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Posts Tagged ‘storia delle donne’

(“Meet Suhad Babaa, Israel/Palestine”, Nobel Women’s Initiative, 1° dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

suhad

Suhad Babaa è la direttrice esecutiva di “Just Vision” – “Solo Visione”, un’organizzazione che usa il mezzo del documentario per riformare le narrazioni sull’occupazione israeliana della Palestina e sostenere il lavoro della società civile palestinese e israeliana. Recentemente, Suhad è stata la produttrice del film di Just Vision del 2017 “Naila and the Uprising” (“Naila e la Sollevazione”), che segue la vita e il lavoro di Naila Ayesh e altre donne leader della Prima Intifada.

Come hai sviluppato interesse nel costruire pace in Palestina e Israele?

Io dico sempre che la mia storia mi precede: mio padre è palestinese, mia madre è coreana, e entrambi sono cresciuti nel mezzo di guerra, conflitto e dopoguerra. Crescendo in California, in una casa dove convivevano fedi diverse, ho sempre faticato un po’ con le questioni relative all’identità e con l’impatto di guerra e conflitto sulla nostra famiglia, all’interno di uno scenario fatto di razza, etnia e religione.

Dopo l’11 settembre, ho osservato il governo statunitense cominciare a lanciare la sorveglianza sulle comunità musulmane in tutto il paese. E’ stato allora che mi sono posta domande sul modo in cui ciò che stava accadendo nel Medioriente aveva un impatto sulle nostre stesse pratiche e ancor di più sulle storie che stavamo ricevendo e che influenzavano il modo in cui l’opinione pubblica e il governo avrebbero agito.

Ho finito per trasferirmi in Israele e Palestina dopo l’università e ho lavorato sul campo con incredibili attivisti. Ma le loro voci negli Usa non si sentivano, ne’ erano amplificate localmente. Volevo davvero sostenere il loro lavoro, perciò è stato logico che io sia arrivata a Just Vision, ove il nostro mandato è amplificare le voci dei leader della società civile palestinese e israeliana.

Puoi parlarci del movimento per la pace in Palestina e Israele e del ruolo che in esso hanno le donne?

C’è una lunga eredità di resistenza nonviolenta in Palestina, inclusa la mobilitazione di massa della Prima Intifada – la prima sollevazione che accadde alla fine degli anni ’80. Quando abbiamo iniziato le ricerche per il nostro film documentario più recente sull’istanza, “Naila e la Sollevazione”, ci siamo imbattuti in qualcosa di importante.

Mentre andavamo in profondità, abbiamo capito che parte del motivo per cui il movimento aveva avuto tanto successo era che le donne giocavano un ruolo determinante nel processo decisionale. Sapevamo che la Prima Intifada era stata così efficace, in parte, perché era stata in grado di organizzarsi trasversalmente a genere, classe, partiti politici ed età in Israele e in Palestina. Ma non sapevamo che non solo le donne erano le partecipanti: erano in effetti quelle che chiamavano all’azione.

Le donne sono sempre state in prima linea in Palestina, che si trattasse della Prima Intifada o di Budrus, dove c’era una grande rappresentanza di donne. E perciò la questione per noi, come organizzazione, era assicurarci che fossero visibili. Perché noi crediamo che la loro visibilità conduca alla legittimazione il che nel tempo, alla fine, conduce all’aumento dei loro ruoli guida.

Perché è importante per le donne essere narratrici?

Io penso che sia sempre importante che le comunità possano raccontare le proprie storie. Just Vision è una squadra guidata da donne, sia per intenzione sia per caso. Ma mette in moto le nostre capacità di dar copertura a storie come quella che abbiamo narrato nel documentario “Budrus” e di capire il ruolo che le donne hanno svolto nella città di Budrus. Le donne sono spesso al timone dei movimenti storici, pure restano invisibili nei libri di Storia. E questo ha profonde conseguenze su come vediamo e comprendiamo la Storia, il nostro presente, il nostro futuro e chi sono i nostri leader.

In che modo aumentate la copertura giornalistica e il sostegno ai movimenti per la pace della società civile in Palestina e Israele?

C’è un bel po’ di copertura giornalistica su Israele e Palestina, ma sovente queste storie rinforzano una narrativa di violenza o di sforzi falliti dall’alto in basso. Ciò rende invisibili o criminalizza gli attivisti sul campo e la questione sembra quindi intrattabile. Semplicemente, non è vero. Quando esaminiamo la diseguaglianza, alcune delle oppressioni più profondamente radicate, sappiamo che quel che ci vuole è il potere popolare: comunità galvanizzate per far pressione sui loro leader politici che o non hanno agito o hanno fatto sistematicamente le cose sbagliate. Questo è anche il caso di Israele e Palestina.

Il lavoro di Just Vision consiste nell’essere complementare alla copertura dei media mainstream e nello sfidarla, presentando storie che sono poco documentate, critiche e che, allo stesso tempo, hanno il potere di ispirare, mobilitare e motivare le persone.

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(“Now it is fall”, di Edith Södergran (1892-1923), trad. Maria G. Di Rienzo. Edith, finno-svedese nata in Russia, contrasse la turbercolosi quando era adolescente e morì a soli 31 anni. Il suo impegno artistico, pienamente riconosciuto solo dopo la sua scomparsa, era attivamente incoraggiato dalla madre, con cui aveva un legame molto forte. Nell’immagine l’Autrice è con il suo gatto Totti.)

edith con totti

ORA E’ AUTUNNO

Quando tutti gli uccelli dorati

volano a casa al di sopra della profonda acqua azzurra,

sulla riva io siedo rapita dallo sparpagliato bagliore;

la partenza fruscia tra gli alberi.

Questo addio è immenso e la separazione si avvicina,

ma la riunione, quella è pure certa.

Con la testa sulle braccia mi addormento facilmente.

Sui miei occhi c’è l’alito di una madre,

dalla sua bocca al mio cuore:

dormi, bambina, e sogna ora che il sole se n’è andato.

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(“Say Grace”, di Emily Jungmin Yoon – in immagine- poeta contemporanea di origine coreana, trad. Maria G. Di Rienzo. E’ l’Autrice di due raccolte di versi, “Ordinary Misfortunes” (Tupelo Press 2017) e “A Cruelty Special to Our Species” (Ecco Books 2018). Sue poesie e traduzioni appaiono su varie riviste. Su “Say Grace” ha detto: “Ho scritto questa poesia pensando all’ipocrisia della fede – a come così spesso le dottrine religiose sono nate o sono centrate sulla sopravvivenza (survivalismo) ma sono diffuse e usate per uccidere e odiare – e al bisogno di mettere in discussione le nostre credenze, religiose o no, e la loro origine.”)

Emily Jungmin Yoon

RENDI GRAZIA

Nel mio paese le nostre sciamane erano donne

e i nostri dei molteplici sino a che la gente bianca portò

un’estasi di rosari e le nostre città oggi

scintillano di croci come cimiteri. Da bambina

alla scuola domenicale mi fu detto che sarei andata all’inferno (1)

se non avessi creduto in Dio. La nostra insegnante era una donna

le cui figlie volevano diventare suore e io chiesi

Che ne sarà dei bimbi e di Buddha, e lei disse

Sono all’inferno anche loro e così io mandai a memoria preghiere

e le recitavo di fronte a donne

in cui non credevo. Liberaci dal male.

O dolce Vergine Maria, amen. O dolce. O dolce.

In questo paese, che si dice cristiano,

cos’è più dolce dell’udire Abbi pietà

di noi. Da coloro che servono dei differenti. O

clemente, o amorevole, o Dio, o Dio, nel mezzo delle rovine,

nel mezzo delle acque, fuggente, fuggente. Liberaci dal male.

O dolce, O dolce. In questo paese,

indicate la luna, le stelle, indicate dove si trova il lago,

con una mano piena di piume,

e gli altri guarderanno le piume. E vi uccideranno per questo.

Se una parola per religione in cui non credono è magia

allora sia così, si abbia noi magia. Si abbia noi

le nostre proprie madri e sciarpe, i nostri spiriti,

le nostre sciamane e i nostri libri sacri. Teniamoci

le nostre stelle per noi e non pregheremo

nessuno. Mangiamo

ciò che ci rende sacre.

(1) Speravo che questa pratica, nel catechismo, si fosse attenuata, ma vedo che non è così. Avevo otto anni e facevo parte della platea di bambine/i aspiranti alla prima comunione quando il Vescovo in persona ci disse che se avessimo fatto la comunione in peccato l’ostia ci avrebbe tagliato la gola. Dopo aver partecipato forzatamente alla cerimonia non ho più messo piede in una chiesa se non da turista.

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casa donne roma

Stamattina, l’appello su Change.org per assicurare un futuro alla Casa Internazionale delle Donne di Roma aveva raggiunto 100.737 firme. In esso si legge, fra l’altro: “(…) le donne che la animano hanno spiegato a noi, agli interlocutori istituzionali e a tutte/i coloro che hanno a cuore la sua esistenza, che la Casa ha pagato per tutti i 15 anni di gestione, buona parte del canone e ha sostenuto gli ingenti costi di manutenzione di cui uno stabile storico, quale è il complesso del Buon Pastore (un palazzo del 1660), necessita.

Il tutto senza contributi e finanziamenti pubblici, solo con l’autofinanziamento, rendendo così fruibile per la città questo splendido luogo: aperto, frequentabile, pieno tutti i giorni di attività e di servizi a disposizione delle donne, in particolare di quelle con minori possibilità. (…) La Casa, le associazioni e le tantissime donne che la abitano e la rendono fruibile devono essere messe in sicurezza, devono poter continuare ad agire e progettare il futuro. Per ottenere questo risultato, basterebbe applicare le leggi che consentono di concedere alla Casa Internazionale un canone gratuito, mettere a valore il ruolo sociale e culturale che la Casa svolge, riconoscere il pregio dell’opera di manutenzione e salvaguardia di un bene culturale della città e il prezioso contributo dei servizi che alla Casa le donne trovano e quindi anche ristrutturare il debito, a partire dal riconoscimento della sua reale entità.”

Su Repubblica di ieri, però, la sindaca di Roma Virginia Raggi così si esprime al proposito (l’enfasi su alcune parti del discorso è mia):

Noi abbiamo lottato per avere gli stessi diritti, non per avere privilegi, per me il femminismo è questo, non altro. Non si deve pensare che perché siamo donne abbiamo diritto di scavalcare leggi e regole. L’associazione Casa Internazionale delle Donne continua a non voler pagare neanche una piccola quota peraltro ulteriormente scontata: al posto del 20% devono pagare il 10% del canone di mercato. Parliamo di un prezzo irrisorio. Oggi ammonta a 900 mila euro e dovrebbero pagare molto di più. (…) Io non ho vissuto gli anni del femminismo, ma ci sono tante donne che ci hanno portato dove siamo oggi e io sono grata. Però io ricordo che abbiamo lottato per avere parità (di) diritti e doveri, non per avere privilegi.”

Virginia Raggi non sa cos’è il femminismo. Infatti, ne parla come di un fenomeno situato in un distante periodo storico, per il quale sarebbe (il condizionale è d’obbligo, stante ciò che ha detto) grata alle donne che hanno lottato per portarci dove siamo oggi. Prima necessaria correzione: il femminismo è vivo e vegeto – e scalciante, come si dice in inglese – in ogni parte del mondo.

In secondo luogo, è vero che senza il femminismo Raggi non ricoprirebbe il ruolo che ricopre attualmente, ma non è assolutamente vero che la parità di diritti e doveri fra donne e uomini sia stata raggiunta. Meno che mai in Italia (i dati vengono da Eurostat, Istat, World Economic Forum, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Agenzia Donne Nazioni Unite e fanno riferimento al 2017):

– il nostro paese ha “una delle forze lavoro femminili più basse in Europa e nei paesi sviluppati”, con meno della metà delle donne in età lavorativa effettivamente impiegate;

– circa il 62% del lavoro quotidiano delle donne non è pagato, a confronto del 30% che riguarda gli uomini;

– le donne in Italia lavorano di media più a lungo degli uomini, 512 minuti al giorno contro 453, e nel contempo hanno molte più probabilità di essere disoccupate o impiegate part-time;

– la percentuale di donne nel Parlamento italiano (31%) dice che la nostra nazione fa peggio di quanto facciano Ecuador, Angola e Bielorussia, solo per nominarne altre tre;

– il numero di primi ministri e presidenti italiani di sesso femminile è storicamente “a big fat zero” (come è definito nei documenti internazionali), uno zero bello tondo;

– le donne ammontano al 16% dei vertici decisionali e meno del 34% fa parte di consigli d’amministrazione (e questo nonostante sia stata introdotta una quota a norma di legge, temporanea, che richiede ai suddetti consigli di essere composti per almeno un terzo da donne);

– dal 2007 al 2017 la percentuale di femicidi / femminicidi è cresciuta di dieci punti percentuali, dal 24 al 34%;

– nel 2017 sono stati denunciati 4.261 casi di violenza sessuale su donne, ragazze e bambine; circa tre milioni e mezzo di donne italiane fra i 16 e i 70 anni d’età sono state vittime di stalking (due milioni e duecentomila da parte di un ex partner);

– circa metà delle donne adulte italiane ha fatto esperienza di qualche forma di molestia sessuale: otto milioni e duecentomila fra i 14 e i 65 anni;

– un milione e quattrocentomila, nella stessa fascia d’età, ha subito molestie sessuali o ricatti sessuali sul lavoro.

Potrei continuare, ma come lista di calci in faccia è già abbastanza lunga. Luoghi come la Casa Internazionale delle Donne di Roma lavorano per renderla più corta e infine per cancellarla del tutto. Dove li vede i privilegi, la sig.a Raggi? L’attivismo sociale femminista non può essere equiparato a una pizzeria o una boutique cianciando di canoni di mercato. Le vite delle donne – e degli esseri umani in generale – non hanno prezzo.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “The Season of the Witch – Max Dashu On Why We Sexualize, Trivialize, and Fear the Witch”, di Jocelyn Macdonald per AfterEllen, 31 ottobre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Max Dashu, in immagine sotto, è scrittrice, ricercatrice, esperta di storia delle donne e fondatrice dei Suppressed Histories Archives – Archivi delle Storie Occultate.)

max dashu

AfterEllen: Nella cultura popolare abbiamo una concezione delle streghe come esseri brutti e ributtanti che operano magia malvagia per maledire o ingannare la brava gente. Vorrei discutere da dove viene questa idea.

Max Dashu: C’è una vasta e complessa storia culturale su questo. Siamo al termine di un lungo processo di demonizzazione delle streghe. La maggior parte delle persone hanno sentito parlare della caccia alle streghe, ma sempre per la maggior parte non sanno di che si trattasse, com’era, quanto è durata. La tendenza, negli Usa, è pensare alla caccia alle streghe di Salem – è la forma più famosa e si è situata molto tardi sullo spettro dell’intero processo, infatti le streghe non erano più bruciate sul rogo. Le persone che sono state perseguitate furono impiccate. Ma la cosa è andata avanti per più di 1.000 anni.

E’ una storia difficile da tracciare, perché non sempre ci stiamo occupando di periodi storici ben documentati. Non sempre ci sono registrazioni dei processi nel primo Medioevo. Ma abbiamo indicazioni su questo lungo arco di persecuzioni nelle menzioni di cronisti in vari posti e nelle leggi di diversi paesi, in particolare in Europa occidentale dopo la caduta dell’Impero Romano.

A noi tutti è stato insegnato che l’Europa si convertì al cristianesimo e che dopo erano tutti cristiani, e la cosa è più complicata di così. C’è tutta questa cultura pagana – nei calendari, nelle feste, nei nomi dati ai luoghi e nelle terre che li attorniano, le usanze, la religione degli antenati, consuetudini riguardanti la guarigione, la divinazione e modi in cui risolvere i problemi – che cade nell’ambito della strega. Noi vediamo un processo di demonizzazione delle streghe. Nel periodo coperto dal mio libro “Witches and Pagans” (ndt. l’inizio del Medioevo), si nota che la gente guardava ancora alle streghe come guaritrici. Ci sono preti che sgridano le persone perché sono andate a farsi curare dalla strega e non in chiesa. “Non devi fare questo, è malvagio, è opera del demonio.”, ma la gente aveva una tradizione di vecchia data di medicina erboristica, magia cerimoniale, cicli stagionali.

AE: Quindi com’era la stregoneria nell’anno 1.000, mille anni prima della nostra era?

Max Dashu: C’è questo passaggio dove si descrivono le persone che portano offerte a rocce e alberi e alla primavera e in anglosassone dice “swa wiccan taeca∂”, cioè “come insegna la strega”. Perciò abbiamo un interessante pezzo di informazione, qui. Lo scritto era un libro penitenziale: stava tentando di indurre le persone ad astenersi da questa spiritualità basata sulla Terra, ma mostra cosa stavano facendo e mostra che ciò non aveva nulla a che vedere con l’adorazione del diavolo. La gente di solito apprende che le streghe erano adoratrici del diavolo e questa è la demonizzazione di tali donne sagge. Ma in realtà, quel che vediamo nella descrizione è che stanno praticando la venerazione della terra, la venerazione dell’acqua – molto simile al popolare “l’acqua è vita”. Ci sono molti rimproveri che dicono non portate offerte, non accendete luci davanti alla fontana, non fate queste cose. Perché la gente amava le acque. Le trattava con reverenza. Dunque, in quel periodo, la parola “strega” è riferita a qualcuna che è un’insegnante spirituale.

La strega è una consigliera. La chiesa non voleva questo perché voleva avere una religione centrata attorno al concetto patriarcale di dio e questo non comprendeva la Natura. Le cerimonie connesse alla Natura erano minacciose, perciò demonizzarono la strega. (…)

Quando vediamo che le donne erano guaritrici, erboriste, levatrici, oracoli – per esempio in Scandinavia c’è una consistente documentazione sulle sacerdotesse sciamane dette “donne del bordone” per via del bastone cerimoniale che usavano – l’idea che una donna possa essere una leader spirituale non è così inusuale. Se guardi la cosa in una prospettiva globale, vedrai sciamane su tutto il pianeta. Persino il cristianesimo degli inizi aveva profetesse. La persecuzione delle streghe divenne un modo conveniente per sopprimere il potere femminile. Ciò è ancora con noi nell’archetipo della strega: la donna potente è una donna cattiva, la donna anziana è una donna cattiva e l’idea che la strega fosse collegata al male è parte del più vasto spostamento da immagini positive delle donne all’idea che il potere femminile sia una minaccia per la società.

AE: Alle donne fu data la caccia, furono processate e bruciate, ma stante i grandi numeri non potevano essere tutte streghe (ndt. nel senso suggerito da Dashu). Un gran numero di donne anziane, non sposate, ribelli, possono essere state accusate di stregoneria anche non conducevano rituali.

Max Dashu: Nel primo periodo vedi che quelle accusate erano in qualche modo coinvolte nell’erboristeria o nei rituali, ma con il passar del tempo le accuse ebbero più a che fare con la politica sessuale. (…) C’è questa pornografia diabolica che sorge nelle camere di tortura e sostiene che la strega fa sesso con il diavolo. Ciò che le donne torturate sono costrette a fare per ottenere la fine dei tormenti è ripetere ai torturatori le loro fantasie. Questo ha avuto un grosso impatto sulla cultura europea e su come la sessualità è incorniciata da tropi quali tortura, catene, bavagli, donne legate. Le cosiddette confessioni che le donne erano costrette a ripetere per far finire la tortura erano lette pubblicamente prima dell’esecuzione. Alle donne era data questa scelta: “Non ti bruceremo viva, ti strangoleremo prima se accetti di leggere la tua ammissione di colpa davanti alla gente”. Perciò la gente che andava avidamente a guardare le esecuzioni puntava il dito e diceva: “Oh, ha fatto davvero quelle cose, lo ammette”. La credenza in tali cose comincia così a diffondersi. E’ come un meme tossico che si propaga dalla cultura ed è un meme del capro espiatorio.

In una società oppressiva, ove per esempio le rivolte contadine sono tutte soffocate con un bel po’ di forza, gli oppressi non hanno modo di prendersela con i loro oppressori perciò cercare un capro espiatorio suona bene per molta gente. Le streghe sono un gruppo, poi ci sono gli ebrei, i rom e altri. Tutti e tre i gruppi furono accusati di omicidi rituali. La diffamazione sanguinosa, l’idea che le streghe uccidono i bambini. Cominciò con i preti che accusavano le erboriste di dare alle donne pozioni contraccettive. I preti dicevano che questo era omicidio. Stai uccidendo bambini, perché fai “bere sterilità” alle donne. (ndt. ho scelto di evidenziarlo perché mi ricorda i discorsi del “progressista” papa in carica)

Noi vediamo quanto è facile credere per le persone frustrate e arrabbiate che vogliono qualcuno da incolpare. E’ un mezzo assai efficace per schiacciare la resistenza all’oppressione. E’ molto più facile dar la caccia alle donne che a potenti signori armati.

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“Eilean a cheò” – “Isola delle Nebbie”

Chi ha orecchie o un cuore che batte nel proprio corpo

chi non canterà con me dei torti che ci hanno fatto?

Delle migliaia di sfollati, derubati

della loro terra, dei loro diritti, di tutto.

Dispersi oltre i mari sognando della

Verde Isola delle Nebbie

Ricordate che siete un popolo.

Sollevatevi per i vostri diritti.

C’è ricchezza sotto le colline su cui siete cresciuti.

C’è ferro e carbone là, grigio piombo e oro,

abbastanza da mantenerci nella Verde Isola delle Nebbie

Ricordate le vostre difficoltà,

mantenete in vita la lotta.

La ruota girerà in vostro favore

grazie alla forza del vostro braccio

e alla durezza del vostro pugno.

Il vostro bestiame sarà sui pascoli

e ognuno avrà un posto.

E la gente del Sud se ne andrà

dalla Verde Isola delle Nebbie.

Io mi asciugherò le guance,

frenerò le mie lacrime,

una nuova primavera è con noi,

molti sono venuti attraverso l’inverno.

Tutt’intorno, nuova erba sta spuntando.

I rami stanno tornando in vita

sulla Verde Isola delle Nebbie.

https://www.youtube.com/watch?v=ehpPLTaFvCc

Questo cantò sul cosiddetto “Ponte delle Fate”, a Skye (isola scozzese), Màiri Mhòr nan Òran e cioè La Grande Maria delle Canzoni (1821-1898) durante un raduno politico dei mezzadri sfrattati dalle terre che lavoravano – per le quali i proprietari chiedevano affitti sempre più esorbitanti – allo scopo di intraprendere produzioni agricole su vasta scala.

Le rimozioni forzate delle famiglie, le sollevazioni e gli scontri con le forze dell’ordine britanniche, i procedimenti legali andarono avanti in pratica per la maggior parte del secolo. Nel 1886 fu approvato il “Crofters Holdings (Scotland) Act”, ma tale legislazione non riuscì a risolvere tutte le dispute sui diritti terrieri, che continuarono durante gli anni fra le due guerre mondiali e nel ventesimo secolo.

Mary of the songs

Màiri Mhòr (Mary MacDonald, MacPherson da sposata – in immagine sopra) è stata un’organizzatrice e un’ispiratrice chiave delle lotte dei mezzadri scozzesi, ma è stata anche molte altre cose: contadina e allevatrice, tessitrice, infermiera e levatrice, domestica, poeta e cantante e narratrice nella sua propria lingua, il gaelico. Fu imprigionata per furto di abiti, attorno ai cinquant’anni, mentre da vedova lavorava come domestica: gli storici sono concordi nel ritenere che le accuse fossero infondate; in più, Màiri fu processata e interrogata in una lingua che non conosceva, l’inglese, e che nessuno si prese la briga di tradurle. La sentenza fu di quaranta giorni di carcere.

Il talento artistico che giaceva dormiente in lei si risvegliò durante la sua incarcerazione e la donna ne fece uno strumento per la liberazione propria e altrui. Nel 1882 fece ritorno permanentemente alla sua isola natale, Skye, e i suoi versi si scagliarono contro la violenza, l’ingiustizia e l’ipocrisia dei potenti. Ciò incluse il clero locale:

I predicatori si curano talmente poco

del maltrattamento del popolo della mia Isola, benché lo vedano,

e sono così silenziosi dal pulpito

da far sembrare che ad ascoltarli ci sia un branco di bestie selvagge.

Nel 19° secolo le donne erano una ristretta minoranza fra i poeti gaelici, tuttavia l’apprezzamento per il lavoro di Màiri attraversò le barriere sociali: nel mentre la sua arte aveva una significativa influenza sulla classe lavoratrice e i mezzadri, essa attirò pure l’attenzione di artisti e studiosi con cui la Grande Maria strinse relazioni d’amicizia.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Science doesn’t belong to men. Here’s the proof”, di Afua Hirsch per The Guardian, 2 ottobre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

cern logo

Se c’è un posto che dovrebbe essere immune dal nostro flagello planetario di bufale, pensereste che tale luogo è il regno della fisica nucleare. Il Cern – il Centro di ricerca nucleare a Ginevra, attualmente al centro di un baccano sessista – spende un miliardo di dollari l’anno cercando prove su una particella, per l’amor di dio. Questi individui maneggiano i fatti come nessun altro.

Ciò non ha impedito al fisico di sesso maschile Alessandro Strumia di usare un discorso al Centro per fare affermazioni totalmente prive di senso sulle donne che non avrebbero dato contributi alla fisica e che ora godono di così tanto sostegno per entrare nella scienza che gli uomini sono diventati vittime di discriminazione.

Posso solo pensare che Strumia stia seguendo la ben collaudata tecnica del fare qualche commento essenzialista che non ha base nei fatti e quando si è investiti dal contraccolpo – Strumia è già stato sospeso dall’Università di Pisa – diventare martiri, cadendo nobilmente sulla spada tenuta dalle mani della militanza politicamente corretta.

Solo i politicamente corretti, presumibilmente, sarebbero distratti da una storia di donne che hanno dato contributi fondamentali alla fisica, sebbene a molte sia stato negato lo stesso riconoscimento conferito ai loro contemporanei maschi perché, come Sophie Germain – una pioniera delle scoperte sull’elasticità in era napoleonica – sono state ignorate a causa del loro sesso; o, come Rosalind Franklin, che ha scoperto le strutture interne del DNA, sono morte giovani; o, come nel caso di Ipazia, sono state assassinate da zeloti maschi.

E non perdete troppo tempo con le statistiche contemporanee sulle donne nella scienza, che mostrano come lo scorso anno esse formavano poco meno di un quarto della forza lavoro scientifica nel Regno Unito. La cifra globale delle donne in ruoli di ricerca e sviluppo nella scienza ammonta a poco meno di un terzo.

Non sono sicura di quanto Strumia abbia elaborato al proposito – i suoi commenti sono stati rimossi dal sito web del Cern che, incidentalmente, è guidato da Fabiola Gianotti, una delle fisiche più prominenti. Forse è d’accordo con Tim Hunt, il fisico dell’University College di Londra che nel 2015 disse come il problema nel permette alle “ragazze” di entrare nei laboratori fosse che “ti innamori di loro, loro si innamorano di te, e quando le critichi piangono.”

Questi scienziati possono essere misogini isolati. Ma io sospetto ci sia qualcosa di più profondo che sta accadendo. Viviamo in una società guidata da credenze altamente relative ai generi sulle abilità essenziali. Gli uomini, siamo incoraggiate/i a credere – non per ultimo da una litania di libri di auto-aiuto – sono razionali, orientati al prestigio, competitivi e, è probabilmente ragionevole presumere, bravi nella fisica nucleare. Le donne sono empatiche, emotive e brave nella comunicazione e nel familiarizzare. Affermazioni per cui le donne direbbero 13.000 parole al giorno più degli uomini, sebbene regolarmente sconfessate dagli accademici, aiutano a condizionarci a credere che le donne sono veramente migliori nelle doti comunicative.

Queste idee sono sempre state problematiche in se stesse, ma sono anche caricate di un’ideologia del tutto nuova. Nel Regno Unito, per esempio, la globalizzazione ha creato maggiori opportunità di lavoro nel settore dei servizi e nella manifattura. E questi lavori, in particolare quando implicano il contatto diretto con i clienti, premiano le doti relative a linguaggio e comunicazione. I ricercatori hanno scoperto, per esempio, che i direttori dei call center hanno interiorizzato le credenze sulla superiorità di parola delle donne e favoriscono le loro assunzioni.

Il risultato è un vicolo cieco in cui perdono tutti. L’ansia della classe lavoratrice maschile può ben essere collegata alla sensazione – conscia o no – che gli uomini sono fondamentalmente mal equipaggiati per gli impieghi del futuro, mentre le donne continuano a sperimentare gli stereotipi sessisti e ad essere assiepate in ruoli dal basso salario e di basso livello.

Perché nel mentre l’avere una buona alfabetizzazione emotiva aiuta a lavorare nei call center, non è una strada per arrivare a quel tipo di ruoli guida altamente retribuiti che sono ancora dominio degli uomini. Di certo, non fa nulla per dissolvere vecchi pregiudizi sulla capacità delle donne di lavorare nella scienza e nella tecnologia.

Non posso fare a meno di chiedermi se Strumia stia eseguendo una sorta di rituale territoriale. Prendendo in prestito un altro stereotipo obsoleto sul tipico comportamento maschile: se le donne stanno andando a prendersi altri settori allora la scienza, più che mai, dovrebbe appartenere agli uomini.

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