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Posts Tagged ‘patriarcato’

(tratto da: “The Relentless Torture of The Handmaid’s Tale”, di Lisa Miller per The Cut, 2 maggio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La seconda stagione de “Il Racconto dell’Ancella” è appena cominciata, pure ogni nuovo episodio porta con sé nuovo terrore. Ho pensato che forse ero solo traumatizzata dal primo episodio, in cui le nostre protagoniste preferite sono inesorabilmente torturate – colpite da scariche elettriche tramite pungoli per bestiame, prese a calci, minacciate con cani, incatenate a una stufa a gas e ustionate, lasciate vive sulla forca ma coperte di urina – fino a che ho sopportato l’episodio numero due.

Là mi sono imbattuta, all’interno di un paesaggio dalla luce dorata che evoca il profondo sud, in una vasta marea di donne schiave, a stento in vita, costrette a scavare in rifiuti tossici sino a che muoiono. Durante una scena di agghiacciante tortura psicologica il sottile, fastidioso suono di Kate Bush che canta “Il lavoro di una donna” accompagna le immagini di donne letteralmente terrorizzate a morte; altrimenti, la colonna sonora è principalmente un costante gemito in tono minore, come il suono del vento che attraversa una finestra rotta, punteggiato dal pianto e dai colpi di tosse delle donne, e da urla.

Ho premuto il tasto che toglie l’audio e quello per l’avanzamento veloce così spesso durante questa seconda stagione che sono costretta a chiedermi: Perché sto guardano questa cosa? Sembra tutto così ingiustificato, come un pestaggio senza fine. Davvero, le hanno tagliato la lingua? Davvero, hanno messo in fila tutti i giornalisti contro un muro – inclusa una mamma che portava scarpe comode da gravidanza (quanto manipolativo è ciò?) – e li hanno fucilati? Davvero, l’hanno nutrita a forza, le hanno messo ceppi alle caviglie; le hanno lasciato assaggiare la libertà e poi gliel’hanno portata via? Davvero, davvero, davvero? Ci sono film che trattano di genocidi e schiavitù storici che obbligano a una necessaria analisi della brutalità nella vita reale. Ma questo. Questo è un mondo inventato.

Rispondo a me stessa: per quel che riguarda la prima stagione, ero d’accordo con il consenso della critica. Questa è “televisione importante”. Una parabola femminista, adattata dal romanzo di una donna, che è stata premiata con otto Emmy – la maggior parte dei quali conferiti a donne – e che tratta dei potenziali eccessi del patriarcato, non così inconcepibili ora, nell’era di Pence e Trump.

All’epoca su Slate, facendo la recensione, Willa Paskin sottolineò che guardare la prima stagione l’aveva fatta sentire “quasi virtuosa”, scrisse, “come l’immergersi in un oceano d’inverno”. Anch’io ero stata agganciata dal rigoglioso orrore della stagione iniziale. Sembrava fedele al romanzo originale di Margaret Atwood, ma molto più intimo, come se si stesse guardando una scena del crimine attraverso uno spioncino.

Volendo avvolgermi ancora in quel senso di virtù, solidale con le donne sullo schermo, ho continuato a guardare. Ma la mia voce interiore rifiuta di restare in silenzio. Sarebbe femminista guardare donne ridotte in schiavitù, degradate, picchiate, amputate e stuprate? Come, esattamente, sto partecipando a una rivoluzione femminile stando seduta sul mio comodo divano a consumare questo? “Il racconto dell’Ancella” ha saltato il fosso, nella sua seconda stagione, trasformandosi da intrattenimento con princìpi a pornografia di tortura?

Non sono la sola persona a notare l’amplificata violenza della seconda stagione, una conseguenza ovvia, probabilmente, dell’aver ricevuto prima del previsto così tanti premi e così tante lodi, e dell’essere uscita dalla mappa della trama originale di Atwood. La stagione successiva doveva chiaramente essere più grande della prima, più epica, più ambiziosa a livello visuale, più intensa. Ma “sembra che lo show stia solo scegliendo a caso cose orribili da far succedere alle donne per ottenere l’effetto shock.”, ha detto Laura Hudson durante una tavola rotonda a The Verge (ndt.: rete di media informatici), “Perché guardarlo? Io non ho bisogno di vedere donne brutalizzate per capire che Gilead è un posto malvagio o che lo è la misoginia; credetemi, ho capito.”

Il romanzo di Atwood era un esercizio mentale: un intellettuale affresco di “supponiamo che” girante per lo più attorno ai dettagli personali di vite comuni. Ciò che aveva reso l’adattamento televisivo così affascinante, per me, era la collisione della fantascienza con le descrizioni di gente ordinaria in case con cucina, che forzava “noi” a trasporci in “loro”. (…)

La prima stagione finiva dov’era terminato il libro di Atwood, con June seduta da sola nel retro di un furgone, incerta sul proprio destino. Con la seconda, gli sceneggiatori sono sulla propria frontiera narrativa e il sentiero che creano è deludente quanto prevedibile. Nel finale del primo episodio, l’attrice Elisabeth Moss (ndt.: June) taglia la graffetta metallica che indica il suo status di Ancella dalla sua stessa orecchia con un paio di forbici. E’ straziante da vedere. E quando ha finito, e i suoi seni sono coperti dal suo proprio sangue, si solleva come una Furia vendicatrice per dichiarare la propria liberazione.

season 2

Ma poiché questo è il primo episodio e ci sono dio sa quanti altri episodi e stagioni a venire, noi capiamo che sarà intrappolata di nuovo – e picchiata e torturata e stuprata di nuovo, che la violenza nei suoi confronti continuerà e continuerà. (ndt.: E’ quel che è effettivamente accaduto nel terzo episodio, non ancora in onda quanto l’Autrice ha scritto il presente articolo.)

E’ una storia sessista vecchia quanto la Bibbia: il coraggio dell’eroina è intensificato dalla sua vittimizzazione, perché la cultura misogina esalta le donne che soffrono. Che June sia incinta, e sia una madre angosciata (ndt: la figlia le è stata sottratta), sono che cose che aumentano il suo eroismo secondo lo show. Gli sceneggiatori della seconda stagione sanno bene come i fondatori di Gilead che non c’è tropo più sacro della maternità. In un esasperante e grottesco rovesciamento, l’allegoria femminista di Atwood si è trasformata in una vetrina degli abusi delle donne: tornando alla scena descritta sopra, ho notato che la macchina da presa indugiava sul sangue sgocciolante di June. E là ho deciso, io ho chiuso. (ndt.: ho chiuso anch’io, prima ancora di leggere questo.)

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Il terzo romanzo di Trifonia Melibea Obono, “La Bastarda”, segna un primato: è il primo di un’Autrice della Guinea Equatoriale a essere tradotto in inglese.

lawrence e trifonia

(Trifonia Melibea Obono e il traduttore Lawrence Schimel)

Uscito sul mercato internazionale il 17 aprile scorso – distribuito da Feminist Books per gli Usa, Modjaji Books per il Sudafrica, Turn Around per la Gran Bretagna – narra la storia di Okomo, un’adolescente orfana di madre che vive con la nonna e a cui sono proibite molte cose: Okomo non risponde agli standard della femminilità patriarcale ed è perciò un’emarginata, ma scoprirà di non essere la sola a portarsi addosso quest’etichetta. Entrata in contatto con un gruppo “misterioso” di ragazze che fanno una bandiera dell’essere giudicate indecenti, sebbene debbano incontrarsi segretamente, Okomo si innamorerà della loro leader e si ribellerà contro le rigide norme culturali che le sono imposte.

Trifonia Melibea Obobo è nata a Evinayong, nella Repubblica della Guinea Equatoriale, nel 1982. E’ docente universitaria alla Facoltà di Letteratura e Scienze Sociali nel suo paese e fa parte del Centro per gli studi afro-ispanici dell’UNED (università nazionale per l’istruzione a distanza) spagnola.

Chi ha già letto “La Bastarda”, in particolare altre scrittrici, ne è entusiasta:

Alexis Pauline Gumbs (“M Archive: After the End of the World”): “Un romanzo di svolta che dice al mondo, a partire dalla propria prospettiva, che c’è così tanta necessaria vita fuori, oltre, prima e dopo il patriarcato. Per coloro di noi a cui è stato detto che non esistiamo. Che non possiamo esistere. Che non dovremmo esistere. Questa storia innovativa piena di amore e di cura serve da incantesimo per ricordarci che esistiamo, siamo esistite e dobbiamo sostenerci l’una con l’altra per esistere e vivere come siamo.”

Maggie Thrash, (“Honor Girl”): “Sebbene io viva a un mondo di distanza dalla Guinea Equatoriale, ho visto molto di me stessa in Okomo: un “maschiaccio”, smaniosa di essere libera e di sfuggire al gioco truccato della società. Ho fatto il tifo per lei a ogni pagina e ho desiderato per me stessa e per tutte le ragazze che noi si sia abbastanza coraggiose da creare il nostro proprio mondo.”

Maria G. Di Rienzo

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Urma Bishnoi

Urma Bishnoi – in immagine – è diventata una moglie quando aveva dieci mesi (sì, non è un errore: dieci mesi), data in sposa a un ragazzo del suo villaggio, Kaparda, in India.

Crescendo ha cominciato ovviamente a rifiutare un contratto su cui non aveva avuto voce, sapendo all’epoca a stento dire qualche parola, ma è stata soffocata per anni dalle minacce dei parenti acquisiti: quelle di tagliarle via naso e orecchie e dell’ostracismo sociale che avrebbe colpito la sua famiglia se lei avesse avuto successo nell’uscire dal matrimonio imposto.

Urma ha adesso 19 anni, ha scoperto l’esistenza di una fondazione non-profit, Saarthi Trust, disposta a spalleggiarla (la fondazione è già riuscita ad annullare 35 matrimoni precoci e a prevenirne circa un migliaio) e martedì scorso ha raccolto tutto il suo coraggio e si è presentata in tribunale.

A occuparsi del caso per Saarthi Trust è la psicologa e terapista per la riabilitazione Kriti Bharti, che ha confermato la tremenda pressione esercitata su Urma: “I suoceri e il consiglio di villaggio stanno terrorizzando la giovane e la sua famiglia per farle ritirare la richiesta di annullamento.”

“Non accetto i matrimoni di bambini. – ha detto fermamente Urma alla stampa – Spero di ottenere giustizia presto. Non vedo l’ora di cominciare una nuova vita, una in cui posso studiare e costruirmi un futuro.”

L’India è il paese che conta più spose-bambine al mondo: 23 milioni sono diventate “mogli” prima dei 18 anni (dati Unicef 2017). La povertà gioca un ruolo chiave nella questione, poiché le figlie sono viste come un fardello economico dalle famiglie e l’attitudine patriarcale a trattare donne e bambine come proprietà degli uomini anziché come esseri umani fa il resto.

Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Global Citizen, Hindustan Times, Indo-Asian News Service, Ndtv)

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(tratto da: “Art can influence political action for women’s liberation”, intervista all’artista femminista Emilia de Sousa – in immagine sotto – di Brenda Campos per FES Connect, 28 marzo 2018. Trad. Maria G. Di Rienzo. FES è l’acronimo della fondazione non-profit tedesca Friedrich-Ebert-Stiftung, che promuove la democrazia sociale e i diritti umani. Il mese scorso ha organizzato un incontro di donne a Maputo, in Mozambico, per discutere modi innovativi di analizzare e raddrizzare le ingiustizie politiche, economiche e sociali.)

emilia de sousa

Studiose femministe, sindacaliste, blogger e attiviste per i diritti umani hanno fatto parte del Laboratorio Idea per trovare approcci unitari alla creazione di conoscenza femminista, mutuo sostegno e azione politica, per trasformare le narrative neoliberiste e conservatrici che giustificano lo sfruttamento economico e la strumentalizzazione politica delle donne in molte odierne società africane.

Emilia de Sousa, un’artista mozambicana multidisciplinare, i cui dipinti e disegni sfidano l’immagine della donna in una società capitalista e patriarcale, ha partecipato al dibattito e ha fatto del “potere femminista per il cambiamento” un’opera d’arte.

Hai accettato di contribuire al Laboratorio Idea per la riflessione e l’azione femministe africane in un modo unico e da art-ivista. (ndt.: con il dipinto visibile nell’immagine sopra) Com’è stata questa partecipazione per te?

Partecipare al Laboratorio Idea è stato un viaggio emotivo. E’ stato molto eccitante, difficile da descrivere con parole esatte in tutte le sfumature delle sensazioni. Essere nella stessa stanza con tutte quelle donne meravigliose che lottano per i diritti e il benessere delle donne è stata la concretizzazione di un sogno, mi ha aperto la mente.

I temi affrontati, le discussioni, i piani, l’unione delle menti, il potere di costruire ponti fra le diverse esperienze individuali per formare qualcosa di più grande, un collettivo inarrestabile, è stato davvero ispirativo ma anche una sfida per me.

Sono rimasta colpita dalle presentazioni personali, dalla forza delle donne nella stanza e dalla connessione delle nostre lotte che sembrano assai simili in un certo modo. Ciò mi ha fatto pensare, piangere e ridere. Ho raccolto un sacco di energia dal gruppo e ho cercato di metterla nel dipinto, che raffigura lo sbloccarsi del potere delle donne tramite l’azione collettiva e la solidarietà.

Cosa ti motiva nel creare arte femminista?

Non ricordo quando esattamente mi sono definita una femminista / artista / attivista negli anni della mia adolescenza. Ma ricordo che il momento in cui mi sono sentita completa e potenziata è stato quello in cui ho cominciato a esprimere i miei convincimenti e le mie frustrazioni di donna nera tramite l’arte. Ha funzionato come auto-terapia.

Mi sono sempre concentrata sull’esperienza dell’essere una donna, anche in modo inconscio. Il tema ricorrente nei miei dipinti e disegni sono i corpi delle donne, la nostra lotta per riconciliarci con la nostra realtà corporea al di là delle false immagini femminili che la società capitalista e patriarcale tenta di imporre.

Le donne sono costantemente strumentalizzate. Le nostre insicurezze e i nostri dubbi diventano pubblicità per vendere prodotti commerciali che alla fine ci mantengono nelle prigioni dei nostri complessi e alimentano competizioni separate per la bellezza, le incertezze, l’anoressia, la vergogna, i disturbi. L’amore di sé, la compassione collettiva, l’empatia, la solidarietà di altre donne e l’esprimere te stessa coraggiosamente sono rimedi per queste influenze negative a cui siamo esposte sin dalla nascita. Ma per comprendere la confortevole forza di un’espressione collettiva e dell’auto-accettazione, dobbiamo spesso compiere un viaggio lungo, solitario e duro. Tale esperienza ispira i miei dipinti: la sofferenza delle donne e l’evento che apre gli occhi e la mente, l’accettare le tue debolezze e le tue imperfezioni e l’aiutare altre ad arrivare allo stesso punto di liberazione.

Che ruolo può giocare l’arte nella nostra lotta per espandere i diritti delle donne e ridurre la discriminazione?

L’arte è inseparabile dalle società e ha una grande influenza sull’azione politica, in particolare nel combattere la discriminazione contro le donne. L’artista parte dalla sua prospettiva e dalla sua esperienza soggettive. Permette l’accesso ai suoi sentimenti e riflessioni, alla sua rabbia e alle sue paure – può farlo con la musica, la pittura, le illustrazioni, la scrittura – e in questo modo crea messaggi in un linguaggio multidimensionale, colorato e potente, che va oltre le argomentazioni razionali e induce le persone a capire l’essenza dei problemi sociali, politici o economici.

Io credo che le esibizioni artistiche che toccano i temi del femminismo, della discriminazione e dell’abuso perpetrati contro le donne diano voce a chi è oppresso e possano toccare le persone in modi svariati. Dobbiamo portare l’arte nei vicinati e nelle scuole, dobbiamo parlarne e farne fare esperienza alle generazioni più giovani, così che possano trovare i loro propri modi di esprimere se stesse, di definirsi e raccogliere forza per trasformare il loro ambiente in qualcosa di più amichevole, più giusto e più libero di quello in cui viviamo attualmente.

Quale cambiamento desideri per la società mozambicana, da un punto di vista femminista?

I dibattiti femministi stanno lentamente crescendo in Mozambico. C’è ancora il cancro delle donne copertina. Dobbiamo essere belle, sexy, ma non volgari. I nostri corpi devono essere “perfetti”. A seconda di dove i peli si trovano sul tuo corpo, da una parte devono essere rimossi e dall’altra devono essere stirati (ndt.: i capelli). Dobbiamo essere sveglie e capaci di divertire, ma non dobbiamo fronteggiare padri, insegnanti e mariti. Lavoriamo il doppio e siamo pagate meno della metà, ma una brava donna non si lamenta, ne’ urla contro le ingiustizie o contro la violenza strutturale e fisica.

Facciamo di tutto per assumere su di noi una personalità e una vita che non sono nostre. Viviamo nella paura di esprimere la nostra propria voce, i nostri pensieri, i nostri sogni, perché non vogliamo essere giudicate. Siamo state educate a essere quel che non siamo e a cambiarci costantemente per compiacere gli altri. Essere te stessa, amare te stessa e rispettare te stessa, nella nostra società è in pratica un atto di ribellione.

L’arte non può restare silenziosa su questo. Dobbiamo far riflettere le donne, dobbiamo far riflettere la società, dobbiamo aiutare questa nuova generazione di donne e uomini a trovare la propria espressione e la propria narrativa su cos’è la vita. Una narrativa di compassione, di rispetto, di accettazione e umanità. Dobbiamo spingere per la trasformazione che vogliamo.

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poonam ghimire

Quando aveva 11 anni, la nepalese Poonam Ghimire – in immagine – scrisse, mise in scena e diresse un pezzo teatrale che affrontava le diseguaglianze di genere nella scuola e chiedeva maggiore inclusione. Il suo lavoro riscosse un tal successo che la gente lo metteva spontaneamente in scena nelle strade: questo in un paese in cui solo il 66% delle ragazze frequenta le medie, poiché all’età in cui dovrebbero farlo sono già intrappolate in matrimoni precoci o lavoro forzato, oppure ne sono impedite dalla povertà o da proibizioni socioculturali.

In più, in molte regioni sono costrette a sottoporsi alla “tradizione” che le allontana dalle proprie case quando hanno le mestruazioni. Confinate in remote capanne, le ragazze sono spesso stuprate, si ammalano, muoiono di freddo e di fame.

Contro tutto questo, Poonam ha organizzato le sue amiche e ha fatto campagna per l’eguaglianza di genere. L’Unicef l’ha notata abbastanza presto da chiederle di scrivere per l’organizzazione, cosa che le ha fatto guadagnare un profilo internazionale.

Quando è stato il momento di andare all’università, Poonam ha scelto scienze forestali: è convinta che il cambiamento climatico e la diseguaglianza di genere siano connessi. Il cambiamento climatico ha impatto principalmente su bambine e donne, sostiene, giacché nelle comunità sfollate la percentuale di matrimoni forzati infantili cresce, gli agricoltori su piccola scala – che sono in maggioranza donne – vedono distrutte le loro possibilità di sopravvivere grazie al loro lavoro e molte bambine a cui è permesso studiare non riescono più neppure a raggiungere le scuole.

Garantire alle donne il diritto alla salute sessuale fornendo loro l’accesso al controllo delle nascite e fornire istruzione sul cambiamento climatico a donne e bambine sono due dei rimedi per cui la giovane attivista lavora assieme all’Associazione delle organizzazioni giovanili del Nepal (con cui ha anche affrontato le conseguenze del devastante terremoto del 2015, in prima linea negli sforzi per l’assistenza e la ricostruzione).

Durante la sua attività, Poonam ha visto altre connessioni: in Nepal solo il 37% delle persone può usufruire di impianti igienici e sanitari, e di nuovo ciò ha un impatto sproporzionato su donne e bambine, a cui è affidato il compito di fornire acqua potabile; inoltre, espone la popolazione al rischio di colera e altre malattie relative al consumo di acqua contaminata.

Poonam ha già prodotto lavori di ricerca sullo smaltimento sostenibile dei rifiuti, promuove un’agricoltura pure sostenibile, organizza concorsi di poesia sul cambiamento climatico e diffonde libri, tiene seminari sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per i giovani, incoraggiandoli a fondare gruppi ambientalisti in tutta la nazione. Mentre viaggia per questi scopi, raccoglie dati locali sull’inquinamento dell’aria.

“Per molti, io sono una donna non sposata che lavora nel mondo degli uomini e non sa cucinare. – ha detto di recente alla stampa – Ma io sono una donna che ha sogni, aspirazioni e, cosa più importante di tutte, ho una voce.”

Maria G. Di Rienzo

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“Tolerance has taken over feminism, and it threatens to destroy the movement”, di May Mundt-Leach per Feminist Current, 30 marzo 2018, trad. Maria G. Di Rienzo. May Mundt-Leach è una studente universitaria inglese e membro dell’organizzazione femminista Kvinnorum.)

“Siamo diventate riluttanti a essere etichettate come quelle che fanno crociate morali in un’era in cui il potenziale umano è degenerato al “farsi i fatti propri”. Siamo condizionate a produrre blande osservazioni e battute ciniche in risposta a oscenità su scala nazionale e perversità di magnitudo universale. Siamo anestetizzate al punto da trovare normali crudeltà e disperazione.” – Hilde Hein, 1982

Nel suo libro del 1986 “A Passion for Friends: Towards a Philosophy of Female Affection”, Janice Raymond fa riferimento al lavoro di Hilde Hein per descrivere un curioso fenomeno che si introduceva in parti del movimento delle donne durante quel periodo. “La tirannia della tolleranza – argomenta – dissuade le donne dal pensare in modo risoluto, dalla responsabilità del dissentire da altri e dalla volontà di agire. Peggio ancora, permette a principi oppressivi di affiorare senza essere confutati.”

L’osservazione di Raymond è piena di un discernimento che può (più facilmente di quanto dovrebbe) essere applicato al femminismo oggi. Il dominio totalitario del patriarcato ha forzato una clausola particolarmente nociva per le giovani donne: nessun giudizio di valore dev’essere espresso su qualcosa o qualcuno. I principi morali sono per i puritani e l’intervento critico è ritenuto “escludente” di vari gruppi o individui. Il termine “patriarcato” è gettato da una parte all’altra come se si trattasse di niente di più di uno strano oggetto che occasionalmente casca dal cielo, menzionato costantemente di passaggio ma a cui non si dà mai la profondità di analisi che esso richiede.

La parola “tolleranza” deriva dal Latino “tolerare” che significa “sorreggere, subire, patire” e, abbastanza letteralmente, “sopportare”. Nel patriarcato, le donne sono state preparate a un perpetuo stato di tolleranza. La tolleranza dei costumi, culture, comportamenti e sessualità maschili è stata storicamente forzata sulle donne dalle leggi di dei maschi, stati maschi e parenti maschi.

Dalla maniacale “caccia alle streghe”, dove centinaia di migliaia di donne furono pubblicamente torturate e uccise per aver rigettato l’autorità della chiesa, alle forme spesso brutali di anti-lesbismo dirette verso donne che scelgono di avere relazioni con altre donne anziché con uomini, la persecuzione sembra inevitabile per le donne che rifiutano di essere tolleranti del dominio maschile.

Oggi, l’addestramento alla tolleranza comincia presto – alle bambine si insegna a sopportare i bambini che le umiliano nel parco giochi, a far finta di non vedere la pornografia online, a chiudere le orecchie alla misoginia che sentono tutt’intorno.

Raymond descrive la tolleranza come una posizione passiva. Crea non-azione, apatia e una minore sensibilità alle ingiustizie commesse dagli uomini ai danni delle donne. In altre parole, condizionare donne e bambine a essere “tolleranti” non è involontario. Non è completamente sorprendente, quindi, che le donne – in particolare le giovani donne – siano riluttanti a formare il proprio senso di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; a distinguere quali valori possono essere considerati femministi e quali no; e all’articolare quel che deve cambiare se le donne vogliono essere infine libere dalla dominazione maschile.

Questa tirannia della tolleranza è più evidente in quello a cui oggi ci si riferisce come “femminismo intersezionale” e prevale in molte università occidentali. L’uso improprio della teoria originaria di Crenshaw – https://www.youtube.com/watch?v=uPtz8TiATJY – significa che questo tipo di “femminismo” riflette più da vicino un certo tipo di individualismo liberale, il quale aderisce al dogma maschile sotto le spoglie del progressismo e della giustizia sociale. Non è una coincidenza che le scelte inquadrate da questa ideologia come “femministe” rappresentino, sino all’ultimo tratto di mascara, gli attrezzi usati dagli uomini per colonizzare le donne.

La prostituzione, ora denominata “lavoro sessuale” da molti studenti, attivisti e accademici ambosessi, è presentata in tono di sfida in questa cornice come il risultato di una scelta personale e “potenziante” di una donna, nonostante la realtà della maggioranza delle donne nella prostituzione che là si trovano per mancanza di scelte.

L’industria multimiliardaria della pornografia registra e distribuisce atti sadici di misoginia, così come di pedofilia, omofobia e razzismo, a milioni di uomini e ragazzi in tutto il mondo – pure, usando il travestimento della “sex-positivity”, tali promozioni dell’abuso sono date a bere da qualcuno come “femministe”, mentre le donne che criticano l’industria sono marchiate come “anti-sesso” o “puttanofobiche”. E’ chiaro che per poter essere accettate in questa nuova gang “femminista”, una deve tollerare tutti i sistemi in cui le donne possono (ipoteticamente) mostrare scelte, a prescindere dagli scopi programmati dal sistema in questione.

La promozione in alcuni circoli femministi contemporanei di ciò che Raymond descrive come “libertà di valori” – o, come dice Hein, il “farsi i fatti propri” – rende in pratica impossibile definire una serie di valori collettivi o di asserire scopi condivisi a causa del desiderio di apparire sensibili e “rispettose” dell’opinione di ogni donna nel gruppo. Mantenere il rispetto verso le altre donne è ovviamente importante, pure di sicuro ciò non dovrebbe avvenire al costo di essere completamente incapaci di esprimere disaccordo su un particolare punto di vista o su una posizione politica. In più, nel mentre può essere relativamente facile opporsi a principi che sono patriarcali in modo ovvio, la difficoltà sta nel parlare contro quelli che sono più nascosti.

Secondo la vulgata popolare del “femminismo intersezionale”, alle donne viene detto che hanno peccato poiché possiedono il privilegio “cisgender”, il che posiziona l’essere nate donne e il continuare a chiamare se stesse donne come una posizione privilegiata in cui stare. Il punto cruciale è che delle donne in possesso del “privilegio cisgender” si dice abbiano la capacità di opprimere i maschi, se questi maschi hanno deciso che preferiscono non essere identificati come tali.

L’immagine idealizzata della femminista “inclusiva verso i trans” nella politica identitaria occidentale è diventata un segnale per vedere se una donna è veramente dispiaciuta dell’avere un corpo femminile – abbastanza apologetica da renderlo insignificante e, nonostante i suoi storici sfruttamento, oggettivazione e dominio da parte degli uomini, da arrivare a vederlo invece come un’insegna di privilegio. Essere una femminista tollerante oggi è pentirsi pubblicamente e senza posa dei propri supposti peccati: il maggiore dei quali, secondo alcuni, è l’essere in possesso di un corpo femminile.

L’anno scorso, 136 donne sono state uccise da uomini nel Regno Unito. Di media, una donna è stata uccisa ogni 2,6 giorni. In India, dove la pratica dell’infanticidio femminile è particolarmente comune, la popolazione infantile di sesso femminile nella fascia d’età fra 0 e 6 anni è diminuita dai 79 milioni del 2001 ai 75 milioni del 2011. Il mese scorso, la Danimarca ha aperto il suo primo bordello con bambole gonfiabili. Si pubblicizza come “il posto in cui tutti i gentiluomini sono i benvenuti e dove le ragazze non dicono di no”. Solo in Inghilterra e Galles 85.000 donne sono stuprate ogni anno. Ciò significa che oggi, di media, 10 donne saranno stuprate ogni ora.

Le donne devono riconsiderare cosa tollerano e cosa no. Sebbene le donne intolleranti siano etichettate come “quelle che escludono”, “fobiche” o “odiatrici”, gli uomini hanno ormai oppresso sistematicamente le donne per secoli eppure restano tollerati dalla maggioranza di noi. Come donne, dobbiamo cominciare a formare ciò che Andrea Dworkin chiama “un’intelligenza morale” – una capacità di costruire il nostro proprio sistema etico e di valori centrato sulle donne. Guardando indietro alla scia di violenza, colonizzazione e morte lasciata alle spalle dagli uomini in tutto il mondo, non c’è ragione per cui le donne debbano essere tolleranti del dogma patriarcale, qualsiasi sia la forma che esso prende.

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suad

“Alla marcia di oggi c’era un fantastico miscuglio di donne e uomini, di giovani e anziani, che si ascoltavano reciprocamente, celebravano conquiste e chiedevano una maggiore eguaglianza di genere. E’ stato stimolante vedere migliaia di persone insieme sulle strade della Tunisia a mandare il chiaro messaggio che l’eguaglianza nei diritti ereditari per le donne non è un privilegio, ma un diritto umano. Questa marcia segna un momento storico del movimento per i diritti delle donne nella regione, con la Tunisia che ancora una volta apre la strada. Penso vedremo una reazione a catena ovunque, con le donne che si sentiranno incoraggiate a cominciare a sfidare l’ingiusta legislazione sui diritti ereditari nei loro propri paesi.”

Suad Abu-Dayyeh (in immagine sopra), di Equality Now, dopo la dimostrazione del 10 marzo scorso, in cui a Tunisi 4.000 persone – in maggioranza donne – hanno sfilato dietro lo striscione “Eguaglianza. Un diritto, non un privilegio” e hanno chiuso la marcia davanti al palazzo del parlamento.

tunisia 10 marzo 2018

L’eredità è un soggetto spinoso nei paesi arabi, perchè sul Corano sta scritto che le femmine devono ereditare la metà rispetto ai loro fratelli maschi e c’è sempre qualche eminente studioso islamico che ravvisa un grave peccato nel trattare le donne da esseri umani quali esse sono. Equality Now dice che la vera minaccia nell’avere eguali diritti è quella diretta alla struttura patriarcale della società.

tunisia 10 marzo 2018 - 2

Maria G. Di Rienzo

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