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Posts Tagged ‘giornalismo’

“Durante la crisi dell’euro, i paesi del Nord hanno mostrato solidarietà ai paesi affetti dalle crisi. Come socialdemocratico, io attribuisco un’importanza eccezionale alla solidarietà. Ma si hanno anche doveri. Non puoi spendere tutti i soldi in beveraggi e donne e poi chiedere aiuto.”

Questo è ciò che disse nel marzo scorso il presidente olandese dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem; si riferiva a Grecia, Italia, Portogallo e Spagna. La frase finale è una cafonata sessista, siamo d’accordo, il cui senso diretto è “Non puoi rimanere senza denaro per soddisfare i tuoi capricci e poi pretendere di essere sostenuto.”: metaforicamente, è una condanna del modo in cui i paesi suddetti gestiscono le loro economie.

Renzi, che si è dimesso ma continua ad agire come se fosse ancora a capo del governo (e forse dietro le quinte lo è), ha visto in questi giorni rigettata la proposta di avere condizioni particolari dall’Unione Europea per il debito italiano. Il presidente Dijsselbloem ha replicato che “Sarebbe fuori dalla regole. Non è una decisione che un Paese può prendere da solo.” Il che è vero. Le condizioni attuali riguardanti l’indebitamento delle nazioni europee sono state votate da queste stesse nazioni, Italia compresa.

Il pezzetto seguente è tratto da un articolo de La Repubblica, che come ho già detto in passato sembra il bollettino della famiglia Renzi (l’ultimo esempio è il modo in cui per giorni ha tagliato l’immagine relativa alla dichiarazione dell’ex premier sull’aiutare i migranti a casa loro, omettendo la prima frase “Non abbiamo il dovere di accoglierli, ripetiamocelo.”):

“Questa – ha detto Matteo Renzi – è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio di alcuni dirigenti europei, come il presidente dell’Eurogruppo, che non si rende conto che di fiscal compact e austerity l’Europa muore”. Poi rincara la dose: “Le dichiarazioni di Dijsselbloem contro l’Italia furono vergognose…Non ha neanche capito la differenza (tra alcol e donne, ndr) secondo me…”, è la frecciata di Renzi.”

Noi le donne non le paghiamo era il refrain di un altro personaggio che è stato a lungo a capo del governo italiano, il sig. Silvio Berlusconi, quello che le “escort” le portava a spasso nelle sedi istituzionali, che passava da un festino all’altro a base di donne prostituite (chiamando il tutto cene eleganti e burlesque) e che aveva un ragioniere addetto specificamente ai loro pagamenti.

Tutto gongolante per l’arguzia di Renzi (Che frecciata! Che acume! Gli ha detto che non tromba, in pratica, ah aha aha!), il sedicente giornalista di Repubblica non sa – o ha dimenticato – che in Italia 9 milioni di uomini pagano eccome: è la cifra stimata dei clienti delle prostitute, le quali nel nostro Paese sono circa 120.000, di cui tre quarti per le strade e più di un terzo minorenni. Tutti i dati disponibili al proposito indicano i puttanieri in crescita (mezzo milione in più dal 2007 al 2014) e che il numero delle persone che si prostituiscono cresce di pari passo.

Se a queste cifre aggiungiamo quelli che comprano sesso online, quelli che pensano di averti comprata assieme alla pizza che hanno insistito per offrirti, quelli che regalano cellulari – stupefacenti – bei vestitini convinti di avere con ciò acquisito il diritto di entrare nelle tue mutande quando gli pare e piace, probabilmente la maggioranza dei grandi seduttori italiani non fa altro che pagare. Pertanto, Renzi resta un cafone sessista quanto Dijsselbloem, oltre che un incapace a livello politico e comunicativo. Maria G. Di Rienzo

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lampadina creativa

30 aprile 2017 – Violentata dal padre per oltre un decennio “Se parli, uccido tutti”. L’uomo a processo soltanto dopo 6 anni.

“Aveva solo nove anni quando sono cominciati i primi abusi. (…) Ai carabinieri aveva raccontato un’escalation di abusi sempre più invasivi e umilianti. Come umiliante era la frase che il padre era solito ripetere, fin dai primi rapporti con lei: «E’ meglio farlo con te piuttosto che pagare altre donne e magari prendere delle malattie».”

L’uomo è italiano e ha cinquantaquattro anni.

Non ha avuto “rapporti sessuali” con la figlia (ha violato ambo le figlie, in verità), perché detta terminologia implica consenso: l’ha stuprata per anni minacciandola di ritorsioni qualora lo avesse denunciato. Il sesso deve essere separato dalla violenza. Questo tipo di narrazione li mescola e ne confonde la percezione.

27 giugno 2017 – Violenta la figlia 15enne del cugino dopo una cena di famiglia.

“Ha abusato della figlia quindicenne del cugino durante una cena di famiglia. Senza alcuno scrupolo, bloccandola fuori casa durante un attimo di distrazione dei genitori e della nonna, sua zia, che lo aveva ospitato con tutta la sua famiglia. Lo ha fatto durante una calda sera d’estate, mentre erano in vacanza. Un episodio che ha turbato la ragazzina la quale, da quel momento, si è chiusa a riccio mostrando segni di insofferenza a qualsiasi forma di affetto (…)”

L’uomo è italiano e ha cinquant’anni.

La quindicenne è un essere umano e non una proprietà di famiglia che bisogna sorvegliare 24 ore su 24, altrimenti durante gli attimi di distrazione c’è subito qualcuno che la violenta – e la colpa ricade su chi non l’ha tenuta d’occhio. Uno stupro non è “un episodio” che può o non può “turbare” una minorenne e con “l’affetto” non ha niente a che fare. Uno stupro è una violenza gravissima e, fra le molte altre conseguenze, ha quella di strappare dalla persona che lo subisce il senso di avere il controllo del proprio corpo e della propria esistenza. Perciò molte sopravvissute provano fastidio – a volte per l’intera vita – durante i contatti fisici: carne e spirito ricordano alla perfezione la ferita subita e reagiscono.

1° luglio 2017 – Aggredisce e molesta amica, arrestato studente. (La ragazza, 19enne, aveva rifiutato di iniziare una relazione con lui.)

“Doveva essere un normale chiarimento tra una ragazza e il suo amico. In auto e alla presenza di un conoscente della giovane che avrebbe dovuto fare da paciere e soprattutto calmare gli animi. L’incontro si è trasformato invece in un vero e proprio dramma. Con il giovane innamorato che, al culmine di un momento di rabbia, ha cercato di strangolare la giovane. E quando la ragazza è sfuggita alla sua presa, scappando dalla vettura, l’ha inseguita tentando di violentarla in mezzo alla strada. (…) (si discute) poi il giovane perde la testa. Tenta di strangolare la ragazza e quando lei fugge la insegue, raggiungendola e scaraventandola a terra. La ragazza urla, mentre lui cerca di spogliarla.”

Lo studente è italiano e ha venticinque anni.

La narrazione è abominevole. La violenza non è un dramma e non è il culmine di un momento di rabbia (raptus!): è una scelta risultata da ciò che questo venticinquenne ha appreso e crede di sapere dell’essere maschi e dell’essere femmine. 1) Lei non ha voce in capitolo se lui la vuole; 2) Se continua a rifiutarsi dev’essere punita; 3) Il castigo è uno stupro – ove il sesso è usato come arma. E questo me lo chiamate “il giovane innamorato”???

4 luglio 2017 – Violenze sessuali di gruppo su una dodicenne: smascherati 5 minorenni.

“I fatti risalgono agli ultimi mesi del 2016. La ragazzina vittima delle violenze (…) ha raccontato di cinque episodi di abusi commessi da due suoi compagni di scuola e poi anche da altri ragazzi. Per circa tre mesi sarebbero andate avanti le violenze, fino a quando la 12enne si è confidata con la mamma che ha sporto denuncia ai carabinieri di Santo Spirito. In poco tempo le indagini, coordinate dalla Procura per i minorenni di Bari, hanno accertato che le violenze sarebbero avvenute sempre in luoghi insalubri e sotto la minaccia della diffusione di un video che la ritraeva durante i rapporti. La ragazzina sarebbe stata costretta, tra lacrime e richieste di aiuto, a sottostare a turno alle richieste sessuali dei cinque.”

Il gruppo è composto da: due 17enni, un 15enne e due 13enni, tutti italiani.

Il video che i farabutti minacciavano di mettere su Facebook la ritraeva durante gli stupri, non durante i “rapporti”; similmente, non si è piegata a “richieste sessuali”, ha subito violenze sessuali.

Fa differenza raccontare le storie con termini esatti? Molta. Equiparare di continuo la violenza al sesso è il motivo per cui si può addossare alle vittime la responsabilità delle azioni loro imposte. Perché mai qualcuna dovrebbe vergognarsi di essere assalita, non sono gli aggressori ad essere in torto? Ma se invece la violenza e il sesso sono indistinguibili (stabilendo una sessualità pornificata in cui la prima è il principale ingrediente “eccitante” dell’altro e la sottomissione delle donne è necessaria alla soddisfazione maschile), le vittime di stupro stavano semplicemente facendo sesso, se la godevano, sono delle porche e delle troie che possono essere messe all’indice, svilite e ridicolizzate, mentre gli stupratori sono dei gran fighi che trombano.

E’ mai possibile che nel 2017 vi si debba ancora spiegare questo, signori e signore giornalisti/e? Non vi si accende mai una lampadina? Maria G. Di Rienzo

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“La nostra cultura sta socializzando le ragazzine ad essere pronte per la pornografia, finiscano poi o no sul set di un porno. E la ragione è che è stato insegnato loro a ipersessualizzare e pornificare se stesse. Quel che accade alle ragazzine oggi è che, mentre stanno sviluppando la propria identità sessuale, imparano di avere solo due scelte: essere scopabili o essere invisibili. E cosa volete da un’adolescente, quando scritto nel DNA dell’adolescenza c’è la necessità di essere visibili? Cosa pretendete da lei mentre le sue amiche vanno in giro in jeans a vita bassissima, con un tatuaggio appena sopra il solco delle natiche (Ndt. nell’originale “tramp stamp”, “il marchio della puttanella”, così come lo chiamano i loro coetanei maschi), mostrando l’ombelico? Cosa volete che faccia? Perché è impossibile chiederle di mirare all’invisibilità. Perciò questa non è una sua scelta, è l’essere costretta a entrare nella trappola di una sessualità che lei non ha inventato, su cui lei non ha deciso, perché non c’è molto su cui decidere.

Mentre mi arrovellavo nel riflettere su ciò che è accaduto a livello culturale, sapete chi mi ha chiarito la cosa? Non è stato qualcuno con una laurea in sociologia o psicologia, è stato in effetti un uomo condannato per stupro di minore, che chiamerò Dick. Costui era in galera per aver violentato la sua figliastra 12enne e mi ha spiegato come l’ha addestrata crescendola. L’addestramento è quel che il perpetratore fa stando molto vicino alla sua vittima, sviluppando una relazione con lei in cui le ripete che la cosa davvero importante è quanto è “gnocca”, quanto è sexy, quanto è “calda”. E quando il perpetratore fa la sua mossa la vittima è legata a lui e di se stessa pensa sul serio che la cosa più importante sia essere “gnocca”. Ora, Dick mi stava spiegando questo quando mi ha guardata diritto negli occhi e ha detto: “La cultura ha fatto un bel po’ di questo lavoro per me.” E aveva esattamente ragione.” (Gail Dines, 2015)

prima e dopo

12 aprile, Modena: Camionista 48enne adesca 12enne sul web e si fa inviare foto hot.

Fingendosi una ragazzina di 14 anni ha chiesto foto di nudo all’amica “in atteggiamenti ammiccanti” (specifica uno degli articoli relativi), poi le ha chiesto di farsi riprendere da “un fotografo” (in realtà lui stesso) aggiungendo che se avesse rifiutato le altre immagini sarebbero state rese pubbliche in rete.

Citando sempre lo stesso articolo, l’enfasi è mia: “Per fortuna la ragazzina ha reagito – spiegano ora gli inquirenti della squadra mobile di Pesaro a cui è ricorsa la mamma della adolescente – si è come svegliata dall’ipnosi che l’aveva portata ad inviare foto nude di lei senza porsi nessun problema. Ha capito che si stava superando un limite” ecc. L’uomo ha la casa piena di immagini pedopornografiche e si dichiara “malato di foto di quel genere”.

“Un altro caso (…) – prosegue il pezzo – riguarda una ragazza di 15 anni di Pesaro, che non ha esitato dopo qualche giorno di amicizia con un 17enne, risultato essere di Palermo, ad inviargli foto nude e persino un video di lei mentre si spogliava. Materiale che ha inviato col suo telefonino e anche utilizzando quello della madre. A quel punto, il giovane aveva chiesto altre foto esplicite minacciando di pubblicare in rete quelle già avute.”

E’ stato stimato che, a seconda di quanto tempo li usiamo, media e social media ci bombardano ogni giorno con fino a circa 3.000 “annunci – consigli – articoli” (leggi pubblicità) che riguardano il corpo femminile. Il succitato resoconto, prontissimo nel puntare il dito contro le ragazzine, era circondato nello specifico da bombe sexy sul red carpet, bellissime questa e quella, hot quest’altra, foto porno-soft di modella con seni che strabordavano da un costumino striminzito, vari inviti a mettersi “in forma” e, ciliegina sulla torta, un video dal titolo “Come preparare il frullato che rassoda i glutei”. Chi è che le “ipnotizza”? Perché “non esitano”? Cosa pretendete che facciano le ragazzine?

Maria G. Di Rienzo

P.S. Le uniche altre notizie sulle donne, sul quotidiano in questione, riguardavano le ultime assassinate da un ex partner.

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Nell’aria ci deve essere qualche droga strana… se no non si spiegano tutti questi omicidi…

Così ci mette in guardia il commento sotto un articolo che riporta l’ultimo femicidio – in ordine di tempo – in Italia, quello di Janira D’Amato, 21 anni, uccisa dal fidanzato ventenne Alessio Alamia Burastero il 7 aprile. Almeno quindici coltellate, spiega il medico legale, “così violente che il coltello si è spezzato alla base del manico”. E poiché anche i giornalisti respirano, la droga strana nell’aria non manca di far effetto su di loro: si è trattato di “coltellate per soffocare un amore”, sferrate “nel corso di una lite per motivi sentimentali”; l’assassino “era geloso” e “non riusciva a dormire al pensiero che la ragazza si sarebbe imbarcata per lavoro il primo giugno”; inoltre “era depresso, perché per lui quella ragazza rappresentava la sua vita” e “non riusciva ad accettare che lei lo avesse lasciato”.

Il 53enne Salvatore Pirronello pochi giorni prima, in quel di Caltagirone, aveva il problema opposto: “la donna non voleva interrompere la relazione” come lui desiderava. Perciò l’ha accoltellata mentre lei dormiva. Sul corpo di costei “non ci solo le ferite dei fendenti, ma anche escoriazioni sugli arti superiori, segni evidenti di una forte colluttazione”. Due delle quattro coltellate che hanno raggiunto la donna all’addome non hanno leso organi vitali, dice il medico legale che ha eseguito l’autopsia, perciò “la sua morte è stata ancora più lenta e avvenuta per dissanguamento.” Patrizia Formica, 47enne, è spirata dietro la porta che era riuscita a chiudere in faccia al suo assassino.

Il 3 marzo muore di coltello coniugale davanti ai propri figli, a Iglesias, Federica Madau di 32 anni. “Il dramma è avvenuto al culmine di una lite domestica”, spiegano sempre i giornalisti intossicati dalla strana droga diffusa nell’atmosfera: il 46enne Gianni Murru ha accoltellato ripetutamente la moglie e le ha sferrato il colpo fatale alla gola perché “era geloso”. Non andrò a ritroso a riportarvi tutti i femicidi del 2017, ma posso assicurarvi che la cornice della narrazione è identica e il suo fulcro è questo: è impossibile, per un uomo, accettare che la donna con cui ha o ha avuto una relazione prenda decisioni autonome o dissenta da quelle che lui prende; quindi, l’uomo in questione viene preso da raptus, travolto dalla depressione, consumato dalla gelosia e uccide.

L’aere inquinato non gli permette di vedere il bersaglio del suo coltello come un essere umano. Erode ogni limite al rispetto della vita e della dignità altrui. Ottunde le capacità cognitive maschili al punto da impedire di distinguere una donna da una bambola gonfiabile, e una donna dall’altra. Solo che non è una droga aliena diffusa nel vento recentemente. E’ una droga che si chiama patriarcato – opera negli assetti sociali, politici, economici, religiosi da millenni – e assicura agli uomini che in virtù della loro “superiorità” sono legittimati a esercitare dominio e controllo sulle vite dell’altra metà dell’umanità. E’ stato questo, e non le scie chimiche, a far urlare in piazza di recente al figlio di un famoso cantautore e cantautore lui stesso: “Siete tutte uguali, io vi odio tutte, voi donne dovete sparire.” Stava aggredendo, il signore 54enne, una giovane di 21 anni che non è sua figlia o sua nipote come il divario di età suggerirebbe, ma la sua “fidanzata” e ovviamente modella, perché per meno una celebrità non ci si mette.

Mister cantautore non è assolutamente solo nei convincimenti che esprime. Ci sono milioni di uomini che la pensano come lui, celebri o no, ricchi e poveri, di qualsiasi fede religiosa o politica. Sono quelli che dicono di amarvi al punto da non poter vivere senza di voi. Perciò, voi non potete vivere se loro decidono altrimenti. Maria G. Di Rienzo

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Nel maggio del 2013 Julian Stevenson, un uomo inglese 48enne che viveva in Francia, sposato e poi divorziato, uccide i suoi due figli durante il primo incontro non “controllato” con loro: usando un coltello da cucina taglia la gola di Matthew, 10 anni, e di Carla, 5 anni. In precedenza li aveva visti in presenza della ex moglie Stéphanie o di un’assistente sociale. Si suiciderà in carcere, ancora in attesa di processo, a fine dicembre dello stesso anno.

Sin dall’annuncio del duplice omicidio, molti media fecero del loro meglio per giustificare e scusare l’assassino. Una delle argomentazioni preferite fu che “il tempo che passava con i bambini era insufficiente per i suoi bisogni”. La preoccupazione principale – spesso espressa in leggi nazionali e protocolli internazionali – per chiunque sia sano di mente dovrebbe riguardare il benessere dei bambini, che sono ovviamente più vulnerabili degli adulti loro genitori: ma articolisti, opinionisti, commentatori ecc. sono in genere assai più angustiati dal fatto che i padri non abbiamo sempre e comunque tutto quel che vogliono. Diventa irrilevante, in tali discorsi, che questi padri esprimano la propria frustrazione con la violenza, perché sotteso a tutte le argomentazioni c’è il convincimento che la violenza sia un ingrediente fondamentale della mascolinità e che gli uomini non possano fare a meno di abusare di donne e bambini.

Così, il 2 aprile u.s., sotto i titoli della stampa nostrana “Tenta di uccidere il figlio e si suicida con il gas”( è accaduto nella zona di Volterra: il bambino, di 9 anni, si è salvato fuggendo dall’auto) e i relativi occhielli “Non accettava che il bambino fosse stato affidato esclusivamente alla madre”, si articola la solita narrazione che piange sui “gridi d’allarme” – leggi le lamentele proprie e le “denunce” farlocche dell’associazione padri separati – espressi dall’uomo via FB, sulla “decisione più terribile: prendersi il suo bimbo e andare via con lui, per sempre” (com’è poetico!), sulle leggi carogne e matriarcali che “non tengono conto delle nuove sensibilità dei padri”. Ma se queste “nuove sensibilità” si concretizzano nello scannare o nel gasare i figli a me sembra che di nuovo non abbiano nulla e che parlare di sensibilità sia fuorviante e persino ridicolo: quel di cui stiamo trattando è possesso e controllo di esseri umani. Sono pratiche legate al dominio e alla relativa legittimazione sociale e infatti molti uomini vivono come affronto, ingiustizia e svirilizzazione qualsiasi restrizione messa al loro spadroneggiamento sui corpi di donne e bambini.

All’uomo che è morto suicida è certamente dovuta pietà umana, ma a questo stesso individuo capace di aprire una bombola di gas nell’automobile in cui sta dormendo un bambino, suo figlio (che lui chiamava il “suo cucciolo”), io non affiderei non solo un cucciolo di cane, ma neppure un cactus. Maria G. Di Rienzo

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Al prossimo invito che trasferisce la responsabilità della violenza su chi la subisce con il “denunciate, denunciate, perché non denunciate?” – e sono sicura che ce ne saranno una miriade in occasione dell’8 marzo – credo potrei dare di stomaco. Che la legge non riesca a proteggere le donne e le bambine/i bambini dalla violenza domestica, sessuale, psicologica, economica ecc. è evidente a chiunque dia un’occhiata anche superficiale alle notizie di cronaca nera, dove accanto a una donna cadavere appaiono frasi del tipo “aveva più volte segnalato alle forze dell’ordine”, “aveva allertato polizia / carabinieri”, “aveva denunciato”, “aveva ottenuto un ordine di allontanamento / restrizione”.

Naturalmente appaiono di routine anche altre frasi. La vicenda è quasi sempre una tragedia (e cioè un inevitabile colpo del fato di cui nessuno è responsabile – come un terremoto). Il perpetratore era in preda a raptus. E’ stato provocato durante l’ultimo litigio. Ha ucciso moglie e/o figli perché non accettava il divorzio, la separazione, che lei volesse lasciarlo. Quando stupra e aggredisce era parimenti ubriaco, stordito o quant’altro e comunque lei lo ha di nuovo provocato essendo vestita così piuttosto che cosà e essendo in quel luogo piuttosto che in un altro e perché erano le 4 di mattina o le 4 del pomeriggio…

La responsabilità di determinate azioni non è più di chi le compie, ma di chi le subisce. Il perpetratore non ha scelta, sono donne e minori che devono imparare a difendersi e a evitare le tragedie in agguato. Inoltre, prosegue la narrativa sociale in auge, come possiamo sapere che non mentono? Così, ogni avviso o denuncia da parte di una donna è accolto con dosi letali di sfiducia, dubbio e discredito. E persino quando la detta donna sopravvive alla violenza e il suo caso arriva in tribunale, è molto probabile che l’offensore se la cavi senza troppi fastidi. Il contesto sociale influenza direttamente processi e sentenze e a nulla ci servono nuove leggi se in tandem non lavoriamo alla decostruzione della cultura sessista, misogina e patriarcale che ancora sminuisce, depriva, discrimina e disprezza le donne in Italia e ovunque.

Le notizie che leggerete di seguito sono state tutte riportate dai quotidiani il 28 febbraio o il 1° marzo.

Il giovane uomo che a Firenze ha assalito e cercato di strangolare una 23enne è rimasto in carcere poco più di 48 ore. Il giudice ritiene la custodia cautelare “sproporzionata rispetto al reato”. Infatti, mica sarà grave strozzare una femmina per strada.

I due scippatori che hanno indirettamente causato, a Roma, la morte della studente cinese Zhang Yao, travolta da un treno mentre li inseguiva per riavere la propria borsa, non andranno in carcere; hanno patteggiato e uno torna libero dopo i domiciliari e l’altro ai domiciliari ci resta. Mica l’hanno spinta loro, l’hanno solo derubata: se non avesse reagito, come è prescritto a tutte le femmine, potrebbe essere ancora viva, no?

Non andrà in galera il “fashion designer” (figlio di un’altra famosa “fashion designer”) per l’aggressione sessuale ai danni di un’aspirante modella, avvenuta durante una della sue selezioni nell’ottobre 2016, come non c’è andato per l’assalto precedente (2014 – stesse modalità): condannato a un anno e sei mesi di carcere per violenza sessuale ha ottenuto all’epoca la sospensione condizionale della pena dando 30.000 euro alla giovane donna affinché costei revocasse la propria costituzione di parte civile. In occasione di questo primo processo si era detto “serenissimo” e aveva suggerito che la sua vittima volesse “qualcosa” (leggi: si stesse vendicando) perché “voleva fare la modella” ed era “rimasta disillusa”.

Si sa, le donne mentono per antonomasia, soprattutto quando denunciano aggressioni e stupri. Inoltre, “le donne valgono sette volte di meno rispetto agli uomini”: questo diceva l’agente di polizia nonché assistente capo della Stradale di Napoli alla sua compagna. Perciò, la costringeva a rapporti sessuali pestandola come una bistecca e perciò contemporaneamente minacciava una 31enne marocchina di farle arrestare i parenti se non usciva con lui; costei non solo valeva sette volte di meno, aveva anche la ciliegina sulla torta dell’essere un’immigrata: “Sei solo una marocchina e comando io, ti rispedisco in Marocco.” Chissà quale accoglienza poteva riservare questo funzionario di polizia a una donna qualsiasi in procinto di denunciare una violenza subita…

“Perché non denunciate???” Nella maggior parte dei casi perché ci avete già condannate, ancor prima che noi si apra bocca, maledetti idioti. Maria G. Di Rienzo

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soltan

La donna nell’immagine è Soltan Achilova, 67 anni, giornalista corrispondente dal Turkmenistan per Radio Free Europe / Radio Liberty, mentre mostra i lividi dovuti all’attacco da lei subito il 25 ottobre scorso. Soltan stava fotografando un supermercato nella capitale del paese, Ashgabat, quando assalitori rimasti “ignoti” l’hanno picchiata – subito dopo essere uscita da un interrogatorio durato ore, da parte della polizia, su quel che stava facendo – e le hanno rubato la borsa e la macchina fotografica. Il supermercato è di proprietà dello stato e Soltan stava riprendendo le lunghe file di persone che attendevano di potervi accedere.

Nel 2014, la stessa cosa accadde mentre stava riprendendo immagini di un mercato: anche in questo caso gli aggressori sono rimasti “ignoti”, nonostante dopo averla malmenata l’avessero portata in una centrale di polizia, dove la sua macchina fotografica fu sequestrata e le immagini in essa cancellate.

L’8 novembre 2016 la faccenda si è ripetuta. La giornalista si trovava in una clinica per motivi di salute. Ha dapprima dovuto testimoniare un attacco a un’altra anziana (Soltan pensa che le due assalitrici l’abbiano scambiata per lei), gettata a pugni sul pavimento e lì pestata al grido “Questo è quel ti meriti per le fotografie!”. Più tardi, in serata, le assalitrici hanno trovato Soltan alla caffetteria della clinica e si sono scagliate contro di lei urlando: “Questa è quella che fa le fotografie e getta fango sul Turkmenistan!”. La giornalista ha subito il pestaggio e anche questa volta le delinquenti non hanno un nome.

Radio Free Europe / Radio Liberty ha potuto dar conto della vicenda solo il 14 novembre, venendone a conoscenza da parte di terzi, perché dal giorno dell’ultimo assalto ne’ il telefono ne’ la connessione internet di Soltan Achilova hanno funzionato per due settimane: probabilmente erano immersi in quel fango putrido che è la violenza.

Maria G. Di Rienzo

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