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Posts Tagged ‘social media’

Quando nei giorni scorsi avete letto dello stupro di gruppo subito da una 15enne a Bari (cinque aggressori, un solo maggiorenne) vi siete chiesti chi ha spiegato a questi giovani maschi cos’è il sesso e come farlo? Io sì.

In primo luogo la pornografia.

Stante il facilissimo accesso a quella online essa è diventata una delle forme principali di “educazione sessuale” per le nuove generazioni. Quel che vedono e a cui si abituano è un contesto in cui non vi è consenso, rispetto o piacere reciproco, ne’ sicurezza. Lo scenario prevede maschi aggressivi totalmente in carico dell’iniziativa e dei suoi sviluppi, legittimati a usare i corpi delle donne in ogni modo loro aggradi coprendoli nel contempo di una valanga di insulti: schiaffi, pugni, calci, strangolamenti, penetrazioni così violente da causare lacerazioni ecc. sono ingredienti comuni della pornografia cosiddetta “mainstream”, cioè la maggioranza della pornografia prodotta e accessibile. Le donne che subiscono questi assalti recitano passività e/o godimento, di modo da indurre nello spettatore il concetto che alle “cagne” piace da morire essere umiliate, picchiate e “sfondate” sino a dover ricorrere alla chirurgia per ricostruire ani e vagine. Ad essere resa “erotica” è la violenza contro le donne, non c’è modo di girarci intorno blaterando che sono tutte fantasie – le donne che vedete brutalizzate nella pornografia sono reali e soffrono danni reali. Le ragazze e le donne con cui partner maschi vogliono copiare gli scenari suddetti anche.

In secondo luogo l’attitudine socio-culturale che il nostro paese riserva alle donne.

Qualsiasi età abbiano, dalla pupattola alla vecchietta; qualsiasi cosa facciano, dalla pulitrice alla ministra; qualsiasi opinione abbiano e rendano pubblica; qualsiasi talento mostrino; di qualsiasi vicenda siano protagoniste; stiano sul podio come vincitrici di medaglie olimpiche o in una cassa di legno perché ammazzate dal marito/fidanzato “geloso” – la narrazione comincia, finisce e ruota attorno alla loro appetibilità sessuale. Bella – bella – bella, scollature spacchi e tacchi, tanga e bikini, o brutta – brutta – brutta, aggettivo spesso meglio specificato come “non scopabile”.

In terzo luogo il reiterare nei confronti delle donne ogni stereotipo sessista ripescabile da un barile puzzolente vecchio migliaia di anni.

Magari i ragazzini si sentono moderni e trasgressivi a ripetere che le donne sono stupide e inferiori, forse credono di dire una gran novità (o addirittura una “verità scomoda”), ma si tratta di un assunto patriarcale più decrepito dei loro bisnonni, smentito costantemente dalla Storia e falso come le immagini create con Photoshop su cui si fanno le pippe.

In quarto luogo gli adulti maschi loro modelli di riferimento, che sono troppo spesso una manica di stronzi.

L’affascinante attore che picchia la moglie, il grande atleta che ammazza la compagna, i fratelli maggiori che maltrattano fidanzate e quando costoro diventano “ex” postano le loro foto di nudo su Facebook – per “vendetta”, dicono, ma è soprattutto il riconoscimento dei loro pari che desiderano: guardate che gnocca ho trombato, amici, adesso che non vuole darmela più io la getto a voi come carne andata a male a un branco di cani sbavanti.

Non è che scuola e famiglie offrano agli adolescenti molte alternative, lo so. Quello che mi stupisce è che, per esempio, parecchi dei loro genitori e parecchi di loro stessi sono pronti a dubitare di tutto quel (poco) che hanno imparato a scuola. Possono sostenere che l’Olocausto non è mai avvenuto, l’allunaggio nel 1969 nemmeno, i rettiliani e le sirene esistono e recitando delle sequenze numeriche o degli incantesimi in latinorum si guarisce da ogni tipo di malattia e si vincono lotterie… perché l’hanno visto su internet. L’unica cosa di cui non dubitano mai è questa: le donne sono tutte troie e si meritano ogni singola schifezza sia loro inflitta. Be’, non è che internet dica loro molto di diverso, vero?

Maria G. Di Rienzo

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Jeanette Edwards, docente di Antropologia Sociale all’Università di Manchester (GB), ha di recente diretto una ricerca sugli aspetti etici della chirurgia plastica per conto del “Nuffield Council on Bioethics”, un’organizzazione indipendente che esamina e rende note questioni etiche in biologia e medicina: in oltre vent’anni di attività l’istituto ha raggiunto una reputazione internazionale per il modo in cui stimola i dibattiti che ruotano attorno alla bioetica.

Presentando i risultati della ricerca suddetta, la prof. Edwards ha detto: “Siamo rimasti sconcertati da alcune cose che abbiamo visto, incluse le applicazioni per cellulare e i giochi online che riguardano la chirurgia cosmetica e mirano a bambine che possono non avere più di nove anni. C’è un bombardamento giornaliero fatto tramite pubblicità e i canali dei social media come Facebook, Instagram e Snapchat che promuove incessantemente irrealistici e spesso discriminatori messaggi su come le persone, in special modo bambine e donne, “dovrebbero” apparire.”

I giochini (di cui vedete due immagini in questo pezzo) hanno nomi tipo “Principessa della chirurgia plastica”, “Piccolo dottore della pelle” e “Sistemami la faccia” – ove il verbo usato per quest’ultimo si riferisce usualmente a edifici o automobili, oggetti, e come sostantivo è il famoso “pimp” che si traduce con magnaccia”, “pappone”, ecc.

La narrativa che introduce i giochi è abominevole: “Ti diremo come mantenere bella la tua pelle e maneggiare ogni sorta di problemi delle pelle. Una faccia pulita gioca un ruolo molto importante nella bellezza. Ma a volte abbiamo brufoli, ferite, lentiggini e altri problemi della pelle.” Quest’ultimo “problema” sta attorno al mio naso e sulle mie braccia da tutta la vita ed è la prima volta che lo sento definire tale: le lentiggini, attestano la scienza e la medicina, NON SONO una malattia della pelle ma una particolarità genetica. (1)

Il messaggio è molto chiaro: se non rispondi agli standard arbitrari della bellezza femminile ideati per la soddisfazione maschile sei “malata”. Come mai ti sei ammalata? Be’, dev’essere colpa delle altre donne, possono essere davvero cattive, sai: “Aiuto! Le principesse sono state maledette da una strega malvagia! La strega le ha fatte diventare brutte! Solo tu puoi aiutarle! – questa manfrina urlata a punti esclamativi appartiene a “Principessa della chirurgia plastica” – Opera della fantastica chirurgia e dai alle principesse ciò che sognano. Viso, naso, occhi, labbra, fai ogni chirurgia plastica che riesci a immaginare!”

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Prima che gli alfieri della “libertà di espressione” si agitino troppo, sarà utile sottolineare che il “Nuffield Council on Bioethics” non ha chiesto il bando delle schifezze illustrate sopra, ma ha chiesto ai loro produttori di condurre proprie ricerche e capire sino a che punto quel che fanno contribuisce a creare e mantenere ansia, depressione e bassa autostima relative all’immagine del corpo. Mark Henley, chirurgo plastico e membro del gruppo che ha effettuato la ricerca, ha detto al proposito: “Un bando su queste applicazioni ci starebbe, ma quel che vogliamo molto di più è che la società riconosca quanto sono rivoltanti.” In Gran Bretagna, il “telefono amico” nazionale per i bambini – collegato ai servizi sociali – ha ricevuto nel 2016 1.600 telefonate di bambine preoccupate di essere brutte: il 17% in più dell’anno precedente.

Maria G. Di Rienzo

(1) Da non confondere con le efelidi, che compaiono per l’esposizione al sole e poi spariscono, le lentiggini sono minuscole macchie cutanee permanenti, presenti nelle persone con carnagione molto chiara e/o capelli biondi o rossi.

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L’articolo, pubblicato un paio di giorni fa, concerne le molestie che uno studente avrebbe subito da un suo insegnante e la conseguente sospensione di quest’ultimo dall’ incarico (per un mese). I due hanno una storia pregressa di scontri: “La vicenda è cominciata a novembre dello scorso anno, quando dopo un episodio avvenuto in classe, il ragazzo è stato sospeso e denunciato dall’insegnante per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Il docente sosteneva di essere stato aggredito dal giovane dopo avergli impedito di stare seduto vicino alla fidanzata, poiché si distraevano a vicenda. Da quel momento in poi sarebbero però partiti una serie di messaggi ambigui, mandati dal prof al diciannovenne. Conversazioni su Facebook che in brevissimo tempo si sono trasformate in inviti a bere il caffè e infine in un pranzo a casa dell’insegnante. L’obbiettivo dichiarato era quello di mettere a punto un piano di studi per il ragazzo, che non va molto bene a scuola e che il docente diceva di voler aiutare. In realtà però il pranzo, a quanto ha raccontato il diciannovenne, sarebbe stato condito da una serie di avances, prima verbali, poi anche fisiche.”

La vicenda accade in quel di Padova e qui sotto c’è un esempio delle conversazioni succitate, così come l’ho trovato:

screenshot

Ora, poiché mi si dice che il giovanotto non brilla negli studi, il suo “tutto apposto” è orripilante ma comprensibile. Però vorrei veramente sapere cosa insegnava il docente: “Tu adesdo devi solo studiare e non sconcertanti dall’obbiettivo.”, “Poi parleremo che ti dovrai fidare di me e lasciarti volete bene.”… Per favore, ditemi che non insegnava italiano. Per favore. Maria G. Di Rienzo

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Little Red di Beatriz M. Vidal

Tanto per ripeterci: c’è una relazione diretta fra l’oggettivazione sessuale delle ragazze / bambine e le aggressioni dirette contro di esse. L’ultima conferma viene da una ricerca dell’Università del Kent pubblicata nel gennaio scorso: Eduardo A. Vasquez, Kolawole Osinnowo, Afroditi Pina, Louisa Ball, Cheyra Bell. “The sexual objectification of girls and aggression towards them in gang and non-gang affiliated youth.” Psychology, Crime & Law, 2017.

Dal sommario: “I risultati sono congruenti con l’affermazione che, fra altri effetti negativi, la percezione delle donne come null’altro che oggetti sessuali evoca aggressioni nei loro confronti. La ricerca ha anche dimostrato che il sessismo nei media è collegato direttamente sia all’oggettivazione sessuale delle ragazze sia agli assalti contro di esse. Il collegamento oggettivazione – aggressione si manifesta nei comportamenti già all’inizio dell’adolescenza e c’è la consistente possibilità, dato il rinforzo che riceve nel corso degli anni, che diventi maggiormente forte e difficile da cambiare”.

Il rinforzo consiste nel trattamento riservato alle donne da una cultura sessista e misogina: immagini sessualmente oggettivate di donne, adolescenti e bambine possono essere regolarmente viste su ogni tipo di media e in ogni tipo di pubblicità. Fanno persino parte dei programmi televisivi, dei film, dei video musicali ecc. diretti specificatamente alle / agli adolescenti; in questo modo le ragazze imparano a pensare ai loro corpi come oggetti del desiderio di altri e a trattarli da tali, i ragazzi imparano a pensare alle ragazze come a “cose” che esistono per il loro utilizzo e la loro gratificazione.

E’ questo lo scenario che sta dietro alla notizia pubblicata da alcuni quotidiani il 4 marzo 2017: “Ricattata a 12 anni con le foto osé: i compagni le pubblicano su Instagram ma non sono imputabili”. Ma è uno scenario che nella narrazione giornalistica svanisce, nonostante l’accenno alle “pose provocanti” mimate dalla ragazzina su quel che “aveva visto fare in televisione”.

Il focus è sul suo comportamento – ingenua, innamorata “come solo a 12 anni si può essere”, si è messa davanti allo specchio con il telefonino perché voleva “accontentare il suo fidanzatino” e “tenerlo legato a lei per sempre”. Poverina, sembra dire tale quadro, non sapeva che i maschi sono inafferrabili come il vento, sono api impollinatrici che vagano da un fiore all’altro e per “natura” hanno assoluto bisogno di schiacciare nel fango le femmine che dicono di amare. Quest’ultima non è una metafora: dopo aver pubblicato le immagini su internet, il “fidanzatino” e i suoi amici ricattano la ragazzina con la minaccia di mandarle ai genitori di lei e perciò la 12enne si sottopone a torture pubbliche nei giardinetti, dove deve leccare i piedi a questo branco di stronzetti/e (ci sono anche due sue coetanee) o mettere il viso nelle pozzanghere.

“Prima era ammirata e invidiata da tutte le sue compagne – assicura uno degli articoli al proposito – e all’improvviso è diventata lo zimbello dell’intero istituto.” Lasciando perdere il “tutte”, una generalizzazione a cui non credo, per cosa l’articolista pensa fosse ammirata e invidiata? Perché aveva l’attenzione del “figo” della scuola e avere l’attenzione di un uomo è il principale e solo traguardo a cui una donna deve tendere, con tutto quel che ha e sa, con ogni mezzo necessario (direbbe Malcom X), a qualsiasi costo. Per questa ragazzina il costo è stato altissimo ed è andato vicino a prendersi la sua stessa vita: faccio schifo, non valgo nulla, mi sento brutta, voglio ammazzarmi scriveva sui bigliettini che poi nascondeva nel cuscino. Per fortuna si è confidata con un’amica più grande che l’ha convinta a raccontare la vicenda alla madre e poi alla polizia e così si conclude l’articolo succitato: “Partono le indagini, i tre bulli vengono facilmente identificati e ascoltati. Al comando arrivano anche le loro famiglie, disperate, ma i ragazzi hanno meno di 14 anni e per la legge non sono imputabili. I loro nominativi sono stati segnalati ai servizi sociali e adesso dovranno cominciare un percorso di recupero, ma la cosa più importante è che L., che nel frattempo ha cambiato scuola, ha ricominciato a vivere la sua vita. Il profilo di Instagram è stato oscurato, i suoi voti sono tornati a salire e quelle foto sono solo un brutto ricordo che, prima o poi, sparirà per sempre. Ma ci vorrà ancora del tempo.”

Come no. Tradita, umiliata, tormentata, costretta poiché vittima di violenza a cambiare lei scuola – mentre sono certa che i bulli maschi e le bulle-serve femmine sono ancora tutti/e là… ogni ferita diventerà una sbiadita cicatrice, basta lasciar passare il tempo. Ma le cicatrici di ingiurie così profonde non scompaiono. Infatti, la società che sta attorno alla ragazzina continuerà a insegnarle che essere sexy per lo sguardo maschile è molto più importante dei suoi desideri, della sua salute, della sua soddisfazione, del suo benessere, dei suoi risultati scolastici, delle sue passioni e delle sue competenze. Quel che è peggio, continuerà a insegnarlo al suo “fidanzatino” e a centinaia di migliaia di altri “fidanzatini” e altre ragazze. E’ troppo presto, signor giornalista, per finire una brutta fiaba con “e tutti vissero felici e contenti.” Maria G. Di Rienzo

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Premesso che Elisabetta Sterni ha fatto benissimo a denunciare chi ha probabilmente diffuso il video – tramite Whatsapp – che la riprende durante un rapporto intimo con costui (lui nega) ed è stato caricato anche su un sito pornografico; premesso che ha perfettamente ragione quando sostiene che “Gli uomini criticano e offendono ma sono i primi che vanno alla ricerca di determinate cose. E, se non le trovano dalle loro fidanzate, arrivano anche a tradirle.” (potrebbe in effetti essere il caso del 29enne del video, che di fidanzata ne aveva una da due anni); premesso che credo al suo diritto di vivere come le pare e piace e sono d’accordo con lei quando dice “Nel video non faccio del male a nessuno e non sto facendo qualcosa di fuorilegge.”…

… possiamo parlare un momento della sua professione attuale (“ragazza immagine in discoteca”) e di quella che vorrebbe avere in un prossimo futuro (“sto per aprire un’agenzia di hostess con una mia amica”) in rapporto a quanto lei stessa afferma, e cioè che la vicenda le sta “rovinando la reputazione” e “danneggiando l’immagine”?

Qual è l’immagine che Elisabetta deve incarnare mentre lavora in discoteca a Padova e qual è l’immagine che richiederà alle aspiranti hostess della sua agenzia? Ho visto le ragazze-immagini in svariate occasioni dal vivo (fiere, festival, persino enti pubblici) e in film e sceneggiati televisivi; inoltre, per assicurarmi che il trend sia sempre quello – lo è – ho dato stamattina un’occhiata ai “book” di tre o quattro agenzie.

Il massimo dell’abbigliamento concesso ai loro corpi nelle suddette presentazioni è uno straccio scollato sino all’ombelico con spacchi abissali, altrimenti le hostess sono in bikini o in mutande con i seni semicoperti da sciarpine di velo, frangette, lustrini e mani guantate di nero (omaggio alle cinquanta sfumature di sadismo). Le loro pose sono per la maggior parte inequivocabilmente quelle contorte – e per me ridicole – della pornografia; le loro bocche, sempre per la maggior parte, semiaperte o con le labbra spinte all’infuori e atteggiate “a bacio” e le espressioni del viso che rivolgono all’obiettivo della macchina fotografica si sforzano di suggerire “sono prossima all’orgasmo”, anche qui con la stessa identica modalità delle immagini pornografiche. (Sono sicura di non aver mai fatto quella faccia durante la mia soddisfacente pratica di quarant’anni di sesso e sono persino sicura di non essere un’eccezione.)

Sono anche del tutto consapevole che nessuno ha puntato una pistola alla testa a queste giovani donne e che fare le ragazze-immagini è una loro scelta: a scegliere cosa devono rappresentare, quale messaggio devono veicolare e qual è il loro ruolo è però invece uno sguardo maschile eterosessuale, sessista e patriarcale. Uno dei quotidiani che riporta la notizia sulla denuncia di Elisabetta descrive quest’ultima così: “Fisico da Jessica Rabbit”.

Jessica Rabbit è un cartone animato. Un disegno. Una figurina bidimensionale che dovrebbe rappresentare il massimo del godimento per l’occhio di un uomo. La mia solidarietà femminile e femminista non sente il bisogno di spingersi verso Jessica Rabbit, che non esiste in realtà e che incarna il modello prescrittivo a cui una donna deve conformarsi per non essere umiliata, insultata, abusata, per avere visibilità e spazio ma solo nella vetrina in cui è esposta affinché qualcuno la scelga – e che scelta è quella di dipendere dalla scelta di un altro?, perché le sia confermato che ha diritto ad esistere in quanto svolge l’unica funzione ascritta a detta esistenza, e cioè il servire gli uomini, il compiacere gli uomini, l’essere il trastullo degli uomini.

Quando menziona la vicenda della giovane donna di Napoli che, nella sua stessa situazione a causa di un video, si è tolta la vita, Elisabetta dice: “Mi ha colpito molto la triste storia di Tiziana. (…) (in particolare) I giudizi della gente che ti possono mettere il cappio al collo. L’hanno giudicata tutti, senza porsi domande, senza chiedersi come si poteva sentire. Io fortunatamente sono una persona forte e questa cosa non mi ha toccato. Se fossi stata debole, come quella ragazza ecc.”

Il verbo “giudicare” torna continuamente nelle risposte di Elisabetta alle domande degli intervistatori. Non vuole essere “giudicata”. Ma i suoi estimatori quale ragazza-immagine, chi l’ha assunta come tale e chi la dipinge come “Jessica Rabbit” questo devono fare: giudicarla, di continuo, perché sono i creatori del modello a cui deve rispondere, che è fatto per essere giudicato dagli uomini, i soli affidabili giudici in materia.

Non l’hanno creato perché amano le donne, non l’hanno creato perché le rispettano, non l’hanno creato perché le donne ne traessero guadagno e soddisfazione ma per proprio profitto: l’ideale della “bellezza” femminile (in realtà il grado di desiderabilità sessuale per i maschi) è allo stesso tempo sistema di controllo sulle donne e sistema per trarre da loro subordinazione e disponibilità acritica nonché una valanga di SOLDI – le industrie cosmetiche e dietetiche, quelle dell’intrattenimento, la moda. Sopravvivere come donne in questo scenario, che lo si accetti o meno, non è sicuramente facile: ma Tiziana non era una “debole” perché non ci è riuscita – tra l’altro anche questo è un giudizio, gentile Elisabetta, un giudizio che io considero insultante e approssimativo. Tuttavia, l’immagine della gnocca – fighissima – yum yum – piombabile la superficialità e l’offesa le ha incorporate: non si misurano i centimetri di questo e quello a un essere umano, una donna, di cui si rispettano la dignità e la volontà e l’unicità, non le si rimprovera di fare ciò che è esattamente richiesto dall’immagine stessa, un’immagine ossessivamente imposta da ogni media fruibile in ogni contesto, questo lo si fa appunto al cartone animato Jessica Rabbit, una cosa che gli uomini ritengono di aver comprato e di poter quindi utilizzare come preferiscono. La lodano e la lordano in sincronia, e ritengono questo loro privilegio e diritto acquisito. Non è viva, vegeta, pensante, dotata di arbitrio e preferenze e sogni e limiti: è immagine – illusione, apparenza, rappresentazione, concetto…

Il fatto che questo scenario sia pervasivo e dominante non lo rende ne’ normale, ne’ naturale, ne’ inevitabile. Elisabetta pensa ad esempio che “tutte” mandino foto e video dal contenuto sessuale all’amato, vorrebbe “vedere chi non l’ha mai fatto” (possiamo vederci quando vuole e posso presentarle dozzine di altre donne)… ma, come scrisse Foucault, “Ci sono momenti nella vita nei quali diventa assolutamente necessario sapere se è possibile pensare in modo diverso da come si pensa, percepire in modo diverso da come si vede, (…) perché senza questa distanza non sarebbe più possibile vedere e riflettere oltre. Senza questa curiosità, la ricerca non è altro che una legittimazione di ciò che già si sa. (…) Soltanto così si può osare scoprire fino a che punto sarebbe stato possibile pensare e percepire in modo diverso.”

Potremmo essere un po’ più curiose sul nostro essere donne e sui ruoli che ci sbattono addosso? Ottenere la validazione maschile è davvero così importante? Ci rende “potenti” e “liberate” tramite l’oggettivazione sessuale?

La battuta più famosa di Jessica nel vecchio film (1988) “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è: “Non sono cattiva, è che mi disegnano così.” Come cartone animato lei non può cambiare se stessa o il mondo intorno a lei, sono altri che disegnano. Io voglio tutte le mie matite. Maria G. Di Rienzo

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(Questo è un esempio di come una valanga di uomini discutono con le donne sui social media. So che vi risulterà immediatamente familiare. E’ stato ripostato da Feminist Current il 17  febbraio scorso. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

THOMAS: Ciao Clementine,

io sono il ragazzo che ha ti ha lasciato il commento sul cagarti in bocca. Era inappropriato e mi scuso. Stavo semplicemente scherzando con una persona che ha opinioni controverse. Io amo le donne e non intendevo essere preso per un sessista. Sostengo l’eguaglianza di diritti per tutte le brave persone.

Per favore cancella i post su instagram e facebook o almeno rimuovi la mia identità e io non userò le mie opzioni legali. Non mi aspetto delle scuse.

Mia madre e la mia partner hanno già ricevuto messaggi molte volte dai tuoi fan e sicuramente io ho pagato abbastanza. Ad ogni modo, ti auguro il meglio.

Saluti, Thomas.

CLEMENTINE: Ecco dieci riflessioni per il giovane Thomas:

1. Non sono delle scuse se tenti di includervi una vaga minaccia di azione legale, in special modo quando è ovvio che la legge non la conosci.

2. Tu non hai alcuna possibilità di ricorrere alla legge quando qualcuno riposta un commento che tu hai fatto pubblicamente in cui hai espresso il desiderio di vedere della gente “farsi una cagata” nella bocca di una persona. Tu sei dispiaciuto solo perché sei stato costretto a rispondere delle tue azioni.

3. Tu non “ami le donne”. Tu ami le donne che fingono di trovare divertenti le tue stronzate sessiste e rinforzano la tua convinzione di essere migliore di loro. E’ molto diverso e ne fornisce prova ulteriore il tuo sostegno all’ “eguaglianza di diritti per le brave persone”. Brave persone? Immagino che tu non sia incluso, allora.

4. Se pensi che parlare di cagare in bocca a qualcuno sia “solo scherzare”, devi avere un ben povero senso dell’umorismo.

5. Tu ti stai lagnando perché sei stato smascherato come uno stronzetto volgare, aggressivo e sessista. E’ chiaro che non sei abituato alle donne che rispondono alle aggressioni. Be’, è meglio che ci fai l’abitudine, figliolo. Tu non entri nel mio territorio a dettare le regole. La fottuta sceriffa, qua, sono io.

6. Io non cancellerò nulla. Se non sei preparato a stare al passo con le parole che scrivi e le cose che dici, dovresti pensarci due volte prima di scriverle o dirle.

7. Io non credo che tua madre o la tua ragazza debbano essere bombardate di commenti. Non è colpa loro se tu sei un buffone sessista con un’enorme paura delle donne che non sono compiacenti verso il tuo falso senso di superiorità. Tuttavia, sono lieta abbiano visto che lo sei, perché un giorno potrebbero essere loro i bersagli di commenti di questo tipo da parte di un altro piccolo uomo incline al vomitare insulti.

8. Quando dici “non intendevo essere preso per un sessista” stai suggerendo che la colpa è mia perché sono ipersensibile e immune alle straordinarie vette del tuo umorismo. Ma tu non hai il diritto di dirmi cosa dovrei o non dovrei trovare divertente. Inoltre, io non ho preso per sessista il tuo commento. L’ho preso come prova del tuo pensare che le donne a te non gradite meritino di essere degradate e umiliate in modi disgustosi e violenti mentre tu ti fai una risata. Questa è misoginia pura e semplice, il che è assai peggio del sessismo di base che senza dubbio tu metti in mostra ogni giorno della tua piccola, miserabile vita.

9. Quando ti trovi a iniziare una e-mail con la frase “io sono il ragazzo che ha ti ha lasciato il commento sul cagarti in bocca”, allora hai davvero bisogno di dare allo specchio una lunga, profonda occhiata e cercare di capire perché sei un così assoluto perdente.

10. E’ bene che tu non ti aspetti scuse, perché io non ti devo un fico secco.

Vaffanculo per sempre e poi di nuovo.

Ad ogni modo, ti auguro il meglio.

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Quando fu intervistata dall’Huffington Post l’anno scorso, la diciassettenne inglese Rhea (pseudonimo) aveva tentato il suicidio già due volte. “La pornografia era ovunque nella mia scuola. – ha raccontato – E il mio ragazzo Andy è diventato ossessionato da questa cosa. Io ero stata molto chiara con lui: non ero pronta a fare sesso.” Ma una sera Andy la aggredì e violentò in un parco e dopo di allora i suoi assalti sessuali nei confronti della ragazza divennero routine. Rhea non fece nulla.

Il costante sentir parlare di pornografia mi aveva fatto sentire come se quello che accadeva fosse normale. Mi sentivo in trappola, come se tutti pensassero che era normale e che io dovevo adattarmici se volevo essere accettata. Mi sembrava che non ci fosse via d’uscita.” La pressione sull’essere magra e sexy era pure costante: i ragazzi della scuola, dice ancora Rhea, facevano continui paragoni fra i corpi che vedevano nei film porno e quelli delle loro compagne – e ovviamente queste ultime erano classificate in modo negativo. La pressione più forte, però, Rhea l’ha percepita venire dai media online: “Kim Kardashian, per esempio, e tutta la storia sul training per avere una vita stretta (e relativi corsetti strizzanti che sembrano usciti dall’800, ndt.). Un sacco di ragazze nel mio istituto ne parlano e sono infelici, perché le cosa le fa sentire insicure di loro stesse e come se dovessero per forza tentare di apparire in quel modo.” Quando la somma di tutto questo è diventata intollerabile, Rhea ha cercato di uccidersi.

La sua testimonianza era inserita in un articolo che commentava un rapporto rilasciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (maggio 2015) sulle cause di morte delle ragazze fra i 15 e 19 anni sull’intero pianeta: Africa a parte, dove la mortalità materna e l’Hiv-Aids la fanno ancora da padroni, è risultato che il suicidio ha sorpassato o sta sorpassando, nel resto del mondo, tutte le altre cause. In Europa, è la prima causa di morte nel segmento di età femminile considerato (i ragazzi della stessa età muoiono principalmente di incidenti stradali).

Sempre nel 2015, in agosto, la rivista scientifica “Psychology of Women Quarterly” presentò i risultati di diverse ricerche che aveva effettuato sull’oggettificazione sessuale femminile: “In uno degli studi, presentammo ai partecipanti immagini di donne e di ragazze prepubescenti, sia in abiti normali sia in bikini. Scoprimmo che le ragazzine erano oggettificate – viste come meno capaci mentalmente e meno degne di considerazione etica – quando indossavano bikini. Erano oggettificate esattamente alla stessa maniera delle donne adulte. In un secondo studio, ai partecipanti era mostrata la foto di una ragazzina che indossava o bikini nero o un vestito estivo sempre nero. L’immagine era presentata con un breve scenario di riferimento in cui la ragazzina era descritta come bersaglio di bullismo a scuola. Di nuovo, scoprimmo che quando la giovanissima era ritratta in bikini veniva percepita come mancante di capacità mentale e meno degna di un trattamento etico. I partecipanti alla ricerca hanno biasimato la ragazzina in bikini per il bullismo da lei ricevuto molto più di quanto abbiamo fatto per la stessa ragazzina nell’abito estivo, ed erano molto meno preoccupati per quel che subiva. E’ interessante notare che i partecipanti non pensavano che una soffrisse del bullismo meno dell’altra: semplicemente importava loro meno del benessere di una ragazzina quando questa era ritratta in modo oggettificato.”

Pubblicità, giornali, televisione, cinema, internet, riviste, libri prodotti da e per una società patriarcale: un immaginario sessualizzato applicato a donne e bambine, “consumato” giornalmente da milioni di persone; una narrativa stereotipata redatta in base a norme sociali sessiste che determina il valore dei corpi femminili – ormai, di qualsiasi età. Le bamboline create per la soddisfazione maschile sono infantilizzate se adulte, adultificate se bambine. Ma, come oggetti, valgono sempre meno di niente.

Bergamo 21 ottobre 2016: “Arrestati due ragazzi di 15 e 16 anni con l’accusa di aver compiuto atti sessuali nei confronti di una 12enne disabile.”

Modena, 21 ottobre 2016: “16enne diffonde i video di sesso con l’ex fidanzatina coetanea sulla chat di gruppo della scuola.” Dall’articolo: “Il giudice, su richiesta del pm, ha archiviato il caso. Una scelta ‘didattica’, un insegnamento di vita. Infatti il tribunale, pur ritenendo il 16enne colpevole, ha preso atto della sua successiva condotta e del pentimento mostrato, tanto da valutare più ‘educativo’ un percorso di sostegno scuola-famiglia, piuttosto che l’inflizione della pena.” (Le virgolette per didattica e educativo ci stanno tutte. Presumibilmente si pentiranno anche i due ragazzi di Bergamo. Non dobbiamo rovinare la vita di creature così giovani e promettenti mostrando loro che le azioni hanno conseguenze – se sono di sesso maschile. Tanto, quelle di sesso femminile che tali azioni hanno subito sono state sepolte in un ammasso di escrementi sessisti e misogini da coetanei e sedicenti giornalisti. Un’esperienza didattica e educativa che ha insegnato loro, una volta e per sempre, che posto hanno le donne nella società.)

Frosinone, 21 ottobre 2016: “Insegnante di scuola media interdetto per otto mesi dall’insegnamento per molestie sessuali nei confronti delle alunne minorenni.” (Le palpava, le baciava e faceva apprezzamenti sui loro corpi… sapete, come il ragazzo di Rhea menzionato all’inizio, anche se il docente di anni ne ha 58.)

Castel San Giorgio, 24 ottobre 2016: “Faceva prostituire la figlia di soli 13 anni e lei stessa si prostituiva. I carabinieri hanno arrestato due persone, la mamma della ragazzina e l’uomo che abusava della giovane, un 62enne del luogo.” (Poi è stato arrestato anche un altro violentatore, di 39 anni, mentre la narrazione giornalistica si scatenava sulla “baby prostituta per soldi e sigarette”. A proposito: grazie alle amiche giornaliste di GIULIA per aver ricordato a chi di dovere che questa è un’ulteriore violazione di minore.)

Rimini, 28 ottobre 2016: “Incinta a 13 anni, lui ne ha 35. Indagato per atti sessuali con minorenne. L’uomo avrebbe avuto una breve relazione “consensuale” con la ragazzina, interrotta però non appena scoperta la gravidanza di lei.” (La ragazzina ha meno di 14 anni, quindi il “consenso” per la legge non esiste.)

Cosenza, 29 ottobre 2016: “42enne arrestato dai carabinieri per violenza sessuale continuata ai danni di una ragazzina di 14 anni.” (L’ha fatta salire in macchina e se l’è portata in un posto tranquillo: un complimento, la trovava davvero scopabile, ma la ragazzina – chissà perché – gli ha opposto resistenza! Ma allora cosa raccontano tutte le storie porno che il tizio si era visto prima? O è questa ragazza che è strana?)

Roma, 29 ottobre 2016: “Bimbe di quattro e cinque anni molestate alla scuola materna: arrestato il bidello, 57enne, incastrato dalle telecamere.” (Chissà, potrebbe essere uno dei visitatori di questo blog. Queste sono le ricerche in tema più gettonate degli ultimi tre mesi: bambina col tanga, le belle gambe delle bambine, ragazze 12 anni lesbo, bambine baci carezze mutandine, ragazzine calde, bambine tette piccole, ragazze di 14 anni che fanno l’amore video, porno bambine, porno ragazzine.)

Gente, è veramente tutto troppo liberatorio e sano e trasgressivo e ironico per me. Ma non è perché sono vecchia: è perché il mio cervello funziona ancora. Maria G. Di Rienzo

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