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Posts Tagged ‘oggettificazione’

immagine di moon shadow girl

(Ne hai di strada da fare, amico…)

La rivista “Electric Literature” riferiva ieri l’esplosione di un esilarante trend cominciato l’ 1/2 aprile 2018. L’autrice per giovani adulti Gwen C. Katz ha riportato su Twitter l’opinione di un altro “scrittore” (le virgolette, come vedrete, sono obbligatorie) convinto che in letteratura non vi sia necessità di punti di vista diversi provenienti da autori/autrici appunto diversi: la prova di ciò è lui stesso, che sa inventare personaggi femminili del tutto credibili e naturali. Lo fa così: Bighellonavo intorno, di certo lui mi aveva notata. E’ difficile mancare di vedermi, mi piace pensare così – un po’ alta (ma non troppo alta), una belle serie di curve se posso dirlo io stessa, pantaloni così impossibilmente stretti che se avessi avuto una carta di credito nel taschino posteriore avreste potuto leggerne la data di scadenza. Il resto del mio abbigliamento non era così degno di nota, solo alcune vecchie cose che avevo in giro. Sapete com’è.

Posso solo immaginare quali pensieri gli stessero girando per la testa. Pensieri spinti. Potevo immaginare cosa vedeva in me. Carnagione pallida, labbra rosse come se avessi appena divorato un ghiacciolo alla ciliegia ricoperto di lucido, due occhi viola come quelli di Elizabeth Taylor.”

Perfetto, non è vero? E così è nata la sfida diretta alle donne: descrivi te stessa come farebbe un autore maschio. Di seguito una manciata delle risposte – in realtà sono molte molte di più, una marea, e più ne leggo più rido…

Jennifer Weiner:

I suoi seni entrarono nella stanza ben prima della sua assai meno interessante faccia, delle sue anche decisamente materne e delle sue cosce rotonde. Egli trovò la voce di lei spiacevolmente udibile. Mentre il suo sguardo scendeva dalla bocca di lei (che ancora parlava!) alla sua scollatura, egli si chiese perché le femministe erano sempre arrabbiate.

Jenny Trout:

Non esisteva, perché era grassa.

Kelechi Okafor:

Mentre si muoveva il suo forte corpo di cacao brillava come un richiamo al continente africano. Il suo girovita si muoveva come un’allettante sirena, invitandomi a schiantarmi contro le rocce che erano le sue natiche brune.

Ashely Nicole:

Rotonda quanto rumorosa, lei riempì immediatamente la stanza. Il mio primo pensiero fu che non avrei voluto scoparla. Il mio secondo pensiero fu ancora più disturbante: sembrava che questo non avesse importanza per lei. Contemplò la rotondità delle proprie tette e diede un contributo all’incontro. Non me lo ricordo.

Jane Casey:

Aveva quarant’anni, ma sarebbe potuta passare per un anno più giovane con rossetto delicato e un po’ di gentile mascara. Il suo vestito si aggrappava alle curve del suo petto che era tenuto a coppa dal reggiseno sotto di esso, ma sopra i seni che erano nudi dentro il suo abbigliamento. Aveva una personalità e degli occhi.

Isla:

Ella si mise di fronte allo specchio e fece scorrere le mani sul suo corpo nudo. Avrebbe potuto essere bella. Se solo fosse stata vent’anni più giovane, con venti chili di meno e seni più larghi. Sospirò. Avrebbe dovuto pagare per un lavoretto alle tette invece che per tutto quel gelato. Ma ora era troppo tardi.

Shing Yin Khor:

Ni hao!!” (“Ciao” in mandarino, ndt.) urlai all’esile ragazza dall’altro capo della strada; lei si girò roteando, fissandomi con esotici occhi a mandorla, perché io l’avevo chiamata con l’inconfondibile voce dei suoi antenati.

Shinobi:

Era una donna gigantesca, più grande di quanto ogni donna abbia diritto di essere. Rideva a voce troppo alta e agitava troppo gli ampi fianchi.

Maria G. Di Rienzo

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C’era un interno e c’era un esterno alla cerimonia dei Golden Globes, dove come era stato anticipato – e come avrete letto negli insulsi articoli del mainstream giornalistico italiano, zeppi di “sfottò” e di stronzate sul politicamente corretto, nonché scritti con la consueta maestria letteraria da bocciatura ripetuta alle elementari – attrici e registe eccetera si sono davvero vestite di nero per protesta contro le molestie sessuali e gli abusi nei luoghi di lavoro.

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/12/16/e-gradito-labito-scuro/

Ma c’erano donne anche fuori, le Ancelle (Handmaids) che vedete nella foto sottostante con il cartello “Non più in silenzio”. Sul retro dei loro cappelli stava scritto “#TimesUp” (“E’ finita”), a ricordare la loro recente iniziativa di solidarietà con le tutte le loro simili che hanno subito e subiscono molestie al lavoro.

no longer

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/01/10/il-ritorno-dellancella/

Sono le “Hollywood Handmaids” e questo è il comunicato che hanno rilasciato prima di manifestare: “Come branca della Coalizione delle Ancelle, le Ancelle di Hollywood si ergono per l’equità nella rappresentazione di genere e razza, sia sullo schermo che fuori, e per condizioni libere dalla violenza nell’industria cinematografica e dell’intrattenimento.

Le Ancelle di Hollywood sono: registe, scrittrici, produttrici, attrici, comparse, assistenti personali, parrucchiere e truccatrici, addette agli effetti speciali, controfigure, addette alla ripresa, costumiste, trovarobe, scenografe, localizzatrici, addette al casting, editrici, compositrici, pubblicitarie, agenti, aiutanti, macchiniste, elettriciste, elaboratrici di dati, animatrici, doppiatrici, fornitrici di servizi artigianali e catering, contabili, manager di gestione dei talenti, avvocate e molto altro ancora nell’industria cinematografica e dell’intrattenimento.

Siamo state ridotte al silenzio, marginalizzate, sminuite, aggredite, escluse e molestate una volta, due volte, troppe volte. Noi siamo coloro che hanno appreso come questo non sia un comportamento occasionale: questi sono decenni di vecchi schemi giustificati da interi sistemi.

Ci uniamo alla lotta globale per mettere fine alla violenza contro le donne a partire da dove viviamo, lavoriamo e recitiamo – qui a Hollywood, all’interno dell’industria.

Oggi, siamo al fianco delle nostre sorelle e dei nostri fratelli che vestono di nero sul rosso tappeto dei Golden Globes, per dimostrare l’emergere e la crescita della resistenza contro la violenza nei luoghi di lavoro e nella società in generale.

Ci ergiamo in solidarietà con le forti attiviste e attivisti a Hollywood dietro la sigla #TimesUp e con le molte altre iniziative guidate dalle sopravvissute in tutto il paese, lavorando per cambiare leggi e culture e per assicurare sicurezza e dignità a tutte le persone.”

Ve l’ho già detto, qualche volta: il femminismo è il più bel “fare” che esista al mondo. Maria G. Di Rienzo

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“Diritto e scienza”: le allieve che partecipavano a questo corso tenuto da un giudice del Consiglio di Stato (in tre scuole a Milano, Roma e Bari), dovevano farlo adeguatamente truccate, in minigonna e tacchi a spillo; alcune dovevano mandare autoscatti pornografici all’insegnante e andarci a letto – ma erano consenzienti, si capisce, soprattutto quelle a cui poteva essere revocata la borsa di studio in qualsiasi momento, beneficio peraltro negato a priori alle fidanzate e alle sposate: dal momento che “diritto e scienza” si concretizzavano nella soddisfazione del dominio del docente sulle allieve è ovvio che altri uomini nello scenario sarebbero stati di troppo.

Il giudice Francesco Bellomo sostiene di essere un genio incompreso “come Einstein”, alle cui “idee” si vuole applicare un “giudizio morale”. Umile e discreto com’è neppure voleva diffonderle, queste innovative e vincenti idee (infatti, dicono i giornali, “Otto giovani borsiste milanesi hanno anche parlato di un contratto in cui si garantiva ‘fedeltà assoluta’ alla scuola, evitando di raccontare dettagli privati”) ma gli è capitato…

Gli è capitato che una delle sue vittime ha sporto denuncia per le vessazioni, gli abusi e le minacce. Questa è la testimonianza del padre della giovane: “Mia figlia sta cercando di tornare a una vita normale. Ora sta meglio ma questa odissea le ha distrutto la vita. Ha ripreso a mangiare e a studiare, ma è ancora in cura dagli psicologi. (la figlia) “è stata sotto ricatto per troppo tempo attraverso il contratto che come borsista doveva firmare per mantenere la borsa di studio.”

Il docente-martire, invece di dichiarare indomito “eppur si muove!” indicandosi l’area appropriata, ha cercato ripetutamente la conciliazione: “I carabinieri sono venuti più volte, – racconta ancora il padre della donna – chiedevano a mia figlia di firmare un atto di conciliazione. Sono venuti a maggio, e poi a ottobre, ma lei era in ospedale.”

Perché l’oggettivazione sessuale fa sempre bene alle femmine, è una libera scelta e un veicolo per idee davvero geniali – tipo il ridurre le donne a meri strumenti per la soddisfazione maschile – solo che non sono nuove, ma vecchie e stantie come il patriarcato. Il giudizio su questo non è “moralismo”, signor giudice, è etica.

Maria G. Di Rienzo

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catcall

“Come possiamo dichiarare di essere “scioccati” da una cultura in cui tutti viviamo, a cui tutti partecipiamo e di cui siamo complici?

La realtà sull’abuso sessuale è che esso accade perché gli uomini sono in una posizione di potere nella nostra società. Sono socializzati a credere di avere il diritto d’accesso ai corpi delle donne e sanno anche che i loro amici maschi li proteggeranno e persino scherzeranno insieme sul loro comportamento predatorio e continueranno ad essere “in fratellanza” con loro al di là di come trattano le donne. C’è una cultura fra gli uomini che incoraggia questo comportamento – riti di passaggio come andare nei locali in cui si fa spogliarello, il pagare per il sesso, il far pressione su giovani donne affinché eseguano vari atti sessuali copiati dalla pornografia e poi vantarsi di ciò o condividere le fotografie: tutto esiste per rinforzare l’idea che essere un uomo consista nell’oggettivare le donne.”

Meghan Murphy, 13 ottobre 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

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Ci stavano, dai. Questa è la linea difensiva dei due carabinieri di Firenze accusati di stupro. Intossicate al punto che una delle due quasi non si reggeva in piedi, le studentesse americane non hanno gridato, non hanno opposto sufficiente resistenza, non hanno detto no, hanno (chissà perché?!) avuto paura di due uomini armati. Secondo il più giovane dei carabinieri – che, mi si spezza il cuore, “in alcuni frangenti è scoppiato in lacrime” – sono “state le studentesse a invitarli a salire nella loro casa”, ma dovevano essere così in calore, le cagne, che a salire in casa non ci sono neppure riuscite: un carabiniere si è dato da fare nell’ascensore e l’altro nell’androne del palazzo.

E’ vero che erano in servizio, è vero che non hanno avvisato la centrale dell’accompagnamento delle ragazze, è vero che si sono fermati in una zona di competenza della polizia e non dei carabinieri, ma per tutto questo – virilmente e per l’onore della divisa – sanno di aver sbagliato e sono “pronti a pagare”. Per le bambole rotte no, e che diamine, si è mai visto un vero uomo prendersi la responsabilità di aver spezzato un giocattolo.

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Questa faccenda sta invece avendo un grosso impatto sulla salute degli unici due esseri umani presenti… i carabinieri: con doverosa preoccupata gravità, i giornali ci informano che hanno le occhiaie e i volti tesi. Quando saranno riusciti a svangarla gettando la colpa sulle studentesse, bisogna proprio regalare loro una settimana di vacanza in un centro benessere o magari, visti i tipi, in un centro massaggi. E giustamente, di come stanno le ragazze americane non frega un fico a nessuno.

Ci stava, dai. Questa è la linea difensiva del 26enne israeliano accusato da una turista belga di aver tentato di violentarla. Si erano appena conosciuti in un locale pubblico: “Una chiacchiera tira l’altra e poi i due decidono di fare una passeggiata, lasciando gli amici al pub. Vanno in piazza Venezia, percorrono via del Corso, poi tornano indietro. Si dirigono verso il Campidoglio e lungo la scalinata lui tenta un approccio che lei respinge. Ci prova ancora e lei ancora lo respinge. Alla sua insistenza la ragazza inizia a urlare: gli agenti della polizia di Roma Capitale in servizio al Campidoglio la sentono e accorrono.”

Qui il caso sembra diverso: la giovane dice di no, ripete di no, grida. Ma non fa in realtà differenza alcuna, perché gli oggetti in tale tipo di situazione non possono avere voce in capitolo, ne’ alcun tipo di controllo sulla propria vita. Il tipo è convinto di essersi guadagnato il diritto di stuprarla, durante la serata: “Lei ci stava, assolutamente: mi aveva già dato un bacio, avevamo parlato tutta la sera, bevuto insieme, passeggiato, baciati ancora: ci stava, non c’è altro da dire”.

In tutto il mondo, gli uomini stuprano e uccidono donne in qualsiasi scenario possibile. Nelle case, nelle parrocchie, alle feste, per le strade, nei locali e spazi pubblici, sui mezzi pubblici, nelle automobili, nelle scuole, ai concerti, nei campeggi…

Le donne possono evitare, come è loro consigliato, le aree poco illuminate e prive di via di fuga; le donne possono stare il più possibile in casa, possono evitare di uscire la sera, di bere qualcosa in pubblico, di indossare gonne corte eccetera eccetera. Possono restringere la propria libertà sino ai minimi termini – e nulla cambia, perché sino a che gli uomini persistono nel considerare naturale, mascolino, giustificabile il loro comportamento violento e sino a che lo usano per stuprare e uccidere le donne continueranno ad essere stuprate e uccise. Non importa dove si trovino o cosa stiano facendo.

Sino a che non mettiamo in questione il punto dolente e cioè il collegamento diretto fra la mascolinità costruita socialmente e la violenza, l’unico mondo in cui le donne non saranno più assalite dagli uomini può essere solo un mondo in cui le donne non esistono più. Maria G. Di Rienzo

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Tre anni fa, dopo una campagna condotta da genitori disgustati dal contenuto sessista e stereotipato di libri quali “Attività per ragazze” e “Attività per ragazzi”, la casa editrice inglese Usborne annunciò che avrebbe smesso di pubblicare simili testi.

Il loro “Growing Up for Boys” (Crescere/La crescita per ragazzi) è del 2013 e ancora in circolazione ma ultimamente un padre, il sig. Ragnoonanan, ha chiesto pubblicamente se non ci sono cose migliori da insegnare ai propri figli maschi, a cui il libro indirizza messaggi come questo:

A cosa servono i seni? Le ragazze hanno i seni per due ragioni. Una è produrre latte per gli infanti. L’altra è far apparire la ragazza cresciuta e attraente. Virtualmente tutti i seni, al di là della taglia e della forma che finiscono per avere quando una ragazza esce dalla pubertà, possono fare entrambe le cose.

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Dal messaggio dell’uomo su Twitter la protesta si è allargata sul web e soprattutto su Amazon, che il libro lo vende, ove recensori ambosessi lo hanno sepolto di stroncature.

Fen Coles, co-direttrice della Letterbox Library, una biblioteca specializzata in libri per bambini e testi per le scuole e i genitori, ha spiegato alla stampa perché lei stessa trova la faccenda problematica: “Il linguaggio usato, tenendo in mente che questo è un libro “per maschi”, suggerisce fortemente che i seni delle ragazze esistono per i ragazzi, per il loro apprezzamento, per il loro sguardo. Se vogliamo incoraggiare i nostri bambini ad avere relazioni sane gli uni con le altre e se vogliamo costruire una cultura del consenso, suggerire che parti del corpo esistono solo per il loro “uso” da parte di un’altra persona, apparentemente al di fuori del controllo da parte della persona a cui quella parte del corpo appartiene, al minimo toglie potere e al peggio è molto pericoloso. Questo è un linguaggio mal concepito, regressivo e irresponsabile, usato in ciò che è inteso come libro educativo.”

La casa editrice si è scusata, ovviamente. Metterà a posto il libro. Tanto, la sua parte di danno l’ha già fatta. Maria G. Di Rienzo

P.S. Il titolo – Insegna bene ai tuoi figli – fa riferimento a una canzone di Crosby, Stills, Nash & Young.

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zadie

Zadie Smith (in immagine) è una scrittrice inglese di 41 anni – ha vissuto un anno a Roma con la famiglia e in italiano sono disponibili quattro dei suoi romanzi.

Partecipando in questi giorni al Festival Internazionale di Edimburgo (che si tiene dal 4 al 28 agosto) ha raccontato alla stampa come a causa della frustrazione ispiratale dal vedere la figlia Kit passare moltissimo tempo davanti allo specchio abbia imposto a questa sua attività un limite di 15 minuti: “L’ho spiegato a lei in questi termini: stai perdendo tempo, tuo fratello non perderà mai tempo in questo modo. Ogni giorno della sua vita si mette una camicia, esce dalla porta e non gliene frega un fico secco se tu perdi un’ora e mezza a farti il trucco.”

Madre cattiva, state pensando? Be’, sapete, Kit ha sette anni.

Maria G. Di Rienzo

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