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Posts Tagged ‘storia delle donne’

tatiana - foto di rotmi enciso

(“Pathway to Lesbianism”, di Tatiana de la Tierra (1961 – 2012), scrittrice, poeta, attivista, strega dianica (una forma di paganesimo) di origine colombiana, emigrata con la famiglia negli Usa a 8 anni. Trad. Maria G. Di Rienzo. Tatiana creò la prima rivista internazionale che trattava delle donne lesbiche latino-americane, “Esto no tiene nombre” – “Questo non ha nome”. L’impegno a rendere visibili e forti le voci delle lesbiche latino-americane sta al cuore di tutto il suo lavoro, che non abbandonò mai nonostante i problemi di salute.)

Sentiero verso il lesbismo

Il sentiero per il lesbismo implica la rinuncia al sentiero che era già stato scritto. Tutto quel che dovrebbe essere ed essere fatto è rimpiazzato da qualsiasi scopo tu sogni.

Essere una lesbica significa cambiare le mani che hanno potere. E’ vero che quel potere è sempre nostro, ma molte volte permettiamo ad altri di maneggiarlo per noi. Una lesbica reclama il proprio potere.

La cerimonia di iniziazione è un matrimonio con te stessa. Cammina verso l’altare, sola e vestita con l’abito da cerimonia che è la tua pelle. A ogni passo ti lasci alle spalle il destino che non hai mai posseduto e ti avvicini a quello che sarà creato da te.

Trattieniti alla soglia d’ingresso al lesbismo. Prometti di essere fedele a te stessa, bacia e abbraccia il tuo corpo.

Questo è il modo in cui entri nel lesbismo: nuda e innamorata.

foto di Riasko e Enciso

“Mentre sentiva l’avvicinarsi della fine della sua vita, Tatiana de la Tierra rinominò se stessa Suerte Sirena (Sirena Fortunata, o Sirena della Fortuna). Per lei, le cellule cancerogene che stavano invadendo il suo corpo erano la prova della sua metamorfosi definitiva, quella che l’avrebbe resa una sirena affinché nuotasse nell’oceano cosmico.” Audrey Goodnight, 7 aprile 2018.

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I am queen mary

(immagine di Nick Furbo)

Il 1° ottobre 1878, esasperati per le condizioni oppressive in cui li tenevano i colonizzatori danesi (e per l’ennesimo omicidio impunito di uno di loro), i lavoratori e le lavoratrici dell’isola caraibica di St. Croix diedero fuoco a case, zuccherifici e circa 50 piantagioni di canna da zucchero.

Ad organizzare la rivolta, la più grande nella storia coloniale danese e ricordata come “L’Incendio”, furono tre donne: i loro compagni e le loro compagne le chiamavano Regina Mary (ma lei, il cui nome completo era Mary Thomas, preferiva rispondere all’appellativo “Capitana”), Regina Agnes e Regina Mathilda. La rivolta infine fallì e le tre regine più una quarta donna, Susanna Abrahamson, furono processate e incarcerate per parte della sentenza nella prigione femminile di Copenaghen.

La Danimarca aveva proibito il traffico transatlantico di schiavi nel 1792, ma solo sulla carta. La legge divenne effettiva 11 anni più tardi e la schiavitù rimase comunque in vigore sino al 1848.

Il 3 marzo 1917, il paese vendette St. Croix e altre due isole, St. John e St. Thomas agli Stati Uniti per 25 milioni di dollari: sono quelle che oggi si chiamano Virgin Islands.

La statua di Mary Thomas è stata eretta a Copenaghen il 31 marzo scorso, davanti al Magazzino delle Indie Occidentali, che un tempo conteneva zucchero, rum e altre produzioni provenienti dalla colonie danesi nei Caraibi. L’edificio ora è uno spazio espositivo.

“Io sono la Regina Mary”, questo il nome dell’opera, è la prima statua di una donna di colore ad apparire in uno spazio pubblico in Danimarca ed è stata creata da due altre donne, le scultrici Jeannette Ehlers e La Vaughn Belle (qui sotto nell’immagine di Nikolaj Recke).

Jeannette Ehlers e La Vaughn Belle

La Regina Mary sta su quella che appare come una sedia impagliata dal largo schienale, regge nella mano destra l’attrezzo per tagliare la canna da zucchero e nella sinistra una torcia. Alla base del sedile è incorporato del corallo prelevato a St. Croix, quello stesso corallo che gli schiavi recuperavano e intagliavano per costruire le fondamenta degli edifici sull’isola.

“Il nostro progetto riguarda la sfida alla memoria collettiva danese e il suo conseguente cambiamento.”, ha spiegato l’artista La Vaughn Belle, che proviene proprio dalle Virgin Islands. Inoltre, ha sottolineato la sua compagna danese in quest’impresa, Jeannette Ehlers: “Il 99% delle statue presenti in Danimarca raffigurano maschi bianchi.”

Maria G. Di Rienzo

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magda

(“Una esperanza i el mar”, di Magda Portal – in immagine – trad. Maria G. Di Rienzo. Magda, nata nel 1900 e morta nel 1989, è stata una poeta, saggista e scrittrice femminista, nonché un’attivista politica fondatrice dell’APRA – Alleanza popolare rivoluzionaria americana che diventò partito in Perù nel 1931. La sua vita è stata segnata dall’esilio, dalla clandestinità forzata, dalla prigione – per esercitare pressione su di lei anche sua madre, sua sorella e la sua figlia bambina furono incarcerate – ma nulla riuscì a cambiare la sua visione della giustizia sociale e dei diritti delle donne. Lasciò APRA nel 1949, quando il partito si era ormai nettamente distanziato dall’originaria prospettiva anti-imperialista e il suo membro Haya de la Torre dichiarò che le donne potevano essere considerate solo simpatizzanti dell’APRA e non membri effettivi, poiché non votavano. Anni più tardi, un emissario del partito riavvicinò Magda, chiedendole di riconsiderare la sua posizione. Lei gli rispose secca: “Io avanzo, non retrocedo.”)

UNA SPERANZA E IL MARE

Non ho origine

amo la terra

perché vengo dal seno della Terra

però tengo le braccia

protese verso il mare

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bread and roses

A JULIA DE BURGOS

(di Julia de Burgos)

Già la gente mormora che io sia tua nemica

perché dicono che nella poesia offro al mondo il tuo me.

Mentono, Julia de Burgos. Mentono, Julia de Burgos.

Chi si alza nei miei versi non è la tua voce. E’ la mia voce

perché tu sei la confezione e l’essenza sono io;

e il più profondo degli abissi si allarga fra noi.

Tu sei la bambola morta delle bugie sociali,

e io, la potente esplosione stellare dell’umana verità.

Tu, miele delle ipocrisie cortigiane, non io;

in tutte le mie poesie spoglio il mio cuore.

Tu sei come il tuo mondo, egoista; non io

che mi gioco tutto scommettendo su quel che sono.

Tu sei solo la noiosa signora molto signora;

non io; io sono vita, forza, donna.

Tu appartieni a tuo marito, il tuo padrone; non io;

io non appartengo a nessuno, o a chiunque, perché a tutti, a tutti

dò me stessa nelle mie chiare emozioni e nel mio pensiero.

Tu ti arricci i capelli e ti pitturi; non io;

il vento mi arriccia i capelli, il sole mi dipinge.

Tu sei una donna di casa, rassegnata, sottomessa,

legata ai pregiudizi degli uomini; non io;

senza briglie, io sono una Ronzinante fuggitiva

che sbuffa orizzonti di divina giustizia.

Tu in te stessa non hai voce; tutti ti governano;

tuo marito, i tuoi genitori, la tua famiglia,

il prete, la sarta, il teatro, la sala da ballo,

l’automobile, i bei mobili, la festa, champagne,

paradiso e inferno, e il sociale “che ne dirà la gente”.

Non in me stessa, in me solo il mio cuore comanda,

solo il mio pensiero; chi governa me sono io.

Tu, fiore dell’aristocrazia; e io, fiore del popolo.

Tu in te stessa hai tutto e lo devi a chiunque,

mentre io, il mio nulla non lo devo a nessuno.

Tu inchiodata allo statico dividendo ancestrale,

e io, un uno in un numerico divisore sociale,

siamo il duello mortale che fatalmente si avvicina.

Quando le moltitudini corrono in rivolta

lasciandosi alle spalle cenere di ingiustizie bruciate,

e con la torcia delle sette virtù

le moltitudini danno la caccia ai sette peccati,

contro di te e contro ogni cosa ingiusta e disumana,

io sarò in mezzo a loro con in mano la torcia.

julia

Julia Constanza Burgos García, meglio conosciuta come Julia de Burgos, era nata il 17 febbraio 1914 a Carolina, in Portorico. Fu trovata morta per strada da due poliziotti, a New York, la mattina del 5 luglio 1953. Non aveva documenti d’identità addosso e non corrispondeva a nessuna delle persone denunciate come scomparse. Fu seppellita nella fossa comune della città e solo un mese dopo si scoprì che il cadavere apparteneva alla nota e premiata poeta. Julia lavorò anche come giornalista e profuse nei suoi articoli l’impegno per una democrazia radicale, la lotta per i diritti dei migranti e il sostegno alla comunità afroamericana. La sua poesia che ho tradotto esprime una profonda frustrazione per le aspettative sociali riguardanti la “femminilità” e il conflitto fra un’identità costruita e accettabile socialmente e la voce interiore di un’artista/attivista.

Pane e rose a tutte voi anche per questo 8 marzo, quindi. Maria G. Di Rienzo

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(estratto da: “Ancient (Egalitarian) Societies, Modern (Women’s) Marches”, un ampio e dettagliato saggio di Liz Fisher per Patheos, 24 gennaio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Gli eventi al giorno d’oggi si muovono velocemente ma hanno anche una qualità “spiraliforme attraverso il tempo”. Sono stata colpita, di recente, dalla sincronia di due nuovi sviluppi: uno che riapre l’interpretazione delle prime culture come devote alla natura e centrate attorno alla Dea, e l’altro consistente in un’impennata nella cultura contemporanea di donne che asseriscono il loro diritto a relazioni di genere egualitarie.

Il primo è stata una recente presentazione all’Università di Chicago, da parte di un prominente archeologo britannico, dei risultati delle analisi sui ritrovamenti di DNA nell’antica Europa neolitica e del loro influsso sul suo sviluppo. Il secondo è stato l’esprimersi attraverso il mondo, durante l’ultimo fine settimana e nel gennaio scorso, di milioni di donne che manifestavano per l’eguaglianza e la giustizia sociale, sostenute da uomini e bambine/i che partecipano alle dimostrazioni.

Chi di noi crede in relazioni di eguaglianza fra tutti i popoli e nella sacralità della Natura si interessa anche nelle antiche culture egualitarie descritte da Marija Gimbutas, una fine e rinomata archeologa. La dott. Gimbutas è stata l’autrice di 20 libri e più di 200 articoli sulla preistoria e sul folklore europei. Era un’autorità sulle incursioni preistoriche di popoli che parlavano l’indo-europeo in Europa, e di come cambiarono le società in loco.

gimbutas lituania

(Marija Gimbutas)

La dott. Gimbutas ha assemblato, classificato e interpretato circa 2.000 reperti simbolici dai villaggi neolitici in vari siti europei. Ha analizzato le culture patriarcali e le ha confrontate con le società pacifiche che le sue ricerche hanno scoperto nell’Europa dell’est, in Turchia, a Malta e altrove. La dott. Gimbutas sosteneva che le pacifiche comunità della Vecchia Europa, devote a una Dea Madre, erano state invase e violentemente sopraffatte da tribù patriarcali che onoravano un Padre Creatore. Lei la chiamò la “teoria Kurgan”.

Ora è stato confermato dai test sul DNA che i Kurgan adoratori del dio del cielo invasero in effetti le culture della Vecchia Europa. Il dott. Colin Renfrew, archeologo dell’Università di Cambridge e un tempo uno dei più grandi oppositori di Marija Gimbutas ora proclama che le nuove prove relative al DNA vendicano e validano il suo lavoro, almeno per quanto riguarda l’aspetto chiave delle invasioni.

Dice Joan Marler, editrice del secondo importante libro di Gimbutas: “La civiltà della Dea”: “Definendo la Vecchia Europa come fondamento della civiltà europea, e ipotizzando l’inizio del patriarcato come fenomeno successivo, simultaneo all’indo-europeizzazione del continente, la “teoria Kurgan” di Gimbutas sfida la dottrina che sostiene come la dominazione maschile abbia funzionato da storia originario per la civiltà occidentale.”

Nel suo libro “Il linguaggio della Dea”, pubblicato nel 1989, Gimbutas dice: “La Dea in ogni sua manifestazione era un simbolo dell’unione di tutta la vita in Natura. Il suo potere era nell’acqua e nella pietra, nella tomba e nella caverna, in animali e uccelli, serpenti e pesci, alberi delle colline e fiori. Da qui l’olistica e mitopoietica percezione della sacralità e del mistero di tutto ciò che esiste sulla Terra. Pace e nonviolenza erano le caratteristiche di queste culture. Ne “Il linguaggio della Dea” dice ancora: “Questa cultura provava profonda delizia nelle meraviglie di questo mondo. La sua gente non produceva armi letali ne’ costruiva fortezze come fecero i loro successori, neppure quando presero dimestichezza con la metallurgia. Invece, costruivano magnifiche tombe-altari e templi, case confortevoli in villaggi di media entità, e creavano superbe ceramiche e sculture. fu un lungo e durevole periodo di notevole creatività e stabilità, un’era priva di lotte. La loro cultura era una cultura dell’arte.”

Ggantija Temples - Malta

(Malta)

Un’altra fonte di informazione e ispirazione sulla relazione fra antiche culture e preoccupazioni moderne è il lavoro di Riane Eisler, che lei offre sul suo sito “Center for Partnership Studies”. Il suo libro bestseller “Il Calice e la Spada” celebra ora il proprio 30° anniversario ed è stato ripubblicato con nuovo epilogo scritto da Eisler che discute le antiche culture e la loro rilevanza al giorno d’oggi. Altri libri di Eisler, incluso “La vera ricchezza delle nazioni: creare un’economia di cura”, affronta le preoccupazioni di coloro che hanno marciato e si sono organizzati attorno a tali questioni contemporanee. Tutto ciò fornisce lezioni che si collegano a ciò che stiamo attraversando attualmente? Io credo di sì. Ricordo di essere cresciuta con la visione patriarcale monoteistica della religione come l’unica possibile storia sacra. Essa lasciava fuori la femmina, e per estensione me stessa e tutte le donne, da ogni aspetto positivo della storia della creazione.

I corpi femminili erano rappresentati come tentazioni ad allontanare il maschio religioso da dio. La guerra era inevitabile. Poi abbiamo udito una storia diversa, una storia più antica, confermata dalle scoperte di Marija Gimbutas. Ascoltare questa narrazione in presenza di altre persone, mentre sedevamo in circoli spirituali, ha creato uno spostamento di paradigma.

La nuova prospettiva ridava alle donne innocenza (ndt. nel senso di non essere colpevoli in quanto femmine), rispetto di noi stesse e apprezzamento per i processi messi in atto dai nostri corpi sacri. Ci ricordò la nostra responsabilità di impegnarci nella società e nel mondo. Queste narrazioni attraggono anche gli uomini che sono in grado di abbandonare la tradizionale storia di dominio dei maschi sulle femmine e di reclamare le proprie qualità di cura.

Muovendoci in avanti al giorno d’oggi, il 20 e 21 gennaio le marce attraverso tutta l’America del nord e il mondo sono state trasmesse dalle televisioni. Le frasi #MeToo e #TimesUp, come protesta contro l’abuso sessuale delle donne, le avevano in mente molte partecipanti. I cartelli chiedevano anche attenzione alle politiche sull’immigrazione e ai diritti delle persone LGBT. Ai raduni si è chiesto alle donne di presentarsi alle elezioni per le posizioni chiave a ogni livello di governo. Le relatrici hanno affermato i contributi delle donne a diverse istituzioni sociali e alle famiglie. Uno dei fulcri principali delle proteste era il diritto delle donne a controllare i propri corpi.

A me sembra che le prove del DNA confermanti aspetti della ricerca della Prof. Gimbutas, che ci invitano a riconsiderare le antiche società in cui la donna era onorata, e la ripresa del Movimento delle Donne promuovano entrambe azione. Ciò si estende a reclamare la natura sacra di tutta la creazione e il diritto delle donne a partecipare pienamente a tutte le aree della vita sociale.

La prova che sono esistite società pacifiche in cui donne e uomini erano capaci di esistere e di fiorire insieme, in una cooperazione fra eguali, continua a ispirarci. Siamo tutte invitate a continuare a far sentire le nostri voci ovunque e comunque possiamo.

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Rebeca Lane - foto di Cynthia Vance

Rebeca Eunice Vargas, in arte Rebeca Lane (in immagine), è nata a Città del Guatemala il 6 dicembre 1984, nel pieno della guerra civile che stava devastando il suo paese. Il nome Rebeca le è stato dato in memoria di una zia, rapita da agenti del governo militare nel 1981 per la sua attività politica e conseguentemente “scomparsa”.

Sin da giovanissima, Rebeca è stata un’attivista nelle organizzazioni che investigavano sui loro familiari rapiti o uccisi dall’esercito e nei movimenti per il cambiamento sociale, movimento femminista compreso. Ha deciso che le sue capacità artistiche potevano essere usate per esporre e condannare la violenza e così è diventata una “artivista”: teatro, cabaret, musica, programmi radiofonici, poesia, graffiti, danza… Rebeca partecipa a gruppi o ha fondato gruppi in tutti questi campi, ma è maggiormente nota come artista hip hop.

La settimana scorsa era in tour in Canada. Jackie McVicar, che lavora con i difensori dei diritti umani in Guatemala dal 2004, ha coordinato le date delle performance di Rebeca e in un lungo articolo del 14 novembre u.s. ha descritto il suo lavoro e l’ha intervistata:

“In ognuno dei suoi spettacoli sulla costa orientale del Canada, durante il suo primo tour nel paese, Lane ha dedicato un brano alle 56 ragazze che bruciarono in un incendio mentre erano chiuse a chiave in “rifugio” statale l’8 marzo 2017. Quarantuno di esse morirono immediatamente tra le fiamme per l’inalazione di fumo e le ustioni, le altre morirono nelle ore e nei giorni seguenti. Lane racconta la storia di come i giovani – ragazzi e ragazze – presi in carico dallo stato abbiano denunciato torture, abusi sessuali, prostituzione coatta e violenze subite nei rifugi.

“Nove delle 56 ragazze erano incinte nel momento in cui sono state uccise. – ha detto Lane – E nessuna di esse era arrivata incinta al rifugio.” (…) Erano rinchiuse da 12 ore in una piccola aula con 22 materassi, senza cibo e senza il permesso di andare in bagno quando diedero fuoco a un materasso per attirare l’attenzione della polizia affinché le porte fossero aperte. Ma la polizia non rispose. Invece, secondo i resoconti delle sopravvissute, i poliziotti schernirono le ragazze chiamandole “puttane” e dicendo che se erano state tanto coraggiose da cercare di scappare la notte prima, avrebbero dovuto essere abbastanza coraggiose da sopportare le fiamme. Successivamente, i poliziotti hanno dichiarato di non aver aperto le porte perché non riuscivano a trovare le chiavi. (…)”

Rebeca ha spiegato che ciò ha cambiato completamente il significato dell’8 marzo per il Guatemala. E pur ritenendo lo stato responsabile per il massacro delle ragazze, ci tiene a sottolineare che la maggioranza delle aggressioni le donne le ricevono per mano dei loro fidanzati, compagni, mariti, padri, fratelli: “Ogni mese (in Guatemala) 62 donne muoiono di morte violenta. Ciò significa 15 donne a settimana. L’anno scorso ci sono 739 morti violente. Quest’anno, contando solo sino alla fine di settembre, le donne uccise sono state 588: 373 per colpi d’arma da fuoco, 144 strangolate, 63 uccise a coltellate. Otto donne sono state smembrate e 1.034 ragazzine minori di 14 anni sono state stuprate e lasciate incinte, impossibilitate a ottenere un aborto legale.”

Rebeca Lane è una femminista visibile e molto attiva in un ambiente ostile verso le donne e verso chi difende i diritti umani. Sa che rischia la vita, ma non vede altra opzione se non continuare: “Mi sento in pericolo, certo. Ma in Guatemala è facilissimo essere uccise in qualunque modo. Preferisco almeno testimoniare, piuttosto che non fare niente.” E lo mette in musica con queste parole: “Io voglio vivere, non sopravvivere. Voglio uscire per le strade senza aver la sensazione di dovermi difendere, voglio sentire che le tue parole non possono offendermi e le tue armi non possono attaccarmi. Voglio costruire un paese che mi permetta di ridere, sorridere, sognare, cantare, ballare, vivere.”

Maria G. Di Rienzo

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“Non permettere che nessuno ti derubi della tua immaginazione, della tua creatività, della tua curiosità. Si tratta del tuo posto nel mondo, si tratta della tua vita. Vai avanti e fai con esse tutto quel che puoi, fai di esse la vita che tu vuoi vivere.” Mae Jemison.

mae

Mae, nata nel 1956, è stata la prima astronauta afroamericana. La sua vita meriterebbe un romanzo per essere raccontata adeguatamente, ma qualche informazione non guasterà. Da bambina era una fan di “Star Trek” e la Tenente Uhura era la sua eroina (Mae inizierà in seguito tutte le sue missioni spaziali con la battuta tipica di quest’ultima ‘Hailing frequencies open’ – ‘Frequenze di contatto aperte’). “Durante l’infanzia ero come tutti gli altri bambini. Amavo lo spazio, le stelle e i dinosauri. Ho sempre saputo di voler esplorare. All’epoca della trasmissione sull’Apollo tutti erano eccitati rispetto allo spazio, ma io ricordo di essermi sentita irritata dal fatto che non c’erano donne astronaute. La gente tentò di darmi spiegazioni, ma io non ne accettai nessuna.”

Il suo dilemma su quale passione seguire negli studi, la scienza o la danza, fu risolto da sua madre: “Se sei un medico puoi ballare comunque, ma non puoi curare nessuno se sei una ballerina.”

Così, Mae si laureò in medicina e si unì ai Corpi di Pace (Peace Corps, organizzazione di volontariato internazionale) servendo come ufficiale medico per Liberia e Sierra Leone dal 1983 al 1985. Al suo ritorno entrò nella Nasa e nel 1992 era a bordo della navetta Endeavour.

Durante gli anni le sono state conferite nove lauree onorarie in scienze, ingegneria, lettere e studi umanistici. E’ apparsa in televisione più volte e persino in un episodio di Star Trek: The Next Generation.

Dopo aver lasciato la Nasa ha fondato il Jemison Group, che sviluppa progetti scientifici e tecnologici per gli usi quotidiani, ma è anche la direttrice del “100 Year Starship”, progetto che mirando a un futuro viaggio attraverso il sistema solare si impegna a migliorare i metodi di riciclo e a creare carburanti “verdi” e più efficienti.

Per lei il famoso “sogno” di Martin Luther King Jr. non è un’inafferrabile fantasia, bensì una chiamata all’azione, poiché il movimento per i diritti civili voleva rompere le barriere poste al potenziale umano e Mae rende il concetto così: “Il miglior modo per rendere i sogni realtà è svegliarsi.” Maria G. Di Rienzo

mae oggi

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