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Posts Tagged ‘oggettificazione’

Coincidenze bizzarre:

– il 21 giugno, ieri, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha festeggiato benissimo il centenario durante la sua 108^ Conferenza, mettendo ai voti e vedendo approvate Convenzione su lotta a molestie e violenza sul luogo di lavoro (legalmente vincolante per gli stati), Raccomandazioni relative (consigli e guida su come farlo, non vincolanti) e la Dichiarazione sul futuro del Lavoro, che mette gli esseri umani e i loro diritti umani al centro del discorso. La Convenzione entrerà in vigore dopo 12 mesi dalla ratifica da parte delle singole nazioni, fra cui l’Italia.

Sull’approvazione della Convenzione, la dirigente dell’Organizzazione Manuela Tomei (Workquality Department) ha detto: “Senza rispetto, non c’è dignità al lavoro e, senza dignità, non c’è giustizia sociale. E’ la prima volta che una Convenzione e delle Raccomandazioni su violenza e molestie nel mondo del lavoro sono adottate. Ora abbiamo una definizione condivisa di violenza e molestie. Sappiamo cosa dev’essere fatto per prevenirle e affrontarle e da chi. Speriamo che questi nuovi standard ci guidino nel futuro del lavoro che vogliamo vedere.”

– sempre il 21 giugno rimbalza qua e là sui quotidiani il nuovo regolamento per la polizia locale di Cittadella (Padova), comune governato dalla Lega. Il focus delle prescrizioni dovrebbe essere “la sicurezza” – naturalmente intesa in senso salviniano – e in effetti esse prevedono assetti antisommossa, maschere antigas ecc., ma l’imposizione di un lunghissimo, dettagliato e spesso ridicolo codice di abbigliamento per le vigili (1) non sembra incastrarsi bene nel quadro.

Prima di entrare nei dettagli, ecco la dichiarazione al proposito del comandante dei vigili di Cittadella, Samuele Grandin: “I nostri agenti sono tenuti ad avere un aspetto consono. Siamo forze dell’ordine a tutti gli effetti, per cui vige un principio militaresco. Chi sceglie questo lavoro deve capire che non siamo un’armata Brancaleone, e per chi non si adegua scatteranno i procedimenti disciplinari.” Nel presentare il nuovo regolamento ai consiglieri comunali (costui) ha insistito molto sull’importanza della forma fisica e sulla necessità di mettere in campo misure adeguate anche in funzione antiterrorismo.”

La polizia municipale, in Italia, è un corpo a ordinamento civile, i corpi di polizia a ordinamento militare sono guardia di finanza e carabinieri, per cui i principi militareschi (propri cioè dei militari – dizionario della lingua italiana docet) con i vigili non hanno nulla a che fare. Molto militaresca, per contro – per estensione, spregiativo, sempre citando il dizionario – appare la minaccia di sanzioni per chi dovesse obiettare.

Tornando alle prescrizioni per ottenere un aspetto consono a non si sa cosa, “tra i requisiti per l’accesso, sia di maschi sia di femmine, è prevista una “distribuzione del pannicolo adiposo” che rispecchi una forma armonica, con tanto di percentuali di massa magra e massa grassa per maschi e femmine”. Sarebbe interessante, al proposito, sapere chi ha definito l’armonia (Leibniz e le sue monadi?) e quale autorità scientifica, in base a quali studi / ricerche, ha definito le percentuali. Inoltre: il personale già in servizio che non potesse o non volesse raggiungere gli standard indicati nel nuovo regolamento sarà licenziato?

Comunque, se ai vigili di sesso maschile si ordina di curare barba e baffi e di non portare basette a punta (?), le vigili hanno una lista di prescrizioni assai più lunga che norma: colore, forma, lunghezza dei capelli (per esempio la lunghezza di un’eventuale frangia “non deve eccedere al di sotto delle sopracciglia”) e accessori per gli stessi (“di dimensioni ridotte e di colore tale da risultare poco appariscenti”); cosmetici (“tenui”, “smalto per unghie trasparente”); gioielli (orecchini solo se non pendenti e sempre in coppia, fra gli anelli sono permessi solo la fede e quello di fidanzamento: e se lo stato civile conferma la prima, non è noto come si verificherà che il secondo corrisponda a una relazione sentimentale ufficiale); capi di abbigliamento, dai collant “tinta carne o beige” da indossare “sia d’inverno che d’estate, salvo specifiche e temporanee autorizzazioni da parte del medico competente” alla coppia mutande/reggiseno nei medesimi colori (obbligatoria “con ogni tipo di uniforme”).

La Convenzione citata all’inizio definisce violenza e molestie come comportamenti e pratiche che “mirano a, o risultano in, o potrebbero risultare in: danno fisico, psicologico, sessuale ed economico”; ciò “può costituire una violazione o un abuso dei diritti umani” ed è “una minaccia per le pari opportunità, inaccettabile e incompatibile con un lavoro decente”.

La sessualizzazione e l’oggettivazione delle lavoratrici, spinta sino a normare il colore delle loro mutande, temo ricada nella suddetta descrizione. E francamente non riesco a vedere i benefici che i collant obbligatori (anche se le vigili indossano pantaloni?) porteranno alle misure antiterrorismo.

Però, sapete, c’è anche chi ha chiuso un articolo al proposito così:

“Del resto l’attenzione di Cittadella alla sicurezza ha una storia antica, racchiusa com’è fin dal Medioevo dalla cinta muraria fatta erigere da Ezzelino per favorire la colonizzazione del territorio verso Treviso, ancor oggi perfettamente conservata.” (Repubblica, 21 giugno – la parola evidenziata, nel testo, l’ho sostituita io. L’originale era probabilmente un refuso: amor. O forse no. Resta il fatto che con la palese discriminazione sessista subita dalle vigili non c’entra una beata mazza.)

Maria G. Di Rienzo

(1) La parola “vigile” termina in “e”. E’ uno di quei casi in cui basta modificare l’articolo per indicare il sesso a cui ci si riferisce, senza ricorrere al suffisso spregiativo “essa”.

Linguiste/i e studiose/i spiegano come e perché da almeno un ventennio perciò, in caso non stia bene a qualcuno, questo qualcuno può fare le sue ricerche e persino piazzare una petizione su Change.org, ma è inutile che chieda a me di modificare le mie scelte. Es claro?

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yumi

Quando, la settimana scorsa, Yumi Ishikawa – in immagine – ha ottenuto attenzione internazionale per la sua campagna contro i codici di abbigliamento imposti alle donne sul lavoro (in particolare contro l’obbligo di indossare scarpe con i tacchi in determinati ambienti), ha dovuto affrontare in sequenza tutti gli stadi del rigetto che ogni rivendicazione simile da parte femminile, in qualsiasi zona del pianeta, guadagna ormai a prescindere. I due fattori determinanti per questo sono l’ignoranza quasi totale delle condizioni in cui vivono le donne “comuni” (cancellate da pettegolezzi infiniti sulle celebrità, sfilate di modelle silenti e parate di vallette mute, sfide “erotiche” fra influencer sul web e così via) e l’incapacità manifesta di collegare i diversi tipi di discriminazione sessista al quadro che li comprende.

1. Gli uomini in posizione di potere non ascoltano, neppure se gli presentate ventimila firme a sostegno del vostro reclamo (il che significa che almeno ventimila altre lavoratrici si sentono come voi e ciò dovrebbe, in teoria, valere un minimo di discussione). Il Ministro del Lavoro giapponese, Takumi Nemoto, ritiene che l’obbligare le donne a indossare scarpe con i tacchi sia “accettato socialmente come necessario e appropriato a livello occupazionale”. La salute e la sicurezza di chi lavora? Sì sì, devono essere protette ma sapete, ha aggiunto il Ministro, “i lavori variano”.

2. In effetti, dei danni che subite non frega un piffero a nessuno, nemmeno quando quel che testimoniate è ovvio: stare in piedi per ore e ore sui tacchi fa male. Ishikawa ha scritto del dolore ai piedi, dei problemi alla schiena, della difficoltà a muoversi, dell’impossibilità di correre qualora si palesi un pericolo ecc. Ma le aziende (consigli d’amministrazione a schiacciante maggioranza maschile) e i clienti uomini sono più felici se vedono una donna sorridere a denti stretti mentre ondeggia sui tacchi e si rovina la spina dorsale, persino quando come Ishikawa lavora a tempo determinato in una cappella funeraria (la 32enne è attrice e scrittrice).

3. Molti di questi uomini sono così oltraggiati dal fatto che abbiate aperto bocca da prodursi immediatamente nell’assalto online – e il relativo anonimato permette loro di mostrare esattamente quanto sono incivili – perciò Ishikawa è stata sommersa da insulti sessisti. Persino le cose più blande che le sono state dette sono così stupide da far piangere: “Perché tanto chiasso? Se devi parlarne fallo con i tuoi datori di lavoro.”, “E gli uomini allora? Non devono mettere le cravatte?”, “Ho letto che alle donne piace il senso di magia e femminilità che acquistano sui tacchi alti”.

Traduzione: Stai zitta, e comunque è un problema tuo, non tentare di mostrarne le radici sociali. Gli uomini soffrono, stanno peggio e non si lamentano. Sei una vera donna, o cosa?

Un minimo di approfondimento: a) Non sono giunti dati sui danni alla salute provocati dalla cravatta ai colli degli uomini, ignoriamo anche quanti ci si siano effettivamente strozzati e siano passati dalla cappella funeraria di cui sopra – id est, non avendo prove a sostegno, questa roba resta una ridicola lagna per quanto sia perfettamente vero che le cravatte non dovrebbero essere imposte. Perché invece di prendervela con Yumi Ishikawa non date inizio alla vostra campagna in merito?

b) Storicamente, le scarpe col tacco hanno fatto il loro debutto nel 16° secolo, ai piedi degli uomini della cavalleria persiana, prima di migrare agli eserciti europei e alle corti reali pure europee: confesso di dubitare fortemente che i cavalieri le indossassero per sentirsi magici e femminili.

4. Ma ci sono pure donne offese dalla vostra visibilità. Da quelle che manco hanno letto la vostra petizione (Ishikawa aveva chiarito a priori di non aver nulla contro le scarpe alte in sé, ma solo contro l’obbligo di indossarle – non avrebbe dovuto essere necessario, tuttavia l’andazzo attuale ci costringe persino a scusarci continuamente di esistere) e vi chiedono perché volete proibire loro di scegliere, alle immancabili “benaltriste”: la nazione ha problemi più gravi, vi dicono costoro, della trivialità che avete sollevato. E che il Giappone con le donne abbia davvero problemi è assodato – nella lista mondiale dell’eguaglianza di genere si piazza al 110° posto su 149 paesi. Il divario sui salari segna il 25,7% in meno per le donne a parità di mansioni. Quattro società su cinque di quelle quotate in borsa non hanno donne nei loro consigli d’amministrazione. Durante la recente abdicazione dell’imperatore Akihito alle donne non è stato permesso entrare nella sala della cerimonia. L’anno scorso nove facoltà di medicina hanno ammesso di truccare gli esami d’ammissione per escludere le candidate donne. L’11 giugno u.s. le donne erano in piazza a protestare contro il verdetto del tribunale che ha assolto il padre stupratore seriale della propria figlia 19enne: i giudici hanno detto che anche se “il sesso era non consensuale” non era possibile “provare che lei avesse resistito”. La nazione permette l’oggettivazione sessuale delle minorenni con il giro d’affari detto “joshi kosei”, ovvero la fornitura di “servizi” da parte di giovani donne in uniformi scolastiche.

Tokyo distretto Akihabara

(Controllo di polizia dell’età di un gruppo di esse)

La prostituzione richiesta alle ragazze in uniforme è nascosta da offerte di riflessologia plantare e di massaggi vari, sessioni fotografiche e “laboratori” in cui le giovani offrono visione delle loro mutande mentre fanno origami o creano oggetti con perline. Ufficialmente i clienti non devono toccarle, ma quelli che non vogliono masturbarsi a casa possono non ufficialmente ottenere di più. Le ragazze che finiscono in questo giro sono, com’è ovvio, le più povere e quelle la cui autostima è stata distrutta dall’infinito assalto dei messaggi sessisti loro diretti.

Cosa lega insieme tutto questo? La discriminazione di genere figlia del patriarcato, punto e basta. Ecco perché i tacchi obbligatori sul lavoro contro cui Ishikawa protesta non possono essere esclusi dalla lotta per i diritti umani delle donne. Sono una delle tante facce della violenza, quella che ama mascherarsi da “bellezza”.

Maria G. Di Rienzo

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Queste parole sono dedicate a coloro che sono sopravvissuti

perché la vita è natura selvaggia e loro erano selvatici

perché la vita è un risveglio e loro erano allerta

perché la vita è una fioritura e loro sono sbocciati

perché la vita è una lotta e loro hanno lottato

perché la vita è un dono e loro erano liberi di accettarla

Queste parole sono dedicate a coloro che sono sopravvissuti

irena

Brano tratto da “Bashert” (“ba-shert”, in yiddish “inevitabile” o “pre-destinato”), di Irena Klepfisz. Irena (in immagine qui sopra) è un’Autrice lesbica ebrea e un’attivista. E’ nata il 17 aprile 1941 nel Ghetto di Varsavia, da cui suo padre la fece uscire clandestinamente assieme alla madre all’inizio del 1943: Irena finì in un orfanotrofio cattolico, mentre la madre, grazie a documenti contraffatti, lavorava come domestica per una famiglia polacca. Il padre di Irena morì quello stesso anno durante la Rivolta del Ghetto di Varsavia. Madre e figlia si riunirono subito dopo e si nascosero in campagna, aiutate da contadini locali; a guerra finita si trasferirono prima in Svezia nel 1946 e poi negli Stati Uniti nel 1949.

chris e melania

Queste due giovani donne sono una coppia, Chris e Melania, e vivono a Londra. Il 30 maggio scorso hanno preso un autobus notturno diretto a Camden Town dove abita Chris. Melania affida al web il resoconto di quella serata: “Dobbiamo esserci scambiate un bacio o qualcosa del genere, perché questi tipi hanno cominciato a darci addosso. Ce n’erano almeno quattro. Hanno cominciato a comportarsi da hooligans, chiedendoci di baciarci così che loro potessero godersi la vista, ci chiamavano lesbiche e descrivevano posizioni sessuali. Non ricordo esattamente l’intero episodio, ma la parola “forbici” mi si è impressa in mente. C’eravamo solo noi e loro a bordo. Nel tentativo di sdrammatizzare la situazione ho cominciato a scherzare. Ho pensato che così avrebbero finito per andarsene. Chris ha anche finto di stare male, ma loro hanno continuato a molestarci, a lanciarci monetine e a diventare sempre più entusiasti della faccenda. Di colpo, Chris era nel mezzo dell’autobus a difendersi da loro. D’impulso l’ho raggiunta e l’ho vista con la faccia sanguinante mentre tre di loro la picchiavano. L’ultima cosa che ricordo è di essere stata presa a pugni. Sono rimasta stordita alla vista del mio sangue e sono caduta all’indietro. Non ricordo se ho perso i sensi o no. Improvvisamente l’autobus si è fermato, c’era la polizia e io sanguinavo dappertutto. Le nostre cose sono state rubate. Non so ancora se il mio naso è rotto e non sono stata in grado di andare al lavoro (1), ma quello che mi disturba di più è che LA VIOLENZA E’ DIVENTATA UNA COSA NORMALE, che a volte è necessario vedere una donna che sanguina dopo essere stata presa a pugni per sentire di aver fatto impressione. Io sono stanca di essere presa per un OGGETTO SESSUALE, o di scoprire che queste situazioni sono comuni, degli amici gay che sono stati picchiati senza motivo. Noi dobbiamo sopportare molestie verbali e VIOLENZA SCIOVINISTA, MISOGINA E OMOFOBICA perché quando ti difendi succedono schifezze come questa. Tra l’altro, sono grata a tutte le donne e gli uomini nella mia vita che comprendono come AVERE LE PALLE SIGNIFICHI QUALCOSA DI TOTALMENTE DIVERSO. Spero solo che in giugno, il mese del Pride, cose come queste siano raccontate ad alta voce di modo che SMETTANO DI ACCADERE.”

Quando la violenza diventa il modo usuale e normalizzato di esistere nel mondo, il passo successivo sono i Ghetti. Non possiamo restare a guardare e aspettarlo passivamente. Maria G. Di Rienzo

(1) Melania Geymonat, di origine uruguayana, ha 28 anni ed è assistente di volo. Le maiuscole del testo sono sue.

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La più recente delle tendenze in politica – in Italia e non solo – è, in sintesi, agire come se i periodi elettorali e le relative campagne non finissero mai. Il quadro della competizione fornisce una scusa per l’aggressività smodata e per pesanti attacchi diretti alle persone in quanto tali e non alle loro posizioni politiche: è solo un appassionato desiderio di vincere, abbiate pazienza, succede di esagerare un po’ ma… in fondo era solo ironia, doppio senso, umorismo, scherzo. Quando poi vi sono davvero elezioni in corso il trend si amplifica sino a raggiungere l’abominevole.

Il prossimo 9 giugno abbiamo una serie di ballottaggi per le elezioni locali e già due iniziative “elettorali” leghiste in perfetta linea – pericolose e sguaiate – hanno raggiunto la cronaca.

A Ferrara il candidato comunale Solaroli mette online un video in cui mostra di andare a letto con la propria pistola Beretta ed esorta alla massima condivisione dello stesso. Si augura che divenga “contagioso”. Il signore purtroppo non sa che non c’è assolutamente bisogno del suo aiuto come untore della violenza, in questo campo.

Il rapporto 2018 di Small Arms Survey – il gruppo di ricerca del Graduate Institute of International and Development Studies, che lavora in base alla Dichiarazione di Ginevra sulla violenza armata e lo sviluppo del 2006 – stima in 8.609.000 le armi in mano a civili nel nostro Paese. A livello globale più di 740.000 persone muoiono ogni anno grazie alle armi leggere: costo umano. Il danno economico tocca i 163 miliardi di dollari – è lo 0,14 del PIL mondiale. La diffusione delle armi leggere è considerata dalle Nazioni Unite una seria minaccia agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Di quant’altro contagio avremmo bisogno, secondo il sig. Solaroli? Non sarebbe il caso di cercare una cura, invece di gongolare diffondendo la malattia?

La seconda pensata è questa:

solita solfa

Il parlamentare Paolo Tiramani lavora di Photoshop per incitare i suoi concittadini vercellesi a non rivotare la sindaca Maura Forte. Non tutela i loro interessi? Ha svolto male il suo mandato? E’ implicata in qualche episodio di corruzione? No. Tutto questo potrebbe essere riferito a una pletora di politici che stanno mantenendo i deretani incollati alle loro poltrone, leghisti compresi. Il motivo per cui non si dovrebbe votare la sindaca lo vedete – si nasconde dietro i cosmetici, ma in realtà è BRUTTA.

In una società che presenta ossessivamente le donne come oggetti per la soddisfazione sessuale maschile, questa è invero l’unica preoccupazione che un elettore dovrebbe avere: la candidata alla tal carica istituzionale mi fa avere erezioni o no? Quali idee e competenze abbia è del tutto irrilevante. Se ha le tette rifatte e un bel culo e si veste come un’idiota con profusione di spacchi e trasparenze e scollature ecc. è più che sufficiente, chi se ne frega se di politica non sa una beata mazza. L’Italia può ben continuare ad andare a rotoli sino alla distruzione: prima i piselli!

Guardate, le elezioni sono un principio fondamentale della democrazia ma obiettivamente sono anche una spesa. Potremmo risparmiare assegnando le cariche, con voto televisivo, alle partecipanti ai concorsi di bellezza o prendendo direttamente deputate e consigliere ecc. dal parco veline / ballerine / serve mute che occupa già il 99% dello spazio femminile sui media.

Se poi devono votare qualcosa di cui non sanno nulla non ha importanza. Nemmeno i loro colleghi maschi sono così ferrati, perché nemmeno a loro è richiesto di avere idee, abilità e capacità politiche. Il requisito per gli uomini è aderire come il Bostik al Capo e ripetere come pappagalli i suoi slogan e le sue azioni. Nessuno ti misura i fianchi ed è invero un sollievo, ma sempre un incapace – al meglio inutile, al peggio dannoso – resti.

Maria G. Di Rienzo

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Brutte giornate. Dei tre indagati per lo stupro di una ragazza nell’ascensore della Circumvesuviana, due sono stati scarcerati: gli è bastato dire che si è trattato di “un rapporto consenziente” e la vittima ha pubblicamente e giustamente chiesto a cosa le è servito denunciare le violenze subite; la giovane statunitense stuprata a Catania da tre giovanotti molto perbene era riuscita a mandare ben cinque messaggi chiedendo aiuto a un supposto “amico” che non ha capito e non aveva l’auto e comunque non poteva farci niente; lo sdoganamento per le pistolettate facili è legge e per favore non parlatemi di legittima difesa e non vestite il ministro Salvini da Robin Hood, perché non sono i poveri e i più vulnerabili a prendere a fucilate i ricchi, è il contrario; il “Codice Rosso” si sta mostrando esattamente per quel che è: un’operazione propagandistica che non fa niente contro la violenza di genere oltre a rendere più severe alcune sentenze, che non può usare un emendamento dell’odiatissima Laura Boldrini sul “revenge porn” (meglio fare una leggina tutta nostra con l’impronta della dentatura sorridente di Di Maio, se no quella si prende il merito), che usa refrain acchiappa-click come la “castrazione chimica”, la quale oltre a essere comunque una forma di tortura sarebbe applicata solo se il condannato si dichiarasse d’accordo (ma come fate a dire stupidaggini del genere e a sedere nel Parlamento della Repubblica?).

E’ uno scenario deprimente ma logico, giacché la cultura della violenza non può sconfiggere se stessa. I cambiamenti nelle leggi o l’emanazione di nuove leggi non sono sufficienti a promuovere i diritti delle donne: comportamenti e attitudini verso le donne derivati dalla socializzazione hanno impatto diretto su come le leggi sono poi implementate e interpretate – e ciò è stato assai visibile di recente in numerosi pronunciamenti giudiziari.

L’Italia è un paese in cui la violenza sessuale contro le donne è normalizzata e giustificata tramite i media e la “cultura popolare”, perpetuata tramite l’oggettivazione dei corpi femminili, la profonda misoginia del linguaggio comune, la spettacolarizzazione dello stupro (in cui la pubblicità è somma maestra).

La compagine governativa vuole davvero fare uno sforzo per riformare lo status delle donne italiane nella società e renderle meno vulnerabili alla violenza? Metta mano alle leggi sul lavoro e le difenda da discriminazioni, molestie sessuali, disparità nei salari; si assicuri che siano tutelate a livello economico nelle legislazioni relative a eredità, proprietà, finanza, accesso al credito; smetta di scaricare sulle donne la propria incapacità a far quadrare i conti distruggendo le reti del welfare e tagliando i finanziamenti a sanità e scuola, perché sono le donne a caricarsi dei bisogni di bambini, anziani, malati e disabili – e costoro non sono zavorra, ma esseri umani titolari di diritti umani a cui lo stato deve attenzione e rispetto; azzeri la propria compiaciuta accettazione dell’attuale visione stereotipata e avvilente delle donne smettendo di avvallare con presenza e patrocinio tutto ciò che le riduce a strumenti per la soddisfazione maschile (dai concorsi di bellezza ai congressi patriarcali); apra spazi per discutere su tutto il territorio nazionale di come la classificazione accessoria e inferiore di metà del genere umano danneggi e distrugga le vite di tutti, femmine e maschi, e in questi spazi, umilmente, ascolti cosa le donne, le attiviste antiviolenza, le femministe hanno da dire.

Maria G. Di Rienzo

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kazuna yamamoto

Kazuna Yamamoto, in immagine, ha 21 anni e studia relazioni internazionali (scienze politiche) alla International Christian University di Tokyo. Nello scorso dicembre, la rivista settimanale “Spa!” ha pubblicato un servizio che consisteva nella classifica di cinque università giapponesi basata su questo criterio di “eccellenza”: quanto ci vuole a convincere, durante feste e festini con alcolici, le studentesse di ciascun ateneo a fare sesso. L’articolo ha avuto “grande diffusione”, dice il resto della stampa.

Kazuna ha risposto con una petizione online che chiedeva la rimozione del pezzo e che ha ricevuto 40.000 firme in sei giorni. Questa settimana la casa editrice della rivista si è “scusata”, sostenendo che stava solo cercando di sottolineare una sorta di “fenomeno sociale” per cui gli uomini sono disposti a pagare le universitarie affinché partecipino alle loro allegre bevute e che, nel farlo, ha probabilmente usato termini “non corretti”. Un suo portavoce si è detto persino disposto a incontrare Kazuna Yamamoto – non sappiamo se per chiederle quanto vuole per andare a festeggiare al bar con la redazione.

La giovane ha comunque rigettato le scuse: “Non sono sul merito. – ha detto in un’intervista telefonica a Thomson Reuters Foundation – Dicono che sono dispiaciuti per le parole fuorvianti, ma non si stanno scusando per l’idea in se stessa, per il modo in cui stanno trattando le donne e oggettivando le donne. In Giappone l’oggettivazione e la sessualizzazione delle donne sono ancora così normali che la gente non comprende davvero perché ciò è un problema.”

L’anno scorso, sempre nell’ambito universitario giapponese, un’indagine scoprì che una facoltà di medicina manipolava i test d’ingresso delle applicanti femmine per tenerle fuori e aumentare il numero di medici maschi. Nell’ultima valutazione (2018) del “Global Gender Gap report” (rapporto sul divario di genere redatto dal World Economic Forum), il Giappone si situa al 110° posto su 149 nazioni prese in esame: il che significa alta discriminazione, alto tasso di violenza domestica e violenza di genere, alto divario sui salari ecc. – ovvero i risultati normali del rappresentare normalmente le donne come giocattoli sessuali invece che come esseri umani.

Noi non abbiamo di che stare allegre: l’Italia, nella medesima lista, si situa all’82^ posizione. Per fortuna, giovani attiviste come Kazuna stanno spuntando dappertutto.

Maria G. Di Rienzo

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Il motto che accompagna la rivolta è “scappa dal bustino” (o corsetto). Migliaia di video e post in cui le donne equiparano il “regime della bellezza” loro imposto a una forma di lavoro coatto per cui non ricevono compenso alcuno stanno sciamando lungo i social media. Le ribelli stanno distruggendo i cosmetici che hanno e si rifiutano di comprarne ancora; contestano gli standard per cui, per essere “carine”, devono avere pelle chiara, grandi occhi, naso all’insù, labbra siliconate, faccia piccola, lunghi stuzzicadenti al posto delle gambe e magrezza da campo di concentramento – sono gli standard che nel loro paese mettono un terzo delle giovani donne sotto i ferri del chirurgo plastico.

Il paese è la Corea del Sud e questa qui sotto è Cha Ji-won nel classico prima e dopo.

cha ji-won

Ji-won ha cominciato a truccarsi a 12 anni nel tentativo di somigliare all’irreale figurina proposta dai media e dalle industrie di cosmesi e moda e quando ha raggiunto i vent’anni spendeva ormai 100.000 won (circa 78 euro) al mese in prodotti per il trucco e si ossigenava i capelli. Adesso ha ventidue anni e nel mezzo del risveglio femminista in Corea, ha raccontato ai giornalisti del Guardian, ha deciso di buttare via tutto: “Mi sono sentita come se fossi rinata. C’è un limite all’energia mentale che una persona può usare in una giornata e io ne spendevo la maggior parte preoccupandomi di essere carina. Adesso uso quel tempo per leggere e per fare esercizio.”

L’iniziativa è del tutto coerente con la spallata che il movimento femminista ha dato alla società sudcoreana negli ultimi tempi, con le donne che sono scese più volte in strada chiedendo maggior eguaglianza e la fine delle molestie e delle aggressioni sessuali.

“Il movimento non solo mira a sfidare l’oggettivazione sessuale delle donne, ma anche a cambiare il loro status che ora le vede subordinate agli uomini. – ha spiegato Lee Na-young, docente di studi sulle donne all’Università Chung-An di Seul – Come risultato, non c’è solo il cambiamento di attitudine rispetto ai cosmetici, ma anche un cambiamento nel modo in cui le donne scelgono di vestirsi. Queste donne stanno facendo esperienza della liberazione e una volta che ne fai esperienza non torni più indietro.”

Sebbene non ci sia ancora modo di quantificare l’impatto della rivolta sui produttori coreani di cosmetici, già alcune ditte stanno progettando di aumentare le vendite di prodotti diretti agli uomini: credo sia la cosa giusta da fare – gli uomini hanno inventato gli standard, gli uomini li impongono e gli uomini ci guadagnano. Se i soldi finiscono per sborsarli loro, piuttosto che siano estorti alle donne strozzando le loro esistenze, tanto meglio.

Maria G. Di Rienzo

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