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my body my rules

(Il MIO corpo, le MIE regole)

Non sarò breve: per cui mettetevi comode/i oppure passate ad altro. Ieri l’HuffPost pubblica in una delle sue rubriche una lettera a cui dà il titolo “Il dovere della bellezza”. La scrive, secondo la sua stessa presentazione, “Marta Benvenuto, 35 anni, 110 e lode in Filosofia, senior digital marketing analyst”. Alcuni brani del testo (le sottolineature sono mie):

“Il 25 aprile la gente cantava dai balconi ‘Bella ciao’. Nei 200 metri concessi allora per una passeggiata sono passata sotto un balcone dal quale un ragazzo cantava ‘Bella ciao’. Complice il 25 Aprile l’ho guardato e gli ho rivolto un ampio cenno di saluto. Poi ho visto un gatto dietro a un cancello e sono andata lì. Intanto continuava a suonare ‘Bella ciao’. Guardavo il terrazzo, c’era il ragazzo, una ragazza, una birra. Ero felice.

E mentre il partigiano moriva cento e cento volte per la libertà il ragazzo ha gridato dal terrazzo: ‘Ehi culona! Puttanona! Tu col gatto guarda che culone da puttanone!’. Io non ho detto niente. I 200 metri che mi erano sembrati così pochi sono diventati infiniti. Improvvisamente non c’è stato altro da sapere di me, non è rimasto altro di me, solo il mio culo grasso. Mi sono arrabbiata per non aver risposto.

Perché noi abbiamo il dovere d’essere belle. Prima d’essere brave o buone. E poi, quando siamo belle, d’essere puttane o frigide. E quando siamo bionde stupide. E quando siamo stupide almeno educate. E quando siamo ricche d’essere passate sotto qualche tavolo, quando siamo giovani di ascoltare e quando siamo vecchie di scomparire. E quando non vogliamo compagni d’essere lesbiche, e quando siamo lesbiche d’esserlo sotto i vostri occhi di maschi, solo per il vostro piacere, mai per il nostro.

E quando vogliamo godere il dovere di fare figli, quando li facciamo il dovere di non pesare sul nostro padrone e capo. Di rientrare in un cassetto costruito da un uomo per noi. Un cassetto di soli doveri. Che a un uomo non sono richiesti, mentre può essere brutto, stupido, ricco, scapolo, vecchio, sterile e tante altre cose per le quali non esiste nemmeno un corrispettivo declinato al maschile. Questi stessi uomini hanno il potere di giudicarci e noi, il dovere di tacere.

Noi dobbiamo vergognarci anche della vostra stupidità. Voi dovete solo vivere, senza nemmeno la decenza di lasciare in pace i partigiani morti, fascisti che non siete altro, fascisti dentro, che non vi meritate ‘Bella ciao’. Me la merito io, io che posso fare qualunque cosa, anche ingrassare, se mi va.”

I commenti (di molti uomini) sono impagabili: ha generalizzato, le persone così sono una minoranza malata di mente e bisogna solo compatirli, con gli stupidi è meglio tacere, adesso mi vergogno di essere un uomo ma non capisco perché Gesù non ha voluto la parità di genere fra gli apostoli (dopo questa stronzata si sente un genio, capite), non scambiamo l’ironia (???) per il mondo reale. Ovviamente, Marta: sono tutti fuori bersaglio. Lei ha ricevuto l’aggressione, ha dettagliato la mera realtà delle vite delle donne – e le vittime sono loro. Se mi permette, un po’ distante dal fare centro è anche lei quando si premura di far notare “Mi alleno molto, pochi uomini riescono a starmi dietro”. E’ una sua scelta e spero che si diverta nel farlo, ma a chi legge appare come una giustificazione: guardate che sono già una di quelle a posto, perciò non venite a consigliarmi nutrizionisti e palestre.

Comunque, la lettera mi serve qui come incipit e ne ringrazio l’Autrice. Quel di cui voglio parlarvi è il culo grasso. Proprio.

Il dovere di essere “belle” e “in forma” – ove la bellezza e la forma sono costrutti ideali che trovano validazione solo nello sguardo maschile – si nutre del fanatismo che circonda il peso corporeo, soprattutto il peso delle donne, alcune delle quali non hanno atteggiamenti così diversi da quelli dei farabutti che si sentono autorizzati a insultare sconosciute dai balconi con tutto lo spettro delle prescrizioni patriarcali a sostenerli: pensano di essersi guadagnate la bellezza/magrezza con il duro lavoro, la palestra, il centro benessere, l’estetista e la parrucchiera e il trucco copiato dall’influencer di turno, contando le calorie e piangendo davanti allo specchio… perché diavolo voi dovreste spassarvela quando loro soffrono ogni giorno per somigliare a x o y? E’ solo giusto, solo normale che dobbiate tollerare il loro odio insensato. In più, quando maschi (in stragrande maggioranza) e femmine vomitano la loro schifosa cascata di offese e ingiurie hanno il coraggio di tirare in ballo la vostra salute, di cui non sanno un piffero ma su cui possono ripetere a oltranza tutte le minchiate che hanno letto e sentito in giro. Perché la guerra al culo grasso è fatta di propaganda.

In caso non sia chiaro: si spremono miliardi dalla truffa del “grasso mortale” e dell’ “epidemia di obesità” (che non esiste). La cultura della dieta è una truffa, tanto più che sempre più studi stanno dimostrando che la perdita di peso non migliora i biomarcatori della salute. Sin dal 2002, ricerca dopo ricerca, salta fuori questo: le persone grasse con problemi cardiaci o renali, diabete, polmonite e varie malattie croniche se la cavano meglio e vivono più a lungo di quelle con le stesse patologie e peso cosiddetto “normale”. Certo, a meno che a forza di sentirsi urlare che sono schifose e rivoltanti si buttino sotto un treno, o si sottopongano a interventi chirurgici che le uccideranno più alla svelta.

Ma che dico mai, questo o quella non sono dimagriti con la dieta? Sì, e le probabilità che hanno di mantenere la perdita di peso per cinque anni o più sono le stesse del sopravvivere alla metastasi del cancro al polmone: 5 per cento. Auguri.

Non sono notizione che vi dò io tirandole giù dal cielo assieme alla Luna. I medici, persino quelli che vogliono far finta di niente, le conoscono. Sanno che affamarsi, perdere peso, riguadagnare peso e rimettersi a dieta sono azioni causa di malattie cardiache, resistenza all’insulina, alta pressione sanguigna e aumento di peso a lungo termine. Sanno che la mortalità più bassa si registra in individui classificati “sovrappeso” o “leggermente obesi” dal Body Mass Index.

Nella realtà, non nei sogni dei nutrizionisti da palcoscenico o da social media, il 97% delle persone dimagrite riguadagna il peso perso e ne aggiunge un po’ entro tre anni. Se il dietologo di grido vi sbandiera le sue “ricerche” lasciate pur perdere i parametri scientifici di controllo (è raro che li abbiano) e chiedetegli solo di dimostrare che esse hanno seguito le persone oltre lo spartiacque dei tre anni: se la risposta è no mandatelo a zappare, affinché faccia meno danni.

Il giudizio sul culo grasso è morale, non clinico. E trattare il dimagrimento come imperativo morale sostiene la violenza sistemica contro le persone grasse, in tutte le sue forme.

“La chirurgia bariatrica è una barbarie, ma è il meglio che abbiamo.” ha dichiarato David B. Allison, docente universitario di biostatistica. Il meglio che abbiamo ha come effetti malnutrizione, blocchi intestinali, disordini alimentari, infezioni e morte. Non male. Storicamente, prima di amputare o legare lo stomaco agli schifosi pigri che si ingozzano da mane a sera (nell’abominevole immaginario creato ad arte) la “medicina” ha prescritto loro altre “cure”: il lockdown meccanico delle mascelle, per esempio. Se queste merde persone non possono aprire bocca mica possono schiaffarci dentro la fetta di tiramisù, giusto? E che dire delle operazioni chirurgiche al cervello per infliggere salutari lesioni all’ipotalamo? Perché ai “ciccioni” è stato fatto anche questo.

Poi c’è chi dirà di essere in grado di provare che i medicinali per la perdita di peso sono sicuri ed efficaci. Il fen-phen? Buonissimo! Ha danneggiato irreparabilmente le valvole cardiache solo a un terzo delle persone che l’hanno preso. L’orlistat? Una figata! Rovina il fegato e dona il brivido di incontrollabili evacuazioni a tutti. Sibutramine, dite? Splendido! E’ solo che non si fa in tempo a dimagrire per bene, perché si schiatta prima di infarto.

Nessuno riesce a collegare scientificamente la perdita di peso all’acquisto di “miglior salute”. Il meccanismo causa-effetto semplicemente non c’è. L’unico studio che in materia ha seguito i propri soggetti per più di cinque anni (Look AHEAD, 2013) ha per esempio constatato che i diabetici (tipo 2) che avevano perso peso avevano sofferto degli stessi problemi di salute di quelli che non lo avevano perso. Lo dicono gli esperti, quelli veri, quelli che hanno speso tempo e risorse a indagare in modo scientifico e che non si aspettavano proprio risultati di questo genere ma una volta che li hanno ottenuti hanno avuto l’onestà intellettuale di ammetterli. Io non sono un’esperta, ma sono stata costretta ad assumere un notevole ammontare di informazioni – e a confrontarle e verificarle – da due fattori: 1) mia madre era diabetica e io l’ho accompagnata ai controlli mensili all’ospedale per più di 15 anni, sciroppandomi vasta letteratura medica in merito; 2) non sopporto la superficialità e la disinformazione che nutrono scherno e aggressioni a varie tipologie di persone, quelle grasse comprese. Perciò continuo a informarmi, sempre.

Ma l’American Medical Associaton ha detto che l’obesità è una malattia!

Sì, del tutto arbitrariamente, in modo non scientifico e contro il parere del suo Comitato su Scienza e Salute Pubblica. Girano un sacco di soldi e di conflitti di interessi in loco, l’ho dettagliato altre volte (consulenze, proprietà di azioni nell’industria dietetica, mazzette vere e proprie, ecc.), ma la cosa bella – si fa per dire – è che persino i semplici umili dottori di famiglia americani che diagnosticano questa malattia ai loro pazienti possono guadagnare qualcosa, aggiungendo il codice di tale diagnosi alla loro parcella e caricandola. Il dio $$$ è con loro.

Poiché siamo umani, persino noi non conformi, nei primi tempi della pandemia abbiamo sperato che messi di fronte a una vera emergenza sanitaria i “grassofobi” avrebbero cominciato a riflettere sulle loro ossessioni e magari a studiare. Poiché siamo umani, questa speranza spirata sul nascere alza un poco la testa ad ogni nuovo conto dei morti da coronavirus (31.610 ieri in Italia) e poi ricade miseramente fra i meme di “prima e dopo” la quarantena sull’orrore del prendere peso, fra i consigli illuminati (dal faro dell’ignoranza) di youtuber e influencer e fankazzistas e laureati su wikipedia o direttamente on the road perché fanno la corsetta tutti i giorni, fra le diete proposte da celebrità milionarie che, con lo sfondo delle loro lussuose magioni, ci mettono in guardia: attenzione, potreste mangiare di più per lo stress e il costumino di quando avevate 13 anni non andarvi più bene!

Il tutto mentre la gente comune soffre per l’isolamento, per la perdita di lavoro e di reddito, per il timore del contagio, per il parente morto o in terapia intensiva. E questi gli dicono di concentrarsi sul girovita. Dare alla faccenda l’aggettivo abominevole non rende appieno il disgusto che provo.

Bisogna dire, però, che c’è chi gli fornisce il retroscena adatto: i sedicenti professionisti che ignorano a bella posta le ricerche sul peso e le loro implicazioni. Con il coronavirus hanno fatto di peggio, rendendo il peso una caratteristica ancora più patologica. Il BMI è stato scorrettamente indicato come fattore di rischio sia per l’essere infettati sia per il soffrire di sintomi più gravi e il peso viene usato come fattore squalificante quando le risorse sono scarse (i ventilatori sono pochi? Be’, togliamone uno alla cicciona e uno al vecchio inutile). Mi ripeto, ma anche qui il meccanismo causa-effetto è inesistente: medici e scienziati con maggior deontologia professionale lo stanno facendo presente, dati e ricerche alla mano, ma l’artiglieria pesante in funzione 24 ore su 24 che urla “il grasso uccide!” impedisce di ascoltarli. E molti loro colleghi continueranno a prescrivere trattamenti che non funzionano per una condizione che non è una malattia. In due studi che ho letto (2003 e 2016) numerosi dottori definiscono i loro pazienti grassi “non adattati”, “eccessivamente autoindulgenti”, “disturbanti (alla vista)”, “brutti”. Si può star certi che, privi di pregiudizi come si dimostrano, avranno senz’altro a cuore la salute di queste persone e, fedeli al giuramento di Ippocrate, si impegneranno per fare diagnosi accurate. Forse no, facciamo qualche esempio internazionale:

– nel 2017 la studente Beth Dinsley ricevette valanghe di complimenti perché era dimagrita. Nel dicembre dello stesso anno, durante un controllo ospedaliero di routine, scoprì che continuava a perdere peso perché aveva un cancro alle ovaie;

– nel 2018, Rebecca Hiles raccontò in un’intervista che i medici avevano ripetutamente sottovalutato i suoi violenti attacchi di tosse e la difficoltà respiratoria come sintomi relativi al suo peso. Aveva un cancro al polmone. Il risultato del non essere stata presa sul serio perché non adattata e autoindulgente è stata l’asportazione dell’intero polmone sinistro. Se la prima volta in cui andò dal dottore, cinque anni prima, questo l’avesse vista come un essere umano il polmone poteva essere salvato;

– nel 2019 il medico di Jen Curran giudicò la presenza di proteine nella sua urina durante la gravidanza e dopo come un problema di peso. Se dimagriva sarebbe andato tutto a posto. Per fortuna costei cercò una seconda opinione: e seppe di avere un cancro al midollo osseo.

Se poi volete un po’ di vittime italiane, da quelle che si sono suicidate grazie al bullismo continuo diretto ai loro corpi, a quelle che sono state macellate e uccise dalla chirurgia bariatrica di cui sopra o dalla liposuzione non dovete far altro che frugare questo blog o usare google.

Secondo la dott. Emma Beckett, scienziata che lavora su cibo e nutrizione all’Università di Newcastle in Australia, “Noi non mangiamo per mantenere una taglia, ma per mantenere i nostri corpi in salute ora e nella vecchiaia. Entrare in un vestito più stretto vale l’avere ossa fragili o un cancro all’intestino più tardi? Mi piacerebbe se smettessimo di concentrarci sul peso e ci concentrassimo sul nutrimento e sulla gioia.” Sarebbe bello, in effetti.

Stamane i giornali riportano l’appello a favore degli anziani di intellettuali e politici italiani: “Non sono scarti”. La petizione intende chiedere “a tutti i governi dell’Unione una maggiore etica democratica che passi dal rispetto degli anziani e dal rifiuto di una “sanità selettiva” che privilegi la cura dei pazienti più giovani a scapito degli over 65″. I promotori e i firmatari giudicano – giustamente – ciò “umanamente e giuridicamente inaccettabile” e sentono la necessità “di un vero cambio di prospettiva e di un recupero dei valori morali, civili e deontologici delle nostre società”.

Okay. Neppure i “culi grassi” sono scarti. Non devono rispondere del reato di “non conformità”. Non stanno togliendo niente alle vite degli idioti che li insultano dai balconi, neppure e meno che mai in senso economico, giacché sono le galline dalle uova d’oro spremute dall’industria dietetica, farmaceutica e di medicina “estetica”. A quando un’iniziativa simile per costoro, intellettuali e politici di cui sopra?

Infine, una volta per tutte: gli esseri umani non sono giocattoli. Non vi piacciono le persone grosse? Sono stracazzi vostri e non siete autorizzati a rovesciare il vostro disprezzo da farabutti sulle loro facce o sui loro culi. Non siete autorizzati a spingerle verso la disistima, i disturbi alimentari, le conseguenze dei traumi relativi ai vostri assalti – suicidio compreso. A me, vedete, è quel che fate a non piacere.

Maria G. Di Rienzo

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francesca e concetta

(Francesca Colavita e Concetta Castilletti)

Per i media italiani dev’essere stato come un fulmine a ciel sereno o un sonoro ceffone – qualcosa che ha indotto nelle redazioni uno stato di shock da cui sono usciti titoli del tipo “Gli angeli della ricerca” e assicurazioni che i mariti e le famiglie “supportano” (accettano e sostengono) questa cosa per loro stranissima, assai improbabile, mai vista, un po’ inquietante: “Sono tre donne, tre ricercatrici italiane le protagoniste dell’impresa dell’istituto Spallanzani, riuscito a isolare il nuovo coronavirus, passo fondamentale per sviluppare terapie e possibile vaccino.”

Si tratta di Maria Rosaria Capobianchi, “67enne nata a Procida, laureata in scienze biologiche e specializzata in microbiologia, a capo del Laboratorio di Virologia”, Francesca Colavita “giovane ricercatrice da 4 anni al lavoro nel laboratorio dopo diverse missioni in Sierra Leone per fronteggiare l’emergenza Ebola” e Concetta Castilletti, “responsabile della Unità dei virus emergenti (“detta ‘mani d’oro’, ha raccontato il direttore dell’Istituto Giuseppe Ippolito), classe 1963, specializzata in microbiologia e virologia”.

concetta e maria

(Concetta Castilletti e Maria Rosaria Capobianchi)

Ai giornalisti rintronati e preoccupatissimi del benessere dei loro familiari (non in relazione ai virus, ma al ruolo di servizio delle donne) le ricercatrici hanno semplicemente risposto che questa è la loro vita, sono state umili e hanno definito il loro successo una “vittoria di squadra” (due uomini ne facevano parte: Fabrizio Carletti, test molecolari e Antonino Di Caro, collegamenti sanitari internazionali), hanno persino detto di dover qualcosa alla fortuna.

Tuttavia la loro intelligenza, la loro brillantezza, le loro capacità e le loro storie di preparazione e di impegno sono salite sul palcoscenico e lo hanno inondato di luce. Una volta tanto, trattando di donne, non si è parlato della “bellezza”, di spacchi vertiginosi, di prodotti cosmetici e dimagranti, di chi va a letto con chi e delle centinaia di stronzate sessiste e misogine che provengono dai media ogni singolo giorno.

Ora il grande pubblico ha visto tre delle donne normali e comuni e splendide che rendono la nostra vita migliore solo essendo se stesse. Pensate a quante altre ce ne sono – e se siete donne e mi state leggendo pensate a voi stesse.

Maria G. Di Rienzo

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Jennifer Gunter è una ginecologa che è diventata famosa negli ultimi anni per le sue battaglie contro la pseudo-scienza e in genere contro le patacche e le bufale vendute alle donne dai “guru” del benessere. Il mese scorso ha dato alle stampe “The Vagina Bible” – “La Bibbia della Vagina”, il cui sottotitolo ne spiega l’intenzione: “separare il mito dalla medicina” (Twitter ha bloccato la sua promozione, perché “vagina” è per loro una parola oscena, ma tutti gli insulti sparati contro le donne tramite tweet no).

vagina bible

L’8 settembre Eva Wiseman ha condotto per il Guardian una lunga intervista con la ginecologa e nell’articolo ha inserito un estratto del libro, che di seguito traduco:

MITI E MEDICINA:

Prezzemolo in vagina

Il ramoscello. Infilato su per la vagina ogni notte, per tre o quatto volte, per indurre le mestruazioni. Guardate, non me lo sto inventando, lo sto denunciando. Sembra che alcune persone – sbagliando – pensino che il prezzemolo possa stimolare le contrazioni uterine. Non ci sono prove che l’applicazione vaginale di prezzemolo possa fare ciò, ma persino se potesse ciò non vi farà avere le mestruazioni. E’ il regresso del progesterone che causa le mestruazioni, non le contrazioni uterine.

Uova di giada per la tua “yoni”

E’ l’idea che se metti un sasso di giada a forma d’uovo nella tua vagina ciò ti metterà in sintonia con la tua energia femminile o qualcosa del genere. Le uova di giada sono state pubblicizzate come antico segreto delle concubine e regine cinesi. Io ho fatto ricerca su questo e ho pubblicato i miei dati su una rivista medica a revisione paritaria – non lo sono affatto. La sola cosa antica al proposito è l’assenza di scienza.

Le pillole anticoncezionali causano aumento di peso

Questo è stato molto ben studiato e la risposta è no. Non si tratta di non credere alle donne, sto facendo l’esatto opposto. Si tratta di ricevere le segnalazioni delle donne e studiarle. Questi dati riflettono veramente l’ascolto delle donne da parte di medici. Numerosi studi hanno dimostrato che non c’è collegamento fra pillole anticoncezionali e aumento di peso. Le condizioni di vita associate all’iniziare una nuova contraccezione possono essere collegate al peso, ma la pillola no.

La contraccezione ormonale causa “infertilità”

Per niente ma il patriarcato, tentando di spaventarti affinché tu ti astenga dal controllare la tua salute riproduttiva, ha investito in questo mito. Tristemente, molti sostenitori della salute “naturale” fomentano questa stessa paura. Con l’iniezione può esserci un ritardo di parecchi mesi per il ritorno alla fertilità, ma nel giro di un anno tutte le donne ritornano alle condizioni standard. Come per tutti gli altri metodi contraccettivi, una volta che si smetta di assumerli o che siano stati rimossi, si torna in direzione della gravidanza il mese successivo.

Acqua di lusso

L’ultima è la cosiddetta “acqua alcalina”. L’acqua ha pH 7 e l’acqua alcalina è stata modificata affinché il suo pH sia 8 o 9. Questa è un’estensione della cosiddetta dieta alcalina, promossa per “neutralizzare l’acido nel tuo corpo” (finto linguaggio medico) e curare praticamente tutto, persino il cancro. NON LO FA. Perché tutte maiuscole? Perché delle persone hanno seguito la dieta alcalina per il cancro e sono morte. L’uomo autore del libro che ha contribuito a rendere popolare il trend alcalino è stato arrestato per aver esercitato la professione medica senza licenza e ha ricevuto una condanna a 3 anni e 8 mesi di prigione. Questa è una truffa di proporzioni epiche.

Magneti in prossimità della vagina per la vampate di calore

A volte temo che mi slogherò il collo per quanto i miei occhi roteano su queste affermazioni e la “scientificità” (ehm ehm) che ci sta dietro.

Yogurt per le infezioni da candida

Non contiene i ceppi di lattobacilli che sono importanti per la salute vaginale. Quando una donna mette yogurt in vagina, sta mettendo in essa altri batteri e le conseguenze di ciò non sono note. Può dare una sensazione di sollievo poiché ha la consistenza di una crema, ma i rischi non sono conosciuti e sarà comunque inefficace.

Clisteri di caffè

Buon Dio, no. Ci sono persone, persino alcuni medici, che promuovono questa roba per curare la depressione! Io – non – posso – proprio. Parlando in senso medico, credere che il caffè nel retto possa curare qualsiasi cosa è grottesco. Voglio dire, perché berlo non otterrebbe lo stesso effetto? E’ un’idiozia surreale di proporzioni epiche.

Fare vapori alla vagina

Questo è pubblicizzato per “ripulire” l’utero. Si lega al mito distruttivo che l’utero sia sporco o che le mestruazioni siano una pulizia dell’utero. L’idea dell’utero pieno di tossine è usata, letteralmente, da numerose culture per escludere le donne dalla società – una caratteristica che definisce il patriarcato. Perciò dire alle donne che questo è vero è promuovere un’idea patriarcale.

Riflessioni finali

Potere e salute sono collegati. Tu non puoi essere una paziente con del potere ed avere i risultati che vuoi per la tua salute con informazioni inaccurate e mezze verità. Io sono stata assalita per essermi esposta contro le informazioni errate e la disinformazione che sono offerte alle donne come degne di considerazione. Una vera scelta – valutare la tua proporzione di rischi / benefici e prendere una decisione basandoti su tale informazione – richiede fatti. Ed è questa ricerca per dare fatti alle donne che mi tiene sveglia la notte. E’ la ragione per cui continuo a lottare.

Il patriarcato e l’olio di serpente hanno avuto una lunga durata, ma io ho chiuso con il modo in cui hanno impatto negativo sulla salute delle donne e fanno di essa un’arma. Perciò non smetterò di agitare la mia mazza sino a che ognuno avrà gli attrezzi per essere un paziente con del potere e quelli che cercano di mantenere soggiogate le donne tenendole distanti dai fatti che riguardano i loro corpi chiuderanno la bocca e andranno a sedersi a fondo classe. Questa è la mia “vagenda”.

Maria G. Di Rienzo

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“Abbiamo ragazze e donne messe sotto crescente pressione affinché siano “belle”, con bambine di otto anni che si preoccupano del loro peso. In una società che usa l’aspetto di una donna per determinarne il valore ciò non è sorprendente.

L’oppressione relativa al corpo è così prevalente nella nostra società che noi la notiamo a stento.

Anche il capitalismo contribuisce a perpetrare questa forma di oppressione: ogni giorno ci sono venduti programmi dietetici, libri sulle diete e modificatori corporei.

Lo svergognamento del corpo è diventato un enorme affare.” Kate Dickinson, attivista.

Dai giornali italiani, 19-20 luglio 2019:

“Si era sottoposta a un intervento di bendaggio gastrico perché voleva dimagrire, ma è morta.”

“Brindisi, giovane mamma muore dopo 10 ore in sala operatoria per un bendaggio gastrico.”

Annalisa Z., 35enne, sposata e con un figlio di 6 anni, si è sottoposta a “un intervento di chirurgia estetica che consiste nel restringimento dello stomaco. Entrata alle 9 del mattino in sala operatoria, da lì non è più uscita. Nel tardo pomeriggio i medici hanno avvertito i familiari che la donna non ce l’aveva fatta.”

annalisa

Questa è l’immagine di Annalisa che alcuni quotidiani hanno pubblicato e che io ho modificato nei colori per renderla meno immediatamente riconoscibile: l’ho ritenuto un minuscolo gesto di rispetto. Nello stesso spirito, ho omesso il cognome intero.

Avrei potuto evitare di mettere la foto qui, certo, ma era necessario. Perché io non riesco a capire per quale motivo questo corpo non fosse “normale” e che ragioni ci fossero per sottoporlo a un intervento altamente rischioso (donne e uomini muoiono come mosche di interventi di “chirurgia estetica” allo stomaco e non solo in sala operatoria – vedi nota a piè di pagina). Io vedo una giovane donna affascinante, dal sorriso leggermente sarcastico o con una traccia di sfida, che mostra il piacere del proprio unico stile.

Non so quale specifico percorso l’abbia portata in sala operatoria, ma ritengo dei fallimenti a livello umano ancor prima che professionale i medici che su questa strada ha incontrato.

So, invece, di cosa fanno esperienza ogni donna, ragazza e persino bimba che non rispondano agli standard irrealistici del modello corporeo imposto in quest’epoca e reiterato da tutti i media sul mercato, da pubblicità e prodotti “culturali” e dalla mandria di sfigati che spalmano insulti sui social media.

Completi estranei ti urlano per strada di perdere peso e di vergognarti.

Amici e parenti dicono le stesse cose, in tono meno aggressivo (non sempre) e assicurano di farlo “per la tua salute” (di cui non sanno una mazza).

Se discuti animatamente o litighi con qualcuno, per qualsiasi motivo, il tuo interlocutore (o la tua interlocutrice) non potrà astenersi dal farti notare che sei grassa, che non ti scopa nessuno (e se hai una relazione fissa compatirà il tuo povero partner), che non avendo – per lui/lei – valore a livello di attrazione sessuale non ne hai assolutamente come persona.

Chiunque tu frequenti su base quotidiana o comunque ripetuta – compagni di scuola, insegnanti, colleghi, superiori, commessi, operatori sanitari, baristi, autisti di autobus ecc. – pensa di essere autorizzato a esprimere sul tuo corpo giudizi non richiesti: e dopo averti oltraggiata si aspetta che sia tu a scusarti.

E persino ove ci si arrampica sugli specchi per essere “inclusivi”, i corpi di donne non conformi sono sempre e costantemente bullizzati ed esclusi.

Questo ha un nome: abuso emotivo e psicologico. Trauma.

Questo ha conseguenze. Disturbi alimentari, depressione, crollo dell’autostima, autolesionismo, suicidio. Non sono “solo parole”, vedete. E’ vetriolo. Sfregia, deturpa e infine uccide.

Maria G. Di Rienzo

Nota: 20 luglio 2019 – “Chieti, operata per ridurre il peso, muore dopo venti giorni”. Dopo il primo intervento “al quale era seguito un controllo” che dichiarava tutto a posto, la donna lamentava una febbre cronica che gli antibiotici non hanno trattato. Operata una seconda volta “per accertare l’eventuale presenza di infezioni” si è aggravata ed è morta. Però da adesso in poi non avrà più i “problemi di obesità” citati dagli articoli sul suo decesso (abominevoli): una bella fortuna, eh?

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C’è il segreto d’ufficio, la riservatezza della cartella clinica, un ospedale nella cui “Struttura di Malattie Infettive (…) vengono seguiti da anni centinaia di pazienti con vari orientamenti sessuali, senza alcun pregiudizio e senza che con alcuno siano mai evidenziati problemi, anzi il personale della Struttura collabora attivamente con le organizzazioni Lgbt della zona con riscontri sempre positivi”. Infine, chi ha redatto la lettera da cui è tratto il brano riportato sopra non ha alcun problema con la lingua italiana (sarcasmo) e l’ospedale di Alessandria, che la invia intemerato alla stampa, merita almeno una medaglia per la sua aperta mentalità che consente di curare pazienti di qualsiasi orientamento sessuale invece di indicare loro il prossimo treno per Treblinka – come se le cure non fossero semplicemente quel che sono, funzione e scopo di una struttura sanitaria, ma gentile concessione del personale. Per inciso, al di là del loro orientamento affettivo-sessuale, questi fottuti pazienti PAGANO. Ognuno di loro e soprattutto se lavoratori dipendenti: questi ultimi due volte, direttamente alla fonte (stipendio) e con i ticket.

Come avrete capito, sto parlando del referto di dimissione dall’ospedale in cui il solerte medico alessandrino ha scritto del suo paziente “omosessuale, compagno stabile” perché “l’anamnesi – spiega la lettera – deve raccogliere tutte le informazioni personali e cliniche utili all’eventuale processo di cura”. Ma l’omosessualità non è una patologia, una condizione di rischio, un indicatore di squilibri ormonali ecc. e la raccolta di informazioni non spiega ne’ il sottoporre al test Hiv (risultato negativo) un paziente che arriva al pronto soccorso con grave mal di testa, ne’ il consigliargli di vaccinarsi contro l’epatite (???), ne’ quel che è accaduto nell’ambulatorio:

“Da subito, il medico che mi ha visitato si è posto in una maniera strana. Il mio compagno era in camera con me e ha chiesto a lui direttamente chi fosse. Ha risposto. Gli ha detto non proprio gentilmente di uscire dalla stanza. La prima cosa che poi ha domandato a me è stata: “Conferma che è il suo fidanzato?”. Penso che a marito e moglie nessuno chiederebbe mai questo tipo di conferma.”

Dice ancora la lettera: “L’azienda ospedaliera è molto dispiaciuta di leggere che un nostro paziente possa essersi sentito ‘discriminato’ ” e mette quest’ultimo termine fra virgolette, ovviamente, perché loro la discriminazione non la riconoscono e anzi scaricano la responsabilità su chi l’ha subita: “Nel caso specifico, l’informazione è stata concordata tra il medico e il paziente”. No, il sig. medico ha fatto domande inappropriate, ha ricevuto comunque risposte oneste e non il “vada a quel paese” che meritava e ha deciso senza chiedere consenso cosa scrivere nel referto.

Non so se la coppia protagonista di questa vicenda deciderà di intraprendere azioni legali, quel che voglio sottolineare ora è che non si tratta di un caso isolato e che non tocca solo le persone lgbt. C’è una categoria di esseri umani che i medici prendono a pesci in faccia a priori: le donne e in particolar modo le donne che mi somigliano.

caduceo

In precedenza ho accennato all’incidente del 31 marzo che mi ha procurato una lesione al tendine d’Achille della gamba destra. Non vi dettaglio tutta l’odissea, altrimenti facciamo notte, ma essa è iniziata al pronto soccorso dell’ospedale Ca’ Foncello, dove non sono stata presa sul serio (un infermiere si è persino spinto a chiedermi sprezzante se era così che di solito sopportavo il dolore), dove quindi il medico di turno ha sbagliato diagnosi e mi ha mandata a casa con la caviglia fasciata e il consiglio di metterci su del ghiaccio senza accorgersi della rottura del tendine. Sul referto di dimissione sta scritto che sarei guarita in 10 giorni: siamo al 14 luglio, io non cammino normalmente e devo fare affidamento su pesanti antidolorifici per arrivare alla fine della giornata.

Ovviamente, quando i dieci giorni sono diventati un mese e passa ho chiesto al medico di base cosa fare. Abbiamo deciso per l’ecografia. Ho cambiato ospedale, ma l’atteggiamento nei miei confronti non è mutato di una virgola. Sentite come l’operatore annoiato e silente del S. Camillo, che mi ha degnato delle mere istruzioni su come stare sul lettino e nulla più, mi ha comunicato l’esito dell’ecografia – e solo perché io l’ho chiesto.

“Ha un tutore?” Attimo in cui trattengo la tentazione di ribattere “Non mi hanno ancora dichiarata incapace”, poi rispondo: “Perché, altrimenti il tendine si rompe?” “E’ già rotto.”, e se ne esce dalla stanza. Più visto. I successivi tentativi di accedere al reparto ortopedico del Ca’ Foncello sunnominato per avere la grazia di una terapia falliscono: nel primo sono “cacciata” dalla struttura perché hanno già troppa gente, nel secondo dovrei accedere tramite pronto soccorso e visto il trattamento me ne vado io.

La visita al professionista privato (112 euro per 15 minuti di infastidita sofferenza snob, sua) non dà risultati: “Bisognava intervenire prima”. “Ma come potevo intervenire prima se non mi hanno diagnosticato la lesione?” “Io le dico le cose come stanno.” “Io pure. In sintesi, cosa faccio adesso?” Il professionista non lo sa: ci sarebbe un’operazione ma visto che il tendine non è completamente staccato la fanno raramente. E io devo farla, dove? Be’, l’esperto non sa neppure questo, per cui mi dà un numero di telefono di un suo collega per un’ulteriore visita a pagamento (sì, ciao).

Ma il meglio deve ancora venire. Considerato che il reparto ortopedico ospedaliero di Ca’ Foncello è off limits e che S. Camillo non lo ha, provo all’Ulss 2. La dottoressa che incontro si occupa di ossa e articolazioni ufficialmente, ma la sua specialità dev’essere aggredire le pazienti che hanno il mio aspetto: vecchia, non truccata, vestita (poveramente) casual e non conforme al BMI. Per inciso, poiché ha un aspetto anoressico, neppure lei è conforme, ma è il medico e tanto basta perché la merda debba prenderla io.

Spiego la situazione. Risposta semi-urlata: “Come? Cosa? Ma suo marito non le ha detto di fare un’altra visita?” Questa tecnicamente si chiama “negazione di agenzia”, cioè la tipa presume che io non sia in grado di prendere decisioni per me stessa e abbia bisogno di un uomo che le prenda per me.

Pazientemente, dopotutto sono una trainer alla nonviolenza riconosciuta a livello internazionale, riferisco di aver fatto altre visite e di aver acquistato un tutore che però non riesco a indossare, perché è molto pesante e la gamba offesa si gonfia terribilmente dopo solo quindici minuti. Risposta nello stesso tono aggressivo: “Allora vede che qualcuno le ha detto di mettere il tutore!”

Questa invece è negazione tout court che mi dà in faccia e spensieratamente della bugiarda. Non le chiedo come si permette ma ribadisco, sempre in modo educato, di non aver avuto indicazioni al proposito e che chi mi ha fatto l’ecografia ha solo domandato se ne avevo uno, dal che io ho autonomamente dedotto che forse era meglio averlo.

A questo punto mi chiede di sdraiarmi sul lettino e mentre provvedo con difficoltà, perché zoppico e perdo facilmente l’equilibrio, mi strilla alle spalle come una maestra incazzata: “E poi abbiamo il peeeesooo, il peso, eh?” (N.B.: in nessun referto medico in mio possesso, nemmeno il suo, il mio peso è indicato come talmente abnorme da costituire fattore di rischio. Sono larga, ma non una mongolfiera.)

Tuttavia, la dottoressa vuole che io mi scusi, si aspetta le mie giustificazioni, la mia vergogna e l’assicurazione che ritengo l’essere me stessa un problema.

I don’t comply. “Non intendo discutere con lei di questo argomento. Ho già una dermatite da stress, come avrà notato guardandomi in faccia, e non voglio peggiorarla.” SILENZIO. Da questo momento in poi svolge arcigna e ingrugnata le sue mansioni, mostrandomi sempre la sua ostilità ma senza verbalizzarla, poi finalmente mi dà il referto e addio.

E’ in pratica privo di esito anch’esso, prescrive sedute di fisioterapia e non si sbilancia a suggerire null’altro, ma il punto ormai non è questo. Il punto è: perché l’omosessuale maschio o femmina, perché la sottoscritta, perché chiunque non risponda al modellino sociale prescritto è trattato come subumano? E soprattutto in un momento in cui, avendo un problema di salute, è altamente vulnerabile e fragile?

Non ci state facendo un favore, signori medici: è il vostro lavoro e vi stiamo pagando per esso. I vostri personali pregiudizi non dovrebbero entrare nel conto. E mi piacerebbe sapere in quale cassetto avete chiuso a tripla mandata il Giuramento di Ippocrate, che avete prestato e che contiene il seguente interessante paragrafo:

(Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro:)

– di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica.

Maria G. Di Rienzo

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La notizia è rimbalzata qua e là alla fine di ottobre: un ginecologo statunitense che ha pitturato di porpora la vagina di una donna senza che lei ne sapesse niente – per scherzo, che male c’è! – se l’è cavata con un buffetto del giudice, perché non si può provare che si trattasse di un’aggressione sessuale. In pratica, se non conosciamo con esattezza cos’è successo nelle mutande del ginecologo non possiamo condannarlo – ma anche se non è successo niente sempre di aggressione sessuale si tratta.

La donna in questione è impiegata nell’ufficio del deficiente medico, ha subito una doppia mastectomia anni fa per cancro al seno e si è preoccupata quando ha notato una lesione alla vagina. Poiché il suo ginecologo di fiducia era appena andato in pensione e non ne aveva ancora scelto un altro ha chiesto al sig. Barry King, il suo datore di lavoro, di visitarla.

Quando ha terminato l’esame, costui ha detto di “farle dare un’occhiata dal marito” quella sera. La cosa non aveva nessun senso, perché i due uomini non si conoscono quasi e il marito di lei non è medico: comunque, usando il bagno una volta tornata a casa, la donna ha notato tintura porpora sulla carta igienica e l’ha riconosciuta come “violetto di genziana”, una tintura contro le infezioni non più usata in medicina.

Il giorno dopo, l’allegro ginecologo – quasi sessantenne, ma ancora così pieno di burle come un cretino integrale fanciullino – spiegò non solo alla donna, ma all’intero ufficio, che si era trattato di uno scherzo per suo marito, che facendo sesso con lei si sarebbe poi ritrovato il pene dipinto di porpora.

All’inizio la donna non voleva neppure denunciarlo, la sua prima idea era stata quella di licenziarsi: “Mi sarei trovata un altro impiego, come la maggior parte delle vittime (di molestie sessuali sul lavoro) fanno.” Convinta da un’amica a non lasciar perdere ha portato King in tribunale, solo per sentirsi dire che il tizio farà “100 ore di servizio comunitario”, donerà 500 dollari in beneficenza e scriverà una lettera di scuse alla donna. Inoltre, ha stabilito il giudice, se nei prossimi due anni non pittura altre vagine la menzione del “reato minore” sarà cancellata dalla sua fedina penale.

paintball

Quella che segue è la traduzione di uno scambio di commenti in calce a un articolo che narrava la vicenda:

– Una sentenza appropriata per il dottore sarebbe sparargli una palla di colore (1) negli zebedei.

– Solo usando pittura color porpora, però.

– E solo se poi lo si chiama “scherzo”.

Maria G. Di Rienzo

(1) paintball, vedi immagine sopra.

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Willendorf

Un po’ in ritardo – avevo cose più urgenti e migliori da fare – ma eccoci alla nuova puntata dell’eroica “lotta all’obesità” intrapresa dalla Coop di cui sono socia (ancora per poco, credo).

L’esperto ricercatore ecc. ecc. sull’alimentazione non ha in pratica altro di cui occuparsi, per riempire la sua rubrica su “Consumatori”, che i “tossicodipendenti da cibo” e “malati” – così lui li ha definiti, ma ultimamente ha voluto essere gentile e spiegar loro perché si ingrassa.

E’ presto detto: bisogna fare attenzione a quello che si mangia (eureka, non ci avevamo mai pensato prima!), ma anche pensare al fatto che i cavernicoli non erano grassi perché facevano un sacco di moto andando a caccia (di dinosauri?). Per cui non vergognatevi eccessivamente, è naturale, mangiate solo porcherie e siete sedentari. Risolto.

Com’è ovvio non posso rimproverare a chi ha fatto studi del tutto differenti di non essere uno storico, ma quando si fanno studi differenti è meglio non posare da storici. L’umanità, presente sul pianeta da oltre 900.000 anni, ha cominciato a mangiare carne – e quindi nello stesso periodo, presumibilmente, a cacciare – circa 10.000 anni fa. Prima, se raccoglievamo abbastanza bacche da un arbusto per riempirci lo stomaco, è ragionevole ipotizzare che il resto del tempo non lo passavamo a fare flessioni, ma a grattarci quello stesso stomaco o a spulciarci vicendevolmente. Dopo, ma molto prima di appuntire lance, le “cacce” per la carne sono consistite per lungo tempo nell’acchiappare piccolissimi animali – per esempio un bel mucchietto di vermi in un tronco marcio. Similmente dopo il pasto ci siamo fatti un sonnellino, abbiamo riassettato la caverna, magari decorandola con un po’ di incisioni, o abbiamo scolpito figurine: in stragrande maggioranza di donne-dee così “grasse” da far svenire dall’orrore l’esperto della Coop.

Hohle Fels

Solo poche altre cose:

1) da 60 anni la comunità medica dispone delle informazioni per sapere che le diete non funzionano – non solo quella “paleolitica” o quella della Weight Watchers, tutte. Sin dal 1959, la ricerca ha dimostrato che i tentativi di perdere peso tramite dieta falliscono dal 95 al 98%; dieci anni dopo, 1969, la ricerca ha dimostrato che perdere solo il 3% del peso corporeo corrisponde a un rallentamento del 17% del metabolismo: un responso totale del corpo all’inedia che produce un’esplosione di grelina (ormone che stimola l’appetito) e abbassa la temperatura interna sino a che non si mangia abbastanza da riguadagnare peso. Insomma, fallo pure, stai a dieta: dovrai continuare a stare a dieta per l’intera tua esistenza;

2) la seconda lezione che l’establishment medico, l’industria dietetica, ecc., si rifiutano di imparare è che peso e salute non sono perfetti sinonimi. Gli studi se li possono andare a cercare – sono stanca di faticare per costoro – ma i risultati, più o meno dappertutto, sono questi: da un terzo a tre quarti delle persone classificate come “obese” sono metabolicamente sane. Non mostrano segni di alta pressione sanguigna, resistenza all’insulina o livello alto di colesterolo. Di converso (studio terminato nel 2016, durato 19 anni) i magri non consumatori di vegetali e non molto attivi hanno il doppio di probabilità di diventare diabetici dei grassi che mangiano bene e si muovono – pur restando grassi;

3) la continua umiliazione delle persone rispetto al loro peso dà in effetti dei risultati: negli Usa, dati del 2017, circa la metà delle bambine dai 3 ai 6 anni è preoccupata di essere grassa. Una domanda per tutti gli “esperti” in circolazione: quante di costoro si getteranno sui binari di un treno in corsa, una volta raggiunta l’adolescenza?

Maria G. Di Rienzo

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Il travestimento perfetto

(“Acupunture”, di Luljeta Lleshanaku – in immagine – poeta contemporanea albanese, trad. Maria G. Di Rienzo. Il lavoro dell’Autrice, una dozzina di raccolte di poesie, è stato sino ad ora tradotto in inglese, francese, tedesco e slovacco.)

luljeta

AGOPUNTURA

Fra gli oggetti personali all’interno di una tomba cinese vecchia 2.100 anni,

gli archeologi trovarono nove aghi per agopuntura,

quattro d’oro e cinque d’argento.

Molto prima di sapere perché,

gli antichi medici sapevano che il dolore

dev’essere combattuto con il dolore.

E’ molto semplice: una serie di aghi che ti pungono il braccio

per un giusto funzionamento di cuore e polmoni.

Aghi nei piedi per dar sollievo a insonnia e stress.

Aghi in mezzo agli occhi per contrastare l’infertilità.

Un piccolo dolore qui,

e l’effetto si sente da qualche altra parte.

Una volta, un gruppo di esploratori piantò una bandiera al Polo Sud,

un ago nel calcagno del globo, nel mezzo del nulla.

Ma prima che la missione fosse compiuta

una nuova guerra mondiale era iniziata.

L’impatto dell’ago fu sentito nel cervello del mondo,

nel lobo responsabile per la memoria a breve termine.

Quando la Russia usò l’ideologia come agopuntura – un ago sopra gli Urali –

ciò ebbe impatto sul pancreas e sul controllo dello zucchero nel sangue:

l’America pagò dieci volte tanto il whiskey durante il Proibizionismo,

e negli uffici postali, copie dell’Ulisse

“immorale” di Joyce erano immagazzinate per il rogo.

L’universo funziona come un unico corpo. Stelle formano linee di aghi

attentamente appuntati su un’ampia schiena pelosa.

Il loro impatto si sente nel tratto digestivo, ogni giorno

un nuovo inizio. Come puoi iniziare un nuovo giorno

senza aver assorbito completamente le proteine di ieri?

Ero una bambina quando il mio primo insegnante

sbagliò a pronunciare il mio cognome due volte. Ciò mi punse

come un ago.

Un piccolo ago nel lobo dell’orecchio. E all’improvviso

la mia vista si schiarì –

vidi la poesia,

il travestimento perfetto.

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A volte vorresti davvero una spiegazione semplice. Qualcosa grazie a cui esclamare “Ah, allora è per questo!” e che ti permetta di razionalizzare odio, disprezzo, aggressioni, umiliazioni, la ridicolizzazione continua di tutto quel che sei e che fai. Ma anche quando te la forniscono prende la forma di un’ulteriore colpevolizzazione: che tu sia etichettata come “malata” fisica o mentale, si tratta solo di un altro stigma di cui sei completamente responsabile.

Quando ti suicidi lanciandoti da un balcone o sotto un treno ci saranno i cinque minuti in cui fra articoli, interviste, video e post su Facebook, qualcuno ricorderà i tuoi talenti, ti definirà “solare” e dirà melense stupidaggini sul tuo diventare una stella o cantare in coro con gli angeli. Nessuno dirà quel che dovrebbe essere detto: non l’abbiamo lasciata vivere in pace, non abbiamo dato alcun valore alla sua persona, abbiamo sputato sui suoi sogni e sulle sue emozioni, le abbiamo fatto credere che al mondo non ci fosse posto per lei – perché, soprattutto essendo femmina, in questo mondo il suo corpo prendeva troppo spazio.

Beatrice - Porta Susa Torino

Le telecamere della stazione ferroviaria di Porta Susa, Torino, confermano che Beatrice Inguì si è tolta la vita a 15 anni il 4 aprile 2018. “In camera sua gli agenti della polizia ferroviaria hanno scoperto il diario, – scrivono i giornali – su cui Beatrice ha motivato il suo desiderio di farla finita. Nell’ultima pagina, insieme alla richiesta di scuse ai genitori, la parola “Addio”. (…) “Sono troppo grassa”, scriveva la ragazza di Rivoli.”

Adesso, attestano sempre i quotidiani – ma i cinque minuti stanno per finire – “Rivoli piange” e “La bellezza non ha peso” e “Il salto si poteva evitare”. Sono gli stessi quotidiani che ci inondano a ogni edizione di modelle scheletriche con tette enormi al silicone, inviti a mettersi “in forma” (ehi, sta per arrivare la “prova bikini”, allerta, femmine!) e suggerimenti di ogni tipo su come dimagrire in fretta, perché persino l’attrice XY che ha settant’anni con photoshop, dieta di sperma e crack, liposuzione, chirurgia plastica ringiovanente alla vagina e cazzuolate di trucco può essere ancora attraente per gli uomini: unica condizione che giustifica l’esistenza di una donna.

Beatrice, come tutte/i noi, non aveva molte possibilità di sentire opinioni diverse da questa. Beatrice, come molte/i di noi, aveva finito per crederci. Frequentava un “centro specializzato” dove la visione che ti suggeriscono di te stessa è quella spiegata alla stampa da un’altra giovanissima “paziente”: “La gente non capisce che una persona obesa è una persona malata. Si pensa solo che dovrebbe mangiare un po’ meno, invece il cibo è un rifugio, un modo per sfuggire a una realtà in cui si vive male.” La ragazza sta descrivendo la bulimia, ma non tutte le persone grasse sono bulimiche.

Nella propria presentazione online, il centro dichiara di occuparsi della “cura dell’obesità grave” – Beatrice dalle scarse immagini a disposizione non sembra in condizione di obesità grave – e si definisce altamente specializzato “nella ricerca, cura e riabilitazione di malattie metaboliche come l’obesità (l’enfasi è mia), disturbi del comportamento alimentare, disordini della crescita e malattie neurologiche. Queste patologie sono trattate con tecnologie diagnostiche e terapeutiche all’avanguardia (test genetici molecolari, analisi computerizzate del consumo di calorie, microscopio elettronico, analisi del cammino, realtà virtuale e altre) e con la proposta di percorsi di riabilitazione di tipo multidisciplinare integrato.” C’è persino un padiglione speciale per bambine/i e ragazze/i, una vera pacchia. Non ho cercato i costi dei trattamenti, perché non volevo portare il mio disgusto a livelli stratosferici.

Le malattie metaboliche sono errori congeniti del metabolismo: cioè sono dovute a geni difettosi nella codificazione degli enzimi atti alla conversione di alcune sostanze (substrati) in altre (prodotti). Per quanto se ne sa finora, sono ereditarie e spesso dovute a consanguineità dei genitori.

Se tu diagnostichi qualcuno come affetto da un errore congenito del metabolismo, per guarire tale errore non ti servirà a niente analizzare al computer in realtà virtuale quante calorie tal persona consuma, perché nella lista di dette malattie metaboliche ereditarie il grasso corporeo non compare. Poiché molte di esse hanno a che fare con un malfunzionamento nella gestione delle proteine da parte del corpo, sino a trent’anni fa i trattamenti si limitavano a ridurre l’assorbimento di queste ultime, attenuando i sintomi delle varie patologie, ma senza cancellarle. Un errore genetico presente dalla nascita con il test genetico molecolare lo trovi, ma non lo fai scomparire: il che può avvenire invece con sostituzione enzimatica, trasferimento genico, trapianto di midollo osseo o di un organo specifico ecc.

Dire a qualcuno che se è grasso è malato non è meglio del dirgli che fa veramente schifo, che è un tossicodipendente da cibo, che è un cesso che nessuno scoperà mai, eccetera. La cosa peggiore è che NIENTE di tutto questo è vero, NIENTE è sorretto da evidenza scientifica inconfutabile, ma persino se lo fosse nulla giustifica i livelli di bullismo diretti alle persone grasse. Restano esseri umani titolari di diritti umani, sapete, anche se non vi piacciono.

Perciò, la società italiana odierna ha ucciso Beatrice semplicemente perché i suoi membri non potevano sopportarne la diversità: una quindicenne che non somiglia a Barbie non è degna di esistere, e glielo hanno detto così tante volte, con così tanti media diversi, con così tanta forza amplificata dai relativi guadagni di mercato che lei ha portato il giudizio sociale alla sua ultima conseguenza logica.

“Beatrice suonava l’oboe e il pianoforte. Frequentava la seconda classe del Liceo musicale di Vercelli. Il suo sogno era di diventare una cantante lirica. «Anche se aveva una passione per la lirica, amava tutta la musica in realtà» dicono i compagni.”

Vedete, io ho 59 anni, ho ormai percorso la maggior parte del mio cammino e potete scaricarmi addosso tutte le vostre munizioni: vi torneranno indietro come se fossi fatta di diamante e titanio, perché è questo il grado di durezza che il mio spirito, non il mio corpo fatto di sangue, pelle, grasso, ossa, ecc., ha raggiunto. Beatrice ne aveva solo 15 e ogni colpo l’ha ferita, ancora e ancora, sino a che il dolore è diventato troppo intenso da sopportare e la morte è diventata preferibile. Immagino che chiunque si sia fatto beffe di lei sia soddisfatto, adesso. Io, però, non vi darò tregua, sino al mio ultimo respiro.

Maria G. Di Rienzo

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“Non permettere che nessuno ti derubi della tua immaginazione, della tua creatività, della tua curiosità. Si tratta del tuo posto nel mondo, si tratta della tua vita. Vai avanti e fai con esse tutto quel che puoi, fai di esse la vita che tu vuoi vivere.” Mae Jemison.

mae

Mae, nata nel 1956, è stata la prima astronauta afroamericana. La sua vita meriterebbe un romanzo per essere raccontata adeguatamente, ma qualche informazione non guasterà. Da bambina era una fan di “Star Trek” e la Tenente Uhura era la sua eroina (Mae inizierà in seguito tutte le sue missioni spaziali con la battuta tipica di quest’ultima ‘Hailing frequencies open’ – ‘Frequenze di contatto aperte’). “Durante l’infanzia ero come tutti gli altri bambini. Amavo lo spazio, le stelle e i dinosauri. Ho sempre saputo di voler esplorare. All’epoca della trasmissione sull’Apollo tutti erano eccitati rispetto allo spazio, ma io ricordo di essermi sentita irritata dal fatto che non c’erano donne astronaute. La gente tentò di darmi spiegazioni, ma io non ne accettai nessuna.”

Il suo dilemma su quale passione seguire negli studi, la scienza o la danza, fu risolto da sua madre: “Se sei un medico puoi ballare comunque, ma non puoi curare nessuno se sei una ballerina.”

Così, Mae si laureò in medicina e si unì ai Corpi di Pace (Peace Corps, organizzazione di volontariato internazionale) servendo come ufficiale medico per Liberia e Sierra Leone dal 1983 al 1985. Al suo ritorno entrò nella Nasa e nel 1992 era a bordo della navetta Endeavour.

Durante gli anni le sono state conferite nove lauree onorarie in scienze, ingegneria, lettere e studi umanistici. E’ apparsa in televisione più volte e persino in un episodio di Star Trek: The Next Generation.

Dopo aver lasciato la Nasa ha fondato il Jemison Group, che sviluppa progetti scientifici e tecnologici per gli usi quotidiani, ma è anche la direttrice del “100 Year Starship”, progetto che mirando a un futuro viaggio attraverso il sistema solare si impegna a migliorare i metodi di riciclo e a creare carburanti “verdi” e più efficienti.

Per lei il famoso “sogno” di Martin Luther King Jr. non è un’inafferrabile fantasia, bensì una chiamata all’azione, poiché il movimento per i diritti civili voleva rompere le barriere poste al potenziale umano e Mae rende il concetto così: “Il miglior modo per rendere i sogni realtà è svegliarsi.” Maria G. Di Rienzo

mae oggi

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