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Posts Tagged ‘stati uniti’

“Sunitha Krishnan, nata in India, racconta la sua storia con sorprendente serenità: “Quando avevo 15 anni sono stata stuprata da otto uomini. La mia comunità mi considerò colpevole, non vittima di un crimine. Decisero che era la mia indole a non essere buona, che avevo fatto qualcosa per meritarmelo. Sono stata isolata e la mia famiglia smise di essere invitata a eventi sociali. Ero vista come una prostituta.”, ricorda questa donna minuta, ora 44enne, “Dopo di ciò promisi a me stessa che non avrei permesso a questo di distruggermi, che mi sarei ripresa e avrei dedicato la mia vita a combattere la violenza sessuale, rendendo l’istanza visibile e aiutando altre donne.”

E lo ha fatto. Sunitha ha fondato “Prajwala”, un’organizzazione il cui scopo è aiutare le donne che sono state schiave sessuali. “Donne che non sono state stuprate una volta sola, come me, ma centinaia di volte.”, sottolinea Sunitha.”

Il brano, come quello che segue, è tratto dall’articolo che María R. Sahuquillo ha composto – benissimo – per El Paìs in occasione del Giorno internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre).

” (le vittime) sono terrorizzate all’idea di essere giudicate scorrettamente, hanno un tremendo senso di colpa derivato dall’ambiente in cui vivono. – dice Tina Alarcón, Presidente del Centro Aiuto alle vittime di aggressione sessuale di Madrid (Cavas in sigla) – “E’ il tipo di ambiente in cui senti ancora cose del tipo ‘se l’è andata a cercare’, specialmente quando la persona è un parente, un amico, qualcuno che conosci, il che ammonta all’80% dei casi.”

Un’altra delle donne intervistate da El Paìs, Macarena García di 48 anni – 23 dei quali passati con un marito che abusava di lei fisicamente e psicologicamente – da quando è riuscita a uscire dalla situazione fa volontariato presso la Fondazione Ana Bella per le vittime di abuso. Macarena dice una cosa molto importante sulla violenza di genere: “Non dovremmo educare le nostre ragazze a ‘badare a se stesse’, dovremmo educare i nostri ragazzi a rispettarle e a non essere aggressori.”

Si chiama, come sapete, socializzazione di genere. Grazie (si fa per dire) a essa potete tirare una linea dalla Spagna di El Paìs agli Stati Uniti di The Olympian, il quotidiano della città di Olympia, e trovare un articolo di Amelia Dickson e Rolf Boone del 27 novembre u.s. che ha nel titolo la frase “Sono un maschio, uomo, perciò questo tipo di roba succede.”

Sono le parole pronunciate in tribunale dal 31enne Efrain Ramirez-Ventura, pescato mentre filmava una madre e sua figlia dodicenne che si stavano provando degli abiti in un camerino di prova. Sul suo cellulare sono stati trovati altri 80 filmati di questo tipo, tutti presi da camerini adiacenti.

Secondo costui, essere maschio significa essere autorizzato a violare l’intimità, gli spazi e i corpi delle femmine, di qualsiasi età.

Dello stesso parere sono quelli che hanno inflitto violenze sessuali a circa 120 milioni di bambine in tutto il mondo (dati Unicef) e quelli che rendono l’Europa un continente in cui una donna su dieci, a partire dai 15 anni d’età, subisce qualche tipo di assalto sessuale: cose che “capitano”, quando addestri metà dell’umanità a credersi legittimata alla violenza.

Maria G. Di Rienzo

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our body our choice

Davvero. Se avete la passione per la “nail-art” anche questa, come tutte le arti, può diventare attivismo. E’ il caso del salone per unghie “Tropical Popical” a Dublino, in cui Andrea Horan (l’immagine sopra è di un suo lavoro) fa politica per e con le donne in questo modo: “Un minuto stiamo discutendo dei brillantini rosa, un minuto dopo dei diritti riproduttivi delle donne.” Nello scorso settembre il locale era sovraffollato durante i giorni precedenti la Marcia delle Donne per il diritto all’interruzione di gravidanza: le clienti volevano unghie che trasmettessero messaggi coerenti con la protesta.

Attualmente Andrea sta chiedendo loro come voteranno alle elezioni generali del prossimo febbraio; pensa che “se quest’armata di donne si mobilita (artiste e clienti) ci saranno più voci femminili a chiedere che le istanze relative alle donne diventino priorità”.

Le due immagini seguenti appartengono a Ami Vega, dominicana-statunitense che ha aperto il suo “El Salonsito”, dopo averlo sognato sin da ragazzina, a New York.

be free

“Visto da distante, il mio lavoro può sembrare fatua vanità, ma io lo vedo come un’opportunità per aiutare le persone a esprimere se stesse.” E così, sulle unghie create da Ami, si celebrano sorellanza, cultura e forza delle donne. Maria G. Di Rienzo

black lives matter

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jacinda

Jacinda Ardern, 37 anni – in immagine – è stata eletta capo di governo della Nuova Zelanda il 26 ottobre 2017. Fa parte del Partito Laburista (socialdemocratico) ed è la più giovane fra i Primi Ministri di tutto il mondo.

La scorsa settimana partecipava al summit per l’Asia Orientale in Vietnam. C’era anche il Presidente degli Usa Trump e sebbene i due si fossero già parlati al telefono quella era la prima volta in cui si incontravano. Così Jacinda ha riportato la scena ai giornali:

“Stavo aspettando di uscire per essere presentata al pranzo di gala del summit, dove tutti sfilavamo, e durante l’attesa Trump si è messo a scherzare con la persona che aveva vicino: gli ha battuto sulla spalla, ha puntato il dito verso di me e ha detto: “Questa signora ha causato un bel po’ di scombussolamento nel suo paese.”, riferendosi alle elezioni, e io ho risposto: “Be’, via, magari forse al 40%.” Allora lui ha ripetuto la frase e io ho detto ridendo: “La sa una cosa, nessuno è sceso nelle strade a protestare quando sono stata eletta io.”

Come ricorderete, le donne invece chiamarono alla mobilitazione (Women’s March) non appena Donald Trump fu eletto e non marciarono solo nelle strade statunitensi, perché la protesta si allargò all’intero pianeta. Per inciso, Jacinda Ardern stessa partecipò alla protesta, nella città neozelandese di Auckland.

Maria G. Di Rienzo

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(“If racism was a burning kitchen” – “Se il razzismo fosse una cucina in fiamme”, scena teatrale in tre atti – più un quarto in premio – di Christy NaMee Eriksen. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice, in immagine, è un’artista multimediale e pluripremiata, nata in Corea del Sud e cresciuta in Alaska, che usa la creatività come attrezzo per l’attivismo sociale e la creazione di comunità “inclusive rispetto alle differenze e dotate di voci forti”. Il suo linguaggio preferito è la poesia.)

Christy - foto di AnnaMin

ATTO I: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA CUCINA IN FIAMME

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono in una cucina. La cucina è in fiamme.

A: Accidenti. La cucina sta bruciando?

C: Mi stai dando del piromane?! Io non sono un piromane!

A: Mi sto letteralmente scottando. Sono del tutto sicura che la cucina è IN FIAMME.

C: Non ho costruito io questa casa! Ci vivo solamente!

A: Andiamocene e costruiamo una nuova casa!

C: Io non vado da nessuna parte. Questa è CASA MIA.

ATTO II: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA BARCA CHE AFFONDA.

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una barca. C. sta tenendo in mano una pistola. La barca sta affondando.

A: Oh mio dio, la barca sta affondando!

C: Non intendevo affondarla, ho solo sparato e fatto un buco sul fondo!

A: Be’, ora sta affondando!

C: Non dare la colpa a me! A me piacciono i buchi, volevo solo vederne uno!

A: Non sparare altri colpi per fare buchi, uomo, o moriremo qui fuori.

C: (tirando su con il naso) Pensi che io sia razzista?

ATTO III: SE IL RAZZISMO FOSSE UN’APOCALISSE DI ZOMBIE.

E’ l’apocalisse. Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una strada. Gli zombie corrono avanti e indietro sul palcoscenico.

A: Merda. Zombie.

C: Cosa facciamo adesso?

A: Be’, penso che dovremmo andarcene di qui prima che ci uccidano.

C: Come fai a sapere che ci uccideranno?

A: Perché l’ho visto, sai! Hanno ucciso i miei genitori!

C: Oh, è terribile!

A: Sì, perciò andiamo via di qui.

C: Perché?

A: Di modo che non ci uccidano!

C: Pensi che ci uccideranno? Io conosco quel tizio là, è veramente mitico.

A: Sono sicura che è mitico! Ma in questo momento è uno zombie! E gli zombie uccidono la gente!

C: Cosa? Come fai a saperlo?

A: Te l’ho appena detto!

C: Non mi ricordo.

BONUS – ATTO IV: SE IL RAZZISMO FOSSE QUESTO PEZZO TEATRALE

C: Non voglio essere la persona caucasica; non posso essere semplicemente un umano?

A: No.

C: Questo è razzista.

A: Amico, il pezzo tratta di un sistema di oppressione.

C: Posso fare il regista, allora?

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Nel gennaio scorso John Carman, un legislatore della contea del New Jersey, si accanì sui suoi social media nel dileggiare le manifestanti della Marcia delle Donne in quel di Washington DC.

Mentre la Marcia sommergeva letteralmente la capitale degli Usa protestando contro la violenza sessuale e la discriminazione di genere, Carman pubblicava foto di donne ai fornelli con la didascalia: “Mi stavo solo chiedendo… la protesta delle donne finirà in tempo perché riescano a cucinare la cena?”, oppure scriveva: “Oggi in DC devono tenere una lezione di massa su come si fanno i sandwich.”

Fra le molte donne infastidite dal sessismo idiota di Carman c’era la 32enne Ashley Bennett (in immagine qui sotto), che all’epoca lavorava al pronto soccorso psichiatrico ed era la classica “nessuno” in termini di rilevanza politica o popolarità.

ashley

“Ero arrabbiata – spiegò in seguito ai giornalisti – perché i funzionari eletti non dovrebbero stare sui social media a ridicolizzare e disprezzare persone che stanno esprimendo preoccupazioni per la loro comunità e la nazione intera.”

Ashley partecipò con altre donne a un incontro pubblico in cui Carman era presente e con loro lo abbandonò quando il legislatore rifiutò di scusarsi per il suo comportamento e rispose alle donne di essere “circondato da gente forte” (in seguito dichiarò di aver commesso un “errore di giudizio”, quando gli fu chiaro che aveva letteralmente contro una marea femminile). In quel momento la giovane “nessuno” decise: alle successive elezioni, si sarebbe presentata contro di lui.

Dieci mesi dopo, Ashley Bennett ha vinto il seggio che fu di Carman. Quella marea di donne oltraggiate ha votato per lei.

Il suo ufficio stampa ha fatto sapere che “E’ pronta a usare tutte le ore che servono per migliorare la vita di ogni abitante del distretto – e non intende, per molto tempo, tornare a casa presto per preparare la cena.”

Maria G. Di Rienzo

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racchetta rotta

2 settembre 2017, “The Guardian”: “Fabio Fognini buttato fuori dall’US Open a causa dei commenti osceni diretti all’arbitro”. Riassumo: durante il suo match con un altro italiano, terminato in una sconfitta, il tennista ha urlato “troia” e “bocchinara” all’arbitro svedese di sesso femminile, Louise Engzelle, la quale ha giustamente denunciato tale comportamento. Fognini ha ricevuto tre multe dalla Federazione Internazionale Tennis, la sua partecipazione al torneo è stata sospesa e ha commentato il tutto lamentandosi del “moralismo” che lo circonda.

In un mondo veramente libero e disinibito, infatti, gli insulti a sfondo sessuale – ovviamente solo se diretti alle donne – dovrebbero esseri considerati un innocuo e sano sfogo della dirompente energia maschile. Dirò di più: i corpi delle donne dovrebbero essere sempre e comunque a disposizione quali ricettacoli di tale energia, si concretizzi quest’ultima in offese verbali o offese fisiche (botte e stupri) o nella compravendita di carne umana (tratta e prostituzione) – sostenere il contrario è bigotto e sa di stantio. Le donne scelgono questi scenari ecc. ecc.

Be’, l’arbitro Engzelle ha scelto di insegnare l’educazione a Fognini. Temo che il tentativo sia stato vano, ma non dobbiamo smettere di sperare. Maria G. Di Rienzo

P.S. “E’ NORMALE! E “arbitro cornuto”, allora? – No, è NORMALIZZATO per l’umiliazione costante della sessualità femminile. E il “cornuto” alla sessualità di chi fa riferimento? A quella della moglie / compagna / fidanzata dell’arbitro di sesso maschile, non alla sua.

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Nelle scorse settimane, mentre “infuriava il dibattito” – leggi: mentre i politici si insultavano reciprocamente – sulla legge elettorale italiana mi è tornata in mente questa poesia. E’ del 1992 e la scrisse la scultrice e fotografa Zoe Leonard (nata nel 1961) ispirata dalla corsa alla presidenza degli Usa di un’altra artista, la poeta Eileen Myles (nata nel 1949). La poesia circolava così come la vedete nell’immagine qui sotto, in manifesti appiccicati ai muri e fotocopie distribuite a mano e recitata come un passaparola. Eileen all’epoca non diventò Presidente: la persona descritta da Zoe è ancora la persona che io non ho mai visto raggiungere una posizione di potere in ambito politico, è ancora la persona che le liste elettorali non presentano mai e che non mi si permette di votare.

Una persona che conosce abbastanza la vita, la mia vita e la vostra, da non permettersi di sputarci in faccia ogni volta in cui apre bocca, di trattarci come sudditi imbecilli ogni volta in cui vara un provvedimento, di salire la scala sociale schiacciando sempre altri nel fango. Maria G. Di Rienzo

zoe leonard poem

Voglio una lesbica come presidente. Voglio una persona

con l’aids come presidente e voglio un finocchio come

vice presidente e voglio qualcuno privo

di assistenza sanitaria e voglio qualcuno che sia cresciuto

in un posto dove la terra è così satura

di rifiuti tossici che non ha avuto

scelta se non prendersi la leucemia. Io voglio

un presidente che abbia abortito a sedici anni e

voglio un candidato che non sia il minore fra due

mali e voglio un presidente che abbia perso il suo

ultimo amore per l’aids, che ancora lo vede

nei propri occhi ogni volta in cui si stende per riposare,

che abbia tenuto il suo amore fra le braccia sapendo

che stava per morire. Voglio un presidente senza

aria condizionata, un presidente che ha fatto

la fila all’ospedale, alla motorizzazione, all’ufficio

assistenza e sia stato disoccupato e licenziato e

molestato sessualmente e assalito perché gay e deportato.

Voglio qualcuno che abbia passato la notte

in un cimitero e a cui sia stata messa una croce in fiamme sul prato e

che sia sopravvissuto allo stupro. Voglio qualcuno che sia stato

innamorato e ferito, che rispetti il sesso, che abbia

fatto errori e imparato da essi. Voglio una

donna nera come presidente. Voglio qualcuno con

denti malmessi e carattere, qualcuno che

abbia mangiato il cibo fetente dell’ospedale, qualcuno

che abbia indossato abiti dell’altro sesso e assunto stupefacenti e

sia stato in terapia. Voglio qualcuno che abbia commesso

disobbedienza civile. E voglio sapere perché questo

non è possibile. Voglio sapere quando abbiamo cominciato

ad apprendere da qualche parte lungo la strada che un presidente

è sempre un pagliaccio: sempre un puttaniere e mai

una puttana. Sempre un capo e mai un lavoratore,

sempre un bugiardo, sempre un ladro e mai arrestato.

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