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Posts Tagged ‘salute’

(tratto da: “How I Came To Love My Fat, Beautiful Body”, un più lungo articolo di Sarah Blohm – pseudonimo – per Role Reboot, 4 gennaio 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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Ci sono giorni in cui celebro il mio corpo come il contenitore della Dea che è ed altri in cui mi sento tradita da esso, vorrei dargli fuoco e passarci sopra con l’auto nel mezzo della strada.

Vivere con una serie di malattie croniche, soffrire gli effetti della manipolazione ormonale – l’uso di steroidi per controllare stati infiammatori – e dover maneggiare le fluttuazioni di peso relative hanno creato questo grande varco fra ciò che io penso essere vero e la realtà.

Negli ultimi anni ho lavorato duro per costruire un ponte sul varco. Alle volte fallisco in modo clamoroso, altre volte mi muovo nella vita con un sorriso soddisfatto, fiduciosa e allegra. Chiunque abbia mai avuto a che fare con le precisazioni poste davanti ai complimenti sa esattamente di che sto parlando.

“Per essere una ragazza grossa sei davvero carina.”

“Per qualcuno della tua taglia sei in forma splendida.”

“Anche se sei larga, piaci ai ragazzi.”

“Mi sorprende che pur essendo una ragazza grassa tu abbia lo stomaco piatto.”

Nonostante, anche se, sebbene… parole e frasi dette prima di complimenti ambigui che invece di rinforzarti ti schiantano.

La faccenda è questa: le cose dette sopra possono essere tutte vere, ma il mio corpo e io siamo di più della somma delle nostre parti. Il mio peso non è la cosa più interessante di me. E il mio corpo, questo mio largo corpo, ha attraversato tutto.

Non mi ha abbandonata quando mi è stato diagnosticato il cancro. Mi ha sostenuta attraverso operazioni chirurgiche dolorose, biopsie, colposcopie, laparoscopie e un numero apparentemente infinito di medicine (ognuna delle quali con il proprio orrendo effetto collaterale, fra cui il mio preferito, si fa per dire, è stato perdere i capelli).

Il mio corpo è rimasto risoluto di fronte all’abuso coniugale, ad ogni parola odiosa e ogni minaccia in esso contenute. Il mio corpo mi ha portata nell’esercito e nei giorni precedenti il mio 19° compleanno, quando sono stata assalita mentre tornavo a casa da una festa. Mi ha portata su piedi veloci quando ero in grado di correre per un miglio (Ndt.: circa un chilometro e 600 metri) in sei minuti, salire su una corda in meno di trenta secondi e sollevare 300 libbre (Ndt.: poco più di 226 kg.)

Mi ha tenuta in piedi attraverso ogni scazzottata. Attraverso l’abuso sessuale infantile e il trauma che ne è seguito: il mio corpo ha bruciato di rabbia e mi ha aiutata ad aggrapparmi alla mia vita.

Mi ha portata avanti dopo che sono stata stuprata durante un appuntamento, un momento in cui ho preso in seria considerazione l’idea di farla finita. Il mio corpo ha guarito se stesso. Il mio corpo ha guarito me.

Non è perfetto: ha gonfiori, cicatrici, segni. E’ quasi sempre dolorante. Ma il mio corpo è capace di straordinarie prove di forza. E il mio corpo è sexy.

Questo è qualcosa che devo ricordare a me stessa ogni qualvolta le precisazioni fanno capolino nei mie stessi discorsi. “Per essere una ragazza grassa, ho un bel sorriso.”, “Nonostante sia grossa, sembro gradevole oggi.”, oppure “Uh… anche se sono così, quel tizio ha appena flirtato con me.”

No. Io ho un bel sorriso. Io sono gradevole. I ragazzi mi chiedono di uscire con loro (la mia agenda al proposito è spettacolare).

Mi ci sono voluti otto anni per capire che la bellezza e la percentuale di grasso corporeo non si escludono l’una con l’altro. Vi invito a fare altrettanto. Senza aggiungere precisazioni.

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(“An Indonesian Village’s First Female Chief Ended Illegal Logging With Spies and Checkpoints”, di Carolyn Beeler per Public Radio International, 30 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Una strada maestra che attraversa il distretto di Sedahan Jaya nel Borneo occidentale è solo una striscia di terra marrone. Ma è meglio della pozza di fango in cui soleva mutarsi dopo intense piogge. “La strada era in condizioni così cattive quando i bambini andavano a scuola che tornavano a casa con le gambe coperte di fango. – dice Hamisah, una residente locale – Questo era davvero triste per me.”

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Hamisah (in immagine), 43enne, ha due figli maschi e vive in una delle piccole case annidate lungo tale strada. Dal suo cortile, si possono scorgere alcune delle colline del parco nazionale di circa 400 miglia quadrate Gunung Palung: è da là che venivano le inondazioni, a causare problemi maggiori delle gambe infangate. Molti dei circa 900 residenti del villaggio di Hamisah sono contadini e lavorano nelle risaie dal verde iridescente che si situano sotto il parco.

“C’erano sempre inondazioni quando i contadini stavano per mietere il riso, perciò perdevamo i nostri raccolti.”, dice Hamisah. Il problema, aggiunge, era peggiorato dal disboscamento illegale nel parco. “A causa del taglio illegale, alcune colline non hanno più molti alberi, perciò la terra non può assorbire l’acqua della pioggia. – spiega Hamisah – Perciò, ogni anno, c’erano grosse inondazioni.”

Ho parlato con Hamisah nella stanza d’ingresso della sua casetta di legno, dove lei aveva disteso uno spesso tappeto porpora perché ci sedessimo insieme. Discuteva enfaticamente e gesticolando, apparendo vivace e professionale pur nel soffocante caldo tropicale e anche se si alzava ogni pochi minuti per scacciare le galline dalla porta d’ingresso.

Hamisah non è mai andata alle superiori e la gente dice che era timida. Ma le inondazioni e i problemi che esse causavano alla usa comunità l’hanno spinta in avanti: “Ho pensato che per me era il momento di essere coraggiosa e di presentare la mia candidatura a capo del villaggio.”

Non c’era mai stato prima un capo di sesso femminile nella zona, ma Hamisah si era costruita del sostegno. Aveva conosciuto un bel po’ di persone tramite il suo lavoro di assistente sanitaria, lavorando in una clinica locale alla cura delle persone con tubercolosi.

“Forse perché sono una donna, una madre, molta gente veniva da me se aveva problemi. – dice Hamisah – Io ascoltavo e tentavo di suggerire soluzioni. Così, dopo un po’, alcuni hanno cominciato a dirmi che avrei dovuto presentare la mia candidatura.” Lei lo fece, nel 2013, e vinse diventando la leader di Sidorejo nel distretto di Sedahan Jaya.

Hamisah si mise subito al lavoro per fermare la deforestazione illegale e cominciò dalle donne del villaggio. All’epoca, fra i disboscatori illegali, ce n’era solo uno che effettivamente viveva nel villaggio e lei parlò alla moglie di costui dei pericoli che correva: e se si fosse tagliato con la sega, chiese, e se un albero gli fosse caduto addosso? “Feci in modo che sua moglie gli parlasse di questo e lo incitasse a smettere.” Funzionò. L’uomo appese la sega al chiodo e trovò lavoro nell’edilizia.

“Negli altri casi, chiesi alle donne che futuro volevano per i loro bambini, per le foreste e per alcuni tipi di flora e fauna di cui avevano cura. – prosegue Hamisah – Questa è la mia strategia: dire alle donne perché dobbiamo proteggere il villaggio.”

Tuttavia, quelli che tagliavano gli alberi nelle foreste che circondano il villaggio venivano in effetti da fuori di esso. Ma poiché Hamisah aveva i residenti locali dalla propria parte, ne reclutò alcuni affinché fermassero i disboscatori che attraversavano il villaggio per raggiungere le foreste. Hamisah chiama le/i suoi aiutanti “spie”. Una è una negoziante di nome Selamat, che lavora in un chiosco distante pochi minuti di strada dalla casa di Hamisah: “Mi chiese di prestare attenzione a chi guidava mezzi portando una sega. Io dissi di sì, perché volevo essere d’aiuto.” Quando Selamat individuava un disboscatore, doveva chiamare la “spia” successiva lungo la strada, un uomo di nome Ridwan, che avrebbe fermato l’automobile e tentato di convincere il guidatore a tornare indietro.”

Ridwan ha raccontato uno dei blocchi che ha effettuato nell’agosto 2014: “Il tipo era molto arrabbiato, mi disse che non avrebbe venduto il legno e che voleva solo costruire una casa. Ha tirato fuori ogni tipo di argomenti ma alla fine se n’è andato.”

La rete creata da Hamisah ha fermato cinque disboscatori illegali nel suo primo anno e mezzo da capo del villaggio. Ridwan dice che attorno al villaggio nessuno tenta più di tagliare alberi e attribuisce in larga parte il fatto alla guida di Hamisah: “Lei non è come un uomo che si arrabbia subito, lei ha più disciplina. E’ diretta e dura, ma è il tipo di leader che riesce a far cooperare chiunque con lei e a seguirla.”

Il villaggio ha ottenuto anche cure sanitarie meno costose nella clinica dove Hamisah lavora perché ha fermato il disboscamento illegale. La clinica infatti incentiva la conservazione delle foreste offrendo sconti agli abitanti dei villaggi che lo hanno impedito o diminuito.

Il villaggio di Hamisah è un piccolo luogo. Solo sei disboscatori sono stati fermati sino ad ora. Nel frattempo, le foreste indonesiane vengono ancora perdute su larga scala e molta di questa perdita avviene in modo legale. Tutta questa deforestazione ha reso il paese uno dei primi emissori di gas a effetto serra del mondo.

Hamisah sa questo, ma attesta di essere felice per quel che è riuscita ad ottenere: “E non solo io sono felice. Tutte le donne qui intorno si sentono vincitrici perché abbiamo fermato i disboscatori.”

Hamisah dice che la sua esperienza è la prova che se lei può fare la differenza nella sua comunità, chiunque altro può. E che tante piccole differenze possono sommarsi sino a diventare qualcosa di grande.

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(tratto da: “Six ways to end gender-based violence”, di Maryce Ramsey, Senior Gender Advisor di FHI 360 – un’organizzazione umanitaria di volontariato che lavora in più di 70 paesi -, 8 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La violenza di genere è una barriera significativa a ogni progetto di sviluppo. L’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n. 5 delle Nazioni Unite riconosce l’eguaglianza di genere come il fondamento per “un mondo pacifico, prosperoso e sostenibile” e ciò implica un mondo libero dalla violenza di genere. L’Obiettivo n. 5 fa esplicitamente riferimento all’eliminazione di “tutte le forme di violenza contro donne e bambine nelle sfere pubblica e privata”.

Questo è il traguardo giusto. Ma come ci arriviamo? Se avessi un fondo illimitato per creare e implementare la mia propria agenda, mi concentrerei su sei aree chiave:

1) Finanziare la piena partecipazione delle donne alla società civile.

Donne che sono attive nella società civile possono essere altamente efficaci nell’influenzare trattati, accordi e leggi a livello globale, regionale e nazionale, e nell’esercitare pressione per la loro implementazione. Più danaro deve fluire verso il sostegno alla partecipazione attiva delle donne alla società civile.

2) Migliorare quegli sforzi intesi alla prevenzione che comprendono come la radice della violenza basata sul genere siano le relazioni diseguali di potere fra i generi.

Alcuni programmi

http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(14)61797-9/fulltext

hanno effettivamente strutturato attività partecipate che guidano all’esame delle norme di genere e delle loro relazioni a sbilanciamenti di potere, violenza e altri comportamenti dannosi. Lavorano con diversi portatori di interesse primario attraverso lo spettro socio-ecologico e attraverso settori multipli. Ma dobbiamo fare un lavoro migliore nel dar valore a questi programmi, così da poterci muovere da progetti pilota di piccola entità a programmi su larga scala intesi a portare cambiamenti nelle società.

3) Portare i servizi medici che riguardano la violenza di genere sino alle strutture sanitarie di più basso livello.

L’offerta di servizi medici che riguardano la violenza di genere si è concentrata negli “sportelli” delle strutture di alto livello, come gli ospedali, dove tutti i servizi sono concentrati in un unico posto. Ma la maggioranza delle persone che accedono alle strutture di alto livello lo fanno troppo tardi per ricevere interventi chiave, come contraccezione d’emergenza e profilassi post esposizione all’Hiv. Per un accesso più rapido dovremmo concentrarci nel portare i servizi più vicini alla comunità, soprattutto nelle zone rurali.

4) Rispondere alle necessità delle bambine / dei bambini sopravvissute/i, inclusi gli interventi per interrompere il ciclo della violenza di genere.

Nei rifugi e nelle cliniche per donne, nelle sale d’aspetto e nelle case protette, è usuale vedere bambine/i di ogni età. E’ però raro vedere qualcuno che lavora con questi piccoli, che hanno avuto un’esperienza traumatica. A volte sono vittime, ma più facilmente sono i testimoni della violenza agita contro le loro madri. Ci mancano professionisti addestrati a lavorare con minori che abbiamo fatto esperienza della violenza di genere, in special modo quando i perpetratori sono i loro genitori o altri membri delle loro famiglie.

5) Sviluppare guide per costruire sistemi atti a eliminare la violenza basata sul genere.

C’è un’ampia scelta di materiali per l’orientamento su come affrontare la violenza di genere tramite determinati settori, come quello sanitario, o tramite azioni discrezionali, come il fornire standard per i rifugi o formazione agli operatori. Tuttavia, ci manca la guida pratica per costruire l’intero sistema dalla A alla Z: mettere in pratica le leggi, diffondere consapevolezza sui servizi e creare disponibilità finanziaria nei bilanci.

6) Creare programmi di sostegno per i professionisti che fanno esperienza di trauma vicario.

Dopo aver passato tre anni a lavorare in un programma che affrontava la violenza di genere nelle scuole, ho dovuto mollare. Nonostante il mio impegno a mettere fine alla violenza di genere, semplicemente non potevo ascoltare una storia orribile di più. La mia esperienza non è unica. L’esaurimento è una realtà e ci manca personale qualificato che tratti le sopravvissute alla violenza di genere.

Molti progressi sono stati fatti nell’affrontare la violenza basata sul genere. Siamo più bravi a definire le istanze, a raccogliere dati e prove per identificare quel che funziona, e miglioriamo costantemente la qualità dei servizi. Nonostante tutti questi avanzamenti, la violenza di genere resta un problema globale che ha ovunque la stessa radice: norme di genere non eque.

Sino a quando non affronteremo queste diseguaglianze fondamentali, il che include il riconoscere i diritti delle donne come diritti umani, noi non metteremo fine alla violenza di genere.

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(“This Made Me Courageous” – Girls Find Their Voices in Cameroon, di Zoneziwoh Mbondgulo-Wondieh per International Women’s Health Coalition, novembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Zoneziwoh, attivista femminista camerunense, fa parte dell’organizzazione “Women for a Change” – “Donne per un cambiamento”, ma anche in un bel gioco di parole “Donne tanto per cambiare”. Il suo sogno è “Vedere un mondo privo di ogni forma di paura.”)

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Victorine (in immagine) viene da un piccolo villaggio agricolo del Camerun del nordovest. Poche bambine là vanno a scuola e quelle che ci vanno di solito ne vengono tolte prima di diplomarsi e sono date in matrimonio prima di compiere 18 anni. Ma Victorine ha piani diversi per il proprio futuro. Vuole diventare un’avvocata.

Victorine fa parte di un club organizzato da “Women for a Change”, un’organizzazione che lavora per il potenziamento di bambine e giovani donne. Il club è stato stabilito tre anni fa di modo che le ragazze – e anche alcuni ragazzi – potessero avere informazioni sulla loro salute riproduttiva e sessuale e sui loro relativi diritti. Victorine è stata parte del club sin dall’inizio e ora è una delle sue leader.

Lo staff dell’International Women’s Health Coalition (“Coalizione internazionale per la salute delle donne”) ha di recente visitato il club e ha visto di prima mano l’impatto che queste iniziative hanno su bambine e giovani donne. Hanno anche dato consigli alle leader del club e alle facilitatrici per rendere esaurienti e complete le lezioni di educazione sessuale.

Per molte delle ragazze, partecipare al club di “Women for a Change” e ai seminari costituisce la prima volta in cui sentono parlare dei loro diritti umani, in special modo del loro diritto a controllare ciò che accade al loro corpo, la loro sessualità e la loro riproduzione.

Women for a Change mi ha fatto crescere e mi ha insegnato in pratica tutto quel che so oggi dei miei diritti come ragazza.”, dice Victorine. Le partecipanti apprendono non solo nozioni di biologia e le basi dell’educazione sessuale, ma anche di come pratiche di genere nocive possano minacciare la loro salute e la loro sicurezza.

Durante una discussione sulle attitudini di uomini e ragazzi nella sua comunità, Victorine ha asserito: “Dobbiamo cambiare la loro mentalità”. Non solo i matrimoni di bambine sono comuni, in questa regione, ma altre forme di violenza contro donne e fanciulle lo sono altrettanto.

Quando durante la discussione è arrivato il commento sulle ragazze che dovrebbero stare attente a come si vestono per evitare le molestie e gli abusi degli uomini, Victorine ha obiettato: “Non è quel che le donne indossano a causare gli stupri. Anche donne coperte dalla testa ai piedi sono aggredite.”

Cosa importante, Victorine e le altre ragazze stanno imparando a esprimersi e a farlo pubblicamente. Una delle partecipanti ha dichiarato: “Donne e ragazze non dovrebbero essere confinate in camera da letto o in cucina!”. Alcune hanno sogni, come Victorine, di continuare a studiare e andare all’università. Stanno acquistando fiducia partecipando al club e ora i ragazzi mostrano di rispettare di più i loro diritti.

Gli effetti vanno oltre il club. Victorine gira per le comunità a lei vicine per sensibilizzarle sui diritti delle ragazze. A volte parla a folle composte per la maggior parte di uomini e ragazzi, ma non ha paura. Senza dubbio, ne sta convincendo alcuni. Ma il suo pubblico principale sono le altre ragazze e le giovani donne.

Victorine ha un messaggio per loro: “Voglio che sappiano di avere una voce”.

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Contano i fatti, non le polemiche. Quello della fertilità è un problema serio, in Italia ci sono 700.000 coppie che cercano di procreare senza riuscirci.” La Ministra Lorenzin dixit.

E ci sono anche, però, 11 milioni di italiani che nel 2016 hanno dovuto rinviare prestazioni sanitarie o rinunciarvi a causa di difficoltà economiche (i ticket continuano a lievitare e le cifre delle tariffe private sono ormai identiche o di poco superiori): erano 9 milioni nel 2012;

ci sono 10 milioni e 200.000 italiani che fanno un maggiore ricorso alla sanità privata rispetto al passato: il 72,6% a causa delle liste d’attesa epocali nel servizio sanitario nazionale;

ci sono 7 milioni e 100.000 italiani che, in maggioranza per lo stesso motivo, nell’ultimo anno hanno usato l’intramoenia (cioè hanno pagato i medici ospedalieri come professionisti privati);

ci sono 2 milioni e quattrocentomila italiani anziani che la sanità non se le possono permettere ne’ pubblica ne’ privata, e 2 milioni e duecentomila “millennials” – dai 36 anni ai 21 circa – sono nelle stesse condizioni. (dati Censis 2016)

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I problemi veri vanno affrontati, e quando non piacciono bisogna affrontarli lo stesso”. Sempre Lorenzin. A maggior ragione, quello sopra e questo quando lo affrontiamo?:

ci sono 6 milioni 788 mila donne italiane che hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale;

ci sono 3 milioni 466 mila donne italiane che hanno subìto stalking;

circa ogni due giorni una donna italiana muore di violenza di genere. (dati Istat 2015)

La campagna sulla fertilità da 113.000 euro (non li ha tirati fuori dalle proprie tasche Lorenzin, ma chi paga le tasse e i ticket e non trova assistenza contro la violenza perché i rifugi non sono finanziati), dice sempre Lorenzin “era proprio brutta ma io faccio il ministro e non il comunicatore; dunque mi interessa il messaggio più della campagna in sé. – e ovviamente – Nessuno aveva intenzioni razziste, perché noi del ministero della Salute ci occupiamo ogni giorno di garantire la salute a tutti gli italiani, indipendentemente dal colore della pelle, facciamo prevenzione per tutti.”

Signora, a parte che usare correttamente il termine Ministra (come già faceva Foscolo) è salubre in assoluto e altamente consigliabile come “stile di vita” quando si è donne, ha mai sentito citare il buon vecchio McLuhan con “il mezzo è il messaggio”? Quando immagini e parole scelte suscitano una reazione così forte dietro non c’è “un errore tecnico” come lei sostiene, ma un errore di lettura della realtà.

Chi ha protestato contro il “Fertility Day” le ha fatto delle domande precise e le ha posto questioni concrete, liquidarle come “strumentalizzazioni” e suggerire che scaturiscano da ignoranza e invidia “… mi sa che c’è un sacco di gente che aspira a fare il Ministro della Salute: va benissimo, ma io intanto mi occupo di cose vere.” convalida una cecità volontaria e ostinata e petulante proprio per le “cose vere”. Lei sta guardando l’Italia come se fosse una presentazione in photoshop preparata dal suo Ministero, senza collegamento alcuno con gli individui in carne e ossa della cui salute – come da dati precedenti – il suddetto dicastero non si occupa affatto. Id est, Ministra Lorenzin, lei sta facendo malissimo il suo lavoro. Forse non se accorge perché nel governo italiano, quanto a lavorar male, è in buona compagnia. Maria G. Di Rienzo

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Abitudini

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Dunque:

le fotografie non sono originali e il Ministero della Salute le ha comprate a 9,50 euro l’una (dieci e lode per la frugalità ma gravemente insufficiente per l’essere fuori tema);

la Ministra Lorenzin ha ritirato la locandina e l’opuscolo così illustrati;

sempre la stessa ha “già attivato il procedimento disciplinare e quello per la revoca dell’incarico dirigenziale nei confronti del responsabile della direzione generale della comunicazione istituzionale del suo Dicastero che ha curato la redazione e la diffusione del materiale informativo”… dopo che è montata la protesta su quanto stupido e razzista sia l’accostamento delle due immagini.

Voglio dire, nessuno al Ministero della Salute se n’è accorto prima. E se i cattivi “compagni” stanno almeno facendo qualcosa (fumano) che può essere messo in relazione alle abitudini – in questo caso “cattive” – cosa stanno facendo i quattro promotori di quelle “buone”?

Niente. Guardano l’obiettivo e sorridono. Perciò, siete giovani, biondi e bianchi e avete problemi di fertilità? Fatevi scattare una fotografia con sfondo marino mostrando la vostra dentatura perfetta (infatti l’immagine è usata dalla Penn Hill Dental britannica per pubblicizzare i suoi impianti dentali), è una buona abitudine, parola del Ministero della Salute.

Se invece pensate ci siano cose più utili da fare, sia per affrontare l’infertilità, sia per creare un ambiente più accogliente e favorevole per i bambini e per chi li partorisce e li cresce (lavoro, welfare, sanità, ecc.) allora ditelo domani 22 settembre alla Ministra tramite il “Fertility Fake”:

A Roma in piazza di Spagna alle 10.00

A Firenze in piazza dei Ciompi alle 18.30

A Napoli in piazza Bellini alle 18.30

A Torino in piazza Castello alle 18.30

A Padova in piazza delle Erbe alle 16.30

A Pescara in piazza Salotto alle 16.00

A Perugia in Corso Vannucci alle 18.00

A Pisa in piazza Garibaldi alle 18.00

A Bologna in piazza Ravegnana alle 18.00

A Milano Univ. Milano-Bicocca in piazza della Scienza alle 10.00

A Bari all’Università, piazza Umberto I, alle 9.00

A Trieste all’Università, piazzale Europa, alle 9.00

Controllate sul web, probabilmente altre città si sono aggiunte e sulla pagina FB vi daranno le indicazioni del caso.

Maria G. Di Rienzo

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Il 22 settembre prossimo, ma anche prima, in nome degli elevati principi che hanno spinto la Ministra della Salute a proclamare il “Fertility Day” – in italiano veniva un po’ troppo mussoliniano – potremmo leggere questo documento delle Nazioni Unite: l’Italia è uno stato membro e firma tutto in smemorata allegria.

Analisi tematica: eliminare la discriminazione contro le donne in rapporto a salute e sicurezza. Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla discriminazione contro le donne nelle leggi e in pratica. 2016.

Dalla presentazione: “Il presente rapporto mira a chiarificare il significato di eguaglianza nelle aree di salute e sicurezza, a identificare le pratiche discriminatorie, a esporre la strumentalizzazione dei corpi delle donne in violazione della loro dignità umana e a rivelare le barriere poste a un accesso autonomo, efficace ed economicamente sostenibile da parte delle donne alle cure sanitarie. La strumentalizzazione è definita come soggezione delle naturali funzioni biologiche delle donne a un’agenda patriarcale politicizzata, che ha lo scopo di mantenere e perpetuare determinate idee di femminilità come opposta alla mascolinità o il ruolo subordinato delle donne nella società. (…) La discriminazione contro le donne nelle aree di salute e sicurezza e il negare il loro diritto al contro dei loro corpi viola gravemente la loro dignità umana che, assieme all’eguaglianza, è riconosciuta nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani come il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo.”

Il punto 5 – L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute non come mera assenza di malattie o infermità, ma come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Nel presente rapporto il Gruppo di Lavoro tratta la sicurezza delle donne come aspetto integrale della loro salute. L’esposizione delle donne alla violenza di genere sia nella sfera pubblica sia nella sfera privata, incluse le situazioni di conflitto, è una componente primaria della cattiva salute fisica e mentale delle donne e della distruzione del loro benessere e costituisce una violazione dei loro diritti umani.

Il punto 7 – Le donne fronteggiano un rischio sproporzionato di essere soggette a trattamenti umilianti e degradanti nelle strutture sanitarie, in special modo durante gravidanza, parto e post parto. Inoltre, sono particolarmente vulnerabili a trattamenti degradanti in situazioni in cui sono private della libertà, come nei centri di detenzione per migranti o negli istituti per la salute mentale.

Sono soggette a trattamento umiliante all’interno del sistema sanitario a causa della loro identità di genere e del loro orientamento sessuale, talvolta espresso in nome di moralità o religione come metodo per punire ciò che è considerato “comportamento immorale”. (fine della parziale traduzione)

Dopo averlo letto, con la Ministra Lorenzin si potrebbe discutere di tantissime cose. Per esempio: parliamo dell’obiezione di coscienza all’interruzione di gravidanza? Parliamo dei fanatici religiosi ammessi nei Consultori pubblici? Parliamo del ginecologo che urla “Porca!” a una ragazza di 16 anni perché non è vergine (l’ho sentito con le mie orecchie mentre aspettavo il mio turno: sì, il vostro intuito non sbaglia, ho visto questo cafone quella volta e mai più)? Parliamo dell’infermiera che nega la contraccezione d’emergenza allo sportello del Pronto Soccorso perché “deve salvare una vita umana”? Parliamo delle molestie alle pazienti da parte di medici e infermieri? Parliamo delle cifre della violenza di genere in Italia? Eccetera.

Sarebbero conversazioni più utili di quella sulla “clessidra biologica” che campeggia in uno degli stupidissimi – e sessisti – manifesti della campagna per la fertilità. Maria G. Di Rienzo

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