che io provo, questo è ciò che io sono”. E’ anche il momento in cui la violenza nei loro confronti è giustificata da culture/religioni con il pretesto di “difendere i minori”… da loro stessi.

Oltre settanta nazioni, al mondo, criminalizzano ancora l’omosessualità e per cinque di esse la pena prevista per chi ne sia giudicato “colpevole” è quella capitale. Le leggi che direttamente o indirettamente rendono reato penale una caratteristica umana per “proteggere i bambini”, così come le “campagne anti-gender” (che sono campagne anti-omosessualità), non fanno che esacerbare la violenza e la discriminazione, ottenendo l’esatto opposto effetto per i minori, siano essi LGBT o siano semplicemente sospettati di esserlo o prendano le parti di qualcuno di questi ultimi.

In pratica dappertutto è possibile trovare cialtroni sadici che pretendono – abbiano o meno la benedizione di governi e chiese – di essere in grado di modificare l’identità e l’orientamento delle ragazze e dei ragazzi omosessuali: tale terapie sono “non etiche, non scientifiche e inefficaci e possono essere paragonate alla tortura” (Nazioni Unite, Ginevra, 2015). Per essere oggetto di bullismo a scuola da parte di compagni (e sovente insegnanti) non occorre essere gay o lesbiche, basta essere percepiti e classificati come tali; in alcuni paesi tale giudizio sommario è sufficiente per rifiutare l’ammissione a scuola a uno/una studente o per espellerlo/a.

Credete che tutto questo passi senza lasciare tracce nel cuore di un ragazzo o di una ragazza, ne sia pure lui o lei unicamente testimone? Lo stigma sociale diventa auto-stigmatizzazione. Le abilità personali si affievoliscono e appaiono come non dare più gioia a chi le possiede, la salute ne risente a livello fisico e mentale, l’ansia del doversi mimetizzare e nascondere conduce a entrare in relazioni non desiderate e potenzialmente pericolose, la capacità di immaginare un futuro felice per se stessi va a picco. Ma noi diciamo che Carlo sembra un po’ depresso e Luisa non va più volentieri a scuola “perché l’adolescenza è così”, basta aspettare o magari dargli/darle del Prozac, passerà. Non è vero. Se non interveniamo aiutandoli a restaurare la loro autostima andrà peggio.

Nel continuum di violenza che si abbatte su di loro si creano picchi in cui fra la loro vita e la loro morte resta solo un piccolo spazio. Quando è riempito da “Froci andatevene” o – presumo – da “Lesbiche schifose”, Carlo e Luisa possono pensare che non valga più la pena esistere. Perciò, quelle scritte di vernice spray e quelle parole sputate con disprezzo sono assassine.

Maria G. Di Rienzo

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Poster Tunisi

“Cinque minuti dopo la tua nascita, decideranno il tuo nome, la tua nazionalità, la tua religione, la tua sessualità e la tua comunità… e tu lotterai tutta la vita per cose che non hai scelto e che difenderai stupidamente.”

Questo diceva il manifesto della seconda edizione del Festival Internazionale dell’Arte Femminista di Chouftounhonna – Tunisia – nel maggio 2016.

Lo spettro delle arti presenti al festival è ampio e variegato: dalla pittura alla ceramica, dal teatro all’improvvisazione poetica, dai fumetti alla fotografia ai collage… passando praticamente per qualsiasi sfumatura specifica vi venga in mente.

Chouftounhonna è un’iniziativa di “Chouf Minorities”, un’organizzazione femminista che l’ha ideata per “permettere alle donne tunisine e alle minoranze sessuali un ambiente sicuro in cui le persone possono esprimersi liberamente e lavorare sullo sviluppo delle proprie potenzialità”.

Quest’anno la terza edizione si terrà nei giorni 7-8-9 settembre 2017. La data in cui chiedere di presentare i propri lavori è purtroppo passata (30 marzo) ma almeno avete un’idea in più su dove trascorrere i giorni di ferie che vi restano (molte artiste tengono seminari, approfittatene!). Maria G. Di Rienzo

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Il mio sangue

pride flags

abominio.

perversione.

satanica.

meglio morire che essere gay.

e la mia personale favorita,

“per favore ucciditi, disgustosa fica lesbica”.

io porto queste frustate sulla schiena,

ma il sangue che da esse spilla è più puro

di qualsiasi fiala d’acqua santa dei preti.

perché il vostro “dio” è un falso fuoco, che ruggisce per distruggere.

(tratto da: “This Isn’t Me Anymore”, di Bailey Workman, poeta contemporanea e studente universitaria, trad. Maria G. Di Rienzo. Il testo è privo di maiuscole nell’originale.)

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“Io credo di essere figlia di genitori celesti. Non so se ci parlano, ma sento nel mio cuore che mi hanno creata e mi amano. Sono stata fatta nel modo in cui sono, in tutte le mie parti, dai miei genitori celesti. Non hanno sbagliato quando mi hanno dato occhi marroni o quando sono nata senza capelli. Non hanno fatto errori quando mi hanno dato le lentiggini o mi hanno fatta gay. Dio mi ama proprio come sono perché io credo che ami tutte le sue creazioni.

Nessuna parte di me è sbagliata. Io non ho scelto di essere così e questa non è una fase passeggera. Non posso rendere qualcun altro gay e stare vicino a me non farà essere nessun altro in questo modo. Io credo che dio voglia che ci trattiamo l’un l’altro con gentilezza, anche se le persone sono diverse – specialmente se sono diverse. Cristo ce l’ha mostrato.

Io credo che dovremmo semplicemente amare. Io credo di essere buona. Faccio del mio meglio affinché noi si sia gentili l’un l’altro e sono presente per coloro che soffrono. So di non essere un’orribile peccatrice perché sono chi sono. Io credo che dio me lo direbbe se fossi sbagliata.

Spero un giorno di uscire con qualcuna, di andare ai balli della scuola e infine di trovare una compagna, sposarla, avere una famiglia e un lavoro meraviglioso. So che posso avere tutte queste cose come lesbica ed essere felice. Io credo che se dio c’è sa che sono perfetta proprio come sono, e non mi chiederebbe mai di vivere la mia vita da sola o con qualcuno per cui non provo attrazione.

Lui vorrebbe che io fossi felice. Io voglio essere felice. Voglio amare me stessa e non provare vergogna per essere me stessa. Io vi chiedo…”

savannah

E’ a questo punto che il microfono viene spento e a Savannah, 12 anni (in immagine qui sopra) è chiesto di tornare a sedersi fra il pubblico della congregazione. Il suo posto viene preso da un uomo – e il microfono torna ad essere funzionante, miracolo! – che parla “in nome di Gesù Cristo” e blatera qualcosa sull’essere tutti figli di dio, grazie e arrivederci. La ragazzina ha fatto il suo coming out in una chiesa mormone in Utah, il 18 giugno scorso, durante una sessione di condivisione di testimonianze. E, come ha raccontato sua madre Heather alla stampa, è tornata dal podio ai banchi della chiesa in lacrime: “A questo punto siamo entrambe uscite dalla sala, e io ho preso il suo volto fra le mani e le ho ripetuto e ripetuto che è perfetta e buona, che non c’è nulla di sbagliato in quel che lei è, che è coraggiosa e bella. Mi sono arrabbiata per il fatto che hanno scelto di ferirla, qualunque ragione avessero per farlo. Mio marito e io eravamo entrambi riluttanti a lasciarla condividere la sua testimonianza per timore del potenziale rigetto. Ce l’aveva chiesto in gennaio e alla fine le abbiamo detto che eravamo d’accordo in maggio. Ha lavorato duro sul suo discorso, perché voleva che convogliasse esattamente come lei si sente. Noi abbiamo pensato che era più dannoso zittirla o farla sentire in qualche modo sbagliata, che permetterle di parlare.”

Probabilmente è una coincidenza, ma mi colpisce che il microfono sia stato spento sulle parole “io vi chiedo”: qualunque cosa Savannah stesse per domandare ai suoi correligionari, la scena stava passando per costoro dalla passività di un ascolto che per alcuni era di certo ostile – e difatti la ragazzina non ha potuto portare a termine il suo intervento – all’essere attivamente coinvolti. Questa è una situazione che si ripete a oltranza, da secoli, all’interno di moltissime comunità religiose: coloro che sono stimati peccatori non per quel che fanno, ma per quel che sono (donne e omosessuali in primis) tentano di negoziare la loro identità all’interno della loro fede. Non “perdonatemi e guardate da un’altra parte”, ma “riconoscetemi e andiamo avanti insieme”. E’ triste dirlo: molto probabilmente il coming out di Savannah è l’ennesimo tentativo di questo tipo destinato a fallire. Però ha due genitori sensibili e amorevoli ed è intelligente, compassionevole e fiera – presto vedrà che il mondo è molto più grande della chiesa in cui le si è impedito di parlare.

Maria G. Di Rienzo

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