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Nell’ottobre dello scorso anno è uscito il rapporto “Digital Harassment of Women Leaders: A review of the evidence” (“Molestie digitali verso le donne leader : un esame delle prove”) a cura di Sophie Stevens e Erika Fraser del “Violence Against Women and Girls Helpdesk”: quest’ultimo è un servizio di ricerca e consulenza sulla violenza contro donne e bambine diretto alle istituzioni governative britanniche (è un esempio di buona pratica che il nostro governo, impegnato a far scappare gli ambasciatori di altri paesi a insulti, non copierà mai).

Le molestie online, si legge nell’introduzione, “fanno parte del continuum di violenza e discriminazione contro le donne nell’arena pubblica che include le donne politiche, le attiviste, le leader della società civile, femministe insigni o semplicemente donne che commentano la politica, intellettuali e giornaliste. Questo fenomeno è estremamente diffuso a livello globale e comprende tutte le forme di aggressione, coercizione, svergognamento, molestia, minaccia e intimidazione contro le donne in ruoli guida sulla base del loro genere. Tali atti non solo causano significativi danni psicologici, emotivi e persino fisici alle vittime individuali, riversando nel mondo reale abusi, violenza o autolesionismo, ma lavorano collettivamente per zittire o limitare la voce e le azioni delle donne negli spazi pubblici, minando così cultura e pratiche di democrazia.”

Le modalità delle molestie digitali sono note a tutte noi, non occorre essere in posizione politica o sociale prominente: minacce di stupro e di morte, cyberstalking, pornografia, insulti sessisti e misogini, diffusione di informazioni private e personali sono cosucce consuete per un quarto delle donne europee che frequentano i social media. Il rapporto mostra come quelle che scrivono – a qualsiasi livello, dal tweet all’articolo su un giornale – di sport, tecnologia, femminismo o stupro sono assalite in maggior misura.

Qualche altra informazione notevole:

– Il 70% delle vittime di cyberstalking, in tutto il mondo, è di sesso femminile;

– L’82% delle deputate (Unione Inter-Parlamentare, ricerca su 37 nazioni) ha subito violenza psicologica durante il suo mandato: minacce di assassinio, rapimento, stupro e aggressione fisica sono state dirette loro principalmente tramite i social media;

– Le donne politiche di lungo corso o con incarichi rilevanti ricevono insulti basati sul loro genere tre volte tanto di quanti ne ricevono i loro colleghi di sesso maschile;

– L’abuso funziona! Le donne, infatti, sono meno propense a candidarsi dopo aver visto le leader politiche subire assalti mediatici. Nel gruppo d’età fra i 18 e i 21 anni, a rinunciare sono il 60% delle donne, percentuale che sale all’80% dopo i 31 anni.

Libertà d’espressione? Per le donne non vale.

Maria G. Di Rienzo

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Ci vorranno circa 10 giorni per esaminare la richiesta di asilo della 18enne saudita Rahaf Mohammed Alqunun (in immagine).

rahaf

A salvarla dal rimpatrio forzato dalla Thailandia, ove si trova attualmente, è stato il suo adamantino coraggio unito a una massiccia campagna a suo favore sui social media. Il video in cui si barrica nella stanza d’albergo a Bangkok, chiedendo fermamente la protezione dell’Alto Commissariato NU per i Rifugiati, ha fatto il giro del mondo. Sul suo account Twitter ce n’è un altro, che val la pena vedere pur se brevissimo: mostra il rappresentante saudita a Bangkok, signor Alshuaibi, mentre dice “Avrebbero dovuto portarle via il telefono, invece del passaporto”. Il traduttore al suo fianco ride servile alla squallida battuta.

Rahaf pianifica la propria fuga da quando aveva 16 anni. Suo fratello e altri membri della famiglia hanno l’abitudine di picchiarla ed è stata chiusa per sei mesi in una stanza perché si era tagliata i capelli in un modo che loro non approvavano. Se fosse costretta a tornare da loro, ha aggiunto, “mi uccideranno perché sono scappata e perché ho dichiarato il mio ateismo. Loro vogliono che preghi e che mi metta il velo, io non voglio.” In questo momento, suo padre e suo fratello sono a Bangkok. Le richieste di impiccagione per Rahaf riempiono i forum in lingua araba.

Ogni donna in Arabia Saudita è una minorenne legale quale che sia la sua età. Per tutta la vita ha un “guardiano” di sesso maschile (padre, fratello, zio o persino figlio) da cui deve ottenere una serie di permessi – lavorare, andare dal medico, affittare un appartamento, intraprendere un’attività economica, viaggiare, sposarsi, divorziare ecc. non sono decisioni che lei può prendere autonomamente. Nel 2017 le regole si sono allentate un poco per casi in cui vi siano “speciali circostanze”, ma di fatto questo sistema non ne è stato minimamente scosso.

Spesso la polizia chiede il permesso del “guardiano” per una donna che voglia sporgere denuncia, rendendo in pratica impossibile riportare la violenza domestica qualora commessa dal suddetto. Avete chiaro il quadro.

Gli uomini decidono, gli uomini pontificano, gli uomini sanno e fanno e disfano… anche sotto gli scarni articoli che la stampa italiana dedica alla vicenda: al 99,99% sono gli uomini a commentare.

C’è l’analfabeta becero:

“eroina de che? e (è, signore, è) fuggita dal paese con tanto di passaporto, diciamo che è scappata dalla famiglia x dei motivi che non conosciamo”

e l’analfabeta colto e solidale:

“Diciamo che la ignoranza e (è, perdinci) una cosa normale. (…) Il fatto è che sia la donna che l’uomo devono essere riguardati come una espressione della essenza umana senza considerazioni pregiudiziali che limitano il diritto alla scelta libera sebbene responsabile. (I beg your pardon?)

L’idea che la donna non può esercitare un livello di autorità e responsabilità uguale al (all’) uomo e (è, voce del verbo essere, terza persona singolare) regressiva, primitiva e porta ad un trattamento criminale non dissimile alla (dalla) schiavitu (l’accento, per piacere) istituzionalizzata del passato. Una donna che rischia la vita per difendere i suoi legittimi diritti e (è!!!) definitivamente eroica. (…)” Omettiamo pietosamente il resto…

Trovando difficile l’iter burocratico per essere accolta in Australia, che era la sua prima scelta, Rahaf ha chiesto asilo al Canada: sto sperando che tale nazione apra le braccia per lei. L’Italia? Be’, non è un paese per donne.

Maria G. Di Rienzo

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Il motto che accompagna la rivolta è “scappa dal bustino” (o corsetto). Migliaia di video e post in cui le donne equiparano il “regime della bellezza” loro imposto a una forma di lavoro coatto per cui non ricevono compenso alcuno stanno sciamando lungo i social media. Le ribelli stanno distruggendo i cosmetici che hanno e si rifiutano di comprarne ancora; contestano gli standard per cui, per essere “carine”, devono avere pelle chiara, grandi occhi, naso all’insù, labbra siliconate, faccia piccola, lunghi stuzzicadenti al posto delle gambe e magrezza da campo di concentramento – sono gli standard che nel loro paese mettono un terzo delle giovani donne sotto i ferri del chirurgo plastico.

Il paese è la Corea del Sud e questa qui sotto è Cha Ji-won nel classico prima e dopo.

cha ji-won

Ji-won ha cominciato a truccarsi a 12 anni nel tentativo di somigliare all’irreale figurina proposta dai media e dalle industrie di cosmesi e moda e quando ha raggiunto i vent’anni spendeva ormai 100.000 won (circa 78 euro) al mese in prodotti per il trucco e si ossigenava i capelli. Adesso ha ventidue anni e nel mezzo del risveglio femminista in Corea, ha raccontato ai giornalisti del Guardian, ha deciso di buttare via tutto: “Mi sono sentita come se fossi rinata. C’è un limite all’energia mentale che una persona può usare in una giornata e io ne spendevo la maggior parte preoccupandomi di essere carina. Adesso uso quel tempo per leggere e per fare esercizio.”

L’iniziativa è del tutto coerente con la spallata che il movimento femminista ha dato alla società sudcoreana negli ultimi tempi, con le donne che sono scese più volte in strada chiedendo maggior eguaglianza e la fine delle molestie e delle aggressioni sessuali.

“Il movimento non solo mira a sfidare l’oggettivazione sessuale delle donne, ma anche a cambiare il loro status che ora le vede subordinate agli uomini. – ha spiegato Lee Na-young, docente di studi sulle donne all’Università Chung-An di Seul – Come risultato, non c’è solo il cambiamento di attitudine rispetto ai cosmetici, ma anche un cambiamento nel modo in cui le donne scelgono di vestirsi. Queste donne stanno facendo esperienza della liberazione e una volta che ne fai esperienza non torni più indietro.”

Sebbene non ci sia ancora modo di quantificare l’impatto della rivolta sui produttori coreani di cosmetici, già alcune ditte stanno progettando di aumentare le vendite di prodotti diretti agli uomini: credo sia la cosa giusta da fare – gli uomini hanno inventato gli standard, gli uomini li impongono e gli uomini ci guadagnano. Se i soldi finiscono per sborsarli loro, piuttosto che siano estorti alle donne strozzando le loro esistenze, tanto meglio.

Maria G. Di Rienzo

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Lo dico io, prima che qualche benaltrista solo lo pensi: ci sono un milione di argomenti e fatti più gravi e più urgenti di quello che sto per trattare. Ma non è un caso se l’ho scelto – è l’esempio perfetto di come ormai si discute in Italia di qualsiasi cosa, mai affrontando il merito delle questioni e concentrandosi piuttosto sull’umiliare gli oppositori o i dissenzienti (se costoro sono donne il primo bersaglio è il loro aspetto, poi vengono la loro vita privata e la loro rispondenza a stereotipi di genere vecchi almeno di qualche secolo). Tale metodo con cui si affrontano le questioni e si svolgono i dibattiti relativi influisce inevitabilmente sui risultati: rende molto più probabile non risolvere nulla.

Seconda doverosa premessa: non ho simpatia personale per entrambe le protagoniste della vicenda e per le sfere politiche a cui fanno riferimento. La vicenda è questa: Cristina Parodi, giornalista della Rai, parla a Radio 2 dell’ascesa politica di Salvini, sostenendo che essa è stata favorita da “una componente di rabbia, ma anche di paura e ignoranza”. Per inciso, è un’analisi condivisa da numerosi commentatori politici esteri.

Immediatamente, alcuni parlamentari leghisti chiedono alla Rai di licenziare la giornalista. La signora Sonia Avolio di Fratelli d’Italia ritiene invece di doverle rispondere con un proprio video su Facebook. I giornali assicurano che costei, assessore al Commercio e alla Produttività del Comune di Cascina, ha la delega alle Pari Opportunità, sebbene il sito del Comune non la riporti nella lista che la riguarda (ci sono Commercio e Produttività, Merito e Sussidiarietà, Disabilità, Artigianato, Rapporti con Associazioni di Categoria, Tutela dei Consumatori, Politiche di Sviluppo delle Piccole e Medie imprese). Sempre dalla stampa rilevo la sua qualifica di “omeopata”.

En passant, mi lamento da tempo del vedere come le “pari opportunità” finiscano sovente in mano a persone completamente ignare degli intenti e del processo che hanno creato il concetto e pertanto incapaci di utilizzarlo in modo corretto.

Tornando al video, la sua autrice ha questo da dire: Cristina Parodi è la vera ignorante, perché ignora di essere cornuta – “(…) non sa più quante corna ha. E allora glielo dico io. Una per ogni lentiggine, se riesce a contarsele.” – e farebbe meglio ad andarsene fra i “tegami” con la sorella (Benedetta, che conduce programmi culinari).

Immagini chiave: una donna tradita è colpevole – evidentemente non è abbastanza “bella e brava” per meritare la fedeltà del marito; una donna è presuntuosa se ha opinioni politiche – è meglio che stia al suo posto, in cucina – ma allora la signora Avolio cosa ci fa in Fratelli d’Italia e al Comune di Cascina?

Le reazioni sui social media non sono state quelle entusiastiche che probabilmente Avolio aspettava.

E’ dovuta passare dal definirsi una “dura” (“Mai stata delicata: sono nata a Livorno!”) all’appellarsi alla libertà di parola (“Il mio parere è libero.”), che però purtroppo non è libertà di insulto.

Nel frattempo, la sua sindaca Susanna Ceccardi – nominata da Salvini consigliera per il programma di governo – la scarica: “Ha fatto tutto da sola.”, e alla fine decide per le scuse (riportate in modo letterale): “Chiedocscusa se qualcuno si è sentito offeso dal mio video : volevo fare ironia e non mi è riuscito .Sono greve , non cattiva .”

E questa è la parte conclusiva del metodo di discussione che citavo all’inizio: indicare come responsabili del trambusto quelli che hanno reagito… perché non hanno capito, perché sono ipersensibili, perché non hanno il senso dell’umorismo! Era ironia, anche se riuscita male. Se qualcuno si è sentito offeso (a essere offesa, citata con nome e cognome, è stata in verità una persona precisa, a cui le scuse non sono rivolte) mi dispiace di aver urtato i suoi delicati sentimenti e chiudiamola qui. Comodo.

Riesco a immaginare lo sconcerto dell’ironica, probabilmente riflesso nella fretta con cui sono state digitate le “scuse”. Com’è potuto accadere? Dopotutto si era comportata bene, proprio come “uno dei ragazzi”, gliele aveva cantate chiare alla femmina che aveva osato passare i limiti.

Io le credo, quando assicura di non essere cattiva. Vorrei che lei credesse a me se le dico che usare il sessismo contro altre donne non la rende più degna o più “tosta” agli occhi di nessuno, o meno donna lei stessa.

Maria G. Di Rienzo

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Niente nomi, perché la povera signora protagonista del classico “quarto d’ora di fama” è disperata: una celebrità ha criticato il suo comportamento (social media), centinaia di fan / seguaci della stessa hanno commentato e il cielo si è spalancato in una tormenta: i figli della signora non vogliono andare a scuola, il marito ha persino problemi sul lavoro (dice lei) ecc. ecc.

Lo scenario è proprio l’istituto che i figli frequentano: la signora è andata a una festa scolastica, ha fotografato di spalle tre altre madri i cui corpi non somigliano al suo con lei stessa in primo piano, una smorfia di disgusto in volto e la didascalia in cui invitava a comprare un prodotto / programma dimagrante… perché i mariti, diceva la scritta, “si girano a guardare” le donne “molto più ben curate” (la prosa di Scanzi dev’essere il suo modello di scrittura).

La celebrità si indigna per la “stupidità” della tipa, le assicura che neppure lei è Belen (ma chi vi ha detto che TUTTE desideriamo somigliare a questa produzione televisiva, la quale in quanto a stupidità – se tale vogliamo definirla – non ha niente da invidiare alla signora dell’improvvido selfie?) e afferma che “il grasso si sconfigge con la dieta” dimostrando di non sapere dei corpi umani più di quanto sappia la donna da lei criticata. (Non siamo macchine che funzionano a calorie introdotte / calorie consumate, ma non mi ripeterò su questo, chi vuol saperne di più studi, io sono stanca e nessuno mi paga.)

Ho letto questa roba ieri, che era il mio compleanno. E pensavo: è questa la faccia che perfetti estranei fanno alle mie spalle, mentre sono in coda alla cassa del supermercato, mentre sono per strada, in autobus, al bar, in libreria? Mentre altri perfetti estranei non si producono in smorfie, ma basta loro uno sguardo per essere sicuri che io dovrei “combattere” me stessa cercando di diventare accettabile o “normale” ai loro occhi?

Ho letto anche cose diverse, ieri. Per esempio, un articolo sul cambiamento climatico che citava un’intervista della BBC alla scienziata, docente universitaria, attivista e esperta del settore ambientale Diana Liverman. Questa donna sta svolgendo un lavoro prezioso e urgente, a livello di ricerca e a livello di coinvolgimento di decisori politici e istituzioni internazionali, è affascinante, sicura di sé, ispira fiducia con il solo sorriso – e il suo corpo somiglia al mio, non a quello della signora schifata ne’ a quello della celebrità indignata ne’ a quello dell’intrattenitrice in topless.

Cosa sapete di noi, fottuti imbecilli? I nostri corpi non sono proprietà pubbliche. Giudicateli pure in privato, guardandovi allo specchio e chiedendo alle vostre costole sporgenti chi è la più bella del reame e quante mutande maschili avete gonfiato oggi – e magari chi vivrà più a lungo fra voi e quelle che ricoprite delle vostre bave di disprezzo, perché le ricerche non pendono in vostro favore.

I nostri corpi sono appunto nostri. Non avete il diritto di usarli per vendere le vostre cazzate dimagranti. Non avete il diritto di usarli per sentirvi moralmente / fisicamente superiori e sbattere quest’arroganza sulle nostre facce. Non avete il diritto di aggredirci, diffamarci, insultarci. Non avete il diritto di passare la linea del rispetto che ci è dovuto in quanto esseri umani titolari di diritti umani perché non vi piace la forma, il peso, l’apparenza dei nostri corpi. Non avete il diritto di spingere ragazzine sotto il treno o giù dal balcone, perché è questo il risultato dei vostri disgustosi sforzi.

E se proprio devo “combattere”, Miss Famosa, non è certo contro me stessa – preferisco combattere il trend che affama, svergogna, umilia e infine uccide. La informo inoltre che il mio corpo non è un bagaglio, da fare e disfare a seconda del cambio delle mode, il mio corpo SONO IO: e ne’ lei ne’ la tizia smorfiosa avete titolo a mettere bocca in chi io sono.

Maria G. Di Rienzo

P.S. Suggerisco come colonna sonora per questo pezzo “We’re not gonna take it” – Twisted Sister. Nel testo, tra l’altro, si legge:

Non scegliere il nostro destino perché

tu non ci conosci, non fai parte di noi.

Oh, non lo accetteremo

No, non lo accetteremo

Non lo accetteremo più!

Tu sei così condiscendente,

il tuo rancore è senza fine.

Non vogliamo niente, neanche una sola cosa da te.

La tua vita è banale e stanca,

noiosa e confiscata.

Se questo è il meglio che sai fare,

il tuo meglio non funziona.

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rice bunny

Come probabilmente già sapete, il governo cinese sta tentando di esercitare un ferreo controllo sui social media, timoroso dei contenuti “dissidenti” o semplicemente critici. Le femministe non sono escluse, anzi. Poco dopo l’8 marzo, Sina Weibo – una piattaforma simile a Twitter – ha chiuso “Voci Femministe” in faccia alle/ai sue/suoi 180.000 seguaci. Nel giro di un paio d’ore anche il relativo account su un servizio di messaggistica privata è stato cancellato. Le motivazioni fornite sono vaghe (“violazione delle regole”) e a tutt’oggi gli spazi virtuali non sono stati restaurati.

Per quel che riguarda #MeToo, il movimento è esploso in Cina dopo che una giovane donna, Luo Xixi, ha condiviso su Weibo le vicende relative all’assalto sessuale da lei subito da parte di un suo ex insegnante universitario: gli “anch’io” sono rapidamente diventati talmente tanti che, per tutta risposta, Weibo ha cancellato l’hashtag. Ma le femministe cinesi stanno aggirando il bando. L’immagine sopra mostra come: l’hashtag è diventato “Riso/Coniglio” (“coniglio del riso”) e viene espresso con gli emoji. Pronunciate ad alta voce, le parole diventano “mi tu” e non lasciano dubbi.

Maria G. Di Rienzo

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Veramente, mi aspettavo che il reportage di cui sto per tradurvi l’essenziale – Channel 4 News, 19 marzo 2018 – rimbalzasse sui media italiani, ma alle 10.00 del 21 marzo non ho trovato granché. Magari sono io che cerco male, può essere. Magari lo riprenderanno più tardi. Magari questa ditta, Cambridge Analytica, che ufficialmente si occupa di tecnologie informatiche e metodologie di analisi assomiglia troppo a quella di Casaleggio – esteriormente, per carità.

L’indagine sotto copertura di Channel 4 News riguarda i modi in cui Cambridge Analytica interviene nella manipolazione delle elezioni in giro per il mondo, operando anche tramite una rete di società-schermo o subappaltando determinati lavori. La ditta, che ha sede legale negli Stati Uniti ma si trova in Gran Bretagna, si vanta pubblicamente di essere il motore dietro la vittoria di Trump. I suoi capi sono stati filmati mentre parlano di usare tangenti, ex spie, false identità e prostitute a discredito dei concorrenti dei loro clienti.

Alla richiesta di spiegazioni del falso cliente (giornalista della rete televisiva britannica) il principale dirigente della compagnia, Alexander Nix spiega che loro possono per esempio “mandare un po’ di ragazze attorno alla casa del candidato”, aggiungendo che quelle ucraine “sono molto belle e la cosa funziona benissimo”, oppure possono “offrire una grossa somma di denaro al candidato, per finanziare la sua campagna, in cambio di terra magari: registriamo ogni cosa, nascondiamo solo la faccia del tizio e postiamo tutto su internet.” (Le mazzette ai candidati sono reato sia nel Regno Unito – UK Bribery Act, sia negli Usa – US Foreign Corrupt Practices Act.)

Tanto premesso, passo alla traduzione:

“Le ammissioni sono state filmate durante una serie di incontri in alberghi londinesi per quattro mesi, fra novembre 2017 e gennaio 2018. Un giornalista in incognito di Channel 4 News ha finto di essere un mediatore per un cliente facoltoso che voleva far eleggere determinati candidati in Sri Lanka.

Il signor Nix ha detto al nostro reporter: “… siamo soliti operare tramite veicoli diversi, nelle ombre, e non vedo l’ora di costruire con lei una relazione segreta a lungo termine.” Oltre al sig. Nix, gli incontri includevano Mark Turnbull, direttore in capo di CA Political Global, e il direttore del reparto dati della compagnia, dott. Alex Tayler.

Il sig. Turnbull ha descritto come, dopo aver ottenuto materiale che danneggi gli oppositori, Cambridge Analytica può spingerlo senza farsi notare sui social media e internet. Ha detto: “… noi immettiamo solo un’informazione nel flusso di internet e poi, poi la guardiamo crescere, le diamo una piccola spinta qui e là… siamo come un telecomando. La cosa deve accadere senza che nessuno possa pensare questa è propaganda, perché nel momento in cui pensi questa è propaganda la prossima domanda è: chi ha buttato fuori questa cosa?

Il sig. Nix ha anche detto: “Molti dei nostri clienti non vogliono essere visti mentre lavorano con una ditta straniera, perciò spesso facciamo montature, se stiamo lavorando allora possiamo costruire false identità e falsi siti web, possiamo essere studenti che stanno facendo progetti di ricerca in università, possiamo essere turisti, ci sono moltissime opzioni a cui si può guardare. Io ho un sacco di esperienza in ciò.”

Durante gli incontri, i dirigenti si sono vantati del fatto che Cambridge Analytica e la sua azienda madre Strategic Communications Laboratories (SCL) hanno lavorato in più di 200 elezioni in tutto il mondo, inclusi paesi quali la Nigeria, il Kenya, la Repubblica Cecoslovacca, l’India e l’Argentina. La compagnia è attualmente al centro di uno scandalo per aver raccolto più di 50 milioni di profili Facebook. Il dirigente principale sig. Nix è anche accusato di aver ingannato una commissione parlamentare, che gli sta ora chiedendo di fornire ulteriori informazioni. Lui ha negato ogni accusa.”

Direi che per quanto riguarda la strombazzata “democrazia digitale” per oggi è sufficiente. Maria G. Di Rienzo

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