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(tratto dal saggio: “Whose Story (and Country) Is This?”, di Rebecca Solnit, aprile 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Rebecca è una storica e un’attivista, nonché l’autrice di venti libri che spaziano dalla geografia all’arte al femminismo, e collabora con diverse riviste.)

rebecca solnit

(Rebecca Solnit, foto di David Butow)

Il comune denominatore di così tante narrazioni culturali strane e problematiche che incontriamo è una serie di presupposti su chi conta, su di chi è la storia, su chi merita la compassione e le coccole e la presunzione di innocenza, i guanti in pelle e il tappeto rosso e, in definitiva, il regno, il potere e la gloria. Voi sapete già di chi si tratta. Sono le persone bianche in generale e in particolare gli uomini bianchi protestanti, alcuni dei quali apparentemente sgomenti dall’aver scoperto che – come la mamma potrebbe aver già detto loro – esiste la condivisione. La storia di questo paese è stata scritta come se fosse la loro storia e l’informazione spesso ancora la racconta in questo modo: una delle battaglie della nostra epoca riguarda di chi tratta la storia, chi importa e chi decide. (…)

Un paio di settimane fa, l’Atlantic ha cercato di assumere uno scrittore, Kevin Williamson, il quale sostiene che le donne che abortiscono dovrebbero essere impiccate, e poi ha fatto marcia indietro a causa della pressione pubblica proveniente da persone a cui non piace l’idea che un quarto delle donne americane dovrebbero essere giustiziate.

Il New York Times ha assunto alcuni conservatori simili a Williamson, incluso il “dubbioso” sul cambiamento climatico Bret Stephens. Stephens ha dedicato una rubrica a simpatizzare per Williamson e indignarsi contro chiunque possa opporsi a lui. La simpatia nell’America che vuol vivere in una bolla va spesso automaticamente all’uomo bianco nella storia. Il presupposto è che la storia parli di lui; lui è il protagonista, la persona importante e quando, diciamo, leggi Stephens difendere Woody Allen e assalire Dylan Farrow per aver detto che Allen l’ha molestata, capisci quanto lavoro ha fatto immaginando di essere Woody Allen, e quanto insignificante è per lui Dylan Farrow o chiunque altra come lei.

Mi ricorda come alle giovani donne che denunciano stupri sia spesso detto che stanno danneggiando il radioso futuro dello stupratore, piuttosto di dire che probabilmente se l’è danneggiato da solo e che il loro radioso futuro dovrebbe avere qualche importanza. The Onion ha dato l’esempio perfetto anni fa: “Universitario star del baseball eroicamente supera il tragico stupro da lui commesso”. La scorretta distribuzione di simpatia è epidemica. Il New York Times ha definito l’uomo con alle spalle precedenti per violenza domestica che nel 2015 sparò nella clinica di Planned Parenthood a Colorado Springs, uccidendo tre genitori di bambini piccoli, “un gentile solitario”.

E quando il bombarolo che aveva terrorizzato Austin in Texas è stato finalmente arrestato il mese scorso, i giornalisti dei quotidiani hanno intervistato la sua famiglia e i suoi amici lasciando che le loro descrizioni positive si posizionassero come più valide del fatto che era un estremista e un terrorista messosi in opera per uccidere e terrorizzare gente di colore in un modo particolarmente feroce e codardo. Era un giovane uomo “quieto” e “studioso” che veniva da “una famiglia molto unita e timorata di dio”, ci fa sapere il Times in un tweet, mentre il titolo del Washington Post sottolinea che era “frustrato dalla sua vita”, il che è vero per milioni di giovani sull’intero pianeta che non ottengono tutta questa compassione e anche non diventano terroristi.

Il Daily Beast lo vede bene con un occhiello riguardante il più recente terrorista di destra, uno che si è fatto saltare in aria in casa propria, che era piena di materiali per fabbricare bombe: “Gli amici e i familiari dicono che Ben Morrow era un addetto di laboratorio che aveva sempre la Bibbia con sé. Gli investigatori dicono che era un bombarolo e credeva nella supremazia della razza bianca.”

Ma questo marzo, quando un ragazzo adolescente ha portato un fucile nel suo liceo nel Maryland e l’ha usato per uccidere Jaelynn Willey, i giornali l’hanno etichettato quale “malato d’amore”, come se l’omicidio premeditato fosse una reazione naturale a l’essere lasciato da qualcuno con cui hai avuto una relazione. In un potente ed eloquente editoriale sul New York Times, Isabelle Robinson, studente allo stesso liceo, scrive del “disturbante numero dei commenti che ho letto e che dicono più o meno: Se i compagni di classe e i compagni in genere del sig. Cruz fossero stati un pochino più gentili con lui, la sparatoria al liceo Stoneman Douglas non sarebbe mai accaduta.” Come lei nota, ciò pone l’onere – e quindi il biasimo – sul gruppo di pari, l’onere di venire incontro ai bisogni di ragazzi e uomini che possono essere ostili o omicidi.

Tale cornice suggerisce che siamo in debito di qualcosa verso di loro, il che nutre un senso di legittimazione, il quale a sua volta costruisce la logica della vendetta per non aver ricevuto quanto essi pensano noi si debba loro. Elliot Rodgers organizzò il massacro dei membri di un’associazione studentesca all’UC di Santa Barbara nel 2014, perché credeva che far sesso con donne attraenti fosse un suo diritto che quelle donne stavano violando e che un altro suo diritto fosse punire chiunque di loro o tutte loro con la morte. Ha ucciso sei persone e ne ha ferite quattordici. Nikolas Cruz diceva: “Elliot Rodgers non sarà dimenticato”. (…)

E poi ci sono i movimenti #MeToo e #TimesUp. Abbiamo ascoltato centinaia, forse migliaia, di donne parlare di aggressioni, minacce, molestie, umiliazioni, coercizioni, di campagne che hanno messo fine alle loro carriere, che le hanno spinte sull’orlo del suicidio. La risposta di molti uomini a ciò è la simpatia per altri uomini. L’anziano regista Terry Gilliam ha detto in marzo: “Mi dispiace per quelli come Matt Damon, che è un essere umano decente. E’ uscito a dire che non tutti gli uomini sono stupratori ed è stato pestato a morte. Andiamo, questo è folle!” Matt Damon non è stato davvero pestato a morte. E’ uno degli attori più pagati sulla faccia della Terra, il che è un’esperienza significativamente differente dell’essere battuti sino a morire.

Il seguito di approfondimento sulla sollevazione politica di #MeToo è troppo spesso stato: in che modo le conseguenze del maltrattare orrendamente le donne da parte di uomini hanno effetto sul benessere degli uomini? Agli uomini va bene quel che sta accadendo? Ci sono state troppe storie su come gli uomini si sentano meno a loro agio, troppo poche sulle donne che potrebbero sentirsi più sicure in uffici da cui colleghi molestatori sono stati rimossi o sono almeno non più così certi del loro diritto di palpare e molestare.

Gli uomini insistono sul proprio comfort come un diritto: il dott. Larry Nassar, medico sportivo che ha molestato più di cento bambini, ha obiettato al dover ascoltare le sue vittime raccontare ciò che lui aveva fatto, basandosi sul fatto che ciò interferiva con il suo comfort.

Noi, come cultura, ci stiamo muovendo verso un futuro che prevede più persone e più voci e più possibilità. Alcuni individui sono lasciati indietro non perché il futuro non li tolleri, ma perché loro non tollerano questo futuro. (…) Questo paese ha spazio per chiunque creda ci sia spazio per tutti. Per quelli che non la pensano così, be’, è in parte una battaglia su chi controlla le narrazioni e sul soggetto di tali narrazioni.

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Wave (“Onda”, acronimo inglese di “Donne contro la violenza Europa” – vedi anche https://lunanuvola.wordpress.com/2016/06/02/un-passo-avanti/) ha rilasciato nel marzo 2018 il rapporto annuale sulla situazione attuale dei servizi disponibili per le donne europee che hanno subito violenza. Gli standard usati per le valutazioni sono quelli della Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha firmato nel 2012 e ratificato l’anno successivo.

“Un rifugio per le donne – si legge nel documento – è un servizio specifico per le donne sopravvissute alla violenza e i loro figli, se ve ne sono, che fornisce alloggio sicuro e sostegno di rinforzo, basato su una comprensione di genere della violenza e concentrato sui diritti umani e la sicurezza delle vittime. (…) La Convenzione di Istanbul, all’art. 23, richiede il fornire rifugi appropriati e facilmente accessibili per le donne e i loro eventuali figli in numero sufficiente e raccomanda la disponibilità di alloggi sicuri in ogni regione; il rapporto esplicativo della Convenzione specifica che 1 posto letto dev’essere disponibile ogni 100.000 abitanti. Tuttavia, specifica anche che il numero di posti nei rifugi dovrebbe dipendere dalle reali necessità. Questa disposizione sottolinea altamente la ragione per cui una raccolta dati adeguata ed esauriente sulla violenza contro le donne e sui servizi specialistici di sostegno è così importante: senza una corretta dimostrazione dell’impatto e dell’estensione della violenza contro le donne, la fornitura di servizi e di conseguenza i finanziamenti saranno pure insufficienti.

“Su 43 paesi europei – dice ancora il documento – solo 7 (il 16%) soddisfano i requisiti minimi dell’offerta di posti letto nei rifugi in accordo alla Convenzione di Istanbul”. L’Italia non è fra i 7:

“Popolazione totale – 60,665,551

Soddisfa i requisiti minimi- No

Numero di rifugi per le donne – 258

Posti letto nei rifugi per le donne – 680

Posti letto necessari – 6.067

Posti letto mancanti – 5.387

Percentuale di posti letto mancanti – 89%”

Tanto perché si sappia: “I rifugi gestiti dalle organizzazioni non governative di donne che sono esperte di violenza di genere forniscono il sostegno più efficiente alle donne (e ai loro bambini) che stanno fuggendo dalla violenza domestica. (…) Per decenni, in Europa, le ong delle donne sono state in prima linea nel difendere i diritti delle donne e nel proteggere le sopravvissute alla violenza di genere. Grazie alla loro lunga storia ed esperienza, le organizzazioni delle donne hanno fermamente provato se stesse quali esperte sul campo e hanno acquisito profonda conoscenza e comprensione dell’epidemia globale di violenza contro le donne.” E secondo l’art. 8 della Convenzione di Istanbul dovrebbero ricevere finanziamenti statali per il loro lavoro… ma sono le terribili femministe, untrici che diffondono la piaga-giender, si ubriacano con fiaschi di lacrime maschili e perseguitano i divorziati/separati con prole. Perciò non dovete preoccuparvi che i soldi delle vostre tasse siano inghiottiti da questa fornace infernale basata ovviamente su una bolla mediatica e sullo strapotere delle donne che oggi comandano tutto, lo stato italiano se ne frega:

“Il finanziamento statale (ndt. in Italia) non è affatto sufficiente e non è mai fornito direttamente ai rifugi, ma distribuito solo tramite altre istituzioni regionali, senza alcuna chiara indicazione su come i fondi debbano essere distribuiti ai rifugi. Questo causa grandi differenze da regione a regione nelle somme fornite, in assenza di regole e criteri trasparenti, e alcune regioni non finanziano per nulla i rifugi.”

Se volete sapere di più su come il nostro paese in particolare e l’Europa in generale maneggiano la violenza di genere, il link al lavoro completo è questo:

http://fileserver.wave-network.org/researchreports/WAVE_CR_2017.pdf

Se volete avere un’idea del costo che la violenza di genere nuda e cruda (non il finanziamento ai servizi di sostegno, gli atti criminali in se stessi) impone alle economie in tutto il mondo, potete leggere il rapporto 2018 di Care International – “Counting the Cost: The Price Society Pays for Violence Against Women”:

https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/Counting_the_costofViolence.pdf

Consiglio ambo i lavori soprattutto ai giornalisti / alle giornaliste, perché troveranno materiale sufficiente per un’annata di “inserti donna” e “speciali donna” attualmente stipati di rossetti estivi, bikini di star, amori da red carpet e inviti sommamente intelligenti e trasgressivi – con ironia, però – a “ribellarsi a chi ci vuole ribelli”. Maria G. Di Rienzo

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La data è il 3 maggio 2018. I titoli dicono “Fa prostituire figlia minorenne e disabile” e “Offre la figlia agli immigrati pedofili”. Gli occhielli parlano di “rapporti sessuali” e “incontri”. Gli articoli cominciano con frasi tipo “una storia di profondo degrado” o “una triste vicenda”.

E tu puoi passare oltre, con in mente uno scenario in un cui una famiglia miserabile sopravvive grazie alla prostituzione della figlia più vulnerabile, ancora bambina ma già “sex worker” (e perciò, secondo la narrativa in auge funzionale ai guadagni dell’industria del commercio sessuale, liberata, trasgressiva e potente – grazie all’illuminato management paterno).

Se però fai lo sforzo di leggere gli articoli per intero scopri che in quel Monteverde, Roma, un uomo italiano di 56 anni pagava migranti senza tetto e rifugiati affinché violentassero sua figlia mentre lui filmava gli stupri. E’ stato scoperto e arrestato grazie a un giovane nigeriano che ha riportato l’offerta ricevuta alla polizia.

La prostituzione non c’entra: il magnaccia i soldi li prende, non li dà. I “rapporti sessuali” e gli “incontri” implicano un consenso che qui non esiste. E il “degrado” sta in un assetto culturale che non solo non riesce a descrivere la violenza esercitata su una minore per quel che è, ma crea padri carnefici che sacrificano insensibilmente le figlie sull’altare della propria soddisfazione sessuale.

Maria G. Di Rienzo

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dina meza

(“Meet Dina Meza, Honduras” – Nobel Women’s Initiative, marzo 2018. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Dina Meza – in immagine – è una giornalista indipendente e un’attivista per i diritti umani, nonché la fondatrice di PEN Honduras, organizzazione che sostiene i giornalisti in situazioni di rischio. Ha ricevuto vari premi per la sua attività nel corso degli anni.)

Puoi parlarci del tuo lavoro?

Sebbene io sia una giornalista dal 1992, non sono in grado di lavoro nei media del mainstream perché sono considerata una dissidente. Perciò nel 2014 ho creato “Pasos de Animal Grande”, un periodico online. C’è molta censura in Honduras, ma usare i media digitali mi permette di affrontare in modo indipendente temi importanti come l’impunità, la violenza contro le donne e la violenza contro i difensori dei diritti umani. Anch’io lavoro come difensora dei diritti umana e nonostante le molteplici minacce che ricevo costantemente sono in grado di svolgere il mio compito grazie al sostegno di Peace Brigades International, i cui membri mi accompagnano quando vado a fare le mie interviste. Io invece accompagno gli studenti universitari quando protestano e sono incarcerati per aver espresso le loro opinioni.

Cosa ti ha indotto a decidere di fare questo lavoro?

E’ stata una tragedia familiare che mi ha fatto concentrare sui diritti umani. Nel 1989, mio fratello maggiore fu rapito dall’esercito e portato in una località clandestina dove fu torturato per cinque giorni. Fortunatamente ne uscì vivo, ma i militari avevano spezzato la sua spina dorsale e non è mai stato in grado di tornare a vivere una vita normale. Fino a quel momento non avevo compreso sino a che punto le violazioni dei diritti umani stessero piagando l’Honduras.

La mia esperienza mi ha insegnato che nessuna famiglia dovrebbe attraversare questo da sola e ho impegnato la mia vita a lavorare con le famiglie che lottano per i diritti umani dei loro cari. Non potrei guardare i miei figli negli occhi sapendo di non fare nulla per aiutare il mio paese. Ho tre figli, due maschi e una femmina, e la mia attività ha un impatto profondo su di loro. Capiscono che può avere terribili conseguenze, ma capiscono anche che è necessaria per produrre il cambiamento che tutti desideriamo per il nostro paese.

Che tipo di minacce hai dovuto affrontare a causa del tuo lavoro?

Su base giornaliera, vivo con la paura costante che qualcuno faccia irruzione nella mia auto, sono seguita da automobili con targhe senza numeri, e ho ricevuto innumerevoli telefonate di minaccia.

La mia famiglia e io abbiamo vissuto fra le intimidazioni nei nostri confronti per gli ultimi 11 anni. Dobbiamo continuamente cambiare casa. Uomini armati mi si presentano regolarmente alla porta. Mia figlia ha ricevuto minacce a sfondo sessuale, persino sulla strada per andare a scuola. Il mio telefono è sotto controllo 24 ore su 24. Questa è la vita che chi difende i diritti umani fa in Honduras. Ma abbiamo anche imparato a proteggere noi stessi. E il sostegno di organizzazioni internazionali pro-diritti umani è stata la chiave che mi ha permesso di continuare ad agire.

Essere una difensora dei diritti umani in un ambiente oppressivo può diventare estremamente pesante. Come ti prendi cura di cuore e spirito in uno spazio così aggressivo?

Io credo che nessuno dovrebbe mai perdere la speranza. Io sono cristiana e mi sento come se dio mi proteggesse. Ascolto testimonianze di persone che soffrono di estremi abusi dei loro diritti umani ogni giorno. Spesso ci sono studenti che piangono sulla mia spalla dopo essere stati picchiati da uomini in uniforme per aver esercitato i loro diritti. Vedere la gioventù lottare per un Honduras migliore mi dà forza e ispirazione. Può essere duro, ma io amo totalmente il mio lavoro. Amo essere una giornalista e amo difendere i diritti umani.

Cosa diresti a un/una giovane attivista – in Honduras o dovunque nel mondo – che sta lottando in una situazione apparentemente senza speranza?

Tutto cambia. Nessun male dura per sempre, perciò non disperare. Aggrappati alla speranza, aggrappati alle tue motivazioni per cambiare il sistema.

Coloro che stanno danneggiando il mondo sono meno di quelli come noi che stanno lottando per correggerli. Noi dobbiamo ricordare questo e concentrarci su questo.

C’è qualcosa d’altro che vorresti aggiungere?

L’Honduras è uno splendido paese ma ha bisogno di molta solidarietà a livello internazionale. Circa una dozzina di persone controlla le ricchezze del paese e opprime le comunità locali. Vorrei che la gente venisse a vedere di persona. Io dirigo un’organizzazione per la democrazia e i diritti umani; se una giovane persona vuole venire in Honduras a dare una mano, noi siamo felici di darle il benvenuto: accogliamo sempre i volontari.

( http://penhonduras.org/ )

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Veramente, mi aspettavo che il reportage di cui sto per tradurvi l’essenziale – Channel 4 News, 19 marzo 2018 – rimbalzasse sui media italiani, ma alle 10.00 del 21 marzo non ho trovato granché. Magari sono io che cerco male, può essere. Magari lo riprenderanno più tardi. Magari questa ditta, Cambridge Analytica, che ufficialmente si occupa di tecnologie informatiche e metodologie di analisi assomiglia troppo a quella di Casaleggio – esteriormente, per carità.

L’indagine sotto copertura di Channel 4 News riguarda i modi in cui Cambridge Analytica interviene nella manipolazione delle elezioni in giro per il mondo, operando anche tramite una rete di società-schermo o subappaltando determinati lavori. La ditta, che ha sede legale negli Stati Uniti ma si trova in Gran Bretagna, si vanta pubblicamente di essere il motore dietro la vittoria di Trump. I suoi capi sono stati filmati mentre parlano di usare tangenti, ex spie, false identità e prostitute a discredito dei concorrenti dei loro clienti.

Alla richiesta di spiegazioni del falso cliente (giornalista della rete televisiva britannica) il principale dirigente della compagnia, Alexander Nix spiega che loro possono per esempio “mandare un po’ di ragazze attorno alla casa del candidato”, aggiungendo che quelle ucraine “sono molto belle e la cosa funziona benissimo”, oppure possono “offrire una grossa somma di denaro al candidato, per finanziare la sua campagna, in cambio di terra magari: registriamo ogni cosa, nascondiamo solo la faccia del tizio e postiamo tutto su internet.” (Le mazzette ai candidati sono reato sia nel Regno Unito – UK Bribery Act, sia negli Usa – US Foreign Corrupt Practices Act.)

Tanto premesso, passo alla traduzione:

“Le ammissioni sono state filmate durante una serie di incontri in alberghi londinesi per quattro mesi, fra novembre 2017 e gennaio 2018. Un giornalista in incognito di Channel 4 News ha finto di essere un mediatore per un cliente facoltoso che voleva far eleggere determinati candidati in Sri Lanka.

Il signor Nix ha detto al nostro reporter: “… siamo soliti operare tramite veicoli diversi, nelle ombre, e non vedo l’ora di costruire con lei una relazione segreta a lungo termine.” Oltre al sig. Nix, gli incontri includevano Mark Turnbull, direttore in capo di CA Political Global, e il direttore del reparto dati della compagnia, dott. Alex Tayler.

Il sig. Turnbull ha descritto come, dopo aver ottenuto materiale che danneggi gli oppositori, Cambridge Analytica può spingerlo senza farsi notare sui social media e internet. Ha detto: “… noi immettiamo solo un’informazione nel flusso di internet e poi, poi la guardiamo crescere, le diamo una piccola spinta qui e là… siamo come un telecomando. La cosa deve accadere senza che nessuno possa pensare questa è propaganda, perché nel momento in cui pensi questa è propaganda la prossima domanda è: chi ha buttato fuori questa cosa?

Il sig. Nix ha anche detto: “Molti dei nostri clienti non vogliono essere visti mentre lavorano con una ditta straniera, perciò spesso facciamo montature, se stiamo lavorando allora possiamo costruire false identità e falsi siti web, possiamo essere studenti che stanno facendo progetti di ricerca in università, possiamo essere turisti, ci sono moltissime opzioni a cui si può guardare. Io ho un sacco di esperienza in ciò.”

Durante gli incontri, i dirigenti si sono vantati del fatto che Cambridge Analytica e la sua azienda madre Strategic Communications Laboratories (SCL) hanno lavorato in più di 200 elezioni in tutto il mondo, inclusi paesi quali la Nigeria, il Kenya, la Repubblica Cecoslovacca, l’India e l’Argentina. La compagnia è attualmente al centro di uno scandalo per aver raccolto più di 50 milioni di profili Facebook. Il dirigente principale sig. Nix è anche accusato di aver ingannato una commissione parlamentare, che gli sta ora chiedendo di fornire ulteriori informazioni. Lui ha negato ogni accusa.”

Direi che per quanto riguarda la strombazzata “democrazia digitale” per oggi è sufficiente. Maria G. Di Rienzo

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(“Japan – Saying #MeToo in Japan in a Culture of Silence on Sexual Assault”, di Shiori Ito – in immagine – per Politico, 1.2.2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

shiori ito

Nello scorso maggio, durante una conferenza stampa presso il tribunale distrettuale di Tokyo, ho reso noto pubblicamente di essere stata stuprata.

In Giappone è inconcepibile che una donna faccia questo, ma non mi sentivo coraggiosa – sentivo solo di non avere altra scelta.

Il 4 aprile 2015, mentre riprendevo conoscenza in una stanza d’albergo a Tokyo, sono stata stuprata da Noriyuki Yamaguchi, ex capo agenzia di Washington, D.C. per il sistema radiotelevisivo di Tokyo e giornalista che ha stretti legami con il Primo Ministro Shinzō Abe.

Incontrai Yamaguchi la sera prima per discutere opportunità di lavoro. Il mio ultimo ricordo della serata è il sentirmi stordita in un ristorante sushi. Mentre attraversavo le procedure legali relative alla denuncia, sono giunta a capire come il sistema giapponese lavori per danneggiare le sopravvissute all’assalto sessuale.

L’indagine fu condotta con fretta precipitosa. Ciò è accaduto, come io e altri sospettiamo, in parte per la pressione politica, ma anche a causa di un sistema medico, investigativo, legali e in ultima analisi sociale che marginalizza e abbandona le vittime di crimini sessuali. Io ho dovuto lottare a ogni singolo punto della procedura.

Quando mi sono fatta avanti, il mio caso era stato chiuso e avevo appena presentato appello affinché fosse riaperto. L’appello è stato respinto in settembre.

Ho reso la mia vicenda pubblica per dire che l’intero meccanismo con cui si maneggiano i crimini sessuali deve cambiare e per chiedere alla Dieta, com’è chiamato il nostro Parlamento, di smettere di ritardare gli emendamenti alla legge giapponese sullo stupro che è vecchia di 110 anni. Sto dicendo che la violenza sessuale è una realtà di cui dobbiamo parlare.

Dai professionisti in campo medico alla polizia, ho incontrato una mancanza di comprensione rispetto alla violenza sessuale e inadeguato sostegno per chi vi sopravvive.

Dopo essere fuggita dall’albergo, nel mentre diventavo sempre più conscia del dolore fisico, ho pienamente compreso cos’era accaduto. Il ginecologo a cui mi rivolsi fornì scarsa assistenza. Chiamai il numero dell’unico centro emergenza per lo stupro di Tokyo che funziona 24 ore al giorno, per chiedere in quale ospedale dovevo recarmi (i kit medici per lo stupro sono disponibili solo in determinati ospedali in 14 delle 47 prefetture del Giappone). Mi fu risposto che dovevo presentarmi per un’intervista preliminare prima di poter ricevere alcuna informazione. Io ero troppo devastata per muovermi.

Cinque giorni dopo, sono andata alla polizia. Stavo cominciando a lavorare come giornalista e sebbene fossi spaventata non volevo nascondere la verità.

Inizialmente, i funzionari di polizia tentarono di scoraggiarmi dal presentare una denuncia, dicendo che la mia carriera ne sarebbe stata rovinata e che “questo tipo di cose accadono spesso, ma è difficile indagare su questi casi”. Li convinsi a ottenere il filmato delle telecamere di sicurezza dell’albergo. La testimonianza dell’autista del taxi rivelò che ero stata portata incosciente all’interno dell’albergo. Alla fine, la polizia accettò la denuncia.

Ho dovuto ripetere le mie dichiarazioni a numerosi funzionari di polizia. Un investigatore mi disse che se non piangevo, o se non agivo come una “vittima”, loro non potevano sapere se stavo dicendo la verità. A un certo punto ho dovuto ricostruire l’accaduto con un pupazzo a grandezza naturale nella stazione di polizia di Takanawa, mentre gli agenti fotografavano. E’ stato traumatizzante e umiliante. Una ex collega una volta si riferì a questa procedura come a un “secondo stupro”, poiché costringe la vittima a rivivere la violenza.

All’inizio di giugno, nel 2015, i funzionari della stazione di polizia di Takanawa ottennero un mandato di arresto per Yamaguchi che faceva riferimento a quello che viene chiamato un “quasi”-stupro.

L’arresto era pianificato per avvenire all’aeroporto di Narita l’8 giugno, ma in una mossa altamente inusuale l’allora capo delle indagini criminali della polizia metropolitana di Tokyo lo cancellò. Il mio caso fu trasferito a quel dipartimento, dove mi fu detto di risolvere la cosa andando in tribunale. I pubblici ministeri presentarono istanze contro Yamaguchi ma nel luglio 2016 lasciarono cadere ogni accusa, citando l’insufficienza di prove.

Quando l’arresto fu cancellato, pensai che la mia unica risorsa era parlare ai media. Ho parlato con giornalisti di cui mi fidavo. Nessun organo di stampa, a eccezione del settimanale Shukan Shincho all’inizio di quest’anno, ha riportato la storia. Le circostanze erano politicamente “sensibili”, ma i media giapponesi in genere sono silenziosi sui crimini sessuali – essi non “esistono” davvero.

E’ tabù persino usare la parola “stupro”, che viene spesso rimpiazzata da “violata”, o “ingannata” se la vittima è minorenne. Ciò contribuisce alla pubblica ignoranza.

Il mio farmi avanti (ndt.: durante la conferenza stampa del maggio 2017) è diventato una notizia di portata nazionale e ha sconvolto l’opinione pubblica.

Il contraccolpo mi ha colpita duramente. Sono stata diffamata sui social media e ho ricevuto email e chiamate d’odio da numeri sconosciuti. Sono stata chiamata “troia” e “prostituta” e mi è stato detto che dovrei “essere morta”.

Ci sono state discussioni sulla mia nazionalità effettiva, perché una vera donna giapponese non parlerebbe mai di tali cose “vergognose”. Storie false sulla mia vita privata sono spuntate dappertutto, corredate da fotografie della mia famiglia. Ho persino ricevuto messaggi da donne che mi criticavano per aver fallito nel proteggere me stessa.

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(Lo desideravo da tempo, per cui ringrazio e – nel mio piccolo – rilancio. Maria G. Di Rienzo)

Commissione Pari Opportunità della Fed. Naz. Stampa Italiana

Usigrai

Giulia Giornaliste

Sindacato Giornalisti Veneto

MANIFESTO DELLE GIORNALISTE E DEI GIORNALISTI PER IL RISPETTO E LA PARITA’ DI GENERE NELL’INFORMAZIONE CONTRO OGNI FORMA DI VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE ATTRAVERSO PAROLE E IMMAGINI

VENEZIA 25 NOVEMBRE 2017

Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa.

La violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo: lo dichiara la Convenzione di Istanbul, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013, che condanna «ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica» e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento chiave per prevenire la violenza.

La violenza di genere non è un problema delle donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. Un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi “civile”.

Impegno comune deve essere eliminare ogni radice culturale fonte di disparità, stereotipi e pregiudizi che, direttamente e indirettamente, producono un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali.

La Convenzione di Istanbul, insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale e assegna all’informazione un ruolo specifico richiamandola alle proprie responsabilità (art.17).

Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al “rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo.

Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità.

Pertanto riteniamo prioritario:

1.

inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori;

2.

adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate;

3.

adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale;

4.

attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom;

5.

utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale;

6.

sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi sia la vittima e chi il carnefice;

7.

illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere come raccomandato dalla comunità LGBT;

8.

mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno;

9.

evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne;

10.

nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:

a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;

b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;

c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;

d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.

d) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece dalla vittima nel rispetto della sua persona.

Per adesioni: cpo.fnsi@gmail.com

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