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Posts Tagged ‘stereotipi’

catcall

“Come possiamo dichiarare di essere “scioccati” da una cultura in cui tutti viviamo, a cui tutti partecipiamo e di cui siamo complici?

La realtà sull’abuso sessuale è che esso accade perché gli uomini sono in una posizione di potere nella nostra società. Sono socializzati a credere di avere il diritto d’accesso ai corpi delle donne e sanno anche che i loro amici maschi li proteggeranno e persino scherzeranno insieme sul loro comportamento predatorio e continueranno ad essere “in fratellanza” con loro al di là di come trattano le donne. C’è una cultura fra gli uomini che incoraggia questo comportamento – riti di passaggio come andare nei locali in cui si fa spogliarello, il pagare per il sesso, il far pressione su giovani donne affinché eseguano vari atti sessuali copiati dalla pornografia e poi vantarsi di ciò o condividere le fotografie: tutto esiste per rinforzare l’idea che essere un uomo consista nell’oggettivare le donne.”

Meghan Murphy, 13 ottobre 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

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village rockstars

“Village Rockstars” (“Le rock star di villaggio”) è stato presentato al Toronto International Film Festival (TIFF), di recente concluso, e alla New Directors Competition a San Sebastian, dove è stato il film che ha ricevuto più applausi dal pubblico al termine della proiezione. Si svolge appunto in un villaggio – Chhaygaon nello stato indiano di Assam – che è il luogo di nascita della regista Rima Das e racconta la storia di Dhunu (recitata da Bhanita Das), una ragazzina ribelle, resistente e ambiziosa il cui sogno è possedere un giorno una vera chitarra elettrica.

Rima Das è una regista e sceneggiatrice, indipendente e autodidatta, che ha creato a Mumbai la compagnia “Flying River Films” per sostenere altre/i nella produzione di prodotti cinematografici locali e liberi dalle richieste commerciali del mercato dell’intrattenimento. Il suo primo film, che ha ugualmente ottenuto grandi consensi, è del 2016 e si chiama “L’uomo con il binocolo” (Antardrishti).

“Village Rockstars, – ha detto alla stampa – è nato spontaneamente mentre ero tornata al mio villaggio. Un giorno mi sono imbattuta in un gruppo di bambini che giocavano a suonare in uno spiazzo, con falsi strumenti. Il mio viaggio è cominciato in quel momento. Passando tempo con loro ho cominciato a conoscerli, il che mi ha aiutato ad aggiungere livelli a Village Rockstars. Ho continuato a scrivere e riscrivere. L’intero processo è durato tre anni e mezzo, ho filmato per circa 130 giorni durante questo periodo. I bambini per natura sono in uno stato di costante apprendimento e questo aiuta: quando chiedi loro di fare qualcosa cercheranno di darti il massimo.”

village rockstars2

Sulla sua protagonista, la decenne aspirante rocker Dhunu che lotta contro stereotipi e povertà e persino disastri ambientali per arrivare a realizzare il suo sogno, ha spiegato: “Durante la mia infanzia, ero la sola bambina nei dintorni che si arrampicava sugli alberi. In genere la gente ha questo costrutto mentale per cui le bambine non fanno tali cose. Non è che siano proibite. Ma se le fai, ti mettono in una scatola (Ndt.: ti chiudono in uno stereotipo) e ti chiamano maschiaccio. A Dhunu piace fare proprio tutte queste cose.”

Dal 12 al 18 ottobre prossimi sarà possibile vedere “Village Rockstars” al Mumbai Film Festival. Speriamo che riesca ad arrivare anche in Italia. Maria G. Di Rienzo

rima das

(Rima Das)

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Meglio sole

Ci dicono che,

come donne,

dovremmo provare vergogna se siamo

sole.

Ma qualche volta,

come donne,

sole è un luogo in cui andiamo

per sentire di avere potere.

key ballah

Key Ballah (in immagine) poeta contemporanea e femminista musulmana. Vive in Canada. Trad. Maria G. Di Rienzo

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Care/i giornaliste/i d’Italia: avete per caso visto “Cloud Atlas” (“L’atlante delle nuvole”, 2012)?

Queste sono le battute fondamentali di una dei personaggi, Son-mi 451 (Bae Doona): “Le nostre vite non sono di nostra assoluta proprietà. Dal grembo alla tomba siamo legati ad altri. Nel passato e nel presente. E con ogni crimine e ogni gentilezza partoriamo il nostro futuro.”

Le Wachowski possono produrre lavori complicati e controversi o non piacervi proprio, ma queste semplici frasi sono di una chiarezza sublime e a mio avviso dovreste tenerle appese sopra il computer su cui scrivete i vostri articoli… soprattutto quando trattate di femminicidio e violenza di genere. Questo perché ogni cosa che scegliete di sottolineare o di non trattare, ogni giudizio – persino non detto esplicitamente ma infilato fra le righe, hanno un impatto su chi vi legge. (E aggiungo, anche i vostri clamorosi svarioni relativi a grammatica – ortografia – sintassi, indegni della vostra professione.)

Il mondo non è diviso fra il “di qua” e il “di là” della pagina stampata o caricata a schermo. Fra chi vi legge ci sono le prossime vittime, i prossimi assassini, i prossimi testimoni; ci sono avvocati, giudici, agenti di polizia – esseri umani come voi che assorbiranno, in grado maggiore o minore a seconda delle loro peculiarità, ciò che gli avete raccontato. Questo, assieme ovviamente a ulteriori stimoli e informazioni, contribuirà a formare il loro giudizio e il loro giudizio avrà influenza sulle loro azioni. Ogni volta in cui decidete di reiterare gli stereotipi di genere, di biasimare la vittima e di scusare e compatire il suo aggressore/assassino voi state collaborando, scientemente o meno, alla creazione del prossimo scenario di violenza.

Ieri su La Stampa:

“Uccide la fidanzata di 22 anni, poi si ammazza con un colpo di pistola: tragedia a Trento”

L’articolo si premura di informarci che:

1) la pistola era detenuta regolarmente per uso sportivo dall’omicida-suicida Mattia Stanga, 24 anni. (Sì, però l’aveva comprata il giorno prima di usarla per uccidere Alba Chiara Baroni e poi spararsi.)

2) “La coppia era molto conosciuta in paese, soprattutto grazie all’impegno da parte di entrambi in parrocchia.” Segue un intero paragrafo su lavoro e interessi vari del giovane uomo, sulle sue parentele degne di nota e via così. La giovane donna? Ah sì, era “barista in un albergo della zona”. Finito, non c’è altro da dire su di lei.

3) “Dolore e sgomento intanto affiorano intanto tra gli abitanti di Tenno, increduli per quanto sia accaduto, soprattutto perché trattandosi di una coppia di giovani benvoluti e molto conosciuti in paese.” Letterale. Allora: via un “intanto” perché due nella stessa frase sono di troppo; “increduli per quanto è accaduto”; “soprattutto perché si tratta ecc.”

4) “Da una prima ricostruzione sembrerebbe che la ragazza abbia provato a fuggire dalla furia del compagno, trasformatosi come nel peggiore degli epiloghi in un assassino.” Nel peggiore degli epiloghi di cosa? Un grande romanzo d’amore? Se non finisce con “e vissero per sempre felici e contenti, litigando ogni tanto ma sempre rispettandosi l’un l’altra” o “si lasciarono con rammarico, ma civilmente, portando ognuno con sé quanto di buono la loro relazione aveva avuto”, l’amore è già volato via dalla finestra da un pezzo. Sarei anche curiosa di sapere quale malefica pozione ha trasformato il “compagno” in orco furioso. Forse i “diverbi” che i due avevano da tempo hanno qualcosa a che fare con la vicenda? Forse lui ha deciso che lei NON POTEVA lasciarlo, perché una donna non può prendere decisioni del genere, e quindi doveva morire con lui?

5) “I motivi del folle gesto ancora non sono emersi (…)” Non so che significato dia l’autore al termine “folle”, ma l’omicida-suicida pare aver programmato lucidamente tutto: compra la pistola, poi chiama la ragazza dicendo che “vuole farla finita”, di modo che lei si precipiti da lui come da copione e le pianta qualche pallottola in corpo. Folle gesto. Raptus. La pistola ha sparato da sola.

Ieri su Il Corriere della Sera:

“«Voglio suicidarmi»: lei accorre ma il fidanzato le spara e si uccide”

Qui la storia è colorata a secchiate di vernice rosa: “Sarebbero dovuti andare a convivere i primi di settembre, massimo ottobre, in un appartamento dei genitori di lei. Era tutto perfetto. Ma ieri l’incanto si è spezzato. Uno, due, tre, forse sei spari e le loro vite si sono spente (…)”; Il “destino li aveva legati sin da bambini”; “Ti amo scricciolo (…) aveva scritto Mattia, l’8 ottobre 2013, su Facebook”. Ma, pensate, “È stato Mattia a esplodere i colpi di pistola”. L’autrice, non riuscendo a darsene pace, da questo punto in poi riempie il suo pezzo di angosciati “perché?” – che ripetuti prendono un suono noioso e falso – assicurandoci che “nulla andava male in quella coppia”, “nulla avrebbe fatto pensare a una simile tragedia”. Di chi può essere la colpa, quindi? Del caldo, di un virus, delle scie chimiche? Be’, una sospettata c’è, quella che non aveva deciso di morire ed è stata assassinata, Alba Chiara: “Forse lei voleva lasciarlo, forse non se la sentiva più di fare il grande passo, di andare a vivere insieme.” Mai che ne facciamo una giusta, queste donne: se lo lasciano muoiono, se non lo lasciano muoiono, se lo denunciano muoiono, se non lo denunciano muoiono. Eccetera, eccetera.

E di che mi lamento, insomma, alle fine assassinate o no dobbiamo morire tutte, vero? E’ un’opinione. Non si può neanche più avere un’opinione adesso?

Archivista: (…) Ricorda, la tua versione della verità è tutto quel che importa.

Son-mi 451: Verità è singolare. Le sue “versioni” sono menzogne.

Maria G. Di Rienzo

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salone nautico

Il Secolo XIX, data odierna.

Scometto che questa notizia vi farà sscoppiare dalla voglia di sapere se anche voi potete essere pagati per un lavoro che non sapete svolgere.

ciglia

Il Resto del Carlino, data odierna.

Mai più senza ciglia chilometriche, la notizia (?) merita certamente la prima pagina.

tutto quel che serve alle donne

La Repubblica, data odierna.

Dopotutto è l’inserto Donna: e “donna” significa cosmetici, vestiti, psicologia (da strapazzo) e flirt. Complimenti.

la terza notizia importante

Il Mattino, data odierna.

Questa è la terza principale notizia (?) in ordine di importanza per il quotidiano.

“La differenza fra la letteratura e il giornalismo è che il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta.” Oscar Wilde

Maria G. Di Rienzo

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Credevo che Biancaneve avesse mangiato mele avvelenate a sufficienza, nella fiaba originale e nelle sue migliaia di riletture/riscritture, nei cinema e nei teatri eccetera. Mi sbagliavo. Mancava questa:

poster del menga

Il testo dice: “E se Biancaneve non fosse più bella e i sette nani fossero non così bassi?” Si tratta del poster promozionale per la parodia a cartoni animati dal titolo “Scarpette Rosse e i Sette Nani”. Il film è di produzione sudcoreana, definito dai suoi creatori “una commedia per famiglie” e narra la storia di “una principessa che non rientra nel mondo di celebrità delle principesse – e nemmeno nelle loro taglie”. Infatti, non riesce neppure a infilarsi le scarpette da bambolina Barbie ovviamente di 20 numeri più piccole: è una tragedia, altro che commedia!

Naturalmente la “bella” Biancaneve è quella a sinistra, il grissino con le gambe a stuzzicadenti allungate dalla bioingegneria o da un’altra magica macchinazione della Cattiva Regina – per renderle verosimili, la figura dovrebbe essere più alta di un terzo. Perciò la Biancaneve di destra è ancora una che potete incontrare per strada, ma Miss Sottiletta è come dev’essere: irraggiungibile per chiunque di noi sia umana.

L’attrice che dà voce alla protagonista di questa pacchianata, Chloë Grace Moretz, si è dissociata dalla campagna pubblicitaria e si è scusata perché “non aveva controllo su di essa”. Una valanga di proteste è venuta, oltre che da squisiti “nessuno” come me, da altri attori e personaggi pubblici, fra cui la modella Tess Hollyday (in immagine dopo questo paragrafo): “Come ha fatto una cosa del genere ad essere approvata da un’intera squadra di marketing? Perché dovrebbe andar bene dire ai bambini che essere grassi è uguale a essere brutti?”

tess

Dopo di che, si è scusata anche la produttrice Sujin Hwang e ha ritirato i poster. Ma ci ha tenuto a farci sapere che il film vuole “sfidare gli standard della bellezza fisica nella società enfatizzando – udite, udite! – la bellezza interiore.”

Una genialata MAI sentita prima. Infatti, dopo la visione della pellicola, ogni bambina o ragazzina bullizzata per il suo aspetto fisico uscirà dal coro di “cicciona” “grassona” “cesso” e “schifosa” che la circonda trillando: Sono bella dentro! Sono bella dentro!, cosa che avrà meno valore di un fico secco per i suoi tormentatori. E poi considererà di affamarsi – persino sino alla morte, di ferirsi o di buttarsi allegramente dal quarto piano: come tantissime fanno già senza aver visto la parodia di Biancaneve ma migliaia di annunci pubblicitari, sfilate di moda, sceneggiati e programmi tv, prodotti cinematografici che hanno ribadito loro quel che valgono se i loro corpi non rispondono agli standard di scopabilità vigenti – NIENTE.

Sveglia, Sujin, non esiste un dentro-fuori tagliabile con l’accetta nelle persone. Il nostro corpo è una spugna imbevuta di sensazioni, di emozioni, di desideri che non sono separabili da noi. Il nostro stato psichico influisce su quello fisico e viceversa. Il mio sangue irrora le mie mani che scrivono romanzi, non potrei farcela ne’ senza di esso ne’ senza la mia immaginazione. Chi io sono fuori e chi io sono dentro sono sempre io. Sempre abbondantemente splendida anche se recente 58enne, tra l’altro. Fottiti. Maria G. Di Rienzo

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So che a molti (e ad alcune) la cosa sembrerà davvero incredibile e inutile, ma il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite si riunirà a Ginevra il 12 giugno prossimo per discutere di un argomento così classificato: “Donne d’Italia – violenza, stereotipi, diritti”.

Online c’è un documento in PowerPoint che funge da introduzione all’incontro. Dopo aver inquadrato storicamente per sommi tratti il ruolo ascritto alle donne italiane, citato i vari protocolli strafirmati da vari governi della nostra nazione (che poi però li hanno ripiegati a ventaglio e li hanno usati per farsi aria), ribadito che 1 – “In Europa le donne italiane hanno il più grosso carico di lavoro domestico. Le donne svedesi hanno il minore.”, 2 – “La percentuale di impiego femminile è ancora molto distante, in Italia, dalla media europea.” e 3 – “Gli uomini italiani sono quelli che dedicano meno tempo, fra gli uomini europei, al lavoro domestico e di cura.”, fornisce una lista di quelle che definisce “non scuse” per la violenza che però sono state fornite alle NU durante le ricerche come tali:

NON SONO SCUSE PER L’ALTO LIVELLO DI VIOLENZA CONTRO LE DONNE IN ITALIA

* Non le tradizioni familiari storiche o i ruoli di donne e uomini

* Non la BELLA FIGURA (in italiano e maiuscolo nel testo, ndt.) – Mantenere le faccende familiari private, inclusa la violenza

* Non il patriarcato come costrutto sociale

* Non l’usare la frequente dipendenza economica della donne come ragione per normalizzare la violenza diretta contro le donne

* Non la recessione e l’austerità

* Non il dire che la violenza in famiglia è più una questione dei poveri e dei meno istruiti

* Non i gravi danni subiti dall’Italia durante la II guerra mondiale (questa mi mancava, ndt.)

* Non le pressioni religiose sui valori tradizionali della famiglia e sulla maternità come scopo supremo

* Non l’usare la Storia dell’Arte in Italia come fissazione sulla bellezza

* Non l’accettare le rappresentazioni delle donne sui media come stereotipi sessualizzati

modelli tv italiana

(Et voilà! Quest’immagine sta nella presentazione con il titolo MODELLI PERVASIVI NELLA TELEVISIONE ITALIANA. Ok? Non mi sono svegliata male io stamattina, lo vedono anche all’estero. Sì, ce ne sono anche altre di immagini, ad esempio con la didascalia “Vogue eroticizza la violenza sulle donne”, ma mi disturbano in maggior grado di quella qui sopra e non le riporto.)

* Non le questioni della disoccupazione e della percezione del maschio come provveditore

* Non la resistenza al femminismo (ben sicura sarà la dura sorte di questo blog femminista e traditor… scusate, mi è sfuggita, ndt.)

* Non il fatto reale che quando l’Italia è passata all’euro i prezzi si sono alzati ma gli stipendi no

* Non il fatto che molti giovani adulti e coppie ancora vivono con i genitori

* Non l’attribuire la violenza contro le donne alla questione dell’immigrazione

* Non l’assenza di azione politica per creare e implementare leggi contro la violenza diretta alle donne

* Non il non fornire servizi sociali che diano sostegno all’eguaglianza delle donne, alla cura dei bambini e permettano alle donne di avere di più

Inoltre: Non serve invocare la pena di morte, c’è bisogno di più forza per contrastare i femicidi.

Maria G. Di Rienzo

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