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Posts Tagged ‘conformismo’

8 giugno 2020, da La Repubblica:

“Il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano decide di non partecipare a un confronto organizzato con sindaci ed esperti per discutere della ripartenza dopo la pandemia. Tavolo di lavoro virtuale al quale sono stati invitati a partecipare solo uomini. (…) “Me ne accorgo solo ora – scrive il ministro su Twitter postando la foto con l’elenco dei partecipanti tutto al maschile – è l’immagine non di uno squilibrio, ma di una rimozione di genere. Mi scuso con organizzatori e partecipanti, ma la parità di genere va praticata anche così: chiedo di togliere il mio nome alla lunga lista. Spero in un prossimo confronto. Non dimezzato, però.” (…) Il convegno è organizzato dall’Associazione Mecenate 90 che dal 1989 svolge attività di consulenza e di assistenza tecnica verso la Pubblica amministrazione nei settori della valorizzazione e gestione dei beni culturali, della promozione culturale, dello sviluppo locale, della pianificazione strategica.”

Non divento una fan dell’esecutivo in carica per questa notizia, ma quando qualcuno al governo fa cose giuste non ho alcuna difficoltà a riconoscerle: perciò, grazie al ministro Provenzano per non aver chiuso gli occhi. Immaginate, tra l’altro, il tipo di reazioni idiote del commentatore medio italico alla vicenda, oppure le avete lette / sentite, quindi mi astengo dal riportarle qui.

Si potrebbe definire quantomeno curioso l’atteggiamento di un’associazione che da 31 anni istruisce su cultura, sviluppo e pianificazione senza avvertire il bisogno di coinvolgere l’altra metà della popolazione, la quale poi dovrà comunque avere a che fare con le politiche o strategie suggerite e adottate. Da trainer l’ho già detto e lo ripeto: se i portatori di interesse primario (stakeholders) non sono coinvolti, qualsiasi iniziativa è compromessa in partenza – è proprio l’ABC, gentili “mecenati”.

Tuttavia, per quel che riguarda la presenza femminile e la qualità di tale presenza, non è difficile riconoscere che l’atteggiamento dei consulenti e assistenti tecnici di “Mecenate 90” è largamente condiviso nella società di cui fanno parte. Basta dare un’occhiata, per esempio, allo spazio D (Donna) proprio de La Repubblica; direttore e redazione devono essere convinti che alle donne tutta ‘sta roba di pubblica amministrazione e politica non interessa, perché secondo loro le nostre priorità sono queste:

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Dico: perché mai io donna dovrei avere interessi e opinioni sullo sviluppo locale o sui beni culturali, quando la mia vita è composta da gravidanza, nudità, nozze, trucco, sensualità e psicologia d’accatto?

Maria G. Di Rienzo

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feminism - monica garwood

(“Femminismo”, dipinto di Monica Garwood)

Gentile sig.a Francesca Sofia Novello, sono ormai venti giorni che la “vipperia” mediatica italiana ripete “la frase accusata di sessismo (che la riguarda) è stata fraintesa”, compreso chi l’ha proferita; venti giorni di battute stantie da parte di Fiorello (fate un passo avanti e lasciate stare Sanremo – perché sa, dipende solo da noi diventare presidenti di repubblica: non è che una composizione di votanti 30 f / 70 m – quando va bene – abbia peso, Amadeus sei diventato un mostro, Amadeus mi ha voluto perché sono bello, ecc.); venti giorni di “difese” del presentatore e di lei stessa da non si sa cosa, vuote di argomentazioni sensate e condite da una colata di ingiurie velate o esplicite a chi si è permesso di dire “questo scenario non mi sta bene”.

Anche lei ha reiterato più volte di non essere offesa, che il presentatore non è stato capito nel mentre capiva benissimo lei, che è stata semplicemente lodata perché vuole brillare di luce propria, eccetera. E in molte hanno spiegato, a lei e agli indignati e frementi vip, che la cosa andava oltre la sua persona e che la reazione era dovuta al desiderio di un cambiamento della rappresentazione femminile nella televisione pubblica: pagata anche dalle donne, che quindi pagano anche i compensi astronomici conferiti a conduttori e cantanti e figuranti della kermesse in questione – anche il suo.

Adesso esce la sua intervista rilasciata a Vanity Fair ove oltre a ripetere tutta la manfrina summenzionata lei dichiara:

“Sono stanca che molte donne parlino per me: perché nessuna donna che era lì in conferenza si è sentita offesa e tutte quelle hanno ascoltato da fuori sì? La verità è che ho smesso di farmi domande quando sui social venivo insultata e criticata proprio dalle donne, le prime che esaltavano il femminismo e parlavano di solidarietà e del bisogno di essere tutte vicine in una battaglia. Leggere commenti così cattivi e così frustrati mi ha fatto male. (…) Quello che non si dice è che questo femminismo, in merito a questa faccenda, io l’ho sentito cattivo, completamente in contraddizione con quello che professa. In queste settimane sono stata bullizzata sui social dalle donne, molto spesso madri di famiglia, in un modo che neanche s’immagina. Allora mi chiedo: è questo il femminismo di cui andare fiere?”

Che sui social media si scatenino senza freno idioti e maleducati di tutti i tipi e di ambo i sessi non mi sorprende (per quanto mi disturbi e mi dispiaccia, caso suo compreso), ma naturalmente qui il bersaglio deve spostarsi per guadagnare titoli e citazioni dell’intervista e nuovi articoli e non riguarda più le azioni di cui singole persone sono responsabili, ma un soggetto di cui lei sembra non sapere nulla: il femminismo, che infatti descrive accordandosi alla vulgata in auge – è cattivo, contraddittorio e professato da donne frustrate, niente di cui andar fiere.

Secondo lei questo “non si dice”? A me non risulta, perché leggo / sento cose identiche quotidianamente da quando avevo 14 anni (e da allora sono passate ere geologiche, era il 1973) e mi calpestavano o mi trascinavano in centrali di polizia durante le manifestazioni pro diritti delle donne. Il nostro impegno ha ottenuto diverse cose che sono andate a beneficio di tutte le donne, lei compresa, e il nostro impegno non è mai cessato ed è costante perché sessismo, discriminazione e violenza correlata sono vivi e vegeti: provi a fare una ricerca in merito alla biblioteca universitaria, visto che studia Giurisprudenza, perché oltre a non parlare per lei io non intendo posare da sua insegnante.

Non ho ne’ tempo ne’ voglia neppure per la “difesa non richiesta dalla modella 26enne”, difatti tutto quel che ho scritto a proposito della sua persona è che se a lei il quadro dipinto da Amadeus stava bene la cosa era del tutto legittima e non discutibile ne’ da me ne’ da altre/i.

La sua intervista include anche questi passi:

1. “Mi fa male quando si limitano a giudicarmi solo esteriormente ignorando completamente che dentro di me c’è tanto altro. Se mi conoscessero scoprirebbero che ho qualcosa da dire, che ho un cervello e delle idee (…)”

Lo capisco, tuttavia la professione che lei ha scelto consiste proprio nell’essere “giudicata solo esteriormente”: le modelle sfilano in passerella, posano per servizi fotografici, salgono sui palcoscenici attorniando l’uomo importante di turno (presentatore o stilista) e sorridono. Conoscerle di persona per sapere chi sono accade di rado e comunque non è richiesto dal mestiere. Certamente come ogni essere umano lei ha un cervello e delle idee, comprese quelle assai fuori contesto sul femminismo, e dubito che qualcuna/o lo abbia negato.

2. “Da quando dire che una donna è bella significa dire che è scema? (…) Perché una frase porta a tutto questo putiferio e non si affronta con la stessa energia la questione delle donne che vengono picchiate e discriminate in Italia e nel mondo tutti i giorni?”

La menata della “bella e scema” non l’ha creata il femminismo, sig.a Novello, è uno dei tanti stereotipi della misoginia patriarcale gettati addosso alle donne, proprio come quello della femminista brutta, feroce e frustrata. Conoscere le donne ai sessisti non interessa un fico secco: sono belle o non sono belle, sono scopabili o no, ma restano creature inferiori che possono “essere picchiate e discriminate in Italia e nel mondo tutti i giorni”.

La nostra energia nell’affrontare la questione, che con l’imposizione alle donne dei canoni di bellezza e comportamento purtroppo ha molto a che fare, come le ho già detto è costante, diffusa e tenace: siamo noi a tenere in piedi le reti antiviolenza, siamo noi a scendere in piazza, siamo noi a fare richieste alla politica, siamo noi a fare pressione in sedi internazionali, siamo presenti in pratica ovunque con associazioni o gruppi di lavoro e siamo noi quelle che cercano di cambiare il modello culturale in cui la violenza di genere nasce e prospera. Per cui, noi abbiamo contestato quello stesso modello riproposto nella conferenza stampa a cui lei ha partecipato.

Ma se lei la nostra energia la misura da quel che ne appare in tv o sui quotidiani del mainstream ovviamente non sarà in grado di individuarla e valutarla. Il lavoro del femminismo non ottiene la stessa attenzione del suo fidanzato, di Sanremo e delle modelle. Figuriamoci.

Maria G. Di Rienzo

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neanche da qui

(… si vede la vastità di quello che me ne importa)

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Sono notizie (?) importantissime (???) spesso accalcate negli “spazi donna” dei giornali con l’implicazione che si tratti di ciò a cui le donne sono interessate. Simbolicamente chiedono una risposta a chi legge.

Va bene, da una donna, eccola qui:

E CHI SE NE FREGA.

Maria G. Di Rienzo

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Probabilmente la direzione di “Ernst and Young”, uno dei più grandi studi di consulenza e revisione fiscale al mondo – 270.000 dipendenti, non aveva capito bene. Quando chiediamo di affrontare la discriminazione e la violenza di genere nel mondo del lavoro e di cancellare la cultura sessista che produce entrambe, non è necessario improvvisare interventi, rovinarsi la reputazione e finire sulle pagine dei giornali in tutto il mondo (a partire dall’articolo di Emily Peck, HuffPost) ad ulteriore proprio discredito: ci sono ovunque ricercatrici, docenti, trainer, attiviste femministe che possono efficacemente spiegarvi la faccenda e organizzare seminari per voi.

foto di isabella carapella per huffpost

I ritagli che vedete qui sopra vengono invece dalle 55 pagine di indecenti stupidaggini che EY ha somministrato alle sue impiegate, con lo scopo dichiarato di “potenziare” la loro posizione all’interno della ditta. In sintesi, a queste donne è stato detto e ripetuto e reiterato che se c’è un vero problema sul lavoro… sono loro stesse. E il solo modo per avere successo è incarnare ogni stereotipo sessista prescritto al loro sesso:

Devono essere attraenti, ma non troppo attraenti.

La presentazione incoraggiava le donne ad apparire “ordinate”, con “un buon taglio di capelli, unghie curate, abbigliamento ben rifinito adatto al tipo di corpo”: ma attenzione a non “sbandierarlo”, quel corpo, e a non “mostrare pelle”, perché “a causa del sesso” gli uomini si deconcentrano.

Non devono essere troppo aggressive o schiette.

Per esempio, per parlare con un uomo è meglio sedere incrociando le gambe e posizionandosi ad angolo rispetto a lui, altrimenti il bonobo signore ti percepisce come “minacciosa”… ma non parlargli comunque durante gli incontri ufficiali, anche il confronto diretto è “minaccioso” per lui, perciò avvicinalo prima o dopo (con un casco di banane pronto in borsa per ammansirlo, aggiungo io).

Devono ricordare sempre di essere inferiori.

Alle partecipanti, durante un giorno e mezzo di seminario, è stato detto una dozzina di volte che “i cervelli delle donne sono più piccoli del 6% all’11% di quelli degli uomini” (ma non che la scienza non attribuisce a questo dato una minorazione o una diversificazione delle funzioni cerebrali) e inoltre sono fatti come “le frittelle”: assorbono informazioni a guisa di sciroppo (letterale) e hanno perciò “più difficoltà a mettere a fuoco le questioni”. Per contro, i meravigliosi cervelli maschili sono fatti come “i wafer” e collezionano informazioni in ogni “quadratino” della superficie del biscotto, concentrandosi assai meglio. La dominazione maschile, come vedete e come è attestato nel documento, ha le sue solide basi biologiche… purtroppo sconfessate in pieno da ogni biologo degno di questo nome: la presentazione del seminario, invece, l’ha scritta un pasticcere.

Comunque, qual è il dovere più importante in assoluto per una donna che voglia avanzare sul lavoro? “Segnalare all’esterno di essere in forma”, cioè rispondente ai criteri vigenti di scopabilità. Competenze, abilità, passione, studi, impegno – niente di tutto questo ti otterrà una promozione, carina. E stai sicura che anche se segui le prescrizioni idiote di cui sopra non la otterrai comunque: quando invece protesterai per le mani addosso e i rimarchi volgari ti chiederanno di dar conto dell’abbigliamento troppo rifinito e delle unghie troppo curate (eri vistosa) e dell’atteggiamento servile (eri d’accordo). Empowering, eh?

Maria G. Di Rienzo

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fiori nel cestino

La nostra cultura, in generale, non ci insegna a vedere gli altri come individui complessi (che hanno più caratteristiche) ne’ come titolari degli stessi nostri diritti umani (uno dei quali è il diritto a non subire violenza, fisica – verbale – psicologica ecc., in assoluto e meno che mai in relazione a una o più d’una delle nostre caratteristiche).

Invece, ci insegna a guardare le persone attraverso la lente di ciò che è normativo per la nostra epoca: attribuiamo valore agli altri esseri umani basandoci sulla loro capacità di conformarsi a determinati standard fissati socialmente e sulla loro capacità di fornirci oggetti / comportamenti per noi vantaggiosi – denaro, beni di consumo, relazioni sociali, sesso, legittimazione fanno tutti parte del quadro.

Per le donne gli standard da raggiungere passano per vie strettissime come le taglie che devono indossare. Poiché non sono viste come completamente umane, meritano di base ancor meno considerazione e rispetto.

Perciò l’episodio in cui il presidente della Regione Campania definisce una consigliera regionale “chiattona” “che disturba anche quando sta a centro metri di distanza”, appare in cronaca il 24 marzo scorso solo in virtù dello scenario, che è quello della politica istituzionale. Nella vita quotidiana uomini insultano donne in questo modo di prassi, ovunque, con la piena validazione sociale che conferisce loro il superiore status di “giudici” di ogni essere umano di sesso femminile. Il presidente De Luca fa in aula quel che i suoi simili fanno in casa, in ufficio, per strada, al bar e su internet; “bambolina” (Virginia Raggi) o “chiattona” (Valeria Ciarambino) esprimono la consuetudine – rinforzata dagli ossessivi messaggi passati tramite media – con cui si ricorda alle donne che hanno solo due caselle a disposizione: “belle e stupide” o “brutte e stupide”.

Gran parte delle rimostranze mosse a De Luca per l’episodio da altri politici di sesso maschile hanno mero carattere strumentale: alcuni di essi hanno addirittura all’attivo comunicazioni pubbliche che grondano lo stesso identico sessismo rilevato nell’atteggiamento del presidente della Regione. Per cui non preoccupatevi, nessuna minaccia allo status quo: oggi difendiamo la “nostra” Valeria e domani ricominciamo a insultare Laura Boldrini con identiche modalità.

Infine, la decisione di De Luca, comunicata via Twitter, di mandare “a Valeria un mazzo di fiori sperando che la prossima volta lasci parlare chi fa un’intervista senza coprirci con le sue grida” dice con chiarezza che il signore continua a iscriverla nella medesima cornice stereotipata. A un eventuale Valerio, il signor De Luca avrebbe indirizzato delle scuse formali. Ma si sa: per placare una donna dopo averle tirato in faccia escrementi basta seppellire questi ultimi in un cesto di rose e gladioli. Siamo creature semplici e dolci, dopotutto, belle o brutte ma sempre, sempre, sempre indegne di rispetto. Maria G. Di Rienzo

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(“Respectability Politics: A Bane of Zimbabwean Women’s Organising?”, di Anthea Taderera – in immagine – per HerZimbabwe, 23 gennaio 2015. Trad. Maria G. Di Rienzo. Anthea è, nelle sue stesse parole “un’orgogliosa femminista cristiana, un’avida lettrice e un’amante del cibo”. E’ anche un’avvocata e sta lavorando per aprire uno studio legale che si occupi in particolare di diritto di famiglia e normative che riguardano le donne.)antheaCredo che molte persone dovrebbero aver familiarità con la politica della rispettabilità, perché essa è correlata ai neri americani o al movimento LGBT. Vorrei, tuttavia, aggiungere i neri africani al mucchio e portare una dinamica leggermente diversa.

I neri africani non sono una minoranza numerica nei nostri paesi, ma noi tendiamo ad essere in secondo piano in termini di potere quando abbiamo a che fare con corporazioni transnazionali e nazioni occidentali. In più, le nostre esperienze recenti in materia di colonialismo e neo-colonialismo mostrano che stiamo ancora invischiati con la politica della rispettabilità in differenti aspetti dei nostri spazi privati e pubblici.

I principi base delle politiche della rispettabilità si accentrano su un gruppo dominante di persone che considerano un determinato raggruppamento inferiore ad esse per mentalità, atti e morale. Perciò, dichiarano che tale segmento della popolazione non è titolato agli stessi diritti di base o alla dignità umana.

Il gruppo oppresso non è ovviamente contento dello status quo e decide che dimostrerà al gruppo dominante che si sbaglia, non solo promuovendo gli stessi standard morali a cui il gruppo dominante aderisce, ma attenendosi ad essi e incoraggiando altri all’interno del segmento oppresso a fare lo stesso. In questo modo diventerà evidente che il gruppo dominante non ha ragione di temere nel trattare gli appartenenti al gruppo oppresso come persone.

Durante la nostra storia coloniale numerosi stereotipi furono fatti circolare sulla natura dei neri africani, fra cui quello popolare dell’africano pigro, rumoroso e generalmente amorale. Questo africano costruito non era, naturalmente, degno di inclusione nelle strutture di potere della società.

La politica della rispettabilità asseriva che tale posizione era in essenza un fraintendimento, e che se noi fossimo riusciti a lavorare più duramente e a cambiare i nostri comportamenti culturali sino a che essi uguagliassero a sufficienze le norme (puritane) dei coloni, allora avremmo avuto un qualcosa su cui appoggiarci mentre rendevano note le nostre doglianze.

La politica della rispettabilità dice che se tu partecipi a una discussione essendo qualcosa di meno dell’immagine della perfetta virtù che una società data attualmente approva, non hai qualifiche per reclamare i benefici dell’umana decenza e della sicurezza.

La politica della rispettabilità si finge anche rivoluzionaria, ma in realtà è solo un’interiorizzazione di un complesso di inferiorità accoppiato all’accordo sull’operare all’interno dei parametri stabiliti, così da non offendere le sensibilità dello status quo.

Questa strategia, essenzialmente, porta alla riforma del minimo indispensabile perché è compromessa nel peggior senso possibile.

Ciò che io trovo particolarmente preoccupante è il modo in cui diversi tipi di attivisti continuano ad affidarsi alla politica della rispettabilità per andare avanti. Ho in mente, nello specifico, persone coinvolte nel movimento delle donne.

Noi ci troviamo spesso in situazioni davvero precarie, dove non vogliamo squalificare il nostro pensiero prima di essere udite parlare. Perciò, cosa facciamo? Politiche a parte, c’è la tendenza a livellare il nostro appagamento, effettivo o percepito, a ciò che il nostro patriarcato considera essere i requisiti di una buona e virtuosa femminilità.

La nostra politica corrente della rispettabilità prescrive che, prima di poter tirar fuori i diritti delle donne, noi si sia viste come buone mogli che soddisfano tutti gli obblighi ascritti ad una moglie, dobbiamo essere buone madri, dobbiamo essere sottomesse a sufficienza e non apertamente interessate alla riforma culturale.

Riguardo a quest’ultima, non dobbiamo mettere troppo in questione pratiche come roora e lobola (Ndt.: due forme di “pagamento” della sposa). Ne’ dobbiamo impegnarci in critiche che possano essere viste come patrocinio di valori stranieri (spesso occidentali). In effetti, dobbiamo mostrarci mentre camminiamo sulla linea del puritanesimo inserita dal colonialismo, molto bene, nella nostra cultura africana e apparire felici di farlo per poter sostanziare il nostro essere africane.

Con questo non sto dicendo che ci sia qualcosa di sbagliato nell’essere una moglie e o una madre, dico invece che è problematico il continuare ad implicare il tuo fallimento rispetto alla tua femminilità africana se non rivesti questi ruoli. Con l’ulteriore implicazione che a causa di ciò tu non sei degna di essere ascoltata.

Per poter fare esperienza della legittimazione da parte del patriarcato noi non dobbiamo solo essere virtuose, ma dobbiamo mostrare che lavoriamo assai duramente e dobbiamo sembrare abbastanza grate di essere in spazi pubblici. Preferibilmente dovremmo tirar fuori la decadenza morale ed essere molto rumorose al proposito.

Quando accettiamo l’idea che i diritti vadano guadagnati o necessitino di essere garantiti da un’istituzione patriarcale, allora accettiamo anche che queste stesse istituzioni patriarcali abbiano il diritto di riprenderseli. E dobbiamo star sempre in guardia, perché chi ha potere potrebbe decidere che non gli piace come sei diventata, con i diritti, e farti tornare ai giorni gloriosi del tuo assoggettamento.

Non resta spazio per l’identità individuale e quando la percezione della virtù è livellata allo scopo di ottenere l’accesso ai diritti, i diritti che sono concessi sono visti come appannaggio della classe delle “meravigliosamente virtuose”. Un nuovo conformismo è richiesto, un conformismo che è, in essenza, un rifacimento di strutture oppressive patriarcali ma con una nuova vernice: tieni fede alla tua parte nell’accordo e assicurati che la società non imploda.

I diritti ottenuti tramite la politica della rispettabilità hanno incorporata la clausola del buon comportamento, e dove c’è questa clausola dev’esserci controllo per assicurarsi che nessuno sia di nocumento alla causa. Ci diamo l’un l’altra intrusivi consigli non richiesti su come mantenere l’apparenza della virtù. Non è solo per il tuo bene, è per il bene di tutte. Il modo in cui vivi la tua vita diventa materia di pubblico dibattito, come se tu stessi abusando dei diritti concessi in modo così magnanimo dal patriarcato e, nel farlo, provando che i vecchi sostenitori dell’egemonia patriarcale hanno ragione.

Il biasimo delle vittime diventa non solo accettabile, ma necessario. Se la persona soggetta ad un crimine manca di soddisfare gli standard imposti dal patriarcato – non risponde al criterio di “rispettabilità” – la società ha titolo per scaricarla. Ciò significa non solo che la vittima è sottoposta a giudizio, ma che ogni richiesta di riforma della società è sottoposta a dileggio. La società può dire in buona coscienza che la persona si è causata danno da sé, perché non stava seguendo le linee guida raccomandate per la sicurezza.

Un esempio particolarmente pertinente si è dato ad Harare: quando una donna vestita in modo non condonato dal patriarcato (nel caso, una minigonna) è assalita in spazi pubblici, la questione viene riformulata come il suo fallimento nell’attenersi alle norme sociali, mentre la questione reale è il disprezzo della sua autonomia corporea. In più, per assicurare che nel tuo lamentarti del trattamento tu non includa il chiedere alla società di portare un fardello che è tuo e solo tuo, la porta è lasciata aperta a domande intrusive e assolutamente irrilevanti, che cercano di sminuire il danno da te subito. L’esempio classico è: “Cosa indossavi quando sei stata stuprata?”

Quel che abbiamo bisogno di fare, nei nostri movimenti, è considerare le donne un gruppo non omogeneo. Dobbiamo chiederci costantemente se il nostro femminismo è intersezionale o se stiamo sacrificando un po’ di donne in cambio di diritti condizionati. I nostri piani sono problematici se pensiamo che una classe di donne non sia degna di individualità. Ciò significa anche che dobbiamo cercare voci e collaborazioni da donne con un bagaglio culturale differente. Il punto non è avere rappresentazioni simboliche, ma piuttosto connessioni costruite sul dialogo e sulla solidarietà.

Il movimento delle donne deve stare attento all’esclusione o all’inclusione forzata, ma deve avere una visione di progresso. Con la politica della rispettabilità si guadagna poco. Dobbiamo smettere di guardare al patriarcato affinché legittimi le nostre azioni e le nostre richieste.

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cult members

Come si riconosce un Culto moderno? Facilissimo.
Il Guru ha sempre ragione
Lui, la sua organizzazione e i suoi insegnamenti sono sempre nel giusto. Sono al di sopra delle critiche e dei rimproveri.
Il Guru sa qualcosa che tu non puoi arrivare a conoscere da solo, tramite ordinari canali di informazione. Se accetti la sua autorità e segui i suoi insegnamenti, ti farà accedere a questa verità nascosta.
Alcune domande, però, sono off limits, come quelle sulla coerenza fra la vita personale del Guru e le sue affermazioni dottrinali. Ogni dubbio sul Guru dimostra solo la tua inadeguatezza (a dir poco) o la tua appartenenza ad una delle forze del male che tentano di ostacolare il suo sacro cammino. Il Guru deve essere adorato e obbedito.
Linguaggio di gruppo
Il Culto ha il suo proprio gergo. Inventa nuova terminologia o eufemismi, ridefinisce parole comuni attribuendo loro significati differenti e ha un numero variabile di slogan che usa come pietre tombali per elaborazioni critiche/discussioni. “Caricare” in questo modo il linguaggio ha una lunghissima storia. Lewis Carroll, in “Attraverso lo Specchio” descrive il processo in modo egregio:
“Quando io uso una parola” disse Humpty Dumpty in tono piuttosto sprezzante “questa significa esattamente quello che decido io… ne’ più, ne’ meno.”
“Bisogna vedere” disse Alice “se lei può dare tanti significati diversi alle parole.”
“Bisogna vedere” disse Humpty Dumpty, “chi è che comanda… è tutto qua.” (cit. da Oscar Mondadori, pag. 203).
Ma gli esempi del suo uso possono essere piuttosto sinistri: il gas che uccideva nei campi di concentramento, il famigerato Zyklon B, era chiamato “materiale per la risistemazione degli ebrei”; mandare dissidenti e oppositori al lavoro coatto in condizioni di schiavitù suona molto rispettabile se lo chiami “rieducazione”, come il definire una guerra “azione di polizia internazionale”… purtroppo, la sostanza della violenza non cambia.
Il gergo del Culto ridefinisce e reinterpreta qualsiasi cosa in modo conveniente al Culto stesso. Se provi ad indicare gli errori logici o l’inconsistenza in un discorso del Guru, fra le ondate della slavina di insulti che ti travolgerà troverai anche la risposta: “Non hai capito. Quello che vuole veramente dire è…”, e la frase proseguirà nel ridefinire e reinterpretare sino a che il pensiero del Guru sarà degno di Premio Nobel per la Pace, anche se la frase da te contestata era: “Uccideremo i nostri nemici nel ventre delle loro madri.”
Pensiero di gruppo, soppressione del dissenso, conformità coatta
Il Culto ha risposte standard adattabili praticamente a qualsiasi questione, che i membri devono ripetere a pappagallo. All’interno del Culto il pensiero critico è scoraggiato, in special modo se diretto al Guru: è automaticamente un errore, proprio perché a lui diretto, e non se ne esce. (Vedi regola n. 1 – Il Guru ha sempre ragione) Lodi pubbliche al Guru, poesie – elegie – peana per il Guru sono per contro, automaticamente, cose giuste e meritevoli di lode e di avanzamento in seno al gruppo.
I commenti critici o le domande spinose ricevono le seguenti etichette: odio, moralismo, bigottismo, pregiudizio, dietrologia, agenda occulta del male. Domanda: “Perché il vostro gruppo… (quel che volete)?” Risposta: “Perché ci odii?” Il Culto non è mai oggetto di giudizio, ma quel che le persone dicono del Culto determina un giudizio su di esse: buone quelle che ne dicono bene, cattive quelle che ne dicono male.
Il Culto ha un forte disprezzo per l’intelletto e l’umana intelligenza – e cioè per ogni tentativo di pensiero indipendente: tant’è che sovente usa la parola “intellettuale” (e tutti i suoi sinonimi) come insulto. La ragione è semplice: un pensiero critico e analitico è una minaccia ai precetti del Culto. Tali dogmi crollerebbero se sottoposti ad un esame razionale, perciò è meglio ridicolizzare chi lo pratica definendolo “professorone” o “maestrina”.
Pensiero di gruppo significa in realtà niente pensiero del tutto: è limitato al ripetere le parole chiave e gli slogan e a seguire il programma determinato dal Guru.
Nessuna via d’uscita
Non c’è alcun modo onorevole o adeguato per abbandonare il Culto, punto e basta. Lasciare il gruppo è fallire, morire, essere sconfitti dal male ed essere rubricati immediatamente come voltagabbana traditori e nemici. Alla domanda “Perché se ne sono andati?”, le risposte saranno:
Perché sono deboli, malvagi, egoisti, stupidi.
Perché si sono venduti.
Perché non hanno seguito le procedure in modo corretto.
Perché non hanno resistito alle tentazioni.
Perché stavano con noi solo per interesse.
Perché non sono mai stati veramente parte del gruppo.
Perché erano infiltrati che volevano distruggere il nostro movimento.
Eccetera. La frase finale, di solito, è: Stiamo davvero meglio senza di loro e la loro cattiva influenza.
In genere, il Culto proibisce ai propri membri il contatto con questi “fuoriusciti”. Il Guru li giudica schifosi malvagi che devono essere ostracizzati ed oscurati. Si tratta di un atto auto-conservativo del tutto comprensibile: il Guru non desidera che ai suoi seguaci siano dette cose che potrebbero scuotere la loro fede.
L’effetto che tale attitudine ha sui membri del Culto è quello di una potente minaccia psicologica: non si tratta di un vago e remoto “Brucerai all’inferno dopo la morte”, ma di un concreto e immediato: “Non abbiamo più nulla a che fare con te, sei completamente tagliato fuori, quelli che chiamavi amici non sono più tali.” Poiché spesso per i membri di un Culto le relazioni più significative sono interne al Culto stesso, l’individuo così bollato è costretto a pagare un alto prezzo emotivo in termini di solitudine e umiliazione. “Chi la pensa come lui può andarsene.”, aggiungerà il Guru senza aver neppure bisogno di indicare le conseguenze, perché lo svergognamento del “dissidente” è pubblico, sotto gli occhi di tutti.
Irrazionalità
Il Culto ha credenze illogiche o superstiziose che è proibito/sconsigliato discutere: i membri del gruppo devono accettarle con ingenuità infantile e semplicemente aver fiducia in quanto il Guru dice loro, non importa quanto improbabili, irrealistiche o oltraggiose siano le sue parole. Il Culto potrà persino rimproverarli di star danneggiando il movimento e gli altri suoi membri, se si permettono di dire che (ad esempio) sul complotto delle scie chimiche hanno qualche dubbio. L’effetto “lavaggio del cervello” in molti casi è il risultato di uno sforzo compiuto a livello individuale dall’aderente al Culto; quando il dubbio lo tormenta, si ripete con ostinazione: “Ho trovato la verità, sto seguendo la verità. Non importa quel che il resto del mondo può dire, io ho trovato la verità!”
Attacchi personali in risposta alle critiche
Chiunque eccepisca al Guru, al Culto o ai suoi dogmi è attaccato a livello personale. Piuttosto che discutere in maniera onesta e intelligente del merito, usando i fatti e la logica, i membri del Culto preferiranno l’aggressione alle persone: insulti, diffamazioni, disprezzo condiscendente, minacce velate o esplicite, offese a sfondo sessuale, accuse di bieche motivazioni ulteriori e nascoste, e dubbi sulla sanità mentale, l’onestà, la buona fede e l’intelligenza dei critici.
Sei solo un bugiardo, uno stupido, un fattone, un ubriaco, uno stronzo, una puttana…
Chi ti paga?
Non sai di cosa stai parlando.
Sei solo un ignorante che non capisce il Guru.
Sei un comunista, un socialista, un nazista, un piddino…
Sei brutta e nessuno ti scopa.
Il fondatore di Scientology, L. Ron Hubbard, era solito istruire i suoi seguaci ad attaccare i critici in ogni modo possibile, indagando sulle loro vite e cercando di scoprire crimini e segreti “sporchi” da usare contro di loro e: “Se non riuscite, scavando, a tirar su nessun tipo di spazzatura, inventate qualcosa. (…) Attaccate al loro primo respiro. Non aspettate mai. Non parlate mai di noi – solo di loro. Usate il loro sangue, il sesso, il crimine per avere i titoli in prima pagina.”
La maggior parte della gente comune è in grado di tollerare una critica al proprio leader politico o religioso, i membri del Culto no. Le loro reazioni al minimo appunto fatto al Guru sono sproporzionate, esagerate, isteriche e fuori tema. E’ nella loro natura da “veri credenti” non avere spazio per il dubbio; è bianco o nero, tutto o niente, noi-contro-di-loro. Perciò attaccano irrazionalmente chi si permette un solo accenno di dissenso, preferendo la certa semplicità (certezza sempliciotta) all’incerta complessità: le sfumature non fanno per loro.
Insistenza sul fatto che il Culto è l’unica via
Noi siamo speciali. Noi siamo diversi. Noi siamo “il nuovo”. Noi siamo il futuro. Noi abbiamo la nuova tecnologia. Noi abbiamo la panacea che salverà il mondo. Noi siamo in grado di costruire il Paradiso in Terra. Noi siamo unici: gli altri sono vecchi, sono noiosi, sono bugiardi, sono delinquenti, sono marci, sono morti (o devono morire)… C’è un solo modo per lavorare con noi: diventare uno di noi.
Pseudo-democrazia
Ognuno può dire la propria opinione. Nei raduni pubblici è consigliato persino urlarla a squarciagola. Occasionalmente si vota per qualcosa. Ma la tua opinione e il tuo voto e i tuoi strilli non contano niente e non cambieranno nulla, perché a prendere le decisioni sono il Guru e il suo ristretto circolo di fidati (che sono “più eguali” degli altri…). Prova a contestare questo, e vediamo quanto resti nel gruppo. Data la mentalità da assedio costante del Culto, diventerai un disertore bastardo infedele nel giro di mezza giornata.
Occhi a piattino
E’ un effetto collaterale della fede nel Guru che non tutti sperimentano, ma che rende chi ne fa esperienza una vera seccatura ambulante. Si tratta di una sorta di euforia irrazionale che si esprime con iperbole, maiuscole e punti esclamativi ripetendo a chiunque incontri, voglia costui ascoltare o no, quanto Guru è il Guru:
Il più grande leader vivente!
La nostra Testa, senza cui noi, il Corpo, non esisteremmo!
L’uomo più meraviglioso che ci sia!
La mia vita è cambiata grazie a te, o Guru inarrivabile!
E’ un Miracolo!!!

Associated Press Photo - 1971

Gli occhi di questi euforici membri del Culto sono leggermente dilatati ed esprimono una certa fissità. Si animano, traboccando di lacrime, solo davanti ad un’immagine del Guru. In presenza del Guru in carne ed ossa, possono anche svenire, ma non appena si riprendono scrivono una poesia sull’illuminante incontro.
E tutto questo, dite un po’, vi ricorda qualcuno o qualcosa?
Maria G. Di Rienzo, aka Vecchiaccia Wiki (al vostro servizio)

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