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Posts Tagged ‘storia delle donne’

Cecilia Payne

Cecilia Payne-Gaposchkin (1900 – 1979), in immagine, è l’astronoma e astrofisica che ha scoperto di cos’è fatto il sole, idrogeno e elio (all’epoca si credeva fosse composto da elementi pesanti). Lo ha fatto a 25 anni, questa sfacciata, come se essere una donna non fosse già abbastanza…

Il suo nome dovrebbe essere arcinoto, almeno quanto quello di Galileo o di Einstein, giacché tutti i moderni testi di scienza riconoscono i suoi risultati ma – poiché viviamo nell’era in cui “comandano le donne e cosa accidenti vogliono ancora” – pochi fanno lo sforzo di riconoscere anche chi questi risultati ha ottenuto.

Cecilia, nata in Gran Bretagna, era andata all’università per studiare botanica. Per caso, partecipò a una lezione tenuta da un noto fisico, Arthur Eddington, e la trovò così appassionante da cambiare piano: si spostò negli Stati Uniti per frequentare Harvard, dove poi si svolse il resto della sua carriera. Durante un viaggio in Europa, nel 1933, incontrò Sergei I. Gaposchkin che sposò l’anno successivo e con cui ebbe tre figli, Edward, Katherine e Peter.

La tesi che presentò appunto a 25 anni, per ottenere il dottorato di ricerca, fu definita “la più brillante mai presentata nel campo dell’astronomia”. Henry Norris Russell, all’epoca il maggiore esperto dello spettro stellare, scartò la tesi di Cecilia come “impossibile”: quattro anni più tardi, però, pubblicò un lavoro in cui giungeva alle medesime conclusioni, presentandole come proprie. Nel 1976, fra i vari altri premi conseguiti durante la sua carriera, Cecilia ne ricevette uno dalla Società Astronomica Americana che porta proprio il nome di Henry Norris Russell. Non sappiamo se si sia fatta una risata, considerando anche che ad Harvard aveva lavorato 11 anni, dal 1927, come “assistente tecnica” del direttore dell’osservatorio Harlow Stapley, guadagnando pochissimo e meditando di andarsene poiché tale posizione non era neppure ufficiale: il titolo di “astronoma” le fu riconosciuto solo nel 1938.

Nel 1956 divenne la prima donna docente di ruolo all’università di Harvard, nonché la prima donna a capo di una facoltà. Oltre al sole, Cecilia studiò le stelle variabili, fotografandone più di un milione assieme alla sua squadra; inoltre, diede alle stampe cinque testi di astronomia e astrofisica, più un’autobiografia nell’anno della sua morte.

Accettando il premio di cui ho parlato prima, ebbe a dire: “La ricompensa di una giovane scienziata è l’euforia emotiva dell’essere la prima persona nella storia del mondo a vedere qualcosa o a comprendere qualcosa. Nulla può essere paragonato a tale esperienza… La ricompensa di un’anziana scienziata è il senso dell’aver visto una vaga bozza crescere sino a divenire un magistrale paesaggio.” Maria G. Di Rienzo

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(“Polish MEP insists ‘women must earn less’ in sexist tirade” – Euro News, 2 marzo 2017, autore/autrice non citato/a. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il politico conservatore polacco Janusz Korwin-Mikke ha inorridito il Parlamento europeo durante un dibattito sul divario salariale di genere in Europa, quando ha insistito nel dire che “le donne devono guadagnare di meno perché sono più deboli, sono più piccole, sono meno intelligenti. Devono guadagnare meno. Ecco tutto.”

Korwin-Mikke ha fornito una “prova” molto strana a sostegno delle sue affermazioni chiedendo: “Sapete quante donne ci sono nei primi cento scacchisti?” E si è risposto da solo con “Ve lo dico io: nessuna.” La grande maestra scacchista ungherese Judit Polgár, ora in pensione, potrebbe aver qualcosa da dire su tale frase. (Ndt. – Si tratta della donna che nel 1993 sconfisse l’ex campione mondiale Boris Spassky.)

I commenti del 74enne Korwin-Mikke hanno fatto restare i presenti senza fiato dall’incredulità, prima che la deputata spagnola Iratxe Garcia-Perez (Ndt. – in immagine dopo questo paragrafo) prendesse parola per fustigarlo: “Secondo la sua opinione, io non avrei il diritto di essere qui come membro del Parlamento. – ha detto – E so che le fa male e la disturba che oggi le donne possano sedere alla Camera per rappresentare i cittadini avendone lo stesso diritto che ha lei. Io sono qui per difendere tutte le donne europee da gente come lei.”

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Sebbene l’Unione Europea sia leader globale per l’eguaglianza di genere, la Commissione Europea dice che, al tasso attuale di progresso, ci vorranno altri 70 anni prima che le donne guadagnino quanto gli uomini. Le donne nell’UE sono anche sottorappresentate in politica ed è poco probabile che raggiungano posizioni in cui detengono potere economico.

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(tratto da: “Where are all the women economists?”, di Frances Weetman – in immagine – per New Statesman, 3 febbraio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Il brano originale è un lungo estratto dal suo libro “Whose Model Is It Anyway? Why Economists Need to Face Up to Reality” – ed. Virago. Si tratta del primo testo vincitore di un premio ideato nell’ottobre 2015 dal quotidiano e dalla casa editrice inglesi, il “Women’s Prize for Politics and Economics”, che mira a individuare “nuove scrittrici nei campi che danno forma alle società e sono stati storicamente dominati dagli uomini”. Frances è laureata in scienze politiche ed economia, si dedica alla scrittura e alla produzione cinematografica.)

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L’economia ha un problema con le donne. Lo dico da donna che l’ha studiata, che ci ha lavorato e che ora ne scrive. Sono i dati a mostrarlo. In tutto il Regno Unito, solo un quarto degli studenti universitari in economia sono donne. Questa è circa la stessa proporzione che si trova nella docenza e nella ricerca in economia all’Università di Cambridge: per contrasto, le donne sono il 43% della facoltà di psicologia. Perché l’economia fallisce nell’attrarre le donne al modo in cui le attraggono altre scienze sociali?

Forse sono scoraggiate dall’unirsi al mondo dell’economia poiché quest’ultimo non sembra propenso a ricompensarle con prospettive di carriera. Secondo una ricerca del 2014, compiuta dalle economiste Donna K. Ginther e Shulamit Kahn che hanno lavorato con due psicologi – Stephen J. Ceci e Wendy M. Williams – se controlli la produttività (misurata con il numero di articoli di ricerca pubblicata) gli uomini e le donne hanno gli stessi risultati promozionali nella maggior parte dei campi accademici: ma non in economia. Lo studio descrive l’economia come “un’anomalia, con un persistente divario fra i sessi che non può essere spiegato da differenze produttive”.

Le economiste accademiche sono raramente ricompensate. Nel 2014, The Economist pubblicò una lista di figure influenti nel campo in cui non c’era una singola donna. Dei 76 premiati con il Nobel in economia, solo una è stata una donna: Elinor Ostrom, che ha vinto il premio nel 2009 per il suo lavoro nell’esaminare l’uso della cooperazione, della fiducia e dell’azione collettiva nel maneggio delle risorse e beni comuni. (…)

L’economia ha un problema più significativo del reclutamento. Non solo fatica ad attrarre le donne nei suoi dipartimenti accademici, ma quella del mainstream spesso fa riferimento a modelli che sono sessisti in modo inerente. L’Homo economicus disegna quella si suppone essere l’ideale forma di comportamento – un modello teorico usato per tentare di trovare risposte ai problemi economici. Ci sono molti difetti in tale modello. La gente reale, per esempio, non è esclusivamente devota al proprio interesse finanziario. E c’è una critica ancora più importante: l’Homo economicus è un uomo. (…) Ciò significa, in pratica, che tutta l’analisi economica è basata sulla credenza che uno schema di comportamento maschile sia in qualche modo la norma. Come l’economista di Cambridge Victoria Bateman ha scritto in un articolo pubblicato dal Guardian nel 2015: “Le domande a cui gli economisti cercano di rispondere (principalmente con la matematica, anziché con gli argomenti pratici in uso verso cui, la ricerca suggerisce, le donne sono attratte), le presunzioni standard che applicano lungo il percorso (e cioè che le persone siano prive di emozioni, libere ed egoiste), e le cose che scelgono di misurare riflettono tutte una visione stereotipata e maschile del guardare al mondo.”

L’economia vede il mondo attraverso un prisma maschile: sono analisi fatte da uomini, sugli uomini, per gli uomini. Per dispetto, io qualche volta mi riferisco all’economia come a una donna. Perché? Tutti gli uomini stanno cercando di farsela e per la maggior parte falliscono miseramente.

L’economia è interessata alla disparità di genere: il divario fra i salari di uomini e donne, per esempio. Tuttavia, gli economisti affrontano questa analisi in modo non sessista? L’economia neoclassica, in essenza, dichiara che il sessismo non esiste e non può esistere, almeno non a lungo termine. In parte ciò è dovuto al fatto che non vi sarebbero incentivi alle ditte per la discriminazione di genere, specialmente se le donne migliorano l’efficienza di un’azienda. In ogni caso, la presenza del divario salariale di genere dovrebbe spingere le ditte ad assumere più donne: se sono pagate meno degli uomini, costerà meno impiegarle di quanto costerebbe impiegare uomini. Perciò, dovremmo avere più donne assunte degli uomini. Con questa logica, l’economia neoclassica predice che le disparità di genere infine svaniranno nell’aria. E questo non è identico a dichiarare che qualcosa non esiste semplicemente perché non dovrebbe?

C’è un’amplissima documentazione che mostra come le donne guadagnino meno degli uomini e siano sottorappresentate in numerose industrie. Nel 2016, nel Regno Unito, il divario dei salari era stimato al 13,9%: per ogni sterlina guadagnata da una donna, un uomo ne guadagna 1,14. Però gli economisti neoclassici dicono a noi fragili, isterici tesorucci che dovremmo darci una calmata. State tranquille, tutti questi economisti maschi di successo hanno già risolto la faccenda. (…)

Differenza, sesso e sessualità sono soggetti raramente discussi in economia. Qualora lo siano, o l’analisi è trattata come eterodossa, o si dice che la discussione manca di rigore accademico. L’economia femminista esiste, ma come ricerca di minoranza che non porta premi alle sue accolite. Questo non è sorprendente: gli uomini sono i guardiani dell’economia. Dominano ogni comitato che decide quali siano le teorie da sostenere. L’economia mira a studiare il comportamento umano. E anche se molte donne sono casalinghe, ciò non rende le loro azioni economiche irrilevanti. Secondo un commentario di Forbes del 2015, le donne guidano dal 70 all’80% degli acquisti del consumatore (ciò che gli economisti chiamano “comprare cose reali”). Ciò si applica non solo alle borse e alle scarpe, ma alle industrie che sono pensate come “maschili”. Più della metà dei videogiochi sono venduti a donne maggiori di anni 18. Forbes si spinge a dire: “Se l’economia correlata al consumatore avesse un sesso, sarebbe femminile.”

L’economia ha ignorato le donne a danno di tutti. (…) Gli uomini dominano il settore finanziario quanto dominano l’economia accademica. La ricerca Morningstar del 2015 ha attestato che meno del 10% dei manager addetti al bilancio negli Usa erano donne. Hanno trovato solo il 4% di donne presidente nelle 500 principali compagnie quotate da Standard & Poor’s. Questo dominio degli uomini nel settore finanziario è stato dannoso? Io direi di sì. Uno studio del Peterson Institute ha analizzato nel 2016 22.000 ditte commerciali in 91 diversi paesi e ha concluso: “Il muoversi da nessuna leader donna a una rappresentazione femminile del 30% si traduce in un 15% netto di aumento del margine del fatturato.” E’ in parte per questa ragione che molte banche investitrici gestiscono programmi di accesso per le donne. Non lo fanno per essere carini: ne traggono beneficio economico. Tuttavia, questi programmi sono come l’appiccicare un cerotto su una gamba amputata nel tentativo di farla smettere di sanguinare. Le istituzioni finanziarie hanno difficoltà a mantenere nel settore le donne che vi entrano. Forse non aiuta che fra di loro i finanzieri le definiscano “gonnelle”. (…)

Non solo l’economia fatica ad attrarre le donne, ma scoraggia quelle che si interessano al soggetto. Quale che sia la moda attuale o la teoria in voga, ciò è definito dagli uomini – e quando gli economisti si concentrano esclusivamente sugli uomini trascurano le donne, persino quando le donne sono centrali a quelle parti di vita che stanno tentando di analizzare. Il sessismo deve finire. L’economia ha bisogno di accorgersi che più della metà della popolazione mondiale non è fatta a immagine dell’uomo.

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(brano tratto da: “Intergenerational Resistance”, di Soraya Membreno per Bitch Media, 1° febbraio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Soraya Membreno è figlia di migranti nicaraguensi e vive negli Usa. E’ poeta, saggista ed editrice.)

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(Il posto di una donna è nella rivoluzione)

Mia nonna ha compiuto 75 anni questo fine settimana. Le ho augurato buon compleanno al telefono mentre stava seduta nella sua cucina di Miami, con il resto della mia famiglia che parlava a voce alta sullo sfondo. Come accade con le nonne, la conversazione è caduta su di me molto velocemente. La nonna aveva sentito dire che avevo partecipato a proteste negli ultimi anni e ha chiesto se lo stavo facendo ancora. Io ho risposto di sì, preparandomi a sentire il discorso già fattomi da mia madre con crescente frequenza sulla sicurezza e le misure precauzionali.

Invece, ho avuto un risolino e uno scorcio inaspettato in una storia condivisa di cui ignoravo l’esistenza. “Quindi sarai una marciatrice anche tu, allora.”, disse, più l’attestazione di un dato di fatto che una domanda.

Non avevo mai sentito mia nonna pronunciare la parola “politica”, ma quel giorno mi narrò la storia della sua prima marcia. Era una studente all’Universidad Nacional Autonoma de Nicaragua (Università Nazionale Autonoma del Nicaragua – detta “la UNAN”), la prima università del paese ad ottenere l’autonomia del governo che, sino a quel momento aveva avuto totale giurisdizione su docenti, curriculum e bilancio. L’università ottenne tale indipendenza nel 1958, nel 22° anno del regime di Somoza che vide un dittatore arricchirsi a spese del resto della nazione. Dopo le elezioni chiaramente truccate del 1947 e con la vicina rivoluzione cubana che apriva la strada, il clima politico cominciò a cambiare.

La UNAN divenne l’epicentro del dissenso e l’origine delle dimostrazioni organizzate dagli studenti. Dopo poco meno di un anno, tuttavia, una protesta attirò l’attenzione della guardia nazionale che immediatamente entrò nel campo universitario, aprendo il fuoco contro quattro studenti. Mia nonna ricorda di essere stata al fianco di uno di essi, ricorda ancora come cadde sotto il peso del corpo di lui. Al telefono lo menziona solo di passaggio: devi capire, mi ha spiegato più tardi, che quello era solo il primo di molti cadaveri. La scintilla fu accesa quel giorno, ma il regime di Somoza non sarebbe stato rovesciato sino al 1979, dopo essere stato al potere per 43 anni. (…)

“Ho 75 anni, – mia nonna scrolla le spalle, calma e totalmente impassibile – ho visto di peggio. La cosa che devi ricordare è questa: se credi in quel che vuoi dire, devi trovare un modo di dirlo. La situazione non è peggiore di altre, è solo il tuo turno.”

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Sì, io riderò a dispetto delle mie lacrime,

canterò canzoni ad alta voce nel mezzo delle mie sventure:

avrò speranza avendo contro tutte le probabilità.

Io vivrò! Andatevene, tristi pensieri!

(tratto da: “Contra Spem Spero” di Lesya Ukrainka, pseudonimo della poeta e drammaturga Larysa Petrivna Kosach-Kvitka, 1871 – 1913.)

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In Ucraina è possibile vedere l’immagine di Lesya su cartamoneta e francobolli, resa in statue e dipinti e vi sono film e libri che narrano la sua vita. Lo pseudonimo – Lesya l’Ucraina – glielo diede sua madre, femminista e scrittrice, ed era in se stesso un atto radicale giacché identificarsi in tal maniera nella Russia imperiale e usare l’ucraino per poesie e pezzi teatrali bastava per essere condannati per tradimento e spediti in Siberia.

Lesya impara a scrivere a quattro anni. Crea a otto la prima poesia, “Speranza” per sua zia Olena che è stata appena arrestata per attività antizariste. Impara durante l’infanzia il russo, il tedesco, il polacco, il greco, il latino e l’inglese. Studia per diventare pianista professionista ma a dodici anni contrae la tubercolosi delle ossa che le impedisce di esercitarsi per lunghi periodi: ma scrivere può – ed è quello che fa. A diciassette anni, assieme al fratello, traduce in ucraino Shakespeare, Dickens e altri classici e ne dà letture private: altro atto “sovversivo” e proibito. L’anno successivo rischia la vita per contrabbandare a Kiev il suo primo libro di poesie, stampato nell’Impero austro-ungarico.

I genitori di Lesya cercarono in ogni modo di curare la sua malattia, portandola diverse volte in paesi esteri dove la giovane osservò con acutezza le differenti culture e specialmente come le donne erano trattate in esse. Tutto si riversò nei suoi lavori: femminismo, alienazione sociale, liberazione nazionale, solitudine. Nel 1903 tradusse in ucraino il “Manifesto del Partito Comunista”, il che condusse al suo arresto e a un periodo di prigionia. Nel tentativo di preservare la propria lingua proibita, Lesya raccolse per tutta la vita leggende e fiabe e canzoni popolari ucraine.

Sperò contro la speranza, come dice la sua poesia citata all’inizio. Nulla avrebbe potuto costringere alla resa un tale spirito. Maria G. Di Rienzo

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(da un più ampio articolo di Jenny Lý per Loa, 7 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Il culto vietnamita delle Dee Madri ha ricevuto riconoscimento dell’UNESCO come “eredità culturale intangibile dell’umanità”. L’annuncio ufficiale è stato dato durante l’11^ “Convenzione per la salvaguardia delle eredità culturali intangibili” tenutasi a Addis Abeba, in Etiopia, dal 28 novembre al 2 dicembre 2016.

La notizia ha prodotto festeggiamenti in Vietnam, in particolare fra la comunità degli aderenti all’antico culto e fra gli studiosi e le studiose che per anni avevano chiesto tale riconoscimento all’UNESCO. Il governo del Vietnam aveva sottoposto ufficialmente il dossier sulle “pratiche relative alla fede vietnamita nelle Dee Madri dei Tre Regni” nel 2015.

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Il culto delle Dee madri esprime la necessità spirituale del popolo di onorare gli antenati che proteggono la prosperità della vita ed esprime devozione per la figura materna, il che riflette l’antico sistema matriarcale delle società vietnamite. L’UNESCO attesta che il culto “fornisce basi per le relazioni sociali collegando i membri delle comunità che vi partecipano” e che contribuisce “all’apprezzamento delle donne e dei loro ruoli sociali”.

Le Dee Madri dei Tre Regni rappresentano divinità del cielo, dell’acqua e delle montagne e foreste, e sono state associate sia a figure storiche e reali sia a figure mitologiche.

La pratica chiave della devozione alle Dee Madri è il lên đồng, un rituale in cui una persona va in trance e assume l’identità e l’abbigliamento di una divinità particolare, danzando per onorare le tutte le Dee. Questo rituale si tiene giornalmente nelle cerimonie locali così come nei più grandi festival e nei pellegrinaggi, durante tutto l’anno.

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(Kim Chi tiene un rituale lên đồng per la delegazione del suo tempio, su una barca, durante il festival di Điện Hòn Chén)

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Erano le 18.30 di domenica scorsa, 11 dicembre, in quel di Milwaukee (Wisconsin – Usa) e Miriam Ben-Shalom e la sua compagna di vita Karen Weiss, appena uscite da un concerto, pregustavano il loro fine serata al ristorante. Le due donne sono una coppia da 23 anni: Miriam ne ha 68 e Karen, che ne ha 69, cammina con l’ausilio di un bastone. Arrivate in automobile alla sbarra del parcheggio, si sono accorte che l’attendente era per terra e lottava per liberarsi di un giovane che aveva addosso, mentre altri due puntavano verso di loro.

“Probabilmente hanno pensato che due vecchie signore, di cui una con bastone, fossero bersagli facili – ha detto Miriam alla stampa – La prossima volta ci penseranno meglio.” Infatti, l’ex sergente istruttrice dell’esercito è scesa immediatamente dall’auto e ha inchiodato l’aggressore dell’attendente a terra: Karen, uscita anche lei, ha rimosso il cappuccio dalla faccia del giovane proprio con il suo bastone da fragile nonnetta, così da identificarlo. Vista la mala parata, gli altri due hanno pensato bene di cambiar aria.

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(Karen e Miriam)

“Mi sono rialzata e ho gli ho premuto la punta dello stivale in un posto socialmente significativo. – ha raccontato ancora Miriam – Gli ho detto che se tentava di muoversi o di fare altro avrebbe camminato in modo buffo per il resto della sua vita e avrebbe fatto la pipì attraverso un tubicino.”

Un quarto membro della gang è arrivato in fuoristrada e ha minacciato Miriam con una pistola affinché lasciasse andare il suo complice, ma ormai sul posto si era radunata una folla e la polizia stava arrivando. Il tizio non ha potuto far altro che sgommare via. I tre identificati e arrestati sono ladri d’auto membri della Cut Throat Mob (Banda Tagliagole), quando non riescono a rubare i mezzi li vandalizzano, 2 hanno 17 anni e quello che ha rischiato grosso con Miriam ne ha 18.

Terminato l’incidente, le due donne si sono recate al ristorante come da programma, in completa serenità, seguite dalle congratulazioni di poliziotti e testimoni e accolte con festeggiamenti dal personale del locale.

Tuttavia, Miriam Ben-Shalom è famosa da ben prima di questo exploit anticrimine. Ha cominciato la sua carriera lavorativa come insegnante d’inglese, poi è entrata nell’esercito dove dichiarandosi apertamente lesbica ha lottato contro il bando che esso imponeva alle persone omosessuali. Nel 1976, per questo, gli alti comandi militari la espulsero. Miriam, che all’epoca era una delle rare donne con il grado di sergente istruttore, continuò a opporsi al provvedimento e vinse: nel 1988 divenne la prima persona dichiaratamente omosessuale a essere reintegrata nell’esercito da un ordine del tribunale.

Maria G. Di Rienzo

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(la giovane Miriam)

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