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Posts Tagged ‘patriarcato’

Come ho detto (e raccontato in numerosi casi specifici) altre volte, la generazione di Greta Thunberg che lotta per salvare il pianeta dalla catastrofe climatica e di Olga Misik che lotta per ridare senso alla democrazia, comprende in tutto il mondo giovanissime attiviste ugualmente brillanti per passione, intelligenza e coraggio.

Quelle che cito oggi fanno parte di “Girl Up”, un movimento globale per l’eguaglianza di genere ispirato dalle Nazioni Unite a partire dal 2010. L’istituzione riconosce gli sforzi per il cambiamento sociale operati da queste ragazze e li sostiene, perché da qualsiasi retroscena esse provengano mostrano il potere della trasformazione di se stesse, delle loro comunità e del mondo intero che le circonda: “Eppure, le ragazze continuano ad avere scarso accesso alle opportunità. – spiega la presentazione di “Girl Up” – Ciò è sbagliato. E’ ingiusto. E, detto chiaro e tondo, non è furbo. (Ndt: è dimostrato che l’economia di una nazione ove le donne hanno eguali opportunità migliora sensibilmente.) Dobbiamo lavorare verso un mondo ove tutte le adolescenti possano andare a scuola e dal medico ed essere protette dalla violenza. Ciò è il fattore critico per ridurre la povertà e per dare spinta al cambiamento economico e sociale. Ottenere questi risultati non sarà un compito facile e non accadrà nello spazio di una notte, ma questa non è una scusa per non agire. In effetti, è la ragione per migliorare il nostro impegno collettivo, perché quando investi in una ragazza, tu stai investendo nella sua famiglia, nella sua comunità e nel nostro mondo.”

Durante l’ultimo incontro internazionale delle giovani attiviste, nel luglio scorso, sono state effettuate diverse interviste in cui le ragazze parlano della misoginia e del sessismo che incontrano nella loro vita quotidiana (il che comprende spesso l’atteggiamento dei loro stessi parenti). Tutto molto noto a noi attiviste più vecchie. Le giornaliste Luisa Torres e Susie Neilson hanno posto alle ragazze anche una domanda inconsueta e cioè qual era il termine con cui sono definite, per il loro lavoro sociale, che produce in loro maggior frustrazione. Di seguito qualche risposta:

attiviste

(da sin. Valeria Colunga e Eugenie Park)

Valeria Colunga, 18 anni, Monterrey, Messico.

Femminazista“. Valeria si dice nauseata da questo termine perché indica la mancanza di conoscenza di ciò che è il femminismo. Molte persone, sottolinea, si dicono “umaniste” anziché “femministe” per evitare l’insulto, perciò lei si prende puntualmente la briga di chiarire che si tratta di due cose differenti. “E’ faticoso. – ammette – Ma se devo spiegarlo all’infinito lo farò. Perché, se non lo faccio io, chi lo farà?”

Eugenie Park, 17, Bellevue, Washington.

Guerriera per la giustizia sociale“. “In se stesso, quando lo senti, sembra una cosa incoraggiante. – dice Eugenie – Ma nella realtà, è un termine usato per minimizzare un bel mucchio di lavoro che i giovani compiono per la giustizia sociale, facendo apparire le attiviste e gli attivisti come se stessero semplicemente facendo qualcosa di trendy.

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(Lauren Woodhouse)

Lauren Woodhouse, 18, Portland, Oregon.

Influencer“. Lauren sostiene che questo termine, riferendosi a una persona con del “potere sui social media”, riduce l’attivismo a qualcosa di individualistico e di moda anziché dare riconoscimento alla sua dimensione sociale. “Quando le corporazioni economiche ti dicono questa è l’influencer da seguire e il suo è il femminismo che vogliamo è veramente noioso e stancante. Ho chiuso con roba del genere.”

Maria G. Di Rienzo

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hye-in

Som Hye-in, che vedete in immagine, è una giovane coreana che di recente ha fatto il suo coming out come bisessuale. Sul suo profilo Instagram ha pubblicato qualche giorno fa due fotografie: due mani strette l’una nell’altra e il segmento di due volti vicini (il suo e quello di un’altra giovane donna: credo la foto sia “tagliata” per non permettere il riconoscimento della seconda persona) con una dicitura del tipo “la mia meravigliosa ragazza”.

E’ qualcosa che gli eterosessuali fanno di continuo, ma nel suo caso il post è stato ripreso e amplificato da vari media e Hye-in ha ricevuto un virulento attacco su internet che è ancora in corso. E’ una storia che si ripete in pratica ovunque ed è perciò che la riporto qui come emblematica.

Som Hye-in non è propriamente una celebrità. Ha partecipato in passato a uno di quegli squallidi programmi per “aspiranti idoli” e si è dovuta ritirare quasi subito perché i suoi medici le hanno detto che se voleva avere speranze per sconfiggere l’anoressia quello non era il posto giusto dove stare. I suoi aggressori le rinfacciano anche, in questi giorni, di essere stata una “bulla” a scuola: mentre frequentava le medie ha infatti aggredito fisicamente una compagna che sparlava in modo pesante di lei e di una sua amica.

Così, ieri 14 agosto, la giovane ha risposto ai suoi detrattori:

“Salve, qui è Som Hye-in. Penso che la maggior parte della gente probabilmente non sappia chi sono. Onestamente sono stata presa alla sprovvista dal fatto che qualcuna come me sia al top delle ricerche su internet. Non sono famosa, sono stata solo presente a un episodio di “Scuola per Idoli” due anni fa, perciò mi ha sorpreso vedere a quanta gente importa del mio coming out.

Innanzitutto, per quel che riguarda la controversia sulla violenza scolastica, le parti coinvolte si sono già parlate e hanno già risolto la questione, perciò non intendo parlarne più. E voglio chiarire una volta di più che non sono uscita allo scoperto per coprire una qualsiasi controversia o per farmi conoscere.

Molti hanno detto: “E’ forse qualcosa di cui vantarsi? Hai proprio bisogno di attenzione?” oppure “Non puoi vivere la tua relazione in modo quieto, perché la stai urlando da in cima a un tetto?” Ma io non sono mai stata rumorosa al proposito. L’ho detto in precedenza, ma non ho mai chiesto attenzione.

Mi sono dichiarata da principio il 31 luglio scorso. Allora, non c’è stato proprio tutto questo grande interesse o responso come ora, e io pensavo di aver già avuto una risposta enorme. Poco più di una settimana dopo, questo è accaduto.

Non sono una persona famosa. La gente lo ha scoperto per l’improvvisa copertura giornalistica, i commenti e i video. Non ho mai chiesto attenzione. Le persone stanno riprendendo storie su di me e le pubblicano online come se fosse chissà che evento. In che modo pensate io possa mettere fine a ciò?

Proprio come chiunque altro, ho pubblicato foto di me assieme alla persona che amo. Volevo solo esprimere questo apertamente, come per i “lovestagrams” che molta gente mette online. Perché si è liberi di esprimere se stessi su Instagram. Io non voglio diventare famosa. Non voglio diventare una personalità televisiva. Sto solo facendo quel che desidero.

Se avessi voluto diventare famosa, mi sarei piazzata sullo schermo dopo aver appena rilasciato un album. Se avessi fatto coming out per essere in tv, mi sarei già preparata l’apparizione in un programma. Ma non ho pensato neppure un attimo all’essere in televisione in Corea e a vivere all’interno dello schermo. Questo è il motivo per cui ho detto che se la gente continua a pubblicare speculazioni, articoli malevoli, commenti e video, io intraprenderò azioni legali.

Inoltre, non ho in mente di chiedere alle persone di capire il mio amore o la mia bisessualità. Ma perché devo ascoltare gente che mi dice misandrica, malata mentale, disgustosa e altri grossolani insulti sessuali?

Penso a me stessa semplicemente come a una delle persone che vivono su questo pianeta, perciò quando sono uscita allo scoperto non pensavo di alzare un polverone, ne’ di ignorare la sofferenza di coloro che amo e di usare la mia sessualità come un’arma.

Perché il mio amore è stato così distorto che sono costretta a spiegare me stessa? Sono stata solo onesta e non ho chiesto nulla a nessuno.

P. S. Non vedo solo i commenti negativi. Ho visto tutti i commenti grandiosi, l’appoggio, l’incoraggiamento, la preoccupazione di ognuno di voi e sono davvero, davvero grata, dal profondo del cuore. Mi danno così tanta forza e mi sento indegna di tanta gentilezza, perciò mi salgono le lacrime agli occhi ogni volta in cui li leggo. Sul serio.”

Un post scriptum anche dalla traduttrice: 1) queste cose non possono continuare a succedere nel 2019 e dobbiamo urlare con quanto fiato abbiamo a sostegno di chiunque sia investito dalla misoginia e dall’omofobia; 2) coming out è la formula corretta che indica il dichiararsi da parte di una persona lgbt, non outing come continuo a leggere su giornali, blog, commenti: quest’ultimo termine indica l’essere messi allo scoperto da altri, a propria insaputa e contro la propria volontà.

Maria G. Di Rienzo

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Oggi tutti i quotidiani aprono con la crisi di governo, ove Salvini getta la maschera di Zorro e si candida a “salvatore” della patria (forse voi non ricordate di averla già sentita, questa idiozia, io purtroppo sì), ma ci sarà tempo per parlarne nei prossimi giorni.

Quel che volevo invece esaminare qui è un altro tipo di notizie che infestano i giornali, soprattutto le loro versioni online:

1. Si riferiscono a persone evidentemente assai note di cui io non ho mai sentito parlare e quando ricevo le informazioni relative (non apro i click-bait, chiedo direttamente a amici – conoscenti o a google) scopro che i mestieri – si fa per dire – di queste persone sono youtuber, influencer o al massimo rapper o modella. L’unico caso diverso ha riguardato, per me, un economista la cui soluzione per i problemi italiani è che le donne facciano più figli: non riuscivo assolutamente a ricordare chi diamine era questo personaggio lungimirante che chiede alle italiane di perdere il lavoro, di essere penalizzate su di esso o di non trovarlo proprio più; di maneggiare in allegria il sostegno zero dato dalla società alla loro condizione prima di partorienti e poi di madri (scarso o nullo rispetto in sala parto, niente nidi – asili o prezzi esorbitanti per essi, ecc.); di guardare a un futuro disastrato a livello ambientale per il pianeta in generale e a livello sociale-politico in particolare per l’Italia e dire “Ok, adesso ci butto dentro un altro essere umano, lo faccio per il bene del Paese”. Massima solidarietà e infinite benedizioni per le madri, ma quelle che non vogliono diventarlo hanno ragioni razionali e consistenti che un economista dovrebbe essere in grado di leggere (e al di là delle proprie specializzazioni, dovrebbe comunque portare rispetto alle scelte riproduttive delle donne, le quali sono esseri umani a 360° e non uteri ambulanti).

2. Hanno frasi-chiave ripetute ossessivamente del tipo “Tizio lancia una scarpa e il gesto scatena i social”, “Il video / l’immagine di Caia in mutande è virale”, “Migliaia, milioni (se facciamo più figli presto miliardi) di followers” e titoli surreali: “Sono sanissima e fino ai 13 anni ho dormito con i miei” (suppongo i genitori, ma dormirci regolarmente insieme sino all’adolescenza non mi sembra poi sanissimo), “Mi accusano di parlare di sesso per fare clic, in realtà sono un romantico” (e – chi – se – ne – frega), e via così. In questi giorni in lizza c’è anche un video in cui appare Luciana Castellina, ma solo perché era “la comunista più bella” – adesso è anziana, ovviamente, per cui il suo preparatissimo intervistatore le ricorda che “Lei era bella, come questo ha influito ecc.”: voglio dire, è una donna con una storia politica lunghissima e appassionante a cui potevano essere poste domande molto interessanti e pertinenti, ma no, lei era bella (sottinteso: lei ha potuto fare questo e quello perché era bella, ma adesso è un rottame di vecchia che nessuno scoperebbe più, come si sente al proposito?)

Ai due criteri esplicitati sopra appartengono anche i recenti “articoli” – scusatemi, le virgolette in questi casi sono un obbligo – relativi a tal Gianluca Vacchi, definito da essi “imprenditore con oltre 11 milioni di followers” e “figlio del fondatore dell’IMA, azienda che si occupa di progettazione e produzione di macchine per realizzazione e confezionamento di cosmetici, farmaci e prodotti alimentari”. Non so se siano questi i titoli per cui è ospitato in televisione, ma ho letto della sua spassosissima battuta rivolta in tono sprezzante a Luciana Litizzetto, per cui se la stessa si “fosse messa a novanta si sarebbe potuto anche fare”. Che un simile signore si degni di ipotizzare la concessione del suo sublime apparato così generosamente, purché l’indegna recipiente dello stesso non gli mostri la faccia, è davvero lodevole.

Le immagini di Vacchi ricordano l’uomo illustrato di Bradbury, con la differenza che questo figlio d’arte e di cospicui conti bancari sembra passare il suo tempo fra palestre e spiagge e centri estetici e non ha alcuna storia da raccontare sulla propria pelle.

E’ invece solito pubblicare online video in cui balla. Nell’ultimo piazza una serie di modelle in bikini a culo all’aria su uno yacht e “suona” le loro natiche come tamburi. Ancora una volta, le facce delle donne lui proprio non le sopporta. Gli bastano i pezzi. I volti costringono a ricordare che si ha a che fare con persone, non con attrezzi da masturbazione.

Molti che hanno preso visione dell’opera suddetta ne sono rimasti schifati a sufficienza per chiedere a Vacchi di cominciare a rispettare le donne.

“Io le rispetto molto, – ha risposto lui – imparate a scherzare se volete rispettare la vita.”

E’ vero: la vita per le donne, in Italia e ovunque, consiste per lo più nel sopportare il continuo lancio di secchiate di escrementi che prendono a bersaglio forma e aspetto dei loro corpi, la loro posizione sociale, i loro compiti e doveri (figli e cucina), il loro intelletto, le loro professioni, le loro capacità in ogni campo dello scibile umano. Non si capisce proprio perché non riescano a riderne 24 ore su 24 – ma se c’è qualcuna che lo fa si trova probabilmente in un istituto specializzato per le malattie mentali e chi ce l’ha mandata sono le azioni di questi “rispettosi” individui.

Maria G. Di Rienzo

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“E’ impossibile far esperienza di diritti umani in un paese che non ha una forte società civile. E’ come tentare di volare con un’unica ala. Per quel che riguarda la mia sicurezza personale tento di non pensarci troppo: se lo fai, cominci a vivere nella paura. Chi è spaventato muore un pochino ogni giorno, chi ha coraggio una volta sola. Io voglio morire una volta sola.” – Shahla Ismayil (in immagine, particolare di una foto di Johanna Lingaas Türk per Kvinna till Kvinna)

Shahla Ismayil

Shahla Ismayil è un’attivista femminista in Azerbaijan, fondatrice dell’ “Associazione di Donne per lo sviluppo razionale” con sede nella capitale Baku, che da vent’anni si occupa di diritti umani. Il gruppo ha creato un “parlamento” delle donne che fa leva sugli impegni internazionali sottoscritti dal paese per l’avanzamento dell’eguaglianza di genere e il miglioramento delle condizioni di vita di tutte le donne: alle quali si impedisce di prendere decisioni indipendenti sulla propria istruzione, sul proprio lavoro e sul proprio matrimonio nel mentre sono ritenute le sole responsabili del benessere familiare e domestico.

Dal 2014 è in atto in Azerbaijan un giro di vite nei confronti di giornalisti, attivisti per i diritti umani e in genere di chiunque osi criticare il governo, che ha prodotto arresti e condanne penali. In tale contesto lo stato dei diritti delle donne è rapidamente deteriorato, ma il restringimento dei diritti civili e delle libertà politiche sta ormai causando la migrazione di molti cittadini. Shahla resta al suo posto, perché crede che l’unica via d’uscita sia continuare a lottare.

Maria G. Di Rienzo

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Non gli hanno ancora dato una medaglia, ma immagino sia solo questione di tempo. Il Tribunale del Riesame di Bari ha infatti ridimensionato i reati contestati all’ex giudice Francesco Bellomo,

( https://lunanuvola.wordpress.com/2017/12/13/si-chiama-etica/ )

gli ha tolto gli arresti domiciliari dopo venti giorni e gli impone unicamente l’interdizione per 12 mesi riguardo ad “attività imprenditoriali o professionali di direzione scientifica e docenza”.

Dopo di che, potrà tornare a insegnare lunghezza delle gonne e profondità delle scollature, fotografia porno, coercizioni sessuali e in genere sottomissione femminile nella sua “scuola di formazione” per la preparazione all’ingresso in magistratura.

Gli articoli al proposito adesso parlano di “presunti maltrattamenti” a quattro donne, si trattava di semplice “tentata violenza privata aggravata e stalking” e per quel che concerne l’estorsione ai danni di una di esse, costretta dal signore a lasciare il lavoro be’, era il 2011 quindi è roba “già sostanzialmente prescritta”.

I difensori di Bellomo sono così contenti che annunciano di voler andare in Cassazione a contestare i 12 mesi in cui al loro assistito viene “inibito l’insegnamento”: non è accettabile, perbacco, soprattutto – dico io – quando non gli è nemmeno stato dato un incarico nella giuria di “Miss Culo Agosto” alla Sagra del Peperoncino o un posto direzionale a YouPorn.

Ma ehi, donne: e dite di no, cavolo, non siete capaci di dire di no?

Ma ehi, donne: denunciate, denunciate altrimenti è (ancora di più) colpa vostra!

Ogni volta in cui una donna parla apertamente degli abusi che subisce ne riceve immediatamente altri due, l’incredulità e la ridicolizzazione. Quando poi riesce ad arrivare in tribunale più spesso che no le sentenze gliene infliggono un terzo, dimostrandole quanto sul serio i giudici l’hanno presa.

Questo è il motivo per cui sovente non diciamo nulla. E questo è il motivo per cui i numeri della violenza di genere nel nostro paese sono definiti, a ogni nuova indagine statistica, impressionanti: gli italiani non vogliono saperne di modificare le loro abitudini di svilimento e oggettivazione delle donne.

Perciò, solo per portare un recentissimo esempio, un ospedale piemontese può realizzare un filmato sulla prevenzione in campo urologico con l’attore porno Rocco Siffredi, ove quest’ultimo incita in modo sessista e volgare a usare sessualmente le donne per la salute del pisello di turno. Quando i messaggi misogini arrivano da enti, istituzioni, tribunali, ospedali sigillano con l’aura dell’autorevolezza o addirittura della scienza un falso ideologico e cioè l’idea che le donne siano una branca inferiore del genere umano, meramente addette al fornire soddisfazione ai “veri” esseri umani, gli uomini.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Bolivia Declares Femicide a National Priority”, di Anastasia Moloney per Thomson Reuters Foundation, 16 luglio 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La Bolivia, che ha una delle percentuali più alta di donne uccise per il loro genere in Sudamerica, ha dichiarato il femicidio una priorità nazionale e aumenterà gli sforzi per contrastare la crescente violenza. Da gennaio le autorità hanno registrato 73 femicidi (1), il numero più alto dal 2013. Gli omicidi ammontano a una donna uccisa ogni due giorni.

Tania

“Nei termini del numero di femicidi la Bolivia è al top della classifica.”, ha detto Tania Sanchez (in immagine sopra), a capo del “Servizio plurinazionale per le donne e per la fine del patriarcato” (2) del Ministero della Giustizia boliviano, nonostante le protezioni legali in essere.

Una legge del 2013 definisce il femicidio come crimine specifico e prevede sentenze più severe per i perpetratori condannati. “Noi non siamo indifferenti. – ha detto Sanchez a Thomson Reuters Foundation – La priorità nazionale sono le vite delle donne, di tutte le età, e per tale ragione il Presidente ha sollevato la questione del femicidio come la forma di violenza più estrema.”

L’ultima vittima di femicidio è stata la madre 26enne Mery Vila, uccisa la scorsa settimana dal suo partner a martellate in testa. Questa settimana il governo ha annunciato il suo “piano d’emergenza” in 10 punti.

In Bolivia, la violenza contro le donne è motivata da una radicata cultura machista che tende a biasimare le vittime e a condonare la violenza stessa. Secondo un’indagine governativa nazionale del 2016, sette donne boliviane su dieci dichiarano di aver sofferto qualche tipo di violenza da parte di un compagno.

Sanchez dice che il nuovo piano “prende in conto la prevenzione, così come la cura delle vittime e la sanzione della violenza, la violenza macho” e che una commissione valuterà l’aumentata spesa del governo sulla violenza di genere e la sua prevenzione, così come il grado di successo delle svariate iniziative. Altre misure includono formazione obbligatoria per funzionari statali e operatori del settore pubblico su violenza di genere e prevenzione. Insegnanti di scuole e università riceveranno anche formazione su “la violenza psicologica, sessuale e fisica” che le donne e le bambine sperimentano.

Le vittime dei femicidi in Bolivia e nella regione in generale spesso muoiono per mano di attuali o ex fidanzati e mariti con una storia di abuso domestico alle spalle, dicono gli esperti. “Noi crediamo che l’aumento (dei femicidi) si dia in relazione a un sistema patriarcale che si appropria dei corpi e delle vite delle donne.”, ha detto Violeta Dominguez, capo dell’Agenzia Donne delle Nazioni Unite in Bolivia.

I casi di femicidio restano spesso impuniti, con le famiglie delle vittime che lottano per la giustizia, ha detto ancora Sanchez: dei 627 casi accertati dal 2013, 288 restano aperti senza sentenza, il che Sanchez giudica “allarmante”.

Il Presidente boliviano Evo Morales ha scritto su Twitter lunedì scorso: “E’ ora di metter fine all’impunità e di affrontare i problemi come società.”

(1) In America Latina si usano sovente due termini per definire la mattanza di donne: femicidio – l’assassinio di donne da parte di uomini perché sono donne, a causa della loro “subordinazione” di genere, e femminicidio – che sottolinea l’impunità e le complicità relative ai femicidi: il crimine non viene commesso solo quando si uccide una donna, ma anche quando lo Stato non investiga accuratamente e si fa complice, cioè non garantisce alle donne una vita libera dalla violenza e il loro diritto alla giustizia.

(2) “Plurinazionale” fa riferimento alla definizione ufficiale del Paese: Stato plurinazionale della Bolivia. Adesso vi pregherei di immaginare il Ministro della Giustizia italiano, Alfonso Bonafede, che chiede l’apertura del dipartimento per mettere fine al patriarcato nel suo dicastero. Mission impossible. In alternativa, potete immaginare che lo chieda il Ministro dell’Interno: fantascienza.

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“Questo caso verrà forzatamente classificato come “femminicidio” per aumentarne le statistiche ma tecnicamente non lo è. in (Nda: minuscolo come nell’originale) quanto il femminicidio è una “violenza esercitata sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale” e non economica come in questo caso.

Le statistiche dei femminicidi sono costantemente falsate in quanto ormai qualsiasi omicidio di essere umano di sesso femminile viene così classificato (compresi ad esempio i delitti a scopo di rapina, gli omicidi-suicidi degli anziani malati ecc..)”

Nostradamus – suppongo sia lui – fa riferimento per questa sua profezia e correlata indignazione all’assassinio di Deborah Ballesio avvenuto sabato scorso per mano (e pistola rubata) dell’ex marito Domenico Massari. Non lo fa in perfetto italiano ma possiamo perdonarlo, giacché è nato a Saint-Rémy-de-Provence nel 1503 e per comporre le sue quartine ha sempre usato mescolare lingue diverse.

L’omicida ha dichiarato ai giornalisti di non aver ucciso la donna “per motivi passionali. Ma solo per questioni economiche.” e il veggente, oltre ad aver preso per oro colato ogni sillaba, è stato anche in grado di indicarci la malefica cospirazione per aumentare le statistiche relative alla strage di donne. Immediatamente sotto questo suo illuminato commento un sodale reitera con consueto strascico di puntini di sospensione: “Se è per questioni economiche… allora è quasi legittima difesa. Vedremo come va a finire….” (So che si fatica a crederci, ma questo tizio è serio.)

Domenico Massari era stato denunciato per stalking dalla ex moglie, che aveva pesantemente e lungamente minacciato in vari modi, con conseguente divieto di dimora in tre Comuni; era stato l’autore di un incendio doloso al locale di lei nel 2015 e perciò condannato a tre anni e due mesi di carcere; infine, l’ha uccisa tramite sparatoria in pubblico, ha ferito altri due “esseri umani di sesso femminile” (una è una bambina di tre anni) ed è andato a costituirsi al carcere di Sanremo esplodendo in aria tre colpi di pistola “per attirare l’attenzione”: suonare il campanello era troppo banale. Con una personalità del genere, quel che dice è attendibile quanto le (poche) previsioni in cui Nostradamus ha indicato date precise: non se n’è avverata nessuna.

Inoltre Deborah Ballesio si aspettava di morire in questo modo, l’ha detto a molti e l’ha persino lasciato scritto – lui mi ucciderà. “Solo per questioni economiche” generalmente uno lo denunci per truffa, furto, appropriazione indebita e persino – se del caso – circonvenzione di incapace: non ti metti a perseguitarlo sino a essere condannato per stalking, non dai fuoco al night di sua proprietà e non lo ammazzi, perché tramite ognuna di queste azioni non un centesimo ti arriva o ti torna in tasca. Tutte queste cose le fai, d’altra parte, se il tuo scopo non è essere risarcito di un danno ma infliggere dolore e sofferenza e morte per vendetta: vieppiù se chi pensi ti abbia usato un torto si trova nella posizione meno indicata per osare tanto – quella di un essere inferiore non completamente umano, intrinsecamente maligno e stupido, tuo possesso per diritto naturale o divino… che sono le classificazioni affibbiate alle donne, da qualche migliaio di anni, dalla “sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale”. La violenza che ne deriva prende una miriade di forme (fisica, sessuale, psicologica, economica) e tutte potenzialmente conducono al femicidio / femminicidio ma se di esso si conosce solo una definizione da Wikipedia è più difficile vederle. Quanto a rigettarle, sul Nostradamus “de noantri” non mi faccio illusioni.

A questo punto restano solo un paio di domande. Alla prima, che è “Chi vuole “aumentare le statistiche” (cioè gonfiare le percentuali) e per quale motivo?” non c’è una risposta intelligente, poiché la domanda è idiota e basa su presupposto falso, ma è comunque intuibile: sono le bieche orribili femministe, il cui scopo è rovinare ogni uomo sul pianeta; poi ci sono i sotto-complotti “donne vittimiste”, “donne avide di denaro che usano le statistiche per ottenere chissà che”, “donne vili che usano e abusano e poi se le ammazzano si lamentano” (vabbé, si lamentano quelle che restano vive). Tutto già visto / udito sino alla nausea.

Per la seconda domanda non ho trovato una replica soddisfacente, perciò la giro agli interessati: non avete niente di meglio da fare che sparare caxxate immani in giro per il web?

Maria G. Di Rienzo

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