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Posts Tagged ‘misoginia’

“Quando parlo con adolescenti accade che non riconoscano sempre come violenza ciò di cui stanno facendo esperienza in una relazione. Per una gran parte di loro si tratta del primo incontro in uno scenario “romantico”, perciò possono non sapere che non è sano. Il punto d’inizio della prevenzione, per fermare la cosa ancor prima che inizi, è che noi si voglia comunicare agli adolescenti messaggi relativi alle buone relazioni. Cioè, che tu hai il diritto di essere al sicuro in una relazione e che se un partner ti fa provare paura o ti ferisce questo non va bene, e che tu hai il diritto di andartene e chiedere aiuto.” Deinera Exner-Cortes, ricercatrice alla facoltà di Assistenza Sociale dell’Università di Calgary, Canada. La sua ultima ricerca in merito (2017) mostra come la violenza nelle relazioni fra adolescenti sia parte di un ciclo che si propaga sino all’età adulta.

Tutto giustissimo. C’è un solo punto debole: che la comunicazione sembra diretta principalmente alle potenziali vittime e non ai perpetratori.

In Danimarca, il piano nazionale d’azione contro la violenza di genere prevede speciali iniziative sulle relazioni dirette alla fascia d’età 15-18 anni. Oltre ad aver creato specifici programmi di orientamento e sostegno per le giovani vittime tenuti da personale debitamente formato, organizza nelle scuole giornate tematiche sulla violenza nelle relazioni e dedica ad esse persino un concorso, in cui gli/le studenti possono esprimere i loro sentimenti e ragionamenti tramite racconti, canzoni e varie forme d’arte visiva.

Questo va ancora meglio. Le iniziative sono riuscite a nominare la violenza contro le donne come il principale problema da risolvere nell’intero scenario (se non altro, le percentuali costringono a farlo), il discorso comunicativo si è allargato, ma i messaggi appaiono ancora come diretti in primo luogo alle potenziali vittime e non ai perpetratori.

Su questi giovani picchiatori – stupratori – assassini, soprattutto in Italia e soprattutto se sono italiani, c’è un sacco di gente che “non vuole giudicare” e sostiene che “dobbiamo interrogarci” e cerca di scavare ragioni da miti greci e pistolotti psico-sociologici e riveriti autori. In pratica, nessuno vuol dire all’assassino di Noemi Durini che uccidere è sbagliato, usando come pretesto il fatto che l’autore dell’omicidio ha 17 anni.

Naturalmente, se ne avesse avuti 27 o 37 dovremmo interrogarci sulla disperazione di una generazione senza futuro, e se ne avesse avuto 47 o 57 o 67 ecc. dovremmo interrogarci sull’ansia di generazioni in cui la mascolinità si sente messa in pericolo dalla parità sociale fra donne e uomini (che in Italia esiste solo – e nemmeno sempre – sulla carta) eccetera, eccetera. Quindi: ai perpetratori di femicidio / femminicidio, qualsiasi sia la loro età, è dovuto un lungo e dettagliato rendiconto di vicende storiche e personali atto a “comprendere” le loro motivazioni. Nessuna condanna, se non quella d’obbligo contenuta nelle frasi trite del tipo “ovviamente non avrebbe dovuto, però…”.

Però non riusciamo a dire che sì, le donne muoiono per mano degli uomini molto molto molto più del contrario. Non riusciamo a dire che la violenza nei loro confronti ha le sue origini nei prodotti del patriarcato: sessismo, misoginia, discriminazione di genere. Non riusciamo a dire che la violenza contro le donne è di continuo razionalizzata, giustificata, glorificata ed erotizzata.

Ma se non riusciamo a dirlo, non c’è alcuna speranza che la violenza cessi.

Se non riusciamo a dirlo, trovare la prossima Noemi sotto un mucchio di pietre è solo questione di tempo.

Se non riusciamo a dirlo e ad agire di conseguenza, la prossima Noemi l’avremo uccisa anche noi.

Maria G. Di Rienzo

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racchetta rotta

2 settembre 2017, “The Guardian”: “Fabio Fognini buttato fuori dall’US Open a causa dei commenti osceni diretti all’arbitro”. Riassumo: durante il suo match con un altro italiano, terminato in una sconfitta, il tennista ha urlato “troia” e “bocchinara” all’arbitro svedese di sesso femminile, Louise Engzelle, la quale ha giustamente denunciato tale comportamento. Fognini ha ricevuto tre multe dalla Federazione Internazionale Tennis, la sua partecipazione al torneo è stata sospesa e ha commentato il tutto lamentandosi del “moralismo” che lo circonda.

In un mondo veramente libero e disinibito, infatti, gli insulti a sfondo sessuale – ovviamente solo se diretti alle donne – dovrebbero esseri considerati un innocuo e sano sfogo della dirompente energia maschile. Dirò di più: i corpi delle donne dovrebbero essere sempre e comunque a disposizione quali ricettacoli di tale energia, si concretizzi quest’ultima in offese verbali o offese fisiche (botte e stupri) o nella compravendita di carne umana (tratta e prostituzione) – sostenere il contrario è bigotto e sa di stantio. Le donne scelgono questi scenari ecc. ecc.

Be’, l’arbitro Engzelle ha scelto di insegnare l’educazione a Fognini. Temo che il tentativo sia stato vano, ma non dobbiamo smettere di sperare. Maria G. Di Rienzo

P.S. “E’ NORMALE! E “arbitro cornuto”, allora? – No, è NORMALIZZATO per l’umiliazione costante della sessualità femminile. E il “cornuto” alla sessualità di chi fa riferimento? A quella della moglie / compagna / fidanzata dell’arbitro di sesso maschile, non alla sua.

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(tratto da: “If I am to live through an afterlife it should be as a churel demon, so I can seek vengeance on behalf of mistreated women across the globe”, di Sarah Khan per “Wear Your Voice”, 2 agosto 2017. Sarah, scrittrice-editrice, vive a Toronto in Canada e, nelle sue stesse parole, è “una femminista rompiballe e una groucho-marxista”. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

churel

Come per tutte le altre culture, l’Asia del Sud ha la sua propria serie di mostri ultraterreni atti a spaventare bambini (e anche qualche adulto). Nessuno di essi ha mai realmente spaventato me, perché tutti sembrano avere una ragione per essere quel che sono. Quella che mi affascina di più fra loro è la churel.

La leggenda della churel, a quanto si dice, ha avuto inizio in Persia, ma attualmente è più presente nell’Asia del Sud, in modo particolare in India, Pakistan e Bangladesh. Si narra che sia lo spirito di una donna a cui è stato fatto torto, di solito una donna morta di parto o subito dopo il parto. Una donna può anche tornare come churel se è stata maltrattata dai parenti durante la sua vita o se non ha mai avuto soddisfazione sessuale.

La churel è una creatura dall’aspetto orrendo di base, ma può prendere qualsiasi forma le aggradi. In Pakistan, alla sua leggenda è aggiunto il particolare che non può cambiare però i suoi piedi, che sono volti all’indietro. Generalmente, la churel prende la forma di una donna “tradizionalmente bella” per attirare gli uomini in zone isolate delle foreste. La maggior parte del folklore narra che lo fa per vendetta, torna per uccidere i maschi della famiglia, a cominciare da quelli che hanno abusato di lei quando era viva. A causa della paura della churel, le famiglie sentivano di dover avere buona e speciale cura delle parenti donne, come le nuore, e in particolar modo di quelle incinte. La churel diventa la ragione per cui le donne sono trattate da esseri umani nelle loro famiglie.

Il fatto che delle persone abbiano necessità di essere terrorizzate da una leggenda urbana per essere decenti con le donne nella loro famiglia è in se stesso scioccante, ma a me piace pensare che la leggenda sia stata creata dalle donne, per indurre gli uomini – tramite il timore – a trattarle da esseri umani. Le donne sono state considerate cittadine di seconda classe e poco più di incubatrici per bambini per lungo tempo, perciò non mi sento di biasimarle per aver potenzialmente creato una demone terrificante.

L’idea di una demone-strega che può cambiare forma e attirare gli uomini verso la loro dipartita esiste in una cultura così vistosamente misogina da risultare tonificante. Come creatura probabilmente fittizia (dico “probabilmente” perché a livello personale vorrei così tanto crederla reale), la churel sta facendo ciò che molte donne (e uomini) viventi non sono in grado di fare: reclamare per se stesse/i un trattamento umano ed egualitario.

Sebbene io sia stata trattata davvero bene dalla mia famiglia durante la mia vita, se avrò esistenza nell’aldilà una parte di me desidera che tale esistenza sia quella di una demone churel, per poter vendicare le donne maltrattate su tutto il pianeta.

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Mettetevi comode/i. Il pezzo seguente, se volete leggerlo, sarà un po’ più lungo del solito.

In questi giorni, sulla stampa anglosassone, ci sono diversi articoli riguardanti gli interventi di “chirurgia plastica vaginale”: e cioè la riduzione o il modellamento in nuova forma delle labbra vaginali. Ciò accade perché i dati del Servizio sanitario nazionale britannico (NHS) rivelano che oltre 200 ragazzine minorenni si sono sottoposte negli ultimi due anni all’intervento suddetto e 150 di loro avevano meno di 15 anni. Le richieste di chrirugia plastica vaginale arrivano all’NHS da bambine non più vecchie di nove anni. E, udite udite, non vi era necessità medica di intervenire su eclatanti malformazioni: le minorenni sono state operate perché, semplicemente, si fanno schifo.

La Dott. Naomi Crouch, presidente della Società britannica per la Ginecologia pediatrica e adolescenziale dice che sebbene i numeri di richieste siano in aumento, lei non ha mai incrociato UNA SOLA RAGAZZA che dovesse sostenere l’intervento chirurgico per ragioni di salute.

Alla BBC, una ventenne presentata con lo pseudonimo “Anna” ha raccontato di aver preso in considerazione la chirurgia alle labbra vaginali quando aveva 14 anni, ma di aver poi cambiato idea e di essere contenta di ciò, perché ora capisce di essere “del tutto normale”: “Ho solo raccolto da qualche parte l’idea che non era (la sua vagina, ndt.) abbastanza a posto o abbastanza pulita e ho pensato che la volevo più piccola. La gente attorno a me guardava pornografia di continuo e io avevo questa idea che le labbra dovessero essere simmetriche e non dovessero sporgere.”

La soluzione più “progressista” emersa dal dibattito suggerisce di istruire le bambine dalla più tenera età possibile, di modo capiscano che come abbiamo tutte facce diverse, “siamo differenti anche là sotto e questo è ok”. Potrebbe essere, risponde la femminista Glosswitch dalle pagine di The New Statesman: “Però, il fatto che abbiamo tutte facce diverse non ha prevenuto l’esistenza di un’industria multimiliardaria impegnata a fare iniezioni e a stirare le facce delle donne affinché abbiano tutte lo stesso aspetto. Sì, ragazze e ragazzi stanno guardando immagini pornografiche che distorcono la loro percezione di cosa sia “normale”, ma anche in presenza di immagini che contrastino questo, sapranno comunque che il corpo femminile pornificato dev’essere considerato l’ideale. C’è una sottile forma di biasimo della vittima che sta andando avanti qui. Nessuno vuole uscire direttamente a dire: “Le immagini nella pornografia stanno danneggiando donne e bambine.” Perciò, parliamo invece delle ragazzine e delle loro insicurezze, del loro bisogno di istruzione e del conseguire un’immagine positiva del proprio corpo come se fosse qualcosa di simile a prendere un diploma in Francese. Invece di sfidare una cultura che sta distruggendo la salute mentale delle ragazze, accettiamo la distruzione e poi ci offriamo generosamente di insegnare loro a essere meno vulnerabili. Sarebbe di certo impensabile portare via la pornografia agli uomini, e ugualmente impensabile chiedersi perché le donne nella pornografia devono tutte avere genitali che assomigliano a quelli di una bambina. Piuttosto, guardiamo in faccia una ragazzina di nove anni e diciamole che il modo in cui si sente rispetto al suo corpo è interamente dovuto alla sua mancanza di esperienza mondana.”

immagine di laura stolfi

In Italia, l’intervista televisiva in cui il sindaco di Pimonte definisce lo stupro di gruppo di una sua concittadina di 15 anni “una bambinata” dei 12 minorenni violentatori ha fatto clamore per un paio di giorni. Così, il sindaco Palummo si è sentito in dovere di smentire le sue stesse affermazioni. A suo dire si è trattato di “un’espressione infelice, assolutamente impropria e che non era affatto riferita a quanto le è purtroppo capitato.” (alla ragazza stuprata, nda.)

Riservandosi di “intraprendere altre iniziative” – non si capisce di che tipo, per punire chi l’ha chiamato a rispondere di quel che ha detto? – specifica: “Ho 73 anni, sono padre e nonno di tre nipoti, ma soprattutto sono stato insegnante per ben 40 anni e la mia vita sono una chiara ed evidente testimonianza dei valori in cui credo e per i quali ho vissuto e continuo a vivere. (Signori si nasce, diceva Totò e per come usa i verbi lui modestamente lo nacque – spero solo che non insegnasse italiano.) (…) “La violenza capitata che condanno senza mezzi termini, rappresenta un caso isolato, sicuramente una pagina buia della nostra storia. Ma non abbiamo intenzione di arrenderci, lavoreremo instancabilmente per migliorare il tessuto sociale della nostra comunità e per evitare che episodi del genere si ripetano in futuro”.

Il sig. Sindaco Michele Palummo, purtroppo, non è in grado di realizzare quel che auspica nell’ultima frase. Essenzialmente, perché è convinto che la violenza sia qualcosa che “capita”. Dopo la “bambinata” aveva infatti spiegato: “Ormai è passata, sono tutti minorenni, che ti puoi aspettare”. Se a “stupro di gruppo continuato” sostituiamo “valanga” non c’è nessun problema. Le valanghe capitano. Qualcuno ci resta secco e noi offriamo il massimo di solidarietà e cordoglio alle famiglie delle vittime e persino promettiamo di adottare misure di sicurezza affinché la prossima valanga faccia meno danni. Ma possiamo in effetti impedire il formarsi di valanghe? No. E’ “passata” la metaforica valanga attuale a Pimonte? Sì: gli stupratori tornano in paese a “riabilitarsi”, la ragazza è in Germania con la sua famiglia e le auguriamo ogni bene. Il Sindaco instancabile può tirare fiato, con queste premesse non si avvicina neppure a capire cos’è la violenza sessuale per una ragazzina (o una donna) – ma posso assicurargli che non è una valanga e non “capita”: è costruita da misoginia e sessismo, che sono i due motori del patriarcato.

La misoginia è per così dire il braccio “legale” dell’ordine patriarcale. Mantiene a forza le norme sociali che controllano e pretendono di dirigere e formare le donne, la loro immagine, la loro sessualità. La misoginia la fa pagare cara a quelle che non sono compiacenti o tentano di sottrarsi imponendo loro ogni sorta di costi sociali – e se il contesto si presta le brucia sui roghi, mutila i loro genitali, le rinchiude in manicomi e galere, ne fa delle reiette e delle emarginate che si tolgono la vita da sole. Ha nomi precisi per loro: streghe, puttane, troie, cagne, “femminaziste”… Il sessismo serve a giustificare queste norme, largamente tramite le ideologie che dichiarano processi naturali o dogmi religiosi i ruoli inferiori ascritti alle donne: dovuti naturalmente ai loro inferiori talenti, ai loro frivoli interessi, ai loro meschini appetiti, alle loro sordide tendenze. Pornografia, prostituzione, stupro, violenza domestica, femicidio e femminicidio sono solo prodotti di questo andazzo. Così come lo sono le bambine non volute (doveva nascere un maschio), le bambine in esubero (abbiamo già troppe femmine), le bambine date in mogli a 6 anni, le bambine violate da padri e/o altri parenti.

Ma: invece di sfidare una cultura che sta distruggendo la salute mentale delle ragazze, accettiamo la distruzione, invece di contrastare una cultura che fa di ogni donna, di qualsiasi età, una merce disponibile per qualunque cosa un uomo desideri farle, parliamo ad esempio di prostituzione minorile così:

Un sogno di successo iniziato dentro un appartamento di viale Parioli e naufragato in una cella del carcere di Velletri. Poco più di settanta chilometri, dentro i quali Mirko Ieni ha condensato i suoi errori più gravi, quelli che gli sono valsi una condanna a nove anni e quattro mesi per aver sfruttato la prostituzione di Azzurra e Aurora (i nomi sono di fantasia), le due ragazze di 14 e 15 anni che nel 2013 sono finite al centro di uno dei più chiacchierati scandali sessuali d’Italia. Tre anni dopo Ieni ha deciso di parlare (intervistato in esclusiva nel docufilm “Professione-Lolita” che andrà in onda domani alle 21,15 sul Canale Nove) e di raccontare la sua verità spiegando i meccanismi di quel giro di prostituzione che per oltre un anno ha fatto tremare i santuari laici della Roma bene.” L’articolo è del 6 luglio, per cui il “domani” riferito al programma è oggi.

Sfruttare la prostituzione di minorenni non è abuso: è “un sogno di successo”, al massimo “un chiacchierato scandalo sessuale”. E anche per una quattordicenne o quindicenne la prostituzione è “lavoro”, perbacco, rispettate la “Professione Lolita”! I clienti non erano stupratori a pagamento, stavano solo facendo affari con le Lolite, e che ci sarà di male? In tre mesi le due minori hanno incontrato 400/500 gentiluomini, dice il loro pappone. Segno che l’industria italiana dello sfruttamento è sana e che c’è sempre posto per imprenditori creativi. Peccato per le leggi (volute dalle stronze femministe frustrate che ormai comandano in questo paese ecc. ecc.), altrimenti Iesi avrebbe potuto ambire al cavalierato del lavoro. E magari alle due ragazzine avremmo potuto consegnare fasce da “Miss Vagina Molto Ambita”, ma solo se prima accettavano di farsela triturare da un chirurgo plastico.

Maria G. Di Rienzo

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laura

Laura Poitras (in immagine) è la regista che ha vinto l’Oscar con il documentario “Citizenfour” su Edward Snowden e ha denunciato il programma globale di spionaggio dell’Agenzia nazionale per la Sicurezza britannica. Negli ultimi sei anni ha lavorato a un film su Julian Assange (WikiLeaks), passando da semplice sostenitrice (dice di ammirarlo tuttora) all’essere ammessa al “cerchio interno” dell’organizzazione.

Adesso il film è pronto, il suo titolo è “Risk” – “Rischio”, ma Assange non vuole più che sia reso pubblico. Il fatto è che Poitras si rifiuta di tagliare le parti del documentario che riguardano le denunce per violenza sessuale presentate contro l’eroe della trasparenza. In uno di questi pezzi, Assange parla con la pari laburista Helena Kennedy QC di come maneggiare le accuse: lui dice che si tratta di una “cospirazione delle femministe radicali” e liquida come “lesbiche” le donne che lo hanno denunciato (il ragionamento sotteso è mooolto intelligente: se non ti piace essere assalita sessualmente da uno splendido toro da monta come lui è ovvio che non devi essere una “normale” donna eterosessuale, quelle vanno pazze per l’essere aggredite…).

Kennedy gli risponde che presentare la faccenda così non è utile. “Non in pubblico, no.”, conviene Assange. E poi spiega che è controproducente, per le donne, denunciare: “Arrivare davvero in tribunale sarebbe molto duro per queste donne… sarebbero denigrate da un largo segmento della popolazione mondiale. Penso non sia nel loro interesse procedere in tal modo.”

Infatti: è così che si chiudono le bocche alle donne vittime di violenza, facendo loro subire ulteriori insulti e disprezzo che le spingeranno ancora di più ai margini nelle società in cui vivono, suggerendo che mentono per antonomasia e che chi le sostiene e le aiuta (le femministe) sta in realtà ordendo vili cospirazioni. In altre parole, siamo tutte zoccole e false e streghe maligne dalla nascita, basta riconoscerlo e vivere una vita di pentimento e contrizione – tenendosi però umilmente a disposizione degli imprescindibili e non controllabili bisogni sessuali maschili: poi andremo a confessarci per l’aver provocato i nostri violentatori.

Il film mette in luce altri aspetti non proprio gradevoli del carattere di Assange e del modo in cui tratta le persone che lavorano con lui, ma è il suo odio per le donne a farlo crollare come individuo, ai miei occhi, in miserabili coriandoli. Maria G. Di Rienzo

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La Repubblica, 29 giugno 2017: “Ha lasciato Pimonte, in provincia di Napoli, ed è tornata in Germania, con la sua famiglia, la giovane di appena 15 anni che lo scorso anno subì una violenza sessuale per mano di 12 coetanei tra cui il fidanzato. A rendere nota la notizia è il garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Campania Cesare Romano che, attraverso un comunicato denuncia “l’insensibilità istituzionale dimostrata da chi aveva assunto impegno di interessare gli organi giudiziari sull’epilogo della vicenda e di voler recuperare un più attento protagonismo nell’accompagnare, almeno in questa ultima fase, la minore e la sua famiglia”.”

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/07/28/il-ritardo-e-il-silenzio/

La “condanna collettiva” della comunità per i perpetratori non è avvenuta. Le “iniziative necessarie a proteggere la minore e a sensibilizzare gli adolescenti” locali non sono state adottate. Disprezzo e isolamento “hanno aggravato il disagio psicologico” della ragazza al punto che “la famiglia ha deciso di abbandonare il paese di Pimonte”. E, conclude il garante, “chi ha avuto il coraggio di denunciare è costretto ad abbandonare la comunità dove era rientrato con entusiasmo e dopo tanti sacrifici, mentre gli autori dei fatti denunciati, che sono stati messi alla prova nello stesso Comune, continueranno a scorrazzare indisturbati. Questo il modello per i nostri giovani? Questa la giustizia? Questa la protezione?

Quando si tratta di donne e di violenza sessuale, sig. Romano, purtroppo la risposta è sì. Il quotidiano che riporta la sua denuncia dice che anche che all’epoca dei fatti qualcuno, tra i genitori dei violentatori minorenni, si permise di dire che la giovane “se l’era cercata”. Sicuramente lei ricorda abbastanza dettagliatamente la vicenda per sapere che l’umiliazione sistematica della ragazza era cominciata quando gli stupri ancora continuavano: i giovani delinquenti che le infliggevano violenza fisica la fermavano per strada per farle subire anche la violenza psicologica di commenti denigratori e battute squallide. Erano sicuri – e lo sviluppo della vicenda dà loro ragione – che a dare la responsabilità alla vittima non sarebbero stati solo i loro genitori.

Perché? Perché lo stupro e l’aggressione sessuale sono equiparati al “sesso tout court” nell’opinione pubblica e in modo così pervasivo che i membri delle istituzioni da lei giustamente riprese come “insensibili” non possono chiamarsene fuori – a meno di non fare uno specifico sforzo in quella direzione: istruendosi, informandosi, smantellando i propri pregiudizi e riconoscendo che essi hanno la propria radice nel sessismo e nella misoginia.

Se le molestie in strada sono “apprezzamenti”, se i commenti volgari sulle donne in pubblico sono “divertenti”, se la violenza sessuale nelle relazioni è “erotica”, lo stupro di gruppo continuato per mesi di una quindicenne non può che essere un “complimento”: valida il livello di attrazione di costei per l’altro sesso, che è attualmente – e in Italia in maniera particolare – l’unico valore ascrivibile a una femmina umana.

Ma se ancora quest’ultima non ringrazia e si ribella, basta buttarle addosso la responsabilità di quanto altri le hanno fatto: la società italiana trova molto più facile stigmatizzare il comportamento della vittima (abbigliamento, attitudini e abitudini, carattere ecc.) che chiedersi come mai continua a crescere al proprio interno un numero così alto di stupratori e molestatori.

Maria G. Di Rienzo

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La notizia in sé – presente sulla stampa estera il 20 giugno u.s. – non ha niente di clamoroso o di speciale: si potrebbe riassumere come sessismo e aggressione sessuale normalizzati. Tuttavia, si presta a un minimo di riflessione.

Siamo a Brisbane, Eaton Hill Hotel, durante lo spettacolo finale del tour australiano del rapper YG (statunitense, 27enne, al secolo Keenon Daequan Ray Jackson). A un certo punto, lui e i suoi compari “musicisti” cominciano un coro diretto alle femmine presenti: “Mostrate loro (agli uomini) le tettine”.

YG prende di mira in special modo le ragazze che per vedere meglio lui e la sua band sono a cavalcioni sulle spalle di maschi. “Vedo che delle signore stanno su spalle altrui. Non sedete su quelle spalle se non mostrate loro le tette.”

Una lo fa. E il rapper le urla: “Baby, baby, baby, sembra che tu abbia punture di zanzara, è meglio se tiri giù quel culo (e cioè che scendi, perché le tue tette non sono abbastanza “belle”).” Il lancio simbolico di merda sulla fan che ha obbedito alla richiesta è salutato con ululati di gioia e risate dal pubblico.

A questo punto, un membro del suo personale di scena lo avvisa che ci sono minori presenti fra il pubblico. “Oh cazzo, siete tutte minorenni. – si lamenta YG dal suo microfono – Non posso scopare con voi tutte.”

Immagino che dovremmo prenderla sul ridere, vero? Questo stronzo misogino dall’ego pompato e i suoi sodali stavano solo scherzando. L’audience ha semplicemente colto il loro finissimo umorismo, accordandosi a esso. Il fatto che una marea di uomini non riescano a divertirsi se non degradando l’altra metà del genere umano è qualcosa che sperimentiamo ogni singolo dannato giorno, ci basta accendere il computer o la televisione, ci basta sfogliare un giornale o prendere l’autobus o andare al cinema o andare al lavoro. Molte donne tentano di ballare a questa musica: vogliamo essere lasciate in pace, vogliamo non essere escluse, vogliamo rispondere al persistente comando sociale che ci impone di essere gradevoli, piacevoli, “belle” (scopabili) ecc. e siamo persino in grado di fare salti mortali di logica restando immerse nella melma di insulti in cui ci invischiano: E’ stata una libera scelta – Mi sono divertita – So stare allo scherzo – Non sono mica una di quelle noiose bacchettone femministe che non si depilano e odiano gli uomini!

Sì tesoro. Hai pianto unicamente quando eri sola. Ti sei guardata allo specchio e ti sei odiata per la centomillesima volta. Hai cercato su internet medicine, esercizi, diete, informazioni su interventi di chirurgia plastica per “migliorare”… perché quelle “tettine” non sono tue, sono del primo uomo che passa e giudica e un deficiente qualsiasi può chiederti dal palco di compiere la “libera scelta” di mostrargliele.

Glielo devi. Lo devi a tutti i maschi. Stai seduta sulle loro spalle non solo durante i concerti, sai. Sono loro che lavorano duro per mantenerti e proteggerti, pur sapendo che sei solo una zoccola e che prima o poi li tradirai e dovranno anche fare la fatica di rimetterti in riga.

Lo so, te l’hanno ripetuto sino allo sfinimento. Non c’è quasi nient’altro di diverso che tu possa sentire. Questo è il mondo in cui vivi. Ma, sorella, è sul serio il mondo in cui vuoi vivere? Maria G. Di Rienzo

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