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Posts Tagged ‘patriarcato’

madrid 8 marzo 2019

“Vogliamo il vostro rispetto, non i vostri complimenti”: questo scandivano le donne durante le manifestazioni spagnole per l’8 marzo; il “titolo” che portavano tutte le iniziative era “Abbiamo mille ragioni”. L’immagine – da El País – è relativa a quella di Madrid: la dimostrazione delle donne ha superato colà le 350.000 presenze (a Barcellona erano 200.000). Lo sciopero di due ore indetto dalle organizzatrici ha raggiunto l’80% nelle università e il 61% nelle scuole secondarie superiori. I sondaggi dicono che poco più del 64% delle ragazze spagnole sotto i 25 anni si definisce femminista.

Fra le mille ragioni, le dimostranti hanno abbondantemente citato la violenza di genere, il divario sui salari e gli ostacoli all’accesso alle posizioni di responsabilità, nonché la crescita della destra spagnola che ha determinato uno spostamento verso posizioni retrive da parte del Partito Popolare (interruzione di gravidanza). La riuscita di centinaia e centinaia di manifestazioni – per farvi un esempio solo in Andalusia ce ne sono state 139 – ha mandato in pallone i politici di destra che hanno gridato al sequestro dell’8 marzo da parte della “sinistra femminista”.

Quest’ultimo concetto è qualcosa che io non sono mai riuscita a vedere in opera, meno che mai in Italia sebbene a diversi intervalli il termine sia infilato nelle piattaforme e più raramente nelle definizioni da slogan elettorale di aggregazioni di micro partiti e soggetti vari. “Ecologista” è sdoganato (non ti dicono più che vuoi piantare le margherite sull’A4), “nonviolento” un po’ meno ma ci sono buoni segnali (quelli che ti dicono “Allora ti va bene prenderle” si sono leggermente ridotti), “femminista” è ancora verboten e ogni volta che lo pronunci, lo scrivi, lo rivendichi devi maneggiare insulti, minacce, deliri e patetiche pseudo-spiritosaggini.

Io non credo si tratti di mancanza di informazioni: solo usando internet con un pizzico di intelligenza persino l’individuo più disinformato può crearsi una base di conoscenza (e ascoltare le donne / le femministe è sempre una possibilità).

Io non credo si tratti di differenze di opinioni: le aggressioni dirette alle femministe mancano in toto di argomentazioni razionali e in generale di quel minimo di educazione necessario a una conversazione sensata.

Io non credo si tratti di difficoltà di comprensione dovuta a linguaggi criptici o ultra specialistici: la frase “Vogliamo rispetto, non complimenti” necessita, per essere capita, di un apprendimento di base della lingua parlata normalmente accessibile anche a un analfabeta.

Io non credo si tratti della “crisi” degli uomini (ormai più che quarantennale in Italia) provocata dall’avanzamento, lento e costantemente messo in questione e in pericolo, dei diritti umani delle donne.

Io credo si tratti di mancanza di coraggio. Credo che troppi appartenenti alla sinistra italiana, uomini e donne, siano codardi, privi di prospettiva (e di sogni che non riguardino il proprio personale successo, sogni collettivi), subalterni alla visione del mondo dei loro avversari, complici per volontà o superficialità dell’attuale clima culturale del paese in cui l’attitudine medievale verso le donne, invece di arretrare, avanza spedita a colpi di passerella obbligatoria per tutte le età e qualsiasi professione, tribunali macho-friendly (per esempio, se una donna è “brutta” non può essere stuprata: clamoroso falso del 10 marzo 2019, smentito da tutti i dati in nostro possesso ovunque), concezione proprietaria e relativa oggettivazione di donne e bambine spinta al massimo livello (per cui si può ripetutamente stuprare la propria figlioletta di quattro anni, trasmetterle una malattia venerea e filmare il tutto per farsi una pippa nella pausa pranzo al lavoro: Cuneo, 9 marzo 2019), stupri e tentati stupri, femicidi e tentati femicidi (la scorsa settimana di cronaca la dice lunga sulla brutalità e sulla persistenza della violenza di genere in Italia).

Per uscire dal circo degli orrori è necessario come primo passo il riconoscere questi ultimi per tali. Il secondo è l’analisi di cause e conseguenze della violenza di genere, per la quale è disponibile almeno un secolo di lavoro femminista. Il terzo è la volontà di avventurarsi in un territorio diverso: cambiando comportamento, riscrivendo il proprio posto e il proprio senso rispetto all’esistente, sfidando l’attitudine che ridicolizza e umilia le donne senza darla per scontata o peggio ancora per “naturale”, osando accettare la libertà che il femminismo crea per ogni essere umano e vivendola in prima persona.

Maria G. Di Rienzo

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Dalla stampa, 2 marzo 2019:

“Ho una famiglia normale, non ho gay, non ho niente” – Giuseppe Brini, candidato sindaco del centrodestra a Pontedera, prima versione.

“Mi scuso perché le parole che ho usato possono essere offensive della sensibilità di persone che non debbono essere giudicate per la propria inclinazione sessuale. Mi sono espresso male e probabilmente qualcuno si sarà offeso delle mie parole e me ne dispiaccio.” – sempre Giuseppe Brini, un’ora dopo.

“La frase sui gay è inaccettabile e non rispecchia in alcun modo il pensiero della Lega. (…) Per noi ognuno è libero di seguire l’orientamento sessuale che più lo aggrada e questo è testimoniato dal fatto che abbiamo iscritti e simpatizzanti omosessuali” – Edoardo Ziello, deputato leghista presente all’exploit del candidato.

Nel frattempo, il Ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana, leghista, sponsorizza la prossima kermesse veronese del “World congress of families” (coalizione che esprime visioni retrograde condite di sessismo e omofobia, con qualche punta di delirio del tipo “gay = assassini”). Si evince da ciò che il “pensiero della Lega” in materia non è ne’ chiaro ne’ unanime.

La popolazione italiana conta oltre sessanta milioni di persone. Gli “anormali” di cui è improvvido urtare la sensibilità, perché dai 18 anni in poi votano, sono stimati in oltre tre milioni. Direi che come minoranza è consistente al punto di incrinare la supposizione di anormalità con il solo numero, senza necessità di approfondimenti scientifici che comunque esistono e che confermano l’omosessualità quale variante statistica del comportamento umano: pure, persiste un’ignoranza quasi completa su cosa l’essere omosessuali sia e comporti.

Brini crede si tratti di una “inclinazione”: cioè, queste persone avrebbero semplicemente una disposizione a provare affetto e attrazione per esseri umani dello stesso sesso e se di disposizione si tratta, come quella che un individuo può avere per la musica o per la matematica, possono scegliere di non manifestarla e persino di reprimerla. Fra i relatori del “World congress” di cui sopra, ci sarà di sicuro qualcuno che spiegherà anche come “curarla”.

Ziello dice – non proprio in italiano – che “ognuno è libero di seguire l’orientamento sessuale che più lo aggrada” (andava meglio che più gli aggrada, o che più lo soddisfa) ma l’orientamento sessuale non è una cosa che scegliamo di prima mattina fra le opzioni disponibili quel dato giorno, è qualcosa che sta con noi come il colore dei nostri capelli e la nostra statura. Possiamo colorare i primi e mettere scarpe con i tacchi per fingere qualche centimetro in più, ma i capelli continueranno a crescere castani e tolte le scarpe continueremo a misurare 1 metro e 60. O possiamo fingere di essere eterosessuali, come molte persone hanno fatto in passato e fanno tuttora, e vivere una vita da maschere di teatro non confortevole – e a volte disumana – per noi e per le persone con cui abbiamo relazioni mai del tutto sincere: ma agendo in modo così anormale rispetto a chi noi siamo non ci daranno degli anormali a priori, curioso.

Se quelli che definiscono se stessi e le loro famiglie “normali” intendendo l’ambito eterosessuale dessero un’occhiata più approfondita a quest’ultimo forse dovrebbero rivedere il concetto. In Italia, partner o ex partner eterosessuali, normali, uccidono una donna ogni 72 ore. In Italia, mariti padri compagni conviventi normali ecc. stuprano, picchiano, perseguitano donne e abusano di bambine/i (spesso si tratta della loro prole). In Italia, il maggior rischio per le donne di subire violenza viene dagli uomini con cui hanno relazioni di intimità e il maggior rischio di essere uccise lo corrono quando lasciano il partner o dichiarano di volerlo lasciare.

Il quadro indica una concezione patriarcale e quindi proprietaria della donna (oggetto inferiore che l’uomo giudica, valuta, dirige, prende, possiede e così via), il fondamento della violenza che dobbiamo smantellare, perché se continuiamo a implicare che la violenza è ingrediente inevitabile – necessario – erotico della relazione eterosessuale poi non possiamo stupirci ne’ delle sue cifre, ne’ delle attitudini tenute nei tribunali per cui se sei un uomo e strangoli una donna durante “una tempesta emotiva determinata dalla gelosia” ti dimezzano la pena (Bologna, 3 marzo, sentenza relativa all’omicidio di Olga Matei da parte di Michele Castaldo: “Ho perso la testa perché lei non voleva più stare con me. Le ho detto che lei doveva essere mia e di nessun altro. L’ho stretta al collo e l’ho strangolata.”)

La violenza esiste anche nelle relazioni omosessuali, ma stante la casistica al proposito dovrei razionalmente essere più serena se una mia ipotetica figlia mi dicesse di essere lesbica.

Maria G. Di Rienzo

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Forse ricordate il villaggio delle donne in Kenya, Umoja, fondato negli anni ’90 da una quindicina di sopravvissute alla violenza domestica fra cui la straordinaria Rebecca Lolosoli, attuale “presidente” del posto.

https://lunanuvola.wordpress.com/2013/12/31/e-questo-e-quanto/

Le donne Yazidi sfuggite alla guerra e alla schiavitù (in sintesi all’Isis) hanno fatto la stessa cosa nel nordest della Siria. Il villaggio si chiama Jinwar ed è stato inaugurato ufficialmente il 25 novembre 2018, Giorno internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E’ basato sull’eguaglianza di chi ci vive e il suo scopo è fornire alle donne un posto libero da violenza e oppressione: le abitanti non sono solo Yazidi e curde ma anche arabe, perché il villaggio accoglie qualunque donna in difficoltà e eventualmente i suoi bambini femmine e maschi.

murales a jinwar di bethan mckernan

Quello che segue è un brano dell’articolo “We are now free: Yazidis fleeing Isis start over in female-only commune” di Bethan McKernan per il Guardian, datato 25 febbraio; anche l’immagine del murale di Jinwar è sua.

“Durante il genocidio, gli uomini Yazidi furono radunati, uccisi a fucilate e abbandonati in fosse comuni. Le donne furono prese prigioniere allo scopo di essere vendute nei mercati di schiavi dell’Isis e molte passarono da un combattente all’altro subendo abusi fisici e sessuali.

Jinwar è una comune femminile, organizzata dalle donne della locale amministrazione curda per creare uno spazio in cui le donne potessero vivere “libere dalle costrizioni di strutture di potere oppressive come il patriarcato e il capitalismo”.

Le donne si sono costruite da sole le loro case, si fanno il pane, accudiscono il bestiame e coltivano la terra, cucinano e mangiano insieme. Davanti a pollo e riso, e più tardi a musica e danza, le residenti discutono di come se la stanno cavando i nuovi alberi appena piantati, albicocchi, melograni e ulivi.

“Abbiamo costruito questo posto da noi stesse, mattone dopo mattone. – dice la 35enne Barwa Darwish, che è venuta a Jinwar con i suoi sette figli dopo che il suo villaggio nella provincia di Deir Ezzor è stato liberato dall’Isis e suo marito, che si era unito alla lotta contro il gruppo, è morto in battaglia – Sotto l’Isis eravamo strangolate e ora siamo libere. Ma anche prima di questo, le donne stavano a casa. Non uscivamo e non lavoravamo fuori casa. A Jinwar, ho capito che le donne possono stare in piedi da sole.”

Jinwar è uscita dall’ideologia democratica che ha alimentato la creazione di Rojava, uno staterello curdo nella Siria nord orientale, sin da quando scoppiò la guerra civile nel 2011. L’area se l’è cavata largamente bene nonostante la presenza di nemici da ogni lato: l’Isis, le truppe del presidente siriano Bashar al-Assad e la Turchia, che vede i combattenti curdi come un’organizzazione terroristica.

La rivoluzione delle donne, com’è noto, è una parte significativa della filosofia di Rojava. Indignate dalle atrocità commesse dall’Isis, le donne curde formarono le proprie unità di combattimento. Più tardi, donne arabe e Yazidi si unirono a loro in prima linea per liberare le loro sorelle. Ma a casa, molte parti della società curda sono ancora profondamente conservatrici. Alcune delle donne ora a Jinwar sono fuggite da matrimoni imposti e abusi domestici. Queste dinamiche, così come l’eredità degli otto anni di brutale guerra in Siria, devono essere disimparate a Jinwar.

“Quando le famiglie arrivano, dapprima i bimbi arabi non vogliono giocare con quelli curdi. – dice Nujin, una delle volontarie internazionali che lavorano al villaggio – Ma in neppure due mesi si può già vedere il cambiamento. I bambini sono tutti più felici. Il villaggio è la miglior forma di riabilitazione per tutte le cose che queste famiglie hanno sofferto.”

Jinwar è ancora in costruzione: ci sono giardini da piantare e una biblioteca vuota che aspetta i suoi libri. La comunità sta tuttora vagliando idee. Oltre a quella di un centro di istruzione c’è l’idea di creare una piscina da utilizzare in estate. La maggioranza delle residenti la userebbe per la prima volta, giacché le piscine sono riservate agli uomini in gran parte del Medio oriente. Le donne hanno anche già votato per avere lezioni di guida e per dare inizio a un’attività commerciale di sartoria.”

Maria G. Di Rienzo

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A cavallo fra la scorsa settimana e la settimana attuale si sono dati alcuni episodi di cronaca che hanno sollecitato in un congruo numero di persone (in maggioranza di sesso maschile) l’espressione di sconcerto e orrore, nonché di severo biasimo, verso donne assolutamente coerenti con gli insegnamenti loro forniti a livello sociale, il che io trovo del tutto assurdo. Stanno facendo quel che gli dite di fare, perciò per quale motivo le assalite con le bave alla bocca, signori? Dovreste dar loro una medaglia.

Non si trattava di bieche brutte femministe odiatrici di uomini, ma di donne obbedienti che hanno avuto figli a 15 anni perché l’aborto è “egoismo” o addirittura “assassinio”, che quando il compagno picchia e quasi uccide i loro bambini parlano di “raptus” (cos’altro hanno mai avuto la possibilità di sentire, sulla violenza maschile?) e ripetono “Ma io lo amo”, che quando il compagno vuole stuprare una delle creature che hanno messo al mondo si prestano a essere complici e spiegano alla figlia in questione che è suo dovere essere sottomessa al maschio in generale e al patrigno in particolare.

Non ricordate niente?

I media italiani, per esempio, diffondono costantemente messaggi del tipo “dio ha fatto le ragazze perché noi le prendessimo” e “pagare una donna di meno vuol dire amarla di più”; parlano a vanvera della crisi infinita che gli uomini vivrebbero a causa di un’eguaglianza di genere che nemmeno esiste; scusano e giustificano e glorificano e erotizzano la violenza e lo sfruttamento in ogni modo possibile – e la donna da amare tanto per dirne una, la vera e brava donna, il preclaro esemplare di femminilità, è quella che ha portato il suo fidanzato “in un bordello, gli ha fatto scegliere un’altra ragazza e si sono divertiti tutta la notte insieme: come fai a non innamorarti di una donna così, giustamente?”

Non vedete niente?

I consigli / ordini sociali alle donne sono quelli di usare il proprio corpo per raffigurare disponibilità sessuale e impotenza. Guardatele. Devono mantenere il proprio corpo piccolo, stretto, contenuto in misure prescritte. Si assicurano di non prendere troppo spazio sui trasporti pubblici o nei luoghi pubblici. Camminano e si siedono in modi rigidi, che si tratti di sculettare per la vostra soddisfazione o di tenere le gambe strette in una postura difensiva. Se manifestano assertività, se i loro corpi sono abbondanti o massicci, sono oggetto del più profondo e schiamazzante disgusto. Se non recitano ogni giorno la deferenza nei confronti dei padroni – esseri superiori – giudici maschi, sanno (e voi sapete) che la violenza nei loro confronti è una conseguenza più che probabile: un’eruzione di violenza, nello specifico, perché abusi molestie discriminazioni insulti sono cifre costanti della vita di una donna dalla culla alla tomba.

E voi cos’è che fate, esattamente?

Spostate la responsabilità e la colpa dal picchiatore / stupratore / assassino alla madre delle vittime. Gli uomini sono mine vaganti, concentrati di sana violenza (eh, è naturale, sono fatti così… però anche se lo ripetete un miliardo di volte resta scientificamente non vero) che toccherebbe alle donne loro legate per parentela o vicinanza mitigare e circondare di airbags. Direi che è molto comodo. Non sono stato io, il maligno raptus mi ha sconvolto e inoltre la mamma non ha fatto niente per fermarmi. Però a picchiare, violare e uccidere sei stato proprio tu, legittimato da costrutti sociali e vulgate mediatiche e dai tuoi pari che corrono ad assolverti.

Contrastare la violenza no e rifiutarla no, queste cose le donne non possono farle; se ci provano diventano le brutte bieche femministe odiatrici di uomini di cui sopra, nonché madri “alienatrici” dei loro figli. Meglio morire:

“15 febbraio, La Stampa – Si uccide il giorno prima del processo contro il suo ex. Lo aveva denunciato per violenza. La tragedia a Trieste. La donna lascia due bambini piccoli.” La denuncia, spiega l’articolo, “l’unica arma che aveva la giovane per difendersi dalle botte” dev’essersi trasformata “in un enorme senso di colpa per aver portato in tribunale il padre dei suoi figli.”

Una buona serva non l’avrebbe mai fatto, giusto? Maria G. Di Rienzo

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Quando ci si imbatte in storie allucinanti ove padri abusano delle loro figlie – per anni, sentendosi del tutto legittimati a farlo, protetti e scusati o “non visti” dall’immediato circondario – a volte vien da dire che è preferibile essere orfane. Purtroppo, però, essere orfane non ci protegge dai padri affidatari o adottivi.

In quel di Winnipeg, Canada, c’è un signore sposato, religioso e di buona fama, così generoso da adottare due coppie di bambine (dopo aver “consumato” la prima coppia ne ha presa una con data di scadenza più lunga). Gli articoli fanno riferimento ai nomi delle sue vittime come A B C D, poiché il tribunale ha emesso – giustamente – un bando al pubblicare quelli veri.

A e B entrano nella loro nuova famiglia nel 2008: hanno rispettivamente 9 e 11 anni. “Papà” provvede a iniziarle con palpeggiamenti, per poi passare a fellatio e a stupri anali e vaginali. Questi ultimi li riserva alla bambina A, dicendo alla bambina B che vuole “preservare la sua verginità per il suo futuro marito”. Riguardoso, non c’è che dire. Ma visto che è anche un tipo allegro, costruisce una rimessa apposita dotata di materasso dove tenere “pigiama party” con le sue piccole vittime. A stima di essere stata violata da lui fra le 300 e le 600 volte. Il signore si prende una pausa di solo due mesi in otto anni di violenze su minori: spiega alle figlie adottive che deve farlo perché “Dio sta guardando” – probabilmente aveva solo problemi alla prostata o chi stava guardando un po’ troppo era sua moglie.

Gli abusi continuano sino a quando A e B escono dalla casa degli orrori nel 2016; nel dicembre di quello stesso anno vanno dirette alla polizia e denunciano il loro aguzzino. Il fatto è che costui ha già altre due bambine, C e D di 12 e 9 anni, fra le grinfie. E i servizi sociali non gliele sottraggono. In questi giorni sui media canadesi sta infuriando una discussione piuttosto aspra su protocolli, leggi e sistemi che hanno permesso allo stupratore, reo confesso nel marzo 2018, di andarsene “in vacanza” all’estero con moglie e figlie adottive non appena gli è stato notificato che era in corso su di lui un’indagine per violenza sessuale su minori. Sapete, il poverino “aveva paura che gli portassero via le bambine” e c’è da credergli: stuprava anche quelle, ovviamente, come la polizia ha accertato.

Arrestato nel febbraio 2017, gli viene concesso il rilascio su cauzione, a patto di non aver contatti con minori e di vivere a un indirizzo diverso da quello a cui risiedono moglie e figlie adottive. Non gli viene proibito espressamente di accedere alla casa e difatti gli abusi nei confronti di C continuano per un mese dopo l’arresto e quelli nei confronti di D addirittura per tre mesi. Il processo per queste violenze è attualmente in corso.

Meglio tardi che mai, ma purtroppo sempre tardi è. Quali che siano le esatte responsabilità istituzionali, il fallimento nel proteggere quattro bambine (rese ancora più vulnerabili dall’aver perso la propria famiglia) posa su un sottotesto consueto – non per questo meno abominevole: la scarsa credibilità che la società accorda alle vittime di violenza sessuale e il contraltare dell’estrema fiducia e stima garantite comunque al perpetratore. Un uomo così perbene. Un uomo così devoto. Ma soprattutto un uomo.

Maria G. Di Rienzo

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All’inizio, secondo l’individuo che ha ucciso un bambino di 6 anni a botte e ne ha spedito la sorellina maggiore di un anno all’ospedale con ferite definite dai medici “raccapriccianti”, erano “caduti dalle scale”. Pugni, calci e colpi con il manico di scopa sono andati avanti da sabato sera (26 gennaio) a domenica pomeriggio. L’assassino picchiatore si chiama Tony Essobdi Bedra, ha 24 anni ed è il compagno della madre trentenne dei bambini, che è anche madre di un figlio suo di quattro anni (per fortuna illeso).

Il sindaco di Cardito, ove ciò è accaduto, ha detto alla stampa: “Conosco il ragazzo fermato e la sua famiglia. Sono persone tranquille.”. I giornalisti hanno aggiunto che il signore in questione ha “piccoli precedenti di polizia per scippo e droga”. Lui stesso ha infine spiegato dopo cinque ore di interrogatorio che sì, ha pestato i bambini ma solo per “insegnare loro l’educazione e il comportamento“.

Tony Essobdi Bedra è un ragazzo tranquillo (mica un violento per carità!), che di tanto in tanto scippa o spaccia (capita a tutti, vero, signor sindaco?) e spesso picchia i bambini che ha in casa – il piccolo deceduto aveva cambiato scuola giacché era solito arrivare in classe con lividi e occhi neri. Cercate di capirlo, il povero giovanotto dalle mani svelte era “esasperato”: “Li ho picchiati perché davano fastidio, rompevano tutto, e non stavano al loro posto. Hanno persino graffiato i mobili della cameretta che avevo appena comprato con un grosso sacrificio economico.” e finisce per uccidere a bastonate una creatura di 6 anni. Adesso a stare al loro posto, ai bambini, gliel’ha insegnato. Il posto di Giuseppe è al cimitero e quello di Noemi in pediatria – in più, costei si porterà dietro gli sfregi permanenti dell’aver subito abusi abominevoli e dell’aver assistito all’omicidio di suo fratello da parte del “papà”.

Nei commenti agli articoli relativi volano mannaie, si invoca la pena di morte o l’inasprimento delle pene e si spera che una volta finito in carcere l’assassino sia preso di mira dagli altri detenuti; qualcuno dà la colpa alle situazioni di “degrado, povertà, disperazione” in cui avrebbero origine simili “tragedie”, qualche altro ribatte indignato menzionando la bieca “cultura tunisina” di cui non sa un piffero (l’uomo ha padre tunisino e madre italiana ed è nato in Italia)… ma la principale responsabile (lo avevate indovinato, lo so) per questi fini socio-psico-tuttologi è la madre dei piccoli. La frase più blanda è qualcosa del tipo “Ha esposto i figli al rischio della presenza di un individuo pericoloso”, il resto sono insulti veri e propri e severe ammende a tutto il genere femminile reo non solo di attirarsi addosso la violenza maschile, ma di “permettere” agli uomini di uccidere i bambini.

Le donne non sono responsabili del comportamento degli uomini: ognuno di noi, femmina o maschio, è responsabile di ciò che sceglie di fare. Le donne e le madri in particolare non sono dotate di super-poteri grazie ai quali possono cambiare magicamente il comportamento dei loro partner, ma dirò di più: non sono dotate neppure di una normale dose di credibilità come esseri umani e come cittadine, perché quando di fatto rendono noto che il partner è “pericoloso” le istituzioni patriarcali dubitano, i poliziotti tentennano, i giudici temporeggiano e qualche idiota abissale sbatte loro in faccia la farlocca “sindrome di alienazione parentale”. Meglio morti che alienati, perdio, come se da figli per detestare un padre violento e desiderare il suo allontanamento dalle nostre vite avessimo bisogno che mamma ci soffi nell’orecchio.

Inoltre, non esistono responsi automatici neuronali o ormonali alle situazioni che inducano a picchiare due bambini per quasi due giorni di fila. La violenza è sempre una scelta. Il signore poteva fermarsi quando voleva. Non ha voluto. E nonostante avesse una storia di violenza non solo domestica alle spalle, che dimostra come l’azione violenta fosse il suo primo responso a qualsiasi “problema”, ancora questa società vuole trovare scusanti (il degrado) e colpevoli alternativi: rifiutando di riconoscere che il controllo coercitivo è una scelta fatta dagli uomini che credono di essere titolati al possesso di donne e bambini, rifiutando di riconoscere che gli uomini che uccidono donne e bambini sono prodotti dalle attitudini patriarcali che hanno appreso e mettono in pratica.

Il sig. Tony Essobdi Bedra era così sicuro dell’approvazione sociale rivolta al suo ruolo superiore di maschio punitore che era solito prendere a calci il piccolo Giuseppe anche di fronte ai suoi conoscenti. Un ragazzo tranquillo con precedenti penali (minuscoli!) che si sentiva legittimato a insegnare “educazione e comportamento” ai figli della sua compagna a bastonate. Probabilmente chiedeva scusa alle signore a cui strappava via la borsetta e non ha mai “tagliato” una dose prima di venderla. Un galantuomo.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Breaking Out of the Domination Trance”, di Riane Eisler per Kosmos – inverno 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta della trascrizione dell’intervento di Eisler al Summit 2018 sulla Sicurezza in Irlanda. Riane Eisler è presidente del “Center for Partnership Studies”, femminista, avvocata per i diritti umani di donne e bambine/i, autrice di libri tradotti in tutto il mondo: l’immagine la ritrae con uno di essi. Il suo sito è rianeeiesler.com )

riane

(…) In numero sostanziale stiamo cominciando a emergere da quella che io chiamo la “trance del dominio”, una trance perpetuata da tutte le nostre istituzioni, i nostri sistemi di credenze, da ambo le nostre narrative – popolare e scientifica, e persino dal nostro linguaggio, perciò stiamo solo cominciando a vedere qualcosa che, una volta articolato, può apparire ovvio: che i modi in cui una società costruisce i ruoli e le relazioni fra le due forme base della sua specie – maschile e femminile – così come costruisce le relazioni durante la prima infanzia, sono in effetti istanze sociali che hanno impatto diretto sul fatto che tutte le nostre istituzioni sociali (dalla famiglia all’istruzione, dalla religione alla politica e all’economia) siano egualitarie o diseguali, autoritarie o democratiche, violente o nonviolente. (…)

Nessuna società è un sistema di assoluto dominio o assoluta cooperazione; si tratta di un continuum cooperazione-dominio. Ma voglio darvi brevemente qualche esempio di società contemporanee che sono vicine all’estremità del dominio della bilancia sociale. Sono società molto differenti se le osserviamo solo attraverso le lenti delle categorie sociali convenzionali: la Germania nazista di Hitler, un società di destra occidentale e laica; la Corea del Nord di Kim Jong-un, una società di sinistra orientale e laica; i Talibani dell’Afghanistan, una società orientale religiosa; i regimi teocratici a cui aspirano i fondamentalisti religiosi occidentali.

Nonostante tutte le loro differenze, queste società condividono la configurazione chiave del dominio:

* Consistono di gerarchie di dominio, non solo nello Stato ma anche nella famiglia e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Sostengono un sistema di valori basato sul genere. Danno un rango superiore al maschile sul femminile, con rigidi stereotipi su femminilità e mascolinità e, tramite questi, svalutano qualsiasi cosa considerata “tenera” o femminile a livello culturale, come l’avere cura, il prestare assistenza e la nonviolenza, che sono considerate cose totalmente non appropriate per i “veri uomini”, vanno bene solo per gli “effeminati” o per le deboli sorelle, e non sono parte del sistema di valori guida in ambito sociale ed economico.

* La terza componente chiave delle configurazioni sociali del dominio – e queste componenti si sostengono l’una con l’altra – è la violenza condonata e idealizzata socialmente. Dal pestaggio di figli e moglie ai pogrom allo stato di guerra cronico, mantenere i rigidi ordinamenti superiore-inferiore del dominio (uomo sopra donna, uomo sopra uomo, razza sopra razza, religione sopra religione e così via) richiede un alto grado di violenza incorporata, inclusa la violenza contro donne e bambini che, qui, stiamo lavorando per lasciare indietro.

Al contrario, la configurazione chiave del sistema di cooperazione consiste di:

* Una struttura democratica ed egualitaria sia nella famiglia che nello Stato o tribù, e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Relazione paritaria d’eguaglianza fra donne e uomini e, con questo, alta valutazione delle caratteristiche e delle attività cosiddette “tenere” o femminili sia nelle donne sia negli uomini, così come nelle politiche sociali ed economiche.

* Un basso livello di violenza incorporata; c’è qualche forma di violenza, ma non è necessaria a mantenere gerarchie di dominio. I sistemi orientati alla cooperazione hanno anche gerarchie, ma sono gerarchie relative alla concretizzazione, dove il potere – come vediamo sempre di più mentre tentiamo di muoverci verso la cooperazione – non è potere sugli altri, ma potere di fare e potere con gli altri.

Di nuovo, le culture che si orientano verso il lato della cooperazione possono per altri aspetti essere molto diverse. Possono essere società tribali, come per i Teduray delle Filippine; società agrarie, come per i Minangkabau di Sumatra; possono essere società tecnologicamente avanzate come Svezia, Finlandia e Norvegia.

Voglio sottolineare che l’archeologia, lo studio delle mitologie, gli studi sul DNA, la linguistica e altre discipline stanno documentando ora che per la maggior parte dell’evoluzione culturale umana le società sembrano essersi orientate primariamente sulla bilancia sociale verso la cooperazione.

Non sto parlando solo delle migliaia di anni in cui gli esseri umani hanno vissuto in società che raccoglievano-cacciavano cibo, il che è ormai documentato assai scrupolosamente, sto parlando delle nostre primissime società agricole.

Per esempio, la città turca di Çatalhöyük, dove andando a ritroso di 8.000 anni non vi sono segni di distruzione dovuta a guerre; non vi sono segni di grosse disparità fra abbienti e meno abbienti negli oggetti rinvenuti nelle case e nelle tombe e, come ha notato Ian Hodder (l’archeologo che attualmente sta scavando a Çatalhöyük), questa era una società in cui le differenze sessuali non si traducevano in differenze di status o di potere. (…)

Il nostro compito è inaugurare un’intera nuova visione del mondo in cui le questioni che direttamente hanno effetto sulle vite, e troppo spesso sulle morti, della maggioranza dell’umanità – donne e bambini – siano riconosciute come fattori chiave per costruire un futuro più equo, più sostenibile e più sicuro.

La prima pietra angolare: Relazioni nell’infanzia

Sappiamo dalla neuroscienza che quel che i bambini sperimentano e osservano nelle loro famiglie e nelle altre relazioni precoci interessa niente di meno che il modo in cui il nostro cervello si sviluppa e queste esperienze e osservazione sono direttamente modellata dal grado in cui un ambiente culturale si orienta verso la cooperazione o verso il dominio.

Considerate che quando relazioni familiari basate su violazioni croniche dei diritti umani sono considerate normali e morali, esse forniscono modelli per condonare violazioni simili in altre relazioni. E se queste relazioni sono violente, i bambini apprendono che la violenza di chi ha potere su chi ne ha meno è accettabile nel maneggio dei conflitti o problemi e per mantenere o imporre controllo. Non apprendono questo solo a livello emotivo e mentale, ma a livello neurale.

Questo è il motivo per cui le relazioni nell’infanzia sono così importanti e il motivo per cui abbiamo bisogno di una campagna globale per mettere fine alla pandemia di tradizioni di abuso e violenza nei confronti dei bambini.

La seconda pietra angolare: Relazioni di genere.

Come una società costruisce i ruoli e le relazioni delle due forme base dell’umanità – donne e uomini – non ha effetto solo sulle individuali opzioni di vita per donne e uomini, ha effetto sulle famiglie, sull’istruzione, sulla religione, sulla politica, sull’economia: ciò che consideriamo di valore o non di valore e ciò che crediamo sia morale o sia immorale.

Mentre il movimento globale delle donne si diffonde, più uomini hanno cura dei piccoli, più donne entrano in posizioni guida economiche e politiche, ma è tutto troppo lento. Ci stiamo mettendo troppo anche a cancellare la pandemia globale di discriminazione, abuso e violenza contro le donne che ho documentato in molti miei lavori.

Ciò di cui abbiamo urgentemente bisogno – e, di nuovo, ciò accadrà solo se lo faremo accadere – è una campagna globale per relazioni di genere eque e nonviolente. Ciò ci porta alla terza pietra angolare per costruire una società di cooperazione.

La terza pietra angolare: Relazioni economiche.

Le quattro fondamenta sono interconnesse e si rinforzano reciprocamente, perciò voglio cominciare con i nostri sistemi di valori sul genere e su come la svalutazione delle donne e del “femminile” abbia impatto diretto sulla generale qualità della vita in una società. C’è evidenza empirica di ciò in numerosi studi, i quali confermano come i Paesi che hanno un basso divario di genere sono anche i Paesi che hanno più successo economico.

Una ragione ovvia è che le donne sono metà della popolazione. Ma ce n’è un altra: sino a che metà dell’umanità a cui sono associati valori come cura, compassione e nonviolenza resta subordinata e esclusa dall’amministrazione sociale, così lo saranno questi valori.

Di conseguenza, gli attuali sistemi economici – siano capitalisti o socialisti – non sono capaci di affrontare le sfide senza precedenti che abbiamo di fronte a livello economico, ambientale e sociale. Sia il capitalismo sia il socialismo non solo vengono dall’era industriale, e noi siamo ormai ben avanti nell’era post-industriale, ma entrambi sono emersi in epoche che li hanno orientati notevolmente di più, nel continuum, verso il lato del dominio

Perciò, mentre possiamo voler conservare qualsiasi elemento di cooperazione vi sia nelle teorie capitaliste e socialiste, dobbiamo andare oltre entrambe verso quella che io chiamo “economia di cura”. Capisco che la gente resta allibita nel sentire “cura” e “economia” nella stessa frase, ma non è questo un terribile commento su come siamo stati socializzati ad accettare che i sistemi economici debbano essere diretti da valori insensibili?

Questo deve cambiare e un primo passo per il cambiamento è come misuriamo la salute economica. Perché ora sappiamo che se il valore del lavoro di cura nelle case fosse incluso nel PIL costituirebbe non meno del 30/50% di esso. In effetti, investire nella cura è molto redditizio, non solo in termini umani e ambientali ma puramente finanziari. Le nazioni nordiche erano così povere all’inizio del ventesimo secolo da soffrire di carestie, ma le loro successive politiche di cura furono un investimento chiave: oggi queste nazioni non solo hanno i più bassi tassi di divario di genere, ma regolarmente hanno alti posti in classifica nei rapporti sulla competitività economica del World Economic Forum.

Svezia, Norvegia e Finlandia hanno ora generalmente alti standard di vita per tutti, senza divari enormi fra abbienti e meno abbienti; hanno molta più equità di genere sia nella famiglia che nella società, perciò le donne sono circa metà del Parlamento nazionale. Per quel che riguarda la violenza, sono state pioniere sugli studi di pace e hanno emesso le prime leggi che proibiscono le punizioni fisiche ai bambini nelle famiglie.

Quel che vediamo qui è un forte movimento verso la configurazione della cooperazione – e una grossa parte di questa configurazione avviene perché avendo le donne status più alto queste nazioni danno maggior valore a caratteristiche e attività stereotipicamente femminili come sostegno, nonviolenza, cura; hanno congedi di maternità/paternità pagati generosamente, servizi per l’infanzia di alta qualità e universalmente accessibili; assistenza dignitosa agli anziani e altre politiche di cura. E questa configurazione sociale di cooperazione sostiene uno stile di vita più equo, pacifico, prosperoso e sostenibile. Ciò mi porta alla quarta pietra angolare: perché avreste mai saputo qualcosa di tutto questo dalle nostre narrazioni convenzionali?

La quarta pietra angolare: Narrative e linguaggio.

Le vecchie storie che abbiamo ereditato da tempi di dominio più rigido idealizzano la conquista e la dominazione – di persone o della natura – come mascoline, desiderabili e inevitabili. Queste storie non sono solo incapaci di adattamento, sono inaccurate. Noi esseri umani abbiamo un’enorme capacità di consapevolezza, cura e creatività, ma esse sono inibite o distorte in ambienti che privilegiano il dominio sulla cooperazione.

Per cui sta a noi, a voi, cambiare queste vecchie storie e questo è un tema portante in tutti i miei libri, perché noi umani viviamo di storie!

Dobbiamo anche operare cambiamenti nel linguaggio. Stante la nostra eredità culturale di dominio, non dovrebbe sorprenderci che le sole categorie in cui la nostra lingua descrive le relazioni di genere siano patriarcato e matriarcato. E questo cosa ci dice? Che le nostre uniche alternative sono: o comandano gli uomini o comandano le donne. La lingua che abbiamo ereditato da epoche di dominio più rigido non ha parole per descrivere relazioni di genere egualitarie, e questa è la ragione per cui il nuovo linguaggio della cooperazione è così essenziale.

(Ndt. Quel che io ho tradotto come “cooperazione” si poteva anche rendere come “mutualità”.)

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