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Posts Tagged ‘stereotipi’

manichini

L’immagine riprende una sezione del “reparto donne” della Nike in Oxford Street, a Londra. La presenza del manichino in primo piano fa parte dell’impegno preso dall’azienda a onorare diversità e inclusione, quello per cui l’ex atleta e attivista antirazzista Colin Kaepernick è diventato un loro testimonial. Poi, non è che la Nike sia tutta umana nobiltà e non ci guadagni: le persone di colore e quelle di sesso femminile sono più invogliate a fare acquisti dove si sentono benvenute, ma le donne in particolare sono in effetti più inclini a comprare un capo d’abbigliamento se esso è presentato su un manichino che assomiglia al loro corpo (sul tema c’è anche un recente studio dell’Università di Kent). L’anno scorso, adottando questa strategia, il marchio di biancheria intima “Aerie” ha incrementato le vendite del 38%, contro il passivo prima e il modesto + 1% finale realizzato nello stesso periodo dai prodotti di “Victoria’s Secret” (sempre pubblicizzati dagli “angeli”, le prevedibili modelle sottilissime, abbronzate e ritoccate al computer).

Il manichino della Nike, ancora una rarità fra le migliaia di pupazzi scheletrici in vista in tutte le vetrine del mondo, ha però infastidito i cultori e cantori della “grassofobia” – sono quelli che danno dei malati, dei tossicodipendenti da cibo, degli schifosi pigri e ingordi agli individui le cui caratteristiche corporee non corrispondono agli attuali interessi economici delle industrie farmaceutiche, dietetiche, cosmetiche, ecc.

Su “The Telegraph”, per esempio, è apparso un articolo che in fase di redazione deve aver sciolto con il vetriolo la tastiera della sua ignorante autrice: “Quella (ndt. il manichino) è obesa sotto tutti gli aspetti e non si sta preparando a una corsa nel suo scintillante abbigliamento Nike. Lei non è in grado di correre. E’ più probabile che sia pre-diabetica e che stia aspettando una protesi all’anca.”

Naturalmente una valanga di donne larghe che fanno sport per piacere o che sono delle vere e proprie atlete l’hanno mandata dove meritava di andare. Alcune maratonete, in questo gruppo, hanno chiesto alla cafona giornalista se vuol venire a correre con loro, così vede se riesce a provare le stronzate che spara.

Io non so ovviamente come sia nato l’odio di questa persona per altri esseri umani che semplicemente vivono le loro vite e non le stanno facendo nulla, ma so da dove prende le informazioni scorrette che lo alimentano: da ogni media a sua disposizione. Se oggi, per ventura, avesse scorso dei quotidiani italiani, avrebbe trovato su ognuno di essi un pezzo sull’imperativa necessità – per le donne – di perdere peso, subito e con ogni mezzo necessario (c’è persino il folle “Dimagrire: la dieta del gelato” sulla prima pagina odierna di giornali a tiratura nazionale).

Il dato davvero interessante di tale ossessiva campagna è questo: non ha nulla a che fare con la salute delle donne.

1. Che il grasso sia una “malattia” l’ha detto nel 2013 l’Associazione dei medici statunitensi, di cui fanno parte diversi azionisti o consulenti dell’industria dietetica – e già questo inficia un po’ la dichiarazione (conflitto di interessi), inoltre l’Associazione ha una storia pesante di parametri su patologie stabiliti “ad minchiam”.

Lo hanno detto, ma non sono stati in grado sino ad ora di provarlo scientificamente. Nello stesso rapporto, hanno dovuto tra l’altro ammettere che gli individui “sovrappeso” hanno un rischio più basso di morte prematura degli individui con peso “normale” e che non c’è relazione diretta fra l’essere grassi e il morire prematuramente. C’è ormai una vasta letteratura sul “paradosso” del grasso corporeo, basata sui dati: pazienti con patologie cardiache e peso non “normale” vivono meglio e più a lungo dei loro corrispettivi specchi della fitness.

Dunque, che caxxo di malattia è quella grazie a cui ho un’aspettativa di vita più alta?

2. Guardare un pezzo di plastica sagomato e dedurre che sta per diventare diabetico e dovrà sottoporsi a intervento chirurgico è francamente idiota. Ma non meno idiota del guardare un corpo umano e prodursi nella stessa diagnosi.

Il fatto è che sul diabete di tipo 2, o mellito, l’associazione peso/malattia è fallace: molte persone magre sviluppano il diabete, molte persone grasse no. La ricerca scientifica non dà attualmente al proposito conclusioni definitive: non è chiaro se l’obesità causi il diabete, se sia il diabete a causare l’obesità, o se ambo le condizioni siano causate da fattori terzi come nutrizione povera, stress o eredità genetica. Vedete, io prima di scrivere qualsiasi cosa faccio i compiti a casa – e mi sciroppo interi studi di facoltà universitarie di medicina e serie complete di riviste scientifiche.

3. Un fattore di rischio legato al peso corporeo, certo e comprovato, c’è: è però grandemente sottostimato. Si tratta dell’effetto che la discriminazione, gli svergognamenti, il bullismo nei confronti delle persone grasse hanno sulla loro salute, sulla qualità delle loro esistenze e sulla durata di queste ultime (a cui spesso pongono fine prematuramente e volontariamente, soprattutto se femmine).

Medici e paramedici non sono esenti da pregiudizi in virtù delle loro lauree e diplomi, sono bombardati dalla campagna “grassofoba” quanto gli altri e spesso associano arbitrariamente il grasso alla scarsa salute e la scarsa salute all’immoralità (sei malato di ciccia e se sei malato di ciccia è colpa tua): un gran numero di persone ricevono diagnosi sbagliate perché il dottore di turno si limita a dar loro uno sguardo schifato e a consigliare il dimagrimento – in assenza di terapie adeguate ai loro veri problemi di salute, che con il grasso non avevano niente a che fare, ovviamente queste persone peggiorano e magari schiattano, ma cosa volevano aspettarsi? Erano delle merde ciccione, no? Gli sta bene!

Chi deve soffrire ostilità, battute del menga, reprimende ecc. negli ambulatori finisce logicamente per frequentarli il meno possibile: perciò le donne classificate come “sovrappeso” crepano più spesso di cancro cervicale – ma non lo causa il grasso, è che non vanno a fare il Pap test e se ne accorgono quando è troppo tardi.

Molte donne rispondono alla propria umiliazione continua smettendo di fare ciò che loro piace (pattini, pallone, danza… ma come ti permetti? SEI GRASSSSAAAAA!!!!) e persino uscendo di casa il meno possibile (o non uscendo proprio più: d’estate vai in giro con le spalle scoperte e i calzoncini? Ma come osi mostrarci il tuo lardo che dondola? SEI GRASSSSAAAA!!!!). L’imperativo urlato, costantemente aggressivo e spesso violento, di somigliare alle figurine della pubblicità conduce migliaia di bambine, ragazze e donne a sviluppare disturbi alimentari e problematiche legate all’immagine corporea. Molte ne portano le cicatrici per sempre, molte ne ricavano problemi di salute mentale e fisica, molte ne muoiono – se non le uccide l’intervento di liposuzione o di resezione dello stomaco, possono sempre buttarsi dal balcone o sotto il treno. E lo fanno.

4. Nonostante tutto ciò, c’è in giro il curioso convincimento che lo svergognamento relativo al peso corporeo debba essere accettato da chi lo riceve, perché si tratterebbe dell’espressione di preoccupazione per la sua salute. Una preoccupazione falsa, disinformata, stupida e brutale che nega rispetto, dignità e diritti umani a chi la riceve. Be’, tenetevela. Ai nostri corpi ci pensiamo noi.

La vulgata “grassofoba” dice che chi viene preso a pesci in faccia dovrebbe tenere gli occhi bassi, vergognarsi, assicurare che farà del suo meglio per diventare uno stuzzicadenti e scusarsi per il suo “corpo disobbediente”. Ma è mezzo secolo che io disobbedisco alla violenza patriarcale, ai dettami sessisti, agli stereotipi misogini. Figuratevi se smetto adesso o se smetto di incoraggiare altre/i a fare altrettanto.

Maria G. Rienzo

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arthdal poster

Ecco qua (per la serie: oggi parliamo di “fuffa”, my friends). Questo è il manifesto di “Arthdal Chronicles” – “Le Cronache di Arthdal”, attesissimo sceneggiato fantasy sudcoreano che ha persino vinto un premio (per il drama più atteso…) ancor prima di andare in onda su TvN e Netflix, cosa che è finalmente accaduta il 1° e il 2 giugno.

Definito nelle conferenze stampa, non dai suoi autori, “la risposta orientale a Il Trono di Spade”, criticato in modo drastico in questi giorni sul web proprio per le supposte somiglianze alla serie tv sunnominata, “Le Cronache di Arthdal” è in effetti deludente – ma non per questi motivi, e inoltre è partito con percentuali d’ascolto molto buone che sono persino cresciute per il secondo episodio.

“Non ho neppure mai pensato di paragonare la nostra serie a “Il Trono di Spade” e non penso che il nostro scopo sia creare qualcosa di simile. Penso che il paragone non sia appropriato. Abbiamo tentato di creare una serie televisiva costruendo un mondo fantastico a partire dalla nostra immaginazione e spero che vedrete la nostra serie per quello che essa è.”, ha detto lo scrittore e sceneggiatore Park Sang-yeon ai giornalisti, ma sembra che non lo abbiano ascoltato.

Partiamo dalla “risposta orientale”. La prima stagione de “Il Trono di Spade” ha cominciato ad andare in onda il 17 aprile 2011 e non è un mistero che la sottoscritta ne ha preso visione, ha registrato i motivi del suo successo – sangue, brutalità, torture, efferatezza, oggettivazione sessuale delle donne, stupri, stupri e ancora stupri – e ha bellamente ignorato lo show sino alla sua fine. Tuttavia, se vogliamo mentire e dire che il fascino dello sceneggiato era in realtà la lotta per il potere con i suoi tradimenti e intrighi, le sue guerre e colpi di stato e omicidi politici, be’, potremmo definirlo “la risposta occidentale” a “The Legend” (11 settembre – 15 dicembre 2007) o meglio ancora a “La Regina Seon Deok” (25 maggio – 28 dicembre 2009): quest’ultimo avrebbe dovuto contare 50 episodi, ma il suo successo fu talmente clamoroso che i produttori ne aggiunsero altri 12.

The Legend poster

Nel primo caso abbiamo: due giovani principi apparentemente designati entrambi come l’atteso sovrano delle leggende e delle profezie, l’uno quasi privo di appoggi a corte e l’altro membro di una potente e spietata coalizione interna; quattro semi-dei, custodi mistici del regno, e le loro interazioni con i due rivali; un clan di assassini adoratori del fuoco che giustificano la loro brama di potere assoluto con un’antica sete di vendetta… magia, spade, veleno, eserciti, ambizioni personali, creature fantastiche (il Serpente-Tartaruga, la Fenice, la Tigre Bianca, il Drago Blu) ecc. C’è tutto: “Il Trono di Spade” ha copiato?

queen seondeok poster

Nel secondo caso abbiamo: una principessa – e poi unica legittima erede al trono – allontanata alla nascita per evitarne l’omicidio, che cresce ignorando il proprio status; sicari e profezie; religione asservita al potere temporale; frenetiche e crudeli lotte fra i cortigiani; sfrenata ambizione personale soprattutto nell’antagonista principale della principessa, una cortigiana che sale di forza a vette sempre maggiori di potere usando letteralmente e implacabilmente se stessa e gli altri: un personaggio “cattivo” così affascinante, intelligente, profondo, complesso – e magistralmente reso dall’attrice che lo interpretava – da rendere impossibile odiarlo del tutto. Anche qui magia e spade e veleno e eserciti, ecc.: il “Trono di Spade” ha copiato?

Gli elementi tipici, universali, di queste storie semplicemente si ripetono. Qualunque cosa tu crei avendo come sfondo un trono conteso – ed è questo il caso per tutti e tre gli sceneggiati citati – li rende inevitabili. C’è da dire che “The Legend” e “La Regina Seon Deok” li hanno semmai espressi in modo assai più coinvolgente e raffinato di quanto abbia fatto quel carnaio – bordello noto come “Il Trono di Spade”.

Se “Le Cronache di Arthdal” è deludente, come ho detto all’inizio, non è perché abbiamo i “figli della profezia”, i politici avidi e sfrenati, i guerrieri macellai – e nemmeno i (francamente per me ridicoli) “neandertaliani” con il sangue blu e la magia dei sogni: è perché, almeno per il momento, non è riuscito a suscitare la nostra simpatia, identificazione, passione per nessuno dei personaggi che in esso si muovono.

cast

(i quattro principali sono qui sopra)

Gli scenari sono di sicuro bellissimi, i dettagli che differenziano le varie aggregazioni molto curati, la recitazione non merita meno di impeccabile… è il copione che fa acqua, assieme al ritmo assai confuso delle riprese. Ma una somiglianza con “Il Trono di Spade” c’è, sebbene di segno opposto: invece di spogliare ossessivamente le attrici, “Le Cronache di Arthdal” denuda di continuo i torsi degli attori. Ambo i trucchetti rivelano che tipo di pubblico si sta cercando di agganciare – guardoni maschi occidentali o idol-fan femmine orientali… l’importante, sapete, è soddisfare gli sponsor pubblicitari con ogni mezzo necessario.

Maria G. Di Rienzo

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Quando ieri ho letto che il sig. Salvini ha dichiarato di aver “affidato l’Europa a Maria”, la mia mente ha prodotto alcune buffe – sarcastiche – amare riflessioni.

La prima (giacché è il mio nome): “Veramente non ricordo mi avesse chiesto niente.”

La seconda: “Maria è la dog sitter e Europa è una femmina di alano.”

La terza: “Si riferisce a Maria di Nazareth come se fosse al suo servizio.”

La quarta: “Maria era palestinese.”

Alla fine degli anni ’90, uscì per Harper & Collins “Women in the Bible” – “Donne nella Bibbia”, di Elizabeth Fletcher. Insegnante di religione per un decennio, finissima studiosa, con questo testo calava nella realtà storica i personaggi femminili del Vecchio Testamento, contestualizzandoli.

Bedouin girl

La sua descrizione di Maria di Nazareth è online dal 2006 e la foto sopra è una di quelle che Fletcher ha usato per darci un’idea di come Maria fosse realmente (anche le altre immagini in questo articolo hanno tale scopo). Ve ne traduco un piccolo pezzo:

Chi era Maria di Nazareth?

Dipende da a quale Maria vi riferite. Ce ne sono due:

– una ragazza ebrea di campagna vivente in una remota provincia dell’Impero Romano, e

– la semidea Vergine Maria, nelle chiese cristiane in tutto il mondo.

Questa pagina descrive la prima.

Che aspetto aveva Maria?

Maria, la futura madre di Gesù di Nazareth era una giovane campagnola, probabilmente alta meno di un metro e mezzo, con lucidi capelli neri oliati e divisi nel centro, con la scriminatura dipinta di rosso o porpora. Doveva essere vigorosa, robusta, con piccoli seni paffuti e forti mani scure rese callose dal lavoro. (…)

Peasant woman Ramallah

La sua lingua era l’aramaico. Maria lo parlava con ampio accento galileo, sdegnato dai sofisticati abitanti di Gerusalemme. Doveva essere una che parlava molto e in modo convincente: essere capaci di parlar bene è sempre stata un’abilità apprezzata fra gli ebrei. Maria l’avrebbe pensata allo stesso modo. La sua era una società “orale” dove storie, preghiere e poesie si imparavano a memoria anziché leggendo. Il grande nemico delle società antiche era la noia. Raccontare storie e avere conversazioni significative erano modi per tenere la noia alla larga. Una buona chiacchierata era il passatempo principale. Essere capace di intrattenere le persone ti rendeva prezioso – poiché prima o poi chiunque si annoiava prima che inventassero la carta stampata. (…)

Maria viveva in una famiglia allargata. C’erano almeno otto o dieci persone a dividere la casa. Il nucleo familiare odierno semplicemente non esisteva. Non avrebbe funzionato. C’erano troppe faccende che necessitavano il lavoro collettivo di più persone.

Siamo così abituati ai dipinti di una Maria solitaria o di una Sacra Famiglia di tre persone da aver dimenticato che Maria veniva da una larga famiglia/comunità di Nazareth. Maria e le donne della sua famiglia lavoravano insieme negli stessi modi, condividendo tutto. Il suo lavoro non era limitato alla casa. La Galilea, dove lei viveva, era il paniere del regno ebraico. C’erano frutteti, boschi di olivi e vigne di cui curarsi e naturalmente le coltivazioni di grano piantate e mietute annualmente. Le donne facevano un mucchio di lavoro nei campi. (…)

peasant girl palestine

All’età di 11 o 12 anni, Maria ebbe le prime mestruazioni. Ciò significa che era in età da matrimonio, in aramaico una betulah. Il termine corrispondente in ebraico, l’antica lingua dei testi religiosi, è almah. Ricordate questa parola. Significa “giovane donna in età da marito” – poteva essere vergine, ma non necessariamente. (…)

Era scontato che Maria si sarebbe sposata. Dio aveva dato il comandamento “crescete e moltiplicatevi” a Noè, perciò gli ebrei credevano fosse loro dovere sposarsi e avere bambini. Ogni persona che passava i vent’anni senza essere sposata non stava compiendo la volontà di Dio – il che fa riflettere su Gesù, se fosse sposato o no o chi avrebbe potuto sposare. (…)

La gente nei tempi antichi sapeva che era pericoloso per una donna partorire prima dello sviluppo completo del suo giovane corpo. Poteva ricavarne una disabilità permanente.

Così (dopo il fidanzamento) il matrimonio era differito, usualmente di un anno. In questo periodo non c’erano contatti sessuali fra i due promessi.”

Ma, come sapete, Maria resta incinta. Elizabeth Fletcher sottolinea che le donne della famiglia, grazie anche ai rituali (abluzioni ecc.) e alle necessità relative alle mestruazioni, devono essersi accorte subito che qualcosa non andava. Al di là dello Spirito Santo e della nascita miracolosa da una vergine – concetto che entra successivamente sulla scena narrativa per ragioni teologiche: in questo modo Gesù poteva essere equiparato a divinità precedenti che parimenti vantavano nascite miracolose senza perdere nel confronto – quel che abbiamo è una fidanzata incinta non dell’uomo che sta per sposare e quindi delle nozze messe in discussione.

Ci sarebbe molto altro nell’affascinante e preciso saggio di Fletcher, ma per i miei scopi è sufficiente fermarsi qui. Il finale recita:

“La contadina della Galilea, con i suoi piedi sporchi e la sua figura tarchiata, è stata completamente dimenticata. Durante i secoli, un’altra donna è apparsa al suo posto – innocua, distaccata e amorevole allo stesso tempo, sontuosamente vestita, quasi sempre con un solo bimbo fra le braccia (lo scritto ipotizza con buon margine di probabilità che Gesù non fosse figlio unico).

E’ impossibile riferire questa dea serena a quel che Maria è stata durante la sua vita, una ragazza “disonorata” che si trovò ad essere la madre di un estremista religioso giustiziato come criminale.

Il mondo cristiano ha fatto di Maria una dea, dando all’immagine di lei la forma che serviva ai suoi bisogni. La donna reale è stata persa nelle nebbie del tempo.”

Riassumendo: lo zelota della Padania indipendente ha “affidato l’Europa” – come fosse qualcosa di suo – a un’ebrea palestinese così totalmente diversa dalle sue fidanzate o dalle sue lacchè “giornaliste”, che se la incontrasse per strada la farebbe portar via dalla Digos o le metterebbe in mano di persona un decreto di espulsione.

Maria G. Di Rienzo

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Ayleen Diaz - Nuestro Cuerpo

“Tu sei bella proprio con tutte le tue curve, con tutte le tue forme e colori. Non c’è bisogno di fare standard di bellezza. In realtà, la bellezza arriva in milioni di modi diversi, tutto dipende da come tu vedi le cose. Puoi mettere in luce la tua propria bellezza. Disegnando tipi di corpi differenti e differenti tipi di capigliature, voglio che la gente impari come tutto è bello.”

Ayleen Díaz, architetta e illustratrice, Perù (l’immagine sopra “Nostro corpo – nostro potere” è di un suo dipinto).

Specchiatevi. L’immagine seguente è di Carla Llanos, illustratrice cilena che vive in Gran Bretagna. La scritta sul dorso della ragazza con in mano un disco di Janis Joplin dice: “Ho bisogno di soldi, non di ragazzi”.

carla llanos

Donne insieme, corpi veri anche per Alja Horvet, illustratrice 22enne slovena.

alja horvat

E qui c’è un’opera della brasiliana Brunna Mancuso (non è un errore, il nome ha proprio due “enne”).

brunna mancuso

Mi avete detto, in sintesi, che avete difficoltà a uscire dagli stereotipi imposti su di voi, a vedervi con altri occhi. Oggi potete usare quelli pieni di passione di queste giovani artiste. Ricordate: proprio come dice Ayleen Díaz il vostro corpo è il vostro potere. Non cedetelo. Non riducetelo. Non minate la sua forza. Celebratelo.

Maria G. Di Rienzo

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La notizia l’ho letta il 21 maggio u.s. – è rimasta a ribollire in un angolo della mia mente, mentre cercavo di rendere razionale la mia rabbia e la mia angoscia, giacché è difficile non commentarla urlando. Sono stata sul punto di cancellare tutto e di mettermi a tradurre qualcosa, che ne so, una poesia motivazionale. Ma no. No perché c’è una giovane donna, nel napoletano, che sta rischiando di morire di… immagine.

Venticinquenne, laureata a pieni voti in scienze infermieristiche, in quel momento della vita in cui la preparazione per i sogni è finita e cominci a cercare di realizzarli, “aveva un solo disagio”, ci dicono i quotidiani. Il suo peso.

“Tutte le diete sperimentate non avevano prodotto risultati.” E ci credo. Come ho già dettagliato in altri articoli, le diete falliscono nell’oltre il 90% dei casi. Questo è un dato di fatto, scientifico, provato, che chissà come mai non è finito in nessuno dei cinquecento spot pubblicitari che avete ricevuto oggi sulla necessità imperativa di dimagrire – se siete donne: lo si fa per la vostra salute, perbacco.

Infatti la ragazza in questione nel dicembre scorso “decide di tentare la strada della chirurgia per dimagrire drasticamente. Si affida ad una clinica convenzionata del salernitano dove, il 3 dicembre, si sottopone ad un intervento di resezione di una parte dello stomaco per via laparascopica.”

E nessuno le dice che sta aumentando di quattro volte – altro dato scientificamente controllato – la probabilità di morire poco dopo. Meglio cadaveri che “cesse ciccione”, in ogni caso, vero?

“Sei giorni dopo la ragazza ritorna a casa per cominciare la sua nuova vita. Qualcosa, però, va storto. (la ragazza) è sempre più inappetente, mangia poco e vomita tutto ciò che riesce a ingerire.”

Adesso il suo peso è inferiore ai cinquanta chili, non si regge in piedi, è ricoverata in ospedale e sua madre sta disperatamente chiedendo aiuto: “Non sappiamo più a chi rivolgerci. Vorrei solo che qualche specialista, leggendo questa storia, potesse raccogliere il nostro appello e studiare il caso di mia figlia, che si sta spegnendo giorno dopo giorno. Non voglio accusare nessuno. Voglio solo che (nome della figlia) torni a vivere e a sorridere.”

Vita quotidiana: aprite un giornale, accendete la tv, usate i social, cercate qualcosa su internet, andate a scuola – al lavoro – a far la spesa – in ambulatorio – a trovare vostra zia… e siete inondate da immagini e parole che vi dicono come il vostro corpo di donna sia inaccettabile. Dal colore alla forma alla taglia all’odore… fate schifo, siete brutte, non siete degne di essere amate ne’ di avere sogni per il futuro: inoltre, per un po’ di deficienti (con laurea o senza) siete anche malate – persino quando le analisi mediche dicono l’esatto contrario.

Nessuno dei vostri talenti, nessuna delle vostre caratteristiche ulteriori alla vostra rispondenza al modello di corpo in voga ha un ruolo nel definire chi siete. La misura e il senso della vostra esistenza stanno nella soddisfazione dello sguardo maschile e nel numero di mutande rigonfie relative. Se c’è un posto per il vostro corpo non conforme – che il discorso sociale separa continuamente da voi presentandovelo come un “disagio” o uno “sbaglio” su cui intervenire – è quello del comico (potete raccontare barzellette alle feste), o quello dell’amica-paragone con cui confrontarsi per trovare sollievo (sono meno grassa di lei!), o quello della figura materna da cui spremere ascolto e consigli e consolazione che per quelle brave con il peso giusto sono dovuta ricompensa: per voi no, qualsiasi altra preoccupazione esprimiate, andiamo, è sempre una sciocchezza di fronte al vostro assai visibile problema principale… dimagrire, dimagrire, dimagrire!

Chiunque, solo guardandovi e financo per la primissima volta, è titolato a esprimere il suo giudizio negativo, a classificarvi in stereotipi (come se tutte le persone larghe avessero lo stesso retroscena, le stesse esperienze, le stesse motivazioni, la stessa relazione con se stesse e il proprio corpo – siete macchiette, pupazzi, non complessi esseri umani allo stesso modo di ogni altro/a), a darvi consigli – ordini – prescrizioni affinché intraprendiate azioni per cambiare chi siete, a ironizzare su di voi o a insultarvi ferocemente. E non è neppure sufficiente: per tutto ciò, il farabutto o la cretina di turno aspetta le vostre scuse.

Dovete mostrarvi mortificate, contrite, vergognose, nonché assicurare che farete il possibile per cancellare il vostro corpo (il quale non è separato da voi, è chi voi siete) e avvicinarlo il più possibile al modello (scientemente inarrivabile) che le industrie dell’estetica vi stampano sui manifesti pubblicitari. Il problema, vedete, è che in questo modo non si distruggono solo la vostra autostima e il vostro conto in banca. Come la vicenda riportata all’inizio dimostra, andando ad aggiungersi alle conseguenze dell’anoressia e ai suicidi, quest’enorme abuso può reclamare la vostra vita in ogni momento.

Perciò, per favore, ribellatevi. Quando vi monta dentro un sentimento di furia riguardo ai modi in cui siete trattate, trasformatelo in determinazione a lottare. Ci sono un mucchio di cose su cui dubitate, non è vero? Quel che la televisione dice, quel che avete visto sul web, quel che ha detto il tale o la tale… non siete sicure, perciò richiedete altri pareri, fate le vostre ricerche, costruite le vostre opinioni.

Adesso ditemi, il vostro corpo – e quindi voi stesse – merita minore attenzione del verificare se la notizia sull’ultima offerta di cellulari nasconde qualche trucco? Quel che vi dicono ossessivamente su di voi di trucchi ne contiene parecchi, compreso il comando a non esprimere la vostra rabbia poiché ciò vi renderebbe meno “femminili”, ma il vostro essere femmine è un dato di fatto, non un atteggiamento ne’ un accessorio. Non avete nessun motivo di stare zitte, poiché il farlo vi mantiene solamente impotenti e marginalizzate, vi lascia sole a maneggiare un dolore imposto per ottenere la vostra sottomissione e tutti gli stramaledetti soldi che cosmetici, vestitini striminziti di moda, diete e interventi di chirurgia invasiva spremono da voi.

Non morite di immagine, sorelle mie. Vi prego.

Maria G. Di Rienzo

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Ricordate? L’Autrice del libro sul ministro Salvini escluso dal Salone del Libro di Torino, Chiara Giannini, va a sventolarne comunque una copia in loco e l’11 maggio appaiono sulla stampa le sue dichiarazioni:

“Massimo rispetto per gli scampati ai campi di concentramento, è un capitolo della storia vergognoso e che mi addolora moltissimo. Loro hanno subito una restrizione della loro libertà, la stessa che sto subendo io.”

“Le censure sono brutte e questa è la dimostrazione che il mio libro può e deve entrare ovunque (…) la cultura spacca i ponti e può entrare ovunque.”

“Questa è la democrazia, viva la democrazia.” (reggendo il libro come una fiaccola davanti a personale di case editrici e pubblico che le stanno cantando “Bella Ciao”)

Lo stesso giorno si sprecano dichiarazioni indignate sulla decisione di non accettare una casa editrice vicina a CasaPound (“Per quanto riguarda CasaPound – sempre Giannini – non mi sembra sia un partito illegale.”), come quella del consigliere d’amministrazione Rai Giampaolo Rossi:

“Assistiamo da decenni a forme di intolleranza nei confronti delle realtà non allineate all’ideologia dominante. Quello ai danni di Altaforte è solo l’ennesimo esempio. E’ un fenomeno che si ripete spesso in Occidente; agli intellettuali non conformisti, spesso, non è consentito di parlare nelle università, non possono trattare temi considerati scomodi.”

patetico

Adesso state vedendo a profusione, sui social media, questa pagina del libro menzionato. E’ superfluo, ma ricordo che nessuno ha censurato tale roba: è in vendita ovunque, persino da Feltrinelli. Il fatto che un evento specifico abbia negato i propri spazi a un prodotto è del tutto legittimo.

Quel che invece vorrei sapere è:

1. La sig.a Giannini pensa di scusarsi con i sopravvissuti / le sopravvissute ai lager nazisti per l’improvvido paragone?

2. Dov’è la cultura che spacca i ponti?

3. Dove sono la ricerca, lo studio, l’inchiesta, il sondaggio o quant’altro che provano come le donne italiane (io sono una di loro) in genere e quelle di sinistra (io sono una di loro) di nascosto amano alla follia il sig. Salvini? La “giornalista” lo ha guardato e soprattutto lo ha ascoltato con attenzione?

4. Che occhiali bisogna mettersi per vedere nella sig.a Giannini una “intellettuale non conformista” che tratta “temi considerati scomodi”? Il testo è sdraiato a tappetino, in modo completamente conformista, sotto i piedi di un uomo di governo presente ossessivamente in televisione (e alle sagre di tutta Italia). Leccare un potente ha le sue scomodità ma molte persone, considerando i benefici, ci si abituano velocemente.

5. Trattandosi di un peana della divinità Salvini, se ne daranno letture pubbliche accompagnate da coro e lira?

6. Ci sarà un sequel del tipo “I segreti del letto di Matteo”, “Quarantanove milioni di sfumature di Salvini”, “Barcone malandrino: un’avventura erotica del ministro spaccalenzuola”?

Maria G. Di Rienzo

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(“Evolutionary Psychology Quiz”, di Lyta Gold per Current Affairs, 5 maggio 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

La psicologia evoluzionistica è spesso ingiustamente calunniata come “la frenologia della nostra epoca”, una “scienza composta di stronzate” che produce “affermazioni non verificabili” sulla base di “prove carenti” per poter sostenere “gerarchie sessiste, razziste e omofobiche”.

Questo non è corretto. Attingendo alle aggregazioni di dati della scienza sociale, deduce la necessaria esistenza di concreti fatti biologici. Vero, non abbiamo trovato la maggior parte dei geni o strutture cerebrali altamente differenziate che dovrebbero esistere per puntellare la stragrande maggioranza delle teorie della psicologia evoluzionistica. Ma questo NON significa che si tratta per lo più di pseudoscienza. Significa che i biologi che dovrebbero lavorare su questo problema sono pigri e probabilmente anche gelosi.

Come facciamo a sapere che la psicologia evoluzionistica è perfettamente valida? Be’, tanto per cominciare ha non uno ma ben due termini scientifici nel proprio nome. E inoltre, è semplice buonsenso: l’Homo Sapiens si è evoluto in un violento stato naturale in cui “il vincitore prende tutto” e perciò gli elementi più profondi e veri della psicologia umana sono innati, brutali e individualistici. I falsi orpelli della “civiltà” sono venuti più tardi e hanno ricoperto la nostra psicologia naturale con ogni cosa che di noi è gentile, femminile, decadente, superficiale, cosmopolita, innaturale e legalista.

Chiunque tenti di chiamare ciò “sessista”, “pura e semplice ideologia”, “vagamente antisemita” o “molto comodo” non capisce la scienza. Qui c’è un quiz che esamina la vostra conoscenza della psicologia evoluzionistica. Per favore tenete a mente che la psicologia evoluzionistica usa per le prove standard differenti dalle scienze esatte. Tali standard sono inalterabili e quindi non possono essere discussi.

illustrazione di c.m. duffy

1. I recettori della serotonina delle aragoste somigliano molto a quelli umani, al punto che le aragoste possono essere influenzate dagli antidepressivi. La struttura sociale delle aragoste è gerarchica. Cosa ci dice questo su noi esseri umani e sul nostro innato bisogno di gerarchia?

a. Gli esseri umani, come le aragoste, desiderano essere governate da un’unica Sovraragosta, che regna sotto il mare su un trono fatto di crostacei e sangue.

b. Gli esseri umani, come le aragoste, desiderano essere mangiati da specie più grandi, più intelligenti e più mobili. E’ il motivo per cui ho inviato segnali radio invitando i buongustai alieni a scendere sul nostro mondo e a scegliere fra noi. Benvenuti, commensali della galassia! Io sono il più carnoso!

c. Gli esseri umani, come le aragoste, a volte muoiono di sfinimento durante la muta, il che spiega perché vestirsi al mattino è coooosì faticoso.

d. Gli esseri umani, come le aragoste, si accoppiano solo quando la femmina della specie seleziona un maschio, sta in agguato presso la casa di lui e piscia un imponente getto di urina profumato di feromoni sulla sua porta. Se questo non somiglia al vostro personale comportamento in materia di accoppiamento, allora non state obbedendo ai vostri naturali istinti genetici e dovete correggervi conformemente.

2. Gli studi mostrano che le donne hanno una leggera preferenza per il colore rosa. Questo fenomeno non dev’essere messo in relazione all’ubiquità dei vestiti e dei giocattoli rosa diretti dal mercato alle bambine. La cultura non è un “innato” elemento motore del comportamento umano (a differenza del mercato, il quale è una forza che occorre naturalmente, proprio come la tettonica delle placche). Gli psicologi evoluzionistici teorizzano che le donne hanno sviluppato il gradimento del colore rosa perché le aiutava a raccogliere bacche selvatiche. Quale prova sostiene al meglio questa teoria?

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3. Prominenti e rispettati psicologi evoluzionistici hanno scritto libri e articoli delucidando i seguenti concetti: gli uomini sono naturalmente promiscui come parte di una strategia evolutiva per farsi quante più pollastre possibile; lo stupro è parte della natura umana perché lo fanno gli scimpanzé, e anche perché assicura il farsi più pollastre possibile; le femmine umane hanno sviluppato i seni come parte di una strategia evolutiva per attrarre gli uomini, perché gli uomini associano la forma dei seni a quella delle natiche divenendo di conseguenza due volte più arrapati.

Se queste teorie sono corrette, quale delle seguenti proposte politiche dovreste voi logicamente promuovere? Potete selezionare più risposte.

a. Poiché gli uomini sono cani in calore e stupratori, troppo eccitati dalla doppietta di seni-natiche per pensare chiaramente, non dovrebbe essere loro più permesso di votare o di possedere proprietà.

b. Dato che gli uomini non sono selettivi nella loro libidine (id est, sono semplicemente animali irragionevoli che vogliono accoppiarsi con quante più donne possibile), dovrebbero essere dati in prestito alle donne a turno. Poiché l’unico elemento chiave dell’evoluzione umana è l’obiettivo di trasmettere i propri geni, possiamo aver fiducia che gli uomini saranno perfettamente felici di questo arrangiamento.

c. Quando un artista maschio disegna un quadrato, si dovrebbe fargli saltare la matita dalla mano a schiaffi. Biologicamente, dovrebbe rispondere solo a forme rotonde, come seni e natiche.

d. Se gli uomini si lamentano di questi arrangiamenti, chiedendo di essere trattati come completi esseri umani con il diritto di votare, possedere proprietà, scegliere le proprie partner romantiche senza coercizione e vivere qualsiasi creativa e soddisfacente vita essi stessi scelgano, saranno inviati alla Ri-Educazione Maschile e ai Campi Ricreativi, dove saranno loro instillate con la forza le indisputabili verità della psicologia evoluzionistica, e sarà anche insegnato loro a fare collanine con il popcorn.

4. “Perché questo quiz attacca solo argomentazioni fittizie? Perché omette di affrontare affermazioni serie come la “biodiversità umana”, o come il fatto che le giovani donne sono geneticamente programmate per preferire gli uomini più anziani, anche se gli uccelli degli uomini anziani non funzionano? Dove posso inviare le mie e-mail furibonde? Mi state prendendo in giro? La psicologia evoluzionistica è un affare molto serio! STO PARLANDO CON TE. GLI UOMINI STANNO PARLANDO.”

Nel tuo arrabbiato responso alla redazione, scegli l’animale estinto che credi incarni meglio la tua collera preistorica. Per favore, fornisci una spiegazione plausibile su come abbatterai questo animale con qualche bastone appuntito e nessuna conoscenza della fisica moderna. Poiché i tuoi antenati erano naturalmente selezionati per dare la caccia a questi animali, e tu hai ereditato i loro geni, dovresti essere del tutto in grado di portare a termine l’incarico.

a. Mammut lanoso (Mammuthus primigenius)

b. Alce irlandese o Megacervo (Megaloceros giganteus)

c. Tigre dai denti a sciabola (Smilodonte)

d. Meta-lupo (Canis dirus)

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