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Posts Tagged ‘patriarcato’

(“Sexual Assault Survivors Are Caught Between A Rock And A Hard Place”, di Dina Honour, Bust Magazine, ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Dina è una scrittrice statunitense che vive con il marito e due figli in Danimarca.)

rock and hard place

Quando una denuncia di assalto sessuale o molestia che investe qualcuno di alto profilo raggiunge la stampa, potete star sicuri che la macchina del contrattacco andrà a velocità amplificata. Biasimo delle vittime, seguito da svergognamento delle vittime, il tutto circondato da un coro greco di “perché?”.

Perché lei non è venuta fuori prima? Perché non ha semplicemente detto “no”? Perché non l’ha detto a tutti, non ha interpellato la stampa, non denunciato penalmente e non ha difeso se stessa?

Come se fosse la cose più facile del mondo per una donna ergersi da sola nell’arena pubblica, che è già affamata e raglia per avere il suo sangue, e sbattere giù un sistema che ha aiutato e favorito i Golia per le ultime migliaia di anni.

Pure la questione permane, lasciando il retrogusto del dubbio sulle nostre lingue. Perché una donna che è stata umiliata e molestata dal suo capo, una donna che è stata stuprata, una donna che è stata picchiata sino a diventare coperta di lividi, non dovrebbe farsi avanti?

Perché? Perché le donne spesso esistono fra l’incudine e il martello (ndt.: “between a rock and a hard place”, letteralmente “fra una roccia e un luogo duro, difficile”. Trattandosi di metafora la traduzione è esatta, ma lo segnalo affinché sappiate a cosa si riferisce l’Autrice quando più avanti parla di “scheggiare le rocce”).

Una donna esiste in questo spazio ristretto, intrappolata fra due scelte sgradevoli – in qualunque momento si trovi a fidarsi dei suoi propri istinti (e degli istinti comuni trasmessi da donna a donna, generazione dopo generazione) per poter sopravvivere a una determinata situazione. Moltissime volte la situazione non è una minaccia di morte – l’essere zittite da qualcuno che ti parla addosso, l’essere interrotte, il vedere le tue idee rubate senza che ti sia dato credito. L’essere guardate in modo lascivo, toccate senza consenso, consigliate di sorridere. A volte, tuttavia, c’è ben di più in gioco del tuo ego o del tuo nome in calce a una pubblicazione.

E’ decisamente bizzarro pensare che un “NO!” gridato a voce alta basti a fermare uno stupro o un assalto sessuale. Semplicemente, non è vero. Le donne ovunque sanno che non è vero. Ciò che le donne anche sanno è che qualche volta la migliore probabilità di sopravvivenza sta interamente in un’altra direzione. Ma se lei non dice di no, la legge, i tribunali, la società (uomini E donne) presumono un certo livello di consenso.

Morte o stupro?

Sopravvivenza o aggressione?

Stuprata con più violenza o creduta in tribunale?

Incudine e martello.

Anche quando una donna dice “no”, se non è a volume abbastanza alto, ripetuto abbastanza, nel giusto tono, timbro e accordo – potremmo venir fuori con 1.000 differenti richieste – non è sufficiente. Perché? Perché quando una donna dice “no”, tutto quel che serva all’accusato è contraddirla. Se denuncia il fatto rischia che le sue azioni, i suoi vestiti, la sua sessualità, il suo consumo di alcolici e le sue scelte di vita siano messe in questione e giudicate, di solito come cattive… o tenta di muoversi in avanti nella sua vita sapendo che l’accusato l’ha fatta franca. Incudine e martello.

Una donna molestata sessualmente sul lavoro deve decidere se parlarne apertamente con la possibilità di rischiare la sua carriera, una promozione, la sua reputazione professionale. Deve decidere se denunciare il capo palpeggiatore all’ufficio personale vale il rischio. Incudine: capo lascivo che ti palpa il culo. Martello: brutte valutazioni che possono stroncare le sue prospettive di carriera, l’essere segnata sulla lista nera nell’intera industria, l’essere cacciata via dal lavoro.

Una donna in una situazione di violenza domestica deve calcolare le probabilità che il suo partner abusante metta in pratica le minacce di uccidere lei, i suoi parenti o i suoi bambini. Può dover decidere fra l’incudine della miseria finanziaria o il martello di un pugno in faccia a giovedì alternati.

Una donna che è molestata per strada pesa il rischio di reagire. Una donna a cui viene detto di sorridere deve decidere. L’incudine dell’umiliazione e della rabbia? O il martello della concreta possibilità di essere seguita, pedinata, o fisicamente in pericolo?

Le donne sono uccise per molto meno.

Le donne sanno, istintivamente e tramite esperienza, che dire “basta” o “no” a voce più alta, e persino dire qualcosa del tutto, è a volte pericoloso: economicamente, fisicamente, socialmente. Quando lo è, lei è costretta a scegliere l’opzione meno peggiore.

Quando l’opzione meno peggiore è l’umiliazione di dover sopportare il capo porco o degli adolescenti cafoni che ti chiamano “figona”, tu fai questi calcoli nella tua testa velocissimamente.

Quando l’opzione meno peggiore ti permette di sopravvivere, di lavorare, di muoverti in avanti, tu fai questi calcoli.

Non significa che la situazione ti piaccia. O che tu l’abbia provocata. Non la rende a posto. Non la giustifica. Non la fa legittima.

Però, di continuo, la scelta di una donna fra due opzioni schifose è usata contro di lei. Dev’esserle piaciuto. Se davvero la infastidiva avrebbe detto qualcosa. Se fosse vero si sarebbe fatta avanti. Vedo commenti benintenzionati di questo tipo per tutto il tempo.

Se si fosse trattato di me…

gli avrei tirato un pugno

avrei gridato

sarei andata via

avrei lottato con più forza

avrei divorziato

mi sarei difesa

La vita è in bianco e nero per coloro che non hanno mai camminato nelle scarpe altrui.

Contrariamente a quanto dice lo stereotipo, le donne sono abili in matematica. Lasciate che vi racconti dei calcoli mentali fatti dalla maggioranza delle donne in vari momenti della loro vita. Di quelli che comportano il misurare le probabilità di tornare a casa da sola la sera e arrivarci sana e salva e non stuprata. Le probabilità di continuare a camminare liberamente se reagisci a qualche molestia in strada, la sottrazione dell’affitto dal salario che potresti perdere se denunci il tuo collega.

Le donne crescono facendo il conto delle probabilità nel sottofondo delle loro menti. Diventa una seconda natura. Quando ti confronti con situazioni simili, scegli. E la scelta qualche volta si situa fra l’incudine e il martello.

Questo è ciò che le donne negli spazi femministi stanno tentando di dire all’esterno. L’eguaglianza, persino all’interno di leggi che proteggono da cose come l’aggressione e la molestia, è assai più complicata dal semplice dire no, allontanarsi o denunciare. Se tutto quel che serve fossero donne che dicono “no” con maggiore fermezza, il mondo sarebbe un posto diverso. E dannatamente più chiassoso.

E’ ingiusto porre il fardello della sopravvivenza, o di una vita priva di molestie, solo sulle spalle delle donne. Sì, le donne dovrebbero parlare, essere assertive e persino aggressive alle volte. Ma gli uomini devono imparare ad ascoltare.

L’onere non sta sulla donna che non deve farsi stuprare. L’onere sta sull’uomo che non deve stuprare.

L’onere non sta sulla donna che deve dire “No!” a voce più alta, uscire allo scoperto più velocemente, o parlarne. L’onere sta in primo luogo sugli uomini, nello smettere di fare quel che fanno.

In effetti, in tutti quei “perché” ciò che si nasconde fra le righe è questo: perché lei ha lasciato che le accadesse.

Le donne non si lasciano molestare. Le donne non si lasciano stuprare. Non si lasciano picchiare. Queste sono cose che sono fatte alle donne. Sono fatte alle donne da stupratori, violenti, molestatori. Non permettete a nessuno di spostare la colpa, o la responsabilità, o il linguaggio contro le donne.

Quel che state vedendo ora – la reazione, l’oltraggio – non è frutto di una piccola congrega di donne intenzionate a rendere miserabile la vita degli uomini. Le donne non odiano gli uomini. Al contrario, la maggior parte di noi li ama. Siamo sposate con loro, li cresciamo come figli, siamo loro amiche.

Il suono che sentite ora sono le donne che scheggiano le rocce (ndt. l’incudine), che spingono contro i luoghi difficili (ndt. il martello), assicurandosi maggior spazio pubblico. Sono le donne che tentato di forgiare uno spazio più ampio per vivere, amare e lavorare di modo da non essere costrette fra le due opzioni schifose. Incudine. Martello.

Non significa che non ci sia spazio per gli uomini. Significa solo che gli uomini devono diventare migliori nel condividere quello spazio.

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Come funziona

“(…) Per poter capire come il patriarcato funziona, devi prima riconoscere chi è membro della classe dominante e chi è membro della classe subordinata. Devi capire che la violenza maschile contro le donne è sistemica. Devi capire che le donne non sono intrinsecamente “femminili” e che gli uomini non sono intrinsecamente “mascolini”. Devi avere la volontà di partecipare a conversazioni di critica e di fare domande provocatorie sullo status quo, sull’ideologia dominante e sul discorso politico.

Devi capire che il patriarcato è cominciato come mezzo di controllo della capacità riproduttiva femminile e, perciò, la biologia delle donne è assai centrale per il loro status di “meno degli (uomini)”. Devi capire che il femminismo è un movimento centrato sulla donna e che le donne hanno il diritto di incontrarsi e di organizzarsi tra loro, senza membri della classe degli oppressori (uomini), per propugnare la propria liberazione e muoversi verso di essa.” Meghan Murphy, 21 settembre 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

30 settembre cgil

(“Riprendiamoci la libertà” a Treviso: in Piazza Trentin, ore 18.00)

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marguerite coppin

La donna in immagine finì sui giornali per aver scandalizzato la città di Bruges, in Belgio. Con la gonna d’epoca fissata alle caviglie da mollette (successivamente disegnerà un tipo di pantaloni più adatto ai suoi scopi) aveva percorso le strade urbane… in bicicletta! “Oltraggioso”, rimarcarono i quotidiani.

La signora era Marguerite Aimee Rosine Coppin (1867 – 1931) nata a Bruxelles, attivista femminista per i diritti delle donne, scrittrice e poeta: diverrà in effetti la “poeta laureata” del Belgio. Come molte femministe delle sua era, considerava la bicicletta una “macchina della libertà” per le donne. La giovane nostra contemporanea ripresa qui sotto condivide questa visione.

baraah

Si chiama Baraah Luhaid, ha 25 anni e vive in un paese, l’Arabia Saudita, in cui il consenso di un uomo è obbligatorio per l’accesso delle donne ai diritti umani e le femministe sono costantemente a rischio di essere processate e imprigionate.

Nel 2013 il bando totale per le cicliste è stato leggermente ammorbidito: le donne saudite possono andare in bicicletta, ma solo nei parchi autorizzati o sulle spiagge e solo se un “tutore” maschio è presente. Baraah Luhaid ha pensato che il resto del cambiamento necessario lo avrebbe spinto da sé.

“Quando faccio attivismo perché le donne possano andare ovunque in bicicletta, sto promuovendo l’indipendenza delle donne. Cambiare credenze radicate profondamente richiede un lento e persistente lavoro. – ha detto nelle interviste – Presenta difficoltà, ma qualcuna deve pur cominciare.”

Così, ha dato inizio a una comunità mista di cicliste/i e aperto un’officina per biciclette (“Il perno dei raggi”) che comprende un caffè e offre servizi e seminari alle donne… all’inizio dal retro di un camioncino, perché Baraah come femmina non è autorizzata a fondare un’attività commerciale – la sua è a nome del fratello, che la sostiene appassionatamente – e i suoi talenti di meccanica e ciclista legalmente potevano essere rivolti solo agli uomini. Ha anche, come Marguerite Coppin, disegnato una versione dell’abito imposto alle donne (abaya) che permette loro di andare in bicicletta più agevolmente, senza che la stoffa si impigli nei raggi.

La sfida più ardua per lei, ha detto di recente a The Guardian, sono le barriere culturali. Quando passa per strada in bicicletta la gente chiude le tapparelle dopo averle urlato insulti e la polizia la ferma regolarmente sia quando la incontra per caso, sia perché riceve allerta sul suo “oltraggioso” comportamento. Ma lei insiste, pedala in pubblico, incoraggia le sue simili a imitarla, cambia raggi rotti e si consola leggendo libri come “Le ruote del cambiamento” di Sue Macy, ove è tracciata la storia delle donne che hanno fatto questo prima di lei. Sa che la bicicletta ha giocato un ruolo importante nel movimento per la liberazione delle donne.

L’officina “Il perno dei raggi” ha vinto di recente un premio governativo per le iniziative in affari. La Principessa Reema, vice presidente dell’Autorità saudita per gli sport femminili, ha pubblicamente approvato il progetto – e simbolicamente ha strizzato l’occhio a Baraah Luhaid.

Maria G. Di Rienzo

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“Quando parlo con adolescenti accade che non riconoscano sempre come violenza ciò di cui stanno facendo esperienza in una relazione. Per una gran parte di loro si tratta del primo incontro in uno scenario “romantico”, perciò possono non sapere che non è sano. Il punto d’inizio della prevenzione, per fermare la cosa ancor prima che inizi, è che noi si voglia comunicare agli adolescenti messaggi relativi alle buone relazioni. Cioè, che tu hai il diritto di essere al sicuro in una relazione e che se un partner ti fa provare paura o ti ferisce questo non va bene, e che tu hai il diritto di andartene e chiedere aiuto.” Deinera Exner-Cortes, ricercatrice alla facoltà di Assistenza Sociale dell’Università di Calgary, Canada. La sua ultima ricerca in merito (2017) mostra come la violenza nelle relazioni fra adolescenti sia parte di un ciclo che si propaga sino all’età adulta.

Tutto giustissimo. C’è un solo punto debole: che la comunicazione sembra diretta principalmente alle potenziali vittime e non ai perpetratori.

In Danimarca, il piano nazionale d’azione contro la violenza di genere prevede speciali iniziative sulle relazioni dirette alla fascia d’età 15-18 anni. Oltre ad aver creato specifici programmi di orientamento e sostegno per le giovani vittime tenuti da personale debitamente formato, organizza nelle scuole giornate tematiche sulla violenza nelle relazioni e dedica ad esse persino un concorso, in cui gli/le studenti possono esprimere i loro sentimenti e ragionamenti tramite racconti, canzoni e varie forme d’arte visiva.

Questo va ancora meglio. Le iniziative sono riuscite a nominare la violenza contro le donne come il principale problema da risolvere nell’intero scenario (se non altro, le percentuali costringono a farlo), il discorso comunicativo si è allargato, ma i messaggi appaiono ancora come diretti in primo luogo alle potenziali vittime e non ai perpetratori.

Su questi giovani picchiatori – stupratori – assassini, soprattutto in Italia e soprattutto se sono italiani, c’è un sacco di gente che “non vuole giudicare” e sostiene che “dobbiamo interrogarci” e cerca di scavare ragioni da miti greci e pistolotti psico-sociologici e riveriti autori. In pratica, nessuno vuol dire all’assassino di Noemi Durini che uccidere è sbagliato, usando come pretesto il fatto che l’autore dell’omicidio ha 17 anni.

Naturalmente, se ne avesse avuti 27 o 37 dovremmo interrogarci sulla disperazione di una generazione senza futuro, e se ne avesse avuto 47 o 57 o 67 ecc. dovremmo interrogarci sull’ansia di generazioni in cui la mascolinità si sente messa in pericolo dalla parità sociale fra donne e uomini (che in Italia esiste solo – e nemmeno sempre – sulla carta) eccetera, eccetera. Quindi: ai perpetratori di femicidio / femminicidio, qualsiasi sia la loro età, è dovuto un lungo e dettagliato rendiconto di vicende storiche e personali atto a “comprendere” le loro motivazioni. Nessuna condanna, se non quella d’obbligo contenuta nelle frasi trite del tipo “ovviamente non avrebbe dovuto, però…”.

Però non riusciamo a dire che sì, le donne muoiono per mano degli uomini molto molto molto più del contrario. Non riusciamo a dire che la violenza nei loro confronti ha le sue origini nei prodotti del patriarcato: sessismo, misoginia, discriminazione di genere. Non riusciamo a dire che la violenza contro le donne è di continuo razionalizzata, giustificata, glorificata ed erotizzata.

Ma se non riusciamo a dirlo, non c’è alcuna speranza che la violenza cessi.

Se non riusciamo a dirlo, trovare la prossima Noemi sotto un mucchio di pietre è solo questione di tempo.

Se non riusciamo a dirlo e ad agire di conseguenza, la prossima Noemi l’avremo uccisa anche noi.

Maria G. Di Rienzo

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la band

“Il nostro attivismo prende molte forme. Manifestiamo, danziamo, scriviamo, parliamo, cantiamo e non ci fermeremo sino a che non avremo creato un mondo di cui sentirci parte in sicurezza ed eguaglianza!”: così FRIDA (fondo per giovani femministe) descrive il suo sostegno alle donne in immagine.

Non sono riuscita a reperire i loro nomi, ma collettivamente queste giovani sono “Bnt Al Masarwa”, una band femminista egiziana.

Mentre promuovevano il loro album “Mazghouna” (“La donna imprigionata”) hanno tenuto seminari in tre diversi remoti villaggi del loro paese, in cui le donne hanno potuto narrare le loro storie e condividere le varie forme di oppressione che subiscono relative a religione, classe, etnia, famiglia, tradizione… Il gruppo ha scritto 18 canzoni su tali racconti.

In agosto, “Bnt Al Masarwa” ha lanciato una campagna allo scopo di raccogliere fondi per il prossimo lavoro in cui 10 dei pezzi succitati saranno registrati:

https://www.indiegogo.com/projects/feminists-singing-music-africa#/

Hanno raggiunto poco più di metà della somma che serve loro (12.000 dollari – circa 10.000 euro). Ci sono ancora 6 giorni per aiutarle. Dicono: “Siamo sicure di non poter realizzare una campagna di successo senza l’appoggio delle persone che credono nella nostra esperienza musicale femminista. Pensiamo tu sia una di esse.”

Bnt Al Masarwa

Maria G. Di Rienzo

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suzan

La parola “impossibile” non c’è, sul mio vocabolario.

“Sono cresciuta in una famiglia istruita e di mente aperta”, dice Suzan Aref Maroof, “ma la cultura è quel che è.” Rimasta vedova all’età di 27 anni, con tre figli, ha dovuto apprendere di prima mano come alle donne sia impedito di partecipare alla vita economica o politica. Per proteggere l’onore e la reputazione della famiglia Suzan è stata costretta a rimanere nascosta nella casa dei suoi genitori per otto anni. Ha pensato seriamente al suicidio, ma ha convinto il padre che sarebbe stata meglio libera, piuttosto che morta. Dopo di ciò, Suzan ha fondato un’organizzazione con lo scopo di sostenere le donne come lei. “Voglio un paese (ndt. l’Iraq) forte che abbia le sue fondamenta nei contributi di donne e uomini.”, dice. Sino ad ora, ha aiutato più di 50.000 donne a trovare impieghi e a sfuggire alla violenza, e ha fatto campagna con successo per alzare l’età legale per il matrimonio dai 16 anni ai 18.

(tratto da: “16 Women Who Are Standing Up to Violence” di Kristin Williams, trad. Maria G. Di Rienzo.)

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(tratto da: “If I am to live through an afterlife it should be as a churel demon, so I can seek vengeance on behalf of mistreated women across the globe”, di Sarah Khan per “Wear Your Voice”, 2 agosto 2017. Sarah, scrittrice-editrice, vive a Toronto in Canada e, nelle sue stesse parole, è “una femminista rompiballe e una groucho-marxista”. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

churel

Come per tutte le altre culture, l’Asia del Sud ha la sua propria serie di mostri ultraterreni atti a spaventare bambini (e anche qualche adulto). Nessuno di essi ha mai realmente spaventato me, perché tutti sembrano avere una ragione per essere quel che sono. Quella che mi affascina di più fra loro è la churel.

La leggenda della churel, a quanto si dice, ha avuto inizio in Persia, ma attualmente è più presente nell’Asia del Sud, in modo particolare in India, Pakistan e Bangladesh. Si narra che sia lo spirito di una donna a cui è stato fatto torto, di solito una donna morta di parto o subito dopo il parto. Una donna può anche tornare come churel se è stata maltrattata dai parenti durante la sua vita o se non ha mai avuto soddisfazione sessuale.

La churel è una creatura dall’aspetto orrendo di base, ma può prendere qualsiasi forma le aggradi. In Pakistan, alla sua leggenda è aggiunto il particolare che non può cambiare però i suoi piedi, che sono volti all’indietro. Generalmente, la churel prende la forma di una donna “tradizionalmente bella” per attirare gli uomini in zone isolate delle foreste. La maggior parte del folklore narra che lo fa per vendetta, torna per uccidere i maschi della famiglia, a cominciare da quelli che hanno abusato di lei quando era viva. A causa della paura della churel, le famiglie sentivano di dover avere buona e speciale cura delle parenti donne, come le nuore, e in particolar modo di quelle incinte. La churel diventa la ragione per cui le donne sono trattate da esseri umani nelle loro famiglie.

Il fatto che delle persone abbiano necessità di essere terrorizzate da una leggenda urbana per essere decenti con le donne nella loro famiglia è in se stesso scioccante, ma a me piace pensare che la leggenda sia stata creata dalle donne, per indurre gli uomini – tramite il timore – a trattarle da esseri umani. Le donne sono state considerate cittadine di seconda classe e poco più di incubatrici per bambini per lungo tempo, perciò non mi sento di biasimarle per aver potenzialmente creato una demone terrificante.

L’idea di una demone-strega che può cambiare forma e attirare gli uomini verso la loro dipartita esiste in una cultura così vistosamente misogina da risultare tonificante. Come creatura probabilmente fittizia (dico “probabilmente” perché a livello personale vorrei così tanto crederla reale), la churel sta facendo ciò che molte donne (e uomini) viventi non sono in grado di fare: reclamare per se stesse/i un trattamento umano ed egualitario.

Sebbene io sia stata trattata davvero bene dalla mia famiglia durante la mia vita, se avrò esistenza nell’aldilà una parte di me desidera che tale esistenza sia quella di una demone churel, per poter vendicare le donne maltrattate su tutto il pianeta.

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