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Posts Tagged ‘oggettificazione’

Diva Guimarães

Diva Guimarães (in immagine con il microfono di fronte) è diventata famosa il 28 luglio scorso, prendendo parola durante il Festival Letterario di Paratry, in Brasile. Il tema era il razzismo e la 77enne Diva, insegnante in pensione, ne ha fatto esperienza per l’intera vita. Nipote di schiavi, ha raccontato come sua madre sopportò ogni tipo di umiliazione per assicurarsi che i suoi figli ricevessero un’istruzione. Ma anche nella scuola religiosa che accolse lei a cinque anni, e in cui doveva lavorare oltre che studiare, le cose andavano così: “Voglio raccontarvi una storia che ha segnato la mia esistenza. – ha detto al pubblico del Festival – Sono dovuta diventare adulta all’età di sei anni. Le suore raccontavano questa storia: Gesù creò un fiume e disse a tutti di lavarsi, di bagnarsi nelle acque benedette di quel fiume incantato. Le persone bianche sono tali perché lavorano sodo e sono intelligenti, vennero al fiume, si bagnarono, diventarono bianche. Noi, come neri, siamo pigri – il che non è vero, perché questo paese sopravvive oggi grazie ai miei antenati che hanno provveduto a tutti – e quando alla fine arrivammo ognuno s’era già bagnato nel fiume e di esso restava solo fango. Perciò, noi abbiamo di pelle più chiara solo i palmi delle mani e le piante dei piedi, perché siamo riusciti a malapena toccare l’acqua in questo modo.

Sembrava che nessuno fosse riuscito a non commuoversi e a non riflettere, dopo aver ascoltato Diva. Ma mentre camminava fra gli stand della Fiera è stata assalita da un venditore arrabbiato, che le ha ingiunto di pulire una cacca di cane. La donna non è la proprietaria della bestiola e c’erano molte altre persone a cui il venditore avrebbe potuto rivolgersi, però ha scelto lei. “Io so perché.”, ha commentato Diva.

Il video del suo intervento è diventato assai popolare in Brasile. Sono seguite interviste, articoli su giornali ecc. Tra l’altro, le hanno chiesto: “Che messaggio vorrebbe dare alle giovani donne nere di oggi?” La sua risposta è stata: “Di non misurarsi sui loro corpi, ma sulle loro culture. Vorrei dire loro che non sono mercanzia sessuale. So che hanno discernimento sufficiente a riconoscere questo tipo di abuso. Si fa passare l’idea per cui le persone nere diventano note fuori dal Brasile come oggetti sessuali, dicendo che lei ha il diritto di usare il suo corpo come vuole.” Diva ha ben chiaro che l’oggettivazione sessuale non è una libera e liberatoria scelta.

Maria G. Di Rienzo

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Il 28 marzo scorso il consiglio comunale di Parigi ha votato questo: a partire dal 20 novembre 2017 gli annunci pubblicitari “sessisti e discriminatori” non avranno più spazio in città. Immagini “degradanti” o “disumanizzanti” che “hanno impatto negativo sulla dignità umana, così come quelle che propagandano omofobia, disprezzo per le persone anziane, discriminazione etnica o religiosa” sono bandite.

Alla stampa, la Sindaca di Parigi Anne Hidalgo ha spiegato che città come Londra e Ginevra hanno già adottato misure simili e che era ora di fare un passo verso l’arresto della “diffusione, promozione e valorizzazione di immagini che degradano certe categorie di cittadini/e.” Inoltre, ha detto, “Le conseguenze di queste rappresentazioni degradanti hanno un impatto notevole sulle donne, in special modo su quelle più giovani: mantengono gli standard del sessismo e contribuiscono a trivializzare determinate forme di violenza quotidiana.”

sexiste

Alcuni articoli sull’argomento sostengono che la recente campagna “porno-chic” di Saint Laurent (a cui appartengono le due immagini sopra questo paragrafo) sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Raphaëlle Rémy-Leleu, la portavoce del gruppo femminista francese “Oséz le Feminisme!” che ne aveva immediatamente chiesto la rimozione dagli spazi pubblici, ha dichiarato che la campagna: “Tocca tutti i lati del sessismo. Le donne sono oggettificate, iper-sessualizzate e messe in posizioni che esprimono sottomissione.”

E questa qui sotto è la Sindaca. Se avessi un programma di grafica adatto avrei contornato l’immagine di baci e cuoricini. Maria G. Di Rienzo

Anne Hidalgo

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Ormai su “Parliamone Sabato” e la sua doverosa chiusura (in un paese civile in cui i protocolli internazionali sull’uso dei media non solo si firmano, ma si implementano, un programma simile non sarebbe neppure mai venuto alla luce) avete letto di tutto e di più.

La misoginia prende molte forme, ma ridotto all’essenziale il messaggio comune a tutte è che le donne sono oggetti, cose, attrezzi, che esistono per soddisfare desideri altrui. E’ il messaggio principale della socializzazione di genere per le femmine ed era in effetti il messaggio principale e palese del programma in questione. Non ci dovrebbe essere, quindi, necessità di spiegare ANCORA le ragioni per cui la storia sulle “fidanzate dell’Est preferite dagli italiani” è stata rivoltante, ma poiché una massa di stralunati vaga sul web chiedendosi “se questi sono i veri problemi”, maledicendo le “femministe faziose” e suggerendo che le donne si sono risentite, ovviamente, perché “non prendono abbastanza c.”, i danni che questa spazzatura fa al genere umano di sesso femminile ve li ripeto io:

1. Incoraggia l’interiorizzazione dell’oggettivazione, la quale si traduce in bassa autostima, disaffezioni e comportamenti compulsivi e persino patologie gravi (che possono spingere all’autolesionismo o al suicidio) legate alla propria immagine corporea, mancanza di fiducia nella propria autonoma capacità di prendere decisioni, mancanza di consapevolezza dei propri diritti e del proprio valore come essere umano;

2. Stabilisce una sessualità normativa – cancellando e stigmatizzando nel processo tutte le altre – il cui fulcro è il maschio eterosessuale che guarda e giudica, mentre il compito delle donne è impegnarsi per ricevere da costui un buon punteggio (puah!);

3. Ripete alle donne che meritano di esistere e che possono essere felici solo se se piacciono agli uomini e che per piacere agli uomini devono rispondere a criteri patriarcali di “scopabilità” e subordinazione e ritenere assolutamente prioritaria la soddisfazione maschile in ogni campo e a qualsiasi costo (è quello che si vede nella pornografia, dopotutto);

4. Ripete inoltre alle donne di sacrificare se stesse sull’altare della “bellezza” ignorando ogni propria preferenza o desiderio o sconforto, ogni propria abilità e ambizione e sogno: una bambola gonfiabile o la statua di Venere (cfr. il “fisico marmoreo”) non hanno bisogno di tutto ciò;

5. Fornisce validazione allo sfruttamento sessuale delle donne – che l’Italia legalmente sanziona – e chiede la loro acquiescenza per esso: riascoltate quel genio di Testi mentre parla dell’amico con la fidanzata russa che, per il suo compleanno, lo ha portato “in un bordello, gli ha fatto scegliere un’altra ragazza e si sono divertiti tutta la notte insieme: come fai a non innamorarti di una donna così, giustamente?”. E che genere di “amore” è in grado di darmi uno che tratta una mia simile, un altro essere umano, come lavandino in cui svuotarsi i testicoli?

6. Alimenta ogni tipo di violenza di genere. Quando il corpo di una donna è trattato come oggetto di pubblica valutazione e commento ciò conferisce legittimazione alle molestie in strada, online, in spazi comunitari e privati; scusa l’assalto sessuale e giustifica lo stupro (un oggetto è fatto per essere usato e non ha voce in capitolo).

Per finire, cari stralunati: quella del “prendere c.” è una VOSTRA ossessione – fatevi qualche domanda al proposito – ed è poiché siete così concentrati sul vostro piacere che di quello femminile non sapete assolutamente nulla, nemmeno che non abbiamo proprio bisogno dei vostri “c.” per avere favolosi orgasmi. Maria G. Di Rienzo

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“Profughi, abusi sessuali su lavoratrici delle coop. Donne molestate da alcuni ospiti: il primo cittadino e il sindacato fanno denuncia in Prefettura.”

Ho atteso tre giorni – dal 12 marzo – per vedere se alla notizia si davano ulteriori coperture e approfondimento, ma resta riportata da un solo quotidiano (altri giornali semplicemente citano quest’ultimo).

Il campo profughi è in provincia di Padova e nessuna delle donne che lavorano al suo interno ha presentato querela: “(…) hanno paura di essere lasciate a casa. Di essere licenziate. E non a caso: chiaro il messaggio ricevuto dopo aver informato dell’accaduto tanto il datore di lavoro quanto i vertici della cooperativa che gestisce la struttura.”

Niente è riportato successivamente neppure sul risultato dell’incontro delle lavoratrici con il sindaco, annunciato per il 13 marzo. Le violenze sarebbero “episodi gravissimi”, “secondo quanto riferisce un pubblico amministratore. Tuttavia ufficialmente, nessuno parla. Nessuno commenta.”

Fra quelli che potrebbero dare informazioni rilevanti è così, ma fra i frequentatori del sito del quotidiano che dà la notizia è tutta un’altra musica. A parte i deliri “politici” che di sicuro immaginate con facilità (avete votato “Renzie” e questo è il risultato, maledetti comunisti, perché non votate Forza Nuova e Casa Pound, mandateci la sboldrina) l’aspetto più interessante – e francamente vomitevole – di questi commenti è la disumanizzazione delle donne coinvolte.

Innanzitutto i savi da tastiera loro connazionali le riducono a beni di consumo (non ho corretto grammatica, ortografia e sintassi):

Ha, ha, ha, ha… è come portare un dolcetto a un bimbo…

Prima i cellulari poi il wi-fi, vestiti e adesso un pò di f…

Son tutti maschi giovani dai 20 ai 30 anni.. senza donne… cosa vi aspettate che diventino frati?

Poi chiariscono che la colpa relativa a ogni violenza è sempre di chi la subisce:

I messaggi che vengono inviati sono interpretati come libertà di costumi e disponibilità ad approcci sessuali!!

Fai questo sporco lavoro? Peggio per te. Si trovino un lavoro onesto.

Alla fine erano impiegate in un centro di accoglienza: che se li godano appieno!!!

L’esistenza di queste cooperative è uno schifo. Non provo nessuna forma di pietà per queste pseudo lavoratrici che servono e riveriscono gli immigrati per tornaconto economico. (Costui evidentemente se ha un impiego lo svolge gratis, per la gloria che ne deriva e supremo spirito di dedizione: la spesa e le bollette sono a carico della sua mamma.)

Infine offrono analisi e soluzioni davvero condivisibili e praticabili:

A pulire con questi delinquenti ci dovrebbero mettere uomini delinquenti altro che donne: dici una parola sbagliata, ti massacro. Invece no, ci mettono le donne che ovviamente sono prede per questi animali. È tutta una truffa ma quando lo capirete?

Stronzi maledetti io vorrei che molestassero e stuprassero le 4 stronze che li difendono ogni sera (Questa è l’unica donna del coro – almeno, si identifica come tale – e si riferisce alle donne politiche nei programmi televisivi.)

Cosa devono aspettarsi, secondo voi, le donne che a qualsiasi titolo (parenti, amiche, compagne, colleghe) hanno relazioni con gli autori di tali ammirevoli riflessioni? Possono obiettare al proprio stupro, per esempio? Credo di no: sono “dolcetti” e “f…” a disposizione dei maschi che non vogliono / non possono “diventare frati”. Possono opporsi alle molestie sul lavoro? Parimenti no: in primis, qualsiasi indumento indossino e qualsiasi mansione svolgano mandano “messaggi di disponibilità a approcci sessuali”, e poi “peggio per loro” se hanno scelto un lavoro in cui si fanno molestare.

Hanno diritto al rispetto, le donne, rivestono qualche grado di dignità umana? No, sono PREDE. Povere prede quando le compatiscono, cattive prede quando addossano loro la responsabilità degli abusi che subiscono. “L’uomo è cacciatore”, dicono? Io lotto per l’abolizione della caccia. Maria G. Di Rienzo

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Little Red di Beatriz M. Vidal

Tanto per ripeterci: c’è una relazione diretta fra l’oggettivazione sessuale delle ragazze / bambine e le aggressioni dirette contro di esse. L’ultima conferma viene da una ricerca dell’Università del Kent pubblicata nel gennaio scorso: Eduardo A. Vasquez, Kolawole Osinnowo, Afroditi Pina, Louisa Ball, Cheyra Bell. “The sexual objectification of girls and aggression towards them in gang and non-gang affiliated youth.” Psychology, Crime & Law, 2017.

Dal sommario: “I risultati sono congruenti con l’affermazione che, fra altri effetti negativi, la percezione delle donne come null’altro che oggetti sessuali evoca aggressioni nei loro confronti. La ricerca ha anche dimostrato che il sessismo nei media è collegato direttamente sia all’oggettivazione sessuale delle ragazze sia agli assalti contro di esse. Il collegamento oggettivazione – aggressione si manifesta nei comportamenti già all’inizio dell’adolescenza e c’è la consistente possibilità, dato il rinforzo che riceve nel corso degli anni, che diventi maggiormente forte e difficile da cambiare”.

Il rinforzo consiste nel trattamento riservato alle donne da una cultura sessista e misogina: immagini sessualmente oggettivate di donne, adolescenti e bambine possono essere regolarmente viste su ogni tipo di media e in ogni tipo di pubblicità. Fanno persino parte dei programmi televisivi, dei film, dei video musicali ecc. diretti specificatamente alle / agli adolescenti; in questo modo le ragazze imparano a pensare ai loro corpi come oggetti del desiderio di altri e a trattarli da tali, i ragazzi imparano a pensare alle ragazze come a “cose” che esistono per il loro utilizzo e la loro gratificazione.

E’ questo lo scenario che sta dietro alla notizia pubblicata da alcuni quotidiani il 4 marzo 2017: “Ricattata a 12 anni con le foto osé: i compagni le pubblicano su Instagram ma non sono imputabili”. Ma è uno scenario che nella narrazione giornalistica svanisce, nonostante l’accenno alle “pose provocanti” mimate dalla ragazzina su quel che “aveva visto fare in televisione”.

Il focus è sul suo comportamento – ingenua, innamorata “come solo a 12 anni si può essere”, si è messa davanti allo specchio con il telefonino perché voleva “accontentare il suo fidanzatino” e “tenerlo legato a lei per sempre”. Poverina, sembra dire tale quadro, non sapeva che i maschi sono inafferrabili come il vento, sono api impollinatrici che vagano da un fiore all’altro e per “natura” hanno assoluto bisogno di schiacciare nel fango le femmine che dicono di amare. Quest’ultima non è una metafora: dopo aver pubblicato le immagini su internet, il “fidanzatino” e i suoi amici ricattano la ragazzina con la minaccia di mandarle ai genitori di lei e perciò la 12enne si sottopone a torture pubbliche nei giardinetti, dove deve leccare i piedi a questo branco di stronzetti/e (ci sono anche due sue coetanee) o mettere il viso nelle pozzanghere.

“Prima era ammirata e invidiata da tutte le sue compagne – assicura uno degli articoli al proposito – e all’improvviso è diventata lo zimbello dell’intero istituto.” Lasciando perdere il “tutte”, una generalizzazione a cui non credo, per cosa l’articolista pensa fosse ammirata e invidiata? Perché aveva l’attenzione del “figo” della scuola e avere l’attenzione di un uomo è il principale e solo traguardo a cui una donna deve tendere, con tutto quel che ha e sa, con ogni mezzo necessario (direbbe Malcom X), a qualsiasi costo. Per questa ragazzina il costo è stato altissimo ed è andato vicino a prendersi la sua stessa vita: faccio schifo, non valgo nulla, mi sento brutta, voglio ammazzarmi scriveva sui bigliettini che poi nascondeva nel cuscino. Per fortuna si è confidata con un’amica più grande che l’ha convinta a raccontare la vicenda alla madre e poi alla polizia e così si conclude l’articolo succitato: “Partono le indagini, i tre bulli vengono facilmente identificati e ascoltati. Al comando arrivano anche le loro famiglie, disperate, ma i ragazzi hanno meno di 14 anni e per la legge non sono imputabili. I loro nominativi sono stati segnalati ai servizi sociali e adesso dovranno cominciare un percorso di recupero, ma la cosa più importante è che L., che nel frattempo ha cambiato scuola, ha ricominciato a vivere la sua vita. Il profilo di Instagram è stato oscurato, i suoi voti sono tornati a salire e quelle foto sono solo un brutto ricordo che, prima o poi, sparirà per sempre. Ma ci vorrà ancora del tempo.”

Come no. Tradita, umiliata, tormentata, costretta poiché vittima di violenza a cambiare lei scuola – mentre sono certa che i bulli maschi e le bulle-serve femmine sono ancora tutti/e là… ogni ferita diventerà una sbiadita cicatrice, basta lasciar passare il tempo. Ma le cicatrici di ingiurie così profonde non scompaiono. Infatti, la società che sta attorno alla ragazzina continuerà a insegnarle che essere sexy per lo sguardo maschile è molto più importante dei suoi desideri, della sua salute, della sua soddisfazione, del suo benessere, dei suoi risultati scolastici, delle sue passioni e delle sue competenze. Quel che è peggio, continuerà a insegnarlo al suo “fidanzatino” e a centinaia di migliaia di altri “fidanzatini” e altre ragazze. E’ troppo presto, signor giornalista, per finire una brutta fiaba con “e tutti vissero felici e contenti.” Maria G. Di Rienzo

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Premesso che Elisabetta Sterni ha fatto benissimo a denunciare chi ha probabilmente diffuso il video – tramite Whatsapp – che la riprende durante un rapporto intimo con costui (lui nega) ed è stato caricato anche su un sito pornografico; premesso che ha perfettamente ragione quando sostiene che “Gli uomini criticano e offendono ma sono i primi che vanno alla ricerca di determinate cose. E, se non le trovano dalle loro fidanzate, arrivano anche a tradirle.” (potrebbe in effetti essere il caso del 29enne del video, che di fidanzata ne aveva una da due anni); premesso che credo al suo diritto di vivere come le pare e piace e sono d’accordo con lei quando dice “Nel video non faccio del male a nessuno e non sto facendo qualcosa di fuorilegge.”…

… possiamo parlare un momento della sua professione attuale (“ragazza immagine in discoteca”) e di quella che vorrebbe avere in un prossimo futuro (“sto per aprire un’agenzia di hostess con una mia amica”) in rapporto a quanto lei stessa afferma, e cioè che la vicenda le sta “rovinando la reputazione” e “danneggiando l’immagine”?

Qual è l’immagine che Elisabetta deve incarnare mentre lavora in discoteca a Padova e qual è l’immagine che richiederà alle aspiranti hostess della sua agenzia? Ho visto le ragazze-immagini in svariate occasioni dal vivo (fiere, festival, persino enti pubblici) e in film e sceneggiati televisivi; inoltre, per assicurarmi che il trend sia sempre quello – lo è – ho dato stamattina un’occhiata ai “book” di tre o quattro agenzie.

Il massimo dell’abbigliamento concesso ai loro corpi nelle suddette presentazioni è uno straccio scollato sino all’ombelico con spacchi abissali, altrimenti le hostess sono in bikini o in mutande con i seni semicoperti da sciarpine di velo, frangette, lustrini e mani guantate di nero (omaggio alle cinquanta sfumature di sadismo). Le loro pose sono per la maggior parte inequivocabilmente quelle contorte – e per me ridicole – della pornografia; le loro bocche, sempre per la maggior parte, semiaperte o con le labbra spinte all’infuori e atteggiate “a bacio” e le espressioni del viso che rivolgono all’obiettivo della macchina fotografica si sforzano di suggerire “sono prossima all’orgasmo”, anche qui con la stessa identica modalità delle immagini pornografiche. (Sono sicura di non aver mai fatto quella faccia durante la mia soddisfacente pratica di quarant’anni di sesso e sono persino sicura di non essere un’eccezione.)

Sono anche del tutto consapevole che nessuno ha puntato una pistola alla testa a queste giovani donne e che fare le ragazze-immagini è una loro scelta: a scegliere cosa devono rappresentare, quale messaggio devono veicolare e qual è il loro ruolo è però invece uno sguardo maschile eterosessuale, sessista e patriarcale. Uno dei quotidiani che riporta la notizia sulla denuncia di Elisabetta descrive quest’ultima così: “Fisico da Jessica Rabbit”.

Jessica Rabbit è un cartone animato. Un disegno. Una figurina bidimensionale che dovrebbe rappresentare il massimo del godimento per l’occhio di un uomo. La mia solidarietà femminile e femminista non sente il bisogno di spingersi verso Jessica Rabbit, che non esiste in realtà e che incarna il modello prescrittivo a cui una donna deve conformarsi per non essere umiliata, insultata, abusata, per avere visibilità e spazio ma solo nella vetrina in cui è esposta affinché qualcuno la scelga – e che scelta è quella di dipendere dalla scelta di un altro?, perché le sia confermato che ha diritto ad esistere in quanto svolge l’unica funzione ascritta a detta esistenza, e cioè il servire gli uomini, il compiacere gli uomini, l’essere il trastullo degli uomini.

Quando menziona la vicenda della giovane donna di Napoli che, nella sua stessa situazione a causa di un video, si è tolta la vita, Elisabetta dice: “Mi ha colpito molto la triste storia di Tiziana. (…) (in particolare) I giudizi della gente che ti possono mettere il cappio al collo. L’hanno giudicata tutti, senza porsi domande, senza chiedersi come si poteva sentire. Io fortunatamente sono una persona forte e questa cosa non mi ha toccato. Se fossi stata debole, come quella ragazza ecc.”

Il verbo “giudicare” torna continuamente nelle risposte di Elisabetta alle domande degli intervistatori. Non vuole essere “giudicata”. Ma i suoi estimatori quale ragazza-immagine, chi l’ha assunta come tale e chi la dipinge come “Jessica Rabbit” questo devono fare: giudicarla, di continuo, perché sono i creatori del modello a cui deve rispondere, che è fatto per essere giudicato dagli uomini, i soli affidabili giudici in materia.

Non l’hanno creato perché amano le donne, non l’hanno creato perché le rispettano, non l’hanno creato perché le donne ne traessero guadagno e soddisfazione ma per proprio profitto: l’ideale della “bellezza” femminile (in realtà il grado di desiderabilità sessuale per i maschi) è allo stesso tempo sistema di controllo sulle donne e sistema per trarre da loro subordinazione e disponibilità acritica nonché una valanga di SOLDI – le industrie cosmetiche e dietetiche, quelle dell’intrattenimento, la moda. Sopravvivere come donne in questo scenario, che lo si accetti o meno, non è sicuramente facile: ma Tiziana non era una “debole” perché non ci è riuscita – tra l’altro anche questo è un giudizio, gentile Elisabetta, un giudizio che io considero insultante e approssimativo. Tuttavia, l’immagine della gnocca – fighissima – yum yum – piombabile la superficialità e l’offesa le ha incorporate: non si misurano i centimetri di questo e quello a un essere umano, una donna, di cui si rispettano la dignità e la volontà e l’unicità, non le si rimprovera di fare ciò che è esattamente richiesto dall’immagine stessa, un’immagine ossessivamente imposta da ogni media fruibile in ogni contesto, questo lo si fa appunto al cartone animato Jessica Rabbit, una cosa che gli uomini ritengono di aver comprato e di poter quindi utilizzare come preferiscono. La lodano e la lordano in sincronia, e ritengono questo loro privilegio e diritto acquisito. Non è viva, vegeta, pensante, dotata di arbitrio e preferenze e sogni e limiti: è immagine – illusione, apparenza, rappresentazione, concetto…

Il fatto che questo scenario sia pervasivo e dominante non lo rende ne’ normale, ne’ naturale, ne’ inevitabile. Elisabetta pensa ad esempio che “tutte” mandino foto e video dal contenuto sessuale all’amato, vorrebbe “vedere chi non l’ha mai fatto” (possiamo vederci quando vuole e posso presentarle dozzine di altre donne)… ma, come scrisse Foucault, “Ci sono momenti nella vita nei quali diventa assolutamente necessario sapere se è possibile pensare in modo diverso da come si pensa, percepire in modo diverso da come si vede, (…) perché senza questa distanza non sarebbe più possibile vedere e riflettere oltre. Senza questa curiosità, la ricerca non è altro che una legittimazione di ciò che già si sa. (…) Soltanto così si può osare scoprire fino a che punto sarebbe stato possibile pensare e percepire in modo diverso.”

Potremmo essere un po’ più curiose sul nostro essere donne e sui ruoli che ci sbattono addosso? Ottenere la validazione maschile è davvero così importante? Ci rende “potenti” e “liberate” tramite l’oggettivazione sessuale?

La battuta più famosa di Jessica nel vecchio film (1988) “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è: “Non sono cattiva, è che mi disegnano così.” Come cartone animato lei non può cambiare se stessa o il mondo intorno a lei, sono altri che disegnano. Io voglio tutte le mie matite. Maria G. Di Rienzo

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(“Four days after mass molestations in Bangalore, India, the country’s men had managed to turn the attention to themselves, using the NotAllMen hashtag”, di Awanthi Vardaraj per Wear Your Voice, 27 gennaio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Le celebrazioni per l’anno nuovo a Bangalore sono state rovinate da un’altra brutta serie di molestie di massa, il terzo incidente del genere che accade in India. Mentre le donne camminavano per le strade della loro città, festeggiando con amici e familiari, uomini in massa sciamavano su di loro e afferravano con le mani qualsiasi cosa vedessero. E’ stato un chiaro e ovvio messaggio, uno di quelli con cui le donne indiane hanno orrenda familiarità: vengo, vedo, prendo.

Sebbene la polizia indiana fosse presente, le donne hanno testimoniato che i poliziotti non sono stati nulla di più di spettatori muti. Anche quando erano armati, se ne sono rimasti a guardare mentre questi uomini afferravano e palpeggiavano le donne attorno a loro in impunità. Donne che singhiozzavano e urlavano hanno tentato di scappare verso la polizia, ma persino quando gli uomini le tiravano indietro per continuare a molestarle e palparle i poliziotti non hanno fatto nulla per proteggerle. Più tardi, la polizia di Bangalore ha dichiarato che i suoi agenti erano in assoluta inferiorità numerica.

Mentre le notizie giravano il primo di gennaio e il paese era comprensibilmente furibondo, l’attenzione è transitata dalle molestie e dagli assalti sessuali a – lo avevate capito – gli uomini indiani. L’hashtag #NotAllMen (Ndt: Non tutti gli uomini, da ora in avanti sempre tradotto) è diventato un trend attorno al 3 di gennaio, presumibilmente in risposta a tutta l’attenzione che gli uomini stavano fronteggiando come risultato delle molestie di massa, e in men che non si dica ha scavalcato l’istanza reale in questione. Arrivati al quarto giorno di gennaio 2017, l’attenzione era concentrata solamente sul #Non tutti gli uomini anziché sul #Quel che è accaduto a Bangalore non deve accadere mai più.

Come tattica per chiudere la conversazione in corso, questa è spaventosamente efficace ed è una tattica che abbiamo visto all’opera innumerevoli volte. Si parla di stupro? Be’, pensate un po’? #Non tutti gli uomini! Forse l’argomento di cui si tratta sono le donne single che hanno difficoltà a trovare un appartamento in affitto nelle città indiane (come è capitato a me) ma ad ogni modo si può stare sul tetto più vicino che si riesce a trovare e urlare #Non tutti gli uomini nell’abisso.

Questa non è la prima volta in cui una conversazione sulle donne e sulle istanze delle donne viene fatta deragliare e diventa una conversazione sugli uomini e, tristemente, non sarà l’ultima. Non è la prima volta che gli uomini sentono il bisogno di giustificarsi dicendo di non essere mostruosi come le loro controparti in effetti responsabili delle molestie, come se ciò in qualche modo garantisse loro un biscotto (Ndt.: una ricompensa). Invece di mettersi tranquilli e di lasciar parlare le donne gli uomini indiani, come al solito, hanno dominato la conversazione.

Tuttavia, è importante che chiunque senta il bisogno di ripetere #Non tutti gli uomini come un disco rotto sappia di giocare un ruolo nella società in cui vive, un ruolo vitale. Invece di compiere un furbo passo indietro quando lo sguardo è su di loro, questi uomini potrebbero forse fare un passo avanti. Per aiutarli a fare proprio questo, ho compilato per loro una comoda lista usando il loro stesso stizzoso hashtag: si chiama #YesAllMen (Ndt: Sì tutti gli uomini, da ora in avanti sempre tradotto).

#Sì tutti gli uomini devono rispettare l’autonomia di un corpo femminile.

#Sì tutti gli uomini si mostreranno e saranno contati.

#Sì tutti gli uomini si solleveranno e parleranno in favore delle donne.

#Sì tutti gli uomini non si aspetteranno ricompense per il solo fatto di essere uomini.

#Sì tutti gli uomini riconosceranno i loro immensi privilegi e li useranno per fare del bene, non del male.

#Sì tutti gli uomini capiranno che il consenso è obbligatorio.

#Sì tutti gli uomini lavoreranno per mettere fine alla discriminazione di genere.

#Sì tutti gli uomini non devono più stare a guardare, ma impegnarsi attivamente nella lotta per l’eguaglianza di genere.

#Sì tutti gli uomini smetteranno di usare le donne e parti dei corpi delle donne come mezzi per insultare altri uomini.

#Sì tutti gli uomini lotteranno attivamente contro la misoginia e aiuteranno a metter fine alle pratiche misogine.

#Sì tutti gli uomini sosterranno le donne nelle loro vite, nel contempo educando altri uomini.

Sicuramente questa non è una lista esaustiva, ma è un grande punto di partenza. Può essere utile averla a portata di mano per la prossima volta in cui gli uomini vorranno giocare la carta #Non tutti gli uomini; forse si asterranno dal farlo e penseranno a #Sì tutti gli uomini.

Cordiali saluti da #Sì tutte le donne.

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