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Posts Tagged ‘giornalismo’

Alle quattro del pomeriggio non c’è ancora niente: gli articoli sono sempre quelli che annunciano la manifestazione contro il ddl Pillon, per lo più trafiletti a fondo pagina, ma nessuno dei maggiori giornali italiani la copre. Cerco di giustificare la cosa dicendomi che molte iniziative sono ancora in corso. Alle otto di sera ho girato il web in lungo e in largo e trovato solo qualche video (con 0, 3, 4 e 79 visualizzazioni – solo l’ultimo era corredato da commenti, le farneticazioni di due insultatori), ma almeno uno di essi era la copertura giornalistica del TG3 – breve e un po’ tirata via: si poteva per esempio indugiare sul documento mostrato da una manifestante un paio di secondi in più, era uno scritto esemplare per concisione e chiarezza e sarebbe servito a chi della questione non sapeva nulla.

Poi mi sono arresa. In circa 60 città si protesta e la cosa non è giudicata degna di approfondimento. E’ vero, c’era Torino con i suoi 40.000 “senza bandiere per il sì alla Tav” (i tesserini di partito però non li hanno contati) e c’era Roma con un più che necessario corteo antirazzista (100.000 partecipanti secondo gli organizzatori), ma non è una spiegazione sufficiente per l’indifferenza dei media, stante anche l’impressionante lista di associazioni e movimenti che hanno promosso l’iniziativa, fra cui la CGIL che è il principale sindacato italiano.

“Come abbiamo più volte denunciato – era la dichiarazione della CGIL – si tratta di un ddl che vuole riportare le donne indietro di cinquant’anni, non mette al centro il benessere dei bambini, ostacola la separazione rendendola di fatto accessibile solo a persone con reddito elevato, manca nella tutela dei diritti dei minori e soprattutto delle donne in situazioni di abusi e violenza”.

Temo che il “difetto”, per le direzioni dei giornali, stesse a monte: chi chiamava alla mobilitazione, per la maggior parte, erano associazioni e movimenti femministi e contro la violenza di genere – qualcosa da tenere sotto coperchio per quanto possibile. Le donne che sei costretto a intervistare e filmare non sono manichini sorridenti intercambiabili, ma creature pensanti, parlanti e splendidamente diverse l’una dall’altra in ogni caratteristica umana. Rischiano di suggerire non solo l’idea, già fonte di turbamento, che la cittadinanza femminile italiana abbia opinioni e voglia ascolto, ma che il palinsesto “donna” del giornale fatto di cosmetici, diete, moda e concorsi di bellezza non sia ne’ descrittivo della loro condizione ne’ soggetto del loro interesse. E questo, diciamocelo, è davvero intollerabile. Per gli uomini che controllano i media, s’intende.

Maria G. Di Rienzo

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La notizia dello stupro e del pestaggio di una migrante nigeriana 24enne, avvenuti nel 2017 in un centro accoglienza, ha raggiunto i media il 31 ottobre scorso. Gli aggressori, tutti suoi connazionali fra i 21 e i 37 anni, erano cinque: uno l’hanno ritrovato già in galera per omicidio di un altro nigeriano, tre li hanno arrestati e l’ultimo è latitante.

La Repubblica e La Stampa hanno lo stesso titolo “Bari, violentata dal branco nel centro di accoglienza: quattro arresti dopo la sua denuncia”; il primo quotidiano spiega che la giovane è stata “costretta, sotto la minaccia di un’arma da taglio, a subire un rapporto sessuale non consenziente“, il secondo dà conto delle minacce ricevute dalla vittima già al suo arrivo affinché iniziasse a prostituirsi per pagare i debiti di viaggio e della sua fuga dagli aspiranti magnaccia, poi racconta che nel centro di Bari-Palese “sin da subito, è stata oggetto di attenzioni sessuali da parte di un suo connazionale, “Egbon”, che l’ha varie volte importunata. La ragazza si è opposta in più occasioni fino a quando, una sera, è stata minacciata di morte dall’uomo, armato di coltello. E’ stata poi attorniata dal branco, colpita da tutti ripetutamente con schiaffi e pugni al volto, e trascinata in una stanza. A quel punto Egbon ha consumato il rapporto sessuale con la donna, mentre gli altri impedivano l’accesso alla camera ad estranei, e successivamente ha continuato a picchiarla brutalmente”.

E’ scoraggiante notare che, probabilmente, dovrò continuare a ripetere le stesse cose sino alla mia dipartita da questo mondo (ma per fortuna non sono la sola a dirle).

Allora, il branco: i branchi sono composti da animali, che solitamente in branco vivono e/o cacciano (ma in branco non violentano); le associazioni di esseri umani a scopo di reato possiamo chiamarle “gang”, “gruppi di delinquenti/perpetratori”, “bande” eccetera. Equiparare gli stupratori agli animali suggerisce una minore responsabilità dei primi, un contesto in cui le loro azioni appaiono istintive e naturali, non scelte precise di infliggere dolore, quali in effetti sono.

Un rapporto sessuale non consenziente si chiama stupro. Ricevere ripetute molestie sessuali non significa ricevere attenzioni sessuali. Il violentatore non ha consumato il rapporto sessuale con la donna (ha poi ha ritirato lo scontrino per la consumazione?), l’ha stuprata. Tutta questa terminologia continua a suggerire che lo stupro è solo sesso, sesso un po’ forzato e condito di botte (ma alle donne sotto sotto questo piace, non è vero?), ma sempre buon sesso – finché c’è un maschio che ne gode, cosa ne pensi la femmina coinvolta non è davvero importante. Lo stupro è violenza, punto e basta, e come tale deve essere descritto se non si vuole essere complici della cultura che lo genera e lo giustifica.

Signori giornalisti, provate a trattare un sequestro a scopo di rapina con la stessa incompetenza e (volontaria o meno) connivenza, metteteci come titolo: “Aggredito dal branco nel parcheggio: quattro arresti” e scrivete che il tizio assalito da tot persone affinché consegnasse loro il portafoglio “ha effettuato una donazione non consenziente di denaro” e che i suoi aggressori “hanno consumato la violazione di legge ricevendo il contenuto del borsellino”. Il redattore capo darebbe l’ok, secondo voi? Continuereste a lavorare in quella redazione, indisturbati? Giusto, le risposte sono due “no”. Quindi spiegatemi perché ciò che è intollerabile per tutto il resto degli esseri umani vittime di violenza devono tollerarlo le donne.

Maria G. Di Rienzo

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Ve la ricordate, la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, detta più semplicemente “Convenzione di Istanbul” e firmata dall’Italia nel 2013? La maggioranza di chi fa politica in Italia non solo se l’è scordata ma probabilmente non sa neppure di cosa si tratta (ne’ che è un trattato vincolante per i paesi che lo hanno sottoscritto).

All’art. 3 la Convenzione spiega correttamente cos’è il “genere”: è composto da “i ruoli socialmente costruiti, i comportamenti, le attività e gli attributi che una determinata società considera appropriati per donne e uomini” e cos’è la “violenza basata sul genere contro le donne”: è “violenza che è diretta contro una donna perché è una donna o che interessa le donne in modo sproporzionato”.

La Convenzione dice questo giacché è assodato da decenni di studi e analisi che gli stereotipi di genere sono sia inneschi sia alimentatori della violenza contro le donne. Metterli in discussione è precisamente quel che ogni nazione firmataria dovrebbe fare, ovunque: nei parlamenti e sedi decisionali, sui luoghi di lavoro, nel volontariato, nelle scuole. E qui salta fuori, appunto, un titolo de La Repubblica di ieri: Terni. “Bambole azzurre, soldatini rosa”: il no gender a scuola bloccato dalla Lega.

Wow, gli eroici difensori delle piccole patrie regionali hanno bloccato il “no gender”! Viva Salvini che salva i bambini dall’infrocimento coatto! Ma un momento… cosa cavolo è il “no gender”? Be’, lo ignora persino chi ha redatto l’articolo, pare, perché esso comincia così: No al gender nelle scuole. No gender, gender, agender segreto? In italiano si chiama genere. Di che si tratta è scritto sopra.

I fatti: il Forum Donne Amelia, con il sostegno delle Consigliere di Parità della Provincia di Terni, organizza un’iniziativa per gli alunni/le alunne della scuola primaria di una frazione del Comune, mirata a educare alla “parità tra donne e uomini”.

L’assessorato alla Scuola del Comune stesso, tramite la sua responsabile Valeria Alessandrini dà inizio a una protesta… su Facebook. Adesso la politica si fa così, con i tweet, i post e gli sms (solo che non è politica, è chiacchiera da bar al meglio e propaganda ignorante al peggio): “Rispetto per tutti – scrive Alessandrini – ma giù le mani dai bambini. Nelle scuole di Terni non entrerà mai un progetto del genere. Come assessore della Lega esprimo fin da subito il mio disappunto. La scuola non può e non deve sostituirsi alla famiglia”. In breve, l’esperienza chiude dopo due incontri e le organizzatrici sono costrette a spiegare l’ovvio e cioè che non c’è nessuna ideologia giender occultata biecamente nel diffondere il concetto di eguaglianza e nel contrastare gli stereotipi di genere.

Valeria Alessandrini, dice l’articolo, ha ribadito “il suo impegno contro la discriminazione femminile e la violenza sulle donne.” E in che consiste tale impegno se della questione dimostra non solo di non sapere nulla, ma di non essere neppure intenzionata ad ascoltare chi qualcosa ne sa?

La violenza di genere in Italia, che ha cifre allucinanti e che rovina ogni giorno un bel po’ di vite (e ne spegne una ogni paio di giorni) non può essere usata come veicolo per strillare a casaccio indignazione complottista. Farlo significa avere rispetto zero e ascolto zero per le vittime, non essere in grado di decostruire ne’ discriminazione ne’ cultura della violenza e quindi non essere in grado di disegnare o sostenere politiche appropriate.

A meno che il palco su cui scende la bambola gonfiabile che “assomiglia alla Boldrini” sia considerato più adatto ai bambini delle bambole azzurre e dei soldatini rosa. Sulla condizione femminile in Italia è stato di una precisione inarrivabile.

Maria G. Di Rienzo

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Lo dico io, prima che qualche benaltrista solo lo pensi: ci sono un milione di argomenti e fatti più gravi e più urgenti di quello che sto per trattare. Ma non è un caso se l’ho scelto – è l’esempio perfetto di come ormai si discute in Italia di qualsiasi cosa, mai affrontando il merito delle questioni e concentrandosi piuttosto sull’umiliare gli oppositori o i dissenzienti (se costoro sono donne il primo bersaglio è il loro aspetto, poi vengono la loro vita privata e la loro rispondenza a stereotipi di genere vecchi almeno di qualche secolo). Tale metodo con cui si affrontano le questioni e si svolgono i dibattiti relativi influisce inevitabilmente sui risultati: rende molto più probabile non risolvere nulla.

Seconda doverosa premessa: non ho simpatia personale per entrambe le protagoniste della vicenda e per le sfere politiche a cui fanno riferimento. La vicenda è questa: Cristina Parodi, giornalista della Rai, parla a Radio 2 dell’ascesa politica di Salvini, sostenendo che essa è stata favorita da “una componente di rabbia, ma anche di paura e ignoranza”. Per inciso, è un’analisi condivisa da numerosi commentatori politici esteri.

Immediatamente, alcuni parlamentari leghisti chiedono alla Rai di licenziare la giornalista. La signora Sonia Avolio di Fratelli d’Italia ritiene invece di doverle rispondere con un proprio video su Facebook. I giornali assicurano che costei, assessore al Commercio e alla Produttività del Comune di Cascina, ha la delega alle Pari Opportunità, sebbene il sito del Comune non la riporti nella lista che la riguarda (ci sono Commercio e Produttività, Merito e Sussidiarietà, Disabilità, Artigianato, Rapporti con Associazioni di Categoria, Tutela dei Consumatori, Politiche di Sviluppo delle Piccole e Medie imprese). Sempre dalla stampa rilevo la sua qualifica di “omeopata”.

En passant, mi lamento da tempo del vedere come le “pari opportunità” finiscano sovente in mano a persone completamente ignare degli intenti e del processo che hanno creato il concetto e pertanto incapaci di utilizzarlo in modo corretto.

Tornando al video, la sua autrice ha questo da dire: Cristina Parodi è la vera ignorante, perché ignora di essere cornuta – “(…) non sa più quante corna ha. E allora glielo dico io. Una per ogni lentiggine, se riesce a contarsele.” – e farebbe meglio ad andarsene fra i “tegami” con la sorella (Benedetta, che conduce programmi culinari).

Immagini chiave: una donna tradita è colpevole – evidentemente non è abbastanza “bella e brava” per meritare la fedeltà del marito; una donna è presuntuosa se ha opinioni politiche – è meglio che stia al suo posto, in cucina – ma allora la signora Avolio cosa ci fa in Fratelli d’Italia e al Comune di Cascina?

Le reazioni sui social media non sono state quelle entusiastiche che probabilmente Avolio aspettava.

E’ dovuta passare dal definirsi una “dura” (“Mai stata delicata: sono nata a Livorno!”) all’appellarsi alla libertà di parola (“Il mio parere è libero.”), che però purtroppo non è libertà di insulto.

Nel frattempo, la sua sindaca Susanna Ceccardi – nominata da Salvini consigliera per il programma di governo – la scarica: “Ha fatto tutto da sola.”, e alla fine decide per le scuse (riportate in modo letterale): “Chiedocscusa se qualcuno si è sentito offeso dal mio video : volevo fare ironia e non mi è riuscito .Sono greve , non cattiva .”

E questa è la parte conclusiva del metodo di discussione che citavo all’inizio: indicare come responsabili del trambusto quelli che hanno reagito… perché non hanno capito, perché sono ipersensibili, perché non hanno il senso dell’umorismo! Era ironia, anche se riuscita male. Se qualcuno si è sentito offeso (a essere offesa, citata con nome e cognome, è stata in verità una persona precisa, a cui le scuse non sono rivolte) mi dispiace di aver urtato i suoi delicati sentimenti e chiudiamola qui. Comodo.

Riesco a immaginare lo sconcerto dell’ironica, probabilmente riflesso nella fretta con cui sono state digitate le “scuse”. Com’è potuto accadere? Dopotutto si era comportata bene, proprio come “uno dei ragazzi”, gliele aveva cantate chiare alla femmina che aveva osato passare i limiti.

Io le credo, quando assicura di non essere cattiva. Vorrei che lei credesse a me se le dico che usare il sessismo contro altre donne non la rende più degna o più “tosta” agli occhi di nessuno, o meno donna lei stessa.

Maria G. Di Rienzo

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Diversi quotidiani nostrani, il 1° giugno u.s., riportavano lo stupro di gruppo di una dodicenne a Castellammare di Stabia da parte di altri tre minori (di età compresa tra i 14 e 16 anni), che si sono premurati di documentare le violenze sui loro cellulari – perché non un’oncia di sdegno sociale ricadrà su di loro, coetanei e non inneggeranno ai “fighi che scopano” mentre la vittima sarà immediatamente rubricata come “incauta” al meglio e “puttana” nel restante 99% dei casi: ormai lo sanno perfettamente. Tra loro e la felicità della violenza sessuale stanno solo orride leggi liberticide imposte dallo strapotere delle femministe naziste e carcerarie, ma si facciano coraggio: ora abbiamo un governo ancora più comprensivo dei precedenti, in pratica il fior fiore dell’ignoranza, della tracotanza e della misoginia da web e da bar sport, perciò non saranno lasciati soli.

La vicenda segue uno schema noto e ripetuto: l’amico / il ragazzo / il compagno di scuola di cui la ragazza si fida la invita a una festa / a fare un giretto insieme ecc. e la conduce in una località isolata dove lo aspettano i compari. Purtroppo, anche i reportage seguono uno schema noto e ripetuto: minimizzano, trivializzano, edulcorano la violenza e suggeriscono che almeno una parte di responsabilità cade sulla vittima.

Uno dei quotidiani di cui sopra, aspirando inutilmente al Pulitzer o al Nobel per la Letteratura, dà la notizia in questo modo (i corsivi sono miei): “Storie riservate, sgarbate, sbagliate. Storie segrete rinchiuse nel dolore più intimo. Inconfessabili, almeno fino a quando la sofferenza irrompe come uno squarcio e la verità chiede rivincita. La liberazione è l’unica chiave per sopravvivere. E la vittima ammette, rivela.” Altri si premurano di definire la denuncia della ragazzina “il racconto-confessione” e lo stupro di gruppo “la sconcertante vicenda”, o di farci sapere che quando è salita sullo scooter del falso amico “era già buio”.

Secondo il Dart Centre per Giornalismo e Trauma, “dare notizia delle violenze sessuali richiede speciale attenzione e aumentata sensibilità etica. Richiede speciali abilità nell’intervistare, comprensione delle leggi, e consapevolezza di base dell’impatto psicologico del trauma.” Naturalmente, proseguono, se si vuol fare del giornalismo corretto, sfidare gli stereotipi e fornire una visione più ampia e equa delle materie di cui si tratta, la speciale attenzione dev’essere sempre presente: nel caso della violenza di genere, però, il rischio a non mettercela è quello di offrire comprensione e sostegno ai criminali, perpetuando una visione del mondo in cui le donne sono vittime predestinate e meritevoli di essere tali e mantenendo salde le premesse che giustificano e scusano tale visione. Ciò danneggia le donne, le ragazze, le bambine ovunque – abbiano esse subito violenza o no.

Ai giornalisti sono stati forniti negli ultimi dieci anni, praticamente in ogni angolo del pianeta, manuali di base su come trattare la violenza di genere sui media: li hanno redatti una valanga di associazioni e gruppi che combattono la violenza contro le donne, commissioni delle Nazioni Unite e del Parlamento Europeo, commissioni statali di varie nazioni, un’altra valanga di ong che si occupano di salute e aiuto umanitario e alcune associazioni di lavoratori del settore fra cui la Federazione Internazionale dei/delle giornalisti/e. Ho appena letto uno studio del 2016 – “Media guidelines for the responsible reporting of violence against women: a review of evidence and issues” – che ha esaminato undici di questi manuali, cercando di capire perché chi lavora nei media non li adotta: secondo lo studio la discrepanza fra la realtà delle esperienze delle donne e la rappresentazione di esse sui media non è diminuita e “si sono dati ben pochi cambiamenti positivi”. Uno dei problemi, pare, è che “la comunicazione delle informazioni relative alla violenza contro le donne considerata come problema sociale non sempre risponde alle aspettative di fare colpo con la notizia.

Così una violazione atroce, uno stupro di gruppo, a danno di una bambina di 12 anni diventa una storia “sconcertante” (da cosa siete presi di sorpresa, signori giornalisti? Conoscete le cifre della violenza di genere in Italia?) e “sgarbata” (chi violenta è un po’ maleducato, in effetti, ma è tutto qui) la cui colpa alla fin fine è della vittima: è lei che confessa e ammette davanti a un tribunale di sessisti, analfabeti di ritorno o per scelta, a cui in tal maniera è confermata la legittimità dell’uso della violenza da parte degli stupratori.

Nemmeno questo “fa colpo” – è così vieto, visto e stravisto da essere nauseante – però fa contenti i prossimi perpetratori e i loro fan. Maria G. Di Rienzo

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IFJ Gender Council Conference

Dozzine di giornaliste delegate – da Asia, Americhe, Europa e Medioriente – si sono riunite a Santander in Spagna il 25/26 maggio scorsi, accolte dalla sindaca della città Gema Igual, per la conferenza “Donne e giornalismo: la lotta per l’eguaglianza” organizzata dalla Federazione Internazionale dei/delle giornalisti/e – per la precisione, e per la disperazione di parroci rintronati e complottisti-giender, dal suo “Consiglio per il Genere”. La Federazione rappresenta più di 600.000 reporter in 146 nazioni.

Fra le donne intervenute vi sono state, tra le altre, le giornaliste di Gran Bretagna, Kuwait, Pakistan, Perù, Spagna, Russia… e Italia (grazie amiche – non ho visto nessun quotidiano del nostro paese registrare quel che è avvenuto, ma ciò non costituisce una novità ne’ per voi ne’ per me).

Un brano del documento finale:

“Incontratesi a Santander, Spagna, il 25 e 26 maggio, le delegate (e i delegati, suppongo, giacché nelle foto ci sono un paio di uomini) condannano:

* La violenza e le molestie affrontate dalle donne giornaliste in tutto il mondo. Le statistiche della Federazione mostrano che almeno una giornalista su due ha sofferto molestie sessuali, abuso psicologico, molestie online e altre forme di abuso dei diritti umani.

* Il divario di genere sui salari, che è una realtà in ogni continente e che non ha impatto solo sulla vita lavorativa delle donne, ma anche sul loro pensionamento.

* L’aumentata precarietà delle condizioni lavorative affrontate dalle donne giornaliste, in special modo quelle costrette a lavorare senza contratto, in mancanza di protezioni sociali, pensione, ferie pagate e altri benefici sociali.

* La discriminazione, inclusi i fattori politici, legali, culturali, razziali e sociali, affrontata dalle donne giornaliste nelle loro carriere e comunità, che le impoverisce.

Le delegate chiedono ai sindacati e alle associazioni dei giornalisti di costruire un movimento globale di solidarietà per sviluppare un responso collettivo alle istanze suddette, incluse mobilitazioni e campagne politiche e sui luoghi di lavoro.

* Paga eguale per eguale lavoro.

* Fine del “soffitto di vetro”.

* Basta precariato – affinché vi siano condizioni di lavoro decenti per tutte le donne.

* Gli Stati agiscano urgentemente per applicare le leggi contro la violenza di genere in tutte le sue forme e i datori di lavoro si assumano le loro responsabilità per la sicurezza delle donne giornaliste.

* Si introducano o si applichino leggi che contrastino le molestie sessuali.”

Il consesso ha creato un piano d’azione generale e segnalato azioni chiave che coprono con esattezza i passi necessari all’azione nonviolenta – la condivisione di esperienze, la creazione di reti, il riconoscimento degli alleati attuali e l’individuazione degli alleati possibili ecc. – complimenti!

Leggere nel finale che si intende agire per “sostenere un giornalismo etico con prospettiva di genere e contrastare gli stereotipi di genere, l’oggettivazione e il biasimo delle vittime” mi ha anche fatto pensare che nel mondo della stampa forse non proprio tutto è andato a rotoli. Solidarietà, rispetto e gratitudine per chiunque abbia partecipato a questo lavoro. Maria G. Di Rienzo

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(tratto dal saggio: “Whose Story (and Country) Is This?”, di Rebecca Solnit, aprile 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Rebecca è una storica e un’attivista, nonché l’autrice di venti libri che spaziano dalla geografia all’arte al femminismo, e collabora con diverse riviste.)

rebecca solnit

(Rebecca Solnit, foto di David Butow)

Il comune denominatore di così tante narrazioni culturali strane e problematiche che incontriamo è una serie di presupposti su chi conta, su di chi è la storia, su chi merita la compassione e le coccole e la presunzione di innocenza, i guanti in pelle e il tappeto rosso e, in definitiva, il regno, il potere e la gloria. Voi sapete già di chi si tratta. Sono le persone bianche in generale e in particolare gli uomini bianchi protestanti, alcuni dei quali apparentemente sgomenti dall’aver scoperto che – come la mamma potrebbe aver già detto loro – esiste la condivisione. La storia di questo paese è stata scritta come se fosse la loro storia e l’informazione spesso ancora la racconta in questo modo: una delle battaglie della nostra epoca riguarda di chi tratta la storia, chi importa e chi decide. (…)

Un paio di settimane fa, l’Atlantic ha cercato di assumere uno scrittore, Kevin Williamson, il quale sostiene che le donne che abortiscono dovrebbero essere impiccate, e poi ha fatto marcia indietro a causa della pressione pubblica proveniente da persone a cui non piace l’idea che un quarto delle donne americane dovrebbero essere giustiziate.

Il New York Times ha assunto alcuni conservatori simili a Williamson, incluso il “dubbioso” sul cambiamento climatico Bret Stephens. Stephens ha dedicato una rubrica a simpatizzare per Williamson e indignarsi contro chiunque possa opporsi a lui. La simpatia nell’America che vuol vivere in una bolla va spesso automaticamente all’uomo bianco nella storia. Il presupposto è che la storia parli di lui; lui è il protagonista, la persona importante e quando, diciamo, leggi Stephens difendere Woody Allen e assalire Dylan Farrow per aver detto che Allen l’ha molestata, capisci quanto lavoro ha fatto immaginando di essere Woody Allen, e quanto insignificante è per lui Dylan Farrow o chiunque altra come lei.

Mi ricorda come alle giovani donne che denunciano stupri sia spesso detto che stanno danneggiando il radioso futuro dello stupratore, piuttosto di dire che probabilmente se l’è danneggiato da solo e che il loro radioso futuro dovrebbe avere qualche importanza. The Onion ha dato l’esempio perfetto anni fa: “Universitario star del baseball eroicamente supera il tragico stupro da lui commesso”. La scorretta distribuzione di simpatia è epidemica. Il New York Times ha definito l’uomo con alle spalle precedenti per violenza domestica che nel 2015 sparò nella clinica di Planned Parenthood a Colorado Springs, uccidendo tre genitori di bambini piccoli, “un gentile solitario”.

E quando il bombarolo che aveva terrorizzato Austin in Texas è stato finalmente arrestato il mese scorso, i giornalisti dei quotidiani hanno intervistato la sua famiglia e i suoi amici lasciando che le loro descrizioni positive si posizionassero come più valide del fatto che era un estremista e un terrorista messosi in opera per uccidere e terrorizzare gente di colore in un modo particolarmente feroce e codardo. Era un giovane uomo “quieto” e “studioso” che veniva da “una famiglia molto unita e timorata di dio”, ci fa sapere il Times in un tweet, mentre il titolo del Washington Post sottolinea che era “frustrato dalla sua vita”, il che è vero per milioni di giovani sull’intero pianeta che non ottengono tutta questa compassione e anche non diventano terroristi.

Il Daily Beast lo vede bene con un occhiello riguardante il più recente terrorista di destra, uno che si è fatto saltare in aria in casa propria, che era piena di materiali per fabbricare bombe: “Gli amici e i familiari dicono che Ben Morrow era un addetto di laboratorio che aveva sempre la Bibbia con sé. Gli investigatori dicono che era un bombarolo e credeva nella supremazia della razza bianca.”

Ma questo marzo, quando un ragazzo adolescente ha portato un fucile nel suo liceo nel Maryland e l’ha usato per uccidere Jaelynn Willey, i giornali l’hanno etichettato quale “malato d’amore”, come se l’omicidio premeditato fosse una reazione naturale a l’essere lasciato da qualcuno con cui hai avuto una relazione. In un potente ed eloquente editoriale sul New York Times, Isabelle Robinson, studente allo stesso liceo, scrive del “disturbante numero dei commenti che ho letto e che dicono più o meno: Se i compagni di classe e i compagni in genere del sig. Cruz fossero stati un pochino più gentili con lui, la sparatoria al liceo Stoneman Douglas non sarebbe mai accaduta.” Come lei nota, ciò pone l’onere – e quindi il biasimo – sul gruppo di pari, l’onere di venire incontro ai bisogni di ragazzi e uomini che possono essere ostili o omicidi.

Tale cornice suggerisce che siamo in debito di qualcosa verso di loro, il che nutre un senso di legittimazione, il quale a sua volta costruisce la logica della vendetta per non aver ricevuto quanto essi pensano noi si debba loro. Elliot Rodgers organizzò il massacro dei membri di un’associazione studentesca all’UC di Santa Barbara nel 2014, perché credeva che far sesso con donne attraenti fosse un suo diritto che quelle donne stavano violando e che un altro suo diritto fosse punire chiunque di loro o tutte loro con la morte. Ha ucciso sei persone e ne ha ferite quattordici. Nikolas Cruz diceva: “Elliot Rodgers non sarà dimenticato”. (…)

E poi ci sono i movimenti #MeToo e #TimesUp. Abbiamo ascoltato centinaia, forse migliaia, di donne parlare di aggressioni, minacce, molestie, umiliazioni, coercizioni, di campagne che hanno messo fine alle loro carriere, che le hanno spinte sull’orlo del suicidio. La risposta di molti uomini a ciò è la simpatia per altri uomini. L’anziano regista Terry Gilliam ha detto in marzo: “Mi dispiace per quelli come Matt Damon, che è un essere umano decente. E’ uscito a dire che non tutti gli uomini sono stupratori ed è stato pestato a morte. Andiamo, questo è folle!” Matt Damon non è stato davvero pestato a morte. E’ uno degli attori più pagati sulla faccia della Terra, il che è un’esperienza significativamente differente dell’essere battuti sino a morire.

Il seguito di approfondimento sulla sollevazione politica di #MeToo è troppo spesso stato: in che modo le conseguenze del maltrattare orrendamente le donne da parte di uomini hanno effetto sul benessere degli uomini? Agli uomini va bene quel che sta accadendo? Ci sono state troppe storie su come gli uomini si sentano meno a loro agio, troppo poche sulle donne che potrebbero sentirsi più sicure in uffici da cui colleghi molestatori sono stati rimossi o sono almeno non più così certi del loro diritto di palpare e molestare.

Gli uomini insistono sul proprio comfort come un diritto: il dott. Larry Nassar, medico sportivo che ha molestato più di cento bambini, ha obiettato al dover ascoltare le sue vittime raccontare ciò che lui aveva fatto, basandosi sul fatto che ciò interferiva con il suo comfort.

Noi, come cultura, ci stiamo muovendo verso un futuro che prevede più persone e più voci e più possibilità. Alcuni individui sono lasciati indietro non perché il futuro non li tolleri, ma perché loro non tollerano questo futuro. (…) Questo paese ha spazio per chiunque creda ci sia spazio per tutti. Per quelli che non la pensano così, be’, è in parte una battaglia su chi controlla le narrazioni e sul soggetto di tali narrazioni.

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