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Girls Pride Irlanda

(la scritta sulla maglietta dice: Trasformare le giovani vite delle persone LGBT)

11 agosto 2017: “Roma, Centocelle, assalto omofobo al Vanity Dance Studio: “Froci andatevene!” – Dopo mesi di continui attacchi, ieri notte la sede è stata completamente imbrattata di scritti e disegni osceni e offensivi. E adesso la scuola, diventata punto di riferimento per i ragazzini del quartiere, rischia di chiudere.”

10 agosto 2017: “Insulti omofobi alle baby calciatrici” – Il procuratore federale interregionale della Figc ha deferito al Tribunale federale territoriale (…) la Polisportiva Bruinese a titolo di responsabilità concorrente e oggettiva per l’operato dei propri dirigenti, anch’essi deferiti.

Il deferimento è riferito a “presunti comportamenti omofobi e discriminatori messi in atto da giocatori, dirigenti e tifoseria” della Bruinese nei confronti di calciatrici del Torino in occasione di una partita della categoria giovanissimi fra le ragazze della formazione granata con la squadra maschile della Bruinese giocata il 13 aprile scorso.”

Non so che età avessero gli allievi dello studio di danza, ma la parola “ragazzini” mi fa pensare a minori adolescenti. So invece che età comprende la categoria “giovanissimi” nel calcio: maschi e femmine tra i dodici e i quattordici anni (dalle categorie superiori ragazze e ragazzi giocano in tornei separati e hanno limiti di età diversi).

Si tratta comunque assai spesso del momento in cui le giovani persone omosessuali trovano un punto fermo nel mezzo dei messaggi contraddittori che le hanno rese confuse e incerte sino ad allora: è l’età in cui il coming out lo si fa interiormente, dicendo a se stessi “questo è ciò che io provo, questo è ciò che io sono”. E’ anche il momento in cui la violenza nei loro confronti è giustificata da culture/religioni con il pretesto di “difendere i minori”… da loro stessi.

Oltre settanta nazioni, al mondo, criminalizzano ancora l’omosessualità e per cinque di esse la pena prevista per chi ne sia giudicato “colpevole” è quella capitale. Le leggi che direttamente o indirettamente rendono reato penale una caratteristica umana per “proteggere i bambini”, così come le “campagne anti-gender” (che sono campagne anti-omosessualità), non fanno che esacerbare la violenza e la discriminazione, ottenendo l’esatto opposto effetto per i minori, siano essi LGBT o siano semplicemente sospettati di esserlo o prendano le parti di qualcuno di questi ultimi.

In pratica dappertutto è possibile trovare cialtroni sadici che pretendono – abbiano o meno la benedizione di governi e chiese – di essere in grado di modificare l’identità e l’orientamento delle ragazze e dei ragazzi omosessuali: tale terapie sono “non etiche, non scientifiche e inefficaci e possono essere paragonate alla tortura” (Nazioni Unite, Ginevra, 2015). Per essere oggetto di bullismo a scuola da parte di compagni (e sovente insegnanti) non occorre essere gay o lesbiche, basta essere percepiti e classificati come tali; in alcuni paesi tale giudizio sommario è sufficiente per rifiutare l’ammissione a scuola a uno/una studente o per espellerlo/a.

Credete che tutto questo passi senza lasciare tracce nel cuore di un ragazzo o di una ragazza, ne sia pure lui o lei unicamente testimone? Lo stigma sociale diventa auto-stigmatizzazione. Le abilità personali si affievoliscono e appaiono come non dare più gioia a chi le possiede, la salute ne risente a livello fisico e mentale, l’ansia del doversi mimetizzare e nascondere conduce a entrare in relazioni non desiderate e potenzialmente pericolose, la capacità di immaginare un futuro felice per se stessi va a picco. Ma noi diciamo che Carlo sembra un po’ depresso e Luisa non va più volentieri a scuola “perché l’adolescenza è così”, basta aspettare o magari dargli/darle del Prozac, passerà. Non è vero. Se non interveniamo aiutandoli a restaurare la loro autostima andrà peggio.

Nel continuum di violenza che si abbatte su di loro si creano picchi in cui fra la loro vita e la loro morte resta solo un piccolo spazio. Quando è riempito da “Froci andatevene” o – presumo – da “Lesbiche schifose”, Carlo e Luisa possono pensare che non valga più la pena esistere. Perciò, quelle scritte di vernice spray e quelle parole sputate con disprezzo sono assassine.

Maria G. Di Rienzo

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Poster Tunisi

“Cinque minuti dopo la tua nascita, decideranno il tuo nome, la tua nazionalità, la tua religione, la tua sessualità e la tua comunità… e tu lotterai tutta la vita per cose che non hai scelto e che difenderai stupidamente.”

Questo diceva il manifesto della seconda edizione del Festival Internazionale dell’Arte Femminista di Chouftounhonna – Tunisia – nel maggio 2016.

Lo spettro delle arti presenti al festival è ampio e variegato: dalla pittura alla ceramica, dal teatro all’improvvisazione poetica, dai fumetti alla fotografia ai collage… passando praticamente per qualsiasi sfumatura specifica vi venga in mente.

Chouftounhonna è un’iniziativa di “Chouf Minorities”, un’organizzazione femminista che l’ha ideata per “permettere alle donne tunisine e alle minoranze sessuali un ambiente sicuro in cui le persone possono esprimersi liberamente e lavorare sullo sviluppo delle proprie potenzialità”.

Quest’anno la terza edizione si terrà nei giorni 7-8-9 settembre 2017. La data in cui chiedere di presentare i propri lavori è purtroppo passata (30 marzo) ma almeno avete un’idea in più su dove trascorrere i giorni di ferie che vi restano (molte artiste tengono seminari, approfittatene!). Maria G. Di Rienzo

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Il mio sangue

pride flags

abominio.

perversione.

satanica.

meglio morire che essere gay.

e la mia personale favorita,

“per favore ucciditi, disgustosa fica lesbica”.

io porto queste frustate sulla schiena,

ma il sangue che da esse spilla è più puro

di qualsiasi fiala d’acqua santa dei preti.

perché il vostro “dio” è un falso fuoco, che ruggisce per distruggere.

(tratto da: “This Isn’t Me Anymore”, di Bailey Workman, poeta contemporanea e studente universitaria, trad. Maria G. Di Rienzo. Il testo è privo di maiuscole nell’originale.)

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“Io credo di essere figlia di genitori celesti. Non so se ci parlano, ma sento nel mio cuore che mi hanno creata e mi amano. Sono stata fatta nel modo in cui sono, in tutte le mie parti, dai miei genitori celesti. Non hanno sbagliato quando mi hanno dato occhi marroni o quando sono nata senza capelli. Non hanno fatto errori quando mi hanno dato le lentiggini o mi hanno fatta gay. Dio mi ama proprio come sono perché io credo che ami tutte le sue creazioni.

Nessuna parte di me è sbagliata. Io non ho scelto di essere così e questa non è una fase passeggera. Non posso rendere qualcun altro gay e stare vicino a me non farà essere nessun altro in questo modo. Io credo che dio voglia che ci trattiamo l’un l’altro con gentilezza, anche se le persone sono diverse – specialmente se sono diverse. Cristo ce l’ha mostrato.

Io credo che dovremmo semplicemente amare. Io credo di essere buona. Faccio del mio meglio affinché noi si sia gentili l’un l’altro e sono presente per coloro che soffrono. So di non essere un’orribile peccatrice perché sono chi sono. Io credo che dio me lo direbbe se fossi sbagliata.

Spero un giorno di uscire con qualcuna, di andare ai balli della scuola e infine di trovare una compagna, sposarla, avere una famiglia e un lavoro meraviglioso. So che posso avere tutte queste cose come lesbica ed essere felice. Io credo che se dio c’è sa che sono perfetta proprio come sono, e non mi chiederebbe mai di vivere la mia vita da sola o con qualcuno per cui non provo attrazione.

Lui vorrebbe che io fossi felice. Io voglio essere felice. Voglio amare me stessa e non provare vergogna per essere me stessa. Io vi chiedo…”

savannah

E’ a questo punto che il microfono viene spento e a Savannah, 12 anni (in immagine qui sopra) è chiesto di tornare a sedersi fra il pubblico della congregazione. Il suo posto viene preso da un uomo – e il microfono torna ad essere funzionante, miracolo! – che parla “in nome di Gesù Cristo” e blatera qualcosa sull’essere tutti figli di dio, grazie e arrivederci. La ragazzina ha fatto il suo coming out in una chiesa mormone in Utah, il 18 giugno scorso, durante una sessione di condivisione di testimonianze. E, come ha raccontato sua madre Heather alla stampa, è tornata dal podio ai banchi della chiesa in lacrime: “A questo punto siamo entrambe uscite dalla sala, e io ho preso il suo volto fra le mani e le ho ripetuto e ripetuto che è perfetta e buona, che non c’è nulla di sbagliato in quel che lei è, che è coraggiosa e bella. Mi sono arrabbiata per il fatto che hanno scelto di ferirla, qualunque ragione avessero per farlo. Mio marito e io eravamo entrambi riluttanti a lasciarla condividere la sua testimonianza per timore del potenziale rigetto. Ce l’aveva chiesto in gennaio e alla fine le abbiamo detto che eravamo d’accordo in maggio. Ha lavorato duro sul suo discorso, perché voleva che convogliasse esattamente come lei si sente. Noi abbiamo pensato che era più dannoso zittirla o farla sentire in qualche modo sbagliata, che permetterle di parlare.”

Probabilmente è una coincidenza, ma mi colpisce che il microfono sia stato spento sulle parole “io vi chiedo”: qualunque cosa Savannah stesse per domandare ai suoi correligionari, la scena stava passando per costoro dalla passività di un ascolto che per alcuni era di certo ostile – e difatti la ragazzina non ha potuto portare a termine il suo intervento – all’essere attivamente coinvolti. Questa è una situazione che si ripete a oltranza, da secoli, all’interno di moltissime comunità religiose: coloro che sono stimati peccatori non per quel che fanno, ma per quel che sono (donne e omosessuali in primis) tentano di negoziare la loro identità all’interno della loro fede. Non “perdonatemi e guardate da un’altra parte”, ma “riconoscetemi e andiamo avanti insieme”. E’ triste dirlo: molto probabilmente il coming out di Savannah è l’ennesimo tentativo di questo tipo destinato a fallire. Però ha due genitori sensibili e amorevoli ed è intelligente, compassionevole e fiera – presto vedrà che il mondo è molto più grande della chiesa in cui le si è impedito di parlare.

Maria G. Di Rienzo

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Nelle scorse settimane, mentre “infuriava il dibattito” – leggi: mentre i politici si insultavano reciprocamente – sulla legge elettorale italiana mi è tornata in mente questa poesia. E’ del 1992 e la scrisse la scultrice e fotografa Zoe Leonard (nata nel 1961) ispirata dalla corsa alla presidenza degli Usa di un’altra artista, la poeta Eileen Myles (nata nel 1949). La poesia circolava così come la vedete nell’immagine qui sotto, in manifesti appiccicati ai muri e fotocopie distribuite a mano e recitata come un passaparola. Eileen all’epoca non diventò Presidente: la persona descritta da Zoe è ancora la persona che io non ho mai visto raggiungere una posizione di potere in ambito politico, è ancora la persona che le liste elettorali non presentano mai e che non mi si permette di votare.

Una persona che conosce abbastanza la vita, la mia vita e la vostra, da non permettersi di sputarci in faccia ogni volta in cui apre bocca, di trattarci come sudditi imbecilli ogni volta in cui vara un provvedimento, di salire la scala sociale schiacciando sempre altri nel fango. Maria G. Di Rienzo

zoe leonard poem

Voglio una lesbica come presidente. Voglio una persona

con l’aids come presidente e voglio un finocchio come

vice presidente e voglio qualcuno privo

di assistenza sanitaria e voglio qualcuno che sia cresciuto

in un posto dove la terra è così satura

di rifiuti tossici che non ha avuto

scelta se non prendersi la leucemia. Io voglio

un presidente che abbia abortito a sedici anni e

voglio un candidato che non sia il minore fra due

mali e voglio un presidente che abbia perso il suo

ultimo amore per l’aids, che ancora lo vede

nei propri occhi ogni volta in cui si stende per riposare,

che abbia tenuto il suo amore fra le braccia sapendo

che stava per morire. Voglio un presidente senza

aria condizionata, un presidente che ha fatto

la fila all’ospedale, alla motorizzazione, all’ufficio

assistenza e sia stato disoccupato e licenziato e

molestato sessualmente e assalito perché gay e deportato.

Voglio qualcuno che abbia passato la notte

in un cimitero e a cui sia stata messa una croce in fiamme sul prato e

che sia sopravvissuto allo stupro. Voglio qualcuno che sia stato

innamorato e ferito, che rispetti il sesso, che abbia

fatto errori e imparato da essi. Voglio una

donna nera come presidente. Voglio qualcuno con

denti malmessi e carattere, qualcuno che

abbia mangiato il cibo fetente dell’ospedale, qualcuno

che abbia indossato abiti dell’altro sesso e assunto stupefacenti e

sia stato in terapia. Voglio qualcuno che abbia commesso

disobbedienza civile. E voglio sapere perché questo

non è possibile. Voglio sapere quando abbiamo cominciato

ad apprendere da qualche parte lungo la strada che un presidente

è sempre un pagliaccio: sempre un puttaniere e mai

una puttana. Sempre un capo e mai un lavoratore,

sempre un bugiardo, sempre un ladro e mai arrestato.

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(brano tratto da: “Higui will be liberated by all of us together”, di Gabriela De Cicco per Awid, 19 giugno 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

higui

La 43enne Eva Analía de Jesús (in immagine, ndt.), chiamata Higui da familiari e amici, è una lesbica visibile che lavora abitualmente come giardiniera e pulitrice, e passa il suo tempo libero giocando a calcio, la sua grande passione.

Il 16 ottobre 2016 fu assalita da una gang di dieci uomini appena uscita dalla casa della propria famiglia a San Miguel, nella provincia di Buenos Aires, Argentina. Gridando: “Sei una lesbica, sei una puttana. Ti farò sentire come una donna. Ti impaleremo, lesbica.”, gli uomini l’hanno picchiata sino a farle perdere i sensi. Prima di svenire, difendendosi dal tentato stupro, Eva ha ferito uno dei suoi aggressori, a cui la ferita è stata fatale.

Higui ha subito un tentativo di “stupro correttivo” perché è lesbica, un tentato omicidio per la stessa ragione e ha esercitato il suo diritto all’autodifesa, come ha dichiarato la sua avvocata Raquel Hermida: i suoi aggressori sono tutti a piede libero, mentre lei ha passato 240 giorni in galera. Il 12 giugno è stata rilasciata in attesa di processo.

In Argentina c’è un femicidio ogni 18 ore, ma i colpevoli restano liberi e le indagini sono spesso portate avanti in modo inaccurato. Il governo nazionale desidera allo stesso tempo rimuovere e calpestare ogni cosa relativa ai diritti umani. Il sistema penale argentino è uno degli spazi segnati dal patriarcato e dalla supremazia maschile dove lesbiche, persone transessuali e donne devono lottare per vedere i loro diritti riconosciuti e rispettati. In tale sistema le dichiarazioni di una lesbica povera (come Higui, ndt.) non hanno alcun valore.

La sua voce e le esperienze che attraversa sono zittite e qualche volta cancellate del tutto, così da non essere udite. La storia di Higui si è diffusa perché, mentre era in prigione, ha incontrato la visitatrice di una seconda prigioniera, che ha portato la sua storia all’esterno: Higui era a stento conscia quando è stata portata alla centrale di polizia, era stata incarcerata senza che le si offrisse assistenza medica di alcun tipo, ed era stata accusata di omicidio.

Le fotografie del suo corpo martoriato, prese il giorno dopo l’aggressione, e la sua storia hanno cominciato a fare rapidamente il giro dei social media e le attiviste lesbiche hanno agito con immediatezza. Si è formato un Comitato Giustizia per Higui in cui sua madre e le sue sorelle hanno collaborato con le lesbiche e i movimenti per la giustizia sociale. Il Comitato e il Fronte per la libertà e l’assoluzione di Higui (creato da una maggioranza di organizzazioni femministe e lesbiche) hanno organizzato un’enorme protesta nazionale per chiedere il suo rilascio. Anche l’ultima dimostrazione di massa di #NiUnaMenos in Argentina ha sollevato il caso e lo ha diffuso all’estero.

Il grido è stato così forte, l’alleanza fra lesbiche e femministe così potente, che il 12 giugno 2017 Higui è stata fatta uscire di prigione. Il lavoro per la sua assoluzione è già cominciato, perché con l’accusa di omicidio rischia dagli 8 ai 25 anni di galera.

Questo è stato un trionfo del sapersi organizzare, dell’andare frontalmente contro l’eteropatriarcato, perché, come diciamo sempre quando ci incontriamo e manifestiamo: “Higui la libereremo noi tutte insieme.”

higui la liberiamo

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cosima 1 e 2

Cosima Herter (a destra nell’immagine) è la persona reale a cui si ispira il personaggio di Cosima (Tatiana Maslany, a sinistra) nello sceneggiato Orphan Black, nonché consulente scientifica di quest’ultimo. Quest’anno, i titoli della quinta e ultima stagione delle serie Cosima Herter li ha scelti a partire da una poesia di Ella Wheeler Wilcox (1850 – 1919), “Protest” – “Protesta”.

Il 10 giugno u.s., in un lungo e appassionato articolo per il sito ufficiale della rete televisiva BBC America, ha spiegato il perché. Dopo aver raccontato che ogni volta in cui come scrittrice prova scarsa di fiducia in se stessa o mancanza di ispirazione si rivolge abitualmente alla poesia e che quella citata in particolare la commuove da quando era adolescente, Cosima Herter dice:

“Sentivo che, per la stagione conclusiva di Orphan Black, i titoli dovevano essere meno specificatamente scientifici o teorici (…) ma inclusivi di alcuni dei temi più importanti – almeno per me – che fanno da sottotesto all’intero show: l’autonomia corporea, l’avere una propria agenda politica e personale, la resistenza continuata all’oppressione e all’autorità ideologica, il coraggio, la speranza e il cambiamento. (…)

Io sono stata la prima e l’unica figlia della mia famiglia a essere nata in Canada. I miei genitori, nati in America e figli loro stessi di immigrati della classe lavoratrice, si trasferirono in Canada come obiettori di coscienza poco prima che mia madre mi mettesse al mondo nel 1970. Mi è stato insegnato a mettere in discussione l’autorità, sono stata guidata a pensare in modo critico, spinta ad aprire cuore e mente a idee che stavano fuori dal convenzionale e generalizzato sistema educativo. “Volevo qualcosa di meglio per i miei figli.”, mi diceva spesso mia madre, ora deceduta. Si lamentava del fatto che avrebbe voluto altri bambini “Ma tu, Cosima, sei stata l’ultima.” Mi raccontò che io ero nata con un parto cesareo e che mentre lei era anestetizzata era stata sterilizzata senza che ne fosse consapevole o che avesse dato il proprio consenso. Quando fu conscia di cos’era accaduto, la spiegazione che le diedero fu che aveva “già troppi bambini e a stento poteva dar loro sostentamento nelle sue condizioni” (economiche, ndt.) Io ero la quarta figlia. Nonostante la faccenda fosse illegale, mia madre ebbe la sensazione di non potersi opporre, che non vi fosse luogo ove presentare una lamentela e nessuno a cui appellarsi per avere aiuto. Non poteva protestare.

La donna con cui vivo è immigrata in Canada da bambina; l’inglese è la sua seconda lingua e proviene da una fede con una lunga e violenta storia di persecuzione. (…) Abbiamo passato più di una notte tentando di riconciliare le storie delle nostre famiglie con i nostri attuali privilegi dell’avere la possibilità di vivere in un luogo relativamente sicuro, dell’avere il diritto civile di amare una compagna che abbiamo scelto, dell’avere autonomia corporea, diritto di voto, di possedere cose, di accedere all’istruzione, di essere donne indipendenti, di riunirci in dimostrazioni pubbliche contro la tirannia e l’avidità.

Questi sono privilegi nati dalle schiene di coloro che hanno protestato prima di noi – e di quelli che continuano a protestare – che si sono riuniti in dimostrazioni e ancora si riuniscono sotto la minaccia del carcere e della morte, che si sono sollevati insieme nel convincimento che la protesta è importante, che hanno rifiutato di rimanere in silenzio, che hanno osato parlare contro le ingiustizie.

“La protesta – mi ha sussurrato una sera (la donna di cui sopra, ndt.) non riguarda semplicemente il presente. La protesta riguarda l’avere fiducia in un futuro diverso, meno oppressivo, che dev’essere ancora immaginato.” E’ la ragione per cui lei e io abbiamo le opportunità che abbiamo. E’ la ragione per cui lei e io ci uniamo a manifestazioni pubbliche per lottare al fianco delle nostre sorelle e fratelli. E’ la voce della nostra angoscia e la voce della nostra speranza. La protesta non è solo il tentativo di frantumare le strutture esistenti di diseguaglianza, ma la perseveranza verso un futuro differente.” Maria G. Di Rienzo

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