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Posts Tagged ‘interruzione volontaria di gravidanza’

Three Girls

“Three Girls” (“Tre Ragazze”) è una miniserie televisiva trasmessa dalla BBC per tre sere di seguito, dal 16 al 18 maggio 2017. Io l’ho vista in questo mese di luglio, con i sottotitoli in italiano. Tratta del “circolo” di uomini che abusò sessualmente di un centinaio di ragazze minorenni – 47 furono identificate con certezza – durante diversi anni in quel di Rochdale (Greater Manchester, Inghilterra). Fra il 2008 e il 2010 alcune ragazze tentarono di denunciare gli stupri ma la polizia non prestò loro ascolto: in primo luogo erano “cattive vittime” – ribelli, in conflitto con i genitori, provenienti da famiglie povere / problematiche, molte avevano abbandonato la scuola, alcune vivevano per strada; in secondo luogo, mentre costoro erano in maggioranza bianche, la banda dei violentatori era composta da una maggioranza di cittadini britannici di origine pakistana e le autorità temevano di essere accusate di razzismo.

Nel 2012, dodici degli uomini suddetti furono riconosciuti colpevoli di traffico di minori a scopo sessuale e stupro di minori e nel 2015 la polizia di Greater Manchester si scusò pubblicamente per il suo comportamento. Nel frattempo, le tre ragazze protagoniste dello sceneggiato (i cui nomi sono stati ovviamente cambiati per la loro protezione) avevano subito ogni sorta di umiliazioni, erano rimaste incinte e due di loro avevano portato a termine la gravidanza, mentre la 13enne aveva abortito legalmente: avevano raccontato le loro storie a membri delle forze dell’ordine e avvocati per anni, senza essere credute. Sempre per anni l’assistente sociale Sara Rowbotham, che lavorava nel centro per la salute sessuale giovanile a Rochdale, inviò alla polizia e ai suoi superiori dati e informazioni che confermavano le storie narratele dalle ragazzine, ricevendo sempre la stessa risposta: “Queste non sono prove, Sara.” Quando si arrivò al processo, basato largamente sul materiale che lei aveva raccolto, i suoi superiori del servizio sociale ebbero la faccia tosta di dichiarare alla stampa che “non avevano fatto niente perché niente sapevano” e quando Sara protestò ufficialmente per questo fu prima allontanata dal centro per la salute sessuale, con il divieto di occuparsi di minori, e poi dichiarata “in esubero” e licenziata. La poliziotta che seguì le nuove indagini sino al processo del 2012, Margaret Oliver, diede le dimissioni perché delusa dall’atteggiamento dei suoi capi, che continuavano a bollare alcune vittime come “inattendibili” e perciò costoro non arrivarono mai a testimoniare in tribunale le violenze subite. E proprio come temevano quelli che respinsero le ragazze fra il 2008 e il 2010, la vicenda prese una colorazione “razziale”: la destra inscenava dimostrazioni durante le udienze, gli imputati dicevano di essere vittime di razzismo, le discussioni all’interno della comunità di Rochdale non vertevano sugli abusi ma sulla responsabilità degli stessi – fatta ricadere sulle minorenni “sregolate”, che erano bianche spiegherà uno dei perpetratori alla sbarra perché “la gente bianca addestra le ragazze a bere e a fare sesso in tenera età”; in sostanza, come molti uomini di qualsiasi colore o provenienza, il signore non riusciva a vedere cosa ci fosse di sbagliato nello stuprare una minorenne: non le aveva forse offerto da bere e da mangiare? Come dirà nello sceneggiato alla quattordicenne Holly: “E’ ora che tu mi dia qualcosa in cambio.”

Il pubblico ministero che riaprì il caso era pure di origine pakistana, si chiamava Nafir Afzal e dichiarò alla stampa in modo perentorio che “Non esiste comunità in cui le donne e le ragazze non siano vulnerabili all’aggressione sessuale e questo è un dato di fatto.” Costui, l’ex assistente sociale Sara Rowbotham e l’ex agente di polizia Margaret Oliver hanno collaborato come consulenti alla creazione dello sceneggiato. Nella realtà, le indagini susseguenti a questo caso hanno portato alla luce sino a oggi dozzine di altri simili “circoli” di stupratori in tutta la Gran Bretagna.

Se vi capita di aver spazio per un altro po’ di rabbia per il modo in cui qualsiasi cosa sia usata per gettare biasimo, colpa e vergogna sulle vittime di violenza sessuale, dovreste guardare “Three Girls”. Ma soprattutto, dovrebbero vederlo quelli/e che cinguettano “E’ la loro cultura / la loro religione / dobbiamo rispettare” persino davanti ai cadaveri: l’assetto socio-culturale in cui le donne sono carne inferiore da pornografia e macello è così diffuso e pervasivo in tutto il mondo che quel che stanno “rispettando” è la loro approvazione per esso. Maria G. Di Rienzo

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Ogni anno, alla scuola Ethical Culture Fieldston di Riverdale, New York, l’insegnante di arte Nancy Fried propone ai suoi studenti della classe di scultura di creare abiti “sostenibili” senza usare stoffa: i risultati sono poi esposti al pubblico di genitori, parenti e amici durante una sfilata.

Le giovani menti sino ad ora avevano usato – benissimo – di tutto e di più: dalla carta di caramelle ai segnalibri, dai giornali usati alle lattine gettate via. Ma quest’anno Karolina Montes e Zoë Balestri hanno superato ogni aspettativa.

le due studenti

I vestiti che indossano nell’immagine qui sopra sono fatti di volantini e preservativi di Planned Parenthood (“Genitorialità pianificata”) associazione che, sostenendo la salute riproduttiva delle donne e sostenendo le loro decisioni in merito, è sgradita all’attuale amministrazione statunitense: infatti le ha tagliato i fondi pubblici.

Gli abiti creati da Karolina e Zoë sono in pratica un manifesto sul diritto alla contraccezione e all’interruzione di gravidanza, sulla necessità dell’educazione sessuale e persino di un’industria della moda che risponda a principi etici. Giovani femministe crescono, alleluia!

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Salvadoran Woman Becomes First Person to Be Granted Asylum Due to Regressive Abortion Laws”, di Kathy Bougher per Rewire, 28 marzo 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

“E’ ora che si sia noi donne a prendere le decisioni sui nostri corpi.” Maria Teresa Rivera (in immagine).

maria teresa

La scorsa settimana, a Maria Teresa Rivera del Salvador è stato garantito asilo politico in Svezia sulla base della sua incarcerazione per accuse relative all’aborto: è la prima persona nella storia a ricevere una protezione di questo tipo. L’Agenzia per la Migrazione della Svezia ha reso nota la sua decisione a Rivera il 20 di marzo. (…)

L’aborto è diventato illegale in Salvador, qualsiasi ne siano le circostanze, dal 1997. Oltre a bandire l’interruzione di gravidanza, la legge è sovente mal applicata a donne che sperimentano problemi ostetrici e cercano servizi medici d’emergenza negli ospedali pubblici. Questo è stato il caso di Rivera. Nel 2011, Rivera abortì spontaneamente nella latrina di casa e il feto morì. Priva di sensi, grondante sangue e a stento viva fu portata in un ospedale pubblico dove fu accusata di essersi procurata l’aborto e mandata in prigione. Nel 2012 fu condannata per omicidio aggravato, anche se le prove mostravano che la morte del feto era un tragico ma naturale incidente e non era dovuto a nessuna azione da lei compiuta. Il giudice la sentenziò a 40 anni di carcere, la condanna più lunga comminata a una donna salvadoregna in base a questa legge.

Durante gli anni che ha passato nell’estremamente sovraffollata prigione femminile di Ilopango, Rivera ha sofferto maltrattamenti da parte delle guardie e a volte dalle altre carcerate, come conseguenza del profondo stigma sociale collegato all’aborto. Come Rivera ha detto in un’intervista a Rewire nel 2016: “Comprendo come molte donne non volessero dire alle altre perché erano là, perché sarebbero state trattate molto male. Ci chiamavano “mangiatrici di bambini” e peggio, ci picchiavano o ci minacciavano. Ma io sapevo di non aver fatto nulla di male, perciò l’ho detto a voce alta. Altre donne allora venivano da me in segreto, perché volevano chiedermi di metterle in contatto con la mia avvocata, di modo da avere aiuto.”

Infine, un tribunale maggiore del Salvador giudicò che il processo che l’aveva portata in prigione era macchiato da errori giudiziari, inclusa la mancanza di prove che Rivera avesse responsabilità nella morte del feto o persino che un qualsiasi crimine fosse stato commesso e ordinò nuovo processo. Dopo anni di ritardi, fu giudicata non colpevole il 20 maggio 2016 e liberata.

Rivera continuò a dover fronteggiare lo stigma nonostante fosse stata dichiarata innocente. Per strada la chiamavano “assassina di bambini”. Inoltre, il pubblico ministero del governo annunciò che avrebbe fatto appello alla sentenza di non colpevolezza e avrebbe tentato di rimandare Rivera in prigione a completare l’originaria sentenza di quarant’anni. Pesando le minacce che continuava a ricevere e la possibilità di tornare in galera, Rivera decise di lasciare il Salvador con il figlio di 11 anni e chiese asilo in Svezia nell’autunno del 2016: “La discriminazione nella società e sul lavoro, assieme alla persecuzione giudiziaria, che dovevo maneggiare quotidianamente mi hanno portata alla decisione di lasciare il mio paese. Non potevo dare un futuro a mio figlio, là. Era esposto a discriminazioni e pericoli.” (…)

Rivera dice che continuerà a essere un’attivista contro le leggi regressive del Salvador: “Sto rompendo il mio silenzio in Svezia per le mie compañeras che sono ancora in prigione in Salvador.” Rivera ha parlato in favore di un progetto di legge introdotto nell’ottobre 2016 che decriminalizzerebbe l’aborto in Salvador in circostanze specifiche: quando la vita e la salute della donna incinta sono a rischio, quando la gravidanza è il risultato di uno stupro e quando il feto presenta condizioni incompatibili con la vita. Invece, racconta, l’attuale legislazione al vaglio intende alzare le penalità previste per l’aborto a 30-50 anni di carcere ed è “una pena di morte per donne povere. Queste leggi si applicano solo alle donne, e solo alle donne povere. Le figlie e le sorelle dei ricchi vanno nelle loro cliniche private, non in galera. O vanno all’estero per abortire. Noi se abbiamo aborti spontanei andiamo in prigione. In ospedale prima mi hanno accusata di essermi procurata l’aborto e poi hanno cambiato l’accusa in omicidio aggravato e mi hanno mandata in galera. Le mie compañeras sono ancora là a pagare il prezzo di questi leggi.”

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(“Meet Sandra Moran, Guatemala” – Nobel Women’s Initiative, 9 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Sandra Moran si è unita al movimento per i diritti umani quando era al liceo e più tardi ha fuso l’attivismo con la musica, suonando con la band “Kin Lalat” – musica per la rivoluzione. Durante la guerra civile in Guatemala, Sandra ha vissuto in esilio in Messico, Nicaragua e Canada, partecipando al lavoro di solidarietà con il suo paese da dove si trovava in quel momento. Sandra è la prima deputata apertamente omosessuale del Parlamento guatemalteco.

sandra

Hai cominciato a essere un’attivista in giovane età. Cosa ti spinse a farlo, all’epoca?

Sono nata in tempo di guerra. Sin da bambina vedevo gente per le strade, che lottava per qualcosa ed era perseguitata dalla polizia. Mentre ero alle superiori è stato il momento in cui ho cominciato a capire cosa significava partecipare alle proteste e cercare giustizia.

Perché, più tardi, hai dovuto abbandonare il paese?

All’università ho cominciato a organizzarmi con altre persone in modo più consapevole e mi sono unita a un movimento rivoluzionario. La preoccupante situazione per cui chi chiedeva giustizia veniva perseguitato si stava intensificando. Fui perseguitata io stessa. C’erano state sparizioni di persone, omicidi di studenti, e io dovetti andarmene nell’ottobre del 1981.

In che modo l’esilio ha avuto effetto sul tuo attivismo?

Era difficile a livello personale, perché sradicare te stessa è duro: lasciare la tua cerchia sociale e la tua famiglia, e non avere nulla per ricominciare da zero in un ambiente ostile. Ho cominciato a lavorare al sostegno dei rifugiati in Messico. Successivamente, ho cominciato a suonare musica politica per generare solidarietà con il Guatemala. Il mondo della musica cominciò a diventare più importante per me quando mi trasferii in Nicaragua e mi unii a un movimento rivoluzionario musicale di origini guatemalteche chiamato “Kin Lalat”. Poi, di fronte all’impossibilità di restare in Nicaragua o in Messico, siamo andati in Canada.

In che modo sei giunta a concentrarti sui diritti delle donne nel tuo lavoro?

Eravamo in Canada e facemmo tutto il possibile affinché l’attivista del Guatemala Rigoberta Menchú Tum vincesse il Nobel per la Pace. Io cominciai a concentrarmi di più sulle donne e migliorai la mia comprensione dei diritti delle donne. Perché, sino a quel momento, ero stata parte di una lotta più generalizzata.

E quando sei tornata in Guatemala, hai giocato un ruolo nell’assicurare un focus di genere nello sviluppo degli accordi di pace.

Quando feci ritorno in Guatemala, nel 1994, era il momento in cui un’assemblea di donne della società civile si era organizzata, così mi unii ai loro sforzi. Più tardi, come settore delle donne, ci assicurammo che gli accordi di pace del 1996 includessero il riconoscimento dei diritti delle donne e dei problemi che le donne affrontavano.

Tu vivi in una società machista dove vi sono principi molto conservatori. Pure, mentre facevi campagna per la tua elezione in Parlamento, hai detto pubblicamente di essere lesbica.

Sapevo che mi avrebbero dato addosso. Per me, la trasparenza non riguarda solo come si maneggia il denaro – il Guatemala è in piena lotta contro la corruzione – ma anche chi tu sei realmente. L’identità lesbica in Guatemala è tabù. Era necessario mostrarla non solo per rompere quel tabù ma, cosa ancor più importante, per dare l’opportunità alla comunità LGBT di avere una rappresentante. Sapevo che quell’identità sarebbe stata usata contro di me. Perciò, dicendo apertamente chi sono, ho sottratto loro il potere di usarla contro di me.

Ora che sei deputata, in che modo la società ha ricevuto il tuo lavoro sui diritti delle donne e delle persone LGBT?

Durante lo scorso settembre c’è stata una campagna molto pesante contro di me, per impedirmi di diventare la presidente del primo forum delle parlamentari. La ragione era che io, come lesbica, non ero “abbastanza donna” per rappresentare i membri donne del Parlamento. E’ stata una campagna pubblica, guidata da un cittadino che raccoglieva firme contro di me ed è esplosa sotto i riflettori. Per fortuna, ho ricevuto molto sostegno da gruppi e organizzazioni, anche a livello internazionale, e ho inoltrato una denuncia per discriminazione all’Ispettore generale per i diritti umani e alla Procura.

Quali sono le cose che vuoi cambiare, come membro del Parlamento?

A livello legale, per esempio, stiamo lavorando sulle questioni relative all’abuso sessuale di bambine e ragazze, e sul fatto che uno dei risultati della violenza sessuale contro le minori di anni 14 è spesso la gravidanza. E poiché è raro che l’aborto sia un’opzione praticabile per troppe di loro, diventa una gravidanza forzata.

Poi c’è la discussione sul riconoscimento dei diritti della comunità LGBT, il che implica cambiamenti favorevoli per le persone transessuali, matrimoni omosessuali o unioni civili, così come azioni per prevenire la terribile violenza che investe la comunità. Questa non è riconosciuta come un problema, perché per un mucchio di gente essere parte della comunità LGBT è una cosa malvagia che richiede un castigo, perciò la violenza è vista come naturale, come una punizione necessaria. E queste sono le cose di cui abbiamo necessità di discutere in tutte le nostre comunità, pubblicamente.

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Questa è Varsavia (Polonia) durante il “lunedì nero”, 1° ottobre, in cui migliaia di donne polacche vestite di scuro sono scese in strada per protestare contro il piano governativo del bando completo per l’interruzione di gravidanza. La legge attuale è già abbastanza restrittiva, perché permette l’aborto solo nei casi di stupro, incesto, pericolo per la vita della madre o feto seriamente malformato.

Le donne non sono andate al lavoro: e in 60 città in tutto il paese uffici governativi, scuole, università, ristoranti eccetera hanno dovuto chiudere i battenti.

La solidarietà internazionale non è mancata e circa 6 milioni di persone in tutto il mondo hanno manifestato per sostenere le donne polacche. Adesso sembra che il governo ci abbia ripensato. Perché senza di noi nessuna società o nazione funziona: siamo metà dell’umanità e siamo persino un po’ stanche di doverlo ricordare a oltranza.

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Era sempre lunedì quando a Washington D.C. (Usa) si è tenuta una veglia per commemorare le vite delle persone di colore perse “per la violenza e l’indifferenza”, come ha spiegato Alicia Garza co-creatrice di “Black Lives Matter”. La veglia fa parte di una campagna tesa a rappresentare le istanze delle donne di colore e delle donne povere che si chiama “Noi non aspetteremo 2016”. “Le nostre famiglie meritano che si lotti per loro.”, ha detto sempre Alicia. Perché le lotte delle donne vanno sempre a beneficio di tutti.

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Queste sono un gruppo di giovanissime femministe che hanno marciato la scorsa settimana per il Central Park – New York (Usa) cantando: “Dove sono le donne?” Le dieci ragazze sono la “Squadra Girl Scout 3484” e stanno raccogliendo fondi per avere il primo monumento alle donne nel Parco, specificatamente vogliono le statue delle suffragiste americane Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony. Attualmente in Central Park ci sono 22 statue di figure storiche maschili, ma le sole “femmine” rappresentate sono Mamma Oca e Alice nel Paese delle Meraviglie. Una delle ragazze, Stori Small, ha detto alla stampa: “Non vogliamo crescere per diventare Alice nel Paese delle Meraviglie”. Perché la Storia delle donne è Storia a tutti gli effetti e le ragazze meritano di conoscerla e di esserne ispirate.

Sempre la scorsa settimana, il membro del Parlamento egiziano signor Agina ha annunciato l’intenzione di presentare una legge che richieda il “test di verginità” alle giovani che si iscrivono all’università. Lo stesso ritiene che tutte le donne dovrebbero essere sottoposte a mutilazione genitale (escissione della clitoride) perché “gli uomini egiziani sono sessualmente deboli”: le mgf sono bandite in Egitto dal 2008.

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Un gruppo per i diritti delle donne ha presentato denuncia formale, tramite avvocate, contro il deputato. Maya Morsi (in immagine qui sopra), arcinota attivista che ora dirige il Consiglio nazionale per le donne – un istituto di governo – ha spiegato che la denuncia chiede l’espulsione dal Parlamento di Agina e un’indagine sulle sue attività. Perché la sessualità femminile non è proprietà di stati, nazioni, religioni – e soprattutto non è proprietà degli uomini ne’ servizio a loro diretto.

E ricordiamoci che il 4 ottobre l’Iran ha condannato a 16 anni di galera la femminista Narges Mohammadi, il cui instancabile lavoro per i diritti umani è stato rubricato quale “diffusione di propaganda contro il sistema” e “collusione per commettere crimini contro la sicurezza nazionale” (quest’ultimo delirio si riferisce al suo incontro con Catherine Ashton, rappresentante dell’Unione Europea). Sono 15 anni che Narges entra e esce di prigione, l’infame prigione di Evin a Teheran: definisce le condizioni in cui è tenuta là dentro “tortura psicologica” e solo per avere il permesso di comunicare con la sua famiglia che vive in Francia ha dovuto sostenere uno sciopero della fame. Adesso l’hanno fatta dimettere a forza dall’ospedale, contro il parere dei medici, per ributtarla in cella. Perché la libertà delle donne posa sulle spalle di Narges e di moltissime altre come lei, passate, presenti, future. Maria G. Di Rienzo

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Il direttore del quotidiano cattolico “Avvenire”, Marco Tarquinio, così commenta la “nascita surrogata” in casa Vendola: “Il triste mercato dell’umano cresce e ha ingressi di destra e di sinistra. Si smetta di chiamarli diritti.”, si rammarica del “linguaggio politicamente corretto usato in particolar modo dai notiziari del servizio pubblico radiotelevisivo. Un fenomeno impressionante di camuffamento della dura realtà della cosificazione di una madre senza nome, senza volto e ridotta a pura esecutrice di un contratto padronale” e specifica che “tutte le madri surrogate ‘acquistate’ da coppie eterosessuali od omosessuali sono povere e senza potere”.

Magari “oggettivazione” o “oggettificazione” andavano meglio di cosificazione, ma lasciamolo decidere all’Accademia della Crusca, il punto è un altro.

In tutto il mondo gruppi diversi e svariate chiese usano interpretazioni religiose per creare argomentazioni contrarie ai diritti umani, in special modo delle donne. La chiesa cattolica, egregio sig. Tarquinio, non solo non fa eccezione ma da tre anni conduce una lotta al “gender” (un criterio di analisi per le relazioni umane) completamente basata sul nulla, folle quanto violenta.

Non ho da eccepire alla frase “tutte le madri surrogate ‘acquistate’ da coppie eterosessuali od omosessuali sono povere e senza potere”, ma lei si è mai chiesto perché lo sono? Vediamo.

La povertà e la mancanza di potere possono essere viste come semplicemente accidentali: queste donne sono – per caso sfortunato – nate nel posto sbagliato, nella famiglia sbagliata e nell’epoca sbagliata. Ci fanno pena, ma cosa abbiamo noi miseri mortali da opporre al fato?

La povertà e la mancanza di potere possono essere viste come disegno divino: il misterioso e perfetto creatore dell’universo ha deciso così, vuoi per ricompensare degnamente la sofferenza di queste donne dopo la loro morte, vuoi per condurle all’illuminazione tramite triboli e travagli, vuoi perché hanno mangiato una mela proibita all’alba dell’umanità e la devono pagare per sempre. Anche qui, i documentari sulle loro disgrazie ci fanno piangere, ma ci consoliamo con la certezza che dio ne sa di sicuro più di noi… e poi cambiamo canale per vedere un po’ di tette-culi-cosce o la partita.

La povertà e la mancanza di potere possono essere viste come colpa: è probabile che queste donne miserabili non si siano impegnate abbastanza, non abbiano “lavorato duro” come avrebbero dovuto fare, abbiano compiuto scelte sbagliate, ecc. Adesso cosa vogliono, che la collettività si faccia carico del loro mantenimento? Dovremmo dar loro i NOSTRI soldi? Ma sapete quanto costa oggi andare a sciare a Courmayeur come autentici villani rifatti (io lo ignoro, ma potete chiedere a Matteo Renzi)?

Com’è ovvio, sig. Tarquinio, lei e io siamo consapevoli che di altro si tratta. Le donne sono i poveri del mondo (circa 80%), sono gli analfabeti del mondo (circa 70%) e sono le principali vittime di violenza ovunque perché sono donne. Cioè, sono stimate inferiori, incomplete, intrinsecamente incapaci e persino malvagie sulla base del loro sesso: costruire una mistica su un dato biologico e farla passare per “natura” o per “volontà di dio” è quanto la sua chiesa e altre hanno fatto per secoli e continuano a fare. In poche parole, il “genere” lo avete creato (anche) voi, perché è IMPOSSIBILE determinare in base al sesso di nascita le capacità, le attitudini e le inclinazioni di un essere umano. Quindi, attribuire a lui o lei dei “ruoli” predeterminati non è naturale, è prescrizione della comunità, precetto religioso e costume sociale.

Sinteticamente, le donne povere e senza potere di cui si acquistano gli uteri come se fossero macchinari sono tali grazie allo stigma posto sul loro genere e devono restare povere e senza potere per mantenere in essere una struttura di potere piramidale. Sulla vetta di quest’ultima banchettano una manciata di uomini – in maggioranza bianchi – che ricavano profitto dal loro sfruttamento lavorativo, emotivo, familiare, sessuale, ma ai livelli intermedi anche il maschio più derelitto può ricavare senso di legittimazione e scampoli di dominio credendo di essere superiore alle donne: infatti, quando queste ultime si ribellano in qualche modo alla faccenda il maschio stressato, disoccupato, in preda a raptus, depresso ecc. ecc. non ha altra scelta che “raddrizzarle” a botte o scannarle in via definitiva.

Non so se quel suo “si smetta di chiamarli diritti” nasconda un’insofferenza al discorso dei diritti umani in sé, ma ora che le ho detto perché in maggioranza le donne sono povere e senza potere le dirò come le si mantiene tali: negando loro il godimento dei loro legittimi diritti umani, quelli che la Dichiarazione di Vienna definisce “universali, indivisibili, interdipendenti e interconnessi”, in nome della cultura, della religione e della tradizione.

CEDAW, Protocollo di Maputo e Convenzione di Belem do Para obbligano infatti gli Stati firmatari a eliminare costumi e pratiche basati sull’idea dell’inferiorità o della superiorità di un sesso rispetto all’altro, riconoscendo che i ruoli stereotipati imposti a donne e uomini legittimano o esasperano la violenza contro le donne – che è sessuale, domestica, politica, economica… che le rende meri corpi esistenti per la soddisfazione degli uomini, in ogni senso. E che devo dirle, sig. Tarquinio, i governi firmano e i firmatari si fanno ritrarre con la penna in mano e i sorrisi smaglianti, ma spesso poi non applicano quel che hanno sottoscritto: principalmente per non disturbare le chiese presenti sul territorio nazionale, beninteso quelle che hanno potere, soldi, influenza sull’opinione pubblica ed è purtroppo il caso della chiesa sua.

In Salvador, per soddisfare la chiesa cattolica, le leggi che impediscono l’interruzione di gravidanza sono così medievali che le donne vanno in galera per gli aborti spontanei. In Paraguay, per soddisfare la chiesa cattolica, una bambina di 11 anni, rimasta incinta dopo uno stupro, è stata costretta a partorire contro la sua volontà. Nelle Filippine, per soddisfare la chiesa cattolica, l’aborto è illegale in ogni caso.

Astinenza: chiaramente non efficace al 100%

Astinenza: chiaramente non efficace al 100%

E dove la chiesa cattolica fomenta la convinzione che le persone omosessuali siano “sbagliate”, “confuse”, “malate” e così via, accadono cose spiacevoli come la morte di Paola Barraza (Comayaguela, Honduras – 24 gennaio 2016), attivista transgender per i diritti umani. In precedenza, nell’agosto 2015, Paola era già stata attaccata in prossimità della sede dell’ong in cui lavorava (Asociación LGTB Arcoíris): raggiunta da numerosi colpi di arma da fuoco era rimasta gravemente ferita ma era sopravvissuta. Il 24 gennaio scorso gli assassini hanno bussato direttamente alla porta di casa sua e quando ha aperto le hanno sparato tre volte in testa e due al petto. Nella settimana successiva ancora nessun investigatore si stava occupando del caso.

Paola Barraza è morta perché voleva quel che era già suo e le veniva negato: diritti umani. Innumerevoli donne, ragazze e bambine muoiono, sono vendute e comprate, stuprate e battute e vivono esistenze infernali per la stessa ragione: sono viste come meno-che-umane e i loro diritti sono subordinati ai loro supposti imprescindibili “ruoli” nella famiglia e nella società – guarda caso, sono tutti ruoli di servizio agli uomini.

Allora, sig. Tarquinio, se degli uomini pensano sia loro “diritto” comprare l’utero di una donna la colpa non è del “politicamente corretto”, ma sta un po’ più a monte. Per esempio, qualcuno che con questa colpa ha molto a che fare si affaccia a volte da un balcone, la domenica, per benedire urbi et orbi. Maria G. Di Rienzo

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(“A letter to… the mother of the boy who raped my daughter”, The Guardian, 17 ottobre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo. Il testo è apparso in una rubrica del quotidiano che garantisce l’anonimato, “La lettera che avresti sempre voluto scrivere”.)

Dobbiamo esserci viste agli incontri dei genitori, potremmo persino aver interagito durante una delle feste all’aperto della scuola. Ci siamo imbattute l’una nell’altra nei negozi, una volta hai persino sorriso riconoscendomi, ma non sai chi sono.

Tu hai due figli maschi, io ho un maschio e una femmina. I tuoi ragazzi sono sportivi, i miei figli amano i libri. I nostri figli non frequentano più la stessa scuola: mia figlia e mio figlio si sono trasferiti in altri istituti e immagino che entrambi svaniranno dalla memoria di tuo figlio.

Tu sei beatamente inconsapevole che qualcosa è andato storto: la scuola si è rifiutata di intervenire a meno che mia figlia non presentasse una querela e la conseguenza è stata che lei non ha proseguito con la sua denuncia ma ha scelto invece di farsi del male. In ogni caso, mi ha detto, tuo figlio si era scusato perciò non c’era nulla da fare.

Eppure tu ancora non lo sai. Sei stata protetta da tutto ciò e questo mi scoccia. Lo stupro non sfiora le menti delle madri di figli maschi? Anche i ragazzi sono stuprati. E come logica vuole, sebbene non esclusivamente, sono i ragazzi che tendono a stuprare, si tratti di maschi o di femmine, perciò tu non dovresti fare del tuo meglio per assicurarti che tuo figlio non sia uno di loro? Lo stupro è qualcosa che accade solo nei vicoli scuri? Comprendi il concetto di consenso?

Mia figlia non è stata la sola ragazza che tuo figlio ha stuprato o aggredito sessualmente e la reputazione dell’altro tuo figlio come predatore, a scuola, è ancora peggiore perciò non si tratta più di un caso. Io posso solo desumere che tu non hai insegnato nulla ai tuoi figli sul consenso e mi chiedo perché. Forse ti è stato insegnato che i ragazzi sono più forti e che le brave ragazze non fanno sesso. Forse pensi di averne l’obbligo con tuo marito anche quando non hai voglia. Sei così confusa da non aver insegnato ai tuoi figli neppure cos’è la legge?

Io ho insegnato ai miei il principio base che il sesso senza consenso non va bene. Mi sono davvero impegnata nel farglielo capire perché, come molte altre donne, anche io sono stata stuprata. Ho anche insegnato loro che le tasse si pagano e a non imbrogliare, quale che sia la tua interpretazione della legge.

Io so che lo stupro ti cambia, che continuare a vivere è una scelta, e che scegliere la vita è scegliere il potere. Io ho scelto di non avviluppare i miei bambini nella bambagia e li ho portati piuttosto a prendere lezioni d’arti marziali. Ho raccomandato a mia figlia di indossare scarpe con cui potesse correre e ho detto a entrambi che le persone ubriache o “fatte” possono essere imprevedibili. Però esistono ragazzi come i tuoi e al giorno d’oggi sono la nuova normalità.

Mia figlia a volte si sente in colpa per non aver proceduto oltre con la polizia, giacché tuo figlio è libero di continuare a fare quel che fa di solito. Forse le altre ragazze avrebbero avuto il coraggio di denunciare se mia figlia l’avesse fatto. Ma una ragazza non voleva che sua madre sapesse che quel giorno lei aveva bevuto, e una pensava si trattasse solo di “una cosa così” anche se tuo figlio l’ha rinchiusa nella stanza quando ha tentato di scappare, e la terza non osa dirlo perché il suo fidanzatino potrebbe pensare che lei se l’è andata a cercare. Ad ogni modo, le amiche di mia figlia dicono che questo è l’andazzo al giorno d’oggi. Io sono unica nel fatto che mia figlia me l’ha detto. Nessuna delle sue amiche ha parlato con i propri genitori.

Mi sono baloccata con l’idea di denunciare te personalmente, per il danno e la perdita di introiti, giacché credo si tratti di un linguaggio che tu capiresti: “fra ore di lavoro perse per terapie, tentativi di suicidio, l’aborto, lezioni private e lesioni autoinflitte la cifra ammonta a…” Io sono arrabbiata e sono triste e tu, come parecchie altre madri di maschi, sei la solita te stessa ignara che semplicemente si chiede come mai io non le restituisco il sorriso.

Poi ricordo la prima inimmaginabile cosa che ha fatto capolino nella mia testa quando mia figlia me l’ha detto: sarebbe stato assai peggio se avessi scoperto che mio figlio era uno stupratore. Quello, non avrei saputo proprio come maneggiarlo.

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