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Posts Tagged ‘stereotipi’

A cavallo fra la scorsa settimana e la settimana attuale si sono dati alcuni episodi di cronaca che hanno sollecitato in un congruo numero di persone (in maggioranza di sesso maschile) l’espressione di sconcerto e orrore, nonché di severo biasimo, verso donne assolutamente coerenti con gli insegnamenti loro forniti a livello sociale, il che io trovo del tutto assurdo. Stanno facendo quel che gli dite di fare, perciò per quale motivo le assalite con le bave alla bocca, signori? Dovreste dar loro una medaglia.

Non si trattava di bieche brutte femministe odiatrici di uomini, ma di donne obbedienti che hanno avuto figli a 15 anni perché l’aborto è “egoismo” o addirittura “assassinio”, che quando il compagno picchia e quasi uccide i loro bambini parlano di “raptus” (cos’altro hanno mai avuto la possibilità di sentire, sulla violenza maschile?) e ripetono “Ma io lo amo”, che quando il compagno vuole stuprare una delle creature che hanno messo al mondo si prestano a essere complici e spiegano alla figlia in questione che è suo dovere essere sottomessa al maschio in generale e al patrigno in particolare.

Non ricordate niente?

I media italiani, per esempio, diffondono costantemente messaggi del tipo “dio ha fatto le ragazze perché noi le prendessimo” e “pagare una donna di meno vuol dire amarla di più”; parlano a vanvera della crisi infinita che gli uomini vivrebbero a causa di un’eguaglianza di genere che nemmeno esiste; scusano e giustificano e glorificano e erotizzano la violenza e lo sfruttamento in ogni modo possibile – e la donna da amare tanto per dirne una, la vera e brava donna, il preclaro esemplare di femminilità, è quella che ha portato il suo fidanzato “in un bordello, gli ha fatto scegliere un’altra ragazza e si sono divertiti tutta la notte insieme: come fai a non innamorarti di una donna così, giustamente?”

Non vedete niente?

I consigli / ordini sociali alle donne sono quelli di usare il proprio corpo per raffigurare disponibilità sessuale e impotenza. Guardatele. Devono mantenere il proprio corpo piccolo, stretto, contenuto in misure prescritte. Si assicurano di non prendere troppo spazio sui trasporti pubblici o nei luoghi pubblici. Camminano e si siedono in modi rigidi, che si tratti di sculettare per la vostra soddisfazione o di tenere le gambe strette in una postura difensiva. Se manifestano assertività, se i loro corpi sono abbondanti o massicci, sono oggetto del più profondo e schiamazzante disgusto. Se non recitano ogni giorno la deferenza nei confronti dei padroni – esseri superiori – giudici maschi, sanno (e voi sapete) che la violenza nei loro confronti è una conseguenza più che probabile: un’eruzione di violenza, nello specifico, perché abusi molestie discriminazioni insulti sono cifre costanti della vita di una donna dalla culla alla tomba.

E voi cos’è che fate, esattamente?

Spostate la responsabilità e la colpa dal picchiatore / stupratore / assassino alla madre delle vittime. Gli uomini sono mine vaganti, concentrati di sana violenza (eh, è naturale, sono fatti così… però anche se lo ripetete un miliardo di volte resta scientificamente non vero) che toccherebbe alle donne loro legate per parentela o vicinanza mitigare e circondare di airbags. Direi che è molto comodo. Non sono stato io, il maligno raptus mi ha sconvolto e inoltre la mamma non ha fatto niente per fermarmi. Però a picchiare, violare e uccidere sei stato proprio tu, legittimato da costrutti sociali e vulgate mediatiche e dai tuoi pari che corrono ad assolverti.

Contrastare la violenza no e rifiutarla no, queste cose le donne non possono farle; se ci provano diventano le brutte bieche femministe odiatrici di uomini di cui sopra, nonché madri “alienatrici” dei loro figli. Meglio morire:

“15 febbraio, La Stampa – Si uccide il giorno prima del processo contro il suo ex. Lo aveva denunciato per violenza. La tragedia a Trieste. La donna lascia due bambini piccoli.” La denuncia, spiega l’articolo, “l’unica arma che aveva la giovane per difendersi dalle botte” dev’essersi trasformata “in un enorme senso di colpa per aver portato in tribunale il padre dei suoi figli.”

Una buona serva non l’avrebbe mai fatto, giusto? Maria G. Di Rienzo

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La cosa più folle dell’articolo che sto per illustrarvi è che descrive un sussulto di dignità come un odioso “veto”. In Italia la decenza è così rara, però, che in effetti il giornalista di Repubblica può non averla riconosciuta per tale e altri quotidiani di gran nome stanno tenendo in questi giorni la medesima attitudine.

15 febbraio 2019, titolo: “Stage di trucco di Chiara Ferragni in Pediatria, l’ospedale di Padova dice no”.

Si tratta, spiega l’incipit, di mettere “in cattedra” una tale la cui credenziale principale – e forse il maggior titolo di studio – è essere la “moglie del rapper Fedez” e che di mestiere farebbe “la influencer”, per spiegare a chi è ricoverato in Oncoematologia “come si dosano rossetti, mascara e fard”. Oncoematologia significa leucemie, linfomi, linfosarcomi ecc. Situazioni dure e difficili per chi ne è investito, come paziente o come persona a lui/lei legata.

“La proposta – spiega Repubblica – rientrava nell’ambito delle iniziative pensate per alleggerire il carico che un ricovero del genere può rappresentare per bambini e bambine che ancora non hanno compiuto i 18 anni. C’è un’associazione di clown che collabora in maniera stabile con il reparto e spesso vengono anche personalità del mondo dello sport.”

Quindi se sei una minorenne, una bambina, ricoverata in ospedale, ricordarti che il tuo primo dovere di femmina è essere “bella” e forzare la cosa su di te con l’intervento di una persona famosa dall’esterno sarebbe “alleggerire il carico”: temo di non essere per niente d’accordo. L’immagine corporea è attualmente un problema non da poco per bambini/adolescenti in generale e per le ragazze in particolare. Il grado di insoddisfazione e infelicità che queste ultime sperimentano al proposito è altissimo e rinforzato di continuo proprio dal marketing dei “rossetti, mascara e fard” (e di moda, estetica e balle varie) e dal bullismo correlato. Non è equiparabile a uno spettacolo di clown, no.

Sempre secondo il giornale, ma ho seri dubbi sull’unanimità descritta, la “platea” (così sono definite le persone ospedalizzate) già non stava nella pelle dall’eccitazione. E per farci capire meglio perché, Repubblica specifica che lo stage (sic) grazie a cui si imparerebbe a “bucare il video, la rete e un po’ tutte le situazioni social” è cosa di gran valore: “Giusto per dare un’unità di misura a Milano è stato registrato il sold out, con biglietti da 650 euro a testa e una coda di migliaia di persone per soli 500 posti a sedere.” Capite, per le povere bimbe malate la “influencer” lo avrebbe fatto gratis, è così commovente che sto quasi per piangere, però 650 euro x 500 individui disposti a sborsarli fa 325.000 euro: una cifra spropositata per una sorta di “formazione” agli stereotipi di genere… e il fazzoletto mi torna automaticamente in tasca.

Comunque, “L’iniziativa, promossa da una caposala, aveva passato il vaglio della direttrice. A sorpresa però è arrivato il “no” della direzione dell’azienda ospedaliera che ha bollato come “inopportuno” l’appuntamento con la regina dei social.” No, non ha “bollato” un bel piffero: ha giudicato inopportuna la faccenda, a mio parere giustamente e senza bisogno di virgolette.

“E’ andata liscia invece al marito di Chiara Ferragni, Fedez, – aggiunge l’articolo – che qualche settimana fa aveva fatto recapitare sempre in quel reparto alcuni cd autografati e per quelli nessuno aveva messo veti.” Repubblica, non far torto alla tua e alla nostra intelligenza: anche qui le due cose non sono paragonabili, lo vedi da te. E non c’è nessun veto sulla “regina dei social”, che può andare a promuovere se stessa o a spacciare fuffa patriarcal-trendy altrove.

Perché ti giuro che se avessi avuto una figlia nel reparto Oncoematologia dell’ospedale di Padova avrei organizzato una protesta epica affinché fosse salvaguardato il suo diritto a non essere ingozzata di sciocchezze e umiliata per il suo aspetto (è inevitabile: l’industria del “bello” guadagna sulla supposta imperfezione corporea, innata e cronica, femminile) mentre lotta per rimanere viva. Maria G. Di Rienzo

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(Estratto dalla prefazione di Roxane Gay a “Dress Like a Woman: Working Women and What They Wore” – “Vestirsi da donna: lavoratrici e quel che indossano”, Abrams Books, 2018. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

woman working 1943

Regolamentare come le donne si vestono, dentro o fuori dal posto di lavoro, non è nulla di nuovo. Nella Grecia antica un gruppo incaricato di magistrati, gynaikonomoi o “controllori delle donne”, si assicurava che le donne vestissero “in maniera appropriata” e decideva quanto dovessero spendere per i loro abiti. Le severe – e obbligatorie – regole erano stabilite per ricordare alle donne il loro posto nella società greca.

Nei millenni successivi non è cambiato molto. Durante la Storia, gli uomini hanno controllato i corpi delle donne e il loro abbigliamento tramite le strutture sociali e le leggi. I datori di lavoro hanno a lungo imposto codici di abbigliamento per le donne nei luoghi di lavoro, chiedendo per esempio che le donne indossassero tacchi alti, calze fine, trucco e vestiti o gonne di una lunghezza appropriata ma “femminile” e attraente. I datori di lavoro hanno anche deciso come le donne dovevano portare i capelli.

Agli inizi del 20° secolo, le donne cominciarono a entrare in massa nella forza lavoro. Ma solo le donne che lavoravano nelle fabbriche, nelle fattorie o che svolgevano altre forme di lavoro manuale avevano la possibilità di indossare indumenti come i pantaloni. Le donne che lavoravano negli uffici dovevano indossare le gonne, le scarpe con il tacco e la bigiotteria relative al loro sesso. Questa divisione sarebbe continuata sino agli anni ’70, quando l’influenza della rivoluzione sessuale lasciò il proprio segno. Sebbene le donne dovessero ancora conformarsi ai costumi sociali, ora avevano la possibilità di considerare il proprio conforto e il proprio stile personale in quello che indossavano nei luoghi di lavoro. Durante gli anni ’80 e i primi anni ’90, le donne spesso portavano completi giacca-pantaloni come i loro colleghi maschi.

Alle donne della Reale polizia equestre canadese è stato permesso indossare completi con pantaloni solo nel 2012. Nel 2017, il codice d’abbigliamento del Congresso degli Usa ancora bandiva alle donne – membri del personale e visitatrici, come le giornaliste – l’uso di magliette senza maniche. Una giornalista fu persino allontanata da un locale all’esterno della Camera perché il suo abito, che le lasciava le braccia scoperte, fu giudicato “inappropriato”.

Il femminismo ha ottenuto notevoli risultati e, oggi, ciò che le donne indossano al lavoro è vario quanto i compiti che le donne svolgono. Nel 2010, banca svizzera UBS si trovò al centro di uno scandalo quando girò voce delle 44 pagine del suo codice d’abbigliamento, colmo di linee guida su come applicarsi il trucco, sul mantenere ben curate le unghie dei piedi per evitare di stracciare le calze fine, sull’evitare scarpe strette che potrebbero causare alle donne l’avere “sorrisi tirati” e sull’indossare biancheria intima del colore della pelle, così che gli indumenti intimi restino discreti e e non diventino “spettacolo”.

Sebbene la maggior parte dei datori di lavoro abbia codici di abbigliamento anche per gli uomini, che richiedono loro di indossare completi e cravatte, tagliarsi bene capelli e barba e così via, questi codici simboleggiano un concetto di professionalità, piuttosto che le aspettative culturali sulla mascolinità. Come per molte altre cose, le regole sono diverse per le donne. Vestirsi da donna è vestirsi in modi prescritti che esaltano un rigoroso marchio di femminilità e ristorano lo sguardo maschile. Vestirsi da donna suggerisce che le donne sono meri elementi decorativi del posto di lavoro. Vestirsi da donna è ignorare che le donne hanno nozioni indipendenti e differenti sul modo in cui vogliono presentarsi al mondo.

Io non sono mai stata brava a vestirmi da donna. Ho smesso di indossare abiti quando avevo 12 anni. Sono alta un metro e novanta, perciò se dovessi mettere i tacchi troneggerei sulle altre persone più di quanto già faccio. Uso cosmetici solo se proprio devo perché, per qualche ragione, non ho mai davvero imparato a farlo. E, da quando avevo 19 anni, ho cominciato a farmi fare tatuaggi sulle braccia in basso e in alto, il che è non è proprio il segno della femminilità tradizionale.

Durante i miei vent’anni ho avuto una serie di impieghi occasionali e quel che indossavo per lavorare è spaziato dai pigiami (quando lavoravo da casa) ai jeans con maglietta nera (quando ho lavorato come barista).

Verso la fine dei miei vent’anni sono entrata nei luoghi di lavoro tradizionali e ho indossato camicie a maniche lunghe e abiti che speravo trasmettessero la mia competenza e professionalità. E, sempre, mi sono sentita fuori posto perché non ero vestita – e non volevo vestirmi – come una donna nel senso che ci aspettava da me.

Alla scuola di specializzazione ho dato per scontato che, quando divenni insegnante, avrei dovuto indossare completi per lavorare, che dovevo avere l’aspetto di una laureata, di qualcuno qualificato a gestire una classe. Ho presto compreso che non c’era un aspetto standard per questo ruolo. Avevo colleghi che insegnavano con magliette sporche e jeans macchiati di pittura. Erano, come vi sarete aspettati, uomini che sapevano come la loro autorità non sarebbe stata messa in discussione comunque si vestissero. Le mie colleghe femmine, per la maggior parte più giovani e più minute, indossavano sempre bluse eleganti e giacche, perché sapevano che la loro autorità sarebbe stata messa in discussione in virtù del loro genere, della loro statura e delle loro scelte di abbigliamento.

Come donna alta, di costituzione imponente e sulla quarantina, generalmente insegno in jeans e camicie a maniche lunghe, a volte in magliette che non valgono il loro prezzo. Io indosso abiti che mi permettono di sentirmi a mio agio e sicura di me. Questo è il modo in cui scelgo di vestirmi come una donna.

Sono sempre stata consapevole che la libertà di indossare in maggioranza quel che voglio è stata influenzata, in larga parte, dalle donne che hanno lavorato prima di me – donne che attraverso la Storia si sono rifiutate di permettere che le loro ambizioni fossero limitate da idee ristrette su cosa significhi vestirsi da donna. L’abbigliamento si è trasformato mentre si trasformavano i ruoli delle donne nella società contemporanea.

A volte, vestirsi da donna significa indossare un completo giacca-pantaloni; altre volte, significa indossare una muta subacquea, o una tuta da lavoro, o un camice da laboratorio o un’uniforme di polizia. Vestirsi da donna significa indossare qualsiasi cosa una donna giudichi appropriata e necessaria per fare il proprio lavoro.

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dirk bikkemberg men

Le immagini sparse in questo pezzo ritraggono capi di abbigliamento maschile “di moda”: sono tutti indumenti di marche famose. Si va dalla cascata di fiori al rosa pastello e al fucsia carico – e se fate una ricerca su internet troverete altre centinaia e centinaia di esempi simili.

Ogni “brand” sul mercato ha lo scopo principale di fare soldi: se putacaso indulge in cospirazioni e manovre poco pulite di qualche tipo, esse riguardano per lo più come sfruttare meglio i lavoratori, come acquisire materiali sottocosto e come aprire conti bancari protetti in isole tropicali.

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Dell’identità di genere dei propri clienti non può fregare di meno a ogni singola azienda e sarebbe comunque del tutto assurdo che si consorziassero per “confonderla” e spostare le preferenze di costoro verso abiti da donna, perdendoli nel processo: inoltre, non vi è alcuno studio / ricerca con peso scientifico a suggerire che indossando pantaloni fucsia un maschio automaticamente non sappia più di essere maschio… ma questo è ciò che dopo anni di propaganda sull’ideologia gender alimentata da un gruppo di odiatori ignoranti (fra cui preti e politici) e tenuta sotto i riflettori dai media senza alcuna attitudine critica è stato digerito a livello popolare.

joe & jo

Repubblica, 15 dicembre u.s.: “I fatti (…) risalgono al 7 dicembre. Uno dei piccoli allievi dell’asilo (…) sporca in serie, uno dopo l’altro i cambi che la mamma gli ha messo nell’armadietto e le maestre, per non lasciarlo bagnato e sporco, usano gli abiti di riserva che tengono in un armadietto di emergenza. Gli unici che gli vanno bene sono un paio di pantaloni fucsia, ma un colore vale l’altro purché sia pulito. Ed è così che lo riconsegnano a chi lo viene a prendere a fine giornata.

Passa il fine settimana e lunedì mattina la mamma si presenta in classe e consegna alle maestre una lettera: “Vi ringrazio per i pantaloni rosa e le mutandine che avete imprestato al bambino, dopo aver esaurito la scorta. Però le norme sociali non le abbiamo fatte noi. Lo preferivamo pisciato (sic), che sappiamo asciuga, a vestito da femmina e con le idee sull’identità di genere in conflitto”. “

Dunque, questa madre (e questo padre, probabilmente, dato il plurale dell’ultima frase) preferisce un figlio in condizioni di disagio e persino vergogna, a rischio di prendersi un’infreddatura o peggio, esposto al dileggio di eventuali coetanei bulletti, a un indumento color fucsia – perché esso equivale a vestirsi “da femmina”: signora, non gli hanno messo un tutù da ballerina, gli hanno messo dei pantaloni. E’ vero che il “pisciato” si asciuga (speriamo che in futuro la signora non dia ripetizioni di italiano a suo figlio), ma ci mette del tempo e intanto chi è “pisciato” comincia ad avere un odore non proprio gradevole e sta veramente male.

Ma sembra che a costei del benessere del bambino non importi granché, la cosa fondamentale è ricordare alle insegnanti che “le norme sociali non le abbiamo fatte noi”. Forse la signora pensa che discendano direttamente dal cielo o stiano scritte in qualche libro sacro e immutabile, ma si sbaglia: le norme sociali le facciamo proprio noi esseri umani, costituenti di quella stessa società che normiamo… in mille modi diversi a seconda delle epoche storiche, delle credenze vigenti, dell’influenza di religione – economia – politica eccetera eccetera. Di fatto, sul piano storico, le cambiamo di continuo. Noi, ripeto, noi. E mano a mano che vediamo le conseguenze di norme sociali violente, escludenti, discriminanti, false come una moneta di latta, abbiamo la possibilità – e io credo il dovere morale – di lavorare per cambiarle affinché causino meno dolore.

Original Penguin Swim Shorts

La vulgata rosa/femminucce e azzurro/maschietti, inoltre, non è una “norma sociale”, così come non lo sono Babbo Natale e la Fatina dei Denti. E’ una consuetudine obsoleta e sciocca, che non ha la minima ricaduta sull’identità di genere di donne e uomini. So che la signora non crederà a me, sono una diabolica femminista dopotutto, ma alle icone di stile della moda darà credito, no? Guardi tutta questa roba fucsia e abbia la cortesia di riflettere prima di sostenere che chiunque l’abbia creata o la indossi è o è diventato “finocchio”.

Maria G. Di Rienzo

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Dumplin Movie

Esattamente come l’immagine promette, sto per dirvi “tutto quel che avete bisogno di sapere sul film Dumplin’ ” (produzione Netflix).

E’ tratto dal bestseller dallo stesso titolo di Julie Murphy (che ho già lodato in queste pagine).

E’ un film su una ragazza grossa, ma il suo focus NON è il tentativo di costei di cambiare aspetto.

L’amicizia fra donne vi è rappresentata in luce forte e attraente.

I personaggi hanno più di un lato di se stessi da mostrare e si evolvono in sintonia con la storia.

A fungere da “fate madrine” per la protagonista, incoraggiandola a essere sempre e fieramente se stessa, sono alcune “drag queens”.

Nella colonna sonora la parte del leone, o meglio della leonessa, ce l’ha Dolly Parton (cantante country-pop), che ha anche composto musica specificatamente per il film.

La regia è di una donna, Anne Fletcher e la sceneggiatura pure, di Kristin Hahn.

A interpretare la giovane Willowdean Dumplin’ Dickson è Danielle Macdonald, mentre la co-protagonista principale, sua madre Rosie Dickson, è interpretata da Jennifer Aniston (entrambe in immagine qui sotto).

dumplin

Un accenno alla trama, il più possibile privo di spoilers: Willowdean, soprannominata “raviolo” dalla madre (ma nella traduzione italiana verrà fuori qualcosa come “polpetta”) è figlia di un ex reginetta di bellezza che ora funge da giudice in concorsi simili. Rosie non presta grande attenzione alla figlia, se non per farsi scarrozzare in auto da un evento all’altro, e in famiglia Willowdean trova apprezzamento e affetto più dalla zia Lucy, che le fa conoscere sia la musica di Dolly Parton sia Ellen, la ragazza che diventerà la sua migliore amica. La morte della zia e la prima cotta di Willowdean per un ragazzo innescano un processo di riflessione / ribellione che porterà “Raviolo” a iscriversi a uno dei concorsi organizzati dalla madre. Altre ragazze non conformi a standard di bellezza artificiosi e imposti seguiranno il suo esempio…

Maria G. Di Rienzo

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Ho capito. Il giornalismo italiano non ha compreso in passato, non comprende al presente e non comprenderà in futuro la formazione a: genere e violenza di genere, femicidi / femminicidi, violenza domestica, sessismo. Gli articoli che al 9 dicembre trattano dell’assassinio a colpi di pistola di Vincenza Palumbo e dei suoi due bambini di 6 e 4 anni, da parte del marito che si è poi suicidato con la stessa arma, lo confermano. Ma scusatemi: almeno la logica elementare potrebbe entrare in cronaca? Esempio preclaro da La Repubblica:

Titolo – “Catania, tragedia della follia: uccide la moglie e i due figli piccoli, poi si spara” – E’ impazzito, ha ammazzato moglie e figli e si è ammazzato, giusto? L’occhiello informa che nella casa sono stati “trovati farmaci antidepressivi”.

Ecco, pensa chi legge, era depresso, la depressione è diventata raptus ed è finita così: però dovrebbe leggere l’articolo per intero per venire a conoscenza del fatto che non si sa ancora a chi appartenessero i farmaci, essere medico o fare ricerche per sapere che depressione e raptus non sono in rapporto diretto di causa/effetto e essere, come l’articolista, un “paragnosta figlio di paragnosta” per essere sicuro che la vicenda sia una “tragedia della follia”: allo stato attuale delle indagini non è possibile dirlo.

Incipit dell’articolo, sottolineature mie – “Tragedia della follia a Paternò, grosso centro in provincia di Catania. Un consulente finanziario di 34 anni, Gianfranco Fallica, in preda a un raptus innescato sembra dalla gelosia o dalle difficoltà economiche, ha sterminato la famiglia e si è ucciso.”

Ripeto, che l’individuo fosse folle non è stato diagnosticato da nessuno. Però l’unica cosa presentata per certa è il “raptus”: che lo scatenino la gelosia, le difficoltà finanziarie, la multa per alta velocità, la visita della guardia di finanza in ufficio o una pernacchia vagante non ha importanza, anzi, ai fini del risultato è equivalente. Capite, se un uomo è depresso per qualsiasi motivo, qualsiasi motivo ulteriore di stress lo condurrà all’omicidio di moglie e figliolanza. Una prece.

Paragrafo di “approfondimento” (le virgolette sono obbligatorie, visto il testo) dal titolo ‘Lo strazio dei parenti’ –

” “Maledetto maledetto. Cosa gli hai fatto…”. Una voce di donna squarcia il silenzio di via Libertà: è quella della mamma di Vincenza Cinzia Palumbo.” Questa è l’unica menzione dei parenti della moglie uccisa, per la precisione di una sola parente, la madre, ridotta al ruolo di prefica ululante. In mezza riga, all’inizio, è stato attestato che quella stessa moglie era casalinga e occasionalmente aiutante nel ristorante della famiglia d’origine. Ed è tutto, su di lei, TUTTO. Un’altra vittima predestinata, perché donna, e quindi identica alle cento e mille venute prima di lei, qualcuno su cui non c’è niente da dire. La sua morte è persino noiosa, visto come si ripetono a oltranza decessi simili, non vorrete mica che un giornalista si interessi a quella che era la sua vita?

Per l’assassino/suicida invece, parte il lungo pistolotto della “testimonianza” del cugino, con reminiscenze dell’infanzia e lacrime sul ciglio. In sequenza, siamo informati che Gianfranco Fallica era:

un ragazzo d’oro,

un grande lavoratore,

molto legato alla famiglia,

– anzi, di più, tutto dedito alla famiglia,

una persona splendida,

un bravo ragazzo.

Inoltre il suo parente non ha mai avuto l’impressione che fosse geloso della moglie e non crede proprio che fosse depresso.

Ne consegue che, come anche il sindaco di Paternò – ove il fatto è accaduto – ripete, si tratta di “una tragedia inspiegabile”. Pensoso, nel finale, sempre il sindaco si chiede “cosa scatta nella mente per compiere un gesto del genere”.

Il fatto è che da decenni attiviste, ricercatrici, femministe, autorità accademiche di sesso femminile (e non) continuano a spiegare non solo perché succede, ma cosa si potrebbe fare per evitare che succeda. Purtroppo, l’azione di contrasto alla violenza comporta per gli uomini individualmente e per la società nel suo complesso l’assumersi responsabilità. E questo non può essere preso in considerazione in assoluto, è roba da “odiatrici di uomini” e “femminaziste” e maledette puttane linguacciute. Così, mentre loro si lambiccano sulle tragedie inspiegabili e lamentano i raptus, noi continuiamo a morire e a morire e a morire.

Maria G. Di Rienzo

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L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – più esattamente il suo centro per lo sviluppo che comprende il Social Institutions and Gender Index, in sigla Sigi – ha reso noto ieri, 7 dicembre, il suo rapporto 2018 sulla discriminazione di genere che colpisce donne e bambine in tutto il mondo. L’Indice Sigi ha valutato 180 nazioni (60 non sono state in grado di fornire dati sufficienti e non sono state incluse nella classificazione finale) su quattro dimensioni della vita di una donna: i suoi diritti all’interno della famiglia, la sua integrità fisica (diritti alla salute, sessuali e riproduttivi), il suo accesso a risorse (possesso della terra, diritti sul lavoro) e la sua rappresentazione politica (diritti civili).

Il nocciolo della notizia è che i diritti umani delle donne avanzano con lentezza da lumaca artritica, o non avanzano affatto. Per esempio, il titolo che il Guardian dà al pezzo scritto (molto bene) al proposito da Kate Hodal è: “Non un mondo da lasciare ai nostri figli”. Citazione dall’articolo: “41 paesi riconoscono solo gli uomini come capifamiglia; 27 paesi richiedono ancora, per legge, che le mogli obbediscano ai loro mariti; 24 paesi richiedono alle donne di avere il permesso del marito o di un tutore legale di sesso maschile (tipo fratello o padre) per poter lavorare.”

Il rapporto chiarisce in modo inequivocabile che più deboli sono i diritti garantiti alle donne e alle bambine nelle quattro aree succitate, più esse sono vulnerabili a svariate forme di violenza di genere, ma sottolinea anche che le norme sociali possono notevolmente vanificare le legislazioni al proposito (esse hanno infatti visto globalmente un aumento, ma non sono riuscite a raddrizzare le situazioni in modo soddisfacente).

Sebbene lo Yemen si piazzi per la seconda volta – il rapporto precedente risale al 2014 – al primo posto nella classifica della discriminazione di genere, seguito da Pakistan, Iran, Giordania, Guinea, Libano, Bangladesh, Iraq, Afghanistan e Filippine, la ricercatrice Rachel George del britannico Overseas Development Institute ha giustamente sottolineato come i dati del Sigi aiutino “a chiedere il conto” anche ai paesi occidentali, i quali “non devono credere che la situazione non li riguardi”: “Ogni singolo paese ha qualche forma di discriminazione che va avanti in qualche modo e alcune di esse sono pervasive, perciò tenere tutti sotto esame è estremamente importante.”

Sullo stesso tasto ha premuto Bathylle Missika, capo della divisione di genere dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: “Sappiamo che far evolvere le norme sociali è difficoltoso, sono necessarie diverse angolazioni di lavoro su leggi e norme e non è perché hai le prime poi hai anche le altre. Questo è quel che la gente deve capire: non esiste un approccio definitivo quando si tratta dell’implementazione del numero cinque – eguaglianza di genere – degli obiettivi di sviluppo sostenibile. E’ un approccio che investe la società nella sua interezza e gli interventi devono essere diretti all’intero ciclo della vita delle donne.”

La questione è: quanto gliene importa al governo della nazione X che organismi internazionali di alto livello gli dicano “Guarda i dati, stai trattando le donne in maniere che vanno dall’ignobile al terrificante.”? Pochissimo, poiché le ricerche non implicano sanzioni e può comunque rispondere di aver firmato il tal trattato e varato la tal legge, o che cambiare sarebbe “non rispettoso” della “cultura” del suo paese (capite, se da trecento anni impaliamo bambine ciò da orrore si muta in un’onorevole tradizione non discutibile). Ecco dove entra in scena l’attivismo.

Sono i gruppi femministi e quelli della società civile attenti ai diritti umani che devono prendere queste ricerche e dar loro una dimensione fatta di dimostrazioni, petizioni, disobbedienza civile e resistenza. Il cambiamento è sempre e solo nelle nostre mani.

Maria G. Di Rienzo

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