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Posts Tagged ‘interruzione volontaria di gravidanza’

Spesso altre donne mi dicono che sto facendo un buon lavoro nell’alimentare determinazione e speranza in chi legge quel che scrivo/traduco.

Le mie scelte di sottolineare ogni vittoria femminista, per quanto piccola, di onorare l’impegno delle donne di qualsiasi età o provenienza, di demistificare senza posa le razionalizzazioni della violenza di genere, anche se raggiungono un pubblico limitato hanno quindi un impatto positivo.

Sapere questo è allo stesso tempo una gratificazione e un rovello: cosa faccio nei giorni come oggi, quando una raffica di notizie disturbanti al minimo e strazianti al massimo mi inchioda nella sofferenza?

Solo qualche esempio:

* In Paraguay una quattordicenne rimasta incinta a causa di uno stupro è deceduta partorendo: il suo paese non permette l’aborto a meno di grave rischio per la vita della madre. Era in ospedale per complicazioni relative alla gravidanza da venti giorni quando è entrata in travaglio. La ragazzina ha manifestato problemi respiratori mentre i medici tentavano di farla partorire normalmente, poi hanno deciso di praticarle il cesareo, durante il quale ha avuto un’embolia e tre arresti cardiaci. Poi è morta. La creatura che ha messo al mondo è attaccata ai macchinari, perché non respira autonomamente.

* Quegli stessi macchinari saranno scollegati nei prossimi giorni alla 16enne statunitense (del Maryland) in coma profondo, a cui l’ex ragazzo ha sparato “perché lo aveva lasciato”. Non ci sono speranze, morirà.

* Ad Arezzo, all’interno di quella che dovrebbe essere una comunità protetta, una bambina di 10 anni è stata abusata sessualmente da due altri minori (un 15enne e un 16enni) ospiti della stessa struttura.

* Dall’inizio del 2018, in Italia abbiamo avuto 24 femminicidi.

* Il piano contro la violenza di genere varato dal nostro governo per il triennio 2017-2020 e approvato da Stato e Regioni – e strombazzato in occasione del 25 novembre, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne – non è in attuazione e non eroga ai Centri Antiviolenza i fondi che ha stanziato.

Vi riporto un brano di una recente conferenza della dott. Alice Han (“Violence Against Women and Girls: Let’s Reframe This Pandemic.”) che insegna ostetricia, ginecologia e biologia riproduttiva ad Harvard e all’Università di Toronto (Canada):

“Nella conversazione (ndt.: scaturita dalla campagna #MeToo) si nota l’assenza del come favorire la salute delle donne e ridurre la violenza contro donne e bambine. Tale violenza può essere fisica, emotiva o psicologia e prende molte forme, inclusi lo stupro, la violenza domestica, i matrimoni infantili, il traffico sessuale e i delitti d’onore. Come ostetrica e ginecologa che si occupa della salute delle donne e come epidemiologa che studia l’andamento delle malattie, sono arrivata a pensare alla violenza contro donne e bambine come a un’infezione pandemica. A differenza di una malattia virale, le cause alla radice di questa violenza sono sociopolitiche, come la diseguaglianza di genere. Ma proprio come il virus che causa l’influenza, le idee che guidano la violenza contro donne e bambine a diffondersi infettano e minacciano le società in tutto il mondo. (…) Abbiamo prove che interventi adeguati funzionano nel ridurre il numero dei casi di violenza contro donne e bambine – e non prendono generazioni per funzionare, bastano pochi anni. Per esempio, un programma in Uganda ha coinvolto i leader delle comunità e uomini e donne nell’apprendimento su come pareggiare in eguaglianza le dinamiche di potere in poco più di tre anni: ciò ha tagliato a metà il rischio, per una donna, di subire violenza fisica dal proprio partner.”

Nel finale, Alice Han indica ruoli e responsabilità di politici, sistema sanitario, personale che viene in contatto con le vittime di violenza ecc. – chiunque può dare una mano, ma la quasi totalità di queste persone non ha il minimo addestramento su come farlo.

Attiviste femministe e attiviste antiviolenza hanno un patrimonio di conoscenza pratica e teorica da fornire, mai utilizzato, mai preso come quel che è: il necessario fondamento per ridurre e infine eliminare la violenza di genere. Le istituzioni non ci sentono. Qual è il problema? No, non chiediamo compensi e neppure riconoscimenti: la maggior parte di noi fa questo gratuitamente ogni giorno, ovunque sia offerto un minimo spazio.

Ma voi riuscite a immaginare Di Maio, Salvini, l’utilizzatore finale Berlusconi o Renzi e compagnia disposti a osservare onestamente e criticamente le radici della violenza sulle donne? Ecco, neanch’io. Maria G. Di Rienzo

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Qualche mese fa, durante un’amichevole discussione sulla scelta dei candidati per le elezioni (le politiche sono andate, ma qui le comunali sono prossime) un giovane comunista ha informato i presenti – me compresa – che per fare politica, al giorno d’oggi, è necessaria l’immagine. “Senza immagine non vai da nessuna parte.”, ha detto convinto. Per le donne, ormai è un’ovvietà, ciò significa giovani / scopabili / preferibilmente poco vestite.

Questo è purtroppo uno dei motivi per cui la sinistra continua a perdere consensi, un motivo chiave: l’accettare supinamente il clima culturale creato da quelli che sono i suoi avversari, il che si traduce nel produrre poi politiche che della sinistra hanno solo il nome e ben poca sostanza.

So che il problema non riguarda solo l’Italia rintronata da trent’anni di tv del pataccaro miliardario, ma in giro per il mondo sembra che non sia così necessario sfilare in passerella per ottenere risultati, nell’attivismo politico o nella politica istituzionale.

La donna qui sotto è Rose Cunningham.

rose cunningham

Nel gennaio scorso ha fatto la Storia: è diventata la prima sindaca indigena del Nicaragua nella sua città natale, Waspam. A capo dell’organizzazione femminista Wangki Tangni (di cui ho già accennato in precedenti articoli) e in collaborazione con Madre (vedi link sotto “Donne, notizie e attivismo), ha dedicato la sua vita alla protezione e all’avanzamento dei diritti di donne e bambine, nel suo paese e altrove.

Ha fornito attrezzi e addestramento alle contadine, ha fatto scudo dall’abuso e dal traffico sessuale per innumerevoli vittime, ha portato le voci delle donne indigene in spazi politici e scenari internazionali… senza passare dal truccatore, dal parrucchiere o dallo stilista. E ha vinto.

Harriet Sherwood, corrispondente da Dublino per The Guardian, ha intervistato Ailbhe Smyth (‘We will not stop’: Irish abortion activist vows to step up fight, 5 marzo 2018), che potete vedere nell’immagine sottostante durante una manifestazione.

Ailbhe Smyth

Ailbhe Smyth ha 71 anni e la sua prima campagna per avere l’accesso all’interruzione di gravidanza in Irlanda risale al 1983. Andava porta a porta, allora, a prendersi sputi in faccia e insulti quali “assassina di bambini”. Smyth è la leader della “Coalizione per l’abrogazione dell’ottavo emendamento”, quello che iscrive il bando all’aborto nella Costituzione irlandese. Be’, senza passare da truccatore, parrucchiere e stilista, Ailbhe ha ottenuto che tale emendamento sia sottoposto a referendum popolare il 25 maggio prossimo.

Ogni anno, circa 3.500 donne irlandesi vanno ad abortire nel Regno Unito – con tutti i costi, le difficoltà logistiche e lo stress emotivo che ciò comporta, mentre altre 2.000 comprano prodotti abortivi su internet e li prendono senza assistenza medica.

“Sappiamo che la maggioranza delle persone vuole il cambiamento. – ha detto l’attivista a The Guardian – L’Irlanda è un paese diverso oggi, con una società più egualitaria. Questo (ndt.: il referendum) è il prossimo logico passo. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. La realtà è che le interruzioni di gravidanza avvengono, ma che non possiamo continuare a esportarle.”

Il fatto che occorra andare a modificare la Costituzione è dovuto all’intervento precedente della chiesa cattolica: “Non c’era permesso di abortire in Irlanda. Avevamo già una legge assai restrittiva contro di esso, era un crimine punito con l’ergastolo. Ma le forze di destra, che hanno il loro radicamento nella chiesa cattolica si sono mosse affinché il bando fosse iscritto nella Costituzione, di modo da sigillarlo a doppia mandata. – ha proseguito Ailbhe – Ho combattuto su questa istanza per tutta la mia vita da adulta e continuerò a combattere sino a che avrò voce. Se non abbiamo la capacità e il diritto di prendere le decisioni sulle nostre vite di donne, non abbiamo eguaglianza. E se per un grosso colpo di sfortuna non dovessimo vincere questa battaglia, torneremo sulle strade. Forse non il giorno immediatamente successivo, ma quello dopo di sicuro. Non ci fermeremo ora.”

Rose Cunningham e Ailbhe Smyth dimostrano che non si va da nessuna parte quando non si hanno convinzione e determinazione, ne’ un orizzonte o un sogno o una visione alternativa della realtà. Per fortuna a loro non manca nulla di tutto questo.

Maria G. Di Rienzo

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rosie mckenna

Questo è il periodo in cui spesso chi si trova lontano dal proprio luogo e dalla propria famiglia di origine viaggia per trascorrere il classico “Natale con i tuoi”. Lo stanno facendo anche le donne irlandesi, molte delle quali con una speciale etichetta attaccata alle valigie – che vedete nelle immagini: ci sta scritto “sanità, non biglietto aereo”. Ci sono anche due hashtag: “abrogate l’ottavo” (emendamento, che impedisce l’interruzione di gravidanza in Irlanda, sarà in discussione in un referendum il prossimo maggio) e “fidatevi delle donne”.

Le foto sono nell’ordine di Rosie McKenna, Jenn Goff e Ruth Patten. Sui social media in cui le pubblicano due su tre ricordano che 11 donne irlandesi al mese devono lasciare il paese per avere accesso a un aborto legale.

jen goff

L’idea dell’etichetta è di Hannah Little, un’organizzatrice della branca londinese dell’ARC – Campagna per il diritto all’aborto. Lo scopo della campagna è: “L’abrogazione dell’8° emendamento dalla Costituzione irlandese, la decriminalizzazione dell’aborto in Irlanda del Nord e l’accesso all’interruzione di gravidanza gratuita, sicura e legale nell’isola di Irlanda.”

Hannah, che va regolarmente da Dublino a Londra in aereo, ha detto alla stampa “Sono sempre consapevole che le persone sul mio stesso volo possono viaggiare per ragioni molto differenti. Ti si spezza il cuore al pensiero che potresti star condividendo il volo con passeggere che soffrono per ragioni legate alla gravidanza e devono andare all’estero per prendere la decisione giusta per se stesse. Tornando a casa dall’aeroporto di Gatwick, l’altro giorno, ho visto due passeggere con le nostre etichette sui bagagli. Anche se non abbiamo parlato, è stato commovente sapere che avevo viaggiato con altre persone impegnate come me a cancellare l’ottavo emendamento.”

ruth patten

Il rapporto presentato da un’assemblea di cittadini, specificatamente creata dal governo irlandese per raccogliere opinioni e raccomandazioni su come la nuova legislazione dovrebbe essere, dice che l’interruzione di gravidanza sino alle 12 settimane dovrebbe essere resa legale in qualsiasi circostanza.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Police raid offices of women’s groups in Poland after protests”, Associated Press in Warsaw per The Guardian, 5 ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

polonia proteste

Gruppi per i diritti delle donne hanno denunciato i raid della polizia nei loro uffici in diverse città polacche, che hanno avuto come risultato nel sequestro di documenti e computer, il giorno seguente alle marce antigovernative organizzate dalle donne per protestare contro la restrittiva legge nazionale sull’aborto.

I raid sono avvenuti mercoledì (Ndt.: il 4 ottobre) nelle città di Varsavia, Gdańsk, Łódź e Zielona Góra. Hanno preso di mira due organizzazioni, il Centro per i Diritti delle Donne e Baba, che aiutano le vittime di violenza domestica e hanno partecipato alle proteste antigovernative questa settimana.

Le attiviste per i diritti delle donne hanno detto giovedì che la perdita dei file ostacolerà il loro lavoro e accusano le autorità del tentativo di intimidirle. I pubblici ministeri respingono l’accusa, dicendo che il tempismo relativo ai raid occorsi un giorno dopo le manifestazioni è stato una coincidenza.

Alcuni temono che il partito al potere “Legge e Giustizia”, guidato da Jarosław Kaczyński, stia seguendo i passi della vicina Ungheria, dove gruppi non governativi hanno subito persecuzioni sotto il Primo Ministro Viktor Orbán.

“Questo è un abuso di potere perché, anche se ci fossero sospetti di reato, un’indagine potrebbe essere condotta in modo da non avere impatto negativo sul lavoro delle organizzazioni.”, ha detto ad Associated Press Marta Lempart, la leader dello Sciopero delle Donne Polacche che ha organizzato le proteste.

Ai gruppi delle donne è stato detto dalla polizia che i pubblici ministeri stavano cercando prove per un’indagine sui sospetti reati del Ministero della Giustizia del precedente governo. All’epoca, il Ministero aveva fornito fondi ai gruppi di donne.

“Temiamo che questo sia solo un pretesto o un segnale d’allerta affinché noi non ci si impegni in attività non in linea con il partito al potere.”, ha attestato il Centro per i Diritti delle Donne in un comunicato.

Anita Kucharska-Dziedzic, che dirige Baba, ha detto che la polizia è entrata nel suo ufficio di Zielona Góra, nella Polonia occidentale, alle 9 del mattino di mercoledì e ha lavorato sino alle 6 di sera rimuovendo file. Ha anche detto ad Associated Press che il suo gruppo ignora reati commessi dai funzionari del Ministero con cui è stato in contatto e che ora avrà problemi nel portare avanti i suoi progetti a causa della perdita dei file. E’ inoltre preoccupata perché i documenti contengono informazioni private sulle vittime di abuso domestico che hanno cercato l’assistenza del gruppo.

(…) Jacek Pawlak, portavoce per i pubblici ministeri a Poznań, da dove l’indagine parte, ha detto che i raid sono parte di un’indagine in corso ma non ha divulgato di che si tratta. Ha detto che non si è trattato di un tentativo di minacciare le organizzazioni delle donne.

Le dimostrazioni di questa settimana si sono date nel primo anniversario della Protesta Nera di massa, con le donne vestite di nero che arrestarono il piano presentato in Parlamento per il bando totale dell’aborto. Nonostante questo successo, le attiviste per i diritti delle donne hanno marciato perché l’aborto è ancora illegale nella maggioranza dei casi e hanno chiesto la liberalizzazione per legge.

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Three Girls

“Three Girls” (“Tre Ragazze”) è una miniserie televisiva trasmessa dalla BBC per tre sere di seguito, dal 16 al 18 maggio 2017. Io l’ho vista in questo mese di luglio, con i sottotitoli in italiano. Tratta del “circolo” di uomini che abusò sessualmente di un centinaio di ragazze minorenni – 47 furono identificate con certezza – durante diversi anni in quel di Rochdale (Greater Manchester, Inghilterra). Fra il 2008 e il 2010 alcune ragazze tentarono di denunciare gli stupri ma la polizia non prestò loro ascolto: in primo luogo erano “cattive vittime” – ribelli, in conflitto con i genitori, provenienti da famiglie povere / problematiche, molte avevano abbandonato la scuola, alcune vivevano per strada; in secondo luogo, mentre costoro erano in maggioranza bianche, la banda dei violentatori era composta da una maggioranza di cittadini britannici di origine pakistana e le autorità temevano di essere accusate di razzismo.

Nel 2012, dodici degli uomini suddetti furono riconosciuti colpevoli di traffico di minori a scopo sessuale e stupro di minori e nel 2015 la polizia di Greater Manchester si scusò pubblicamente per il suo comportamento. Nel frattempo, le tre ragazze protagoniste dello sceneggiato (i cui nomi sono stati ovviamente cambiati per la loro protezione) avevano subito ogni sorta di umiliazioni, erano rimaste incinte e due di loro avevano portato a termine la gravidanza, mentre la 13enne aveva abortito legalmente: avevano raccontato le loro storie a membri delle forze dell’ordine e avvocati per anni, senza essere credute. Sempre per anni l’assistente sociale Sara Rowbotham, che lavorava nel centro per la salute sessuale giovanile a Rochdale, inviò alla polizia e ai suoi superiori dati e informazioni che confermavano le storie narratele dalle ragazzine, ricevendo sempre la stessa risposta: “Queste non sono prove, Sara.” Quando si arrivò al processo, basato largamente sul materiale che lei aveva raccolto, i suoi superiori del servizio sociale ebbero la faccia tosta di dichiarare alla stampa che “non avevano fatto niente perché niente sapevano” e quando Sara protestò ufficialmente per questo fu prima allontanata dal centro per la salute sessuale, con il divieto di occuparsi di minori, e poi dichiarata “in esubero” e licenziata. La poliziotta che seguì le nuove indagini sino al processo del 2012, Margaret Oliver, diede le dimissioni perché delusa dall’atteggiamento dei suoi capi, che continuavano a bollare alcune vittime come “inattendibili” e perciò costoro non arrivarono mai a testimoniare in tribunale le violenze subite. E proprio come temevano quelli che respinsero le ragazze fra il 2008 e il 2010, la vicenda prese una colorazione “razziale”: la destra inscenava dimostrazioni durante le udienze, gli imputati dicevano di essere vittime di razzismo, le discussioni all’interno della comunità di Rochdale non vertevano sugli abusi ma sulla responsabilità degli stessi – fatta ricadere sulle minorenni “sregolate”, che erano bianche spiegherà uno dei perpetratori alla sbarra perché “la gente bianca addestra le ragazze a bere e a fare sesso in tenera età”; in sostanza, come molti uomini di qualsiasi colore o provenienza, il signore non riusciva a vedere cosa ci fosse di sbagliato nello stuprare una minorenne: non le aveva forse offerto da bere e da mangiare? Come dirà nello sceneggiato alla quattordicenne Holly: “E’ ora che tu mi dia qualcosa in cambio.”

Il pubblico ministero che riaprì il caso era pure di origine pakistana, si chiamava Nafir Afzal e dichiarò alla stampa in modo perentorio che “Non esiste comunità in cui le donne e le ragazze non siano vulnerabili all’aggressione sessuale e questo è un dato di fatto.” Costui, l’ex assistente sociale Sara Rowbotham e l’ex agente di polizia Margaret Oliver hanno collaborato come consulenti alla creazione dello sceneggiato. Nella realtà, le indagini susseguenti a questo caso hanno portato alla luce sino a oggi dozzine di altri simili “circoli” di stupratori in tutta la Gran Bretagna.

Se vi capita di aver spazio per un altro po’ di rabbia per il modo in cui qualsiasi cosa sia usata per gettare biasimo, colpa e vergogna sulle vittime di violenza sessuale, dovreste guardare “Three Girls”. Ma soprattutto, dovrebbero vederlo quelli/e che cinguettano “E’ la loro cultura / la loro religione / dobbiamo rispettare” persino davanti ai cadaveri: l’assetto socio-culturale in cui le donne sono carne inferiore da pornografia e macello è così diffuso e pervasivo in tutto il mondo che quel che stanno “rispettando” è la loro approvazione per esso. Maria G. Di Rienzo

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Ogni anno, alla scuola Ethical Culture Fieldston di Riverdale, New York, l’insegnante di arte Nancy Fried propone ai suoi studenti della classe di scultura di creare abiti “sostenibili” senza usare stoffa: i risultati sono poi esposti al pubblico di genitori, parenti e amici durante una sfilata.

Le giovani menti sino ad ora avevano usato – benissimo – di tutto e di più: dalla carta di caramelle ai segnalibri, dai giornali usati alle lattine gettate via. Ma quest’anno Karolina Montes e Zoë Balestri hanno superato ogni aspettativa.

le due studenti

I vestiti che indossano nell’immagine qui sopra sono fatti di volantini e preservativi di Planned Parenthood (“Genitorialità pianificata”) associazione che, sostenendo la salute riproduttiva delle donne e sostenendo le loro decisioni in merito, è sgradita all’attuale amministrazione statunitense: infatti le ha tagliato i fondi pubblici.

Gli abiti creati da Karolina e Zoë sono in pratica un manifesto sul diritto alla contraccezione e all’interruzione di gravidanza, sulla necessità dell’educazione sessuale e persino di un’industria della moda che risponda a principi etici. Giovani femministe crescono, alleluia!

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Salvadoran Woman Becomes First Person to Be Granted Asylum Due to Regressive Abortion Laws”, di Kathy Bougher per Rewire, 28 marzo 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

“E’ ora che si sia noi donne a prendere le decisioni sui nostri corpi.” Maria Teresa Rivera (in immagine).

maria teresa

La scorsa settimana, a Maria Teresa Rivera del Salvador è stato garantito asilo politico in Svezia sulla base della sua incarcerazione per accuse relative all’aborto: è la prima persona nella storia a ricevere una protezione di questo tipo. L’Agenzia per la Migrazione della Svezia ha reso nota la sua decisione a Rivera il 20 di marzo. (…)

L’aborto è diventato illegale in Salvador, qualsiasi ne siano le circostanze, dal 1997. Oltre a bandire l’interruzione di gravidanza, la legge è sovente mal applicata a donne che sperimentano problemi ostetrici e cercano servizi medici d’emergenza negli ospedali pubblici. Questo è stato il caso di Rivera. Nel 2011, Rivera abortì spontaneamente nella latrina di casa e il feto morì. Priva di sensi, grondante sangue e a stento viva fu portata in un ospedale pubblico dove fu accusata di essersi procurata l’aborto e mandata in prigione. Nel 2012 fu condannata per omicidio aggravato, anche se le prove mostravano che la morte del feto era un tragico ma naturale incidente e non era dovuto a nessuna azione da lei compiuta. Il giudice la sentenziò a 40 anni di carcere, la condanna più lunga comminata a una donna salvadoregna in base a questa legge.

Durante gli anni che ha passato nell’estremamente sovraffollata prigione femminile di Ilopango, Rivera ha sofferto maltrattamenti da parte delle guardie e a volte dalle altre carcerate, come conseguenza del profondo stigma sociale collegato all’aborto. Come Rivera ha detto in un’intervista a Rewire nel 2016: “Comprendo come molte donne non volessero dire alle altre perché erano là, perché sarebbero state trattate molto male. Ci chiamavano “mangiatrici di bambini” e peggio, ci picchiavano o ci minacciavano. Ma io sapevo di non aver fatto nulla di male, perciò l’ho detto a voce alta. Altre donne allora venivano da me in segreto, perché volevano chiedermi di metterle in contatto con la mia avvocata, di modo da avere aiuto.”

Infine, un tribunale maggiore del Salvador giudicò che il processo che l’aveva portata in prigione era macchiato da errori giudiziari, inclusa la mancanza di prove che Rivera avesse responsabilità nella morte del feto o persino che un qualsiasi crimine fosse stato commesso e ordinò nuovo processo. Dopo anni di ritardi, fu giudicata non colpevole il 20 maggio 2016 e liberata.

Rivera continuò a dover fronteggiare lo stigma nonostante fosse stata dichiarata innocente. Per strada la chiamavano “assassina di bambini”. Inoltre, il pubblico ministero del governo annunciò che avrebbe fatto appello alla sentenza di non colpevolezza e avrebbe tentato di rimandare Rivera in prigione a completare l’originaria sentenza di quarant’anni. Pesando le minacce che continuava a ricevere e la possibilità di tornare in galera, Rivera decise di lasciare il Salvador con il figlio di 11 anni e chiese asilo in Svezia nell’autunno del 2016: “La discriminazione nella società e sul lavoro, assieme alla persecuzione giudiziaria, che dovevo maneggiare quotidianamente mi hanno portata alla decisione di lasciare il mio paese. Non potevo dare un futuro a mio figlio, là. Era esposto a discriminazioni e pericoli.” (…)

Rivera dice che continuerà a essere un’attivista contro le leggi regressive del Salvador: “Sto rompendo il mio silenzio in Svezia per le mie compañeras che sono ancora in prigione in Salvador.” Rivera ha parlato in favore di un progetto di legge introdotto nell’ottobre 2016 che decriminalizzerebbe l’aborto in Salvador in circostanze specifiche: quando la vita e la salute della donna incinta sono a rischio, quando la gravidanza è il risultato di uno stupro e quando il feto presenta condizioni incompatibili con la vita. Invece, racconta, l’attuale legislazione al vaglio intende alzare le penalità previste per l’aborto a 30-50 anni di carcere ed è “una pena di morte per donne povere. Queste leggi si applicano solo alle donne, e solo alle donne povere. Le figlie e le sorelle dei ricchi vanno nelle loro cliniche private, non in galera. O vanno all’estero per abortire. Noi se abbiamo aborti spontanei andiamo in prigione. In ospedale prima mi hanno accusata di essermi procurata l’aborto e poi hanno cambiato l’accusa in omicidio aggravato e mi hanno mandata in galera. Le mie compañeras sono ancora là a pagare il prezzo di questi leggi.”

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