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Posts Tagged ‘patriarcato’

brunna mancuso 2

Sapete già che non ho la televisione (decisione assai annosa grazie alla quale il mio fegato funziona bene e la mia pressione sanguigna è perfetta) per cui, per capire meglio cosa fosse “Il Collegio” ho dovuto leggere qualche recensione: ne escono frasi chiave quali “lezioni di breakdance e di aerobica” e “docente di innegabile bellezza cosa che non lascia indifferenti i maschi della classe” (così, senza virgola, tanto siamo a scuola). Lo scenario d’insieme mi è quindi chiaro.

Il motivo per cui mi sono informata vi è probabilmente già noto: si tratta della situazione in cui si trova una delle giovanissime attrici, la sedicenne Mariana Aresta, alla quale il padre ha detto di andarsene dall’abitazione familiare dopo che lei aveva messo online una fotografia che la ritrae assieme alla sua ragazza Erica.

“Ci tengo a precisare che mi è venuta contro tutta la famiglia – ha scritto il giorno dopo aver reso pubblico il fatto – eccetto mia madre che riteneva che avrei potuto evitare tutto questo non postando quella foto, ma che è comunque rimasta dalla mia parte, pertanto anche lei è stata “cacciata” di casa.” Il motivo per cui non la vogliono più accanto le è stato spiegato così: “Mi hanno detto che non sono normale”. La ragazza scrive anche che se ne andrà ma che non intende cancellare l’immagine in questione dalla sua pagina Instagram.

Il punto in effetti, come per infinite altre storie simili, non è che Mariana sia lesbica ma che lo abbia tranquillamente reso pubblico. Essere omosessuali, maschi e femmine, è del tutto normale e lo sa persino chi strepita su inesistenti malattie e cure e preghiere e conversioni coatte e complotti “giender”, ma dirlo produce un’incrinatura nella narrazione patriarcale che vuole donne e uomini inscatolati in comportamenti prefissati e prescrittivi: è questo che non va bene, giacché mette in discussione assetti di potere.

Quando una ragazza o una donna affermano apertamente “Sono lesbica” stanno implicitamente dicendo che non hanno bisogno di un uomo nella loro vita, che non è un uomo a definire quel che sono e quel che fanno – e questo per i parecchi maschi che si percepiscono come ombelico dell’universo è davvero incomprensibile e inaccettabile. L’unico spazio che la misoginia del patriarcato riserva alle donne omosessuali è quello della pornografia a uso e consumo maschile: se non ti piace, allora devi tenere la cosa nascosta e privata, non “vantartene”, non “urlarlo dalla finestra” eccetera, perché non desiderare uomini a livello affettivo e sessuale è in tale quadro vergognoso e anormale.

“Possono dei genitori abbandonare un figlio?”, si è chiesta anche la ragazza. No, Mariana, legalmente non è così semplice come la mette tuo padre – non mi piaci, perciò te ne vai da casa mia, perché sei minorenne e secondo il Codice Civile ambo i tuoi genitori hanno responsabilità nei tuoi confronti, da esercitare “di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio”. Ma al di là delle opzioni legali (come l’emancipazione) che puoi discutere con un avvocato o meglio ancora con ArciLesbica (dove troverai giovani e non che hanno percorso la tua stessa strada), pur con la massima comprensione per la sofferenza che patisci di fronte al rigetto dei tuoi familiari e con tutto il rispetto per le tue scelte, vorrei chiederti di riflettere sulle modalità che hai usato per dire al mondo “Non so più cosa fare, aiuto”.

Lo scatto perfetto del tuo volto con gli occhi pieni di lacrime e le ciglia arrotolate dal rimmel che stava sopra questa frase è congruente con la “dittatura dell’immagine” che funge, assieme ad altre cose ma con peso notevole, da palla al piede per la libertà delle donne e che si manifesta anche nello show a cui partecipi. Quando starai un po’ meglio e avrai ritrovato una dimensione più serena e stabile in cui vivere, pensaci su. La cosa più inutile che puoi fare è stringere le catene in cui vogliono metterti con le tue stesse mani.

Maria G. Di Rienzo

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leghista detto tutto

“Galeotto fu Facebook e chi lo scrisse,

quel giorno cancellai post e carriera”

Se la lingua italiana non gli risultasse un po’ ostica, così potrebbe parafrasare Dante il cremonese Pietro Burgazzi, consigliere leghista e ora non più segretario locale del partito.

La sua stimata e venerabile “opinione” è che le “sardine nere per difendere i diritti di clandestini e immigrati” sono puttane. Non simpatiche e liberate e trasgressive “sex worker”, badate bene, proprio troie e basta, che è visione condivisa nella Lega sulle donne in genere – in particolar modo su quelle disobbedienti ai dettami patriarcali, quelle che si situano in schieramenti politici avversari e naturalmente quelle di carnagione più scura.

Com’è consueto in questi casi, anche Burgazzi non ha capito perché così tante persone abbiano trovato rivoltante la sua esternazione. Dopotutto, quando si trova fra simili, il sentimento di disprezzo verso le donne è concorde. Citando dai giornali, ha subito pubblicato “lo screenshot di un commento sessista contro le donne di destra di un utente social” con il commento: “Questa è l’intelligenza della sinistra, poi cercano nei nostri post postille per attaccare la destra”.

Secondo la stampa la sua pagina social è “infarcita di post simili” a quello sulle giovani in manifestazione, il che rende quello in discussione semplicemente uno dei tanti e non proprio una “postilla” – la quale è una breve annotazione a un testo, messa ai margini o fra le righe a mo’ di chiarimento, e non descrive quanto pubblicato da Burgazzi.

Tuttavia, se vogliamo scandagliare le pagine FB di cittadini qualsiasi, come ha fatto il signore suddetto, vedremo che il sessismo e l’odio per le donne sono ampiamente trasversali agli schieramenti politici. Per questo prima dicevo “tra simili”, intendendo una vastissima porzione dei possessori della coppia di cromosomi XY. Ciò non gli consente comunque di giustificarsi dicendo più o meno che “la sinistra fa le stesse cose”, giacché: a) la responsabilità è personale; b) un aderente a un partito di sinistra o una persona che si dice di sinistra non equivalgono, come “peso” mediatico e relativa ricaduta sociale, a qualcuno che rivesta cariche di partito; c) storicamente, rispetto alle lotte femministe, la sinistra ha spesso manifestato ritardi e incomprensioni, ma è anche vero che solo la sinistra ha appoggiato molte di tali lotte.

Però voglio venire incontro a Burgazzi dimostrandogli che può trovare affinità anche con persone da cui si sente distantissimo. Dia per esempio un’occhiata a quel che fa il sig. Bello FiGo, un giovane di colore dalla profondità di pensiero e dalla modestia davvero uniche. I quotidiani riportano la sua prodezza più recente con questo titolo: “L’ultima provocazione di Bello FiGo: video hot nell’Università di Pisa”. Il video lo ho girato senza autorizzazione nelle aule di Economia all’Università di Pisa e lo ha chiamato “Trombo a facoltà” – geniale, eh? Che novità, che provocazione! E’ la solita pagliacciata con modelle seminude sculettanti attorno a un uomo, la solita sceneggiata sessista, la solita fiera dell’oggettivazione femminile che abbiamo visto (e che continuiamo nostro malgrado a vedere) migliaia di volte su ogni media a disposizione.

Il razzismo non dovrebbe tenere distanti questi due. Dovrebbero invece trovarsi al bar, a ribadire davanti a una birra che le donne sono tutte zoccole e mera carne da trombare, restando completamente ignari – proprio come gli allegri redattori con il loro entusiasta hot! hot! hot! – di come questo alimenti la violenza contro le donne.

Maria G. Di Rienzo

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… noi no. “Bastia Umbra: «Il mio compagno mi ha ridotto così divertendosi». Giovane posta su Fb le foto degli abusi”

bastia

“Una storia agghiacciante di violenza sulle donne” è l’incipit preferito degli articoli al proposito. Poi ci dicono che le indagini da parte dei carabinieri sono in corso “per definire meglio i contorni dell’assurda vicenda di violenza su giovane una donna”. Lasciamo da parte i commenti che oscillano fra superficialità e connivenza – ormai le trovo insopportabilmente disgustose entrambe – e concentriamoci sulla supposta “assurdità” dell’accaduto.

Stando al vocabolario, assurdo è qualcosa che se riferito a fatti reali li indica come “quasi incredibili per la loro stranezza o eccezionalità”: basta continuare a scorrere o sfogliare le pagine dei giornali che riportano la notizia il 6 dicembre u.s. per accorgersi che non è così.

Narcotizza la moglie con un potente sonnifero e la violenta

“(…) Ad avviare l’inchiesta la denuncia sporta dalla vittima, che ha raccontato come il marito, fin dall’inizio della loro convivenza, nel 2005, l’avesse sottoposta a maltrattamenti fisici e morali.”, “Nell’ultimo periodo inoltre, l’indagato avrebbe anche minacciato la donna di pubblicare in rete video intimi che la ritraevano.”

Violentata a 11 anni davanti al centro commerciale, la bambina in lacrime: «Mi hanno fatto male»

“(…) costretta con la forza da due adolescenti di 15 e 16 anni a compiere atti sessuali”, “(…) le sarebbe arrivato un messaggio su WhatsApp con l’invito ad andare nella zona dove ci sono le giostre per i bambini. Lucia ci è andata, si è fidata, ma quel giovanotto non era da solo, era con un altro ragazzo. Prima le avance sessuali, alle quali la bambina si sarebbe sottratta, poi la violenza da parte di entrambi.”

Stuprata dal branco a 13 anni e costretta a emigrare al Nord, il papà: «Tutto il paese contro di me»

“(…) abusi ripetuti, andati avanti per due anni”, “I cinque condannati in primo grado (…) andavano a prendere la ragazzina da scuola, si appartavano con lei e la violentavano (…) ora sono in libertà in attesa del processo d’appello”, “Sono andato dal padre di uno di loro, che aveva 17 anni all’epoca: mi ha detto che mia figlia si era fatta una brutta nomea in paese. Altri mi dissero che non dovevo denunciare. Era come se mia figlia si fosse meritata quella violenza.”

Segregata e abusata nel pollaio dal cognato per un mese. Fugge nei boschi e riesce a chiedere aiuto

“Con l’inganno l’aveva fatta entrare in un pollaio dove l’aveva picchiava violentemente, anche utilizzando un tubo di plastica e l’aveva legata ad una branda metallica perché non scappasse. La donna veniva slegata solo un paio di volte al giorno perché si alimentasse, di solito con acqua e biscotti.”

Potrei continuare, ma mi sembra sufficiente: una violenza contro donne e bambine che si ripete quotidianamente, feroce e pervasiva, non può in alcun modo essere classificata come occasionale, strana, eccezionale. L’Italia ha quindi un problema grave ancora non affrontato in maniera corretta e la responsabilità dei media nell’aggravare la questione è assai pesante.

Cosa credete che circondi i pezzi di cui ho riportato sopra titoli e alcuni brani? Cose di questo tipo:

“Scatto hot – Elisabetta Canalis nuda tenta di coprirsi solo con le mani, ma non basta”, oppure “Il sito di incontri preferito dalle donne italiane” (il tutto corredato da immagini di corpi femminili seminudi e sdraiati).

L’oggettivazione è un motore e un alimentatore della violenza. Lo stiamo dicendo da decenni, è un’affermazione comprovata da una tonnellata di studi al proposito e l’Italia ha firmato dozzine di protocolli internazionali in cui si impegna a contrastarla. Un oggetto lo usi, lo compri, lo rompi a tuo piacimento. Suggerire di continuo che le donne sono solo “cose” da usare a scopo sessuale fa sì che picchiarle, stuprarle, sequestrarle, legarle a un letto in un pollaio diventino azioni “normali” nella mente di chi le compie.

Negli stessi giorni in cui la giovane di Bastia Umbra mostra come il suo compagno si “diverte” a massacrarla, abbiamo sulla stampa la descrizione di Nilde Iotti – partigiana, donna politica e prima presidente della Camera di sesso femminile che ha segnato un’epoca nel nostro Paese – come “emiliana simpatica e prosperosa, come solo sanno esserlo le donne emiliane. Grande in cucina e grande a letto. Il massimo che in Emilia si chiede a una donna” e dell’attrice Anna Foglietta che l’ha interpretata in uno sceneggiato televisivo come “una romana bella e soda, chiamata a interpretare la più soda presidentessa della Camera”. Le vite e le storie di entrambe sono ridotte a zero dal sessismo e dall’oggettivazione. Sode, brave a letto, e poi ti preparano anche lo zabaione: ecco come devono essere le donne per l’autore di questa idiozia e per il suo giornale (“Libero” – da neuroni superflui che indurrebbero la riflessione): strumenti a servizio degli uomini. I quali, ne deriva logicamente, possono quindi farne quel che a loro pare.

E abbiamo anche il cantante Cremonini con il suo ultimo singolo “Giovane Stupida”: i giornalisti ci spiegano che costui “scherza sul rapporto con la sua ragazza, definendola appunto, in maniera affettuosa, “giovane e stupida”. Aggettivi non graditi da alcuni utenti di Twitter, che hanno tacciato di maschilismo anche un altro verso: Complicazioni sentimentali: è più facile guardarti il culo mentre ti allontani“.

La ragazza in questione ha 21 anni, il signore quasi 40 – un’età in cui per gli uomini, soprattutto quelli ricchi, diventa difficile avere relazioni con coetanee: spesso infatti queste ultime “incitano con la parità e fanno andare l’uomo fuori di testa. Si permettono di dire delle cose, volere, pretendere” (https://lunanuvola.wordpress.com/2019/12/01/padroni-e-serve/) e in più i loro culi potrebbero aver perso vigore. Meglio stare con una che potrebbe essere tua figlia, così le natiche che guardi sono fresche (le tue no) e salvaguardi il tuo miserabile senso di superiorità definendola (affettuosamente, scherzando, ci mancherebbe) “giovane e stupida”.

Davvero, com’è che qualcuno accusa e taccia di maschilismo il sublime parto artistico di questo tizio? Meno male, dicono ancora i “giornalisti” che “l’esercito dei suoi fan è pronto a difenderlo”…

La risposta migliore la dà in un tweet Simona Urso (che non conosco e che ringrazio per averla potuta citare): A me piace uno più vecchio di me di 10 anni. Mo’ gli scrivo la canzone “Vecchio rincoglionito”. Chissà se funziona.

Maria G. Di Rienzo

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Novembre finisce così, con “Uccide la moglie a colpi di pietra e pugni, poi chiama il 118” (provincia di Chieti), “Uccide la compagna a bastonate e si impicca, aveva scritto a un’amica su Facebook: L’ammazzerò” (Brescia), “Uccise la compagna, pena dimezzata in appello: Era seminfermo di mente” (Roma). Tralasciamo gli stupri, gli episodi di violenza domestica e persino le felici “sex workers” minorenni di Foggia, le quali “vivevano in baracche chiuse dall’esterno con catene e lucchetti, costrette a prostituirsi per otto ore al giorno in cambio di un pacchetto di sigarette, private di telefoni e documenti e picchiate”: quella che ha denunciato, dopo essere fuggita durante la notte, era rimasta incinta e aveva abortito dopo una sessione di calci e pugni, ma i suoi aguzzini avevano già in programma – se avesse portato a termine la gravidanza – di vendere il neonato per 28.000 euro.

Novembre ci regala anche la risposta al perché in Italia trattiamo in questo modo le persone di sesso femminile: la fornisce Vito Borgia, padre di quell’Antonio 51enne che il 23 del mese scorso ha ammazzato Ana Maria Di Piazza. Quest’ultima aveva 30 anni, un figlio di 11, era l’amante dell’uomo (sposato) e aspettava un bambino da lui. Ed ecco la ragione per cui è stata uccisa:

Prima di tutto voglio chiedere scusa alla famiglia di Ana perché sono cose che non si devono fare. Sono il papà e l’ho cresciuto con una certa educazione, ma oggi le donne incitano con la parità e fanno andare l’uomo fuori di testa. Si permettono di dire delle cose, volere, pretendere. Ed è quello che è successo a mio figlio.

La nostra ferita è profonda tanto quanto quella della famiglia della ragazza defunta. Fino all’ultimo giorno, ho consigliato (a) mio figlio cose diverse da quelle che ha fatto, gli ho detto di stare sempre lontano dai guai.”

Come vedete, cocco di papà ha ricevuto un’educazione impeccabile sul rapporto tra i sessi: ci sono i padroni e ci sono le serve, è semplicissimo. Diciamo che il suo agire è stato un po’ grossolano (“certe cose non si fanno”) – come scaccolarsi in pubblico o ruttare in faccia a qualcuno – e che irresponsabilmente si è cacciato nei guai, ma è tutto, responsabilità non ne ha e al massimo merita uno scappellotto. Mentre bastonava, infilzava e finiva sgozzandola una donna incinta era semplicemente stato “incitato” a farlo da quest’ultima. Ana Maria si era permessa “di dire cose, volere, pretendere”. Non era stata al suo posto, la serva.

I giornali che riportano la dichiarazione summenzionata lo fanno con una faccia di bronzo assoluta. Al sig. padre nessuna domanda, negli articoli nessun commento o presa di distanza. E’ un’opinione, no? Può servire a guadagnare qualche lettore, si scatenerà una polemicuccia, avremo like e condivisioni: siamo operatori dei media e influencer, mica giornalisti.

Maria G. Di Rienzo

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Ma sì, facciamone a meno. Del 25 novembre e dell’8 marzo, intendo. Sono “vuote ricorrenze” che per ben due giorni l’anno tolgono attenzione agli uomini e li costringono a sparare stronzate immani online e offline pur di restare saldamente sul palcoscenico. Si va dai consueti “non è vero niente”, “e allora la Pas?” (e le foibe, e il PD?), “ma quando è la festa dell’uomo” all’esilarante “le donne ora stanno benone ed è tutto merito mio”.

Salvini (testo integrale): “Grazie al CodiceRosso voluto dalla Lega e approvato dal Parlamento, adesso ogni denuncia di violenza o minaccia deve essere esaminata dalla giustizia entro tre giorni: tanto dolore evitato, tante vite salvate. Un abbraccio Amiche.”

Be’, che sollievo! Invece di chiederti com’eri vestita, perché eri là a quell’ora, se avevi bevuto e quanto e in genere cosa hai fatto per provocare la violenza dopo tre mesi, te lo chiedono dopo tre giorni. Problema risolto, infatti i fan di Salvini rispondono al messaggio così (testo integrale):

“Peccato molte donne meritano di prenderle!

Perché non vi è animale più arrogante prepotente offensiva di una donna.

Si credono intelligenti solo loro e ignoranti gli altri, pensano sempre di aver ragione soprattutto quando hanno torto.

Le donne sono capaci solo di insultare e provocare…

Hanno la parità dei diritti e non hanno rispetto dell’uomo!

Molte di queste cagne meritano di soffrire.”

E i suoi compari di partito rispondono così:

“Violenza sulle donne, bufera sul consigliere leghista di Casalecchio: Il 90% delle denunce è falso

Secondo costui, il cui nome è Umberto La Morgia e la cui impresa eroica più recente è stata il presentarsi vestito da pinguino a una manifestazione delle “sardine” a Bologna, la violenza sulle donne è “un’esagerazione della cultura dominante femminista” e dovremmo invece occuparci “della violenza delle donne sugli uomini, purtroppo ancora poco riconosciuta, poco condannata e poco dibattuta. Violenza non solo fisica, ma che si manifesta anche attraverso l’alienazione parentale (la distruzione del rapporto padre-figlio da parte della madre) e le migliaia di false denunce che le donne usano per avvantaggiarsi sull’uomo in sede di separazione civile, il quale spesso viene ridotto al lastrico.”

Lo scenario è talmente fantasy che il suo segretario locale di partito è costretto a dissociarsi e a smentirlo: La Morgia “parla evidentemente a titolo personale”, però grazie a queste personali “opinioni” come consigliere vota contro un progetto per interventi di accoglienza, ascolto ed ospitalità per donne maltrattate o che hanno subito violenza – segno che il titolo personale non è scindibile dal titolo politico. Ma poiché l’importante è occupare comunque il palcoscenico, il segretario Gianluca Vinci coglie l’occasione per ricordarci che “Le sue parole, inopportune, non cancellano però la verità dei fatti: la Lega al governo ha dimostrato concretezza nella lotta alla violenza contro le donne, tanto da aver portato in aula il Codice Rosso, che oggi è legge.”

E che non ha cambiato di una virgola l’attitudine abominevole degli uomini del suo partito e degli uomini violenti in genere verso le donne, compreso il tronfio Salvini e la sua bambola gonfiabile “somigliante alla Boldrini”, le sue cubiste al Papeete e la sua preferenza per le scollature femminili.

Ovviamente, una legge da sola non potrebbe comunque produrre il mutamento radicale necessario a mettere in soffitta la violenza di genere, generata com’è tale violenza da secoli di patriarcato, sessismo e misoginia, ma svolge egregiamente il suo ruolo di fanfara per politici opportunisti, arroganti e cialtroni. Lo dico a titolo personale e quindi politico, sia chiaro.

Maria G. Di Rienzo

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“La verità è che non siamo un popolo che ama la parità.

Siamo un popolo di maschilisti uomini, e di maschilisti donne.

Anche noi donne, sì, sappiamo essere molto maschiliste.

Sappiamo esserlo quando giudichiamo le altre perché sono più giovani, più carine, più magre, più appariscenti e più di successo di noi.”

(Riflessioni di una “scrittrice e giornalista” sul rapporto Istat diffuso il 25 novembre u.s. riguardante la percezione dei ruoli e della violenza di genere, brano n. 1)

caselli

(so che ci avete pensato, ma non è lei)

Carine, magre, appariscenti e di successo. Sono le “cifre” della femminilità patriarcale odierna, ove “di successo” in Italia significa influencer (qualsiasi cosa voglia ormai dire), modella, velina, tronista o anche escort molto liberata e trasgressiva che sventola mutande “con ironia” – magari assieme al barzellettiere Berlusconi.

Dubito molto che costoro soffrano del giudizio delle altre donne, maschiliste o meno, per due motivi:

– innanzitutto, anche qualora qualcuna si permetta di non dare approvazione, giudicando semplicemente le azioni di costoro – non le persone, le azioni – per nulla giovevoli alla causa femminile / femminista, nessuna delle sue argomentazioni sarà ascoltata e lei stessa sarà immediatamente etichettata come “invidiosa”: infatti, è quello che fa anche l’articolista in questione;

– l’unico giudizio che conta, per le influencer – modelle o aspiranti tali, è quello del pubblico maschile, a cui ogni loro messaggio è diretto al fine di ottenere approvazione (ed eventuali vantaggi economici).

Sto dicendo che non possono farlo? No. Sto dicendo che come femminista non porgo il mio endorsement – di cui comunque se ne frega il mondo intero – e che rivendico pienamente il diritto di giudicare se quel che una persona fa va a favore o contro le istanze per cui lotto.

Inoltre, se occhi e orecchie non mi ingannano, è assai più frequente essere “giudicate” (nel senso di stigmatizzate e aggredite) qualora non si risponda al modello carina – magra – appariscente – di successo. O chi ha scritto il paragrafo riportato sopra non avverte il persistente urlio fatto di “brutta, cicciona, vecchia, sciatta, fica-di-legno” che impesta le vite delle donne, delle ragazze e persino delle bambine italiane?

“Leggendo che un cittadino su quattro (uno su quattro!) è convinto che l’abbigliamento possa essere una giustificazione per la violenza mi fa domandare: ma a cosa sono servite le campagne di sensibilizzazione? A cosa le manifestazioni? A cosa i film? A cosa i libri? A cosa le battaglie, soprattutto?

A cosa serve vivere in una bolla accompagnati da persone come noi – progressiste o presunte tali, sostenitrici accanite della parità di genere nella vita lavorativa come in quella privata – se poi l’Italia è questa che Istat ci sbatte in faccia con la crudeltà che solo i numeri sanno raccontare?”

(Brano n. 2)

So che sono pignola e me ne scuso: ma “leggendo… mi fa domandare” non va. O è “leggere mi fa domandare” o è “leggendo mi domando”. Ciò detto, prendo atto che il passaggio successivo a “invidiosa” è “inetta” e che inoltre questo sbavante essere inutile non vive neppure nella realtà, ma in una ristretta enclave di simili destinata a brusco risveglio grazie alla crudeltà dei numeri. Purtroppo come attivista a me non serve arrivare ogni anno al 25 novembre per conoscere i numeri. Li conosco tutti i giorni. Hanno nomi. Hanno volti. Hanno corpi che ho stretto fra le braccia.

A cosa è servito e serve, alle donne, contrastare la violenza di genere? E’ semplice: è servito e serve a salvarne qualcuna. E’ vero che preferiremmo si salvassero tutte, ma il percorso è lungo, pieno di ostacoli di una certa imponenza (politica, religione, attitudini socio-culturali) così come di pietruzze (le stronzate sulla libertà di essere serve per la soddisfazione maschile).

Non intendo svendere per nessuna/o quel che sta dietro alla lotta contro la violenza: femminismo, sorellanza, solidarietà, impegno e sogno. Ne’ accetto che altre/i lo facciano.

Maria G. Di Rienzo

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In prossimità della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne – 25 novembre – i quotidiani italiani commentano i dati forniti dalla polizia. I titoli sono più o meno di questo tipo: “Violenza sulle donne, una vittima ogni 15 minuti, 88 al giorno”, gli occhielli spiegano che “Vittime e carnefici sono italiani nell’80 per cento dei casi” (Salvini non ha commentato), negli incipit è assai frequente il termine “dati agghiaccianti” (ma in realtà, come vedremo, non si agghiaccia nessuno) e le illustrazioni sono le solite (schifezze): modella incastrata in un angolo in posizione fetale e in primo piano braccio di un uomo con la mano stretta a pugno; modella che alza un braccio con la mano aperta e distoglie il volto, ecc.

Il rapporto della polizia di stato fotografa una situazione che appare insuscettibile di mutamento: “Senza distinzione di latitudine, l’aumento di vittime di reato di sesso femminile è lo stesso in Piemonte come in Sicilia.”, di queste “Il 36% subisce maltrattamenti, il 27% stalking, il 9% violenza sessuale e il 16% percosse.”, “L′82% delle volte chi fa violenza su una donna non deve introdursi con violenza nell’abitazione, ha le chiavi di casa o lei gli si apre la porta: è infatti quasi sempre il compagno o un conoscente.”, “Il femminicidio è rimasto praticamente stabile ma è un dato che preoccupa a fronte del fatto che, nello stesso periodo, gli omicidi con vittime di sesso maschile sono diminuiti del 50 per cento.”

“Unico dato consolante del report – spiegano gli articoli – è la maggiore coscienza dei delitti subiti, una rinnovata propensione e fiducia nel denunciare: è aumentato, insomma, il numero di vittime che considerano gli atti violenti subiti un reato.” E questi stessi articoli sono circondati, ovviamente e purtroppo, da altri pezzi con titoli del tipo: “Stupra la moglie con gli amici prima della separazione. Arrestato 40enne nel lecchese – L’uomo è accusato anche di lesioni nei confronti del figlio minorenne” o “Torino, perseguita la ex: stalker arrestato due volte in 4 mesi – L’uomo è finito in manette perché, 10 giorni dopo la scarcerazione, è tornato a perseguitare la ex moglie”.

Le vittime hanno più consapevolezza di star subendo un torto, quindi, ma ai perpetratori non è arrivato un milligrammo di coscienza in più: perché a loro la società nel suo complesso non sta inviando messaggi diversi dal solito, solito sintetizzabile in “le donne sono tutte troie, false e vittimiste, provocano la violenza e poi denunciano per incastrare gli uomini e spillare loro soldi”.

In cronaca, attualmente, c’è anche questo:

“La Corte di Isleworth ha deciso: sette anni e mezzo di carcere per Nando Orlando, 25 anni, napoletano, e Lorenzo Costanzo, il suo amico bolognese di 26 anni, accusati di aver abusato di una ragazza australiana, in una stanzetta all’interno di una discoteca londinese, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2017”.

https://lunanuvola.wordpress.com/2019/10/17/cosa-ci-vuole/

La giovane donna in questione, reitero per chi non ha voglia di andare al link, ha dovuto essere operata per le lesioni subite durante… un frizzante rapporto occasionale e del tutto consensuale con due aitanti sconosciuti:

“Nando e Lorenzo non si erano accorti che quella ragazza era ubriaca, li aveva provocati mentre ballava, segnale chiaro – secondo l’avvocato Maurizio Capozzo – che ci stava.”

Non occorre che una donna dica, basta che segnali. Questo è il “consenso secondo Capozzo et al.”: l’interpretazione delle segnalazioni è demandata ai maschi di turno ed è pertanto incontestabile.

Ma non basta. Per Nando Orlando, nella natia Napoli, è subito partita “la mobilitazione tra gli amici” che “hanno organizzato una vera e propria catena di solidarietà” inviando a centinaia di persone messaggi su Whatsapp con la richiesta di inviare mail ai giudici inglesi.

“Sarai sicuramente a conoscenza dell’ingiustizia della quale è rimasto vittima, – scrivono gli amici – di conseguenza ti vorrei chiedere di scrivere una mail per spiegare come lo conosci, che tipo di persona è, e soprattutto che non fa uso di droga o abuso di alcol.” Altri suggerimenti includono il descrivere “il suo comportamento (da gentiluomo) nei locali notturni” e il sottolineare “l’impatto negativo” del carcere sul futuro di questo irreprensibile giovanotto “che ha sempre studiato”.

A me gli amici di Nando “agghiacciano” più delle percentuali del rapporto citato all’inizio. Il pensiero della sofferenza della ragazza non li sfiora neppure. Come la vicenda avrà impatto sul futuro di lei è per loro irrilevante. L’essere stata stuprata diventa un’ingiustizia subita dai suoi stupratori. La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. (1984, George Orwell)

Voi capite, vero, perché a breve quei dati – una vittima ogni 15 minuti, 88 al giorno – non cambieranno?

Maria G. Di Rienzo

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