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(Lo desideravo da tempo, per cui ringrazio e – nel mio piccolo – rilancio. Maria G. Di Rienzo)

Commissione Pari Opportunità della Fed. Naz. Stampa Italiana

Usigrai

Giulia Giornaliste

Sindacato Giornalisti Veneto

MANIFESTO DELLE GIORNALISTE E DEI GIORNALISTI PER IL RISPETTO E LA PARITA’ DI GENERE NELL’INFORMAZIONE CONTRO OGNI FORMA DI VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE ATTRAVERSO PAROLE E IMMAGINI

VENEZIA 25 NOVEMBRE 2017

Sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fenomeno endemico: i dati lo confermano in ogni Paese, Italia compresa.

La violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo: lo dichiara la Convenzione di Istanbul, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013, che condanna «ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica» e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento chiave per prevenire la violenza.

La violenza di genere non è un problema delle donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. Un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi “civile”.

Impegno comune deve essere eliminare ogni radice culturale fonte di disparità, stereotipi e pregiudizi che, direttamente e indirettamente, producono un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali.

La Convenzione di Istanbul, insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale e assegna all’informazione un ruolo specifico richiamandola alle proprie responsabilità (art.17).

Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al “rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo.

Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità.

Pertanto riteniamo prioritario:

1.

inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori;

2.

adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate;

3.

adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale;

4.

attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom;

5.

utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale;

6.

sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi sia la vittima e chi il carnefice;

7.

illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere come raccomandato dalla comunità LGBT;

8.

mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno;

9.

evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne;

10.

nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:

a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;

b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;

c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;

d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.

d) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece dalla vittima nel rispetto della sua persona.

Per adesioni: cpo.fnsi@gmail.com

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“Spesso mi chiedo che aspetto avrebbe un quotidiano femminista. Non un quotidiano per donne, mirato a un pubblico di sole donne, ma un giornale tradizionale che vanti reali credenziali femministe in termini di struttura, giornalismo e copertura delle notizie.

Ci sarebbero delle ovvie, pure relativamente minori, differenze. Gli sport femminili sarebbero inclusi a parità di quelli maschili. Le donne in politica sarebbero grandemente vagliate, ma per le loro politiche anziché per i loro vestiti o per le loro decisioni riproduttive. Esperte di sesso femminile sarebbero incluse, a differenza dell’85% degli accademici maschi che attualmente vediamo citati. Non ci sarebbero fotografie di celebrità con la gonna alzata e donne poco vestite non sarebbero usate per decorare le pagine. (…) Forse, la differenza più marcata che vedremmo nel nostro ipotetico quotidiano femminista starebbe nel modo di riportare la violenza contro donne e bambine. Fra i nostri giornali mainstream questa è un’area che si è rivelata problematica e la sua copertura non è stata finora maneggiata in modo affidabile. Nell’ultimo decennio alcuni giornali hanno fatto qualche passo, ma dato che continuiamo a vedere articoli dannosi e sessisti riempire le pagine, chiaramente altri non si sono spinti abbastanza avanti.”

Kirsty Strickland – “A week of male violence”, Commonspace, 8 settembre 2017

Kirsty

Dell’Autrice (in immagine) del pezzo succitato vi avevo già parlato qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/12/18/cambiare-la-percezione/

Kirsty ha la metà dei miei anni (e una bimba, Orla, nata nel 2014). Vive in Scozia, oltre 2.300 chilometri distante da me – un po’ meno se li calcoliamo via aerea – ed è ovviamente cresciuta in un ambiente molto differente dal mio. Pure, fa quello che io e un sacco di altre femministe in tutto il mondo facciamo ogni giorno. Osserva, registra l’ingiustizia e il dolore, denuncia pubblicamente, offre soluzioni alternative al clima di violenza imperante.

“Naturalmente, – dice ancora nell’articolo in questione – per quanto allettante sia desiderarlo, non è probabile che un quotidiano femminista si materializzi nell’immediato futuro.” E prosegue riconoscendo le difficoltà attuali del giornalismo su carta stampata, invitandolo a riformulare l’offerta su come le donne sono ritratte e in termini di articoli responsabili sulle questioni che hanno impatto su di esse. Ricorda che le associazioni antiviolenza, in Scozia e altrove, hanno messo a disposizione manuali e liste di linee guida su come trattare la violenza di genere e invita i giornalisti a servirsene.

I “nostri” giornalisti dovrebbero da anni aver ricevuto materiale simile direttamente dal nostro governo, i cui rappresentanti o delegati hanno partecipato a incontri internazionali organizzati da Unione Europea e Nazioni Unite per discuterlo e poi diffonderlo. Poiché sui giornali italiani non ne appare traccia, devo dedurre che documenti e file siano stati allegramente dimenticati subito dopo che i partecipanti italiani alla loro stesura hanno posato sorridenti per le foto finali di rito. Maria G. Di Rienzo

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Odi gli uomini, ora?

Chiede l’articolista all’intervistata in un pezzo (6 ottobre 2017) il cui occhiello recita: “Così l’istruttore abusò di me – Una delle vittime della palestra di karate racconta il suo calvario (iniziato a 13 anni) e quello di cinque ragazzine (…)”

La coniugazione del verbo odiare alla seconda persona singolare (tu) fa “odii”. Con una “i” in meno significa “ascolti”, “senti”. Quindi, la ragazza sopravvissuta agli abusi ascolta gli uomini, oggi? “No. Certo, non è stato facile ma ho superato. Se ce l’ho fatta io se ce la possono fare altre. (…)” Sottoscrivo. Meno ascoltiamo stronzate, stereotipi, lagne, insulti e menzogne meglio è.

Ma bocciatura grammaticale e giochi di parole a parte, è la preoccupazione espressa dal giornalista a essere inaccettabile nell’intervista a una vittima di violenza: quella che lei resti disponibile ad avere relazioni sessuali con gli uomini. A questo servono le donne, assicuriamoci che nessuno si ponga domande sul loro posto nel mondo, se lo facciamo diventiamo odiatrici di uomini.

D’altronde, un secondo articolo dal titolo “Brescia, stuprate a 12 anni dall’istruttore di karate ed educatore in parrocchia: almeno sei minorenni vittime”, comincia così: “Da allieve del corso di karate a baby fidanzate – a 12 anni – dell’allenatore adulto.” La violenza sessuale su minori è equiparata a una relazione consensuale fra adulti (fidanzamento) codificata e accettata socialmente. Ciò edulcora e candeggia la portata delle violenze, rendendole in qualche modo razionalizzate e accettabili.

Infine, tutti gli articoli su quotidiani a tiratura nazionale che io ho scorso (cinque) riportano la valutazione della Procura per cui l’uomo (il perpetratore) “è incapace di contenere l’impulso sessuale”. E qui dobbiamo mettercela via, vi pare? E’ il raptus.

Pare che questo signore ne soffra addirittura dal 2003. Anni e anni di sofferenze che lo inducevano a organizzare “serate di sesso di gruppo” e a costringere “le giovanissime allieve a contattare uomini maturi in chat”. E’ evidente che era del tutto incapace di intendere e volere durante quei fugaci e confusi momenti.

Se a questo scenario aggiungiamo la catasta di menzogne con cui irretiva e soffocava molte delle sue vittime (l’esaltazione della loro “bellezza”, le dichiarazioni d’amore, l’assicurazione che ognuna era “la prima e l’unica”) manca solo il definirlo un “amante incompreso” e conferirgli il Premio S. Valentino 2017.

Odi gli uomini? Purtroppo. Per tutto il tempo fanno un fracasso infernale. Occupano strillando e sgomitando ogni spazio. A dire cose sensate, però, sono davvero in pochi. Maria G. Di Rienzo

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“Le bambine e i bambini non possono fare sesso con gli adulti. Il sesso richiede consenso e i bambini, per definizione, non possono dare consenso, perciò non si tratta di sesso. E’ stupro, è abuso sessuale, è qualsiasi numero di termini che accuratamente descrivono un crimine. Un atto perpetrato su vittime innocenti, impossibilitate a difendersi dalla violenza inflitta loro e che soffriranno per anni, persino per decenni, del trauma causato dalla scelta di un adulto di commettere quella violenza.

Nessuna bambina ha mai scelto di essere abusata. Nessuna bambina ha mai fatto nulla che abbia causato o incitato l’abuso. Nessuna bambina ha mai voluto essere abusata. Nessuna bambina ha mai partecipato volontariamente al proprio abuso. Nessuna bambina è mai stata in alcun modo responsabile degli abusi commessi contro di lei dagli adulti.

Il sesso è una scelta fatta da ogni persona coinvolta. Stupro e abuso sono una scelta fatta solo dal perpetratore. La vittima non ha scelta.

La tragedia dell’abuso, tuttavia, è che moltissime vittime si sentono responsabili per ciò che è stato fatto loro. La vergogna, che va riferita solo a chi abusa, è posta invece sulla bambina / sul bambino di cui si è abusato e viene incorporata nella visione a lungo termine che essi hanno di se stessi e del loro valore come persone. Le parole sono importanti.”

Jane Gilmore, agosto 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

jane

Jane, in immagine, è una giornalista indipendente australiana. In aggiunta al suo lavoro, ogni giorno “corregge” pubblicamente gli articoli che riguardano la violenza di genere, sostituendo ai termini e alle frasi che la giustificano quelli di una cronaca corretta.

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posto di blocco

Per recensirlo mi basterebbe una frase: “E’ uno dei film più belli che io abbia mai visto.”, ma non gli renderebbe giustizia e riconoscimento: cose che le vittime del massacro di Gwanju (Corea del Sud, 18-27 maggio 1980) di cui il film tratta non hanno ancora pienamente ricevuto. Ma la pellicola, da quando è uscita nel paese d’origine il 2 agosto 2017, ha superato tutte le aspettative in brevissimo tempo, per tre settimane consecutive è stata in testa al box office diventando il 10° film più visto in Corea ed è la produzione che concorrerà agli Oscar nella sezione “Miglior film in lingua straniera”.

Si tratta di “Un tassista” (택시운전사), del regista Jang Hoon, che ora è online con sottotitoli in inglese e il titolo “A taxi driver”. Si basa sulla vera storia del giornalista tedesco Jürgen Hinzpeter, scomparso l’anno scorso a 79 anni, e del tassista Kim Sa-bok (morto di cancro nel 1984) che lo portò a Gwanju durante le sollevazioni per la democrazia.

All’epoca il governo della Corea del Sud era una dittatura militare con a capo Chun Doo-hwan, che aveva preso il potere nel 1979. Chun dichiarò la legge marziale per l’intera nazione, chiuse le università e il Parlamento, fece arrestare i leader dell’opposizione e operò una stretta censura sui mezzi di comunicazione. Le proteste contro il regime, per lo più organizzate e guidate dagli studenti universitari e liceali, erano soffocate con estrema violenza. Il 18 maggio la popolazione di Gwanju scese in massa nelle strade e i soldati aprirono il fuoco. La cittadina fu circondata da posti di blocco e resa irraggiungibile: persino le linee telefoniche furono tagliate. Nessuno all’esterno sapeva cosa stesse accadendo. Le voci sulla sollevazione e sull’impossibilità di documentarla raggiunsero il giornalista Hinzpeter a Tokyo: il giorno dopo prese un volo per Seul e fra mille pericoli condivisi con il tassista che guidava per lui filmò ciò che è visibile ancora oggi in strazianti montaggi documentari. In effetti, la pellicola ha ricreato fedelmente alcune delle sequenze riprese da Hinzpeter (che mi sono tornate in mente durante la visione con effetto “colpo al cuore”).

gwanju maggio 1980

(Gwanju, maggio 1980)

Il film si apre presentandoci il sig. Kim di Seul – l’attore Song Kang-ho in una delle sue migliori performance – tassista indipendente, vedovo con una figlioletta 11enne e poco propenso a occuparsi di altro che non sia il racimolare i soldi per l’affitto arretrato. Quando apprende per caso che uno straniero pagherebbe una cifra considerevole per un viaggio di andata e ritorno prima del coprifuoco a Gwanju, “ruba” l’incarico al tassista designato giungendo all’appuntamento prima di lui. Il ruolo del giornalista che lo ingaggia è ricoperto in modo altrettanto superbo dall’attore tedesco Thomas Kretschmann, ma nessuno dei co-protagonisti fallisce nel renderci i propri personaggi e parte del merito va senz’altro alla sceneggiatrice Um Yoo-na, che ha saputo disegnare umanità a tutto tondo anche per quelli che incontriamo di sfuggita o per poche battute.

Una volta a Gwanju, il tassista è costretto a riconsiderare il proprio disinteresse per la politica: non è solo la telecamera di Jürgen Hinzpeter, sono i suoi occhi a vedere i soldati massacrare giovani e vecchi a bastonate, sparare su una folla inerme e poi prendere di mira chi tenta di soccorrere i feriti (la cifra finale degli assassinati non è ufficiale, le stime arrivano a circa 2.000 persone). Sebbene, scosso in ogni fibra e preoccupato per la figlia rimasta sola, dapprima abbandoni la situazione, una volta tornato a Seul da solo non riuscirà a restarci. Non passerà neppure da casa prima di dirigersi di nuovo a Gwanju. Il film ha molte scene memorabili, ma a me resterà impressa per sempre quella apparentemente banale della telefonata che il tassista fa alla sua bambina prima di tornare al fianco di Hinzpeter: “Papà ha lasciato indietro un cliente. – le dice cercando di trattenere le lacrime – Qualcuno che ha davvero bisogno di prendere il mio taxi.”

Ne ha davvero bisogno perché il filmato delle atrocità perpetrate a Gwanju deve raggiungere l’esterno, come promesso allo studente che i due là incontrano e che poi ritroveranno cadavere all’ospedale, come promesso ai tassisti della cittadina che – fatto storico – si mettono di mezzo fra la linea di fuoco e i dimostranti per permettere la rimozione dei feriti, come promesso alla folla di cittadini che li ha accolti e festeggiati e ha offerto loro cibo, sorrisi, ringraziamenti e applausi.

“Dietro a un ospedale – ebbe a scrivere il vero Jürgen Hinzpeter – parenti e amici mi mostravano le loro persone care, aprendo parecchie delle bare che giacevano là in file e file. Mai nella mia vita, neppure filmando in Vietnam, avevo visto una cosa del genere.”

E alla fine, nella realtà e nella fiction, il filmato riesce a passare l’ispezione doganale: è nascosto in una grossa scatola di biscotti avvolta in carta dorata e addobbata con fiocchi verdi come in uso per i regali di nozze. Un oggetto così vistoso da passare inosservato, una delle piccole efficaci commoventi astuzie che i protagonisti usano durante tutto il film per sfuggire a una violenza feroce e persistente, per sopravvivere e testimoniare. Maria G. Di Rienzo

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sassi nella scarpa

Lasciate che me ne tolga uno dalla scarpa – di sassolini fastidiosi, intendo.

Il 9 settembre scorso, in relazione alla denuncia per stupro di due giovani americane a Firenze, scrivevo:

(… ) non si può neppure dimenticare che tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso.” (vari quotidiani, 9 settembre 2017, stessa vicenda)

Quest’ultimo dato presenta un certo grado di problematicità. Mi state dicendo che circa 135-180 denunce per stupro a Firenze, ogni anno, arrivano in tribunale e gli accusati sono giudicati non colpevoli? E tutte le denunce sono provate come inventate di sana pianta? Quindi, 135-180 donne (tutte americane?) ogni anno, a Firenze, sono controdenunciate e condannate per falsa testimonianza? Vorrei qualche verifica, su questo.

Naturalmente non sono stata la sola a pormi queste domande. Un/a giornalista, per deontologia professionale, dovrebbe farsele PRIMA di me o di voi, ma a quanto pare non è accaduto. A La Stampa sono arrivate parecchie richieste di verifica, che il giornale ha dapprima liquidato con giustificazioni fantasiose tipo “i dati sono veri ma non sono ancora confluiti nelle statistiche ufficiali”. Poiché ciò non è servito ad arrestare il flusso di coloro che chiedevano spiegazioni, alla fine il controllo lo hanno dovuto eseguire sul serio e il 12 settembre 2017, in una rubrica, il direttore Molinari così “chiude” la questione: “(…) la notizia in questione è stata pubblicata da La Stampa e da altri tre quotidiani il 9 settembre. La fonte che ce l’ha fornita l’ha più volte avvalorata, su richiesta dei lettori abbiamo svolto ulteriori verifiche senza trovarne le dovute conferme. Dunque l’abbiamo tolta dalla versione online dell’articolo in questione. Come è evidente tale processo di verifica delle fonti ha preso tempo, e di questo ci scusiamo con i lettori, ma ci ha portato a rispondere in maniera corretta alle richieste di delucidazione ricevute. Confermando il rispetto che questo giornale ha per le notizie ed i lettori.”

La fonte che ce l’ha fornita l’ha più volte avvalorata: come, se le ulteriori verifiche non la confermano? Con “Tutti sanno che le donne sono bugiarde”? Con “L’ho trovato su internet, lo giuro, per cui dev’essere vero.”? Con “Me l’ha detto mio cugino, un suo amico conosce un tipo che lavora in Tribunale.”? Comunque ok, grazie per il dichiarato (tardivo) rispetto “per le notizie ed i lettori”, ma che ne facciamo del danno che quella balla galattica ha provocato restando online per tre giorni?

Parlo delle vittime di violenza, direttore. Di quelle a cui il trafiletto sarà comunque sbattuto in faccia e non saranno credute, di quelle che da esso saranno umiliate, di quelle che subiranno violenza ulteriore perché avranno appreso – una volta di più – che denunciare stupri e aggressioni fa di loro delle colpevoli a priori. A ricevere le sue scuse, assieme all’impegno di non trattare mai più la violenza di genere con tale scervellata superficialità, dovrebbero essere loro. Resto in fiduciosa attesa.

Maria G. Di Rienzo

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Il 24 agosto scorso il cadavere di Gloria Pompili, 23 anni, è rinvenuto sul ciglio di una strada di Prossedi, in provincia di Latina. A un primo esame, poi confermato dall’autopsia, risulta che la giovane donna sia morta di botte. Gloria era una prostituta e cioè, secondo la narrativa in auge tesa a sfumare – disinfettare – ammorbidire la violenza inerente la prostituzione, una “sex worker” liberata e trasgressiva ecc. che se la gode moltissimo a fare sesso con uomini che non conosce e per cui non prova attrazione, che guadagna bei soldi e li usa per lo shopping “fashionista” e dandoci dentro finirà per comperarsi un attico molto trend in centro città. C’è persino la possibilità che un bellissimo miliardario si innamori di lei (“Pretty Woman” – 1990) e comunque il suo è solo uno stile di vita in cui lei ha il completo controllo della situazione e seduce poveri uomini ingenui come niente fosse (“The girlfriend experience” – 2009 film, 2016 serie televisiva)…

Il 19 settembre i due assassini, un uomo e una donna in coppia (lei parente della vittima, lui fratello del compagno di quest’ultima) che erano i magnaccia di Gloria, sono stati arrestati. La picchiavano regolarmente perché la giovane donna voleva uscire dalla prostituzione. La notte del 23 agosto, spiega La Stampa, “il pestaggio sarebbe andato oltre. Gloria Pompili ha subito la frattura di una costola, che le ha perforato il fegato, la milza, e provocato un’emorragia che non le ha lasciato scampo.” L’articolista definisce tale pestaggio mortale, avendo davanti agli occhi un quadro di violenza continua e premeditata, un “folle gesto”, perché è questo il “politicamente corretto” attuale: qualsiasi tipo di violenza contro le donne, anche quando le ammazza, è una spersonalizzata tragedia e chi ferisce e uccide è solo momentaneamente folle, obnubilato dal terribile raptus.

Gloria non ha potuto compiere le proprie scelte da viva e non avrà giustizia da deceduta – nemmeno il racconto in cronaca della sua vicenda gliela rende. Gloria è morta per i peccati di qualcuno (parafrasando Patti Smith) ma non per i propri. Maria G. Di Rienzo

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