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Posts Tagged ‘oggettificazione’

leghista detto tutto

“Galeotto fu Facebook e chi lo scrisse,

quel giorno cancellai post e carriera”

Se la lingua italiana non gli risultasse un po’ ostica, così potrebbe parafrasare Dante il cremonese Pietro Burgazzi, consigliere leghista e ora non più segretario locale del partito.

La sua stimata e venerabile “opinione” è che le “sardine nere per difendere i diritti di clandestini e immigrati” sono puttane. Non simpatiche e liberate e trasgressive “sex worker”, badate bene, proprio troie e basta, che è visione condivisa nella Lega sulle donne in genere – in particolar modo su quelle disobbedienti ai dettami patriarcali, quelle che si situano in schieramenti politici avversari e naturalmente quelle di carnagione più scura.

Com’è consueto in questi casi, anche Burgazzi non ha capito perché così tante persone abbiano trovato rivoltante la sua esternazione. Dopotutto, quando si trova fra simili, il sentimento di disprezzo verso le donne è concorde. Citando dai giornali, ha subito pubblicato “lo screenshot di un commento sessista contro le donne di destra di un utente social” con il commento: “Questa è l’intelligenza della sinistra, poi cercano nei nostri post postille per attaccare la destra”.

Secondo la stampa la sua pagina social è “infarcita di post simili” a quello sulle giovani in manifestazione, il che rende quello in discussione semplicemente uno dei tanti e non proprio una “postilla” – la quale è una breve annotazione a un testo, messa ai margini o fra le righe a mo’ di chiarimento, e non descrive quanto pubblicato da Burgazzi.

Tuttavia, se vogliamo scandagliare le pagine FB di cittadini qualsiasi, come ha fatto il signore suddetto, vedremo che il sessismo e l’odio per le donne sono ampiamente trasversali agli schieramenti politici. Per questo prima dicevo “tra simili”, intendendo una vastissima porzione dei possessori della coppia di cromosomi XY. Ciò non gli consente comunque di giustificarsi dicendo più o meno che “la sinistra fa le stesse cose”, giacché: a) la responsabilità è personale; b) un aderente a un partito di sinistra o una persona che si dice di sinistra non equivalgono, come “peso” mediatico e relativa ricaduta sociale, a qualcuno che rivesta cariche di partito; c) storicamente, rispetto alle lotte femministe, la sinistra ha spesso manifestato ritardi e incomprensioni, ma è anche vero che solo la sinistra ha appoggiato molte di tali lotte.

Però voglio venire incontro a Burgazzi dimostrandogli che può trovare affinità anche con persone da cui si sente distantissimo. Dia per esempio un’occhiata a quel che fa il sig. Bello FiGo, un giovane di colore dalla profondità di pensiero e dalla modestia davvero uniche. I quotidiani riportano la sua prodezza più recente con questo titolo: “L’ultima provocazione di Bello FiGo: video hot nell’Università di Pisa”. Il video lo ho girato senza autorizzazione nelle aule di Economia all’Università di Pisa e lo ha chiamato “Trombo a facoltà” – geniale, eh? Che novità, che provocazione! E’ la solita pagliacciata con modelle seminude sculettanti attorno a un uomo, la solita sceneggiata sessista, la solita fiera dell’oggettivazione femminile che abbiamo visto (e che continuiamo nostro malgrado a vedere) migliaia di volte su ogni media a disposizione.

Il razzismo non dovrebbe tenere distanti questi due. Dovrebbero invece trovarsi al bar, a ribadire davanti a una birra che le donne sono tutte zoccole e mera carne da trombare, restando completamente ignari – proprio come gli allegri redattori con il loro entusiasta hot! hot! hot! – di come questo alimenti la violenza contro le donne.

Maria G. Di Rienzo

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… noi no. “Bastia Umbra: «Il mio compagno mi ha ridotto così divertendosi». Giovane posta su Fb le foto degli abusi”

bastia

“Una storia agghiacciante di violenza sulle donne” è l’incipit preferito degli articoli al proposito. Poi ci dicono che le indagini da parte dei carabinieri sono in corso “per definire meglio i contorni dell’assurda vicenda di violenza su giovane una donna”. Lasciamo da parte i commenti che oscillano fra superficialità e connivenza – ormai le trovo insopportabilmente disgustose entrambe – e concentriamoci sulla supposta “assurdità” dell’accaduto.

Stando al vocabolario, assurdo è qualcosa che se riferito a fatti reali li indica come “quasi incredibili per la loro stranezza o eccezionalità”: basta continuare a scorrere o sfogliare le pagine dei giornali che riportano la notizia il 6 dicembre u.s. per accorgersi che non è così.

Narcotizza la moglie con un potente sonnifero e la violenta

“(…) Ad avviare l’inchiesta la denuncia sporta dalla vittima, che ha raccontato come il marito, fin dall’inizio della loro convivenza, nel 2005, l’avesse sottoposta a maltrattamenti fisici e morali.”, “Nell’ultimo periodo inoltre, l’indagato avrebbe anche minacciato la donna di pubblicare in rete video intimi che la ritraevano.”

Violentata a 11 anni davanti al centro commerciale, la bambina in lacrime: «Mi hanno fatto male»

“(…) costretta con la forza da due adolescenti di 15 e 16 anni a compiere atti sessuali”, “(…) le sarebbe arrivato un messaggio su WhatsApp con l’invito ad andare nella zona dove ci sono le giostre per i bambini. Lucia ci è andata, si è fidata, ma quel giovanotto non era da solo, era con un altro ragazzo. Prima le avance sessuali, alle quali la bambina si sarebbe sottratta, poi la violenza da parte di entrambi.”

Stuprata dal branco a 13 anni e costretta a emigrare al Nord, il papà: «Tutto il paese contro di me»

“(…) abusi ripetuti, andati avanti per due anni”, “I cinque condannati in primo grado (…) andavano a prendere la ragazzina da scuola, si appartavano con lei e la violentavano (…) ora sono in libertà in attesa del processo d’appello”, “Sono andato dal padre di uno di loro, che aveva 17 anni all’epoca: mi ha detto che mia figlia si era fatta una brutta nomea in paese. Altri mi dissero che non dovevo denunciare. Era come se mia figlia si fosse meritata quella violenza.”

Segregata e abusata nel pollaio dal cognato per un mese. Fugge nei boschi e riesce a chiedere aiuto

“Con l’inganno l’aveva fatta entrare in un pollaio dove l’aveva picchiava violentemente, anche utilizzando un tubo di plastica e l’aveva legata ad una branda metallica perché non scappasse. La donna veniva slegata solo un paio di volte al giorno perché si alimentasse, di solito con acqua e biscotti.”

Potrei continuare, ma mi sembra sufficiente: una violenza contro donne e bambine che si ripete quotidianamente, feroce e pervasiva, non può in alcun modo essere classificata come occasionale, strana, eccezionale. L’Italia ha quindi un problema grave ancora non affrontato in maniera corretta e la responsabilità dei media nell’aggravare la questione è assai pesante.

Cosa credete che circondi i pezzi di cui ho riportato sopra titoli e alcuni brani? Cose di questo tipo:

“Scatto hot – Elisabetta Canalis nuda tenta di coprirsi solo con le mani, ma non basta”, oppure “Il sito di incontri preferito dalle donne italiane” (il tutto corredato da immagini di corpi femminili seminudi e sdraiati).

L’oggettivazione è un motore e un alimentatore della violenza. Lo stiamo dicendo da decenni, è un’affermazione comprovata da una tonnellata di studi al proposito e l’Italia ha firmato dozzine di protocolli internazionali in cui si impegna a contrastarla. Un oggetto lo usi, lo compri, lo rompi a tuo piacimento. Suggerire di continuo che le donne sono solo “cose” da usare a scopo sessuale fa sì che picchiarle, stuprarle, sequestrarle, legarle a un letto in un pollaio diventino azioni “normali” nella mente di chi le compie.

Negli stessi giorni in cui la giovane di Bastia Umbra mostra come il suo compagno si “diverte” a massacrarla, abbiamo sulla stampa la descrizione di Nilde Iotti – partigiana, donna politica e prima presidente della Camera di sesso femminile che ha segnato un’epoca nel nostro Paese – come “emiliana simpatica e prosperosa, come solo sanno esserlo le donne emiliane. Grande in cucina e grande a letto. Il massimo che in Emilia si chiede a una donna” e dell’attrice Anna Foglietta che l’ha interpretata in uno sceneggiato televisivo come “una romana bella e soda, chiamata a interpretare la più soda presidentessa della Camera”. Le vite e le storie di entrambe sono ridotte a zero dal sessismo e dall’oggettivazione. Sode, brave a letto, e poi ti preparano anche lo zabaione: ecco come devono essere le donne per l’autore di questa idiozia e per il suo giornale (“Libero” – da neuroni superflui che indurrebbero la riflessione): strumenti a servizio degli uomini. I quali, ne deriva logicamente, possono quindi farne quel che a loro pare.

E abbiamo anche il cantante Cremonini con il suo ultimo singolo “Giovane Stupida”: i giornalisti ci spiegano che costui “scherza sul rapporto con la sua ragazza, definendola appunto, in maniera affettuosa, “giovane e stupida”. Aggettivi non graditi da alcuni utenti di Twitter, che hanno tacciato di maschilismo anche un altro verso: Complicazioni sentimentali: è più facile guardarti il culo mentre ti allontani“.

La ragazza in questione ha 21 anni, il signore quasi 40 – un’età in cui per gli uomini, soprattutto quelli ricchi, diventa difficile avere relazioni con coetanee: spesso infatti queste ultime “incitano con la parità e fanno andare l’uomo fuori di testa. Si permettono di dire delle cose, volere, pretendere” (https://lunanuvola.wordpress.com/2019/12/01/padroni-e-serve/) e in più i loro culi potrebbero aver perso vigore. Meglio stare con una che potrebbe essere tua figlia, così le natiche che guardi sono fresche (le tue no) e salvaguardi il tuo miserabile senso di superiorità definendola (affettuosamente, scherzando, ci mancherebbe) “giovane e stupida”.

Davvero, com’è che qualcuno accusa e taccia di maschilismo il sublime parto artistico di questo tizio? Meno male, dicono ancora i “giornalisti” che “l’esercito dei suoi fan è pronto a difenderlo”…

La risposta migliore la dà in un tweet Simona Urso (che non conosco e che ringrazio per averla potuta citare): A me piace uno più vecchio di me di 10 anni. Mo’ gli scrivo la canzone “Vecchio rincoglionito”. Chissà se funziona.

Maria G. Di Rienzo

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L’istruzione è l’arma più potente che si può usare per cambiare il mondo – Nelson Mandela

“Fano, frasi volgari all’alunna. Prof delle medie sotto processo. – L’accusa è maltrattamenti. Vittima una ragazzina di seconda media.”

Il professore è un “figo”, diciamolo: a cinquant’anni sembra appena il fratello maggiore dei suoi alunni. Mostra loro il tatuaggio sul braccio spiegando che lo eccita, gli fa ascoltare Fabri Fibra che inneggia al sesso e alla dodicenne che ha un pennarello in mano, appoggiato alle labbra, chiede a voce alta di fronte all’intera classe: “Stai cominciando gli allenamenti per fare i pompini?”.

I compagni della ragazzina ridono. Ai bulli è offerto un bersaglio legittimato dall’atteggiamento del docente: nei giorni seguenti ripetono ad oltranza la frase alla dodicenne, rendendo la sua vita scolastica così infernale da indurre la famiglia a farle cambiare istituto.

Adesso immaginatevi il professore coinvolto in qualche programma teso a contrastare la violenza di genere diretto ai suoi alunni. Farà un buon lavoro, vero? E’ solo uno a cui piace scherzare e se proprio si deve arrivare in tribunale, be’, allora lui non ha detto niente del genere e i bulletti sosterranno la sua versione:

“E’ stata ascoltata anche una mamma di una compagna di classe della 12enne: «Mi figlia mi disse la storia del pennarello, ma considerandolo uno scherzo». I difensori dell’imputato hanno annunciato la testimonianza di molti ragazzini che negherebbero la frase incriminata.”

Immagino che lo spiritoso e giovanile insegnante sia un po’ frastornato dalla faccenda: nella società italiana di cui fa parte è normale sessualizzare le bambine, è normale svilire ogni femmina – qualsiasi sia la sua età – ricordandole che è mero materiale da scopata ed è normale riderci sopra. A parte quelle stronze brutte sfatte delle femministe, non c’è nessuno che protesti per questo e si sa che quelle vacche protestano solo perché non trombano abbastanza…

campagna bologna

I genitori della vittima sono parimenti consci della situazione, al punto da non aver denunciato in proprio ne’ essersi costituiti parte civile al processo. Probabilmente pensano, non a torto, che la loro figlia abbia già sofferto abbastanza.

Il problema è che nello scenario già descritto la ragazza continuerà a subire assalti sessisti per l’intera sua esistenza. Come ognuna di noi.

L’istruzione è la chiave che apre il mondo, un passaporto per la libertà. – Oprah Winfrey

Maria G. Di Rienzo

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Secondo le Nazioni Unite, le vittime di violenza “dovrebbero essere trattate con dignità e rispetto in tutte le interazioni con la polizia o autorità investigative, avvocati professionisti, personale della magistratura e altri coinvolti nel processo giudiziario: le procedure e le comunicazioni dovrebbero essere “sensibili alla vittima” e coloro che interagiscono con le vittime dovrebbero cercare di agire con empatia e comprensione per le situazioni individuali di queste ultime. Un trattamento rispettoso è particolarmente importante per vittime vulnerabili quali: bambini/e, vittime di violenza sessuale e di genere, vittime di violenza domestica; gli anziani e le persone disabili. E’ ugualmente importante che le vittime indirette, inclusi i familiari, siano trattate con rispetto.”

Mi rendo conto che in un Paese, il nostro, dove una donna su tre dai 16 ai 70 anni ha subito violenza, dove il femminicidio conta 2/3 vittime a settimana, dove si stima in 7 milioni il numero “sommerso” delle donne vittime di maltrattamenti e abusi sessuali, dove i costi sociali della violenza di genere ammontano a 26 miliardi di euro l’anno (ecc.), parlare di rispetto suona stranissimo, alieno – più che una parola esprimente un concetto, sembra un vago e lontanissimo rumore. Però, il brano riportato sopra fa parte della tonnellata di documenti che i governi italiani continuano spensieratamente a firmare quali membri delle Nazioni Unite: poi, dopo i selfies che dovrebbero mostrare quanto i rappresentanti firmatari sono diligenti e sensibili, li chiudono in un cassetto (non voglio speculare su altri usi più volgari che pure saltano in mente).

Il 15 novembre u.s. appare sui giornali in tagli medio-bassi, spesso in articoli che si ripetono parola per parola, la notizia della condanna dei due militanti (ora ex) di Casapound per lo stupro di una 36enne incontrata in un pub.

(https://lunanuvola.wordpress.com/2019/04/30/non-ti-credera-nessuno/)

Rito abbreviato, attenuanti per “la giovane età” e per lo status di “incensurati” dei due e alla fine la condanna è di 3 anni per Francesco Chiricozzi e di 2 anni e 10 mesi per Riccardo Licci, più il risarcimento di 40.000 euro alla vittima.

Chiricozzi commenta con i giornalisti: “E’ andata bene.” Ha ragione:

“Dal 13 settembre i due erano agli arresti domiciliari con l’applicazione del braccialetto elettronico. L’accusa era di aver fatto ubriacare la donna, di averla picchiata fino a farle perdere i sensi, di averla violentata per ore, prima l’uno e poi l’altro, riprendendo la scena con i telefonini.”

“Uno stupro sotto gli occhi delle telecamere dei telefonini. I due indagati hanno ripreso ogni sopruso, ogni violenza. Per poi diffondere lo stupro ad amici e parenti. Quelle stesse immagini che poche ore dopo hanno tentato di eliminare sono ora una prova schiacciante.”

“Agli atti dell’inchiesta ci sono tre video e quattro foto con l’orrore della violenza. “Le immagini sono agghiaccianti – hanno più volte ripetuto gli investigatori – una violenza continua e ripetuta.” (…) Le immagini della violenza nei giorni successivi erano state inviate da Licci ad almeno due chat di Whatsapp, così come emerge dall’ordinanza cautelare.”

“Gli investigatori parlano di immagini «raccapriccianti» e nell’ordinanza di misure cautelari (…) si fa riferimento a reiterati abusi sessuali e insulti beffardi alla vittima, che appare «inerme e apparentemente priva di sensi, completamente nuda e sdraiata sul pavimento». (…) Negli interrogatori di garanzia dopo gli arresti, assistiti dai loro legali, i due indagati sostengono di aver interpretato il rapporto come consenziente.”

Ci stava, giusto: non è quello che i Chiricozzi e i Licci vedono nella pornografia ogni giorno? Donne picchiate, insultate, assalite, umiliate, incatenate, violate – a loro piace, perdinci, godono come le troie che sono, cosa ci sarà mai di “agghiacciante” e “raccapricciante”, è puro intrattenimento da condividere con gli amici. E quando le minacce alla vittima non sono sufficienti a evitare la denuncia non c’è da preoccuparsi troppo, il giudice al massimo ti ammonisce con un buffetto.

Vittime trattate con dignità e rispetto, Tribunale di Viterbo, come no. Protocolli internazionali a parte, è evidente che neppure lo strombazzato “Codice Rosso” è servito a granché – non che avessi dubbi al proposito sin dalla sua entrata in vigore, intendiamoci.

Allora va bene, i magistrati non vogliono punire due stupratori assai violenti e tronfi sbandieratori della loro vigliacca impresa perché sono giovani (ma per i prossimi casi ci sono un mucchio di altre attenuanti come l’essere vecchi, soli, stressati, depressi, malati, single, separati, divorziati, disoccupati, prede del raptus…). Tolti i materni/paterni giudici, parlo al resto della società italiana e in particolare ai media: si potrebbe almeno smettere di alimentare la loro ossessione?

Smettere di equiparare il sesso alla violenza? Smettere di oggettivare le donne e di occupare ettari di spazio con “il lato b” di questa e la scollatura di quest’altra e il tanga dell’influencer di turno? Smettere di diffondere sulle donne stereotipi e pregiudizi sessisti? Smettere di odiarle così tanto, in modo così pervicace e letale?

Maria G. Di Rienzo

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elena barbu - cavemen

(Involuzione della specie umana: l’aspetto della maggioranza dei politici e dei giornalisti italiani nel 2019, in accordo alle loro stimate “opinioni”.)

Io pretendo di spendere i miei quattrini come e nella quantità che mi garba. E qualora sborsi mille euro per andare a letto con una escort sono affari miei e non dei gay che ci amministrano. Sarebbe assurdo che in un Paese che va a puttane non fosse lecito per un cittadino pagare di sfroso una mignotta.” Vittorio Feltri, direttore di Libero.

Ci sono molte cose da imparare in questo aulico paragrafo: su tutte spiccano la finezza del linguaggio, il richiamo al bene supremo della libertà e ai diritti umani, il profondo rispetto per le donne e per le persone omosessuali, l’acuta analisi politica, il senso di appartenenza e responsabilità nei confronti del proprio Paese.

Svela anche, con indubbio coraggio, cosa sta dietro al cianciar di “sex worker” e “escort” e “lavoro come un altro” e “basta con il moralismo” nei pensieri dei puttanieri clienti: mignotte.

Tuttavia, essendo appunto un fraseggio molto squisito potrebbe risultare non immediatamente comprensibile alle masse. Tenterò quindi una semplificazione, sperando di non urtare la sensibilità del Maestro:

“Io pretendo di spendere i miei quattrini come e nella quantità che mi garba.”

Sono ricco, quindi non devo sottostare a nessuna regola e sono al di sopra della legge.

“E qualora sborsi mille euro per andare a letto con una escort sono affari miei e non dei gay che ci amministrano.”

Ci sono persone per cui mille euro costituiscono lo stipendio mensile e che con tale somma devono far quadrare le spese di un’intera famiglia. Ma io me ne frego allegramente, perché posso spenderli in un solo giorno per comprare un donna. Chi al governo non la pensa come me è ovviamente un finocchio, perché tutti i “veri” uomini trattano le donne come meri pezzi di carne a disposizione dell’acquirente.

“Sarebbe assurdo che in un Paese che va a puttane non fosse lecito per un cittadino pagare di sfroso una mignotta.”

Qui c’è di più del gioco di parole squallido con cui cerco di ingraziarmi il lettore: in una nazione in difficoltà, in cui la democrazia è fragile e la politica troppo spesso non all’altezza del suo compito, i cittadini sono autorizzati a dare il peggio di se stessi. In sintesi, se quelli sopra di te rubano, ruba anche tu. Beninteso, per “cittadini” si intendono le persone di sesso maschile con alto reddito come me.

Non so perché, ma i termini “direttore” e “giornalista” sembrano non sposarsi bene con il nome Vittorio Feltri – alla sottoscritta, dopo la virgola, vien voglia di scrivere “ricottaro”.

Maria G. Di Rienzo

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Fratello Crozza, dubito che leggerai mai questo mio testo ma chissà, potrebbe accadere. Pensa che anni fa Luciana Littizzetto ha usato un mio articolo sia per lo show televisivo sia per un corsivo su un quotidiano: una sua amica mi scrisse al proposito e io naturalmente dissi che per me era ok. Un po’ meno ok è stato poi leggere i commenti sotto i due prodotti che ululavano “Grande Luciana, ha scovato anche questa storia, è bravissima, attentissima, divertentissima ecc.”, ma avendo scritto tesi di laurea con cui poi altri hanno ottenuto il relativo diploma ci sono abituata.

Lasciami dire che trovo impagabile il tuo lavoro (e quello dei tuoi colleghi, autori e attori). E’ intelligente in un’epoca, la nostra, in cui l’intelligenza sembra essere divenuta un peccato capitale. E’ coraggioso, diretto ed efficace. E’ pensare ridendo e ridere pensando: per quel che riguarda la mia visione del comico è il massimo e il miglior risultato.

Quel che non posso accettare, invece, e che sembra farsi largo sempre di più nei tuoi testi, è lo svergognamento corporeo – soprattutto delle donne, che ne fanno esperienza concreta da quando vanno all’asilo a quando all’asilo (per anziani) ci tornano. Nel mezzo ci sono vite composte da un susseguirsi di aggressioni verbali e fisiche, persino autoinflitte quando lo svergognamento è interiorizzato, e definirle vite infami non è un’esagerazione. Alcune di noi, infatti, soprattutto quando siamo molto giovani e vulnerabili, decidono di concluderle prematuramente (ricordi Beatrice Inguì?).

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/06/senza-tregua/

E’ chiaro che la satira enfatizza posture, gesti, tic, toni di voce, espressioni ecc. sino a renderle grottesche. E’ ovvio che dalla bocca dei tuoi personaggi escano frasi denigratorie, misogine, squallide sulle donne, rispondano o no queste ultime ai modelli in voga: dopotutto, è quel che fanno le persone da te interpretate nella realtà, punendo simbolicamente le donne con l’oggettivazione che siano “belle” o “brutte”, giovani o vecchie, magre (Lilli Gruber da scortecciare) o grasse (gli 800.000 euro da dare alla ministra Bellanova per un giorno di spesa alimentare…).

E qui arrivo al punto. Quel che hai fatto con l’immagine di Teresa Bellanova – è qui sotto – non è satira.

bellanova

Ho, come te, un profondo rispetto per la storia personale e politica di questa donna. Sempre come te, tale rispetto non mi impedisce di dire che giudico sbagliate alcune sue scelte, tanto più che esse mi riguardano come cittadina italiana. La differenza è che tu userai un registro comico per esprimere ciò. Ma sbattere la sua foto di fronte al pubblico e poi stare in silenzio con un broncetto molto eloquente e invitare (falsamente) i presenti a “non ridere” – anzi, “possono ridere solo le donne”, gli uomini devono imitare la tua faccia allibita – non è satira, è disprezzo insultante per il corpo di una donna di 61 anni (uno in più di te e me, che siamo coetanei, mentre la ministra è coetanea di tua moglie) che ha condotto un’esistenza un po’ diversa da quella di Sharon Stone (sempre 1958).

Teresa Bellanova in piedi nel suo vestito blu a me non fa ridere. Personalmente morirò in bragazze e maglione e non riuscirei ad indossare un abito del genere, ma lei sembra raggiante e a suo agio e assolutamente non buffa. E’ grossa? Ha tutto il diritto di esserlo. Non ha l’obbligo di piacere ne’ a te ne’ a me. Non ha l’obbligo di essere sessualmente appetibile per il primo str… che passa e guarda.

Inoltre, Fratello Crozza, cosa sapete tu e gli autori che con te lavorano delle persone grasse? Prendere per buono quel che dice Panzironi non è un’opzione seria, come sai. E allora, per favore, smettete di suggerire che si ingozzino dalla mattina alla sera, che siano pigre e imbecilli, che se volessero potrebbero essere appunto Panzironi o Sharon Stone. Informatevi. Scientificamente è impossibile stabilire cosa sia un corpo “normale” (troppi fattori in gioco, dall’eredità genetica all’ambiente di riferimento) e quel che socialmente si giudica “bello” è – specificatamente per le donne – un mero costrutto culturale.

Moltissime persone larghe sono in salute, attive e sportive, tutte hanno sogni e talenti, e potrebbero persino essere felici se non venisse sbattuto loro in faccia 24 ore su 24 che vi fanno schifo. Di nuovo per favore, prima di andare in scena con gag del genere pensaci su. Pensa che la prossima Beatrice potrebbe essere davanti allo schermo in quel momento e che quel momento potrebbe per lei essere l’ultimo.

Maria G. Di Rienzo

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La dipendente del centro sportivo di Verona dice alla stampa che, “come donna”, non si sente “per niente a disagio” per la “bella trovata”: l’immagine di cui parla va in giro sui camion pubblicitari mostrando un fondoschiena mezzo nudo con un timbro su una natica che recita “100% palestra” – il resto della donna non c’è, tanto non serve. La scritta che la illustra è ancora meglio: “Vi facciamo un culo così”. E inoltre, aggiunge l’entusiasta Consuelo, a) se aprite una rivista vedrete “tanti ragazzi a petto nudo” (che però non è un equivalente) e b) la palestra si adegua “a quelli che sono gli standard che si vedono in televisione”.

Non pubblico la foto in questione, che potete ammirare sui quotidiani online e che invece di essere una spiritosa novità è semplicemente la trita e noiosissima ripetizione di centinaia di pubblicità simili, in cui il “culo così” è usato per vendere di tutto – dai lubrificanti alle serate in discoteca. Vi dirò solo che somiglia a questa qui sotto del 2016, che pure pubblicizza una palestra e dice anche al pubblico che ci sono “cose migliori dietro cui essere bloccati che l’auto di fronte”.

gym gb 2016

Sarà evidente, non solo a Consuelo, che i reali destinatari del messaggio-fondoschiena sono gli uomini. Alle donne serve ottenerlo nel suo cosiddetto “centro sportivo” solo per soddisfare le esigenze altrui: non hanno bisogno di quel culo se non per mostrarlo agli uomini e riceverne approvazione. Gli sport non si fanno con le natiche (per quanto sicuramente influenzino tutti i muscoli) e avere quel determinato tipo di natiche non favorirà nessuna grande prestazione atletica – a meno che non si voglia considerare tale il numero di pratiche onanistiche maschili correlate.

La “per niente a disagio” di Verona, però, ha perfettamente ragione quando menziona gli standard televisivi: anche questi con lo sport non hanno una mazza a che fare, ma ormai è chiaro che le donne in palestra ci devono andare per cercare di raggiungerli e non per sfrecciare su una pista o salire poi su un podio.

L’anno scorso (Karsay, Knoll & Matthes) furono resi pubblici i risultati di una meta-analisi di 50 studi che hanno esaminato la relazione fra l’oggettivazione di se stesse delle donne e l’uso regolare di mass media sessualizzati inclusi televisione, riviste, social networks e video games. Le donne ne sono uscite come prodotti / oggetti diretti allo sguardo e alla valutazione maschile (di appeal sessuale), condiscendenti, sottomesse, servili, ridotte in pezzi da mettere in mostra.

Le bambine interiorizzano ideali corporei; le giovani donne sviluppano bassa autostima, disordini alimentari e insoddisfazione rispetto alla propria immagine; le adulte vedono ridursi la loro soddisfazione rispetto alle relazioni e al sesso. Non mi sembra un prezzo equo da pagare per il “culo così”, ma vedete voi.

L’esposizione ai contenuti sessualizzati e stereotipati – dalle pubblicità suddette alla pornografia – non ha però solo influenza su come le donne vedono se stesse, dice il rapporto, ma su come le donne sono percepite dagli altri: “(…) dà forma a credenze e attitudini sulla violenza contro le donne, inclusa la percezione che le donne siano responsabili per detta violenza” e “(…) gli uomini esposti a immagini oggettivate di donne in una varietà di media sono più tolleranti sulle molestie sessuali e la violenza interpersonale, e tendono a reiterare i miti sullo stupro”, nonché più propensi “ad agire in maniera aggressiva nei riguardi di una donna che pensano li abbia respinti”. Non occorre che li rigetti davvero, notate, basta che loro ne siano convinti.

Messaggi di chiusura: a Consuelo convinta che non ci sia “niente di sessista” nei manifesti della palestra per cui lavora – senza offesa, potrebbe e dovrebbe informarsi meglio; agli indignati che non capiscono “cosa ci sia da protestare”: leggete, ve l’ho appena detto.

Maria G. Di Rienzo

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