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Posts Tagged ‘patriarcato’

“Effetto farfalla”: immagino che se non conoscete il significato di questa terminologia ne abbiate almeno sentito parlare. Senza scomodare in dettaglio precursori e sistematizzatori del concetto (da Fichte a Lorenz, passando per Alan Turing e Ray Bradbury) il suo senso è questo: tutto ciò che esiste è interconnesso a tal punto che persino la più minuscola delle azioni in un luogo qualsiasi può avere un effetto immenso da qualche altra parte.

maschera farfalla

A guisa di metafora, ciò è particolarmente vero per i circoli di donne o per gli spazi misti e non in cui le donne condividono le loro esperienze. La testimonianza dell’una risuona con il vissuto dell’altra, le parole che Tizia dice sono quelle che Caia cercava, il modo in cui lei ha attraversato e risolto una determinata difficoltà potrebbe essere esportato nella situazione che io vivo… e così via.

La visione che si spezza, durante questi incontri, è quella che iscrive mondo e natura nella cornice di una macchina soggetta a dominio e controllo. Le donne, equiparate dal patriarcato alla “natura” nella forma di risorse da sfruttare (inferiori a una vera umanità e incapaci di raggiungerla), costruiscono in tal modo prospettive diverse e multidimensionali che rompono il paradigma dell’oppressione e indicano nuove strade.

Volete provare? Magari per celebrare in modo significativo il Solstizio d’Estate? Potreste partecipare a “LA MAGIA DELLA PAROLA: PAROLE E AZIONI PER IL BENESSERE DI SÉ E DEL MONDO”, in quel di Bassano in Teverina (Viterbo) : “Le parole dette e ascoltate influenzano le nostre vite, sino a orientare credenze e atteggiamenti. La magia della parola agisce con l’accettazione, la diffusione la ripetizione delle stesse parole dette e ridette in ambiti diversi. La vita delle donne e degli uomini è influenzata sin dalla nascita dalle parole che ascoltiamo, e poi che diciamo. L’ascolto, l’intreccio tra le diverse culture e i modi di vivere, il riconoscersi nelle parole delle altre e degli altri, tra identità e differenza sono il primo passo per ascoltare anche il senso delle nostre parole, e dar loro intento e significato. Sabato e domenica 24/25 giugno 2017 – festeggiando il Solstizio – fermiamoci nella luce ad ascoltare, riconoscere e esprimere le nostre parole per un mondo migliore.”

Chiedete ulteriori informazioni all’Autrice dal cui testo ho tratto questo brano, Nicoletta Crocella: l’indirizzo del suo blog “Ragionandoci” è qui a destra, nella colonna delle Amiche.

Siete troppo distanti, in questo momento vi sentite timide o non state benissimo, siete impegnate in quei due giorni? Ok, non vi lascio a piedi. Guardate un attimo questo disegno.

sun spiral

Siete in grado di riprodurlo incidendolo sul terreno, disegnandolo su grandi fogli di carta, usando sassolini – gessetti – foglie e fiori – mattoncini delle costruzioni della vostra bambina o bambino? Se non volete uscire di casa, potete assemblarlo sul tavolo della cucina.

Percorretelo, a piedi se l’avete creato all’esterno, con un “avatar” che vi rappresenti se sta sul tavolo (una volta li chiamavamo “segnalini”…), in senso orario, a partire dalla più alta delle cinque spirali esterne. Essa rappresenta quel che sapete, perciò comincerete dicendo a voce alta: “Tutto quello che so”. Muovendovi verso destra finirete su “Tutto quello che sento dentro di me”, “Tutto quello che penso”, “Tutto quello che faccio”, “Tutto quello che amo”. Ripetete il giro pronunciando queste parole sino a che non vi sentirete abbastanza forti da andare al centro, occupando la spirale maggiore: “TUTTO QUELLO CHE SONO”.

Tutto quello che siete, amiche mie, ha senso. Tutto quello che siete ha valore. Tutto quello che siete ha un posto e uno scopo. Se compirete il giro in compagnia di altre persone, quando alla fine ognuna di voi sarà al centro prendetevi per mano e danzate come se festeggiaste la prima alba del mondo: perché, in rinnovata consapevolezza, per voi lo sarà. Maria G. Di Rienzo

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So che a molti (e ad alcune) la cosa sembrerà davvero incredibile e inutile, ma il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite si riunirà a Ginevra il 12 giugno prossimo per discutere di un argomento così classificato: “Donne d’Italia – violenza, stereotipi, diritti”.

Online c’è un documento in PowerPoint che funge da introduzione all’incontro. Dopo aver inquadrato storicamente per sommi tratti il ruolo ascritto alle donne italiane, citato i vari protocolli strafirmati da vari governi della nostra nazione (che poi però li hanno ripiegati a ventaglio e li hanno usati per farsi aria), ribadito che 1 – “In Europa le donne italiane hanno il più grosso carico di lavoro domestico. Le donne svedesi hanno il minore.”, 2 – “La percentuale di impiego femminile è ancora molto distante, in Italia, dalla media europea.” e 3 – “Gli uomini italiani sono quelli che dedicano meno tempo, fra gli uomini europei, al lavoro domestico e di cura.”, fornisce una lista di quelle che definisce “non scuse” per la violenza che però sono state fornite alle NU durante le ricerche come tali:

NON SONO SCUSE PER L’ALTO LIVELLO DI VIOLENZA CONTRO LE DONNE IN ITALIA

* Non le tradizioni familiari storiche o i ruoli di donne e uomini

* Non la BELLA FIGURA (in italiano e maiuscolo nel testo, ndt.) – Mantenere le faccende familiari private, inclusa la violenza

* Non il patriarcato come costrutto sociale

* Non l’usare la frequente dipendenza economica della donne come ragione per normalizzare la violenza diretta contro le donne

* Non la recessione e l’austerità

* Non il dire che la violenza in famiglia è più una questione dei poveri e dei meno istruiti

* Non i gravi danni subiti dall’Italia durante la II guerra mondiale (questa mi mancava, ndt.)

* Non le pressioni religiose sui valori tradizionali della famiglia e sulla maternità come scopo supremo

* Non l’usare la Storia dell’Arte in Italia come fissazione sulla bellezza

* Non l’accettare le rappresentazioni delle donne sui media come stereotipi sessualizzati

modelli tv italiana

(Et voilà! Quest’immagine sta nella presentazione con il titolo MODELLI PERVASIVI NELLA TELEVISIONE ITALIANA. Ok? Non mi sono svegliata male io stamattina, lo vedono anche all’estero. Sì, ce ne sono anche altre di immagini, ad esempio con la didascalia “Vogue eroticizza la violenza sulle donne”, ma mi disturbano in maggior grado di quella qui sopra e non le riporto.)

* Non le questioni della disoccupazione e della percezione del maschio come provveditore

* Non la resistenza al femminismo (ben sicura sarà la dura sorte di questo blog femminista e traditor… scusate, mi è sfuggita, ndt.)

* Non il fatto reale che quando l’Italia è passata all’euro i prezzi si sono alzati ma gli stipendi no

* Non il fatto che molti giovani adulti e coppie ancora vivono con i genitori

* Non l’attribuire la violenza contro le donne alla questione dell’immigrazione

* Non l’assenza di azione politica per creare e implementare leggi contro la violenza diretta alle donne

* Non il non fornire servizi sociali che diano sostegno all’eguaglianza delle donne, alla cura dei bambini e permettano alle donne di avere di più

Inoltre: Non serve invocare la pena di morte, c’è bisogno di più forza per contrastare i femicidi.

Maria G. Di Rienzo

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(“Dear scientist, my lesbianism has nothing to do with men”, di Roxy Bourdillon per Diva, 26 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

lesbian love di zuleiny duque

E’ un enigma che ha sconcertato le nostre più grandi menti scientifiche per secoli. Perché le lesbiche fanno le lesbiche? Quale uomo stiamo tentando di impressionare con il nostro altrimenti inesplicabile comportamento lesbico? E naturalmente, c’è il più urgente mistero della scienza moderna: cosa ne pensano gli uomini di questo lesbismo rampante?

Un coraggioso accademico ha deciso di andare al fondo di tale follia lesbica che è la moda del momento. Nel suo nuovo studio, il ricercatore cipriota Menelaos Apostolou suggerisce che il lesbismo si sia evoluto perché è attraente per gli uomini.

Cos’è quest’odore? Oh sì, cacca patriarcale. Menelaos, io penso tu abbia mancato il punto fondamentale dell’essere una lesbica. Non si tratta di eccitare i ragazzi, si tratta di eccitare le ragazze.

Lascia che te lo dica in termini normali, normale ragazzo. Gli uomini hanno la stessa importanza, nella mia relazione lesbica, che il tuo studio ha per la ricerca scientifica. E perché Menelaos deve mettere i maschi al centro di ogni cosa? (Ha problemi con la mamma o è perché il suo pseudonimo è “Uomini”?) Se una lesbica cade nei boschi e un uomo non è là per prenderla al volo, è ancora una lesbica? La risposta corretta è un clamoroso sì, una lesbica con le ginocchia sbucciate magari, ma comunque una saffica sorella.

Nello studio del signor Uomini, costui omette di parlare con una donna omosessuale qualsiasi. Invece, ha deciso che la miglior gente con cui parlare sono le coppie eterosessuali. Giusto. Uno studio sulle ragioni per cui esistono donne gay ha consultato solo persone etero. Ciò mi ricorda che dovrei semplicemente tornare alla mia indagine sui rituali d’accoppiamento delle anatre selvatiche – naturalmente intervisterò al proposito i babbuini.

Quel che principalmente resta nella mia strozza gay è il persistente desiderio che alcuni uomini hanno di inserirsi nella nostra sessualità diretta al nostro stesso sesso. Menelaos mi rammenta uno di quei tipi sgradevoli i cui occhi si accendono come una slot-machine quando capiscono che la tua amica è in realtà la tua metà. Ho detto metà? Scusatemi, ovviamente intendevo “un terzo”, perché sino a che un grosso uomo sudato non arriva bestemmiando nelle nostre vite siamo incomplete. Per lo più ce ne stiamo sedute a pettinarci reciprocamente i capelli, desiderando ardentemente il giorno in cui un cavaliere rivestito di scintillante misoginia proporrà in modo disinteressato una cosa a tre.

Per qualsiasi uomo abbia avuto la fantasia di una cosa a tre con una coppia lesbica ecco un piccolo indizio di come andrebbe nella vita reale: ti sentiresti incredibilmente a disagio mentre io ti istruisco sul femminismo intersezionale – completamente vestita – e la mia ragazza dichiara di voler cominciare il suo proprio studio sugli effetti scientifici del colpire il tuo inguine con una chiave inglese.

Sul serio, non c’erano altre cose che il tipo poteva studiare? Perché è così fissato sulle lesbiche, tanto per cominciare? Il suo cuore è stato spezzato da un’ex fidanzata che lo ha mollato prima di uscire allo scoperto come lesbica scatenata? Guarda, posso simpatizzare. Io sono stata quella lesbica scatenata. Ma sfogati piangendo e poi muoviti in avanti. Smetti di cercare di provare che è scappata con un’altra donna solo perché voleva eccitare te.

Concedo questo a Menelaos: ha detto una cosa parzialmente sensata quando ha ammesso con “Pink News” che vi è necessità di ulteriore ricerca. Ecco un’idea per lui – magari questa volta fai la ricerca sul lesbismo intervistando le lesbiche.

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no e poi no

Gli uomini costituiscono la schiacciante maggioranza dei proprietari di armi leggere ovunque nel mondo.

Gli uomini costituiscono anche la maggioranza nelle professioni in cui l’accesso a pistole e fucili è più facile (polizia, esercito, compagnie private che si occupano di “sicurezza”) e nelle attività collegate alle armi, come la caccia.

Non risulta sorprendente, quindi, che siano pure la maggioranza dei perpetratori negli incidenti collegati alle armi leggere (97%). Meno sorprendente ancora è il fatto che un terzo abbondante dei femicidi sull’intero pianeta siano commessi con l’uso di tali armi.

Mentre gli uomini sono più a rischio di prendersi una pistolettata da un estraneo, le donne sono più a rischio nell’ambito domestico e le pallottole le prendono dai cosiddetti “partner intimi”: la frequenza con cui ciò accade è più alta nei paesi in cui l’accesso alle armi da fuoco ha poche restrizioni (Stati Uniti), rispetto ai paesi in cui tale è accesso è strettamente normato (Olanda).

Oltre a essere la maggioranza dei cadaveri, le donne sono anche la maggioranza di coloro che subiscono intimidazioni e coercizioni correlate alle armi, per lo più in ambito familiare ma in misura significativa anche per le strade, ove le pistole sono usate dagli uomini per garantirsi stupri non troppo chiassosi.

Riassumendo: 1) più armi gli uomini possiedono, più lo sbilanciamento di potere fra maschi e femmine si amplia; 2) la nuova legge italiana sul possesso di armi e il loro uso per legittima difesa, se passerà, costituirà quindi un elemento rafforzativo del dominio degli uomini sulle donne – ovvero, del sistema patriarcale; 3) inoltre, produrrà inevitabilmente più femicidi.

Ho bisogno di dire altro sul perché sono contraria alla legge summenzionata? Credo di no. Maria G. Di Rienzo

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Nell’aria ci deve essere qualche droga strana… se no non si spiegano tutti questi omicidi…

Così ci mette in guardia il commento sotto un articolo che riporta l’ultimo femicidio – in ordine di tempo – in Italia, quello di Janira D’Amato, 21 anni, uccisa dal fidanzato ventenne Alessio Alamia Burastero il 7 aprile. Almeno quindici coltellate, spiega il medico legale, “così violente che il coltello si è spezzato alla base del manico”. E poiché anche i giornalisti respirano, la droga strana nell’aria non manca di far effetto su di loro: si è trattato di “coltellate per soffocare un amore”, sferrate “nel corso di una lite per motivi sentimentali”; l’assassino “era geloso” e “non riusciva a dormire al pensiero che la ragazza si sarebbe imbarcata per lavoro il primo giugno”; inoltre “era depresso, perché per lui quella ragazza rappresentava la sua vita” e “non riusciva ad accettare che lei lo avesse lasciato”.

Il 53enne Salvatore Pirronello pochi giorni prima, in quel di Caltagirone, aveva il problema opposto: “la donna non voleva interrompere la relazione” come lui desiderava. Perciò l’ha accoltellata mentre lei dormiva. Sul corpo di costei “non ci solo le ferite dei fendenti, ma anche escoriazioni sugli arti superiori, segni evidenti di una forte colluttazione”. Due delle quattro coltellate che hanno raggiunto la donna all’addome non hanno leso organi vitali, dice il medico legale che ha eseguito l’autopsia, perciò “la sua morte è stata ancora più lenta e avvenuta per dissanguamento.” Patrizia Formica, 47enne, è spirata dietro la porta che era riuscita a chiudere in faccia al suo assassino.

Il 3 marzo muore di coltello coniugale davanti ai propri figli, a Iglesias, Federica Madau di 32 anni. “Il dramma è avvenuto al culmine di una lite domestica”, spiegano sempre i giornalisti intossicati dalla strana droga diffusa nell’atmosfera: il 46enne Gianni Murru ha accoltellato ripetutamente la moglie e le ha sferrato il colpo fatale alla gola perché “era geloso”. Non andrò a ritroso a riportarvi tutti i femicidi del 2017, ma posso assicurarvi che la cornice della narrazione è identica e il suo fulcro è questo: è impossibile, per un uomo, accettare che la donna con cui ha o ha avuto una relazione prenda decisioni autonome o dissenta da quelle che lui prende; quindi, l’uomo in questione viene preso da raptus, travolto dalla depressione, consumato dalla gelosia e uccide.

L’aere inquinato non gli permette di vedere il bersaglio del suo coltello come un essere umano. Erode ogni limite al rispetto della vita e della dignità altrui. Ottunde le capacità cognitive maschili al punto da impedire di distinguere una donna da una bambola gonfiabile, e una donna dall’altra. Solo che non è una droga aliena diffusa nel vento recentemente. E’ una droga che si chiama patriarcato – opera negli assetti sociali, politici, economici, religiosi da millenni – e assicura agli uomini che in virtù della loro “superiorità” sono legittimati a esercitare dominio e controllo sulle vite dell’altra metà dell’umanità. E’ stato questo, e non le scie chimiche, a far urlare in piazza di recente al figlio di un famoso cantautore e cantautore lui stesso: “Siete tutte uguali, io vi odio tutte, voi donne dovete sparire.” Stava aggredendo, il signore 54enne, una giovane di 21 anni che non è sua figlia o sua nipote come il divario di età suggerirebbe, ma la sua “fidanzata” e ovviamente modella, perché per meno una celebrità non ci si mette.

Mister cantautore non è assolutamente solo nei convincimenti che esprime. Ci sono milioni di uomini che la pensano come lui, celebri o no, ricchi e poveri, di qualsiasi fede religiosa o politica. Sono quelli che dicono di amarvi al punto da non poter vivere senza di voi. Perciò, voi non potete vivere se loro decidono altrimenti. Maria G. Di Rienzo

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Na Hye-seok

Na Hye-seok (나혜석, 1896 – 1948, in immagine) è stata la prima artista femminista coreana: poeta, scrittrice, insegnante, giornalista e pittrice i cui quadri sono oggi valutati a prezzi da capogiro, sebbene l’Autrice sia morta in miseria in un ospedale per vagabondi e non si sappia neppure dov’è sepolta – poiché la famiglia l’aveva rigettata e nessuno si curò del suo funerale, è probabile si trovi in una fossa comune. Stranamente, ma forse non poi tanto, cinema e televisione del suo paese non si sono ancora interessati alla sua storia (esiste un breve documentario in francese di Han Kyung-mi, visibile su: https://vimeo.com/113225651) e il suo nome è stato usato sino a tempi recenti come spauracchio per le donne che avevano ambizioni artistiche: “Vuoi diventare un’altra Na Hye-seok?” ammonivano padri e fratelli. La prima retrospettiva del suo lavoro, al Centro per le Arti di Seul, è del 2000. Il suo racconto più famoso, “Kyonghui”, pubblicato nel 1918, è dal 2009 disponibile in inglese nella raccolta “Questioning Minds: Short Stories by Modern Korean Women Writers”: tratta di una donna che scopre se stessa come irriducibile alla prescritta cornice confuciana di “buona moglie e buona madre” e cerca significato e validazione come “nuova donna”. Per tutta la vita, Hye-seok tenterà di negoziare questo concetto all’interno della società coreana.

Nata in una famiglia benestante durante l’occupazione giapponese della Corea, dimostrò il suo talento artistico sin dall’infanzia e studiò anche in Giappone dove, nel 1915, era la principale organizzatrice dell’associazione delle studenti coreane. Qui visse il suo primo amore con un compatriota studente universitario, scrittore e editore di una rivista letteraria; questa coppia intellettuale e ribelle divenne assai famosa fra i coetanei, ma nel 1916 Choe Sung-gu morì di tubercolosi e Hye-seok ebbe un crollo nervoso che per qualche tempo le impedì di proseguire gli studi. Nel 1919 la giovane partecipò alla sollevazione contro l’occupazione coloniale del 1° marzo (che oggi è il Giorno del Movimento per l’Indipendenza), fu arrestata e imprigionata. L’avvocato assunto dalla sua famiglia per tirarla fuori di galera, Kim Woo-young, sarebbe di lì a poco diventato suo marito. Il loro fu un matrimonio d’amore, il che era raro all’epoca in Corea, e non avrebbe dovuto divenire un impedimento alle ambizioni artistiche della giovane donna, ma se durante il primo anno da sposata Hye-seok fondò con altri un giornale letterario e nell’anno successivo, 1921, tenne la sua prima mostra di quadri – che era la prima mostra in assoluto nel paese per i dipinti di una donna – già nel 1923 aveva scritto “Riflessioni sul diventare madre” dove rimproverava aspramente il marito perché delegava per intero a lei la cura dei figli.

na hye-seok autoritratto

(Na Hye-seok, autoritratto)

Nel 1927, Na Hye-seok e suo marito andarono a stare per tre anni in Europa. Hye-seok si fermò a Parigi per studiare pittura mentre Kim Woo-young, che era diventato un diplomatico per conto giapponese, portava avanti i suoi affari altrove. A Parigi la donna incontrò un altro uomo coreano, Choi Rin, che era il leader della (oggi quasi scomparsa) fede Cheondo-gyo: nata dalle lotte contadine del secolo precedente era inestricabilmente legata all’attivismo politico, poiché dichiarava come suo scopo principale il creare un “paradiso” di armonia sociale sulla Terra. Non è chiaro che tipo di relazione i due abbiano avuto, poiché nel suo diario Hye-seok dà conto del tentativo di restare leale nonostante le frustrazioni e le umiliazioni che riceve dal matrimonio, ma è abbastanza chiacchierata da fornire al marito la scusa per bollarla come adultera e divorziare da lei nel 1931. Lo stesso anno il supposto amante Choi Rin dà alle stampe in Francia un articolo “piccante” (leggi “volgare e osceno”) sulla sua storia con Hye-seok e lei lo denuncia per diffamazione. Nonostante il divorzio le abbia addossato una reputazione da sgualdrina in Corea, dove è tornata, Hye-seok continua a dipingere e vince un premio speciale alla 10^ Mostra dell’Arte di Joseon.

Nel 1934 pubblica sulla rivista Samcheolli il saggio che sarà allo stesso tempo il suo testamento politico, la più chiara esposizione delle indegnità che le donne coreane subiscono fatta sino ad allora, una sfida rovente al sistema patriarcale, e la sua rovina. Si chiama “La mia dichiarazione sul divorzio” e in esso, tra l’altro, Hye-seok critica la repressione della sessualità femminile, attesta che il marito non era in grado di soddisfarla sessualmente e rifiutava di discuterne, propone “matrimoni di prova” ove le coppie vivono insieme prima di sposarsi effettivamente di modo da non cadere in unioni infelici come la sua.

A questo punto non solo la sua famiglia d’origine la abbandona del tutto, ma non riesce più a vendere quadri, racconti o articoli. I critici d’arte hanno finalmente l’occasione di disprezzarne i dipinti come “scimmiottamenti dell’arte occidentale” e dichiarano il suo impegno artistico la squallida facciata con cui una donna dissoluta ha tentato di coprire la propria lussuria. Na Hye-seok vivrà gli ultimi anni grazie alla carità dei monasteri buddisti, ma non abbandonerà uno solo dei suoi convincimenti sui diritti e la libertà delle donne sino alla morte. Maria G. Di Rienzo

P.S. Oggi, 8 aprile, è l’anniversario del giorno in cui la prima persona coreana (non la prima femmina, la prima in assoluto) è andata nello spazio a bordo della Soyuz TMA-12, con due cosmonauti russi. Ascolta, Hye-seok, era il 2008 e questa tua connazionale si chiama Yi So-yeon e ha operato esperimenti scientifici a bordo della navicella. Lo deve anche a te. Non smettere di ispirarci.

Yi So-yeon

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Nel maggio del 2013 Julian Stevenson, un uomo inglese 48enne che viveva in Francia, sposato e poi divorziato, uccide i suoi due figli durante il primo incontro non “controllato” con loro: usando un coltello da cucina taglia la gola di Matthew, 10 anni, e di Carla, 5 anni. In precedenza li aveva visti in presenza della ex moglie Stéphanie o di un’assistente sociale. Si suiciderà in carcere, ancora in attesa di processo, a fine dicembre dello stesso anno.

Sin dall’annuncio del duplice omicidio, molti media fecero del loro meglio per giustificare e scusare l’assassino. Una delle argomentazioni preferite fu che “il tempo che passava con i bambini era insufficiente per i suoi bisogni”. La preoccupazione principale – spesso espressa in leggi nazionali e protocolli internazionali – per chiunque sia sano di mente dovrebbe riguardare il benessere dei bambini, che sono ovviamente più vulnerabili degli adulti loro genitori: ma articolisti, opinionisti, commentatori ecc. sono in genere assai più angustiati dal fatto che i padri non abbiamo sempre e comunque tutto quel che vogliono. Diventa irrilevante, in tali discorsi, che questi padri esprimano la propria frustrazione con la violenza, perché sotteso a tutte le argomentazioni c’è il convincimento che la violenza sia un ingrediente fondamentale della mascolinità e che gli uomini non possano fare a meno di abusare di donne e bambini.

Così, il 2 aprile u.s., sotto i titoli della stampa nostrana “Tenta di uccidere il figlio e si suicida con il gas”( è accaduto nella zona di Volterra: il bambino, di 9 anni, si è salvato fuggendo dall’auto) e i relativi occhielli “Non accettava che il bambino fosse stato affidato esclusivamente alla madre”, si articola la solita narrazione che piange sui “gridi d’allarme” – leggi le lamentele proprie e le “denunce” farlocche dell’associazione padri separati – espressi dall’uomo via FB, sulla “decisione più terribile: prendersi il suo bimbo e andare via con lui, per sempre” (com’è poetico!), sulle leggi carogne e matriarcali che “non tengono conto delle nuove sensibilità dei padri”. Ma se queste “nuove sensibilità” si concretizzano nello scannare o nel gasare i figli a me sembra che di nuovo non abbiano nulla e che parlare di sensibilità sia fuorviante e persino ridicolo: quel di cui stiamo trattando è possesso e controllo di esseri umani. Sono pratiche legate al dominio e alla relativa legittimazione sociale e infatti molti uomini vivono come affronto, ingiustizia e svirilizzazione qualsiasi restrizione messa al loro spadroneggiamento sui corpi di donne e bambini.

All’uomo che è morto suicida è certamente dovuta pietà umana, ma a questo stesso individuo capace di aprire una bombola di gas nell’automobile in cui sta dormendo un bambino, suo figlio (che lui chiamava il “suo cucciolo”), io non affiderei non solo un cucciolo di cane, ma neppure un cactus. Maria G. Di Rienzo

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