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Posts Tagged ‘giornalismo’

La cosa più folle dell’articolo che sto per illustrarvi è che descrive un sussulto di dignità come un odioso “veto”. In Italia la decenza è così rara, però, che in effetti il giornalista di Repubblica può non averla riconosciuta per tale e altri quotidiani di gran nome stanno tenendo in questi giorni la medesima attitudine.

15 febbraio 2019, titolo: “Stage di trucco di Chiara Ferragni in Pediatria, l’ospedale di Padova dice no”.

Si tratta, spiega l’incipit, di mettere “in cattedra” una tale la cui credenziale principale – e forse il maggior titolo di studio – è essere la “moglie del rapper Fedez” e che di mestiere farebbe “la influencer”, per spiegare a chi è ricoverato in Oncoematologia “come si dosano rossetti, mascara e fard”. Oncoematologia significa leucemie, linfomi, linfosarcomi ecc. Situazioni dure e difficili per chi ne è investito, come paziente o come persona a lui/lei legata.

“La proposta – spiega Repubblica – rientrava nell’ambito delle iniziative pensate per alleggerire il carico che un ricovero del genere può rappresentare per bambini e bambine che ancora non hanno compiuto i 18 anni. C’è un’associazione di clown che collabora in maniera stabile con il reparto e spesso vengono anche personalità del mondo dello sport.”

Quindi se sei una minorenne, una bambina, ricoverata in ospedale, ricordarti che il tuo primo dovere di femmina è essere “bella” e forzare la cosa su di te con l’intervento di una persona famosa dall’esterno sarebbe “alleggerire il carico”: temo di non essere per niente d’accordo. L’immagine corporea è attualmente un problema non da poco per bambini/adolescenti in generale e per le ragazze in particolare. Il grado di insoddisfazione e infelicità che queste ultime sperimentano al proposito è altissimo e rinforzato di continuo proprio dal marketing dei “rossetti, mascara e fard” (e di moda, estetica e balle varie) e dal bullismo correlato. Non è equiparabile a uno spettacolo di clown, no.

Sempre secondo il giornale, ma ho seri dubbi sull’unanimità descritta, la “platea” (così sono definite le persone ospedalizzate) già non stava nella pelle dall’eccitazione. E per farci capire meglio perché, Repubblica specifica che lo stage (sic) grazie a cui si imparerebbe a “bucare il video, la rete e un po’ tutte le situazioni social” è cosa di gran valore: “Giusto per dare un’unità di misura a Milano è stato registrato il sold out, con biglietti da 650 euro a testa e una coda di migliaia di persone per soli 500 posti a sedere.” Capite, per le povere bimbe malate la “influencer” lo avrebbe fatto gratis, è così commovente che sto quasi per piangere, però 650 euro x 500 individui disposti a sborsarli fa 325.000 euro: una cifra spropositata per una sorta di “formazione” agli stereotipi di genere… e il fazzoletto mi torna automaticamente in tasca.

Comunque, “L’iniziativa, promossa da una caposala, aveva passato il vaglio della direttrice. A sorpresa però è arrivato il “no” della direzione dell’azienda ospedaliera che ha bollato come “inopportuno” l’appuntamento con la regina dei social.” No, non ha “bollato” un bel piffero: ha giudicato inopportuna la faccenda, a mio parere giustamente e senza bisogno di virgolette.

“E’ andata liscia invece al marito di Chiara Ferragni, Fedez, – aggiunge l’articolo – che qualche settimana fa aveva fatto recapitare sempre in quel reparto alcuni cd autografati e per quelli nessuno aveva messo veti.” Repubblica, non far torto alla tua e alla nostra intelligenza: anche qui le due cose non sono paragonabili, lo vedi da te. E non c’è nessun veto sulla “regina dei social”, che può andare a promuovere se stessa o a spacciare fuffa patriarcal-trendy altrove.

Perché ti giuro che se avessi avuto una figlia nel reparto Oncoematologia dell’ospedale di Padova avrei organizzato una protesta epica affinché fosse salvaguardato il suo diritto a non essere ingozzata di sciocchezze e umiliata per il suo aspetto (è inevitabile: l’industria del “bello” guadagna sulla supposta imperfezione corporea, innata e cronica, femminile) mentre lotta per rimanere viva. Maria G. Di Rienzo

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omofobia

In Italia non si fa più giornalismo: si fa sensazionalismo, propaganda, polemica e “click-bait” (esca per click), per cui il titolo in immagine sopra – anche se sembra uscito da un consumo eccessivo di grappa da parte della redazione – è del tutto in linea con le tendenze attuali.

Nell’ambito del settore “polemica” Vittorio Feltri, il direttore di “Libero”, dichiara: “L’omofobia ce l’ha in testa chi ci critica. Chi ci spara addosso ha letto solo il titolo ma non il testo, in caso contrario avrebbe scoperto che quei dati ci sono stati forniti dalle stesse associazioni gay. Di cosa ci si offende? Se calano fatturato e PIL c’è qualcuno che se ne rallegra? (…) E’ un dato di fatto abbiamo citato delle cifre, cosa c’è da indignarsi? Dov’è il problema, non si può dire che aumentano i gay? Siamo forse in Iran?”.

1. L’omosessualità è una variante statistica sugli spettri della sessualità e dell’affettività umane (e non, altre numerose specie animali ne sono interessate), che sono fluidi. Non si può indurla ne’ inibirla in una persona e il suo tasso è stabile (circa 1/20), quindi non “cresce” e non “cala”: ciò che può aumentare o diminuire è il numero di persone che decide di dichiararsi omosessuale – e quest’ultimo è il solo dato che le organizzazioni gay menzionate da Feltri possono fornire, in forme del tipo “Dal 2017 al 2018 i nostri iscritti e le nostre iscritte sono passate dal numero x al numero z”.

2. L’omosessualità non ha nulla a che fare con il fatturato e il PIL di una nazione, perciò infilarla in un testo che dovrebbe commentare la condizione critica di questi due fattori ha il solo effetto di associarla in maniera insensata a un contesto di negatività.

3. In Iran, Feltri avrebbe potuto tranquillamente dare alle stampe lo stesso pezzo: gli sarebbe bastato aggiungere un “Non c’è abbastanza fede” o “La nostra devozione sta vacillando” o “Sotto attacco dalle diaboliche influenze occidentali” prima di “Calano fatturato e PIL ecc.”, o meglio ancora “Le donne rifiutano il velo”. Dopotutto, non molto tempo fa, gli imam iraniani sono riusciti a dare la colpa dei terremoti alle donne non abbastanza “pie”.

4. La vita di gay e lesbiche, in tutto il mondo, è ancora purtroppo molto difficile a causa dell’odio ignorante che viene loro sparato addosso in centomila modi diversi, titoli come quello di “Libero” compresi. A meno che non siano personaggi famosi, a cui i riflettori e le finanze personali fanno da scudo (ma anche costoro si portano dietro un bagaglio di offese ricevute), le persone omosessuali sono costrette ad attraversare un inferno – di dimensioni variabili – per attestare semplicemente la propria esistenza.

Il 22 gennaio u.s. la stampa internazionale riportava la storia di una ragazza cilena che riassumo di seguito:

– a 14 anni, è il 2017, costei dichiara alla famiglia di essere lesbica.

Potete chiederlo a qualsiasi persona omosessuale di vostra conoscenza: il momento del “coming out” segue anni di riflessioni, di paure, di autoflagellamento, di tentativi di negare o almeno annacquare quel che si è (“forse sono solo bisessuale”, “mi succede perché l’adolescenza è un periodo di confusione”), giacché nella stragrande maggioranza dei casi ci si accorge dei propri sentimenti “diversi” fin dall’infanzia.

L’uscire allo scoperto comporta lo sconfiggere i propri timori più oscuri e profondi ed è un momento di grande vulnerabilità per la persona che si espone, ma allo stesso tempo è un momento “sacro”, uno spartiacque sulla strada della liberazione dalla sofferenza.

A questo, il patrigno della quattordicenne risponde stuprandola. Il padre biologico, che è un’evangelista separato dalla madre, risponde con un’aggressione fisica.

– Nel dicembre 2018, la ragazza confida quel che è accaduto alla sua compagna 16enne.

Quest’ultima la convince a confrontarsi con la madre e le due parlano effettivamente con costei il 14 gennaio 2019, chiedendole di sporgere denuncia. La risposta della madre è il mandare la figlia a vivere con il padre biologico.

– Da quel momento la ragazza è tenuta prigioniera in incommunicado: non può uscire di casa e non può avere contatti con nessuno.

Nel frattempo il padre la prende a calci, pugni e cinghiate (per “far uscire il male da lei”) e le dice che ha meritato di essere stuprata. (E’ sempre bello notare la virile e affettuosa e cameratesca fratellanza fra uomini che odiano le donne.)

– Per fortuna la compagna della ragazza non tace e a denunciare la cosa è il Movimento cileno per l’integrazione e la liberazione omosessuale (Movilh).

La fanciulla è stata soccorsa in questi giorni e un tribunale dovrà decidere dove risiederà in futuro. Il Movilh ha dichiarato alla stampa: “Non ci fermeremo sino a che la ragazza sarà tolta dalla casa del padre biologico in modo permanente e sino a che il suo patrigno sarà portato in giudizio. In parallelo, lavoreremo sulla possibilità che la fanciulla vada a vivere con la sua compagna e con la madre di costei, poiché si tratta delle uniche due persone che le hanno dato protezione e affetto.”

Adesso, sig. Feltri, sapendo come sappiamo che storie simili accadono costantemente e dappertutto: non le sembra che l’omosessualità sia un soggetto su cui lei ha bisogno di informarsi prima di usarlo (a sproposito) nei titoli e negli articoli del suo giornale? Lei ha chiesto pubblicamente per cosa ci riteniamo offesi. Temo sia il modo in cui l’ignoranza umilia, soffoca, ferisce e persino uccide esseri umani.

Maria G. Di Rienzo

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spice

(immagine da “The Guardian”, 20 gennaio 2019)

Le macchiniste che lavorano all’Interstoff Apparels di Gazipur, in Bangladesh, cuciono gli indumenti per 35 pence all’ora (euro 0,399). Le loro giornate lavorative possono arrivare a 16 ore e gli straordinari sono obbligatori: ciò che guadagnano non è comunque sufficiente per vivere e tutte hanno debiti. La direzione abusa di loro non solo sulle paghe: gli ambienti sono invivibili, le richieste sono impossibili (tipo 2.000 pezzi al giorno) e se sei incinta, vomiti dalla fatica e svieni sul pavimento ti indicano la porta – a insulti.

Le macchiniste non sanno che le magliette che cuciono sono state commissionate dalle Spice Girls – nella maggioranza dei casi non sanno neppure chi siano queste ultime – ne’ che sono inviate per nave alla Repubblica Cecoslovacca, dove un’altra ditta ci stampa sopra lo slogan #IWannaBeASpiceGirl (“Voglio essere una Spice Girl”).

Le Spice Girls hanno annunciato che i proventi delle magliette andranno a Comic Relief, un’organizzazione umanitaria il cui scopo è “creare un mondo giusto libero dalla povertà” e ha quattro aree di intervento: bambini, salute mentale, giustizia di genere, persone senza casa (sfollati, rifugiati, senzatetto, ecc.). La campagna a cui la raccolta fondi tramite magliette è diretta è quella per “l’eguaglianza delle donne”. Le Spice Girls appaiono in tv lo scorso novembre a promuovere la loro iniziativa.

Il marchio belga Stanley/Stella, che sovrintende al processo produttivo, riceve approssimativamente 5 euro a t-shirt dalla piattaforma di vendita statunitense Represent, che è stata incaricata dalle Spice Girls di produrre le magliette. Represent le mette in vendita a 19.40 sterline (circa 22 euro) a cui vanno aggiunte le spese di imballaggio e spedizione.

A seguito del servizio del Guardian che ha scoperchiato la pentola (‘Inhuman conditions’: life in factory making Spice Girls T-shirts, di Simon Murphy con l’assistenza di Redwan Ahmed) la dirigenza di Comic Relief ha dichiarato di ricevere 11.60 sterline (circa 13 euro) a maglietta, nonché di essere sotto shock e preoccupata. Anche le Spice Girls sono “sconvolte”. Gli altri attori sulla scena al meglio “indagheranno” e al peggio (Interstoff Apparels) negano tutto.

Spesso ho detto, e lo ripeto, che sono disposta a dare il mio appoggio a qualunque iniziativa vada nella direzione giusta anche se ho riserve sulle organizzazioni che la lanciano o su dettagli specifici – e quando una canzone delle Spice Girls è stata usata per l’attivismo pro diritti umani delle ragazze ne sono stata lieta – ma qui abbiamo passato il limite. Il femminismo non è un baraccone da circo in cui esibirsi, non è “le donne che scelgono” di diventare Spice Girls e se proprio queste ultime volevano donare alla “causa” potevano mettersi direttamente le mani in tasca e risparmiarsi questa manfrina del “io faccio beneficenza – e intanto sto sotto i riflettori – però la paghi tu”, che tra l’altro abbiamo visto infinite volte e che è sempre patetica. In questo caso è persino complice di violazioni di diritti umani: all’origine può esserci semplicemente superficialità da milionarie ma andiamo, Spice Girls, nessun medico vi ha prescritto tanta stupidità.

Maria G. Di Rienzo

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kazuna yamamoto

Kazuna Yamamoto, in immagine, ha 21 anni e studia relazioni internazionali (scienze politiche) alla International Christian University di Tokyo. Nello scorso dicembre, la rivista settimanale “Spa!” ha pubblicato un servizio che consisteva nella classifica di cinque università giapponesi basata su questo criterio di “eccellenza”: quanto ci vuole a convincere, durante feste e festini con alcolici, le studentesse di ciascun ateneo a fare sesso. L’articolo ha avuto “grande diffusione”, dice il resto della stampa.

Kazuna ha risposto con una petizione online che chiedeva la rimozione del pezzo e che ha ricevuto 40.000 firme in sei giorni. Questa settimana la casa editrice della rivista si è “scusata”, sostenendo che stava solo cercando di sottolineare una sorta di “fenomeno sociale” per cui gli uomini sono disposti a pagare le universitarie affinché partecipino alle loro allegre bevute e che, nel farlo, ha probabilmente usato termini “non corretti”. Un suo portavoce si è detto persino disposto a incontrare Kazuna Yamamoto – non sappiamo se per chiederle quanto vuole per andare a festeggiare al bar con la redazione.

La giovane ha comunque rigettato le scuse: “Non sono sul merito. – ha detto in un’intervista telefonica a Thomson Reuters Foundation – Dicono che sono dispiaciuti per le parole fuorvianti, ma non si stanno scusando per l’idea in se stessa, per il modo in cui stanno trattando le donne e oggettivando le donne. In Giappone l’oggettivazione e la sessualizzazione delle donne sono ancora così normali che la gente non comprende davvero perché ciò è un problema.”

L’anno scorso, sempre nell’ambito universitario giapponese, un’indagine scoprì che una facoltà di medicina manipolava i test d’ingresso delle applicanti femmine per tenerle fuori e aumentare il numero di medici maschi. Nell’ultima valutazione (2018) del “Global Gender Gap report” (rapporto sul divario di genere redatto dal World Economic Forum), il Giappone si situa al 110° posto su 149 nazioni prese in esame: il che significa alta discriminazione, alto tasso di violenza domestica e violenza di genere, alto divario sui salari ecc. – ovvero i risultati normali del rappresentare normalmente le donne come giocattoli sessuali invece che come esseri umani.

Noi non abbiamo di che stare allegre: l’Italia, nella medesima lista, si situa all’82^ posizione. Per fortuna, giovani attiviste come Kazuna stanno spuntando dappertutto.

Maria G. Di Rienzo

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idris elba

Avrete probabilmente riconosciuto il signore in immagine: è l’attore – produttore – musicista – dj Idris Elba (Idrissa Akuna Elba, nato nel 1972) e credo dovremmo chiamarlo “sir” con il massimo rispetto non solo perché membro dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico (è la stessa onorificenza che ricevettero i Beatles, per capirci) ma per come ha risposto al Sunday Times che lo ha intervistato nei giorni scorsi.

L’articolista gli ha chiesto se trova “difficile essere un uomo in quel di Hollywood alla luce del movimento #MeToo”. E’ una domanda cretina e sessista a cui dozzine di attori / produttori hanno replicato con altrettante sciocchezze del tipo “ah, non avvicinerò più una donna” ecc. – seeeh, come gli credo.

L’indimenticabile protagonista di “Luther” (la prossima stagione di questa serie televisiva dovrebbe andare in onda all’inizio del prossimo anno) ha invece detto semplicemente: “E’ difficile solo se sei un uomo che ha qualcosa da nascondere.”

Maria G. Di Rienzo

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Ho capito. Il giornalismo italiano non ha compreso in passato, non comprende al presente e non comprenderà in futuro la formazione a: genere e violenza di genere, femicidi / femminicidi, violenza domestica, sessismo. Gli articoli che al 9 dicembre trattano dell’assassinio a colpi di pistola di Vincenza Palumbo e dei suoi due bambini di 6 e 4 anni, da parte del marito che si è poi suicidato con la stessa arma, lo confermano. Ma scusatemi: almeno la logica elementare potrebbe entrare in cronaca? Esempio preclaro da La Repubblica:

Titolo – “Catania, tragedia della follia: uccide la moglie e i due figli piccoli, poi si spara” – E’ impazzito, ha ammazzato moglie e figli e si è ammazzato, giusto? L’occhiello informa che nella casa sono stati “trovati farmaci antidepressivi”.

Ecco, pensa chi legge, era depresso, la depressione è diventata raptus ed è finita così: però dovrebbe leggere l’articolo per intero per venire a conoscenza del fatto che non si sa ancora a chi appartenessero i farmaci, essere medico o fare ricerche per sapere che depressione e raptus non sono in rapporto diretto di causa/effetto e essere, come l’articolista, un “paragnosta figlio di paragnosta” per essere sicuro che la vicenda sia una “tragedia della follia”: allo stato attuale delle indagini non è possibile dirlo.

Incipit dell’articolo, sottolineature mie – “Tragedia della follia a Paternò, grosso centro in provincia di Catania. Un consulente finanziario di 34 anni, Gianfranco Fallica, in preda a un raptus innescato sembra dalla gelosia o dalle difficoltà economiche, ha sterminato la famiglia e si è ucciso.”

Ripeto, che l’individuo fosse folle non è stato diagnosticato da nessuno. Però l’unica cosa presentata per certa è il “raptus”: che lo scatenino la gelosia, le difficoltà finanziarie, la multa per alta velocità, la visita della guardia di finanza in ufficio o una pernacchia vagante non ha importanza, anzi, ai fini del risultato è equivalente. Capite, se un uomo è depresso per qualsiasi motivo, qualsiasi motivo ulteriore di stress lo condurrà all’omicidio di moglie e figliolanza. Una prece.

Paragrafo di “approfondimento” (le virgolette sono obbligatorie, visto il testo) dal titolo ‘Lo strazio dei parenti’ –

” “Maledetto maledetto. Cosa gli hai fatto…”. Una voce di donna squarcia il silenzio di via Libertà: è quella della mamma di Vincenza Cinzia Palumbo.” Questa è l’unica menzione dei parenti della moglie uccisa, per la precisione di una sola parente, la madre, ridotta al ruolo di prefica ululante. In mezza riga, all’inizio, è stato attestato che quella stessa moglie era casalinga e occasionalmente aiutante nel ristorante della famiglia d’origine. Ed è tutto, su di lei, TUTTO. Un’altra vittima predestinata, perché donna, e quindi identica alle cento e mille venute prima di lei, qualcuno su cui non c’è niente da dire. La sua morte è persino noiosa, visto come si ripetono a oltranza decessi simili, non vorrete mica che un giornalista si interessi a quella che era la sua vita?

Per l’assassino/suicida invece, parte il lungo pistolotto della “testimonianza” del cugino, con reminiscenze dell’infanzia e lacrime sul ciglio. In sequenza, siamo informati che Gianfranco Fallica era:

un ragazzo d’oro,

un grande lavoratore,

molto legato alla famiglia,

– anzi, di più, tutto dedito alla famiglia,

una persona splendida,

un bravo ragazzo.

Inoltre il suo parente non ha mai avuto l’impressione che fosse geloso della moglie e non crede proprio che fosse depresso.

Ne consegue che, come anche il sindaco di Paternò – ove il fatto è accaduto – ripete, si tratta di “una tragedia inspiegabile”. Pensoso, nel finale, sempre il sindaco si chiede “cosa scatta nella mente per compiere un gesto del genere”.

Il fatto è che da decenni attiviste, ricercatrici, femministe, autorità accademiche di sesso femminile (e non) continuano a spiegare non solo perché succede, ma cosa si potrebbe fare per evitare che succeda. Purtroppo, l’azione di contrasto alla violenza comporta per gli uomini individualmente e per la società nel suo complesso l’assumersi responsabilità. E questo non può essere preso in considerazione in assoluto, è roba da “odiatrici di uomini” e “femminaziste” e maledette puttane linguacciute. Così, mentre loro si lambiccano sulle tragedie inspiegabili e lamentano i raptus, noi continuiamo a morire e a morire e a morire.

Maria G. Di Rienzo

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(“Meet Suhad Babaa, Israel/Palestine”, Nobel Women’s Initiative, 1° dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

suhad

Suhad Babaa è la direttrice esecutiva di “Just Vision” – “Solo Visione”, un’organizzazione che usa il mezzo del documentario per riformare le narrazioni sull’occupazione israeliana della Palestina e sostenere il lavoro della società civile palestinese e israeliana. Recentemente, Suhad è stata la produttrice del film di Just Vision del 2017 “Naila and the Uprising” (“Naila e la Sollevazione”), che segue la vita e il lavoro di Naila Ayesh e altre donne leader della Prima Intifada.

Come hai sviluppato interesse nel costruire pace in Palestina e Israele?

Io dico sempre che la mia storia mi precede: mio padre è palestinese, mia madre è coreana, e entrambi sono cresciuti nel mezzo di guerra, conflitto e dopoguerra. Crescendo in California, in una casa dove convivevano fedi diverse, ho sempre faticato un po’ con le questioni relative all’identità e con l’impatto di guerra e conflitto sulla nostra famiglia, all’interno di uno scenario fatto di razza, etnia e religione.

Dopo l’11 settembre, ho osservato il governo statunitense cominciare a lanciare la sorveglianza sulle comunità musulmane in tutto il paese. E’ stato allora che mi sono posta domande sul modo in cui ciò che stava accadendo nel Medioriente aveva un impatto sulle nostre stesse pratiche e ancor di più sulle storie che stavamo ricevendo e che influenzavano il modo in cui l’opinione pubblica e il governo avrebbero agito.

Ho finito per trasferirmi in Israele e Palestina dopo l’università e ho lavorato sul campo con incredibili attivisti. Ma le loro voci negli Usa non si sentivano, ne’ erano amplificate localmente. Volevo davvero sostenere il loro lavoro, perciò è stato logico che io sia arrivata a Just Vision, ove il nostro mandato è amplificare le voci dei leader della società civile palestinese e israeliana.

Puoi parlarci del movimento per la pace in Palestina e Israele e del ruolo che in esso hanno le donne?

C’è una lunga eredità di resistenza nonviolenta in Palestina, inclusa la mobilitazione di massa della Prima Intifada – la prima sollevazione che accadde alla fine degli anni ’80. Quando abbiamo iniziato le ricerche per il nostro film documentario più recente sull’istanza, “Naila e la Sollevazione”, ci siamo imbattuti in qualcosa di importante.

Mentre andavamo in profondità, abbiamo capito che parte del motivo per cui il movimento aveva avuto tanto successo era che le donne giocavano un ruolo determinante nel processo decisionale. Sapevamo che la Prima Intifada era stata così efficace, in parte, perché era stata in grado di organizzarsi trasversalmente a genere, classe, partiti politici ed età in Israele e in Palestina. Ma non sapevamo che non solo le donne erano le partecipanti: erano in effetti quelle che chiamavano all’azione.

Le donne sono sempre state in prima linea in Palestina, che si trattasse della Prima Intifada o di Budrus, dove c’era una grande rappresentanza di donne. E perciò la questione per noi, come organizzazione, era assicurarci che fossero visibili. Perché noi crediamo che la loro visibilità conduca alla legittimazione il che nel tempo, alla fine, conduce all’aumento dei loro ruoli guida.

Perché è importante per le donne essere narratrici?

Io penso che sia sempre importante che le comunità possano raccontare le proprie storie. Just Vision è una squadra guidata da donne, sia per intenzione sia per caso. Ma mette in moto le nostre capacità di dar copertura a storie come quella che abbiamo narrato nel documentario “Budrus” e di capire il ruolo che le donne hanno svolto nella città di Budrus. Le donne sono spesso al timone dei movimenti storici, pure restano invisibili nei libri di Storia. E questo ha profonde conseguenze su come vediamo e comprendiamo la Storia, il nostro presente, il nostro futuro e chi sono i nostri leader.

In che modo aumentate la copertura giornalistica e il sostegno ai movimenti per la pace della società civile in Palestina e Israele?

C’è un bel po’ di copertura giornalistica su Israele e Palestina, ma sovente queste storie rinforzano una narrativa di violenza o di sforzi falliti dall’alto in basso. Ciò rende invisibili o criminalizza gli attivisti sul campo e la questione sembra quindi intrattabile. Semplicemente, non è vero. Quando esaminiamo la diseguaglianza, alcune delle oppressioni più profondamente radicate, sappiamo che quel che ci vuole è il potere popolare: comunità galvanizzate per far pressione sui loro leader politici che o non hanno agito o hanno fatto sistematicamente le cose sbagliate. Questo è anche il caso di Israele e Palestina.

Il lavoro di Just Vision consiste nell’essere complementare alla copertura dei media mainstream e nello sfidarla, presentando storie che sono poco documentate, critiche e che, allo stesso tempo, hanno il potere di ispirare, mobilitare e motivare le persone.

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