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my body my rules

(Il MIO corpo, le MIE regole)

Non sarò breve: per cui mettetevi comode/i oppure passate ad altro. Ieri l’HuffPost pubblica in una delle sue rubriche una lettera a cui dà il titolo “Il dovere della bellezza”. La scrive, secondo la sua stessa presentazione, “Marta Benvenuto, 35 anni, 110 e lode in Filosofia, senior digital marketing analyst”. Alcuni brani del testo (le sottolineature sono mie):

“Il 25 aprile la gente cantava dai balconi ‘Bella ciao’. Nei 200 metri concessi allora per una passeggiata sono passata sotto un balcone dal quale un ragazzo cantava ‘Bella ciao’. Complice il 25 Aprile l’ho guardato e gli ho rivolto un ampio cenno di saluto. Poi ho visto un gatto dietro a un cancello e sono andata lì. Intanto continuava a suonare ‘Bella ciao’. Guardavo il terrazzo, c’era il ragazzo, una ragazza, una birra. Ero felice.

E mentre il partigiano moriva cento e cento volte per la libertà il ragazzo ha gridato dal terrazzo: ‘Ehi culona! Puttanona! Tu col gatto guarda che culone da puttanone!’. Io non ho detto niente. I 200 metri che mi erano sembrati così pochi sono diventati infiniti. Improvvisamente non c’è stato altro da sapere di me, non è rimasto altro di me, solo il mio culo grasso. Mi sono arrabbiata per non aver risposto.

Perché noi abbiamo il dovere d’essere belle. Prima d’essere brave o buone. E poi, quando siamo belle, d’essere puttane o frigide. E quando siamo bionde stupide. E quando siamo stupide almeno educate. E quando siamo ricche d’essere passate sotto qualche tavolo, quando siamo giovani di ascoltare e quando siamo vecchie di scomparire. E quando non vogliamo compagni d’essere lesbiche, e quando siamo lesbiche d’esserlo sotto i vostri occhi di maschi, solo per il vostro piacere, mai per il nostro.

E quando vogliamo godere il dovere di fare figli, quando li facciamo il dovere di non pesare sul nostro padrone e capo. Di rientrare in un cassetto costruito da un uomo per noi. Un cassetto di soli doveri. Che a un uomo non sono richiesti, mentre può essere brutto, stupido, ricco, scapolo, vecchio, sterile e tante altre cose per le quali non esiste nemmeno un corrispettivo declinato al maschile. Questi stessi uomini hanno il potere di giudicarci e noi, il dovere di tacere.

Noi dobbiamo vergognarci anche della vostra stupidità. Voi dovete solo vivere, senza nemmeno la decenza di lasciare in pace i partigiani morti, fascisti che non siete altro, fascisti dentro, che non vi meritate ‘Bella ciao’. Me la merito io, io che posso fare qualunque cosa, anche ingrassare, se mi va.”

I commenti (di molti uomini) sono impagabili: ha generalizzato, le persone così sono una minoranza malata di mente e bisogna solo compatirli, con gli stupidi è meglio tacere, adesso mi vergogno di essere un uomo ma non capisco perché Gesù non ha voluto la parità di genere fra gli apostoli (dopo questa stronzata si sente un genio, capite), non scambiamo l’ironia (???) per il mondo reale. Ovviamente, Marta: sono tutti fuori bersaglio. Lei ha ricevuto l’aggressione, ha dettagliato la mera realtà delle vite delle donne – e le vittime sono loro. Se mi permette, un po’ distante dal fare centro è anche lei quando si premura di far notare “Mi alleno molto, pochi uomini riescono a starmi dietro”. E’ una sua scelta e spero che si diverta nel farlo, ma a chi legge appare come una giustificazione: guardate che sono già una di quelle a posto, perciò non venite a consigliarmi nutrizionisti e palestre.

Comunque, la lettera mi serve qui come incipit e ne ringrazio l’Autrice. Quel di cui voglio parlarvi è il culo grasso. Proprio.

Il dovere di essere “belle” e “in forma” – ove la bellezza e la forma sono costrutti ideali che trovano validazione solo nello sguardo maschile – si nutre del fanatismo che circonda il peso corporeo, soprattutto il peso delle donne, alcune delle quali non hanno atteggiamenti così diversi da quelli dei farabutti che si sentono autorizzati a insultare sconosciute dai balconi con tutto lo spettro delle prescrizioni patriarcali a sostenerli: pensano di essersi guadagnate la bellezza/magrezza con il duro lavoro, la palestra, il centro benessere, l’estetista e la parrucchiera e il trucco copiato dall’influencer di turno, contando le calorie e piangendo davanti allo specchio… perché diavolo voi dovreste spassarvela quando loro soffrono ogni giorno per somigliare a x o y? E’ solo giusto, solo normale che dobbiate tollerare il loro odio insensato. In più, quando maschi (in stragrande maggioranza) e femmine vomitano la loro schifosa cascata di offese e ingiurie hanno il coraggio di tirare in ballo la vostra salute, di cui non sanno un piffero ma su cui possono ripetere a oltranza tutte le minchiate che hanno letto e sentito in giro. Perché la guerra al culo grasso è fatta di propaganda.

In caso non sia chiaro: si spremono miliardi dalla truffa del “grasso mortale” e dell’ “epidemia di obesità” (che non esiste). La cultura della dieta è una truffa, tanto più che sempre più studi stanno dimostrando che la perdita di peso non migliora i biomarcatori della salute. Sin dal 2002, ricerca dopo ricerca, salta fuori questo: le persone grasse con problemi cardiaci o renali, diabete, polmonite e varie malattie croniche se la cavano meglio e vivono più a lungo di quelle con le stesse patologie e peso cosiddetto “normale”. Certo, a meno che a forza di sentirsi urlare che sono schifose e rivoltanti si buttino sotto un treno, o si sottopongano a interventi chirurgici che le uccideranno più alla svelta.

Ma che dico mai, questo o quella non sono dimagriti con la dieta? Sì, e le probabilità che hanno di mantenere la perdita di peso per cinque anni o più sono le stesse del sopravvivere alla metastasi del cancro al polmone: 5 per cento. Auguri.

Non sono notizione che vi dò io tirandole giù dal cielo assieme alla Luna. I medici, persino quelli che vogliono far finta di niente, le conoscono. Sanno che affamarsi, perdere peso, riguadagnare peso e rimettersi a dieta sono azioni causa di malattie cardiache, resistenza all’insulina, alta pressione sanguigna e aumento di peso a lungo termine. Sanno che la mortalità più bassa si registra in individui classificati “sovrappeso” o “leggermente obesi” dal Body Mass Index.

Nella realtà, non nei sogni dei nutrizionisti da palcoscenico o da social media, il 97% delle persone dimagrite riguadagna il peso perso e ne aggiunge un po’ entro tre anni. Se il dietologo di grido vi sbandiera le sue “ricerche” lasciate pur perdere i parametri scientifici di controllo (è raro che li abbiano) e chiedetegli solo di dimostrare che esse hanno seguito le persone oltre lo spartiacque dei tre anni: se la risposta è no mandatelo a zappare, affinché faccia meno danni.

Il giudizio sul culo grasso è morale, non clinico. E trattare il dimagrimento come imperativo morale sostiene la violenza sistemica contro le persone grasse, in tutte le sue forme.

“La chirurgia bariatrica è una barbarie, ma è il meglio che abbiamo.” ha dichiarato David B. Allison, docente universitario di biostatistica. Il meglio che abbiamo ha come effetti malnutrizione, blocchi intestinali, disordini alimentari, infezioni e morte. Non male. Storicamente, prima di amputare o legare lo stomaco agli schifosi pigri che si ingozzano da mane a sera (nell’abominevole immaginario creato ad arte) la “medicina” ha prescritto loro altre “cure”: il lockdown meccanico delle mascelle, per esempio. Se queste merde persone non possono aprire bocca mica possono schiaffarci dentro la fetta di tiramisù, giusto? E che dire delle operazioni chirurgiche al cervello per infliggere salutari lesioni all’ipotalamo? Perché ai “ciccioni” è stato fatto anche questo.

Poi c’è chi dirà di essere in grado di provare che i medicinali per la perdita di peso sono sicuri ed efficaci. Il fen-phen? Buonissimo! Ha danneggiato irreparabilmente le valvole cardiache solo a un terzo delle persone che l’hanno preso. L’orlistat? Una figata! Rovina il fegato e dona il brivido di incontrollabili evacuazioni a tutti. Sibutramine, dite? Splendido! E’ solo che non si fa in tempo a dimagrire per bene, perché si schiatta prima di infarto.

Nessuno riesce a collegare scientificamente la perdita di peso all’acquisto di “miglior salute”. Il meccanismo causa-effetto semplicemente non c’è. L’unico studio che in materia ha seguito i propri soggetti per più di cinque anni (Look AHEAD, 2013) ha per esempio constatato che i diabetici (tipo 2) che avevano perso peso avevano sofferto degli stessi problemi di salute di quelli che non lo avevano perso. Lo dicono gli esperti, quelli veri, quelli che hanno speso tempo e risorse a indagare in modo scientifico e che non si aspettavano proprio risultati di questo genere ma una volta che li hanno ottenuti hanno avuto l’onestà intellettuale di ammetterli. Io non sono un’esperta, ma sono stata costretta ad assumere un notevole ammontare di informazioni – e a confrontarle e verificarle – da due fattori: 1) mia madre era diabetica e io l’ho accompagnata ai controlli mensili all’ospedale per più di 15 anni, sciroppandomi vasta letteratura medica in merito; 2) non sopporto la superficialità e la disinformazione che nutrono scherno e aggressioni a varie tipologie di persone, quelle grasse comprese. Perciò continuo a informarmi, sempre.

Ma l’American Medical Associaton ha detto che l’obesità è una malattia!

Sì, del tutto arbitrariamente, in modo non scientifico e contro il parere del suo Comitato su Scienza e Salute Pubblica. Girano un sacco di soldi e di conflitti di interessi in loco, l’ho dettagliato altre volte (consulenze, proprietà di azioni nell’industria dietetica, mazzette vere e proprie, ecc.), ma la cosa bella – si fa per dire – è che persino i semplici umili dottori di famiglia americani che diagnosticano questa malattia ai loro pazienti possono guadagnare qualcosa, aggiungendo il codice di tale diagnosi alla loro parcella e caricandola. Il dio $$$ è con loro.

Poiché siamo umani, persino noi non conformi, nei primi tempi della pandemia abbiamo sperato che messi di fronte a una vera emergenza sanitaria i “grassofobi” avrebbero cominciato a riflettere sulle loro ossessioni e magari a studiare. Poiché siamo umani, questa speranza spirata sul nascere alza un poco la testa ad ogni nuovo conto dei morti da coronavirus (31.610 ieri in Italia) e poi ricade miseramente fra i meme di “prima e dopo” la quarantena sull’orrore del prendere peso, fra i consigli illuminati (dal faro dell’ignoranza) di youtuber e influencer e fankazzistas e laureati su wikipedia o direttamente on the road perché fanno la corsetta tutti i giorni, fra le diete proposte da celebrità milionarie che, con lo sfondo delle loro lussuose magioni, ci mettono in guardia: attenzione, potreste mangiare di più per lo stress e il costumino di quando avevate 13 anni non andarvi più bene!

Il tutto mentre la gente comune soffre per l’isolamento, per la perdita di lavoro e di reddito, per il timore del contagio, per il parente morto o in terapia intensiva. E questi gli dicono di concentrarsi sul girovita. Dare alla faccenda l’aggettivo abominevole non rende appieno il disgusto che provo.

Bisogna dire, però, che c’è chi gli fornisce il retroscena adatto: i sedicenti professionisti che ignorano a bella posta le ricerche sul peso e le loro implicazioni. Con il coronavirus hanno fatto di peggio, rendendo il peso una caratteristica ancora più patologica. Il BMI è stato scorrettamente indicato come fattore di rischio sia per l’essere infettati sia per il soffrire di sintomi più gravi e il peso viene usato come fattore squalificante quando le risorse sono scarse (i ventilatori sono pochi? Be’, togliamone uno alla cicciona e uno al vecchio inutile). Mi ripeto, ma anche qui il meccanismo causa-effetto è inesistente: medici e scienziati con maggior deontologia professionale lo stanno facendo presente, dati e ricerche alla mano, ma l’artiglieria pesante in funzione 24 ore su 24 che urla “il grasso uccide!” impedisce di ascoltarli. E molti loro colleghi continueranno a prescrivere trattamenti che non funzionano per una condizione che non è una malattia. In due studi che ho letto (2003 e 2016) numerosi dottori definiscono i loro pazienti grassi “non adattati”, “eccessivamente autoindulgenti”, “disturbanti (alla vista)”, “brutti”. Si può star certi che, privi di pregiudizi come si dimostrano, avranno senz’altro a cuore la salute di queste persone e, fedeli al giuramento di Ippocrate, si impegneranno per fare diagnosi accurate. Forse no, facciamo qualche esempio internazionale:

– nel 2017 la studente Beth Dinsley ricevette valanghe di complimenti perché era dimagrita. Nel dicembre dello stesso anno, durante un controllo ospedaliero di routine, scoprì che continuava a perdere peso perché aveva un cancro alle ovaie;

– nel 2018, Rebecca Hiles raccontò in un’intervista che i medici avevano ripetutamente sottovalutato i suoi violenti attacchi di tosse e la difficoltà respiratoria come sintomi relativi al suo peso. Aveva un cancro al polmone. Il risultato del non essere stata presa sul serio perché non adattata e autoindulgente è stata l’asportazione dell’intero polmone sinistro. Se la prima volta in cui andò dal dottore, cinque anni prima, questo l’avesse vista come un essere umano il polmone poteva essere salvato;

– nel 2019 il medico di Jen Curran giudicò la presenza di proteine nella sua urina durante la gravidanza e dopo come un problema di peso. Se dimagriva sarebbe andato tutto a posto. Per fortuna costei cercò una seconda opinione: e seppe di avere un cancro al midollo osseo.

Se poi volete un po’ di vittime italiane, da quelle che si sono suicidate grazie al bullismo continuo diretto ai loro corpi, a quelle che sono state macellate e uccise dalla chirurgia bariatrica di cui sopra o dalla liposuzione non dovete far altro che frugare questo blog o usare google.

Secondo la dott. Emma Beckett, scienziata che lavora su cibo e nutrizione all’Università di Newcastle in Australia, “Noi non mangiamo per mantenere una taglia, ma per mantenere i nostri corpi in salute ora e nella vecchiaia. Entrare in un vestito più stretto vale l’avere ossa fragili o un cancro all’intestino più tardi? Mi piacerebbe se smettessimo di concentrarci sul peso e ci concentrassimo sul nutrimento e sulla gioia.” Sarebbe bello, in effetti.

Stamane i giornali riportano l’appello a favore degli anziani di intellettuali e politici italiani: “Non sono scarti”. La petizione intende chiedere “a tutti i governi dell’Unione una maggiore etica democratica che passi dal rispetto degli anziani e dal rifiuto di una “sanità selettiva” che privilegi la cura dei pazienti più giovani a scapito degli over 65″. I promotori e i firmatari giudicano – giustamente – ciò “umanamente e giuridicamente inaccettabile” e sentono la necessità “di un vero cambio di prospettiva e di un recupero dei valori morali, civili e deontologici delle nostre società”.

Okay. Neppure i “culi grassi” sono scarti. Non devono rispondere del reato di “non conformità”. Non stanno togliendo niente alle vite degli idioti che li insultano dai balconi, neppure e meno che mai in senso economico, giacché sono le galline dalle uova d’oro spremute dall’industria dietetica, farmaceutica e di medicina “estetica”. A quando un’iniziativa simile per costoro, intellettuali e politici di cui sopra?

Infine, una volta per tutte: gli esseri umani non sono giocattoli. Non vi piacciono le persone grosse? Sono stracazzi vostri e non siete autorizzati a rovesciare il vostro disprezzo da farabutti sulle loro facce o sui loro culi. Non siete autorizzati a spingerle verso la disistima, i disturbi alimentari, le conseguenze dei traumi relativi ai vostri assalti – suicidio compreso. A me, vedete, è quel che fate a non piacere.

Maria G. Di Rienzo

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(Vedasi articolo precedente)

Bastava aspettare qualche ora, frettolosa che non sono altro. Il mistero dell’abbuffata mediatica di Lapo Elkann si è risolto.

23 aprile 2020:

“Il Consiglio di Amministrazione di GEDI Gruppo Editoriale S.p.A., a seguito del perfezionamento della compravendita delle azioni della Società comunicato in data odierna da CIR S.p.A. e da EXOR NV” comunica di aver nominato Maurizio Molinari direttore di Repubblica in sostituzione di Carlo Verdelli e John Elkann (fratello di Lapo) presidente. Quattro consiglieri si sono dimessi dalla carica e sono stati sostituiti.

Inoltre, “Massimo Giannini assumerà l’incarico di direttore de La Stampa e di GNN (il network dei giornali locali del Gruppo GEDI) (…) Pasquale di Molfetta (Linus) sarà il direttore editoriale del polo radiofonico del Gruppo, che riunisce tutte le radio di GEDI. Mattia Feltri assumerà la direzione dell’Huffington Post, continuando a firmare il Buongiorno de La Stampa.”

“Ci aspetta un percorso impegnativo e straordinario: con coraggio e con senso di responsabilità, abbiamo scelto di abbracciare l’innovazione e la trasformazione digitale per scrivere insieme il futuro del giornalismo e dell’intrattenimento di qualità.”, ha detto John il presidente. Siamo sicuri che il genio di Lapo sarà adeguatamente valorizzato, nel rispetto dei principi blah blah blah e della libertà di informazione blah blah blah. Se poi Mattia dirigerà con lo stesso inarrivabile piglio del padre, imitandone la deontologia professionale, non si potrà chiedere di più al giornalismo.

Maria G. Di Rienzo

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(“I Went As A Nurse For Halloween in Third Grade – Here’s What You Need To Know About Coronavirus”, 18 marzo 2020, Reductress, trad. Maria G. Di Rienzo.)

ah-ha-moments

In questi tempi terribili, è assai importante non cadere preda della disinformazione o addirittura contribuire a diffonderla. Tuttavia, non è nemmeno il momento di infilare la testa nella sabbia. L’unico modo per combattere le cattive informazioni è essere provvisti di buone informazioni e questo è il motivo per cui sono qui a fornirvele.

Essendomi vestita da infermiera per Halloween, quando ero in terza elementare, vi dirò quel che avete bisogno di sapere sul coronavirus.

Lo si può prendere dalle superfici, o no?

Come una che non solo si è vestita da infermiera a otto anni, ma persino voleva diventare tale per un certo periodo alle medie, posso affermare con sicurezza che una mia amica mi ha detto che il coronavirus può vivere sulle superfici. La buona notizia è che la mia amica (amica su Facebook di cui non ricordo come ci siamo conosciute, forse al campeggio estivo? Ci sono poi andata al campeggio? Non so.) mi ha detto questo: il virus rimane sulle superfici per la durata di una puntata di una serie con elementi comici dell’HBO, ma si può ridurre questo tempo alitando sulla superficie e poi strofinandola come si fa con gli occhiali. Assicuratevi di aver indossato i guanti! Quelli senza dita, se volete sembrare fantastiche mentre combattete la malattia. Sono certa di non aver fatto errori.

Potete fare il test a casa vostra.

Tutti si stanno agitando sull’inaccessibilità dei kit per l’esame, dicendo che è un panico creato dal governo per controllare la popolazione o cose del genere. Ha a che fare con le elezioni ma, guardate, io per Halloween mi sono vestita da infermiera, non da politologa.

In ambo i casi, non c’è motivo di preoccuparsi perché potete controllare se avete o no il virus comodamente nella vostra casa. Basta chiudere gli occhi e recitare l’alfabeto al contrario. Se avete le capacità mentali per fare questo, allora non siete infettati. Funziona per tutte le età.

Ricordate di apprezzare i professionisti della sanità.

Fra le persone più a rischio ci sono i lavoratori della sanità che si giocano tutto per aiutare a mantenere altri in salute. Prendetevi un momento per apprezzarli. Per esempio, io sto sacrificando del tempo che avrei potuto spendere per la “sfida alla cannella” (la cannella è una delle cure note per il coronavirus), perché ho più a cuore il fornire informazioni salvavita agli altri. Che ci volete fare, io sono così.

Quindi, restate al sicuro, infilatevi in un sacco a pelo dallo spessore considerevole (il Covid può viaggiare solo attraverso due centimetri di stoffa) e lavatevi le mani con acqua abbastanza gelata da paralizzare i batteri. No, no, non occorre ringraziare. Non c’è di che.

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“La soluzione definitiva nella lotta contro la violenza è raggiungere l’eguaglianza.”, Marijana Savic – in immagine – fondatrice e direttrice dell’ong Atina e del Bagel Bejgl Shop.

marijana

L’associazione combatte il traffico di esseri umani e la violenza di genere e dà sostegno alle donne rifugiate, lo “shop” è un’impresa sociale creata come spazio sicuro per le donne sopravvissute alla violenza, in cui le stesse apprendono nuove abilità e acquisiscono opportunità lavorative. Marijana vive in Serbia ed è un’attivista per i diritti umani da vent’anni.

Sulle donne nei flussi migratori ha molte cose interessanti da dire:

“Poiché siamo un’organizzazione femminista abbiamo osservato le donne che stanno facendo questo viaggio e abbiamo visto che nessuno presta loro attenzione e, sia perché questa è la vita nelle società patriarcali, sia perché molte cose non sono loro accessibili, le donne si stanno nascondendo ancora di più: si ritirano dietro persone che possono essere familiari ben intenzionati o no, in maggioranza dietro a uomini che assumono il ruolo dato da un sistema patriarcale – prendono la guida e prendono decisioni. Abbiamo anche visto che non c’è assolutamente alcun meccanismo predisposto per raggiungere queste donne e le loro necessità. Allora, abbiamo deciso di mettere a disposizione parte delle risorse di Atina e di cominciare a costruire capacità in questa direzione, perché neppure noi eravamo preparate ad affrontare la situazione. Ora siamo in tutti i luoghi ove vi sono donne e bambine rifugiate.

Aiutiamo altre organizzazioni a includere questa visione nel loro sostegno ai rifugiati di modo che siano in grado di riconoscere i segnali d’allarme che indicano una persona in difficoltà, le differenti necessità di una donna o il fatto che le donne stiano cercando risposte in modo differente, e che siano sensibilizzate su tutte le cose orribili che accadono lungo la via, non solo i casi di violenza di genere o traffico di esseri umani, perché è difficile rilevarle se non vi è un meccanismo predisposto che permette alle donne di aprirsi e condividere senza paura le proprie esperienze.

Nessuna dirà “Sì, sono una vittima, ho sofferto questa violenza e quest’altra, sono stata stuprata in quel posto, ed eccomi qui ora, vengo a dirti ciò.”: perché questo accada è necessaria un’atmosfera di sostegno. L’atmosfera non dovrebbe essere minacciosa e nel responso ai flussi migratori tutto è non supportivo e minaccioso, a partire dalla maniera in cui sono stabiliti i criteri per dire chi è un rifugiato e chi non lo è, criteri che cambiano continuamente. Questo vale per tutta la popolazione attualmente in viaggio, sia donne sia uomini, ma c’è una differenza nel modo in cui le informazioni al proposito raggiungono le donne e gli uomini.

In maggioranza le donne che arrivano sono meno istruite, non hanno avuto l’opportunità di andare a scuola, hanno vissuto in ambienti in cui non era loro permesso comunicare con estranei in special modo se costoro erano uomini, non conoscono lingue straniere, possono solo affidarsi a chi riveste il ruolo guida e costui può essere un trafficante, una persona benintenzionata o qualcuno che abusa di loro.

Ascoltando queste donne e parlando con loro, capisci che delle semplici cose potrebbero risolvere alcuni problemi, ma sono spaventate, temono per se stesse, per le loro figlie, hanno paura di essere assalite sessualmente o sfruttate, e noi le stiamo mettendo negli stessi posti con gli uomini, a passare giorni e notti sino a che sia presa una decisione politica ad alto livello. Le donne sono affamate di informazioni, delle informazioni più basilari: dove si trovano, quali servizi sono loro disponibili in questo posto, dove andranno e cosa le aspetta, quali sono i loro diritti, quanto qualcosa costa – e nessuna di queste informazioni le raggiunge, perché esse sono condivise con un uomo in grado di parlare la lingua locale. Nessuno chiede loro come stanno.

L’integrazione e la protezione delle persone che rimarranno qui richiederebbe la costruzione di un sistema serio che copra istruzione, salute, procedure amministrative, protezione sociale e lavoro. Almeno queste cinque aree che ho menzionato dovrebbero introdurre dei cambiamenti per accordare le loro regole alle necessità di integrazione delle persone che vogliono rimanere. Attualmente il sistema relativo all’asilo è disegnato attorno al concetto di un uomo politicamente attivo e politicamente perseguitato nel suo paese, ma ci sono persecuzioni e guerre che stanno travolgendo tantissime persone, donne e uomini. La protezione è stata pensata senza includervi la prospettiva di genere e quali sono le esperienze e le sofferenze di donne e uomini al proposito, ne’ la loro specificità nel contesto delle società da cui provengono.

E’ necessario un intero nuovo meccanismo per cui l’integrazione non si riduca alle classi per imparare la lingua, gestite da volontari un’ora alla settimana, ma che faccia di questo il primo passo per entrare in un sistema: i bambini che sono qui dovrebbero essere ammessi a scuola immediatamente e le persone che richiedono protezione qui devono essere informate sul locale ordinamento sociale, legale e politico. Da un lato devono essere informati, dall’altro è necessario che assumano su se stessi gli obblighi relativi e agiscano in accordo ad essi, perché dobbiamo essere consapevoli che molte persone vengono da regioni e paesi in cui a una ragazzina di 12 anni è proibito uscire di casa se non accompagnata da un maschio adulto.

Ci dev’essere un potenziamento economico, dev’essere creato un sistema di protezione sociale, per fornire alloggi adeguati, ma anche una seria valutazione dei bisogni, delle abilità e delle risorse di queste persone affinché possano essere indirizzate verso programmi che diano loro la possibilità di reciprocità nelle relazioni con noi e di essere competitivi sul mercato del lavoro. Questo è vero per donne e uomini e dovrebbe essere un principio guida e un impegno: lo sforzo di operare cambiamenti per essere in grado di includere queste persone in futuro, perché dobbiamo smettere di pensare che siano qui solo di passaggio.”

Maria G. Di Rienzo

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“Ogni giorno, persone muoiono come risultato di incidenti sul lavoro o malattie collegate al lavoro: più di 2 milioni e 780.000 decessi per anno. In aggiunta, ci sono circa 374 milioni di infortuni sul lavoro non mortali che comportano più di quattro giorni di assenza. Il costo umano di questa avversità quotidiana è enorme e il fardello economico dovuto a pratiche insufficienti di tutela della sicurezza e della salute sul lavoro è stimato attorno al 3,94% annuale del PIL globale. (…) Un lavoro decente è un lavoro sicuro.” Organizzazione Internazionale del Lavoro, 2019.

“Non solo gli infortuni sono in aumento, ma sono in aumento soprattutto le morti. Questa è una strage: se uno guarda i dati degli ultimi dieci anni sono 17 mila le persone che sono morte sul lavoro (in Italia) contando anche quelli morti mentre andavano o tornavano dal lavoro.”, Maurizio Landini, Segretario CGIL, 13 ottobre 2019 – Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.

La sicurezza di chi lavora è una priorità sociale ed è uno dei fattori più rilevanti per la qualità della nostra convivenza. Non possiamo accettare passivamente le tragedie che continuiamo ad avere di fronte. Le istituzioni e la comunità nel suo insieme devono saper reagire con determinazione e responsabilità. Sono stati compiuti importanti passi in avanti nella legislazione, nella coscienza comune, nell’organizzazione stessa del lavoro. Ma tanto resta da fare per colmare lacune, per contrastare inerzie e illegalità, per sconfiggere opportunismi. Punto di partenza è un’azione continua, rigorosa, di prevenzione.” Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, 13 ottobre 2019 – Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.

Safety and Health at Work

Questo è l’unico “albero” che posso associare oggi al Natale (pubblicizzava un’iniziativa internazionale su lavoro e sicurezza), perché non riesco a smettere di pensare a Giuseppina Marcinnò, deceduta sul lavoro il 22 dicembre u.s. – a 66 anni e alla vigilia della pensione – e a Stefano Strada, 45 anni, deceduto sul lavoro due giorni dopo. Lasciano in uno scioccante dolore figlie e figli, amati, amici – e persino una sconosciuta come me: l’una schiacciata da una pressa, l’altro folgorato in una cabina elettrica, la loro fine ha raggiunto probabilmente le prime pagine proprio per la concomitanza con le festività natalizie.

Il numero 17.000 ci dice però che non sono eccezioni a una regola. Se il giornalismo italiano non fosse una barzelletta di sicurezza sul lavoro e di lavoro in genere darebbe conto quotidianamente (lavoro, non le pagliacciate sugli/sulle influencer e i resoconti sui pasti di un ex ministro che non ha mai lavorato un giorno in vita sua). L’Italia non è fatta di culi al vento, scarpine trendy e “vipperia” varia: le eccezioni sono loro – noi, noi italiani siamo un popolo intero invisibile ai media e da essi considerato mero target pubblicitario. La richiesta implicita in tale trattamento è che noi ci si accapigli sulla stupidaggine del momento (presepi o seni rifatti o biscotti alla Nutella) e si muoia in silenzio: da me, NO e tanti auguri per un veloce risveglio alla realtà.

Maria G. Di Rienzo

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Più il tempo passa, più mi convinco che non avere (da oltre trent’anni) la televisione sia un’ottima idea. Non fa informazione, la manipola. Non fa intrattenimento, spara stereotipi e insulti. Non ha linee guida etiche e professionali a cui attenersi. E’ un minestrone al meglio insipido e al peggio velenoso. Conduttori e conduttrici dei programmi sono così superficiali, incapaci e sprovveduti da sembrare pescati a caso in una lotteria fra “gli amici di”, “i parenti di”, “gli/le amanti di” e “i raccomandati da” (e forse lo sono).

Cominciamo da qui:

ordine e disciplina

Lo scontro fra Massimiliano Minnocci (“Er Brasile”), la giornalista Francesca Fagnani e il vignettista Vauro Senesi, di cui molto probabilmente siete a conoscenza, è descritto dal conduttore Paolo Del Debbio (Rete 4) così:

“Tensione alle stelle in studio tra @VauroSenesi e un fascista presente in studio. Vauro a muso duro gli si pianta davanti e lo apostrofa malamente.

Che ne pensate? Ora a #DrittoeRovescio”

Messa così, con l’omissione della minaccia di Minnocci alla giornalista (“Te li faccio vedere io i film, se vieni nella mia borgata…”) che a sua volta suscita la reazione di Vauro, sembra che quest’ultimo sia un incontenibile bullo cafone. Cos’altro ne può pensare chi ha letto il tweet ma non ha visto la trasmissione?

Presentare la situazione in questo modo è “professionale” quanto “i cori fascisti negli stadi e i casi di violenza e intolleranza” che il programma dichiarava di voler esaminare… e infatti si trattava, come per moltissimi altri prodotti simili, di una dichiarazione vuota: lo scopo reale sta in quel gongolante “tensione alle stelle” che fa audience e share. Se fossero volati un paio di cazzotti sarebbe andata ancora meglio, no? Rimbalzi su prime pagine e social media, tanti likes, tante condivisioni, tanti followers ecc. ecc. – perché, non esclusivamente in televisione, le parole hanno perso senso e significato, si può dichiarare tutto e il contrario di tutto (in special modo quando degli argomenti in questione non si conosce nulla oltre i propri pregiudizi), come se quel che si dice non avesse alcuna sostanza e nessun impatto su chi ascolta. Petardi. Scintille. Fumo.

Nelle tue interazioni verbali sii pure minaccioso, insultante, sessista, misogino, razzista, omofobo, fascista, nazista. Sono solo parole, no? Anzi, meglio: sono “opinioni” e “provocazioni” o “ironia” e “goliardia”. Tutto a posto, le solo parole possono continuare ad alimentare ogni tipo di violenza con il beneplacito di chi così argomenta.

Caso n. 2:

“Vittorio Sgarbi continua a provocare (sic) in tv. Ospite di Caterina Balivo a “Vieni da Me” (…) ha risposto a una domanda della conduttrice – che gli chiedeva se sapesse «fare la lavatrice» – esclamando: «No, io non faccio nulla. Io ho una visione e ti devo dire una cosa: le donne devono stare in casa e gli uomini devono andare fuori.» Caterina Balivo, con tono ironico, ha risposto alla provocazione (sicet simpliciter): «Posso dire che hai quasi ragione? La penso come te! Noi donne a casa!». La reazione a sorpresa della conduttrice napoletana, con ogni probabilità, aveva lo scopo di distogliere l’attenzione dall’affermazione di Sgarbi, facendola passare per uno scherzo.”

Purtroppo a molte/i la provocazione e lo scherzo non sono piaciuti, così la conduttrice ha iniziato ad arrampicarsi sugli specchi:

“Quando inviti Sgarbi tutto può succedere… Come anche non essere d’accordo su alcune sue affermazioni. (…) Nelle mie parole c’era del sarcasmo che non tutti hanno colto, dovreste conoscermi ormai. Ma come si fa a pensare che parlassi seriamente? Sono una conduttrice donna che lavora da 20 anni in televisione, (…) sono sposata e ho tre figli in casa, come si fa ad immaginare che io sia contro l’autonomia delle donne?”

Sig.a Balivo, il suo pubblico non è tenuto ad immaginare niente ne’ a fare ricerche sulla sua biografia. Quel che lei dice è quel che la gente davanti alla tv sente: chi l’ha presa alla lettera non può essere accusato di “non aver colto” il suo sarcasmo. Evidentemente lei non l’ha espresso in modo inequivocabile. Quando si invita Sgarbi tutto può succedere? Faccia a meno di invitarlo. Non si tratta di “non essere d’accordo su alcune sue affermazioni”, si tratta di lasciar passare tramite media affermazioni discriminatorie. Continuare a trattarle da provocazioni e opinioni e scherzi le legittima. E lei lo sa.

Tuttavia, se voleva essere gioviale e sarcastica e immediatamente compresa come tale poteva per esempio rispondere: “E’ proprio una visione! E per di più medievale! Ma d’altronde tu sei uno storico dell’arte…”

Alla reazione negativa all’episodio, ribadisco, chi conduce il programma televisivo in cui si è dato non può chiamarsi fuori accusando il pubblico di essere idiota (non avete capito) o in mala fede: “(…) mi sembra che più di un utente abbia usato la mia frase sarcastica per avere qualche condivisione e qualche retweet in più!”

Gli utenti di cui parla avrebbero probabilmente apprezzato una sua riflessione sull’accaduto, un minimo di assunzione di responsabilità, un dubbio – persino se piccolissimo: “Forse la mia reazione doveva/poteva essere diversa”. Adesso sanno solo che lei li considera stupidi o avvoltoi: non penso ne avrà un grande ritorno, in termini di popolarità.

In merito al caso precedente, cioè “Dritto e Rovescio”, Debora Serracchiani del PD ha esortato il suo partito a non partecipare più a “trasmissioni televisive che incitano all’odio e alla violenza”. Sottrarsi è una tecnica nonviolenta rispettabilissima e spesso efficace. In termini di offerte televisive, però, gli spazi che possono essere descritti in modo diverso da “trasmissioni che incitano all’odio e alla violenza” sono davvero pochi: sia perché conduttori e conduttrici non hanno alcun interesse a renderli tali (audience, share, titoli in prima pagina), sia perché a trasformarli in luoghi tossici basta invitare Sgarbi o un neofascista dichiarato e aspirante dittatore/duce: “Nella mia borgata vige ordine e disciplina. Devi fare quello che dico io”.

Maria G. Di Rienzo

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Jennifer Gunter è una ginecologa che è diventata famosa negli ultimi anni per le sue battaglie contro la pseudo-scienza e in genere contro le patacche e le bufale vendute alle donne dai “guru” del benessere. Il mese scorso ha dato alle stampe “The Vagina Bible” – “La Bibbia della Vagina”, il cui sottotitolo ne spiega l’intenzione: “separare il mito dalla medicina” (Twitter ha bloccato la sua promozione, perché “vagina” è per loro una parola oscena, ma tutti gli insulti sparati contro le donne tramite tweet no).

vagina bible

L’8 settembre Eva Wiseman ha condotto per il Guardian una lunga intervista con la ginecologa e nell’articolo ha inserito un estratto del libro, che di seguito traduco:

MITI E MEDICINA:

Prezzemolo in vagina

Il ramoscello. Infilato su per la vagina ogni notte, per tre o quatto volte, per indurre le mestruazioni. Guardate, non me lo sto inventando, lo sto denunciando. Sembra che alcune persone – sbagliando – pensino che il prezzemolo possa stimolare le contrazioni uterine. Non ci sono prove che l’applicazione vaginale di prezzemolo possa fare ciò, ma persino se potesse ciò non vi farà avere le mestruazioni. E’ il regresso del progesterone che causa le mestruazioni, non le contrazioni uterine.

Uova di giada per la tua “yoni”

E’ l’idea che se metti un sasso di giada a forma d’uovo nella tua vagina ciò ti metterà in sintonia con la tua energia femminile o qualcosa del genere. Le uova di giada sono state pubblicizzate come antico segreto delle concubine e regine cinesi. Io ho fatto ricerca su questo e ho pubblicato i miei dati su una rivista medica a revisione paritaria – non lo sono affatto. La sola cosa antica al proposito è l’assenza di scienza.

Le pillole anticoncezionali causano aumento di peso

Questo è stato molto ben studiato e la risposta è no. Non si tratta di non credere alle donne, sto facendo l’esatto opposto. Si tratta di ricevere le segnalazioni delle donne e studiarle. Questi dati riflettono veramente l’ascolto delle donne da parte di medici. Numerosi studi hanno dimostrato che non c’è collegamento fra pillole anticoncezionali e aumento di peso. Le condizioni di vita associate all’iniziare una nuova contraccezione possono essere collegate al peso, ma la pillola no.

La contraccezione ormonale causa “infertilità”

Per niente ma il patriarcato, tentando di spaventarti affinché tu ti astenga dal controllare la tua salute riproduttiva, ha investito in questo mito. Tristemente, molti sostenitori della salute “naturale” fomentano questa stessa paura. Con l’iniezione può esserci un ritardo di parecchi mesi per il ritorno alla fertilità, ma nel giro di un anno tutte le donne ritornano alle condizioni standard. Come per tutti gli altri metodi contraccettivi, una volta che si smetta di assumerli o che siano stati rimossi, si torna in direzione della gravidanza il mese successivo.

Acqua di lusso

L’ultima è la cosiddetta “acqua alcalina”. L’acqua ha pH 7 e l’acqua alcalina è stata modificata affinché il suo pH sia 8 o 9. Questa è un’estensione della cosiddetta dieta alcalina, promossa per “neutralizzare l’acido nel tuo corpo” (finto linguaggio medico) e curare praticamente tutto, persino il cancro. NON LO FA. Perché tutte maiuscole? Perché delle persone hanno seguito la dieta alcalina per il cancro e sono morte. L’uomo autore del libro che ha contribuito a rendere popolare il trend alcalino è stato arrestato per aver esercitato la professione medica senza licenza e ha ricevuto una condanna a 3 anni e 8 mesi di prigione. Questa è una truffa di proporzioni epiche.

Magneti in prossimità della vagina per la vampate di calore

A volte temo che mi slogherò il collo per quanto i miei occhi roteano su queste affermazioni e la “scientificità” (ehm ehm) che ci sta dietro.

Yogurt per le infezioni da candida

Non contiene i ceppi di lattobacilli che sono importanti per la salute vaginale. Quando una donna mette yogurt in vagina, sta mettendo in essa altri batteri e le conseguenze di ciò non sono note. Può dare una sensazione di sollievo poiché ha la consistenza di una crema, ma i rischi non sono conosciuti e sarà comunque inefficace.

Clisteri di caffè

Buon Dio, no. Ci sono persone, persino alcuni medici, che promuovono questa roba per curare la depressione! Io – non – posso – proprio. Parlando in senso medico, credere che il caffè nel retto possa curare qualsiasi cosa è grottesco. Voglio dire, perché berlo non otterrebbe lo stesso effetto? E’ un’idiozia surreale di proporzioni epiche.

Fare vapori alla vagina

Questo è pubblicizzato per “ripulire” l’utero. Si lega al mito distruttivo che l’utero sia sporco o che le mestruazioni siano una pulizia dell’utero. L’idea dell’utero pieno di tossine è usata, letteralmente, da numerose culture per escludere le donne dalla società – una caratteristica che definisce il patriarcato. Perciò dire alle donne che questo è vero è promuovere un’idea patriarcale.

Riflessioni finali

Potere e salute sono collegati. Tu non puoi essere una paziente con del potere ed avere i risultati che vuoi per la tua salute con informazioni inaccurate e mezze verità. Io sono stata assalita per essermi esposta contro le informazioni errate e la disinformazione che sono offerte alle donne come degne di considerazione. Una vera scelta – valutare la tua proporzione di rischi / benefici e prendere una decisione basandoti su tale informazione – richiede fatti. Ed è questa ricerca per dare fatti alle donne che mi tiene sveglia la notte. E’ la ragione per cui continuo a lottare.

Il patriarcato e l’olio di serpente hanno avuto una lunga durata, ma io ho chiuso con il modo in cui hanno impatto negativo sulla salute delle donne e fanno di essa un’arma. Perciò non smetterò di agitare la mia mazza sino a che ognuno avrà gli attrezzi per essere un paziente con del potere e quelli che cercano di mantenere soggiogate le donne tenendole distanti dai fatti che riguardano i loro corpi chiuderanno la bocca e andranno a sedersi a fondo classe. Questa è la mia “vagenda”.

Maria G. Di Rienzo

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Ginevra 2019

“Governi, datori di lavoro e maestranze si stanno incontrando a Ginevra (…) per negoziare una nuova convenzione globale che metta fine alla violenza e alle molestie nel mondo del lavoro.

Chiediamo loro con urgenza di ricordare i 235 milioni di donne nel mondo che lavorano senza avere alcuna protezione legale, perché una nazione su tre non ha leggi contro le molestie sessuali sul lavoro. Sono le donne più povere a essere le più vulnerabili – domestiche, operaie, quelle donne che vivono alla giornata e non possono permettersi il rischio di perdere il lavoro difendendo se stesse e le altre. C’è bisogno urgente di una legislazione internazionale.”

Questo è il passo centrale di una lettera aperta diretta al governo britannico e pubblicata dal Guardian il 9 giugno scorso. E’ corredata da oltre quaranta firme “eccellenti” (attiviste/i e personalità politiche prominenti, artiste/i ecc. – dal sindaco di Londra Sadiq Khan a Annie Lennox passando per una considerevole serie di rappresentati di ong umanitarie e femministe) e fa riferimento alla 108^ sessione della Conferenza internazionale sul Lavoro – promossa dall’Organizzazione internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite – che si sta tenendo in Svizzera, a Ginevra, dal 10 al 21 giugno. La richiesta delle firmatarie e dei firmatari è che la compagine governativa inglese “usi saggiamente la propria influenza” per contribuire a metter fine alla violenza e alle molestie subite dalle donne nei luoghi di lavoro.

Nei cinque giorni trascorsi da che l’ho letta, ho cercato invano notizie relative alla Conferenza sui quotidiani nostrani. Ho scaricato dal sito dell’Organizzazione i documenti pubblici disponibili e rilevato la consistenza (nutrita) e la composizione della delegazione italiana: anche volendo confermare la completa indifferenza dell’attuale giornalismo italiano per il mondo del lavoro in generale e per le lavoratrici che non appartengono al settore dell’intrattenimento in particolare – la maggioranza – si poteva imbastire un trafiletto con le dichiarazioni dei partecipanti “famosi” (Di Maio è nella lista, per esempio). Per quanto vuote e banali potessero poi risultare tali dichiarazioni, almeno un settore maggiore dell’opinione pubblica avrebbe saputo di che si discute a Ginevra in questi giorni. Meglio ancora, si poteva prestare attenzione ai sindacati (gli unici al momento a pubblicizzare la Conferenza), chiedere qualcosa ai loro delegati e confrontare le loro risposte con quelle dei rappresentanti di Confindustria e Confcommercio che sono pure là.

Ma probabilmente non c’era spazio per articoli che trattino della violenza che le donne subiscono al lavoro. Nemmeno nelle rubriche a loro esplicitamente dedicate, giacché tale spazio è occupato da pezzi importantissimi che hanno questi titoli:

* Trend – Tutte in posa da fenicottero (articolo corredato da foto di fenicottero e foto di una modella scheletrica infagottata in velo rosa – ma la copertura è solo a “filo vagina” – in bilico su una gamba);

* In barca a vela con i cosmetici giusti, perché la bellezza non va in vacanza (vuoi mai che qualcuna pensi di tirare il fiato per cinque minuti);

* Sesso: i luoghi pubblici dove statisticamente le donne adorano farlo (i gusti sono gusti, ma quale che sia la percentuale delle esibizioniste non può essere fatta passare per “le donne” tout court);

* Jennifer Lopez in abito di Gucci: lo spacco rivela il calzoncino contenitivo (ORRORE!)

No, queste non sono le “cose che interessano alle donne”. Sono le cose di cui voi volete le donne si interessino, sia perché pensate che con quei cervellini da oche non possono certo desiderare / cercare / vivere altro, sia perché non vi comoda per niente quando mettono bocca in materie come politica, economia, lavoro – in altre parole, quando discutono del potere e lo reclamano.

Molestie sul lavoro? Nessuna o scarsa protezione legale? Suvvia, fate i fenicotteri e non rompete le scatole.

Maria G. Di Rienzo

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posto di blocco

Per recensirlo mi basterebbe una frase: “E’ uno dei film più belli che io abbia mai visto.”, ma non gli renderebbe giustizia e riconoscimento: cose che le vittime del massacro di Gwanju (Corea del Sud, 18-27 maggio 1980) di cui il film tratta non hanno ancora pienamente ricevuto. Ma la pellicola, da quando è uscita nel paese d’origine il 2 agosto 2017, ha superato tutte le aspettative in brevissimo tempo, per tre settimane consecutive è stata in testa al box office diventando il 10° film più visto in Corea ed è la produzione che concorrerà agli Oscar nella sezione “Miglior film in lingua straniera”.

Si tratta di “Un tassista” (택시운전사), del regista Jang Hoon, che ora è online con sottotitoli in inglese e il titolo “A taxi driver”. Si basa sulla vera storia del giornalista tedesco Jürgen Hinzpeter, scomparso l’anno scorso a 79 anni, e del tassista Kim Sa-bok (morto di cancro nel 1984) che lo portò a Gwanju durante le sollevazioni per la democrazia.

All’epoca il governo della Corea del Sud era una dittatura militare con a capo Chun Doo-hwan, che aveva preso il potere nel 1979. Chun dichiarò la legge marziale per l’intera nazione, chiuse le università e il Parlamento, fece arrestare i leader dell’opposizione e operò una stretta censura sui mezzi di comunicazione. Le proteste contro il regime, per lo più organizzate e guidate dagli studenti universitari e liceali, erano soffocate con estrema violenza. Il 18 maggio la popolazione di Gwanju scese in massa nelle strade e i soldati aprirono il fuoco. La cittadina fu circondata da posti di blocco e resa irraggiungibile: persino le linee telefoniche furono tagliate. Nessuno all’esterno sapeva cosa stesse accadendo. Le voci sulla sollevazione e sull’impossibilità di documentarla raggiunsero il giornalista Hinzpeter a Tokyo: il giorno dopo prese un volo per Seul e fra mille pericoli condivisi con il tassista che guidava per lui filmò ciò che è visibile ancora oggi in strazianti montaggi documentari. In effetti, la pellicola ha ricreato fedelmente alcune delle sequenze riprese da Hinzpeter (che mi sono tornate in mente durante la visione con effetto “colpo al cuore”).

gwanju maggio 1980

(Gwanju, maggio 1980)

Il film si apre presentandoci il sig. Kim di Seul – l’attore Song Kang-ho in una delle sue migliori performance – tassista indipendente, vedovo con una figlioletta 11enne e poco propenso a occuparsi di altro che non sia il racimolare i soldi per l’affitto arretrato. Quando apprende per caso che uno straniero pagherebbe una cifra considerevole per un viaggio di andata e ritorno prima del coprifuoco a Gwanju, “ruba” l’incarico al tassista designato giungendo all’appuntamento prima di lui. Il ruolo del giornalista che lo ingaggia è ricoperto in modo altrettanto superbo dall’attore tedesco Thomas Kretschmann, ma nessuno dei co-protagonisti fallisce nel renderci i propri personaggi e parte del merito va senz’altro alla sceneggiatrice Um Yoo-na, che ha saputo disegnare umanità a tutto tondo anche per quelli che incontriamo di sfuggita o per poche battute.

Una volta a Gwanju, il tassista è costretto a riconsiderare il proprio disinteresse per la politica: non è solo la telecamera di Jürgen Hinzpeter, sono i suoi occhi a vedere i soldati massacrare giovani e vecchi a bastonate, sparare su una folla inerme e poi prendere di mira chi tenta di soccorrere i feriti (la cifra finale degli assassinati non è ufficiale, le stime arrivano a circa 2.000 persone). Sebbene, scosso in ogni fibra e preoccupato per la figlia rimasta sola, dapprima abbandoni la situazione, una volta tornato a Seul da solo non riuscirà a restarci. Non passerà neppure da casa prima di dirigersi di nuovo a Gwanju. Il film ha molte scene memorabili, ma a me resterà impressa per sempre quella apparentemente banale della telefonata che il tassista fa alla sua bambina prima di tornare al fianco di Hinzpeter: “Papà ha lasciato indietro un cliente. – le dice cercando di trattenere le lacrime – Qualcuno che ha davvero bisogno di prendere il mio taxi.”

Ne ha davvero bisogno perché il filmato delle atrocità perpetrate a Gwanju deve raggiungere l’esterno, come promesso allo studente che i due là incontrano e che poi ritroveranno cadavere all’ospedale, come promesso ai tassisti della cittadina che – fatto storico – si mettono di mezzo fra la linea di fuoco e i dimostranti per permettere la rimozione dei feriti, come promesso alla folla di cittadini che li ha accolti e festeggiati e ha offerto loro cibo, sorrisi, ringraziamenti e applausi.

“Dietro a un ospedale – ebbe a scrivere il vero Jürgen Hinzpeter – parenti e amici mi mostravano le loro persone care, aprendo parecchie delle bare che giacevano là in file e file. Mai nella mia vita, neppure filmando in Vietnam, avevo visto una cosa del genere.”

E alla fine, nella realtà e nella fiction, il filmato riesce a passare l’ispezione doganale: è nascosto in una grossa scatola di biscotti avvolta in carta dorata e addobbata con fiocchi verdi come in uso per i regali di nozze. Un oggetto così vistoso da passare inosservato, una delle piccole efficaci commoventi astuzie che i protagonisti usano durante tutto il film per sfuggire a una violenza feroce e persistente, per sopravvivere e testimoniare. Maria G. Di Rienzo

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