Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘stereotipi’

Oggi ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza di genere. Troverete facilmente al proposito articoli, ricapitolazioni storiche, cifre e percentuali, segnalazioni di iniziative – e di sicuro non avete bisogno di leggermi mentre scrivo le stesse identiche cose che scrivo quasi ogni giorno.

Perciò oggi vi metto qui la faccia di un giudice canadese, il sig. Jean-Paul Braun, che si è reso protagonista di quella violenza quotidiana diretta ai corpi femminili non conformi ai criteri attuali con cui si definisce la “bellezza” (cioè il piacere abbastanza agli uomini da eccitarli sessualmente).

jean-paul braun

Come potete notare è giovane, palestrato e incredibilmente attraente. Forse no, però agli uomini non serve davvero tutto questo: le prescrizioni valgono come imprescindibili solo per le donne.

Il 20 novembre scorso Braun si è ritirato da un processo per aggressione sessuale senza dare spiegazioni; alle spalle aveva solo un’inchiesta sul suo comportamento richiesta dalla Ministra della Giustizia Stephanie Vallee e i rimarchi di Helene David, Ministra per lo Status delle Donne, che alla stampa aveva dichiarato “(i giudici) Hanno bisogno di più addestramento, di più sensibilità? Non lo so. Ma questo problema lo devono risolvere.”

I fatti di cui si discuteva in tribunale sono i seguenti: una ragazza, all’epoca 17enne, decide di prendere un taxi. Alla guida c’è il sig. Carlo Figaro, 49 anni, che comincia subito a molestarla, le chiede il numero di telefono, le si butta addosso e le lecca la faccia, la bacia e la palpeggia prima che la ragazza riesca a fuggire dal veicolo.

Dopo aver ascoltato tutto questo, il giudice Braun si è chiesto a voce alta se il baciare possa essere considerato “sessuale” e se il consenso per baciare qualcuno è davvero necessario. “Baciare qualcuno può essere un gesto accettabile.”, ha detto, aggiungendo che la vittima “probabilmente era lusingata dalle “avance” del tassista, perché forse era la prima volta che qualcuno si interessava a lei.” Perché la vittima doveva essere lusingata da un’aggressione? Be’, spiega sempre il giudice, “E’ un po’ sovrappeso, un po’ grossa, ma ha un bel viso, eh?”

Il tassista, per vostra informazione, è stato comunque condannato e intende ricorrere in appello. Se al prossimo processo trova una giura composta da tipi come Braun – e non è difficile, in nessun paese al mondo – è a posto. Magari faranno il passo ulteriore, daranno alla ragazza della “schifosa cicciona” e le chiederanno di scusarsi per aver causato tanti fastidi a un uomo che dovrebbe solo ringraziare, perché si è interessato a lei.

Che a noi schifose possa non fregare una beata mazza di avere l’approvazione maschile (che, chissà perché, si manifesta con l’assalto sessuale) non è contemplato.

Che i nostri corpi ci appartengano, meritino di essere trattati con dignità e rispetto, non siano proprietà pubblica soggetta al pubblico apprezzamento o ludibrio neppure.

Un uomo può violare una minorenne e stare relativamente tranquillo: la legge l’avranno anche imposta le nazifemministe con qualche colpo di stato ma i suoi pari, che indossino o no la toga, lo apprezzano, lo scusano e forse domani anche loro lo imiteranno. Maria G. Di Rienzo

Annunci

Read Full Post »

(Lo desideravo da tempo, per cui ringrazio e – nel mio piccolo – rilancio. Maria G. Di Rienzo)

Commissione Pari Opportunità della Fed. Naz. Stampa Italiana

Usigrai

Giulia Giornaliste

Sindacato Giornalisti Veneto

MANIFESTO DELLE GIORNALISTE E DEI GIORNALISTI PER IL RISPETTO E LA PARITA’ DI GENERE NELL’INFORMAZIONE CONTRO OGNI FORMA DI VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE ATTRAVERSO PAROLE E IMMAGINI

VENEZIA 25 NOVEMBRE 2017

Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa.

La violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo: lo dichiara la Convenzione di Istanbul, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013, che condanna «ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica» e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento chiave per prevenire la violenza.

La violenza di genere non è un problema delle donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. Un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi “civile”.

Impegno comune deve essere eliminare ogni radice culturale fonte di disparità, stereotipi e pregiudizi che, direttamente e indirettamente, producono un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali.

La Convenzione di Istanbul, insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale e assegna all’informazione un ruolo specifico richiamandola alle proprie responsabilità (art.17).

Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al “rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo.

Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità.

Pertanto riteniamo prioritario:

1.

inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori;

2.

adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate;

3.

adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale;

4.

attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom;

5.

utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale;

6.

sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi sia la vittima e chi il carnefice;

7.

illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere come raccomandato dalla comunità LGBT;

8.

mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno;

9.

evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne;

10.

nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:

a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;

b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;

c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;

d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.

d) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece dalla vittima nel rispetto della sua persona.

Per adesioni: cpo.fnsi@gmail.com

Read Full Post »

molto cristiano

Immagino conosciate questo concentrato di sessismo, razzismo, biasimo della vittima, pregiudizi e stereotipi. Riguarda una ragazza bolognese di 17 anni che ha subito violenza sessuale.

Poi l’autore del post, don Lorenzo Guidotti si è “scusato” per la “frase infelice” (una sola, il “Ma dovrei provare pietà?”. Il resto andava bene, quindi.), poi il suo profilo è sparito da Facebook dove aveva pubblicato la tiritera, poi politici di destra lo hanno spalleggiato, poi la Curia ha preso le distanze dicendo che si tratta di “opinioni personali” del parroco, eccetera eccetera. Tutto già visto. Lo schema si ripete in modo automatico e nauseabondo all’interno della socializzazione patriarcale di genere e della cultura dello stupro che essa genera: dov’eri, con chi, com’eri vestita, cosa facevi… lo vedi, è colpa tua. Gli uomini stuprano naturalmente – in special modo se sono stranieri nel tuo paese e se non sono professionisti – insegnanti – gente di cultura, secondo mister Guidotti – e l’onere del non farlo accadere sta tutto sulle tue spalle di preda predestinata.

Evidentemente della cronaca il don legge solo quello che sembra confermargli la sua visione distorta dei rapporti umani: perché professionisti, insegnanti, “gente di cultura” molestano, assaltano e stuprano donne / ragazze / bambine con la stessa indifferenza e lo stesso disprezzo di un analfabeta e finiscono sui media per tali prodezze con la stessa frequenza.

Si sentono legittimati a farlo. Le femmine sono là per fornire piacere ai maschi. Le femmine sono inferiori ai maschi. Le femmine servono solo a quello. Un intero sistema, il patriarcato, forma socialmente la loro identità di genere in tal modo, inzuppandola di sessismo e misogina. Come detto, abbiamo già visto tutto (e analizzato, e ricercato, e spiegato, e suggerito soluzioni) migliaia e migliaia di volte.

“Se decidiamo di non parlare del patriarcato perché è troppo difficile, allora smettiamo di fingere che metteremo fine alla violenza sessuale e alle molestie, e riconosciamo che – al meglio – tutto quel che possiamo fare è gestire il problema. Se non possiamo parlare del patriarcato, se non riusciamo a fronteggiare la miriade di modi in cui noi uomini siamo socializzati a cercare il dominio nella sessualità e nella vita quotidiana, allora ammettiamo di aver abbandonato lo scopo di creare un mondo senza stupro e molestia.” Robert Jensen, docente universitario e autore di “The End of Patriarchy: Radical Feminism for Men”, 6 novembre 2017.

Ma c’è un’ultima cosa da specificare al signor Guidotti e riguarda le sue (inutili) scuse per aver attestato che “non prova pietà” per la ragazza violentata. Oso dirglielo a nome mio, a nome di tutte le donne vittime di violenza con cui ho avuto e ho relazioni e persino a nome di tutte le donne vittime di violenza che non conosco: non abbiamo mai chiesto, cercato o desiderato ne’ la sua pietà ne’ la pietà di altri. Le cose che continuiamo a pretendere, e che nessuno vuol darci, sono ascolto, giustizia e rispetto. Si ficchi in testa bene almeno quest’ultima: RISPETTO. RISPETTO. RISPETTO.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

catcall

“Come possiamo dichiarare di essere “scioccati” da una cultura in cui tutti viviamo, a cui tutti partecipiamo e di cui siamo complici?

La realtà sull’abuso sessuale è che esso accade perché gli uomini sono in una posizione di potere nella nostra società. Sono socializzati a credere di avere il diritto d’accesso ai corpi delle donne e sanno anche che i loro amici maschi li proteggeranno e persino scherzeranno insieme sul loro comportamento predatorio e continueranno ad essere “in fratellanza” con loro al di là di come trattano le donne. C’è una cultura fra gli uomini che incoraggia questo comportamento – riti di passaggio come andare nei locali in cui si fa spogliarello, il pagare per il sesso, il far pressione su giovani donne affinché eseguano vari atti sessuali copiati dalla pornografia e poi vantarsi di ciò o condividere le fotografie: tutto esiste per rinforzare l’idea che essere un uomo consista nell’oggettivare le donne.”

Meghan Murphy, 13 ottobre 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

Read Full Post »

village rockstars

“Village Rockstars” (“Le rock star di villaggio”) è stato presentato al Toronto International Film Festival (TIFF), di recente concluso, e alla New Directors Competition a San Sebastian, dove è stato il film che ha ricevuto più applausi dal pubblico al termine della proiezione. Si svolge appunto in un villaggio – Chhaygaon nello stato indiano di Assam – che è il luogo di nascita della regista Rima Das e racconta la storia di Dhunu (recitata da Bhanita Das), una ragazzina ribelle, resistente e ambiziosa il cui sogno è possedere un giorno una vera chitarra elettrica.

Rima Das è una regista e sceneggiatrice, indipendente e autodidatta, che ha creato a Mumbai la compagnia “Flying River Films” per sostenere altre/i nella produzione di prodotti cinematografici locali e liberi dalle richieste commerciali del mercato dell’intrattenimento. Il suo primo film, che ha ugualmente ottenuto grandi consensi, è del 2016 e si chiama “L’uomo con il binocolo” (Antardrishti).

“Village Rockstars, – ha detto alla stampa – è nato spontaneamente mentre ero tornata al mio villaggio. Un giorno mi sono imbattuta in un gruppo di bambini che giocavano a suonare in uno spiazzo, con falsi strumenti. Il mio viaggio è cominciato in quel momento. Passando tempo con loro ho cominciato a conoscerli, il che mi ha aiutato ad aggiungere livelli a Village Rockstars. Ho continuato a scrivere e riscrivere. L’intero processo è durato tre anni e mezzo, ho filmato per circa 130 giorni durante questo periodo. I bambini per natura sono in uno stato di costante apprendimento e questo aiuta: quando chiedi loro di fare qualcosa cercheranno di darti il massimo.”

village rockstars2

Sulla sua protagonista, la decenne aspirante rocker Dhunu che lotta contro stereotipi e povertà e persino disastri ambientali per arrivare a realizzare il suo sogno, ha spiegato: “Durante la mia infanzia, ero la sola bambina nei dintorni che si arrampicava sugli alberi. In genere la gente ha questo costrutto mentale per cui le bambine non fanno tali cose. Non è che siano proibite. Ma se le fai, ti mettono in una scatola (Ndt.: ti chiudono in uno stereotipo) e ti chiamano maschiaccio. A Dhunu piace fare proprio tutte queste cose.”

Dal 12 al 18 ottobre prossimi sarà possibile vedere “Village Rockstars” al Mumbai Film Festival. Speriamo che riesca ad arrivare anche in Italia. Maria G. Di Rienzo

rima das

(Rima Das)

Read Full Post »

Meglio sole

Ci dicono che,

come donne,

dovremmo provare vergogna se siamo

sole.

Ma qualche volta,

come donne,

sole è un luogo in cui andiamo

per sentire di avere potere.

key ballah

Key Ballah (in immagine) poeta contemporanea e femminista musulmana. Vive in Canada. Trad. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Care/i giornaliste/i d’Italia: avete per caso visto “Cloud Atlas” (“L’atlante delle nuvole”, 2012)?

Queste sono le battute fondamentali di una dei personaggi, Son-mi 451 (Bae Doona): “Le nostre vite non sono di nostra assoluta proprietà. Dal grembo alla tomba siamo legati ad altri. Nel passato e nel presente. E con ogni crimine e ogni gentilezza partoriamo il nostro futuro.”

Le Wachowski possono produrre lavori complicati e controversi o non piacervi proprio, ma queste semplici frasi sono di una chiarezza sublime e a mio avviso dovreste tenerle appese sopra il computer su cui scrivete i vostri articoli… soprattutto quando trattate di femminicidio e violenza di genere. Questo perché ogni cosa che scegliete di sottolineare o di non trattare, ogni giudizio – persino non detto esplicitamente ma infilato fra le righe, hanno un impatto su chi vi legge. (E aggiungo, anche i vostri clamorosi svarioni relativi a grammatica – ortografia – sintassi, indegni della vostra professione.)

Il mondo non è diviso fra il “di qua” e il “di là” della pagina stampata o caricata a schermo. Fra chi vi legge ci sono le prossime vittime, i prossimi assassini, i prossimi testimoni; ci sono avvocati, giudici, agenti di polizia – esseri umani come voi che assorbiranno, in grado maggiore o minore a seconda delle loro peculiarità, ciò che gli avete raccontato. Questo, assieme ovviamente a ulteriori stimoli e informazioni, contribuirà a formare il loro giudizio e il loro giudizio avrà influenza sulle loro azioni. Ogni volta in cui decidete di reiterare gli stereotipi di genere, di biasimare la vittima e di scusare e compatire il suo aggressore/assassino voi state collaborando, scientemente o meno, alla creazione del prossimo scenario di violenza.

Ieri su La Stampa:

“Uccide la fidanzata di 22 anni, poi si ammazza con un colpo di pistola: tragedia a Trento”

L’articolo si premura di informarci che:

1) la pistola era detenuta regolarmente per uso sportivo dall’omicida-suicida Mattia Stanga, 24 anni. (Sì, però l’aveva comprata il giorno prima di usarla per uccidere Alba Chiara Baroni e poi spararsi.)

2) “La coppia era molto conosciuta in paese, soprattutto grazie all’impegno da parte di entrambi in parrocchia.” Segue un intero paragrafo su lavoro e interessi vari del giovane uomo, sulle sue parentele degne di nota e via così. La giovane donna? Ah sì, era “barista in un albergo della zona”. Finito, non c’è altro da dire su di lei.

3) “Dolore e sgomento intanto affiorano intanto tra gli abitanti di Tenno, increduli per quanto sia accaduto, soprattutto perché trattandosi di una coppia di giovani benvoluti e molto conosciuti in paese.” Letterale. Allora: via un “intanto” perché due nella stessa frase sono di troppo; “increduli per quanto è accaduto”; “soprattutto perché si tratta ecc.”

4) “Da una prima ricostruzione sembrerebbe che la ragazza abbia provato a fuggire dalla furia del compagno, trasformatosi come nel peggiore degli epiloghi in un assassino.” Nel peggiore degli epiloghi di cosa? Un grande romanzo d’amore? Se non finisce con “e vissero per sempre felici e contenti, litigando ogni tanto ma sempre rispettandosi l’un l’altra” o “si lasciarono con rammarico, ma civilmente, portando ognuno con sé quanto di buono la loro relazione aveva avuto”, l’amore è già volato via dalla finestra da un pezzo. Sarei anche curiosa di sapere quale malefica pozione ha trasformato il “compagno” in orco furioso. Forse i “diverbi” che i due avevano da tempo hanno qualcosa a che fare con la vicenda? Forse lui ha deciso che lei NON POTEVA lasciarlo, perché una donna non può prendere decisioni del genere, e quindi doveva morire con lui?

5) “I motivi del folle gesto ancora non sono emersi (…)” Non so che significato dia l’autore al termine “folle”, ma l’omicida-suicida pare aver programmato lucidamente tutto: compra la pistola, poi chiama la ragazza dicendo che “vuole farla finita”, di modo che lei si precipiti da lui come da copione e le pianta qualche pallottola in corpo. Folle gesto. Raptus. La pistola ha sparato da sola.

Ieri su Il Corriere della Sera:

“«Voglio suicidarmi»: lei accorre ma il fidanzato le spara e si uccide”

Qui la storia è colorata a secchiate di vernice rosa: “Sarebbero dovuti andare a convivere i primi di settembre, massimo ottobre, in un appartamento dei genitori di lei. Era tutto perfetto. Ma ieri l’incanto si è spezzato. Uno, due, tre, forse sei spari e le loro vite si sono spente (…)”; Il “destino li aveva legati sin da bambini”; “Ti amo scricciolo (…) aveva scritto Mattia, l’8 ottobre 2013, su Facebook”. Ma, pensate, “È stato Mattia a esplodere i colpi di pistola”. L’autrice, non riuscendo a darsene pace, da questo punto in poi riempie il suo pezzo di angosciati “perché?” – che ripetuti prendono un suono noioso e falso – assicurandoci che “nulla andava male in quella coppia”, “nulla avrebbe fatto pensare a una simile tragedia”. Di chi può essere la colpa, quindi? Del caldo, di un virus, delle scie chimiche? Be’, una sospettata c’è, quella che non aveva deciso di morire ed è stata assassinata, Alba Chiara: “Forse lei voleva lasciarlo, forse non se la sentiva più di fare il grande passo, di andare a vivere insieme.” Mai che ne facciamo una giusta, queste donne: se lo lasciano muoiono, se non lo lasciano muoiono, se lo denunciano muoiono, se non lo denunciano muoiono. Eccetera, eccetera.

E di che mi lamento, insomma, alle fine assassinate o no dobbiamo morire tutte, vero? E’ un’opinione. Non si può neanche più avere un’opinione adesso?

Archivista: (…) Ricorda, la tua versione della verità è tutto quel che importa.

Son-mi 451: Verità è singolare. Le sue “versioni” sono menzogne.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: