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Posts Tagged ‘giornalismo’

sassi nella scarpa

Lasciate che me ne tolga uno dalla scarpa – di sassolini fastidiosi, intendo.

Il 9 settembre scorso, in relazione alla denuncia per stupro di due giovani americane a Firenze, scrivevo:

(… ) non si può neppure dimenticare che tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso.” (vari quotidiani, 9 settembre 2017, stessa vicenda)

Quest’ultimo dato presenta un certo grado di problematicità. Mi state dicendo che circa 135-180 denunce per stupro a Firenze, ogni anno, arrivano in tribunale e gli accusati sono giudicati non colpevoli? E tutte le denunce sono provate come inventate di sana pianta? Quindi, 135-180 donne (tutte americane?) ogni anno, a Firenze, sono controdenunciate e condannate per falsa testimonianza? Vorrei qualche verifica, su questo.

Naturalmente non sono stata la sola a pormi queste domande. Un/a giornalista, per deontologia professionale, dovrebbe farsele PRIMA di me o di voi, ma a quanto pare non è accaduto. A La Stampa sono arrivate parecchie richieste di verifica, che il giornale ha dapprima liquidato con giustificazioni fantasiose tipo “i dati sono veri ma non sono ancora confluiti nelle statistiche ufficiali”. Poiché ciò non è servito ad arrestare il flusso di coloro che chiedevano spiegazioni, alla fine il controllo lo hanno dovuto eseguire sul serio e il 12 settembre 2017, in una rubrica, il direttore Molinari così “chiude” la questione: “(…) la notizia in questione è stata pubblicata da La Stampa e da altri tre quotidiani il 9 settembre. La fonte che ce l’ha fornita l’ha più volte avvalorata, su richiesta dei lettori abbiamo svolto ulteriori verifiche senza trovarne le dovute conferme. Dunque l’abbiamo tolta dalla versione online dell’articolo in questione. Come è evidente tale processo di verifica delle fonti ha preso tempo, e di questo ci scusiamo con i lettori, ma ci ha portato a rispondere in maniera corretta alle richieste di delucidazione ricevute. Confermando il rispetto che questo giornale ha per le notizie ed i lettori.”

La fonte che ce l’ha fornita l’ha più volte avvalorata: come, se le ulteriori verifiche non la confermano? Con “Tutti sanno che le donne sono bugiarde”? Con “L’ho trovato su internet, lo giuro, per cui dev’essere vero.”? Con “Me l’ha detto mio cugino, un suo amico conosce un tipo che lavora in Tribunale.”? Comunque ok, grazie per il dichiarato (tardivo) rispetto “per le notizie ed i lettori”, ma che ne facciamo del danno che quella balla galattica ha provocato restando online per tre giorni?

Parlo delle vittime di violenza, direttore. Di quelle a cui il trafiletto sarà comunque sbattuto in faccia e non saranno credute, di quelle che da esso saranno umiliate, di quelle che subiranno violenza ulteriore perché avranno appreso – una volta di più – che denunciare stupri e aggressioni fa di loro delle colpevoli a priori. A ricevere le sue scuse, assieme all’impegno di non trattare mai più la violenza di genere con tale scervellata superficialità, dovrebbero essere loro. Resto in fiduciosa attesa.

Maria G. Di Rienzo

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Il 24 agosto scorso il cadavere di Gloria Pompili, 23 anni, è rinvenuto sul ciglio di una strada di Prossedi, in provincia di Latina. A un primo esame, poi confermato dall’autopsia, risulta che la giovane donna sia morta di botte. Gloria era una prostituta e cioè, secondo la narrativa in auge tesa a sfumare – disinfettare – ammorbidire la violenza inerente la prostituzione, una “sex worker” liberata e trasgressiva ecc. che se la gode moltissimo a fare sesso con uomini che non conosce e per cui non prova attrazione, che guadagna bei soldi e li usa per lo shopping “fashionista” e dandoci dentro finirà per comperarsi un attico molto trend in centro città. C’è persino la possibilità che un bellissimo miliardario si innamori di lei (“Pretty Woman” – 1990) e comunque il suo è solo uno stile di vita in cui lei ha il completo controllo della situazione e seduce poveri uomini ingenui come niente fosse (“The girlfriend experience” – 2009 film, 2016 serie televisiva)…

Il 19 settembre i due assassini, un uomo e una donna in coppia (lei parente della vittima, lui fratello del compagno di quest’ultima) che erano i magnaccia di Gloria, sono stati arrestati. La picchiavano regolarmente perché la giovane donna voleva uscire dalla prostituzione. La notte del 23 agosto, spiega La Stampa, “il pestaggio sarebbe andato oltre. Gloria Pompili ha subito la frattura di una costola, che le ha perforato il fegato, la milza, e provocato un’emorragia che non le ha lasciato scampo.” L’articolista definisce tale pestaggio mortale, avendo davanti agli occhi un quadro di violenza continua e premeditata, un “folle gesto”, perché è questo il “politicamente corretto” attuale: qualsiasi tipo di violenza contro le donne, anche quando le ammazza, è una spersonalizzata tragedia e chi ferisce e uccide è solo momentaneamente folle, obnubilato dal terribile raptus.

Gloria non ha potuto compiere le proprie scelte da viva e non avrà giustizia da deceduta – nemmeno il racconto in cronaca della sua vicenda gliela rende. Gloria è morta per i peccati di qualcuno (parafrasando Patti Smith) ma non per i propri. Maria G. Di Rienzo

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Dico a te, “La Repubblica”.

Il 15 settembre pubblichi un articolo dal titolo “La violenza delle coppie giovani, oltre una ragazza su dieci aggredita prima dei 18 anni” che presenta “uno dei pochi studi condotti nel nostro Paese sul tema, condotto su un campione di oltre 700 studenti delle scuole secondarie di secondo grado”.

“Di questo e temi collegati si parlerà – prosegue il pezzo – il 13 e 14 ottobre a Rimini in un convegno organizzato dal Centro studi Eriksson, dal titolo ‘Affrontare la violenza sulle donne – Prevenzione, riconoscimento e percorsi d’uscita’ nel quale una parte consistente sarà rappresentata dalla discussione della Teen dating violence, la violenza da appuntamento tra adolescenti e della violenza nelle giovani coppie. Si tratta, sottolineano gli organizzatori del convegno, di situazioni di violenza non facili da individuare e comprendere per le stesse ragazze che ne sono vittime, coinvolte da quello che dovrebbe essere il ‘primo amore’, ma che con l’amore e il rispetto che deve accompagnarlo non ha nulla a che fare.”

L’articolo contiene l’intervista a una delle relatrici, la psicologa Lucia Beltramini, che spiega: “Negli ultimi anni le riflessioni e gli interventi sul tema della violenza contro le donne e le ragazze hanno ottenuto maggiore diffusione e visibilità, e la volontà di realizzare interventi preventivi (…) Tali interventi non possono però prescindere da un’attenta analisi di quello che è il contesto sociale e culturale nel quale ragazzi e adulti si trovano a vivere, un contesto ancora fortemente permeato, anche a livello mediatico, da modelli stereotipati di maschile e femminile e rapporti tra i sessi poco improntati alla parità.”

Ma la conclusione a cui il testo sembra arrivare è che la colpa sia delle femministe: “Uno dei problemi maggiori nell’affrontare il fenomeno è la necessità di spiegare ai ragazzi che quanto stanno vivendo è violenza, non normalità, poiché spesso tali atti non sono riconosciuti come violenza e inaccettabili. In particolare, comportamenti di dominazione e controllo sono scambiati per segni di interessamento e amore. “Non vuole che parli con altri perché sono sua, ci tiene a me”, si sente dire alle ragazze, frasi che fanno chiedere dove siano finite le battaglie femministe nelle quali al centro si poneva ben altro concetto, quel “io sono mia” fondamento dell’autodeterminazione.”

Repubblica, assieme a una valanga di altri giornali e pubblicazioni ci hai triturato le ovaie per anni con concetti quali “la fine del femminismo”, “l’inutilità del femminismo nella società moderna”, “gli errori del femminismo”, “l’obsoleto femminismo che non capisce/vede…. (aggiungi il termine che preferisci)”, “il nuovo femminismo della scelta”, “prostituzione e pornografia sono manifestazioni del femminismo” eccetera.

Dove sono finite le lotte femministe? Non sono finite. Stiamo ancora lottando. Ma se non volete vederci non ci vedrete, è molto semplice. Per esempio, TUTTA la legislazione che in Italia riguarda diritto di famiglia, divorzio, interruzione volontaria di gravidanza, accesso ai diritti civili per le donne, violenza di genere si è generata da quelle stesse lotte. Se avessimo aspettato la buona volontà dei politici e dei governanti a quest’ora nella redazione de “La Repubblica” le donne presenti sarebbero unicamente quelle che puliscono gli uffici o preparano il caffè. Non occorre che ci diciate “grazie”, ma almeno smettete di sputarci in faccia. Maria G. Di Rienzo

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“Dall’inchiesta sta emergendo anche che le ragazze, prima di giungere in Italia, avrebbero stipulato un’assicurazione contro gli stupri.” (vari quotidiani sugli stupri denunciati da due giovani americane a Firenze, 8 settembre 2017)

Ah-ah, si erano preparate prima, vogliono i soldi dell’assicurazione!

“(… ) non si può neppure dimenticare che tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso.” (vari quotidiani, 9 settembre 2017, stessa vicenda)

Quest’ultimo dato presenta un certo grado di problematicità. Mi state dicendo che circa 135-180 denunce per stupro a Firenze, ogni anno, arrivano in tribunale e gli accusati sono giudicati non colpevoli? E tutte le denunce sono provate come inventate di sana pianta? Quindi, 135-180 donne (tutte americane?) ogni anno, a Firenze, sono controdenunciate e condannate per falsa testimonianza? Vorrei qualche verifica, su questo.

E se è vero che tutte le studentesse statunitensi si preparano al soggiorno italiano stipulando un’assicurazione contro lo stupro – sospetto si tratti invece di un’assicurazione che copre varie tipologie di incidenti per chi si reca all’estero, violenza sessuale compresa – be’, fanno lo stesso per gli altri paesi? O l’Italia per quel che riguarda lo stupro è considerata una “zona a rischio”? Anche su questo desidererei qualche approfondimento.

Comunque okay, mettiamo che a 19 e 21 anni le studentesse siano già navigate “avventuriere”, due scaltre gold-diggers. Così furbe che passano la nottata in un locale senza trovare nessuno da accalappiare e poi denunciare per stupro, bevono, fumano (sembra) qualche spinello ponendosi volontariamente in quel che si chiama “stato di minorata difesa” (quindi di minor controllo sul proprio corpo e sulle proprie reazioni) e infine, alle 4 di mattina, per il loro losco complotto scelgono… due appartenenti alle forze dell’ordine. Con tutto il corollario di incredulità per la vicenda che la divisa dei due butterà loro addosso. Si può fare una scelta più stupida di questa? Cioè, capite, se il fulcro sono i soldi dell’assicurazione qualsiasi uomo va bene: uno un po’ “stonato” dalla serata al locale va ancora meglio – avrà più difficoltà a ricordare particolari, sarà meno credibile, ecc. Come cacciatrici di denaro, al minimo, queste due non valgono un fico secco.

I giornali suggeriscono anche che le giovani non avrebbero offerto sufficiente resistenza agli stupri; non hanno urlato, non hanno lividi o ferite – il che fra le righe si traduce con: come facciamo a prestar fede a quel che dicono? “Appena siamo entrate nel palazzo, ci sono saltati addosso. Io non ho urlato perché ho avuto paura delle armi” racconta una delle due ragazze americane che accusano i due carabinieri di stupro. (…) “Ero stordita, non mi sono resa bene conto di cosa mi stesse facendo, poi non sono riuscita a reagire”, aggiunge l’altra.”

Confermato, quindi, l’altro marchio d’infamia. Se non hanno urlato e non hanno ingiurie fisiche lacero-contuse stanno mentendo. Per carità, che mentano è possibile. Ma il loro tipo di reazione all’assalto non ne è una prova.

Negli esseri umani il sistema nervoso orto-simpatico crea un afflusso di adrenalina in risposta alla minaccia, che dice al corpo di “combattere o fuggire”, ma il sistema nervoso parasimpatico registrando lo squilibrio crea simultaneamente un neurone per indurre rilassamento: quando i due sistemi lavorano, per così dire, al massimo della loro capacità il risultato è che il corpo si paralizza. Contrariamente all’opinione popolare, perciò, la maggioranza delle donne – e delle bambine – che fanno esperienza di stupro o abusi sessuali non saranno coperte dalla testa ai piedi di ferite difensive. Ma la paralisi delle reazioni a un’aggressione NON è consenso.

Molte sopravvissute interiorizzano però questo messaggio, si sentono totalmente o parzialmente responsabili di quanto hanno subito e provano una tale vergogna per “non aver fatto abbastanza” per difendersi o fuggire che questa diventa un’ulteriore barriera al parlare dello stupro o al denunciarlo. Perciò, quando i quotidiani riportano fatti di cronaca relativi alla violenza sulle donne si mostrerebbero più civili e professionali assegnando l’articolo a chi ha già fatto i compiti a casa e sa di cosa sta parlando.

Maria G. Di Rienzo

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Ieri, 31 agosto 2017, è stata una giornata assolutamente normale. Cinque casi di violenza sessuale contro donne sono arrivati in cronaca. Tutti sono stati narrati come di consueto: in modo superficiale, stupido e sbagliato. Il che alimenta il substrato di connivenza e comprensione per la violenza di genere, di qualsiasi tipo.

1) “Salento, turista di 19 anni violentata in un villaggio vacanze a Taviano: 27enne fermato”

(…) un rapporto sessuale contro la volontà della giovane, che subito dopo sarebbe riuscita a scappare (…) (il perpetratore ha) conosciuto la diciannovenne, anche lei reduce da una serata in discoteca. L’approccio si sarebbe presto trasformato in un tentativo di rapporto sessuale, che la ragazza avrebbe cercato di evitare subendo però la violenza.

Si chiama STUPRO. E’ un reato. E’ un tipo di violenza le cui conseguenze possono tormentare la vittima per anni, per la vita intera. E’ un tipo di violenza che segna un punto di non ritorno per chi la subisce. Non è un “rapporto sessuale un po’ forzato” in cui comunque i protagonisti se la godono, non è la “trasformazione” di un galante approccio, ok?

2) Nuova aggressione sul lungomare di Rimini. Turista chiama il 112: ”Stanno violentando la mia compagna”

(…) Ad essere presa di mira una coppia di 40enni di Parma appena uscita da un locale. La donna – sotto l’effetto dell’alcol come il compagno – dopo aver subito avance e la sottrazione del cellulare da parte di un 34enne di origine marocchina era stata attirata sulla spiaggia con la scusa di poterlo riavere. Poi l’uomo, colto dai carabinieri sull’atto coi pantaloni già calati, ha cercato di mettere in atto la violenza. (…)

Ah, ecco, era ubriaca, le sta persino bene. Non si è attenuta al codice di sopravvivenza in zona di guerra contro le donne (la zona è ovunque, per vostra informazione) che prevede: addestramento alla lotta senz’armi o con oggetti non creati per essere tali – le chiavi, la borsetta, l’ombrello ecc.; assoluta lucidità, stato di allerta perenne e monitoraggio continuo del territorio; tuta mimetica imbottita come unico capo d’abbigliamento consentito; presenza negli spazi pubblici ridotta al minimo e comunque sempre in compagnia di un cyborg da combattimento, non di un semplice compagno o amico. Inoltre: quelle che ha subito erano MOLESTIE non “avance”, “carinerie” e complimenti. MOLESTIE SESSUALI, punto e basta.

3) “Bologna, aggredisce una donna e la butta a terra: arrestato per tentata violenza sessuale”

(…) La donna, terrorizzata, è stata portata al pronto soccorso e dimessa con una prognosi di cinque giorni. Ai carabinieri ha raccontato che mentre stava tornando a casa, camminando lungo la strada, era stata raggiunta dal giovane che aveva iniziato a molestarla. Nonostante il rifiuto categorico di avere un approccio di qualsiasi tipo, il giovane l’ha afferrata per un braccio, trascinata in una zona buia e dopo averle tappato la bocca e abbassato i pantaloni ha tentato di violentarla.

Come sopra. Se riconoscete che il tipo “ha iniziato a molestarla”, gli approcci non hanno nulla a che fare con la situazione. Si tratta di due sconosciuti, non di due amici/conoscenti al ristorante ove lui le porge a sorpresa una rosa rossa e sussurra “Sono incredibilmente attratto da te”: quest’ultimo è un approccio, spaventare e umiliare un’estranea per strada no.

4) “Anziana 80enne stuprata nel parco in pieno giorno a Milano”

(…) mentre lei stava passando a ridosso del parco dopo che era uscita di casa alle 8 del mattino, l’uomo le si sarebbe avvicinato con una scusa qualsiasi, manifestando l’intenzione di aiutarla, poi trascorsi pochi minuti e fatti pochi passi accanto a lei avrebbe approfittato della situazione facendola cadere e trascinandola con sé.

Altro caso di trasgressione del codice di sopravvivenza, pare. Probabilmente la donna si sentiva protetta anche del mito predominante sullo stupro, e cioè che la violenza sessuale sarebbe in realtà solo un omaggio alla bellezza e alla gioventù e all’essere giudicate sexy – hot – drizzapiselli. Comunque, ottantenne o meno, era in giro da sola, non indossava uno scafandro in titanio e doveva ben sapere che il parco con la sua erba morbida e i cinguettii degli uccellini invitava alle gioie dell’amore… si è messa in una situazione, capite.

5) “Brianza, 17enne violentata in uno stabile abbandonato: arrestato un 22enne, denunciati altri tre”

“L’ha costretta a un rapporto sessuale minacciandola con un coltello. Un 22enne è stato arrestato ieri sera dopo essere stato identificato come autore della violenza sessuale su una 17enne. (…) Con lui, sono stati denunciati per concorso nello stupro altri tre uomini, anche loro marocchini: un 23enne, un 25enne e un 27enne. (…) La ragazza – nata in Italia, anche lei di origini marocchine – li avrebbe incontrati in gruppo nel primo pomeriggio alla stazione di Monza, senza averli mai conosciuti prima. Secondo quanto ricostruito dalla procura, li avrebbe poi “volontariamente e ingenuamente” seguiti (…)

Ecco, sempre come sopra, questa è una tonta. Non ha ancora compreso che ogni uomo, di ogni età, ogni provenienza, ogni stato sociale, è privo di qualsiasi tipo di rispetto nei confronti del sesso femminile, è uno stronzo ambulante senza decenza e senza umanità e qualsiasi cosa dica a una femmina è una menzogna. Volete che noi si creda questo, sul serio?

Gli uomini non stuprano perché lo stupro è “inevitabile” e/o “naturale” e le donne li mettono in condizioni in cui possono farlo, gli uomini stuprano perché pensano di avere il diritto di farlo e che anche se la legge condanna l’azione se la caveranno accusando la vittima di essere stata consenziente e di averli “provocati”. Misoginia e patriarcato hanno insegnato loro questo per millenni: miti sociali, giornalismo e tribunali continuano a ribadire loro che è proprio così.

Maria G. Di Rienzo

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Soavi compagne/i di viaggio, da cinque giorni sto combattendo contro il solito battaglione di streptococchi maligni e la mia gamba destra sembra essere stata investita da un’esplosione nucleare. Ho fatto del mio meglio per mantenere il ritmo di pubblicazione, ma adesso sono stanchissima e devo mollare per un po’.

Vi lascio con una perla di giornalismo però, così potete mettervi le mani nei capelli anche voi:

La Repubblica, 13 agosto 2017: “Torino: litiga con la compagna, parte un colpo e si uccide convinto di averla ammazzata – Ferisce la compagna alla testa che voleva lasciarlo e poi si uccide davanti agli agenti della squadra volante della polizia…”

Messa così, la frase seguente dovrebbe essere qualcosa del tipo: “Il collo e la milza della donna volevano invece restare con lui.”

A presto, MG

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Care/i giornaliste/i d’Italia: avete per caso visto “Cloud Atlas” (“L’atlante delle nuvole”, 2012)?

Queste sono le battute fondamentali di una dei personaggi, Son-mi 451 (Bae Doona): “Le nostre vite non sono di nostra assoluta proprietà. Dal grembo alla tomba siamo legati ad altri. Nel passato e nel presente. E con ogni crimine e ogni gentilezza partoriamo il nostro futuro.”

Le Wachowski possono produrre lavori complicati e controversi o non piacervi proprio, ma queste semplici frasi sono di una chiarezza sublime e a mio avviso dovreste tenerle appese sopra il computer su cui scrivete i vostri articoli… soprattutto quando trattate di femminicidio e violenza di genere. Questo perché ogni cosa che scegliete di sottolineare o di non trattare, ogni giudizio – persino non detto esplicitamente ma infilato fra le righe, hanno un impatto su chi vi legge. (E aggiungo, anche i vostri clamorosi svarioni relativi a grammatica – ortografia – sintassi, indegni della vostra professione.)

Il mondo non è diviso fra il “di qua” e il “di là” della pagina stampata o caricata a schermo. Fra chi vi legge ci sono le prossime vittime, i prossimi assassini, i prossimi testimoni; ci sono avvocati, giudici, agenti di polizia – esseri umani come voi che assorbiranno, in grado maggiore o minore a seconda delle loro peculiarità, ciò che gli avete raccontato. Questo, assieme ovviamente a ulteriori stimoli e informazioni, contribuirà a formare il loro giudizio e il loro giudizio avrà influenza sulle loro azioni. Ogni volta in cui decidete di reiterare gli stereotipi di genere, di biasimare la vittima e di scusare e compatire il suo aggressore/assassino voi state collaborando, scientemente o meno, alla creazione del prossimo scenario di violenza.

Ieri su La Stampa:

“Uccide la fidanzata di 22 anni, poi si ammazza con un colpo di pistola: tragedia a Trento”

L’articolo si premura di informarci che:

1) la pistola era detenuta regolarmente per uso sportivo dall’omicida-suicida Mattia Stanga, 24 anni. (Sì, però l’aveva comprata il giorno prima di usarla per uccidere Alba Chiara Baroni e poi spararsi.)

2) “La coppia era molto conosciuta in paese, soprattutto grazie all’impegno da parte di entrambi in parrocchia.” Segue un intero paragrafo su lavoro e interessi vari del giovane uomo, sulle sue parentele degne di nota e via così. La giovane donna? Ah sì, era “barista in un albergo della zona”. Finito, non c’è altro da dire su di lei.

3) “Dolore e sgomento intanto affiorano intanto tra gli abitanti di Tenno, increduli per quanto sia accaduto, soprattutto perché trattandosi di una coppia di giovani benvoluti e molto conosciuti in paese.” Letterale. Allora: via un “intanto” perché due nella stessa frase sono di troppo; “increduli per quanto è accaduto”; “soprattutto perché si tratta ecc.”

4) “Da una prima ricostruzione sembrerebbe che la ragazza abbia provato a fuggire dalla furia del compagno, trasformatosi come nel peggiore degli epiloghi in un assassino.” Nel peggiore degli epiloghi di cosa? Un grande romanzo d’amore? Se non finisce con “e vissero per sempre felici e contenti, litigando ogni tanto ma sempre rispettandosi l’un l’altra” o “si lasciarono con rammarico, ma civilmente, portando ognuno con sé quanto di buono la loro relazione aveva avuto”, l’amore è già volato via dalla finestra da un pezzo. Sarei anche curiosa di sapere quale malefica pozione ha trasformato il “compagno” in orco furioso. Forse i “diverbi” che i due avevano da tempo hanno qualcosa a che fare con la vicenda? Forse lui ha deciso che lei NON POTEVA lasciarlo, perché una donna non può prendere decisioni del genere, e quindi doveva morire con lui?

5) “I motivi del folle gesto ancora non sono emersi (…)” Non so che significato dia l’autore al termine “folle”, ma l’omicida-suicida pare aver programmato lucidamente tutto: compra la pistola, poi chiama la ragazza dicendo che “vuole farla finita”, di modo che lei si precipiti da lui come da copione e le pianta qualche pallottola in corpo. Folle gesto. Raptus. La pistola ha sparato da sola.

Ieri su Il Corriere della Sera:

“«Voglio suicidarmi»: lei accorre ma il fidanzato le spara e si uccide”

Qui la storia è colorata a secchiate di vernice rosa: “Sarebbero dovuti andare a convivere i primi di settembre, massimo ottobre, in un appartamento dei genitori di lei. Era tutto perfetto. Ma ieri l’incanto si è spezzato. Uno, due, tre, forse sei spari e le loro vite si sono spente (…)”; Il “destino li aveva legati sin da bambini”; “Ti amo scricciolo (…) aveva scritto Mattia, l’8 ottobre 2013, su Facebook”. Ma, pensate, “È stato Mattia a esplodere i colpi di pistola”. L’autrice, non riuscendo a darsene pace, da questo punto in poi riempie il suo pezzo di angosciati “perché?” – che ripetuti prendono un suono noioso e falso – assicurandoci che “nulla andava male in quella coppia”, “nulla avrebbe fatto pensare a una simile tragedia”. Di chi può essere la colpa, quindi? Del caldo, di un virus, delle scie chimiche? Be’, una sospettata c’è, quella che non aveva deciso di morire ed è stata assassinata, Alba Chiara: “Forse lei voleva lasciarlo, forse non se la sentiva più di fare il grande passo, di andare a vivere insieme.” Mai che ne facciamo una giusta, queste donne: se lo lasciano muoiono, se non lo lasciano muoiono, se lo denunciano muoiono, se non lo denunciano muoiono. Eccetera, eccetera.

E di che mi lamento, insomma, alle fine assassinate o no dobbiamo morire tutte, vero? E’ un’opinione. Non si può neanche più avere un’opinione adesso?

Archivista: (…) Ricorda, la tua versione della verità è tutto quel che importa.

Son-mi 451: Verità è singolare. Le sue “versioni” sono menzogne.

Maria G. Di Rienzo

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