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Posts Tagged ‘oggettificazione’

(“Everything We Learned About Women’s Anatomy from Male Authors”, di Jess Zimmerman, caporedattrice di “Electric Literature”, 2 agosto 2019. Trad. Maria G. Di Rienzo. Sull’argomento:

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/04/molta-strada-da-fare/

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/13/marlowe-era-un-bel-moretto/ )

L’anno scorso, ci siamo tutte divertite a descrivere noi stesse come avrebbe fatto un autore maschio (testo campione: “Avevo delle ballonzolanti da urlo e ci pensavo costantemente”) e abbiamo persino creato una pratica mappa per generare la nostra propria prosa lubrica.

Ma, onestamente, gli scrittori di sesso maschile non hanno mai avuto bisogno del nostro aiuto e hanno proseguito a dispetto della presa in giro. Sin da maggio, il filone Twitter Uomini che scrivono di Donne ha collezionato i più egregi esempi della situazione attuale: metafore carburate con il testosterone, elementi rivoltanti della trama e narratori che sembrano non aver mai parlato realmente con una donna per quindici minuti di fila, figurarsi aver vissuto con una.

Si può imparare molto passando del tempo con questo filone Twitter, non ultimo il fatto che potreste essere scrittrici migliori di quel che pensate (“Questi sono autori pubblicati. – sottolinea il curatore di Uomini che scrivono di Donne via e-mail – Qualcuno ha scritto la tal cosa e ha pensato: Mmmmh… sai una cosa? Sembra proprio una Descrizione Molto Reale di una donna.”) In particolare, però, guadagni un bel mucchio di conoscenza sull’anatomia femminile. Ecco cosa sappiamo delle donne grazie agli scrittori maschi:

“Piccoli seni che puntavano verso il cielo come missili terra-aria”

“(seni) come due cagnolini che tiravano il guinzaglio in direzioni leggermente diverse”

“Le sue tette erano cose ridenti fermamente al loro posto”

“Ogni follicolo sulle mie braccia e sulle mie gambe stava diventando una piccola clitoride”

“Tutto (negli uomini) era più diretto, le loro viscere non erano labirinti come quelle delle donne, in cui la pipì doveva trovare la sua strada”

“Ma dalle sue mutandine… fece capolino un affettuoso caldo coniglio, un umido e vivente caldo animale”

“La ragazza aveva un piccolo borsellino ficcato in vagina, della grandezza sufficiente a contenere la sua patente di guida, una carta di credito e qualche verdone”

Tenendo conto di tutto questo, ho compilato il seguente sketch di Una Donna, secondo gli Autori Maschi:

according to male authors

Sentite un po’, a noi questa roba non piace quanto non piace a voi, ma sino a che gli scrittori uomini non si comporteranno in modo sensato, questa è la visione artistica delle donne in cui siamo incastrate.

Signori, vi preghiamo: leggete un libro di anatomia. Preferibilmente non uno che abbiate scritto voi.

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Oggi tutti i quotidiani aprono con la crisi di governo, ove Salvini getta la maschera di Zorro e si candida a “salvatore” della patria (forse voi non ricordate di averla già sentita, questa idiozia, io purtroppo sì), ma ci sarà tempo per parlarne nei prossimi giorni.

Quel che volevo invece esaminare qui è un altro tipo di notizie che infestano i giornali, soprattutto le loro versioni online:

1. Si riferiscono a persone evidentemente assai note di cui io non ho mai sentito parlare e quando ricevo le informazioni relative (non apro i click-bait, chiedo direttamente a amici – conoscenti o a google) scopro che i mestieri – si fa per dire – di queste persone sono youtuber, influencer o al massimo rapper o modella. L’unico caso diverso ha riguardato, per me, un economista la cui soluzione per i problemi italiani è che le donne facciano più figli: non riuscivo assolutamente a ricordare chi diamine era questo personaggio lungimirante che chiede alle italiane di perdere il lavoro, di essere penalizzate su di esso o di non trovarlo proprio più; di maneggiare in allegria il sostegno zero dato dalla società alla loro condizione prima di partorienti e poi di madri (scarso o nullo rispetto in sala parto, niente nidi – asili o prezzi esorbitanti per essi, ecc.); di guardare a un futuro disastrato a livello ambientale per il pianeta in generale e a livello sociale-politico in particolare per l’Italia e dire “Ok, adesso ci butto dentro un altro essere umano, lo faccio per il bene del Paese”. Massima solidarietà e infinite benedizioni per le madri, ma quelle che non vogliono diventarlo hanno ragioni razionali e consistenti che un economista dovrebbe essere in grado di leggere (e al di là delle proprie specializzazioni, dovrebbe comunque portare rispetto alle scelte riproduttive delle donne, le quali sono esseri umani a 360° e non uteri ambulanti).

2. Hanno frasi-chiave ripetute ossessivamente del tipo “Tizio lancia una scarpa e il gesto scatena i social”, “Il video / l’immagine di Caia in mutande è virale”, “Migliaia, milioni (se facciamo più figli presto miliardi) di followers” e titoli surreali: “Sono sanissima e fino ai 13 anni ho dormito con i miei” (suppongo i genitori, ma dormirci regolarmente insieme sino all’adolescenza non mi sembra poi sanissimo), “Mi accusano di parlare di sesso per fare clic, in realtà sono un romantico” (e – chi – se – ne – frega), e via così. In questi giorni in lizza c’è anche un video in cui appare Luciana Castellina, ma solo perché era “la comunista più bella” – adesso è anziana, ovviamente, per cui il suo preparatissimo intervistatore le ricorda che “Lei era bella, come questo ha influito ecc.”: voglio dire, è una donna con una storia politica lunghissima e appassionante a cui potevano essere poste domande molto interessanti e pertinenti, ma no, lei era bella (sottinteso: lei ha potuto fare questo e quello perché era bella, ma adesso è un rottame di vecchia che nessuno scoperebbe più, come si sente al proposito?)

Ai due criteri esplicitati sopra appartengono anche i recenti “articoli” – scusatemi, le virgolette in questi casi sono un obbligo – relativi a tal Gianluca Vacchi, definito da essi “imprenditore con oltre 11 milioni di followers” e “figlio del fondatore dell’IMA, azienda che si occupa di progettazione e produzione di macchine per realizzazione e confezionamento di cosmetici, farmaci e prodotti alimentari”. Non so se siano questi i titoli per cui è ospitato in televisione, ma ho letto della sua spassosissima battuta rivolta in tono sprezzante a Luciana Litizzetto, per cui se la stessa si “fosse messa a novanta si sarebbe potuto anche fare”. Che un simile signore si degni di ipotizzare la concessione del suo sublime apparato così generosamente, purché l’indegna recipiente dello stesso non gli mostri la faccia, è davvero lodevole.

Le immagini di Vacchi ricordano l’uomo illustrato di Bradbury, con la differenza che questo figlio d’arte e di cospicui conti bancari sembra passare il suo tempo fra palestre e spiagge e centri estetici e non ha alcuna storia da raccontare sulla propria pelle.

E’ invece solito pubblicare online video in cui balla. Nell’ultimo piazza una serie di modelle in bikini a culo all’aria su uno yacht e “suona” le loro natiche come tamburi. Ancora una volta, le facce delle donne lui proprio non le sopporta. Gli bastano i pezzi. I volti costringono a ricordare che si ha a che fare con persone, non con attrezzi da masturbazione.

Molti che hanno preso visione dell’opera suddetta ne sono rimasti schifati a sufficienza per chiedere a Vacchi di cominciare a rispettare le donne.

“Io le rispetto molto, – ha risposto lui – imparate a scherzare se volete rispettare la vita.”

E’ vero: la vita per le donne, in Italia e ovunque, consiste per lo più nel sopportare il continuo lancio di secchiate di escrementi che prendono a bersaglio forma e aspetto dei loro corpi, la loro posizione sociale, i loro compiti e doveri (figli e cucina), il loro intelletto, le loro professioni, le loro capacità in ogni campo dello scibile umano. Non si capisce proprio perché non riescano a riderne 24 ore su 24 – ma se c’è qualcuna che lo fa si trova probabilmente in un istituto specializzato per le malattie mentali e chi ce l’ha mandata sono le azioni di questi “rispettosi” individui.

Maria G. Di Rienzo

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Questo è uno dei vantaggi dell’essere vecchi: sai e vedi e puoi provare che non tutto è già stato fatto, ma moltissimo sì. Una situazione che si ripete, per esempio, è l’usare i successi elettorali delle destre per spiegare con sufficienza a chi non si genuflette a essi che sono dovuti a profonda comprensione del tessuto sociale, alla capacità di rispondere ai bisogni e ai timori dei cittadini, ad un’acuta vicinanza agli strati più vulnerabili della società. La pseudo-analisi prosegue invariabilmente spargendo a piene mani nei confronti dei dissidenti accuse di cecità (“Non cogliete il disagio relativo all’Europa e all’immigrazione”), snobismo (“Fate le pulci sul linguaggio che però è quello che la gente comune usa”), moralismo (“Non avete il diritto di giudicare perché chi li vota è il proletariato che vi ha abbandonati e come disse Pasolini… ecc.”) e collaborazionismo involontario (“Andate in televisione a fare semplice testimonianza e siete funzionali agli avversari”).

Il dato principale di tali pistolotti è una mancanza: chi li produce non ha mai in mente un tipo d’azione politica alternativa, ne’ una chiara visione politica complessiva a cui tendere – in pratica, ci dice solo quanto bravi sono quelli che hanno vinto, e che hanno vinto proprio perché sono bravi, e noi avremmo dovuto fare le stesse cose che fanno loro. Gli autori di queste banalità superficiali nel 2019 credono, magari, di essere speciali, “fuori dal coro”, portatori di un pensiero innovatore illuminante e coraggioso: purtroppo si sbagliano. Si sbagliano perché climi e tendenze sociali possono – accade continuamente – essere creati ad arte dalla propaganda: qualsiasi disagio è convogliato a mirare ad un meta-bersaglio unico indicato come motore primario di ciascuno di essi.

* I primi successi elettorali della Lega (allora gli aderenti al partito non si vergognavano di chiamarla con il suo nome completo – Lega Nord Per l’Indipendenza della Padania) risalgono agli anni 1991-1994. All’epoca i temi della profonda comprensione, della capacità di rispondere e della vicinanza e quant’altro erano questi: le buche sulle strade del nord, i “terroni” che avevano invaso tutti i posti statali (insegnanti, impiegati) rubando il lavoro ai “padani”, le regioni del nord rappresentate come galline dalle uova d’oro di cui si nutriva a sbafo un sud nullafacente e criminale, la sbandierata superiorità economica del “modello nord-est”, la richiesta di secessione dall’Italia e poi di mutare quest’ultima in una repubblica federale.

A coloro che chiedevano ai partiti politici di opposizione di demistificare questo scenario fasullo, di considerare le condizioni dei lavoratori dipendenti e degli strati sociali più vulnerabili e di costruire un sogno diverso per l’Italia si rispose con continui convegni sul federalismo di cui nessuno sentiva il bisogno, con l’invito ad asfaltare le strade (quelle in cui i leghisti affiggevano a pali della luce i cartelli “Questa strada va bene per i carretti siciliani”) e con una pletora di sgravi, agevolazioni e finanziamenti ai geniali imprenditori del nord-est: i cui capannoni tirati su in fretta e furia su terreni agricoli o che avrebbero potuto essere impiegati altrimenti sono oggi, in maggioranza, abbandonati e vuoti. Cioè: l’opposizione ha creduto alle sirene che cantavano “ciò che vince è ciò che è giusto” e si è inutilmente impegnata a fare le stesse cose, però con i propri distinguo e filtri. E perché chi quelle cose le aveva votate avrebbe dovuto rivolgersi agli imitatori, quando aveva di esse la forma più puramente brutale a disposizione?

* I trionfi elettorali di Berlusconi (il suo secondo governo è stato il più duraturo nella storia della repubblica italiana: quasi quattro anni) ci furono spiegati nella stessa maniera descritta all’inizio: “Non cogliete il disagio verso la vecchia politica”, “Fate le pulci sulle escort ma perché siete invidiosi e vorreste essere anche voi circondati da strafighe”, “Non avete il diritto di giudicare perché chi lo vota è il proletariato ecc. ecc.”, “Andate in televisione ma fate il suo gioco perché lui è un grande comunicatore”. Identico fu anche l’atteggiamento di subordinazione verso temi chiave e parole d’ordine: quando Berlusconi urlava al complotto comunista come motore primario di ogni male passato e presente e (sia mai!) futuro dell’Italia, i suoi oppositori erano assai impegnati a smarcarsi dall’infamante accusa o a razionalizzarla con pastoni storici, a favorire imprenditori e ceti abbienti per dimostrare la propria lungimiranza e magnanimità, a scaricare i sindacati e conseguentemente – di nuovo – i lavoratori dipendenti e i settori sociali più vulnerabili; inoltre, quando ci fu la parentesi del primo governo Prodi, che avrebbe potuto dare inizio a una svolta positiva nel rapporto dei cittadini italiani con la politica, la resero brevissima.

Devo continuare, nobili ammonitori? Il resto è storia recente, il grande comunicatore Grillo e il suo lumpenproletariat di onesti analfabeti complottisti con stampante 3-D, il grande comunicatore Salvini e le sue schiere di odiatori seriali parimenti analfabeti… entrambi hanno puntualmente creato i meta-bersagli per ingiustizie e disagi senza avere la più pallida idea di come risolvere dette questioni e persino aggravandole: per quale motivo io non sarei autorizzata a giudicare le azioni di questi individui e le loro nefaste conseguenze? Io sono una cittadina italiana e qualsiasi cosa decidano nel governo del mio paese mi riguarda e ha impatto su di me, anche quando concerne specifici segmenti di popolazione in cui io non rientro.

foto di maurizio tomassini

Se per voi fustigatori una donna oggettivata e un ministro da avanspettacolo costituiscono l’immagine dell’unico futuro possibile e “ciò che i proletari vogliono”, ciò dimostra solo che avete ben poca immaginazione, scarsa coscienza civile, esigua comprensione dei processi culturali, sociali ed economici – e i “proletari” li avete visti solo al cinema (io, per contro, appartengo alla categoria).

Maria G. Di Rienzo

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Non gli hanno ancora dato una medaglia, ma immagino sia solo questione di tempo. Il Tribunale del Riesame di Bari ha infatti ridimensionato i reati contestati all’ex giudice Francesco Bellomo,

( https://lunanuvola.wordpress.com/2017/12/13/si-chiama-etica/ )

gli ha tolto gli arresti domiciliari dopo venti giorni e gli impone unicamente l’interdizione per 12 mesi riguardo ad “attività imprenditoriali o professionali di direzione scientifica e docenza”.

Dopo di che, potrà tornare a insegnare lunghezza delle gonne e profondità delle scollature, fotografia porno, coercizioni sessuali e in genere sottomissione femminile nella sua “scuola di formazione” per la preparazione all’ingresso in magistratura.

Gli articoli al proposito adesso parlano di “presunti maltrattamenti” a quattro donne, si trattava di semplice “tentata violenza privata aggravata e stalking” e per quel che concerne l’estorsione ai danni di una di esse, costretta dal signore a lasciare il lavoro be’, era il 2011 quindi è roba “già sostanzialmente prescritta”.

I difensori di Bellomo sono così contenti che annunciano di voler andare in Cassazione a contestare i 12 mesi in cui al loro assistito viene “inibito l’insegnamento”: non è accettabile, perbacco, soprattutto – dico io – quando non gli è nemmeno stato dato un incarico nella giuria di “Miss Culo Agosto” alla Sagra del Peperoncino o un posto direzionale a YouPorn.

Ma ehi, donne: e dite di no, cavolo, non siete capaci di dire di no?

Ma ehi, donne: denunciate, denunciate altrimenti è (ancora di più) colpa vostra!

Ogni volta in cui una donna parla apertamente degli abusi che subisce ne riceve immediatamente altri due, l’incredulità e la ridicolizzazione. Quando poi riesce ad arrivare in tribunale più spesso che no le sentenze gliene infliggono un terzo, dimostrandole quanto sul serio i giudici l’hanno presa.

Questo è il motivo per cui sovente non diciamo nulla. E questo è il motivo per cui i numeri della violenza di genere nel nostro paese sono definiti, a ogni nuova indagine statistica, impressionanti: gli italiani non vogliono saperne di modificare le loro abitudini di svilimento e oggettivazione delle donne.

Perciò, solo per portare un recentissimo esempio, un ospedale piemontese può realizzare un filmato sulla prevenzione in campo urologico con l’attore porno Rocco Siffredi, ove quest’ultimo incita in modo sessista e volgare a usare sessualmente le donne per la salute del pisello di turno. Quando i messaggi misogini arrivano da enti, istituzioni, tribunali, ospedali sigillano con l’aura dell’autorevolezza o addirittura della scienza un falso ideologico e cioè l’idea che le donne siano una branca inferiore del genere umano, meramente addette al fornire soddisfazione ai “veri” esseri umani, gli uomini.

Maria G. Di Rienzo

picard

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Coincidenze bizzarre:

– il 21 giugno, ieri, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha festeggiato benissimo il centenario durante la sua 108^ Conferenza, mettendo ai voti e vedendo approvate Convenzione su lotta a molestie e violenza sul luogo di lavoro (legalmente vincolante per gli stati), Raccomandazioni relative (consigli e guida su come farlo, non vincolanti) e la Dichiarazione sul futuro del Lavoro, che mette gli esseri umani e i loro diritti umani al centro del discorso. La Convenzione entrerà in vigore dopo 12 mesi dalla ratifica da parte delle singole nazioni, fra cui l’Italia.

Sull’approvazione della Convenzione, la dirigente dell’Organizzazione Manuela Tomei (Workquality Department) ha detto: “Senza rispetto, non c’è dignità al lavoro e, senza dignità, non c’è giustizia sociale. E’ la prima volta che una Convenzione e delle Raccomandazioni su violenza e molestie nel mondo del lavoro sono adottate. Ora abbiamo una definizione condivisa di violenza e molestie. Sappiamo cosa dev’essere fatto per prevenirle e affrontarle e da chi. Speriamo che questi nuovi standard ci guidino nel futuro del lavoro che vogliamo vedere.”

– sempre il 21 giugno rimbalza qua e là sui quotidiani il nuovo regolamento per la polizia locale di Cittadella (Padova), comune governato dalla Lega. Il focus delle prescrizioni dovrebbe essere “la sicurezza” – naturalmente intesa in senso salviniano – e in effetti esse prevedono assetti antisommossa, maschere antigas ecc., ma l’imposizione di un lunghissimo, dettagliato e spesso ridicolo codice di abbigliamento per le vigili (1) non sembra incastrarsi bene nel quadro.

Prima di entrare nei dettagli, ecco la dichiarazione al proposito del comandante dei vigili di Cittadella, Samuele Grandin: “I nostri agenti sono tenuti ad avere un aspetto consono. Siamo forze dell’ordine a tutti gli effetti, per cui vige un principio militaresco. Chi sceglie questo lavoro deve capire che non siamo un’armata Brancaleone, e per chi non si adegua scatteranno i procedimenti disciplinari.” Nel presentare il nuovo regolamento ai consiglieri comunali (costui) ha insistito molto sull’importanza della forma fisica e sulla necessità di mettere in campo misure adeguate anche in funzione antiterrorismo.”

La polizia municipale, in Italia, è un corpo a ordinamento civile, i corpi di polizia a ordinamento militare sono guardia di finanza e carabinieri, per cui i principi militareschi (propri cioè dei militari – dizionario della lingua italiana docet) con i vigili non hanno nulla a che fare. Molto militaresca, per contro – per estensione, spregiativo, sempre citando il dizionario – appare la minaccia di sanzioni per chi dovesse obiettare.

Tornando alle prescrizioni per ottenere un aspetto consono a non si sa cosa, “tra i requisiti per l’accesso, sia di maschi sia di femmine, è prevista una “distribuzione del pannicolo adiposo” che rispecchi una forma armonica, con tanto di percentuali di massa magra e massa grassa per maschi e femmine”. Sarebbe interessante, al proposito, sapere chi ha definito l’armonia (Leibniz e le sue monadi?) e quale autorità scientifica, in base a quali studi / ricerche, ha definito le percentuali. Inoltre: il personale già in servizio che non potesse o non volesse raggiungere gli standard indicati nel nuovo regolamento sarà licenziato?

Comunque, se ai vigili di sesso maschile si ordina di curare barba e baffi e di non portare basette a punta (?), le vigili hanno una lista di prescrizioni assai più lunga che norma: colore, forma, lunghezza dei capelli (per esempio la lunghezza di un’eventuale frangia “non deve eccedere al di sotto delle sopracciglia”) e accessori per gli stessi (“di dimensioni ridotte e di colore tale da risultare poco appariscenti”); cosmetici (“tenui”, “smalto per unghie trasparente”); gioielli (orecchini solo se non pendenti e sempre in coppia, fra gli anelli sono permessi solo la fede e quello di fidanzamento: e se lo stato civile conferma la prima, non è noto come si verificherà che il secondo corrisponda a una relazione sentimentale ufficiale); capi di abbigliamento, dai collant “tinta carne o beige” da indossare “sia d’inverno che d’estate, salvo specifiche e temporanee autorizzazioni da parte del medico competente” alla coppia mutande/reggiseno nei medesimi colori (obbligatoria “con ogni tipo di uniforme”).

La Convenzione citata all’inizio definisce violenza e molestie come comportamenti e pratiche che “mirano a, o risultano in, o potrebbero risultare in: danno fisico, psicologico, sessuale ed economico”; ciò “può costituire una violazione o un abuso dei diritti umani” ed è “una minaccia per le pari opportunità, inaccettabile e incompatibile con un lavoro decente”.

La sessualizzazione e l’oggettivazione delle lavoratrici, spinta sino a normare il colore delle loro mutande, temo ricada nella suddetta descrizione. E francamente non riesco a vedere i benefici che i collant obbligatori (anche se le vigili indossano pantaloni?) porteranno alle misure antiterrorismo.

Però, sapete, c’è anche chi ha chiuso un articolo al proposito così:

“Del resto l’attenzione di Cittadella alla sicurezza ha una storia antica, racchiusa com’è fin dal Medioevo dalla cinta muraria fatta erigere da Ezzelino per favorire la colonizzazione del territorio verso Treviso, ancor oggi perfettamente conservata.” (Repubblica, 21 giugno – la parola evidenziata, nel testo, l’ho sostituita io. L’originale era probabilmente un refuso: amor. O forse no. Resta il fatto che con la palese discriminazione sessista subita dalle vigili non c’entra una beata mazza.)

Maria G. Di Rienzo

(1) La parola “vigile” termina in “e”. E’ uno di quei casi in cui basta modificare l’articolo per indicare il sesso a cui ci si riferisce, senza ricorrere al suffisso spregiativo “essa”.

Linguiste/i e studiose/i spiegano come e perché da almeno un ventennio perciò, in caso non stia bene a qualcuno, questo qualcuno può fare le sue ricerche e persino piazzare una petizione su Change.org, ma è inutile che chieda a me di modificare le mie scelte. Es claro?

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yumi

Quando, la settimana scorsa, Yumi Ishikawa – in immagine – ha ottenuto attenzione internazionale per la sua campagna contro i codici di abbigliamento imposti alle donne sul lavoro (in particolare contro l’obbligo di indossare scarpe con i tacchi in determinati ambienti), ha dovuto affrontare in sequenza tutti gli stadi del rigetto che ogni rivendicazione simile da parte femminile, in qualsiasi zona del pianeta, guadagna ormai a prescindere. I due fattori determinanti per questo sono l’ignoranza quasi totale delle condizioni in cui vivono le donne “comuni” (cancellate da pettegolezzi infiniti sulle celebrità, sfilate di modelle silenti e parate di vallette mute, sfide “erotiche” fra influencer sul web e così via) e l’incapacità manifesta di collegare i diversi tipi di discriminazione sessista al quadro che li comprende.

1. Gli uomini in posizione di potere non ascoltano, neppure se gli presentate ventimila firme a sostegno del vostro reclamo (il che significa che almeno ventimila altre lavoratrici si sentono come voi e ciò dovrebbe, in teoria, valere un minimo di discussione). Il Ministro del Lavoro giapponese, Takumi Nemoto, ritiene che l’obbligare le donne a indossare scarpe con i tacchi sia “accettato socialmente come necessario e appropriato a livello occupazionale”. La salute e la sicurezza di chi lavora? Sì sì, devono essere protette ma sapete, ha aggiunto il Ministro, “i lavori variano”.

2. In effetti, dei danni che subite non frega un piffero a nessuno, nemmeno quando quel che testimoniate è ovvio: stare in piedi per ore e ore sui tacchi fa male. Ishikawa ha scritto del dolore ai piedi, dei problemi alla schiena, della difficoltà a muoversi, dell’impossibilità di correre qualora si palesi un pericolo ecc. Ma le aziende (consigli d’amministrazione a schiacciante maggioranza maschile) e i clienti uomini sono più felici se vedono una donna sorridere a denti stretti mentre ondeggia sui tacchi e si rovina la spina dorsale, persino quando come Ishikawa lavora a tempo determinato in una cappella funeraria (la 32enne è attrice e scrittrice).

3. Molti di questi uomini sono così oltraggiati dal fatto che abbiate aperto bocca da prodursi immediatamente nell’assalto online – e il relativo anonimato permette loro di mostrare esattamente quanto sono incivili – perciò Ishikawa è stata sommersa da insulti sessisti. Persino le cose più blande che le sono state dette sono così stupide da far piangere: “Perché tanto chiasso? Se devi parlarne fallo con i tuoi datori di lavoro.”, “E gli uomini allora? Non devono mettere le cravatte?”, “Ho letto che alle donne piace il senso di magia e femminilità che acquistano sui tacchi alti”.

Traduzione: Stai zitta, e comunque è un problema tuo, non tentare di mostrarne le radici sociali. Gli uomini soffrono, stanno peggio e non si lamentano. Sei una vera donna, o cosa?

Un minimo di approfondimento: a) Non sono giunti dati sui danni alla salute provocati dalla cravatta ai colli degli uomini, ignoriamo anche quanti ci si siano effettivamente strozzati e siano passati dalla cappella funeraria di cui sopra – id est, non avendo prove a sostegno, questa roba resta una ridicola lagna per quanto sia perfettamente vero che le cravatte non dovrebbero essere imposte. Perché invece di prendervela con Yumi Ishikawa non date inizio alla vostra campagna in merito?

b) Storicamente, le scarpe col tacco hanno fatto il loro debutto nel 16° secolo, ai piedi degli uomini della cavalleria persiana, prima di migrare agli eserciti europei e alle corti reali pure europee: confesso di dubitare fortemente che i cavalieri le indossassero per sentirsi magici e femminili.

4. Ma ci sono pure donne offese dalla vostra visibilità. Da quelle che manco hanno letto la vostra petizione (Ishikawa aveva chiarito a priori di non aver nulla contro le scarpe alte in sé, ma solo contro l’obbligo di indossarle – non avrebbe dovuto essere necessario, tuttavia l’andazzo attuale ci costringe persino a scusarci continuamente di esistere) e vi chiedono perché volete proibire loro di scegliere, alle immancabili “benaltriste”: la nazione ha problemi più gravi, vi dicono costoro, della trivialità che avete sollevato. E che il Giappone con le donne abbia davvero problemi è assodato – nella lista mondiale dell’eguaglianza di genere si piazza al 110° posto su 149 paesi. Il divario sui salari segna il 25,7% in meno per le donne a parità di mansioni. Quattro società su cinque di quelle quotate in borsa non hanno donne nei loro consigli d’amministrazione. Durante la recente abdicazione dell’imperatore Akihito alle donne non è stato permesso entrare nella sala della cerimonia. L’anno scorso nove facoltà di medicina hanno ammesso di truccare gli esami d’ammissione per escludere le candidate donne. L’11 giugno u.s. le donne erano in piazza a protestare contro il verdetto del tribunale che ha assolto il padre stupratore seriale della propria figlia 19enne: i giudici hanno detto che anche se “il sesso era non consensuale” non era possibile “provare che lei avesse resistito”. La nazione permette l’oggettivazione sessuale delle minorenni con il giro d’affari detto “joshi kosei”, ovvero la fornitura di “servizi” da parte di giovani donne in uniformi scolastiche.

Tokyo distretto Akihabara

(Controllo di polizia dell’età di un gruppo di esse)

La prostituzione richiesta alle ragazze in uniforme è nascosta da offerte di riflessologia plantare e di massaggi vari, sessioni fotografiche e “laboratori” in cui le giovani offrono visione delle loro mutande mentre fanno origami o creano oggetti con perline. Ufficialmente i clienti non devono toccarle, ma quelli che non vogliono masturbarsi a casa possono non ufficialmente ottenere di più. Le ragazze che finiscono in questo giro sono, com’è ovvio, le più povere e quelle la cui autostima è stata distrutta dall’infinito assalto dei messaggi sessisti loro diretti.

Cosa lega insieme tutto questo? La discriminazione di genere figlia del patriarcato, punto e basta. Ecco perché i tacchi obbligatori sul lavoro contro cui Ishikawa protesta non possono essere esclusi dalla lotta per i diritti umani delle donne. Sono una delle tante facce della violenza, quella che ama mascherarsi da “bellezza”.

Maria G. Di Rienzo

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Queste parole sono dedicate a coloro che sono sopravvissuti

perché la vita è natura selvaggia e loro erano selvatici

perché la vita è un risveglio e loro erano allerta

perché la vita è una fioritura e loro sono sbocciati

perché la vita è una lotta e loro hanno lottato

perché la vita è un dono e loro erano liberi di accettarla

Queste parole sono dedicate a coloro che sono sopravvissuti

irena

Brano tratto da “Bashert” (“ba-shert”, in yiddish “inevitabile” o “pre-destinato”), di Irena Klepfisz. Irena (in immagine qui sopra) è un’Autrice lesbica ebrea e un’attivista. E’ nata il 17 aprile 1941 nel Ghetto di Varsavia, da cui suo padre la fece uscire clandestinamente assieme alla madre all’inizio del 1943: Irena finì in un orfanotrofio cattolico, mentre la madre, grazie a documenti contraffatti, lavorava come domestica per una famiglia polacca. Il padre di Irena morì quello stesso anno durante la Rivolta del Ghetto di Varsavia. Madre e figlia si riunirono subito dopo e si nascosero in campagna, aiutate da contadini locali; a guerra finita si trasferirono prima in Svezia nel 1946 e poi negli Stati Uniti nel 1949.

chris e melania

Queste due giovani donne sono una coppia, Chris e Melania, e vivono a Londra. Il 30 maggio scorso hanno preso un autobus notturno diretto a Camden Town dove abita Chris. Melania affida al web il resoconto di quella serata: “Dobbiamo esserci scambiate un bacio o qualcosa del genere, perché questi tipi hanno cominciato a darci addosso. Ce n’erano almeno quattro. Hanno cominciato a comportarsi da hooligans, chiedendoci di baciarci così che loro potessero godersi la vista, ci chiamavano lesbiche e descrivevano posizioni sessuali. Non ricordo esattamente l’intero episodio, ma la parola “forbici” mi si è impressa in mente. C’eravamo solo noi e loro a bordo. Nel tentativo di sdrammatizzare la situazione ho cominciato a scherzare. Ho pensato che così avrebbero finito per andarsene. Chris ha anche finto di stare male, ma loro hanno continuato a molestarci, a lanciarci monetine e a diventare sempre più entusiasti della faccenda. Di colpo, Chris era nel mezzo dell’autobus a difendersi da loro. D’impulso l’ho raggiunta e l’ho vista con la faccia sanguinante mentre tre di loro la picchiavano. L’ultima cosa che ricordo è di essere stata presa a pugni. Sono rimasta stordita alla vista del mio sangue e sono caduta all’indietro. Non ricordo se ho perso i sensi o no. Improvvisamente l’autobus si è fermato, c’era la polizia e io sanguinavo dappertutto. Le nostre cose sono state rubate. Non so ancora se il mio naso è rotto e non sono stata in grado di andare al lavoro (1), ma quello che mi disturba di più è che LA VIOLENZA E’ DIVENTATA UNA COSA NORMALE, che a volte è necessario vedere una donna che sanguina dopo essere stata presa a pugni per sentire di aver fatto impressione. Io sono stanca di essere presa per un OGGETTO SESSUALE, o di scoprire che queste situazioni sono comuni, degli amici gay che sono stati picchiati senza motivo. Noi dobbiamo sopportare molestie verbali e VIOLENZA SCIOVINISTA, MISOGINA E OMOFOBICA perché quando ti difendi succedono schifezze come questa. Tra l’altro, sono grata a tutte le donne e gli uomini nella mia vita che comprendono come AVERE LE PALLE SIGNIFICHI QUALCOSA DI TOTALMENTE DIVERSO. Spero solo che in giugno, il mese del Pride, cose come queste siano raccontate ad alta voce di modo che SMETTANO DI ACCADERE.”

Quando la violenza diventa il modo usuale e normalizzato di esistere nel mondo, il passo successivo sono i Ghetti. Non possiamo restare a guardare e aspettarlo passivamente. Maria G. Di Rienzo

(1) Melania Geymonat, di origine uruguayana, ha 28 anni ed è assistente di volo. Le maiuscole del testo sono sue.

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