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Ouen Chomroeun

Sulla donna in immagine, la cambogiana 54enne Ouen Chomroeun, potete vedere due brevi documentari:

https://www.youtube.com/watch?v=3X0Szrxq1a4

https://www.newsdeeply.com/womensadvancement/articles/2018/05/17/the-all-woman-team-building-and-selling-toilets-in-cambodia

Da quando aveva 17 anni costruisce e vende taniche per l’acqua, turche e wc. Quando installa gli impianti igienici si occupa anche delle tubature e del drenaggio. All’inizio faceva in pratica tutto da sola – nei documentari la vedrete creare gli oggetti a partire dalla frantumazione delle pietre per fare il cemento – poi ha iniziato ad avere operaie (suo marito e altri due uomini si occupano delle consegne).

Per molto tempo è stata una delle rare imprenditrici artigianali nel settore: a tutt’oggi nel paese le donne che fanno il suo stesso mestiere sono circa 200. Primogenita, Ouen ha in questo modo sostenuto economicamente tutte le sue sorelle.

Nel 2011 ha cominciato a collaborare con WaterShed, un’organizzazione che mette in relazione piccoli imprenditori, governi locali e clienti per facilitare la creazione e l’uso di sanitari, filtri per l’acqua e impianti igienici. WaterShed lavora anche in Laos e Vietnam, ma ha la sua base in Cambogia dove, secondo stime dell’Unicef, circa 10.000 persone muoiono ogni anno per cause legate allo scarso accesso disponibile a tali impianti.

Ouen Chomroeun e le sue dipendenti fungono anche da trainer per le donne di altri villaggi, insegnando e diffondendo tutto quel che hanno appreso sull’igiene e le necessità del corpo umano. Avere o no un bagno fa una differenza enorme, spiega Ouen, soprattutto nella vita di una donna.

Maria G. Di Rienzo

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io mangio

(Io sogno – Io mangio)

celeste weeds

(Lady Giardino – Erbacce e tutto il resto)

Le immagini ritraggono Celeste Barber attrice, comica e scrittrice australiana, sposata e madre di due figli (l’uomo nella prima è suo marito).

Femminismo, salute mentale e salute fisica nelle foto sono a destra.

divano celeste

celeste yoga

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “From midwife to MP – Advancing the rights of women in the Comoros”, di Nasser Youssouf – anche l’immagine è sua – per il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, 4 aprile 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Oumouri

(La deputata Hadjira Oumouri partecipa alla maratona comoriana durante il Giorno Internazionale delle Donne. La sua maglietta dice: Io sono più di una madre. Sono anche una donna con delle ambizioni.)

Moroni, Unione delle Comore – Come levatrice Hadjira Oumouri, 49enne, ha passato anni facendo attivismo per la salute e i diritti delle donne. Oggi è la seconda donna mai stata membro del Parlamento delle Comore e attualmente l’unica deputata di sesso femminile.

La sua esperienza ha intessuto il suo essere una guida. Sin da quando è stata eletta, ha introdotto molteplici provvedimenti per promuovere l’eguaglianza di genere e ha lavorato duramente – con successo – per ottenere il sostegno dei suoi colleghi maschi.

“Io penso che la lotta delle donne sia quotidiana. – ha detto – La politica è anche una lotta che devi continuare a fare.”

La diseguaglianza di genere resta un preoccupazione significativa nell’Unione delle Comore. In un sondaggio del 2012, tre donne su dieci hanno riportato di essere state date in mogli da bambine. Dai 15 anni in su, il 40% delle donne fa esperienza di violenza fisica.

Le donne hanno anche minori livelli di alfabetizzazione e partecipazione alla forza lavoro rispetto agli uomini, e trovano barriere nell’accesso ai servizi sanitari. Circa un terzo delle donne sposate hanno una necessità non soddisfatta di pianificazione familiare e circa metà delle donne sposate dicono che le decisioni relative alla loro salute sono principalmente prese dai loro mariti.

La mancanza di empowerment e di accesso ai servizi sanitari possono persino essere mortali. Secondo i dati del 2015 delle Nazioni Unite, circa 335 donne comoriane muoiono per cause legate alla gravidanza su ogni 100.000 che partoriscono restando vive: per fare un paragone, nelle regioni più sviluppate il numero di decessi è pari a 12. Come levatrice, Oumouri è stata testimone di prima mano di molte di queste istanze.

Nel 1995 cominciò a lavorare con Il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione per aumentare la consapevolezza sulla pianificazione familiare nella sua zona natale, la remota area di Mbadjini. Ha immediatamente affrontato le difficoltà che le donne fronteggiano – in particolare la mancanza di informazioni sulla salute femminile e sui contraccettivi. “E’ stato necessario sensibilizzare la popolazione.”, dice Oumouri. Esplicita attivista per i diritti delle donne, creò all’epoca anche un’associazione rappresentativa delle donne e delle bambine di Mbadjini. Infine, fu eletta sindaco del Comune di Itsahidi e, nel 2015, si presentò alle elezioni parlamentari del paese.

“Ciò che mi ha motivata è stato il vedere quante ineguaglianze riguardano le donne.”, ha detto. Oggi è l’unica donna su 33 membri dell’assemblea nazionale. Oumouri vuole anche vedere più donne partecipare alla politica. “Anche nelle posizioni ottenute per nomina, vedi che c’è un’unica ministra nel governo. E’ abbastanza? Io non lo credo.”

Oumouri ha promosso una legge che richiede diversità di genere nelle nomine fatte da governatori e capi di stato e chiede anche che le nomine fatte da partiti politici includano uomini e donne: “Ho pensato che se potevamo avere una legge che sostenesse le donne sarebbe stato un gran passo avanti. E’ anche un modo per motivare le donne a risvegliarsi e far campagna nei partiti politici.”

La legge è passata con voto unanime.

Oumouri ha anche proposto legislazioni specifiche per combattere le molestie sessuali sul posto di lavoro e nelle classi scolastiche. Oggi, lavora in stretto contatto con le associazioni di donne e persone esperte di genere e salute riproduttiva – incluse quelle del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione – per rispondere alle necessità di donne e bambine.

“Penso che mi sto facendo sentire.”, ha detto Oumouri.

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A volte vorresti davvero una spiegazione semplice. Qualcosa grazie a cui esclamare “Ah, allora è per questo!” e che ti permetta di razionalizzare odio, disprezzo, aggressioni, umiliazioni, la ridicolizzazione continua di tutto quel che sei e che fai. Ma anche quando te la forniscono prende la forma di un’ulteriore colpevolizzazione: che tu sia etichettata come “malata” fisica o mentale, si tratta solo di un altro stigma di cui sei completamente responsabile.

Quando ti suicidi lanciandoti da un balcone o sotto un treno ci saranno i cinque minuti in cui fra articoli, interviste, video e post su Facebook, qualcuno ricorderà i tuoi talenti, ti definirà “solare” e dirà melense stupidaggini sul tuo diventare una stella o cantare in coro con gli angeli. Nessuno dirà quel che dovrebbe essere detto: non l’abbiamo lasciata vivere in pace, non abbiamo dato alcun valore alla sua persona, abbiamo sputato sui suoi sogni e sulle sue emozioni, le abbiamo fatto credere che al mondo non ci fosse posto per lei – perché, soprattutto essendo femmina, in questo mondo il suo corpo prendeva troppo spazio.

Beatrice - Porta Susa Torino

Le telecamere della stazione ferroviaria di Porta Susa, Torino, confermano che Beatrice Inguì si è tolta la vita a 15 anni il 4 aprile 2018. “In camera sua gli agenti della polizia ferroviaria hanno scoperto il diario, – scrivono i giornali – su cui Beatrice ha motivato il suo desiderio di farla finita. Nell’ultima pagina, insieme alla richiesta di scuse ai genitori, la parola “Addio”. (…) “Sono troppo grassa”, scriveva la ragazza di Rivoli.”

Adesso, attestano sempre i quotidiani – ma i cinque minuti stanno per finire – “Rivoli piange” e “La bellezza non ha peso” e “Il salto si poteva evitare”. Sono gli stessi quotidiani che ci inondano a ogni edizione di modelle scheletriche con tette enormi al silicone, inviti a mettersi “in forma” (ehi, sta per arrivare la “prova bikini”, allerta, femmine!) e suggerimenti di ogni tipo su come dimagrire in fretta, perché persino l’attrice XY che ha settant’anni con photoshop, dieta di sperma e crack, liposuzione, chirurgia plastica ringiovanente alla vagina e cazzuolate di trucco può essere ancora attraente per gli uomini: unica condizione che giustifica l’esistenza di una donna.

Beatrice, come tutte/i noi, non aveva molte possibilità di sentire opinioni diverse da questa. Beatrice, come molte/i di noi, aveva finito per crederci. Frequentava un “centro specializzato” dove la visione che ti suggeriscono di te stessa è quella spiegata alla stampa da un’altra giovanissima “paziente”: “La gente non capisce che una persona obesa è una persona malata. Si pensa solo che dovrebbe mangiare un po’ meno, invece il cibo è un rifugio, un modo per sfuggire a una realtà in cui si vive male.” La ragazza sta descrivendo la bulimia, ma non tutte le persone grasse sono bulimiche.

Nella propria presentazione online, il centro dichiara di occuparsi della “cura dell’obesità grave” – Beatrice dalle scarse immagini a disposizione non sembra in condizione di obesità grave – e si definisce altamente specializzato “nella ricerca, cura e riabilitazione di malattie metaboliche come l’obesità (l’enfasi è mia), disturbi del comportamento alimentare, disordini della crescita e malattie neurologiche. Queste patologie sono trattate con tecnologie diagnostiche e terapeutiche all’avanguardia (test genetici molecolari, analisi computerizzate del consumo di calorie, microscopio elettronico, analisi del cammino, realtà virtuale e altre) e con la proposta di percorsi di riabilitazione di tipo multidisciplinare integrato.” C’è persino un padiglione speciale per bambine/i e ragazze/i, una vera pacchia. Non ho cercato i costi dei trattamenti, perché non volevo portare il mio disgusto a livelli stratosferici.

Le malattie metaboliche sono errori congeniti del metabolismo: cioè sono dovute a geni difettosi nella codificazione degli enzimi atti alla conversione di alcune sostanze (substrati) in altre (prodotti). Per quanto se ne sa finora, sono ereditarie e spesso dovute a consanguineità dei genitori.

Se tu diagnostichi qualcuno come affetto da un errore congenito del metabolismo, per guarire tale errore non ti servirà a niente analizzare al computer in realtà virtuale quante calorie tal persona consuma, perché nella lista di dette malattie metaboliche ereditarie il grasso corporeo non compare. Poiché molte di esse hanno a che fare con un malfunzionamento nella gestione delle proteine da parte del corpo, sino a trent’anni fa i trattamenti si limitavano a ridurre l’assorbimento di queste ultime, attenuando i sintomi delle varie patologie, ma senza cancellarle. Un errore genetico presente dalla nascita con il test genetico molecolare lo trovi, ma non lo fai scomparire: il che può avvenire invece con sostituzione enzimatica, trasferimento genico, trapianto di midollo osseo o di un organo specifico ecc.

Dire a qualcuno che se è grasso è malato non è meglio del dirgli che fa veramente schifo, che è un tossicodipendente da cibo, che è un cesso che nessuno scoperà mai, eccetera. La cosa peggiore è che NIENTE di tutto questo è vero, NIENTE è sorretto da evidenza scientifica inconfutabile, ma persino se lo fosse nulla giustifica i livelli di bullismo diretti alle persone grasse. Restano esseri umani titolari di diritti umani, sapete, anche se non vi piacciono.

Perciò, la società italiana odierna ha ucciso Beatrice semplicemente perché i suoi membri non potevano sopportarne la diversità: una quindicenne che non somiglia a Barbie non è degna di esistere, e glielo hanno detto così tante volte, con così tanti media diversi, con così tanta forza amplificata dai relativi guadagni di mercato che lei ha portato il giudizio sociale alla sua ultima conseguenza logica.

“Beatrice suonava l’oboe e il pianoforte. Frequentava la seconda classe del Liceo musicale di Vercelli. Il suo sogno era di diventare una cantante lirica. «Anche se aveva una passione per la lirica, amava tutta la musica in realtà» dicono i compagni.”

Vedete, io ho 59 anni, ho ormai percorso la maggior parte del mio cammino e potete scaricarmi addosso tutte le vostre munizioni: vi torneranno indietro come se fossi fatta di diamante e titanio, perché è questo il grado di durezza che il mio spirito, non il mio corpo fatto di sangue, pelle, grasso, ossa, ecc., ha raggiunto. Beatrice ne aveva solo 15 e ogni colpo l’ha ferita, ancora e ancora, sino a che il dolore è diventato troppo intenso da sopportare e la morte è diventata preferibile. Immagino che chiunque si sia fatto beffe di lei sia soddisfatto, adesso. Io, però, non vi darò tregua, sino al mio ultimo respiro.

Maria G. Di Rienzo

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Spesso altre donne mi dicono che sto facendo un buon lavoro nell’alimentare determinazione e speranza in chi legge quel che scrivo/traduco.

Le mie scelte di sottolineare ogni vittoria femminista, per quanto piccola, di onorare l’impegno delle donne di qualsiasi età o provenienza, di demistificare senza posa le razionalizzazioni della violenza di genere, anche se raggiungono un pubblico limitato hanno quindi un impatto positivo.

Sapere questo è allo stesso tempo una gratificazione e un rovello: cosa faccio nei giorni come oggi, quando una raffica di notizie disturbanti al minimo e strazianti al massimo mi inchioda nella sofferenza?

Solo qualche esempio:

* In Paraguay una quattordicenne rimasta incinta a causa di uno stupro è deceduta partorendo: il suo paese non permette l’aborto a meno di grave rischio per la vita della madre. Era in ospedale per complicazioni relative alla gravidanza da venti giorni quando è entrata in travaglio. La ragazzina ha manifestato problemi respiratori mentre i medici tentavano di farla partorire normalmente, poi hanno deciso di praticarle il cesareo, durante il quale ha avuto un’embolia e tre arresti cardiaci. Poi è morta. La creatura che ha messo al mondo è attaccata ai macchinari, perché non respira autonomamente.

* Quegli stessi macchinari saranno scollegati nei prossimi giorni alla 16enne statunitense (del Maryland) in coma profondo, a cui l’ex ragazzo ha sparato “perché lo aveva lasciato”. Non ci sono speranze, morirà.

* Ad Arezzo, all’interno di quella che dovrebbe essere una comunità protetta, una bambina di 10 anni è stata abusata sessualmente da due altri minori (un 15enne e un 16enni) ospiti della stessa struttura.

* Dall’inizio del 2018, in Italia abbiamo avuto 24 femminicidi.

* Il piano contro la violenza di genere varato dal nostro governo per il triennio 2017-2020 e approvato da Stato e Regioni – e strombazzato in occasione del 25 novembre, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne – non è in attuazione e non eroga ai Centri Antiviolenza i fondi che ha stanziato.

Vi riporto un brano di una recente conferenza della dott. Alice Han (“Violence Against Women and Girls: Let’s Reframe This Pandemic.”) che insegna ostetricia, ginecologia e biologia riproduttiva ad Harvard e all’Università di Toronto (Canada):

“Nella conversazione (ndt.: scaturita dalla campagna #MeToo) si nota l’assenza del come favorire la salute delle donne e ridurre la violenza contro donne e bambine. Tale violenza può essere fisica, emotiva o psicologia e prende molte forme, inclusi lo stupro, la violenza domestica, i matrimoni infantili, il traffico sessuale e i delitti d’onore. Come ostetrica e ginecologa che si occupa della salute delle donne e come epidemiologa che studia l’andamento delle malattie, sono arrivata a pensare alla violenza contro donne e bambine come a un’infezione pandemica. A differenza di una malattia virale, le cause alla radice di questa violenza sono sociopolitiche, come la diseguaglianza di genere. Ma proprio come il virus che causa l’influenza, le idee che guidano la violenza contro donne e bambine a diffondersi infettano e minacciano le società in tutto il mondo. (…) Abbiamo prove che interventi adeguati funzionano nel ridurre il numero dei casi di violenza contro donne e bambine – e non prendono generazioni per funzionare, bastano pochi anni. Per esempio, un programma in Uganda ha coinvolto i leader delle comunità e uomini e donne nell’apprendimento su come pareggiare in eguaglianza le dinamiche di potere in poco più di tre anni: ciò ha tagliato a metà il rischio, per una donna, di subire violenza fisica dal proprio partner.”

Nel finale, Alice Han indica ruoli e responsabilità di politici, sistema sanitario, personale che viene in contatto con le vittime di violenza ecc. – chiunque può dare una mano, ma la quasi totalità di queste persone non ha il minimo addestramento su come farlo.

Attiviste femministe e attiviste antiviolenza hanno un patrimonio di conoscenza pratica e teorica da fornire, mai utilizzato, mai preso come quel che è: il necessario fondamento per ridurre e infine eliminare la violenza di genere. Le istituzioni non ci sentono. Qual è il problema? No, non chiediamo compensi e neppure riconoscimenti: la maggior parte di noi fa questo gratuitamente ogni giorno, ovunque sia offerto un minimo spazio.

Ma voi riuscite a immaginare Di Maio, Salvini, l’utilizzatore finale Berlusconi o Renzi e compagnia disposti a osservare onestamente e criticamente le radici della violenza sulle donne? Ecco, neanch’io. Maria G. Di Rienzo

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Cara Coop, ieri 14 febbraio ho ricevuto una lettera a firma dell’egregio sig. presidente Adriano Turrini (datata 10 gennaio), definita “una preziosa occasione per ringraziarti della fiducia che dimostri di avere per la Cooperativa” ecc. e che poi entra nel dettaglio di vari progetti.

In verità, la mia fiducia nella Cooperativa – già bassa per motivi che spiegherò di seguito – è scesa al suo minimo storico lo stesso giorno, in cui oltre alla lettera ho ricevuto la rivista Consumatori. Potrei sintetizzare il tutto con una domanda: Cara Coop, vorresti smettere di “bullizzare” i tuoi soci maschi e femmine che non rispondono all’attuale modello di “magra bellezza” spacciata per salute? Per farti un solo primo esempio, io duro una gran fatica a comprare tuoi prodotti contenuti in involucri che riportano dei bambini sull’altalena: per la precisione, nell’immagine due bambini piccoli stanno in alto a un’estremità mentre all’altra un bambinone schiaccia l’attrezzo a terra – non può giocare e impedisce ad altri di giocare, perché è grasso. La narrativa, oltre a essere falsa, è così chiara nella sua violenza e nei suggerimenti discriminatori correlati che io come socia non posso avallarla.

Qualche mese fa ho buttato Consumatori nella carta da riciclo prima di leggere completamente la rivista: l’occhio mi era caduto, sfogliandola, sull’articolo che definiva le persone grasse dei tossicodipendenti da cibo (divise però dottamente in tossici “sapidi” e tossici “dolci”). Dovrei ringraziarvi per aver fornito un insulto in più atto a marginalizzare persone giudicate esclusivamente in base alla loro apparenza non conforme? Prossimamente fornirete premi in forma di buoni per chirurgia plastica e liposuzione ai soci meritevoli?

Sul numero attuale il vostro sedicente esperto insiste: l’obesità è una malattia, se lo dice l’associazione dei medici statunitensi dev’essere vero – peccato che io sappia sia cos’è una malattia (e il grasso corporeo non lo è), sia che il BMI – Body Mass Index è stato ideato da un matematico belga per scopi non medici (fornire al suo governo i dati sul fabbisogno calorico medio di un maschio belga adulto – io sono una femmina italiana anziana e non so cosa farmene), sia cos’è realmente accaduto nel 2013 quando l’associazione medica suddetta – di cui purtroppo fanno parte individui con cospicui interessi nell’industria dietetica, come azionisti o come consulenti – ha rilasciato il suo rapporto: una meta-analisi di 97 studi precedenti. Per esempio, l’associazione ha rilevato che gli individui “sovrappeso” (secondo il BMI) hanno un rischio più basso di morte prematura degli individui con peso “normale” e che non c’era relazione diretta fra l’essere grassi e il morire prematuramente. Solo nei casi di un altissimo grado di obesità il rischio era presente. Il giornalista Paul Campos, per The New York Times, commentò la vicenda così: “Se il governo dovesse definire come peso normale quello che non aumenta il rischio di morte, allora circa 130 milioni dei 165 milioni di americani adulti attualmente definiti sovrappeso e obesi rientrerebbero nella categoria di un peso normale. Si tratta del 79%. Vale la pena ripeterlo: misurando il rischio di morte prematura, allora il 79% delle persone che al corrente svergogniamo per il loro peso sarebbe ridefinita come perfettamente normale. Ideale, persino. Diciamo che siamo felici di essere paffuti, sapendo come un corpo che felicemente bilancia soffice e forte sarà il tipo di corpo che ci porterà attraverso una vita intera.”

Ma no, ma no, è la salute: non aggrediamo le persone (le donne soprattutto) per il loro peso tramite programmi tv, annunci pubblicitari, film, libri, medici incompetenti, non le svergogniamo e non le insultiamo perché l’industria globale dei prodotti dietetici e farmaceutici diretti allo scopo ci guadagna una spaventosa pacca di miliardi l’anno. No, infatti le “medicine” per dimagrire hanno questa simpatica storia:

Dinitrophenol” 2 e 4: prodotto ritirato del mercato nel 1938 perché causava ipertermia fatale;

Amfetamine con il nome di “Obetrol” (assuefazione, vari effetti collaterali): prodotto ritirato dal mercato nel 1973;

Fen-phen” e “Redux”: prodotti ritirati del mercato nel 1997 perché causavano problemi al cuore;

Meridia”: prodotto ritirato dal mercato nel 2010 perché causava danni cardiovascolari e infarti;

Orlistat”: prodotto ancora sul mercato alcuni anni fa, ignoro se ora sia stato ritirato. Causa perdite continue di feci liquide, danno ai reni, non assorbimento delle vitamine e, vivaddio, alleluia, che gioia… modesta perdita di peso.

Ti serve altro, cara Coop? Altre ricerche, magari?

http://www.jabfm.org/content/25/1/9.abstract?etoc

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10546694

Sono studi con un database che vanta 1.800.000 osservazioni su persone per almeno un anno:

http://www.cooperinstitute.org/ccls

e sostengono che la salute sia multidimensionale, non direttamente legata al peso corporeo, non interamente controllabile, e che le abitudini salutari siano cosa assai migliore per i corpi umani della perdita di peso. Di mio aggiungo che la salute non è un indicatore di valore delle persone umane.

Inoltre, checché creda il vostro “medico”, è proprio vero: la perdita di peso a lungo termine – parliamo di un ammontare superiore ai 15 chili per un periodo di almeno cinque anni – è quasi impossibile e l’oscillazione fra dimagrimento e ripresa del peso perduto fa decisamente male alla salute (cuore e reni sono quelli che ne risentono per primi):

http://www.cbc.ca/news/health/obesity-research-confirms-long-term-weight-loss-almost-impossible-1.2663585

Cara Coop, nonostante i tuoi “esperti” mi sputino in faccia dicendo che sono tossicodipendente e malata, e nonostante il mio peso e i miei quasi sessant’anni, le mie analisi di sangue e urina NON RILEVANO valori fuori norma. Chiaro? Persino la glicemia è a posto, sebbene io abbia avuto madre e nonna diabetiche. Sì, mi disturba doverti raccontare i fatti miei, ma non mi stai lasciando scelta, perché non mi rispetti come essere umano. Un essere umano grosso, largo, chiamami come ti pare e non accuserò offesa, ma che io resti tua socia dipenderà dal fatto che tu smetta di diffondere falsità sugli individui del mio tipo. Sono un membro attento e impegnato della comunità umana in cui vivo, sono in salute, resto titolare dei diritti umani iscritti nella Dichiarazione Universale del 1948 (diritti inviolabili, intangibili, inalienabili) qualsiasi sia la mia percentuale di grasso corporeo, sono stanca di bambine che si buttano dal balcone a 12 anni perché la propaganda in auge dice loro che sono troppo “pesanti” per essere degne di vivere e non intendo in alcun modo essere complice di quest’andazzo criminale.

Maria G. Di Rienzo, 15 febbraio 2017

P.S. Alcuni dati sono ripresi pari pari da miei articoli precedenti.

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Update

Fra un cocktail di aspirina effervescente e delibazioni di fine sciroppo al cucchiaio non ho ancora sputato fuori bronchi e polmoni, per quanto ci tenti tossendo per un terzo del giorno. Ho sfiorato l’overdose da tachipirina (usciremo dal tunnel degli antipiretici?) facendo scendere la mia temperatura – di media già bassa – a 34,7°.

Lo psicopatico del piano di sopra continua imperterrito a pestarmi in testa tutto quel che trova in qualsiasi orario gli aggradi (non avendo un lavoro fisso le 6 del mattino o le 3 di notte non fanno differenza per lui) e sebbene abbia lo sfratto di rinvio in rinvio potrebbe restare a divertirsi sino a settembre prossimo: capite, siamo solo a febbraio, la mia tachicardia sta diventando cronica e butto via sempre più soldi in tranquillanti ogni mese. Non credo di riuscire a tornare qui a scrivere prima di un altro paio di settimane. Love, M.G.

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