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Rangoli

Nella dedica alla sorella che apre la sua raccolta di poesie del 2017, “Rangoli” (1), Pavana Reddy – conosciuta anche come Mazadohta, scrive:

in un’altra vita,

la tempesta non è forte abbastanza

da portarti via.

in un’altra vita,

noi fioriamo.

Intervistata nello stesso anno da Punita Rice, spiegava:

“Vorrei aver avuto il linguaggio che possiedo ora, per essere in grado di salvare mia sorella dal dolore che ha silenziosamente sopportato per anni. Dopo la sua morte, non avevo nessuno con cui parlare. I miei insegnanti non erano disponibili come avrebbero dovuto essere e il provenire da una città molto piccola mi impediva anche di parlare ai miei coetanei; perciò, mi sono rivolta ai libri per avere compagnia. Leggevo così tanto che i personaggi diventavano miei amici e mi aiutavano a maneggiare la mia sensazione di essere scollegata da tutto. Ho capito che non ero così sola in quel che provavo, il che mi ha portato un grande conforto.”

Ambo le sorelle non apprezzavano il trattamento che il mondo riservava loro come donne – norme tradizionali oppressive e standard asfissianti – ma se una si è uccisa, l’altra ha portato avanti la sua sfida per entrambe.

Pavana ha passato un’infanzia da migrante itinerante: originaria dell’India, ha vissuto in Australia, in Nuova Zelanda, nelle Fiji e in Canada. Ovunque fosse, era sempre “quella diversa”. Nonostante ciò e proprio per ciò allo stesso tempo, ha sviluppato un’espressione poetica con la qualità dell’universale, rapida e diretta, in grado di parlare a chiunque. Tre esempi di seguito:

Accendi qualche candela e brucia qualche ponte.

Non tutti meritano di essere parte del tuo viaggio.


Tu diverrai la tomba di tutte le donne che sei stata in precedenza

prima di sorgere un mattino abbracciata dalla tua propria pelle.

Tu ingoierai un migliaio di nomi differenti

prima di assaporare il significato contenuto all’interno del tuo.


Tu non sei le tue radici.

Tu sei un fiore che è cresciuto da esse.

Maria G. Di Rienzo

flower rangoli

(1) è una forma d’arte indiana – visibile nelle immagini – praticata dalle donne, in cui si creano disegni sui pavimenti o nei cortili usando sabbia o riso colorati, farina e petali di fiori: le figurazioni sono create in occasioni di varie festività come talismani di buona fortuna e passano da una generazione alla successiva.

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Il terzo romanzo di Trifonia Melibea Obono, “La Bastarda”, segna un primato: è il primo di un’Autrice della Guinea Equatoriale a essere tradotto in inglese.

lawrence e trifonia

(Trifonia Melibea Obono e il traduttore Lawrence Schimel)

Uscito sul mercato internazionale il 17 aprile scorso – distribuito da Feminist Books per gli Usa, Modjaji Books per il Sudafrica, Turn Around per la Gran Bretagna – narra la storia di Okomo, un’adolescente orfana di madre che vive con la nonna e a cui sono proibite molte cose: Okomo non risponde agli standard della femminilità patriarcale ed è perciò un’emarginata, ma scoprirà di non essere la sola a portarsi addosso quest’etichetta. Entrata in contatto con un gruppo “misterioso” di ragazze che fanno una bandiera dell’essere giudicate indecenti, sebbene debbano incontrarsi segretamente, Okomo si innamorerà della loro leader e si ribellerà contro le rigide norme culturali che le sono imposte.

Trifonia Melibea Obobo è nata a Evinayong, nella Repubblica della Guinea Equatoriale, nel 1982. E’ docente universitaria alla Facoltà di Letteratura e Scienze Sociali nel suo paese e fa parte del Centro per gli studi afro-ispanici dell’UNED (università nazionale per l’istruzione a distanza) spagnola.

Chi ha già letto “La Bastarda”, in particolare altre scrittrici, ne è entusiasta:

Alexis Pauline Gumbs (“M Archive: After the End of the World”): “Un romanzo di svolta che dice al mondo, a partire dalla propria prospettiva, che c’è così tanta necessaria vita fuori, oltre, prima e dopo il patriarcato. Per coloro di noi a cui è stato detto che non esistiamo. Che non possiamo esistere. Che non dovremmo esistere. Questa storia innovativa piena di amore e di cura serve da incantesimo per ricordarci che esistiamo, siamo esistite e dobbiamo sostenerci l’una con l’altra per esistere e vivere come siamo.”

Maggie Thrash, (“Honor Girl”): “Sebbene io viva a un mondo di distanza dalla Guinea Equatoriale, ho visto molto di me stessa in Okomo: un “maschiaccio”, smaniosa di essere libera e di sfuggire al gioco truccato della società. Ho fatto il tifo per lei a ogni pagina e ho desiderato per me stessa e per tutte le ragazze che noi si sia abbastanza coraggiose da creare il nostro proprio mondo.”

Maria G. Di Rienzo

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mary's monster

Questo libro è uscito nello scorso gennaio e Lita Judge che l’ha scritto l’ha presentato così: “Mary Shelley non è stata solo l’autrice di Frankenstein, è stata una giovane radicale che ha contribuito a mettere in moto il movimento femminista definendo le restrizioni che la società imponeva alle donne. Osò sfidare, nel suo libro, il potere tirannico, le guerre ingiuste, la schiavitù e l’abbandono dei poveri. Ha cambiato il corso della letteratura inventando il romanzo di fantascienza dell’era industriale e ha dato alla luce il più emblematico mostro mai creato. Ho scritto “Mary’s Monster” per onorare la sua forza e la sua passione.”

L’ha fatto in parole e immagini corredando il testo con bellissimi acquerelli in bianco e nero. Il 21 marzo 2018 è uscita una sua lunga intervista (realizzata da Princess Weekes, per The Mary Sue) da cui ho tratto e tradotto questo pezzo:

Quali sono stati i miti sull’essere donna che hai dovuto spezzare durante la tua vita? Quale è stato lo shock più grande?

Amavo la scienza quando ero piccola. Ma mi si ripeteva costantemente che le bambine non sono brave in matematica e scienze quanto i maschi. Io sapevo di voler diventare geologa e paleontologa ma mi si diceva di continuo che “ne sarei uscita, come la maggior parte delle ragazze”, implicando che siamo noi ragazze a mollare i nostri interessi. La verità è che ci scoraggiano sino a che non lo facciamo. Io pensai che se avessi dato prova di me stessa nelle scienze come brava e appassionata ciò avrebbe sedato ogni spinta contraria. Ciò che mi ha sconvolta di più è stato che persino dopo essermi fatta strada attraverso l’università, essermi laureata con il voto più alto del mio corso, ed essere approdata al lavoro di geologa, i miei colleghi maschi mi chiamavano “l’assunta per pari opportunità” anziché con il mio nome.

Il femminismo significa molte cose per donne differenti. Cosa significa il femminismo per te? Dove pensi abbia bisogno di miglioramenti? Dove pensi stia funzionando come movimento?

Per me, il femminismo significa lottare per il diritto di vivere la vita che io concepisco per me stessa, invece della vita che altri concepiscono per me. E’ il diritto di mantenere qualsiasi lavoro io abbia scelto – di avere le stesse possibilità, responsabilità, compensi e ruoli guida in un ambiente non tossico.

Mentre lavoravo come geologa sono stata molestata sessualmente da più di un collega. Sono stata minacciata, intimidita, sminuita, trattata brutalmente, toccata e infine assalita sessualmente. L’aggressione comportò danni gravi, ma quel che peggiorò il dolore fu che la maggioranza dei miei colleghi maschi pensava io non dovessi parlarne. Mi fu detto più di una volta che avrei dovuto aspettarmelo se intendevo lavorare “in una professione per uomini”.

Stiamo ora iniziando ad affrontare l’ubiquità delle molestie e delle aggressioni sessuali. Le donne stanno imparando a darsi forza l’un l’altra su questo fronte, invece di indietreggiare nel silenzio. Questa è la prima volta in cui scrivo pubblicamente del mio essere stata assalita. E’ stato il coraggio che ho acquisito dalle altre donne che parlano apertamente a permettermi di farlo. Dobbiamo creare consapevolezza su questo tema in modo incessante per cambiare il clima dei nostri ambienti lavorativi.

Ci sono un mucchio di problemi su scala istituzionale che oggi fronteggiamo come donne, ma quali sono alcune delle cose che potremmo fare subito per migliorare le nostre vite e le vite delle donne che verranno dopo di noi?

Dobbiamo condividere le nostre storie. Io provavo troppa vergogna dopo aver subito l’aggressione mentre facevo la geologa per parlarne. Me ne sono andata da una professione in cui ero estremamente brava, che amavo e per il cui ottenimento avevo lavorato duro, perché non mi sentivo più al sicuro a livello fisico ed emotivo.

Svergognate, cediamo il nostro potere. Silenziose, limitiamo la nostra arma migliore: la nostra capacità di provare empatia l’una per l’altra e di lavorare insieme. Dobbiamo raccontare le nostre storie. Io scrivo di donne che hanno lottato per l’eguaglianza nella speranza che altre sarebbero state ispirate dalla loro forza. Scrivo pure per onorare la loro forza e il loro coraggio. Ma ho anche bisogno di trovare il coraggio per dar voce alla mia propria storia. Noi, come donne, possiamo sostenerci reciprocamente e costruire un mondo più sicuro e più sano, se non permettiamo di essere ridotte al silenzio dallo svergognamento.

lita

(Lita Judge)

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copertina klein

“Le nuove tecnologie riproduttive sono usate per “fare a pezzi” letteralmente donne reali e viventi nei nostri ovuli e uteri, per somministrarci cocktail ormonali invasivi e pericolosi e, nella maternità surrogata, per manipolarci psicologicamente a credere nel mito che essere gravide di un bambino con cui non si ha relazione genetica farà sì che noi non si sviluppi alcun senso d’affetto e perciò questi figli “surrogati” non sono i nostri “veri” figli.

Questa ideologia della divisione in compartimenti fatta dall’uomo crea le Donne Provetta. L’idea è quella di “giocare a essere Dio” (come i critici delle tecnologie riproduttive erano soliti dire negli anni ’80) e proroga i 6.000 anni di dominio patriarcale delle donne in cui due punti erano, e sono, centrali:

uno, gli uomini non possono entrare in gestazione della vita e dare alla luce bambini (necessari per la continuazione della specie Homo Sapiens); due, gli uomini come gruppo sociale aborrono le donne per i nostri corpi e per questo potere. Al contrario, quando le donne “falliscono” nel riprodursi, lo sdegno espresso nei loro confronti è severo.”

Tratto dal libro: “Surrogacy: A Human Rights Violation” di Renate Klein, di recente pubblicato. Renate Klein è ricercatrice e insegnante esperta di biologia, salute e sociologia, nonché editrice e attivista femminista. (Trad. Maria G. Di Rienzo)

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(brano tratto da un’intervista di Brigid Schulte, per Slate – 20 febbraio 2018, a Angela Saini, giornalista scientifica inglese. Angela Saini, in immagine, è l’autrice di un libro appena uscito che si chiama “Inferior: How Science Got Women Wrong – And the New Research that’s Rewriting the Story”, ovvero “Inferiore: come la scienza si è sbagliata sulle donne e le nuove ricerche che stanno riscrivendo la Storia” e l’intervista fa principalmente riferimento a esso. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

angela saini

Noi presumiamo che tutto quel che vediamo sia biologico, quando in effetti le immissioni sociali e culturali sono enormi. Non dico che esse diano conto di tutto, in termini di differenza di genere. Ma per quanto ne sappiamo sino a ora contano molto di più di quanto pensassimo. L’ammontare della socializzazione che abbiamo ricevuto, l’ammontare dell’impatto avuto su di noi dagli insegnamenti e dall’istruzione e dal modo in cui siamo stati cresciuti nel corso delle nostre vite, significano che mostreremo differenze da adulti, ovviamente, poiché viviamo in una società assai segnata dal genere. Perciò è molto difficile districare la biologia dagli effetti della società, della cultura e dell’ambiente, quando studiamo le differenze sessuali.

Una delle cose importanti che la biologia ci ha insegnato negli ultimi cinquant’anni è che la natura e la cultura non restano necessariamente separate. E c’è un ritorno biologico che avviene come risultato dell’ambiente circostante. Quindi, per esempio, se tu dai a un bambino / a una bambina in tenera età giocattoli meccanici con cui divertirsi, materiale tramite il quale esercita la sua capacità di costruire e fare cose, lui / lei sarà migliore, biologicamente migliore, nel costruire e fare oggetti a causa dell’esperienza che ha avuto. Per cui, un’interferenza sociale produce un effetto biologico.

C’è questo problema con alcuni ricercatori che vogliono vedere le differenze come basate sul sesso e si danno da fare sino a che non le vedono. Ciò avviene nell’ambito delle congetture. Perciò, anche se hanno uno studio che gli dimostra, per dire, piccole differenze strutturali fra i cervelli di uomini e donne, quella è un cosa: desumere da ciò che le donne siano migliori nel fare più cose contemporaneamente, o che siano più empatiche, o che gli uomini siano più razionali, è un’altra cosa. Non possiamo farlo. La scienza più recente non è arrivata ancora a questi livelli. Il cervello è un organo decisamente complesso. Questo tipo di ipotesi è pericoloso, tutto ciò che fa è costruirsi su stereotipi, il che è antiscientifico. Hai bisogno di molti più dati per essere in grado di arrivare a tali grandi, imponenti, indiscriminate asserzioni.

Dove io penso la scienza sia importante, e la ragione per cui ho scritto “Inferior”, è che ancora c’è chi sostiene che ciò per cui stiamo lottando, l’eguaglianza, è impossibile. Che non la vedremo mai e che non dovremmo spingere per essa, perché a causa della nostra costituzione, della nostra natura, siamo cognitivamente e psicologicamente differenti. Ciò implica che dovremmo abbandonare campagne e politiche che aiutano a far avanzare l’eguaglianza.

E qui è dove io penso avere della buona scienza sia importante. Perché la scienza, in effetti, non sta dicendo questo. E se dobbiamo leggere tutto attraverso la scienza, quel che essa sta dicendo è che in realtà attualmente non ne sappiamo granché: e quel che abbiamo suggerisce che le differenze psicologiche fra i sessi siano minori mentre quelle cognitive, in termini di intelligenza, non esistano proprio. La biologia certamente non può giustificare le enormi disparità di genere che vediamo in molte società.

Dimentichiamo anche che nelle società di cacciatori-raccoglitori, storicamente, le persone tendevano a vivere vite relativamente egualitarie, dove le donne erano in grado di fare tutto ciò che gli uomini facevano; la netta divisione di ruoli che noi sperimentiamo non c’è sempre stata. E fino a quando ad alcune donne sarà negata la possibilità di fare tutto quel che gli uomini possono fare, ci saranno ancora lotte in cui impegnarsi.

Perciò, il messaggio del mio libro non è che dovremmo avere eguaglianza perché la scienza dice che è possibile. No. Il messaggio è che non c’è ragione per cui non possiamo avere eguaglianza se la vogliamo. La scienza non dice che l’eguaglianza è impossibile. Come specie umana noi siamo adattabili e flessibili. Possiamo creare qualsiasi società vogliamo.

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“Angeli spezzati” (“Broken Angels” – 2003) di Richard Morgan è l’unico libro in mio possesso della trilogia che vede come protagonista Takeshi Kovacs e da cui è stato di recente tratto lo sceneggiato televisivo “Altered Carbon” – titolo originale del primo romanzo, da noi uscito come “Bay City”.

copertina altered carbon

E’ uno di quei libri di sf che io rileggo quando ho bisogno di distrarmi, perché la narrazione non richiede il mio coinvolgimento emotivo nonostante la profusione di violenza grafica (troppo dettagliata e compiaciuta per aver parvenza di verità) e non riesco a provare empatia per nessuno dei personaggi… però c’è questa faccenda di un’antica civiltà marziana, sullo sfondo, sufficiente allo scopo di portare la mia mente lontana dal quotidiano.

Perciò, quando la serie televisiva è risultata disponibile online con sottotitoli in italiano ho dato un’occhiata. Naturalmente il libro è stato adattato (come ho detto altre volte, è inevitabile che la storia sia alterata quando cambi il mezzo con cui la racconti e non ho problemi con ciò) e nello sceneggiato sono state riversate citazioni dagli altri due – io ho riconosciuto battute e scenari provenienti appunto da “Angeli spezzati”. Nonostante sia immediatamente visibile dagli effetti speciali e dalla scenografia che i produttori non hanno lesinato sulle spese, regia e recitazione avrebbero avuto bisogno di maggior attenzione.

Ci troviamo nella San Francisco del futuro, ora chiamata appunto Bay City, in un’epoca in cui la coscienza umana può essere digitalizzata in “pile”, situate alla base del cranio di qualsiasi disponibile “custodia” (corpo umano nato naturalmente o sviluppato in modo artificiale in “vasche”). La morte è diventata per gli esseri umani il semplice passaggio da una custodia all’altra. Takeshi Kovacs è un mercenario e per così dire un professionista della violenza riportato in vita 300 anni dopo l’uccisione della sua precedente custodia. Di nuovo rivestito di carne umana, gli viene offerta questa scelta: può passare il resto della vita in carcere o tentare di risolvere il caso dell’omicidio dell’uomo più ricco della Terra (omicidio che non lo ha davvero ucciso, giacché la sua pila è stata semplicemente trasferita in una seconda custodia).

Il primo problema della serie è la sceneggiatura: per esempio, in pratica ogni singolo episodio contiene almeno una parte in cui uno dei personaggi si impegna in un lento, estenuante monologo sulle sue motivazioni – segno che visivamente lo show non è riuscito a mostrarle o suggerirle; le scene di nudi o di sesso sono per la maggior parte gratuite, dirette a solleticare l’audience di sesso maschile e usate come riempitivi quando la narrazione stenta a procedere (il che significa troppo spesso); lo stesso vale in maggioranza per le scene di violenza – vi pare che mostrarci oltre mezz’ora di tortura continuata del protagonista, su meno di un’ora di filmato, serva a spiegarci qualcosa o faccia proseguire la storia in qualche direzione?

Il secondo problema sono i protagonisti principali, che falliscono in pieno nel loro primo scopo: essere interessanti per noi spettatori.

protagonisti principali

Nonostante Takeshi Kovacs abbia un retroscena intrigante e fitto di eventi, l’attore Joel Kinnaman che incarna la sua “custodia” attuale deve aver ricevuto unicamente l’istruzione di mostrarsi distaccato e stoico – il risultato è che è noioso in qualità quaresimale. Quando ricorda il proprio passato e si trova quindi nella custodia originale, incarnata dall’attore asiatico Will Yun Lee, le cose vanno un po’ meglio: almeno quest’ultimo riesce dove Kinnaman non sa che pesci prendere, e cioè a mostrare le emozioni e le riflessioni dietro la facciata “da duro”.

La protagonista principale di sesso femminile, la poliziotta Kristin Ortega interpretata da Martha Higareda, deve aver similmente ricevuto una sola indicazione sul suo personaggio: ricordati che sei una “testa calda”. Perciò la povera Martha dà in escandescenze ogni due minuti, rotola gli occhi in ogni direzione per mostrare il suo scontento e i suoi discorsi sono farciti di battute dozzinali o scadenti. I dialoghi sono comunque un problema condiviso da chiunque reciti nello sceneggiato, costretto a esprimersi in una maniera complicata e goffa che impedisce agli spettatori di capire immediatamente le informazioni loro dirette e anzi li allontana dal plot per puro tedio.

E sull’intreccio finiamo. Takeshi Kovacs risolve il caso? Sì. Si è trattato di un complotto familiare fra ricchi viziati. Nel mezzo, come un utensile rompiballe, è saltata fuori persino la sorella di Takeshi, che lui credeva morta. Vuole il fratello tutto per sé, perciò uccide, ferisce, dà di matto e lo attacca e lo aggredisce, che come sappiamo sono i modi migliori per suscitare in una seconda persona amore e comprensione. Però fa questo per lo più stando nuda il che, se si guarda la tv nella speranza di esaltare fantasie onanistiche, aiuta sempre.

Come al solito ero troppo ottimista quando negli ultimi anni ho visto crescere l’interesse dell’industria cinematografica / televisiva nei confronti di sf di notevole qualità (Il racconto dell’Ancella, Ghost in the Shell, ecc.): non fanno altro che prendere personaggi e scenari e triturare intenzioni e significati in una storia lineare al livello pancake (frittella) statunitense, ben schiacciata e dolce dolce per un pubblico che continua a essere identificato come composto esclusivamente da cervi in autunno (periodo della riproduzione).

Maria G. Di Rienzo

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Il brano seguente stava in una mail inviatami il 12 gennaio 2018 alle ore 21.00:

Youcanprint life News n. 89

Essere invidiosi ripaga?

“Lo so, là fuori è pieno di scrittori autopubblicati che hanno successo. I loro romanzi ti guardano dall’alto in basso dalle vette della classifica e tu, che vorresti essere lì, che hai tutte le carte in regola per essere lì, ti ritrovi a raschiare il fondo della classifica. Le recensioni non arrivano, le vendite languono, e alla fin fine a nessuno sembra importare nulla di quello che hai scritto.

Senza contare che la maggior parte di questi romanzi da vette della classifica sono senza infamia e senza lode, spesso delle scopiazzature di altri romanzi dello stesso genere tanto in voga.”

Signori, scrivo e pubblico su carta (senza pagare e senza leccare il didietro a autori famosi per essere pubblicata) da più di trent’anni. Comunicazioni di questo genere cominciano a farmi pentire di aver scelto la vs. piattaforma per l’autopubblicazione e di avervi pagato per il servizio. Scrivere per me non è una competizione, è una passione e un lavoro.

libro e fiori

(Un lavoro d’amore, per essere precisi)

So ormai di fare questo lavoro bene e persino troppo bene secondo un editore che anni fa mi ha rifiutato un romanzo con questa incredibile motivazione.

Me ne frego di chi sta in vetta alle classifiche, di che qualità sia la produzione di chi ci sta, non provo invidia per costoro e non intendo comprare “marketing” o – meno che mai – “editing” da chi promuove una visione della scrittura ridotta a salire una scala per “guardare dall’alto in basso” chi sta in “fondo alla classifica”. Se avessi voluto un podio avrei continuato con il salto in lungo: ero bravina e probabilmente qualche medaglia l’avrei presa, ma scrivevo e scrivo senz’altro meglio di quanto saltavo – inoltre, scrivere mi piace molto di più.

Non smetterò certo di farlo perché “a nessuno sembra importare nulla” su Youcanprint. Importa a me e tanto basta. Maria G. Di Rienzo

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