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naomi con libro

Naomi Alderman è una scrittrice e una disegnatrice di giochi londinese: nell’immagine la vedete con il suo ultimo libro “The Power” (“Il Potere”), per il quale ha appena vinto il Bailey’s Prize. “The Power” è fantascienza femminista. Immaginate un mondo dove le adolescenti acquisiscono straordinaria forza fisica e potere grazie a nuovi muscoli che si sviluppano attorno alla clavicola: come le anguille elettriche (o elettrofori) generano grazie a tali muscoli campi elettrici con cui possono a volontà infliggere dolore o persino uccidere, e sono in grado di risvegliare questa condizione nelle donne anziane… gli assetti di dominio che ci sono familiari e abituali si rovesciano irrevocabilmente.

Dopo aver ringraziato il movimento femminista per aver cambiato la sua vita (“Oltre a essere molto pragmatico e pratico, mi ha dato una serie di attrezzi che mi hanno fatto riflettere sul mio corpo e sulle mie relazioni.”), Naomi ha spiegato che il suo testo non può essere classificato come “distopia” perché: “Nulla di quel che accade a un uomo nel mio libro non sta accadendo precisamente in questo stesso momento a una donna da qualche parte nel mondo. Se il mio racconto è una distopia, allora stiamo vivendo in una distopia proprio adesso.”

“Quel che spero dal libro è che rovesci le cose sottosopra – ha anche detto nelle interviste – di modo che chi legge veda qualcosa di nuovo. Il femminismo sta facendo domande pratiche su come vuoi vivere la tua vita: Ehi, ascolta, alcune delle cose che ti fanno sentire miserabile ogni giorno non dipendono da qualcosa di sbagliato in te, è il solo il modo in cui sta vivendo a non funzionare – e insieme possiamo renderlo migliore.

“The Power”, pubblicato da Penguin Books Ltd., è acquistabile online per 6 sterline e 99 (e chi di voi legge l’inglese e ha qualche spicciolo che avanza dovrebbe proprio farlo!). Maria G. Di Rienzo

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“So che da qualche parte, e lo dico solo per smentirmi, vive una donna molto bella (deve essere bella), intellettuale, gentile, colta, affascinante che ha otto figli, fa il pane, le torte e le crostate, accudisce alla casa, cucina, cresce i figli, dalle nove alle cinque ha un impiego manageriale in un campo tipicamente maschile, ed è adorata dal marito che ha lo stesso successo perché lei, anche se è un’audace e aggressiva dirigente d’azienda dall’occhio infallibile, dal cuore di leone, la lingua di vipera e i muscoli da gorilla (assomiglia proprio a Kirk Douglas), torna a casa di notte, s’infila una vestaglia trasparente e una parrucca, e si trasforma all’istante in una stupidotta di Playboy, dissipando la frottola che non puoi essere otto persone simultaneamente con due diverse categorie di valori. Non ha perduto la sua femminilità. E io sono Maria di Romania.”

Questo è un brano tratto da “The Female Man”, un libro del 1975 scritto da Joanna Russ (1937 – 2011). In italiano fu pubblicato dall’Editrice Nord nel 1989 con il titolo “Female Man”: è stato uno dei testi più belli e importanti che io abbia letto in gioventù. Muovendosi nello spazio e nel tempo con lo stesso personaggio che assume di volta in volta identità differenti, Joanna mostra in che modo ambienti, società e tradizioni forgino in modo diverso la stessa persona.

Joanna Russ era dichiaratamente lesbica e oltre a scrivere fantascienza – a cui appartiene il romanzo succitato – ha scritto saggistica, opere teatrali, articoli ed è stata una straordinaria attivista femminista.

“The Female Man” – “L’uomo femmina” è un testo che dovrebbe essere bandito, secondo il gruppetto di pagliacci e buffone, per la maggior parte strafatti/e di alcolici, che ha assalito una libreria femminista canadese (Vancouver Women’s Library) il 4 febbraio scorso, esprimendosi a spintoni e insulti. Quel che di vino non hanno bevuto, lo hanno gettato sui libri.

libro-macchiato-dal-vino

Sono fascisti? Sì. Del nuovissimo modello pro-prostituzione, pro-pornografia, pro-è una scelta, pro-mercato neoliberista del siamo tutti in vendita (se è liberista sarà anche liberatorio, no?) e “noi siamo il vero – giusto – moderno – disinibito – eretico – trasgressivo… femminismo (???) – con ironia, però”.

Altri libri che secondo gli aggressori dovevano essere tolti dagli scaffali, per difendere tutta questa “libertà”, erano ad esempio:

Radical Acceptance – Accettazione radicale di Tara Brach, un libro sulla guarigione ottenuta tramite buddismo e meditazione;

First Buddhist Women: Poems and Stories of Awakening – Prime donne buddiste: poesie e storie di risveglio, di Susan Murcott;

Pornography: Men Possessing Women – Pornografia: uomini che possiedono donne, di Andrea Dworkin;

Not a Choice, Not a Job: Exposing the Myths about Prostitution and the Global Sex TradeNon una scelta, non un lavoro: rivelare i miti sulla prostituzione e sulla tratta sessuale globale, di Janice Raymond;

Female Sexual SlaverySchiavitù sessuale femminile, di Kathleen Barry.

La lista comprendeva una ventina di testi in tutto: in una libreria che ospita centinaia di titoli e una gran vastità di opinioni e teorie anche contrastanti, hanno detto le femministe che gestiscono la libreria, non risponde a nessun criterio di coerenza. Hanno ragione. Risponde solo alla logica con cui Calibano pensa di poter uccidere Prospero (“La Tempesta”, William Shakespeare, l’enfasi è mia):

“Nel pomeriggio, come ti dicevo

ama dormire: allora lo puoi uccidere:

ma, prima, cerca di levargli i libri

tu puoi schiacciargli il cranio con un ceppo,

oppure aprirgli il ventre con un palo,

o tagliargli la gola col coltello.

Prima, ricorda di levargli i libri:

senza libri, è uno sciocco come me,

e non ha un solo spirito al suo comando (…)”

O alla logica con cui Hitler chiamò alla celebrazione della vittoria del nazismo con un rogo di libri, nella primavera del 1934.

Ma Calibano fallì, Hitler pure e noi femministe continuiamo a leggere e scrivere quel che ci pare.

Maria G. Di Rienzo

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ascension

long-way

Non li ho trovati in italiano, perciò dateci dentro editori: è vero che posso leggere i due libri anche in lingua originale (infatti ne ho scorso alcuni brani) però in questo caso sono poche le persone a cui posso consigliarli o regalarli. Il 2017 è ancora giovanissimo, realizzate il mio desiderio prima che l’anno in corso finisca e una pioggia di benedizioni stregonesche femministe cadrà su di voi, so mote it be.

Il primo è “Ascension” – “Ascesa”, romanzo di debutto di Jacqueline Koyanagi (americana-giapponese, in immagine) del 2013.

jacqueline

In nuce: la protagonista, Alana, è una “chirurga stellare” (ingegneria meccanica per navi spaziali) in difficoltà finanziarie anche a causa di una malattia cronica, è di colore e lesbica, ha una difficile ma intensa relazione con la sorella – una “guida spirituale” in grado di lavorare le energie per trasformare la realtà – e si innamora della capitana dell’astronave su cui s’imbarca, una donna che è poliamorista. Altri personaggi sono bisessuali, neri, latini, disabili, eccetera.

Jacqueline ha detto di aver deciso di scrivere di tutti quelli che sono in genere lasciati fuori dalla “space opera”, compresa lei stessa che ha sofferto di autismo e sindrome da stress post-traumatico. Il passo narrativo è così amabile, reso tramite il punto di vista di Alana, che credo non perderà nulla del suo incanto nella traduzione.

Il secondo è “The Long Way to a Small Angry Planet” – “La lunga strada verso un piccolo pianeta arrabbiato”, romanzo del 2014 di Becky Chambers (in immagine). Becky è nata negli Usa ma vive a Reykjavik, in Islanda.

becky

E’ la storia dell’equipaggio della nave spaziale Wayfarer, una “nave da lavoro” che crea cunicoli spazio-temporali (i wormholes) per facilitare i viaggi a velocità superiore a quella della luce. Quest’equipaggio è composto da umani, alieni di varie specie e intelligenze artificiali e si muove in uno scenario fantastico incredibilmente e splendidamente dettagliato: le varie culture aliene sono descritte con una maestria e una ricchezza di particolari tali da divenire immediatamente “vere” e familiari per chi legge. I personaggi interagiscono come una sorta di famiglia allargata, con membri gradevoli o problematici e, come per il testo precedente, hanno relazioni di ogni tipo (fra cui il legame amoroso che tiene insieme una donna umana e una femmina aliena che somiglia un po’ a una lucertola). Il lungo – e pericoloso – viaggio è quello che porterà la Wayfarer su un pianeta che ha di recente firmato un patto con il governo galattico. Una delle cose più interessanti del romanzo è il totale rifiuto dell’uso delle armi da parte di questa squadra spaziale, che risolve le crisi in modo nonviolento tramite la cooperazione e la diplomazia. Suvvia, devo poterlo leggere in italiano!

Maria G. Di Rienzo

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cordelia

Del lavoro della neuroscienziata Cordelia Fine (in immagine) è possibile trovare, in italiano, “Maschi=Femmine – Contro i pregiudizi sulla differenza fra i sessi” (ed. Ponte alle Grazie), brutto titolo non rispondente all’originale “Delusions of Gender”, se posso permettermi, per un ottimo testo.

Cordelia è nata nel 1975 a Toronto in Canada, ha trascorso la sua infanzia negli Usa e in Scozia, ha conseguito una caterva di diplomi universitari e lauree in psicologia, criminologia, neuroscienze, e vive a Melbourne in Australia con il marito e due figli.

Il suo ultimo libro si chiama “Testosterone Rex: Unmaking the Myths of Our Gendered Minds”, pubblicato da Icon, e spero vivamente sarà tradotto anch’esso. Cordelia lo apre con la citazione della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie conosciuta come “Dovremmo essere tutte femministe” e chiosa: “In aggiunta all’essere arrabbiata io sono anche fiduciosa, perché credo profondamente nella capacità degli esseri umani di ricostruirsi per essere migliori.”

testosterone-copertina

Il “Re Testosterone” di cui parla è la narrativa che spaccia per “naturale” la diseguaglianza (economica, politica, sociale) fra i sessi: se l’ormone in questione stimola nei maschi maggior crescita di peli e voce più profonda diventa ovvio, per tale narrativa, che esso produce altre caratteristiche stimate come “mascoline” tipo il comandare, l’usare violenza e l’essere – o il dire di essere – perennemente in calore. Purtroppo per qualcuno e per fortuna per altri/e, si tratta di una gigantesca menzogna.

Cordelia Fine la smonta nel suo libro in maniera scientifica, sistematicamente e senza lasciare ombra di dubbio. Nessun ormone può influenzare in maniera così diretta e inequivocabile i comportamenti e il testosterone, spacciato per una sorta di “ormone alfa” che dà ordini a tutto ciò che lo circonda, può invece lavorare solo in strutture relazionali: persino la formazione di qualcosa di incontrovertibilmente binario come i genitali maschili e femminili è dovuta a un sistema di collegamenti e interazioni. Pretendere che lo stupro o il divario di genere nei salari siano il risultato naturale del lavoro del “Re Testosterone” non è solo falso, è patetico e ipocrita.

In altre parole, essere maschi o essere femmine non è sufficiente a fare di ognuno/a di noi la versione di uomo o donna costruita culturalmente dalla società. Ma non appena nasci e ti si identifica come l’uno o l’altra, sei inondato/a da informazioni su come diventare quella versione: giocattoli, vestiti, libri, televisione, film, famiglia, religione, e un altro milione di suggerimenti palesi o sottesi te lo diranno o meglio, te lo imporranno… sino a spingerti a credere che quella sia l’unica versione possibile e “naturale” di te e che se non ti sta bene c’è in te qualcosa di sbagliato.

Mantenere questa visione equivale a mantenere relazioni di potere sbilanciate e favorevoli a una sola parte: dire che lo vuole la natura o che lo vuole dio non fa differenza, resta una falsità, un’indegnità e un’ingiustizia.

Nel finale, la scienziata suggerisce che forse è il momento di essere meno gentili e un po’ più decise a smontare le narrative funzionali all’oppressione: “come hanno fatto le femministe della prima e della seconda ondata.” Maria G. Di Rienzo

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(“A Sex Trafficking And Prostitution Survivor Testifies”, di Taina Bien-Aimé, avvocata e laureata in scienze politiche, giornalista indipendente, direttrice della “Coalizione contro il traffico di donne”, la prima organizzazione non governativa nata con l’impegno di mettere fine al traffico di donne e bambine e alle forme correlate di sfruttamento commerciale sessuale quali atti di violenza di genere. Questa sua intervista a Grizelda Grootboom – in immagine – è del 1° agosto 2016. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

grizelda

Di recente, Grizelda Grootboom ha pubblicato “Exit” – “Uscita”, un libro sulla sua infanzia piena di violenza e vissuta da senzatetto, sul traffico sessuale che ha subito, sulla sua fuga dalla prostituzione e la sua trasformazione in una delle più attive leader sopravvissute decise a eliminare il commercio sessuale. Grizelda è sudafricana e vive a Cape Town con il suo figlioletto.

Come sono stati i primi 18 anni del viaggio della tua vita?

Sono nata nella parte occidentale di Cape Town, nell’area di colore di Woodstock. I miei primi anni sono stati felici, mentre vivevo con mio padre e mia nonna. Quando avevo 8 anni, il governo dell’apartheid ci fece traslocare di forza per scopi di sviluppo dell’area, così mio padre ed io finimmo a vivere per strada. Senza lavoro e senza casa divenne un alcolizzato e infine mi mandò da mia madre a Khayelitsha, un distretto per neri sempre a Cape Town. Il nuovo ambiente era difficile per me, perché mia madre aveva la sua propria famiglia e io dovevo imparare un’altra lingua. Un giorno, mentre raccoglievo acqua per strada, quattro ragazzi adolescenti mi puntarono un coltello alla gola e mi trascinarono in una baracca dove mi stuprarono in gruppo. E’ un rituale culturale maschile chiamato “ifoli”, simile al “jack-rolling” (ndt: lo stupro di gruppo quale punizione per un’azione percepita come “affronto” dai perpetratori). Avevo 9 anni. Tutto quel che ho provato era dolore e rabbia, perciò me ne andai dalla casa di mia madre e passai l’infanzia fra i rifugi e le strade.

Fu allora che fosti venduta per la prima volta per la prostituzione?

No. Ero semplicemente una ragazzina di strada che fumava, prendeva droghe, rubava per mangiare. Quando ci arrestavano, i poliziotti chiedevano pompini, ma niente altro. Era solo qualcosa che dovevamo fare se volevamo uscire di prigione.

Sulle strade, conoscevo persone che consideravo la mia famiglia. Quando divenni diciottenne, il rifugio mi buttò fuori in modo permanente così una mia amica, una ragazza più grande che comprava droghe da noi e passava del tempo sotto il nostro ponte, mi disse che poteva trovarmi un lavoro a Johannesburg. Una volta arrivate, mi portò in una stanza nel sobborgo di Yeoville, disse che andava a comprare da mangiare e da allora, sino a oggi, non l’ho vista più.

Mi addormentai e fui svegliata da un pugno in faccia. Gli uomini mi spogliarono, mi legarono, mi iniettarono stupefacenti e cominciarono a vendermi. Per 12 giorni, dalle dieci di mattina a tarda notte, uomini entravano nella stanza mentre io ero bendata. I miei sensi dell’olfatto e del tatto si svilupparono intensamente; potevo individuare chi era in pausa pranzo dal lavoro, chi era ubriaco, chi si profumava con acqua di colonia costosa. Io, per due settimane, ho puzzato di preservativi, sperma e droghe. Dopo quel periodo, mi misero in strada.

Per quanto tempo sei stata prostituita e trafficata?

Sino a che ebbi 26 anni. Nei primi mesi, avevo imparato velocemente come comportarmi “bene” per andare negli strip-club piuttosto che in strada, cambiare magnaccia, farmi spostare da una provincia a un’altra. Se non eri una “brava ragazza” ti mandavano alle stazioni di servizio per camionisti. Il governo era coinvolto: molti dei miei clienti erano funzionari, legislatori, ministri. Non c’era via di fuga.

Quando sei uscita dalla prostituzione?

Quando ho capito di essere incinta di sei mesi, ho pensato che mi avrebbero lasciata libera. Invece, i miei magnaccia dissero che non era parte del contratto e mi costrinsero ad abortire. Dopo tre ore dall’operazione volevano ributtarmi in strada a lavorare e io mi rifiutai. Mi picchiarono così tanto che mi svegliai dal coma in ospedale un mese dopo. Quello è stato il momento. Ho potuto andare in riabilitazione e sopravvivere.

C’è chi dice che la prostituzione sia un lavoro come un altro. Tu sei d’accordo?

Un certo numero di gruppi in Sudafrica, incluso S.W.E.A.T. (acronimo di Sex Workers Education and Advocacy Taskforce) la vedono in questo modo e chiedono leggi che decriminalizzino il commercio di sesso. S.W.E.A.T. è un gruppo fondato da un uomo bianco gay e la maggioranza del suo staff è composta da bianchi, specialmente a Cape Town. Spesso mi chiedo cosa intendono con il termine “sex worker”: la sedicenne venduta per strada? La spogliarellista stuprata in gruppo quando era bambina? La donna bianca privilegiata che si diletta dell’essere una escort? In Sudafrica le cosiddette “sex workers” non sono donne a caso: sono donne nere. Nella prostituzione ci strappano via la dignità e spesso ci lasciano morire. Come può essere un lavoro, questo?

E rispetto all’affermazione che se il commercio di sesso fosse decriminalizzato le donne prostituite avrebbero miglior accesso alla cura della propria salute e alla giustizia, che dici?

Per quel che riguarda la salute, i gruppi pro-legalizzazione o decriminalizzazione sanno molto bene che noi non possiamo negoziare sui preservativi. I clienti non vogliono pagare di più per metterli e ritarda i loro orgasmi, così se hai una quota da raggiungere e il tempo è denaro, i condom sono fuori discussione. Ad ogni modo, solo un cliente su un milione accetta di usare i preservativi, perciò le tue possibilità di contrarre l’Hiv/Aids sono del 99%.

Questi gruppi sanno anche che le medicine antiretrovirali non sono distribuite equamente in Sudafrica. Tutto questo accade al di là di ogni legge sulla prostituzione. Se poi parliamo di giustizia, loro stanno promuovendo una cultura dello stupro dicendo alle ragazze che questo è un lavoro e un modo per fuggire dalla povertà. Una ragazza dovrebbe ringraziarli per ciò?

Qualcuno dei tuoi “compratori” ti ha mai chiesto se eri stata trafficata o se avevi un magnaccia?

Ai clienti non gliene frega niente di questo. Qualcuno mi ha chiesto da dove venivo e se mi stavo godendo il nuovo lavoro qualora non mi avessero vista prima in quel club. Se rispondevo di odiarlo, mi dicevano che “questa è la vita” e “buona fortuna”. Inoltre, le domande le facevano solo dopo essersi soddisfatti.

Che ruolo pensi le sopravvissute possano avere nel suscitare consapevolezza?

Le voci delle sopravvissute sono criticamente importanti. A volte è difficile bilanciarsi nei gruppi con cui si lavora. Come sopravvissuta, vuoi disperatamente e hai disperatamente bisogno che qualcuno ti dia sostegno, ma noi dobbiamo anche sedere al tavolo ed essere rispettate. Non siamo sfuggite al dolore e alla violenza per stare in seconda fila e raccontare unicamente le nostre storie. Le ong devono usarci in modo intelligente: noi conosciamo le reti del commercio sessuale, i club, i magnaccia, la comunità, come nessun altro. Devono istruirci a parlare di questi orrori.

Leggi e politiche?

Quando ho testimoniato davanti al Parlamento, ho visto alcuni dei miei ex clienti sul podio. Non riuscivano a credere che io fossi ancora viva!

Se il governo legalizza la prostituzione o decriminalizza il commercio sessuale, ciò significherà che le donne sono ufficialmente oggetti di proprietà. Il Sudafrica deve chiamare a rispondere davanti alla legge compratori di sesso e magnaccia. Il magnaccia è il mediatore che conosce i due pilastri della tratta: compratori di sesso e vulnerabilità. Magnaccia e proprietari di bordelli, in Sudafrica, sono chiamati “quelli delle benedizioni”: ciò significa che qualcuno in alto, un funzionario di governo, sta dando loro la sua benedizione per gli affari che fanno. La grossa sfida, qui, è la nostra cultura.

Cosa ti ha ispirata a scrivere la tua autobiografia?

E’ fondamentale per me parlare pubblicamente come sopravvissuta, usare la mia voce per aprire gli occhi al mio paese sulla realtà del commercio sessuale. A me e alle mie sorelle sopravvissute viene spesso chiesto di parlare delle nostre esperienze durante eventi o sui media, ma a volte la cosa ci fa sentire sfruttate a livello emotivo.

I giornalisti ti chiedono della tua vita e continuano a rivolgersi a te in modi che ti traumatizzano di nuovo o ti identificano come “sex worker”, il che è molto avvilente. Ciò che è accaduto a me e a innumerevoli altre non è “lavoro”.

Tu ne parli apertamente per riprenderti dignità e autostima, ma quando questo non accade fa davvero male. Io ho scritto “Exit” perché più sopravvissute testimoniano, più governi dovranno prenderci seriamente. Se vuoi cambiare la legge, hai bisogno della donna che è uscita viva da quell’inferno che è la prostituzione. Io sono una sopravvissuta per un motivo doloroso, ma devo aiutare a impedire che la prossima generazione di ragazze sia comprata e venduta. La mia responsabilità è dire la verità.

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(“Stop policing my body”, di Khulud Khamis, 26 agosto 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Khulud, in immagine, è una scrittrice e attivista, membro dell’organizzazione Isha L’Isha – Centro femminista di Haifa, nata da madre slovacca e padre palestinese. Vive a Haifa con sua figlia “attraverso l’amore, le parole, la fotografia, la poesia, l’arte, il giardinaggio, la solitudine e l’attivismo femminista”. Di suo in italiano c’è il libro “Frammenti di Haifa”.)

khulud-khamis

Smettete di normare il mio corpo

Voi non

trascinerete il mio corpo attraverso il vostro –

fangoso sporco

campo di battaglia.

Voi non –

mi vestirete

svestirete

controllerete.

Il mio corpo non è

il campo di battaglia

per le vostre morali –

religiose o laiche.

La mia moralità

risiede nel mio cuore

la mia moralità –

non è nascosta nelle pieghe dei miei abiti

(e solo per chiarezza,

il mio onore vive con i miei valori,

e non come voi pensate – nella mia vagina.)

Smettete di vestirci,

svestirci,

smettete di normare i nostri corpi

in nome delle vostre –

false morali e falsi valori.

frammenti-di-haifa

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un cuore per due

Il capitalismo biasima il matrimonio gay perché distruggerebbe le famiglie. Io biasimo il capitalismo! Le famiglie sono separate su base quotidiana da ambo i lati del confine, a causa delle condizioni economiche disperate create dai cosiddetti accordi sul libero mercato, come CAFTA e NAFTA, che beneficiano solo quelli che stanno in alto. In paesi come il Salvador è abbastanza difficile trovare un lavoro che ti permetta di pagarti le spese del vivere. Ancora più duro è se hai più di 35 anni. E dimenticatelo proprio se sei una donna sopra i 35 anni.

Sempre di più, l’unica via d’uscita per le persone è emigrare dove i lavori ci sono. E quando arrivano sono spesso trattati da invasori subumani. Non mi sarei mai aspettata di imparare così tanto, così velocemente, delle condizioni sociali e della storia nascosta che hanno impatto sulla mia vita di ogni giorno – dopo essere arrivata come donna, come immigrata salvadoregna, come persona omosessuale di colore.” Karla Alegria

(Brano tratto dall’antologia “Talking Back: Voices of Color”, a cura di Nellie Wong, ed. Red Letter Press, 2016. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

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