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Smile!

Creature, devo prendere qualche altro giorno di pausa dal blog.

Causa 1: cambio computer (non esaltatevi, è di seconda mano anche quello “nuovo”);

Causa 2: sono in dirittura d’arrivo per l’ultimo romanzo e ho bisogno di tempo per correggere, rivisitare, limare ecc.;

Causa 3: sono stanca (probabilmente alcuni di voi ricordano il perché) e ho necessità di “ricaricare le pile”.

Però vi amo – come il mio alieno sorriso qui sotto dovrebbe esemplificare – e torno presto. Maria G. Di Rienzo

alien smile

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brenda

(particolare di una foto di Aaron Vincent Elkaim)

Di recente, il New York Times le ha dedicato un lungo articolo: la donna nell’immagine si chiama Brenda Milner ed è docente di psicologia nel dipartimento di neurologia e neurochirurgia dell’Università McGill di Montreal.

Brenda è famosa per essere la scienziata che scoprì negli anni ’50 la sede della memoria nel cervello, ovvero la donna che compì la scoperta fondamentale nel campo della neuroscienza cognitiva.

Ha 98 anni e una carriera lunga quasi settanta tuttora in corso: Brenda è attualmente al lavoro per chiarificare le funzioni delle aree principali del cervello. Nel 2014 ha vinto ben tre premi per i risultati ottenuti nella sua attività scientifica e con essi sono arrivati i soldi per la ricerca. “Sono ancora una ficcanaso. – ha dichiarato al proposito – Sono curiosa.” I suoi colleghi dicono di lei che nella vita e in laboratorio, per la dott. Milner, è sempre la scienza a venire per prima.

Gli studi in corso hanno il potenziale per dare una svolta positiva alle vite delle persone affette da demenza precoce, da alcuni danni cerebrali e da difficoltà di apprendimento. Come docente ha scelto di lavorare solo con studenti che hanno già conseguito la laurea e mirano a un dottorato di ricerca: “I laureandi hanno bisogno di sapere che tu sarai presente per loro almeno cinque anni. – ha spiegato ridacchiando – E be’, diventa difficile quando devono cambiare persona di riferimento, sapete.” Brenda passa in ufficio circa tre giorni a settimana e non ha problemi a raggiungere l’Università: “Vivo molto vicina, ci arrivo in dieci minuti con una passeggiata a piedi su per la collina.” Maria G. Di Rienzo

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disegno di cecile dormeau

“Qualsiasi cosa sia profondamente, essenzialmente femminile – i segni della vita nelle espressioni di una donna, che sensazioni dà la sua pelle, la forma dei suoi seni, le trasformazioni della sua epidermide dopo il parto – è riclassificata come brutta e la “bruttezza” come malattia. Le qualità in questione riguardano l’intensificazione del potere di una donna, il che spiega la loro rielaborazione come diminuzione di potere. Almeno un terzo della vita di una donna porta i segni dell’età; circa un terzo del suo corpo è fatto di grasso. Ambo i simboli sono stati trasformati in “condizioni mediche”, di modo che le donne si sentono in salute solo se sono due terzi delle donne che potrebbero essere. Come può un “ideale” riguardare le donne se è definito dalla misura in cui le caratteristiche sessuali femminili non esistono sul corpo di una donna, e dalla misura in cui una vita femminile non si mostra sul suo volto?” Naomi Wolf, “The Beauty Myth” – “Il mito della bellezza”, trad. Maria G. Di Rienzo

disegno 2 di cecile dormeau

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(“Meet Mariamah Achmad, Indonesia” – Nobel Women’s Initiative 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

mariamah-achmad

Mariamah “Mayi” Achmad, indonesiana del Kalimantan occidentale, è la Coordinatrice per l’istruzione alla consapevolezza ambientale della Fondazione Palung e dirige l’organizzazione ecologista “Sekolah Lahan Gambut”. Ha un diploma in gestione forestale e lavora per educare i villaggi rurali alla protezione della biodiversità.

Cosa ti ha spinta a diventare un’attivista?

Sono cresciuta in un bellissimo villaggio rurale con un lungo fiume e molte mangrovie. La foresta forniva alla mia famiglia e alle persone nel mio villaggio legno, lavoro e acqua potabile. All’epoca mio fratello lavorava come disboscatore. Quando il governo mise fuorilegge il disboscamento io mi sentivo arrabbiata, perché pensavo che i nostri mezzi di sussistenza ci fossero stati tolti. Ma ho capito che il vero problema erano le compagnie multinazionali a cui era permesso di controllare larghe aree e di usare la terra a proprio beneficio. Mio fratello non poteva tagliare un albero, ma una di queste compagnie venne al mio villaggio, tagliò il legno delle mangrovie per fare carbone e distrusse i loro acquitrini per produrre gamberetti. Ho preso il diploma in gestione forestale perché sapevo che non c’era abbastanza consapevolezza su come maneggiare la foresta e le nostre risorse naturale. E’ stato come se la foresta mi avesse chiamata.

Quanto grave è l’attuale problema di deforestazione dell’Indonesia?

L’Indonesia soffre degli effetti del surriscaldamento globale, ma allo stesso tempo siamo diventati uno dei paesi che producono più emissioni di anidride carbonica. Centinaia di migliaia di incendi nelle foreste accadono qui ogni anno, molti sono iniziati deliberatamente per aver terra da coltivare, in particolare per le piantagioni che producono olio di palma.

Le nostre umide foreste torbiere sono state prosciugate e disboscate e la torba è molto infiammabile, specialmente nella stagione secca. Quando la torba prende fuoco può bruciare invisibile sotto il terreno e solo la pioggia può spegnerla. L’uso di pesticidi e fertilizzanti e le attività minerarie – sia legali sia illegali – hanno inquinato i fiumi. Nel 2013, l’intera regione del Kalimantan è finita nella lista dei 10 luoghi più inquinati del mondo.

Che impatto ha questo sulle persone?

Il fumo denso delle foreste che bruciano può causare asma, bronchite, malattie cardiache e cancro ai polmoni, e interessa specialmente gli agricoltori che vivono vicini alle piantagioni di palma da olio. A queste comunità manca anche l’accesso a servizi sanitari e istruzione. Nelle zone urbane fanno campagne per insegnare alla gente come maneggiare lo smog, ma la mia squadra e io siamo state in aree rurali piene di fumi dove i membri delle comunità, inclusi i bambini, continuavano a svolgere le attività quotidiane senza usare neppure mascherine.

Ho colleghe che hanno documentato problemi di salute riproduttiva per le donne come risultato dell’uso di acqua inquinata. C’è un costo sociale, pure. Con la perdita della foresta, la comunità perde i suoi mezzi di sussistenza. In passato, la foresta forniva tutto ciò di cui le persone avevano bisogno gratuitamente. Ora devono pagare, il che significa trovarsi un lavoro e usualmente il lavoro lo trovano alle piantagioni per l’olio di palma: dove l’orario è lunghissimo e la paga irrisoria.

In che modo la tua organizzazione “Sekolah Lahan Gambut”, contrasta tale realtà?

Molti dei nostri membri sono giovani donne. Le istruiamo affinché vadano nelle zone rurali a ricordare alle persone quanto importanti sono le foreste, perché le stiamo perdendo e cosa loro possono fare per dare una mano. Lavoriamo nelle scuole, usando le tecniche del racconto e dello spettacolo di marionette per educare gli studenti sull’importanza delle foreste pluviali e torbiere e della biodiversità in generale. Io porto gli studenti nelle foreste in uscite didattiche nelle foreste, che sono anche habitat per specie animali in pericolo. Facciamo anche campagne sui media e abbiamo creato un sito web e programmi radio per diffondere il messaggio.

Cosa dovrebbe accadere?

Dobbiamo far pressione sul governo affinché mantenga la decisione di revocare alle compagnie multinazionali i permessi di bruciare le foreste. Dobbiamo far pressione affinché smettano di aprire queste aree e assicurare le loro riforestazione ove siano state disboscate o bruciate. Le politiche del governo devono sostenere le comunità, non le compagnie commerciali. Io spero di fare in modo che le persone ricordino tutto ciò che le foreste ci hanno dato e che è nostra responsabilità proteggerle.

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(tratto da: “How I Came To Love My Fat, Beautiful Body”, un più lungo articolo di Sarah Blohm – pseudonimo – per Role Reboot, 4 gennaio 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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Ci sono giorni in cui celebro il mio corpo come il contenitore della Dea che è ed altri in cui mi sento tradita da esso, vorrei dargli fuoco e passarci sopra con l’auto nel mezzo della strada.

Vivere con una serie di malattie croniche, soffrire gli effetti della manipolazione ormonale – l’uso di steroidi per controllare stati infiammatori – e dover maneggiare le fluttuazioni di peso relative hanno creato questo grande varco fra ciò che io penso essere vero e la realtà.

Negli ultimi anni ho lavorato duro per costruire un ponte sul varco. Alle volte fallisco in modo clamoroso, altre volte mi muovo nella vita con un sorriso soddisfatto, fiduciosa e allegra. Chiunque abbia mai avuto a che fare con le precisazioni poste davanti ai complimenti sa esattamente di che sto parlando.

“Per essere una ragazza grossa sei davvero carina.”

“Per qualcuno della tua taglia sei in forma splendida.”

“Anche se sei larga, piaci ai ragazzi.”

“Mi sorprende che pur essendo una ragazza grassa tu abbia lo stomaco piatto.”

Nonostante, anche se, sebbene… parole e frasi dette prima di complimenti ambigui che invece di rinforzarti ti schiantano.

La faccenda è questa: le cose dette sopra possono essere tutte vere, ma il mio corpo e io siamo di più della somma delle nostre parti. Il mio peso non è la cosa più interessante di me. E il mio corpo, questo mio largo corpo, ha attraversato tutto.

Non mi ha abbandonata quando mi è stato diagnosticato il cancro. Mi ha sostenuta attraverso operazioni chirurgiche dolorose, biopsie, colposcopie, laparoscopie e un numero apparentemente infinito di medicine (ognuna delle quali con il proprio orrendo effetto collaterale, fra cui il mio preferito, si fa per dire, è stato perdere i capelli).

Il mio corpo è rimasto risoluto di fronte all’abuso coniugale, ad ogni parola odiosa e ogni minaccia in esso contenute. Il mio corpo mi ha portata nell’esercito e nei giorni precedenti il mio 19° compleanno, quando sono stata assalita mentre tornavo a casa da una festa. Mi ha portata su piedi veloci quando ero in grado di correre per un miglio (Ndt.: circa un chilometro e 600 metri) in sei minuti, salire su una corda in meno di trenta secondi e sollevare 300 libbre (Ndt.: poco più di 226 kg.)

Mi ha tenuta in piedi attraverso ogni scazzottata. Attraverso l’abuso sessuale infantile e il trauma che ne è seguito: il mio corpo ha bruciato di rabbia e mi ha aiutata ad aggrapparmi alla mia vita.

Mi ha portata avanti dopo che sono stata stuprata durante un appuntamento, un momento in cui ho preso in seria considerazione l’idea di farla finita. Il mio corpo ha guarito se stesso. Il mio corpo ha guarito me.

Non è perfetto: ha gonfiori, cicatrici, segni. E’ quasi sempre dolorante. Ma il mio corpo è capace di straordinarie prove di forza. E il mio corpo è sexy.

Questo è qualcosa che devo ricordare a me stessa ogni qualvolta le precisazioni fanno capolino nei mie stessi discorsi. “Per essere una ragazza grassa, ho un bel sorriso.”, “Nonostante sia grossa, sembro gradevole oggi.”, oppure “Uh… anche se sono così, quel tizio ha appena flirtato con me.”

No. Io ho un bel sorriso. Io sono gradevole. I ragazzi mi chiedono di uscire con loro (la mia agenda al proposito è spettacolare).

Mi ci sono voluti otto anni per capire che la bellezza e la percentuale di grasso corporeo non si escludono l’una con l’altro. Vi invito a fare altrettanto. Senza aggiungere precisazioni.

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(“An Indonesian Village’s First Female Chief Ended Illegal Logging With Spies and Checkpoints”, di Carolyn Beeler per Public Radio International, 30 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Una strada maestra che attraversa il distretto di Sedahan Jaya nel Borneo occidentale è solo una striscia di terra marrone. Ma è meglio della pozza di fango in cui soleva mutarsi dopo intense piogge. “La strada era in condizioni così cattive quando i bambini andavano a scuola che tornavano a casa con le gambe coperte di fango. – dice Hamisah, una residente locale – Questo era davvero triste per me.”

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Hamisah (in immagine), 43enne, ha due figli maschi e vive in una delle piccole case annidate lungo tale strada. Dal suo cortile, si possono scorgere alcune delle colline del parco nazionale di circa 400 miglia quadrate Gunung Palung: è da là che venivano le inondazioni, a causare problemi maggiori delle gambe infangate. Molti dei circa 900 residenti del villaggio di Hamisah sono contadini e lavorano nelle risaie dal verde iridescente che si situano sotto il parco.

“C’erano sempre inondazioni quando i contadini stavano per mietere il riso, perciò perdevamo i nostri raccolti.”, dice Hamisah. Il problema, aggiunge, era peggiorato dal disboscamento illegale nel parco. “A causa del taglio illegale, alcune colline non hanno più molti alberi, perciò la terra non può assorbire l’acqua della pioggia. – spiega Hamisah – Perciò, ogni anno, c’erano grosse inondazioni.”

Ho parlato con Hamisah nella stanza d’ingresso della sua casetta di legno, dove lei aveva disteso uno spesso tappeto porpora perché ci sedessimo insieme. Discuteva enfaticamente e gesticolando, apparendo vivace e professionale pur nel soffocante caldo tropicale e anche se si alzava ogni pochi minuti per scacciare le galline dalla porta d’ingresso.

Hamisah non è mai andata alle superiori e la gente dice che era timida. Ma le inondazioni e i problemi che esse causavano alla usa comunità l’hanno spinta in avanti: “Ho pensato che per me era il momento di essere coraggiosa e di presentare la mia candidatura a capo del villaggio.”

Non c’era mai stato prima un capo di sesso femminile nella zona, ma Hamisah si era costruita del sostegno. Aveva conosciuto un bel po’ di persone tramite il suo lavoro di assistente sanitaria, lavorando in una clinica locale alla cura delle persone con tubercolosi.

“Forse perché sono una donna, una madre, molta gente veniva da me se aveva problemi. – dice Hamisah – Io ascoltavo e tentavo di suggerire soluzioni. Così, dopo un po’, alcuni hanno cominciato a dirmi che avrei dovuto presentare la mia candidatura.” Lei lo fece, nel 2013, e vinse diventando la leader di Sidorejo nel distretto di Sedahan Jaya.

Hamisah si mise subito al lavoro per fermare la deforestazione illegale e cominciò dalle donne del villaggio. All’epoca, fra i disboscatori illegali, ce n’era solo uno che effettivamente viveva nel villaggio e lei parlò alla moglie di costui dei pericoli che correva: e se si fosse tagliato con la sega, chiese, e se un albero gli fosse caduto addosso? “Feci in modo che sua moglie gli parlasse di questo e lo incitasse a smettere.” Funzionò. L’uomo appese la sega al chiodo e trovò lavoro nell’edilizia.

“Negli altri casi, chiesi alle donne che futuro volevano per i loro bambini, per le foreste e per alcuni tipi di flora e fauna di cui avevano cura. – prosegue Hamisah – Questa è la mia strategia: dire alle donne perché dobbiamo proteggere il villaggio.”

Tuttavia, quelli che tagliavano gli alberi nelle foreste che circondano il villaggio venivano in effetti da fuori di esso. Ma poiché Hamisah aveva i residenti locali dalla propria parte, ne reclutò alcuni affinché fermassero i disboscatori che attraversavano il villaggio per raggiungere le foreste. Hamisah chiama le/i suoi aiutanti “spie”. Una è una negoziante di nome Selamat, che lavora in un chiosco distante pochi minuti di strada dalla casa di Hamisah: “Mi chiese di prestare attenzione a chi guidava mezzi portando una sega. Io dissi di sì, perché volevo essere d’aiuto.” Quando Selamat individuava un disboscatore, doveva chiamare la “spia” successiva lungo la strada, un uomo di nome Ridwan, che avrebbe fermato l’automobile e tentato di convincere il guidatore a tornare indietro.”

Ridwan ha raccontato uno dei blocchi che ha effettuato nell’agosto 2014: “Il tipo era molto arrabbiato, mi disse che non avrebbe venduto il legno e che voleva solo costruire una casa. Ha tirato fuori ogni tipo di argomenti ma alla fine se n’è andato.”

La rete creata da Hamisah ha fermato cinque disboscatori illegali nel suo primo anno e mezzo da capo del villaggio. Ridwan dice che attorno al villaggio nessuno tenta più di tagliare alberi e attribuisce in larga parte il fatto alla guida di Hamisah: “Lei non è come un uomo che si arrabbia subito, lei ha più disciplina. E’ diretta e dura, ma è il tipo di leader che riesce a far cooperare chiunque con lei e a seguirla.”

Il villaggio ha ottenuto anche cure sanitarie meno costose nella clinica dove Hamisah lavora perché ha fermato il disboscamento illegale. La clinica infatti incentiva la conservazione delle foreste offrendo sconti agli abitanti dei villaggi che lo hanno impedito o diminuito.

Il villaggio di Hamisah è un piccolo luogo. Solo sei disboscatori sono stati fermati sino ad ora. Nel frattempo, le foreste indonesiane vengono ancora perdute su larga scala e molta di questa perdita avviene in modo legale. Tutta questa deforestazione ha reso il paese uno dei primi emissori di gas a effetto serra del mondo.

Hamisah sa questo, ma attesta di essere felice per quel che è riuscita ad ottenere: “E non solo io sono felice. Tutte le donne qui intorno si sentono vincitrici perché abbiamo fermato i disboscatori.”

Hamisah dice che la sua esperienza è la prova che se lei può fare la differenza nella sua comunità, chiunque altro può. E che tante piccole differenze possono sommarsi sino a diventare qualcosa di grande.

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(tratto da: “Six ways to end gender-based violence”, di Maryce Ramsey, Senior Gender Advisor di FHI 360 – un’organizzazione umanitaria di volontariato che lavora in più di 70 paesi -, 8 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La violenza di genere è una barriera significativa a ogni progetto di sviluppo. L’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n. 5 delle Nazioni Unite riconosce l’eguaglianza di genere come il fondamento per “un mondo pacifico, prosperoso e sostenibile” e ciò implica un mondo libero dalla violenza di genere. L’Obiettivo n. 5 fa esplicitamente riferimento all’eliminazione di “tutte le forme di violenza contro donne e bambine nelle sfere pubblica e privata”.

Questo è il traguardo giusto. Ma come ci arriviamo? Se avessi un fondo illimitato per creare e implementare la mia propria agenda, mi concentrerei su sei aree chiave:

1) Finanziare la piena partecipazione delle donne alla società civile.

Donne che sono attive nella società civile possono essere altamente efficaci nell’influenzare trattati, accordi e leggi a livello globale, regionale e nazionale, e nell’esercitare pressione per la loro implementazione. Più danaro deve fluire verso il sostegno alla partecipazione attiva delle donne alla società civile.

2) Migliorare quegli sforzi intesi alla prevenzione che comprendono come la radice della violenza basata sul genere siano le relazioni diseguali di potere fra i generi.

Alcuni programmi

http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(14)61797-9/fulltext

hanno effettivamente strutturato attività partecipate che guidano all’esame delle norme di genere e delle loro relazioni a sbilanciamenti di potere, violenza e altri comportamenti dannosi. Lavorano con diversi portatori di interesse primario attraverso lo spettro socio-ecologico e attraverso settori multipli. Ma dobbiamo fare un lavoro migliore nel dar valore a questi programmi, così da poterci muovere da progetti pilota di piccola entità a programmi su larga scala intesi a portare cambiamenti nelle società.

3) Portare i servizi medici che riguardano la violenza di genere sino alle strutture sanitarie di più basso livello.

L’offerta di servizi medici che riguardano la violenza di genere si è concentrata negli “sportelli” delle strutture di alto livello, come gli ospedali, dove tutti i servizi sono concentrati in un unico posto. Ma la maggioranza delle persone che accedono alle strutture di alto livello lo fanno troppo tardi per ricevere interventi chiave, come contraccezione d’emergenza e profilassi post esposizione all’Hiv. Per un accesso più rapido dovremmo concentrarci nel portare i servizi più vicini alla comunità, soprattutto nelle zone rurali.

4) Rispondere alle necessità delle bambine / dei bambini sopravvissute/i, inclusi gli interventi per interrompere il ciclo della violenza di genere.

Nei rifugi e nelle cliniche per donne, nelle sale d’aspetto e nelle case protette, è usuale vedere bambine/i di ogni età. E’ però raro vedere qualcuno che lavora con questi piccoli, che hanno avuto un’esperienza traumatica. A volte sono vittime, ma più facilmente sono i testimoni della violenza agita contro le loro madri. Ci mancano professionisti addestrati a lavorare con minori che abbiamo fatto esperienza della violenza di genere, in special modo quando i perpetratori sono i loro genitori o altri membri delle loro famiglie.

5) Sviluppare guide per costruire sistemi atti a eliminare la violenza basata sul genere.

C’è un’ampia scelta di materiali per l’orientamento su come affrontare la violenza di genere tramite determinati settori, come quello sanitario, o tramite azioni discrezionali, come il fornire standard per i rifugi o formazione agli operatori. Tuttavia, ci manca la guida pratica per costruire l’intero sistema dalla A alla Z: mettere in pratica le leggi, diffondere consapevolezza sui servizi e creare disponibilità finanziaria nei bilanci.

6) Creare programmi di sostegno per i professionisti che fanno esperienza di trauma vicario.

Dopo aver passato tre anni a lavorare in un programma che affrontava la violenza di genere nelle scuole, ho dovuto mollare. Nonostante il mio impegno a mettere fine alla violenza di genere, semplicemente non potevo ascoltare una storia orribile di più. La mia esperienza non è unica. L’esaurimento è una realtà e ci manca personale qualificato che tratti le sopravvissute alla violenza di genere.

Molti progressi sono stati fatti nell’affrontare la violenza basata sul genere. Siamo più bravi a definire le istanze, a raccogliere dati e prove per identificare quel che funziona, e miglioriamo costantemente la qualità dei servizi. Nonostante tutti questi avanzamenti, la violenza di genere resta un problema globale che ha ovunque la stessa radice: norme di genere non eque.

Sino a quando non affronteremo queste diseguaglianze fondamentali, il che include il riconoscere i diritti delle donne come diritti umani, noi non metteremo fine alla violenza di genere.

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