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Posts Tagged ‘storia delle donne’

Queste parole sono dedicate a coloro che sono sopravvissuti

perché la vita è natura selvaggia e loro erano selvatici

perché la vita è un risveglio e loro erano allerta

perché la vita è una fioritura e loro sono sbocciati

perché la vita è una lotta e loro hanno lottato

perché la vita è un dono e loro erano liberi di accettarla

Queste parole sono dedicate a coloro che sono sopravvissuti

irena

Brano tratto da “Bashert” (“ba-shert”, in yiddish “inevitabile” o “pre-destinato”), di Irena Klepfisz. Irena (in immagine qui sopra) è un’Autrice lesbica ebrea e un’attivista. E’ nata il 17 aprile 1941 nel Ghetto di Varsavia, da cui suo padre la fece uscire clandestinamente assieme alla madre all’inizio del 1943: Irena finì in un orfanotrofio cattolico, mentre la madre, grazie a documenti contraffatti, lavorava come domestica per una famiglia polacca. Il padre di Irena morì quello stesso anno durante la Rivolta del Ghetto di Varsavia. Madre e figlia si riunirono subito dopo e si nascosero in campagna, aiutate da contadini locali; a guerra finita si trasferirono prima in Svezia nel 1946 e poi negli Stati Uniti nel 1949.

chris e melania

Queste due giovani donne sono una coppia, Chris e Melania, e vivono a Londra. Il 30 maggio scorso hanno preso un autobus notturno diretto a Camden Town dove abita Chris. Melania affida al web il resoconto di quella serata: “Dobbiamo esserci scambiate un bacio o qualcosa del genere, perché questi tipi hanno cominciato a darci addosso. Ce n’erano almeno quattro. Hanno cominciato a comportarsi da hooligans, chiedendoci di baciarci così che loro potessero godersi la vista, ci chiamavano lesbiche e descrivevano posizioni sessuali. Non ricordo esattamente l’intero episodio, ma la parola “forbici” mi si è impressa in mente. C’eravamo solo noi e loro a bordo. Nel tentativo di sdrammatizzare la situazione ho cominciato a scherzare. Ho pensato che così avrebbero finito per andarsene. Chris ha anche finto di stare male, ma loro hanno continuato a molestarci, a lanciarci monetine e a diventare sempre più entusiasti della faccenda. Di colpo, Chris era nel mezzo dell’autobus a difendersi da loro. D’impulso l’ho raggiunta e l’ho vista con la faccia sanguinante mentre tre di loro la picchiavano. L’ultima cosa che ricordo è di essere stata presa a pugni. Sono rimasta stordita alla vista del mio sangue e sono caduta all’indietro. Non ricordo se ho perso i sensi o no. Improvvisamente l’autobus si è fermato, c’era la polizia e io sanguinavo dappertutto. Le nostre cose sono state rubate. Non so ancora se il mio naso è rotto e non sono stata in grado di andare al lavoro (1), ma quello che mi disturba di più è che LA VIOLENZA E’ DIVENTATA UNA COSA NORMALE, che a volte è necessario vedere una donna che sanguina dopo essere stata presa a pugni per sentire di aver fatto impressione. Io sono stanca di essere presa per un OGGETTO SESSUALE, o di scoprire che queste situazioni sono comuni, degli amici gay che sono stati picchiati senza motivo. Noi dobbiamo sopportare molestie verbali e VIOLENZA SCIOVINISTA, MISOGINA E OMOFOBICA perché quando ti difendi succedono schifezze come questa. Tra l’altro, sono grata a tutte le donne e gli uomini nella mia vita che comprendono come AVERE LE PALLE SIGNIFICHI QUALCOSA DI TOTALMENTE DIVERSO. Spero solo che in giugno, il mese del Pride, cose come queste siano raccontate ad alta voce di modo che SMETTANO DI ACCADERE.”

Quando la violenza diventa il modo usuale e normalizzato di esistere nel mondo, il passo successivo sono i Ghetti. Non possiamo restare a guardare e aspettarlo passivamente. Maria G. Di Rienzo

(1) Melania Geymonat, di origine uruguayana, ha 28 anni ed è assistente di volo. Le maiuscole del testo sono sue.

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Quando ieri ho letto che il sig. Salvini ha dichiarato di aver “affidato l’Europa a Maria”, la mia mente ha prodotto alcune buffe – sarcastiche – amare riflessioni.

La prima (giacché è il mio nome): “Veramente non ricordo mi avesse chiesto niente.”

La seconda: “Maria è la dog sitter e Europa è una femmina di alano.”

La terza: “Si riferisce a Maria di Nazareth come se fosse al suo servizio.”

La quarta: “Maria era palestinese.”

Alla fine degli anni ’90, uscì per Harper & Collins “Women in the Bible” – “Donne nella Bibbia”, di Elizabeth Fletcher. Insegnante di religione per un decennio, finissima studiosa, con questo testo calava nella realtà storica i personaggi femminili del Vecchio Testamento, contestualizzandoli.

Bedouin girl

La sua descrizione di Maria di Nazareth è online dal 2006 e la foto sopra è una di quelle che Fletcher ha usato per darci un’idea di come Maria fosse realmente (anche le altre immagini in questo articolo hanno tale scopo). Ve ne traduco un piccolo pezzo:

Chi era Maria di Nazareth?

Dipende da a quale Maria vi riferite. Ce ne sono due:

– una ragazza ebrea di campagna vivente in una remota provincia dell’Impero Romano, e

– la semidea Vergine Maria, nelle chiese cristiane in tutto il mondo.

Questa pagina descrive la prima.

Che aspetto aveva Maria?

Maria, la futura madre di Gesù di Nazareth era una giovane campagnola, probabilmente alta meno di un metro e mezzo, con lucidi capelli neri oliati e divisi nel centro, con la scriminatura dipinta di rosso o porpora. Doveva essere vigorosa, robusta, con piccoli seni paffuti e forti mani scure rese callose dal lavoro. (…)

Peasant woman Ramallah

La sua lingua era l’aramaico. Maria lo parlava con ampio accento galileo, sdegnato dai sofisticati abitanti di Gerusalemme. Doveva essere una che parlava molto e in modo convincente: essere capaci di parlar bene è sempre stata un’abilità apprezzata fra gli ebrei. Maria l’avrebbe pensata allo stesso modo. La sua era una società “orale” dove storie, preghiere e poesie si imparavano a memoria anziché leggendo. Il grande nemico delle società antiche era la noia. Raccontare storie e avere conversazioni significative erano modi per tenere la noia alla larga. Una buona chiacchierata era il passatempo principale. Essere capace di intrattenere le persone ti rendeva prezioso – poiché prima o poi chiunque si annoiava prima che inventassero la carta stampata. (…)

Maria viveva in una famiglia allargata. C’erano almeno otto o dieci persone a dividere la casa. Il nucleo familiare odierno semplicemente non esisteva. Non avrebbe funzionato. C’erano troppe faccende che necessitavano il lavoro collettivo di più persone.

Siamo così abituati ai dipinti di una Maria solitaria o di una Sacra Famiglia di tre persone da aver dimenticato che Maria veniva da una larga famiglia/comunità di Nazareth. Maria e le donne della sua famiglia lavoravano insieme negli stessi modi, condividendo tutto. Il suo lavoro non era limitato alla casa. La Galilea, dove lei viveva, era il paniere del regno ebraico. C’erano frutteti, boschi di olivi e vigne di cui curarsi e naturalmente le coltivazioni di grano piantate e mietute annualmente. Le donne facevano un mucchio di lavoro nei campi. (…)

peasant girl palestine

All’età di 11 o 12 anni, Maria ebbe le prime mestruazioni. Ciò significa che era in età da matrimonio, in aramaico una betulah. Il termine corrispondente in ebraico, l’antica lingua dei testi religiosi, è almah. Ricordate questa parola. Significa “giovane donna in età da marito” – poteva essere vergine, ma non necessariamente. (…)

Era scontato che Maria si sarebbe sposata. Dio aveva dato il comandamento “crescete e moltiplicatevi” a Noè, perciò gli ebrei credevano fosse loro dovere sposarsi e avere bambini. Ogni persona che passava i vent’anni senza essere sposata non stava compiendo la volontà di Dio – il che fa riflettere su Gesù, se fosse sposato o no o chi avrebbe potuto sposare. (…)

La gente nei tempi antichi sapeva che era pericoloso per una donna partorire prima dello sviluppo completo del suo giovane corpo. Poteva ricavarne una disabilità permanente.

Così (dopo il fidanzamento) il matrimonio era differito, usualmente di un anno. In questo periodo non c’erano contatti sessuali fra i due promessi.”

Ma, come sapete, Maria resta incinta. Elizabeth Fletcher sottolinea che le donne della famiglia, grazie anche ai rituali (abluzioni ecc.) e alle necessità relative alle mestruazioni, devono essersi accorte subito che qualcosa non andava. Al di là dello Spirito Santo e della nascita miracolosa da una vergine – concetto che entra successivamente sulla scena narrativa per ragioni teologiche: in questo modo Gesù poteva essere equiparato a divinità precedenti che parimenti vantavano nascite miracolose senza perdere nel confronto – quel che abbiamo è una fidanzata incinta non dell’uomo che sta per sposare e quindi delle nozze messe in discussione.

Ci sarebbe molto altro nell’affascinante e preciso saggio di Fletcher, ma per i miei scopi è sufficiente fermarsi qui. Il finale recita:

“La contadina della Galilea, con i suoi piedi sporchi e la sua figura tarchiata, è stata completamente dimenticata. Durante i secoli, un’altra donna è apparsa al suo posto – innocua, distaccata e amorevole allo stesso tempo, sontuosamente vestita, quasi sempre con un solo bimbo fra le braccia (lo scritto ipotizza con buon margine di probabilità che Gesù non fosse figlio unico).

E’ impossibile riferire questa dea serena a quel che Maria è stata durante la sua vita, una ragazza “disonorata” che si trovò ad essere la madre di un estremista religioso giustiziato come criminale.

Il mondo cristiano ha fatto di Maria una dea, dando all’immagine di lei la forma che serviva ai suoi bisogni. La donna reale è stata persa nelle nebbie del tempo.”

Riassumendo: lo zelota della Padania indipendente ha “affidato l’Europa” – come fosse qualcosa di suo – a un’ebrea palestinese così totalmente diversa dalle sue fidanzate o dalle sue lacchè “giornaliste”, che se la incontrasse per strada la farebbe portar via dalla Digos o le metterebbe in mano di persona un decreto di espulsione.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da “A sex strike is not enough: women need to down tools completely”, di Suzanne Moore per The Guardian, 13 maggio 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. Il titolo fa riferimento alla proposta di Alyssa Milano di uno “sciopero del sesso” come protesta contro gli attacchi ai diritti riproduttivi delle donne, in particolare contro le leggi sempre più restrittive sull’interruzione di gravidanza. Moore apprezza il concetto, ma ritiene che non sarebbe sufficientemente efficace.)

unpaid care work

Se noi donne vogliamo affermare il nostro diritto all’autonomia corporea e il nostro valore economico, fermiamoci e basta. Solo fermiamoci. Non andate a prendere i bambini a scuola. Non caricate la lavatrice. Non sorridete a quell’uomo perché vi sta rendendo nervose. Non comprate i regali di compleanno. Smettete di curarvene, in altre parole.

Perché questa è l’enorme diseguaglianza a livello globale: il lavoro non pagato delle donne, che consiste in maggior parte nel curarsi degli altri. Eravamo solite chiamarlo il dibattito sul lavoro domestico, a cui parte della sinistra dava vagamente riconoscimento; ma la sinistra, proprio come ogni altra parte della vita, funziona grazie al lavoro non pagato delle donne. Lavoro che è visto come volontario.

Ora il dibattito è riemerso come valutazione economica. A Davos, l’incontro alla stazione sciistica dove la gente ricca fa finta che gliene importi qualcosa, quest’anno Oxfam ha presentato un rapporto sul lavoro non pagato delle donne in tutto il mondo. Vale 10 trilioni di dollari (7,7 trilioni di sterline – ndt. 9 trilioni di euro: un trilione equivale a un miliardo di miliardi) – il che sembra proprio un bel mucchio di soldi, ma non posso mettermi a far calcoli perché ho una lavastoviglie da scaricare, un parente malato da visitare, un bambino a cui star dietro. Come sarebbe smettere di lavorare gratis? La maggior parte di noi troverebbe difficile persino separare le nostre vite domestiche da quel che riteniamo l’essere persone decenti. (…)

Il doppio turno del lavoro pagato e del lavoro non pagato è il pezzetto su cui le donne mentono in pubblico – e a se stesse. Per favore non disturbatevi a dirmi che gli uomini ora fanno di più. Vivo nel nord di Londra in un mare di barbe, passeggini e padri che comprano patatine di cavolo: pure, non ho ancora tempo per applaudire gli uomini quando si curano dei loro propri figli.

In Islanda, il 24 ottobre 1975, le donne scioperarono per un giorno. Le pescherie chiusero. I padri si portarono i figli al lavoro. Le salsicce andarono esaurite, perché questo gli uomini diedero da mangiare ai propri bambini. Una legge che garantiva eguaglianza sui salari passò. Questo giorno, che è ancora celebrato, divenne noto come “il lungo venerdì”.

L’idea sembra fantascientifica adesso – persino la nozione base che le donne mostrino tale solidarietà. Però, ora ci troviamo in un momento in cui i diritti delle donne tornano indietro negli Usa, in Polonia, in Spagna e ovunque. Quindi, non è il sesso che bisogna sospendere; è il lavoro non pagato. Bloccherebbe il mondo.

Donne di tutto il mondo, unitevi. Non perderemo le nostre catene: semplicemente le renderemo visibili. Potremmo essere eroi, anche se solo per un giorno. (1)

(1) “Heroes” – David Bowie – https://www.youtube.com/watch?v=lXgkuM2NhYI

Confido di non dovervi mettere il link per la citazione immediatamente precedente… ; – )

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Da qualche giorno, care/i passanti, vi vedo far visita alle poesie di Mary Oliver che ho tradotto. So perché: purtroppo Mary è morta a causa di un linfoma la settimana scorsa.

Statunitense, era nata il 10 settembre 1935 in quella che definì in un’intervista “una famiglia assai disfunzionale” in cui subì abusi sessuali. “La mia infanzia fu molto difficile – disse ancora – e perciò creai un mondo fatto di parole. E’ stata la mia salvezza.”

La sua principale ispiratrice a livello poetico fu Edna St. Vincent Millay (1892 – 1950). A 17 anni, mentre frequentava il liceo, Mary scrisse alla sorella di Edna, che era ormai deceduta, se poteva visitarne la casa ad Austerlitz, New York. Norma Millay acconsentì e Mary finì per passare là diversi anni a ordinare documenti e lavori della sua musa.

Mentre si trovava ad Austerlitz incontrò la fotografa Molly Malone Cook, l’amore della sua vita. Le due rimasero insieme sino alla morte di Molly, avvenuta nel 2005. Molti lavori di Mary sono esplicitamente dedicati a lei.

erba

Ciò che ha fatto di Mary un “caso” nel mondo della poesia, dicono molti artisti e critici, è che le sue opere sono completamente accessibili a chiunque: “Non hai l’impressione di dover frequentare un seminario, per capire le poesie di Mary Oliver. Lei parla direttamente a te come essere umano.”, è l’opinione della scrittrice Ruth Franklin, che mi trova del tutto concorde.

Mi resta da spiegarvi titolo e immagine, vero? Mary poteva passare ore “a quattro zampe”, nei boschi, per “osservare il mondo a livello dell’erba”. Prestare attenzione a ciò che la circondava era il fulcro della sua reverente meraviglia per tutto ciò che esiste. Nel saggio “Restare Viva” ebbe a scrivere: “Questo è ciò che ho imparato: che la diversità del mondo è un antidoto alla confusione, che lo stare nel mezzo della diversità – la bellezza e il mistero del mondo, fuori nei campi o profondamente dentro ai libri – può ridare dignità al cuore peggio ferito.”

Maria G. Di Rienzo

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(Estratto dalla prefazione di Roxane Gay a “Dress Like a Woman: Working Women and What They Wore” – “Vestirsi da donna: lavoratrici e quel che indossano”, Abrams Books, 2018. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

woman working 1943

Regolamentare come le donne si vestono, dentro o fuori dal posto di lavoro, non è nulla di nuovo. Nella Grecia antica un gruppo incaricato di magistrati, gynaikonomoi o “controllori delle donne”, si assicurava che le donne vestissero “in maniera appropriata” e decideva quanto dovessero spendere per i loro abiti. Le severe – e obbligatorie – regole erano stabilite per ricordare alle donne il loro posto nella società greca.

Nei millenni successivi non è cambiato molto. Durante la Storia, gli uomini hanno controllato i corpi delle donne e il loro abbigliamento tramite le strutture sociali e le leggi. I datori di lavoro hanno a lungo imposto codici di abbigliamento per le donne nei luoghi di lavoro, chiedendo per esempio che le donne indossassero tacchi alti, calze fine, trucco e vestiti o gonne di una lunghezza appropriata ma “femminile” e attraente. I datori di lavoro hanno anche deciso come le donne dovevano portare i capelli.

Agli inizi del 20° secolo, le donne cominciarono a entrare in massa nella forza lavoro. Ma solo le donne che lavoravano nelle fabbriche, nelle fattorie o che svolgevano altre forme di lavoro manuale avevano la possibilità di indossare indumenti come i pantaloni. Le donne che lavoravano negli uffici dovevano indossare le gonne, le scarpe con il tacco e la bigiotteria relative al loro sesso. Questa divisione sarebbe continuata sino agli anni ’70, quando l’influenza della rivoluzione sessuale lasciò il proprio segno. Sebbene le donne dovessero ancora conformarsi ai costumi sociali, ora avevano la possibilità di considerare il proprio conforto e il proprio stile personale in quello che indossavano nei luoghi di lavoro. Durante gli anni ’80 e i primi anni ’90, le donne spesso portavano completi giacca-pantaloni come i loro colleghi maschi.

Alle donne della Reale polizia equestre canadese è stato permesso indossare completi con pantaloni solo nel 2012. Nel 2017, il codice d’abbigliamento del Congresso degli Usa ancora bandiva alle donne – membri del personale e visitatrici, come le giornaliste – l’uso di magliette senza maniche. Una giornalista fu persino allontanata da un locale all’esterno della Camera perché il suo abito, che le lasciava le braccia scoperte, fu giudicato “inappropriato”.

Il femminismo ha ottenuto notevoli risultati e, oggi, ciò che le donne indossano al lavoro è vario quanto i compiti che le donne svolgono. Nel 2010, banca svizzera UBS si trovò al centro di uno scandalo quando girò voce delle 44 pagine del suo codice d’abbigliamento, colmo di linee guida su come applicarsi il trucco, sul mantenere ben curate le unghie dei piedi per evitare di stracciare le calze fine, sull’evitare scarpe strette che potrebbero causare alle donne l’avere “sorrisi tirati” e sull’indossare biancheria intima del colore della pelle, così che gli indumenti intimi restino discreti e e non diventino “spettacolo”.

Sebbene la maggior parte dei datori di lavoro abbia codici di abbigliamento anche per gli uomini, che richiedono loro di indossare completi e cravatte, tagliarsi bene capelli e barba e così via, questi codici simboleggiano un concetto di professionalità, piuttosto che le aspettative culturali sulla mascolinità. Come per molte altre cose, le regole sono diverse per le donne. Vestirsi da donna è vestirsi in modi prescritti che esaltano un rigoroso marchio di femminilità e ristorano lo sguardo maschile. Vestirsi da donna suggerisce che le donne sono meri elementi decorativi del posto di lavoro. Vestirsi da donna è ignorare che le donne hanno nozioni indipendenti e differenti sul modo in cui vogliono presentarsi al mondo.

Io non sono mai stata brava a vestirmi da donna. Ho smesso di indossare abiti quando avevo 12 anni. Sono alta un metro e novanta, perciò se dovessi mettere i tacchi troneggerei sulle altre persone più di quanto già faccio. Uso cosmetici solo se proprio devo perché, per qualche ragione, non ho mai davvero imparato a farlo. E, da quando avevo 19 anni, ho cominciato a farmi fare tatuaggi sulle braccia in basso e in alto, il che è non è proprio il segno della femminilità tradizionale.

Durante i miei vent’anni ho avuto una serie di impieghi occasionali e quel che indossavo per lavorare è spaziato dai pigiami (quando lavoravo da casa) ai jeans con maglietta nera (quando ho lavorato come barista).

Verso la fine dei miei vent’anni sono entrata nei luoghi di lavoro tradizionali e ho indossato camicie a maniche lunghe e abiti che speravo trasmettessero la mia competenza e professionalità. E, sempre, mi sono sentita fuori posto perché non ero vestita – e non volevo vestirmi – come una donna nel senso che ci aspettava da me.

Alla scuola di specializzazione ho dato per scontato che, quando divenni insegnante, avrei dovuto indossare completi per lavorare, che dovevo avere l’aspetto di una laureata, di qualcuno qualificato a gestire una classe. Ho presto compreso che non c’era un aspetto standard per questo ruolo. Avevo colleghi che insegnavano con magliette sporche e jeans macchiati di pittura. Erano, come vi sarete aspettati, uomini che sapevano come la loro autorità non sarebbe stata messa in discussione comunque si vestissero. Le mie colleghe femmine, per la maggior parte più giovani e più minute, indossavano sempre bluse eleganti e giacche, perché sapevano che la loro autorità sarebbe stata messa in discussione in virtù del loro genere, della loro statura e delle loro scelte di abbigliamento.

Come donna alta, di costituzione imponente e sulla quarantina, generalmente insegno in jeans e camicie a maniche lunghe, a volte in magliette che non valgono il loro prezzo. Io indosso abiti che mi permettono di sentirmi a mio agio e sicura di me. Questo è il modo in cui scelgo di vestirmi come una donna.

Sono sempre stata consapevole che la libertà di indossare in maggioranza quel che voglio è stata influenzata, in larga parte, dalle donne che hanno lavorato prima di me – donne che attraverso la Storia si sono rifiutate di permettere che le loro ambizioni fossero limitate da idee ristrette su cosa significhi vestirsi da donna. L’abbigliamento si è trasformato mentre si trasformavano i ruoli delle donne nella società contemporanea.

A volte, vestirsi da donna significa indossare un completo giacca-pantaloni; altre volte, significa indossare una muta subacquea, o una tuta da lavoro, o un camice da laboratorio o un’uniforme di polizia. Vestirsi da donna significa indossare qualsiasi cosa una donna giudichi appropriata e necessaria per fare il proprio lavoro.

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“Sono una giardiniera organica, la nipote di una contadina originaria di Praga, Maria Nedvedova, che crebbe tredici figli e vendeva verdura alla gente che viveva nei pressi del fiume Hudson negli anni ’90. Spingeva un carretto con sopra gli ortaggi e suonava una campanella mentre camminava. Io sono una giardiniera e un’ambientalista grazie a lei e da lei ho appreso che la terra è importante e che la natura dev’essere rispettata.

Pratico il buddismo tibetano da decenni e sono una poeta gay e femminista che ha cominciato a scrivere e pubblicare nel 1970. Il mio lavoro è apparso accanto alle poesie di Audre Lorde e sedevo sul divano accanto a Adrienne Rich la notte di Capodanno, nell’anno in cui si dichiarò lesbica. Lei è una maestra per me e il suo lavoro ancora mi guida in molti modi.

A settant’anni, sono un’ecologista radicale. Due anni fa mi sono rotta il femore e ora sono zoppa ma continuo a fare giardinaggio e a lottare per quel che è giusto nel mondo. Se non lo facessi, sarei travolta. Non ha importanza quanto sia stata marginalizzata nella mia vita, ho sempre sentito il bisogno di tentare di fare la cosa giusta.” Charlene Langfur (trad. Maria G. Di Rienzo – quella che segue è una sua poesia)

buddhist garden statue

“Un buon posto per un piccolo giardino”

Chi non vuole più entroterra?

Fiori porpora sul muro e non è tutto,

spruzzate di campanule anche, azzurro

che salta fuori dal nulla, sorprese

in un mondo piatto

Sì, grandi idee sull’eternità

nel giardino, il sollevarsi, i fiori

a forma di stella, semi diretti dal vento,

nuovi germogli dopo un inverno con molta neve,

uccellini nella luce della luna,

scriccioli, piccolini e sì, tutto ciò

è palpabile, il mondo, la terra, mappe degli appezzamenti

centinaia di loro come risultato dell’umana sottigliezza

sì e ciò ci cambia, le rose,

il senso che tutto è possibile

persino in un mondo spezzato,

ambizioni in cucina, progettare i letti delle piantagioni,

numeri su carta, le misure

del suolo entroterra,

file ordinate di alti

girasoli, gialli, giganti,

petali grandi come mani, semi commestibili

in una brocca di vetro nel sole,

i piselli odorosi sui pali da giardino,

chiari fiori bianchi del colore delle perle,

verdi viticci su cui arrampicarsi con

nettare nei fiori per accendere l’anima.

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Il 27 dicembre 2009 ho creato questo blog, “Lunanuvola”. In realtà volevo chiamarlo “Luna Solitaria” (come il titolo del mio primo post, la traduzione di una poesia), ma il nome era già in uso.

Sono quindi nove anni che scrivo e traduco in questo luogo virtuale.

Il nove è un numero davvero interessante. Non solo perché, per esempio, comunque lo si moltiplichi il numero risultante può essere ridotto di nuovo a nove:

2 X 9 = 18, 1 + 8 = 9

4 X 9 = 36, 3 + 6 = 9

6 X 9 = 54, 5 + 4 = 9

9 X 9 = 81, 8 + 1 = 9

9 X 10 = 90, 9 + 0 = 9

20 X 9 = 180, 1 + 8 + 0= 9… e possiede altre particolarità matematiche, ma perché si trascina dietro una valanga di simbolismi – dalle nove Muse ai draghi cinesi alla mitologia nordica, che descrive l’universo come diviso in nove mondi, tutti connessi dall’albero cosmico Yggdrasil.

Per quel che riguarda il novenne blog, ho trovato particolarmente rispondenti due associazioni simboliche. La prima fa riferimento alla branca della filosofia induista che sostiene vi siano nove sostanze o elementi universali: Terra, Acqua, Aria, Fuoco, Etere, Tempo, Spazio, Anima e Mente. Penso di poterli tracciarli tutti e nove all’interno dei vari testi che ho scelto di pubblicare. Quando ho scritto ho sempre gettato nelle parole tutta me stessa; quando ho tradotto, ho scelto consapevolmente brani che rivelassero almeno in parte la stessa attitudine.

La seconda associazione concerne la carta numero nove dei Tarocchi, l’Eremita. Non solo per la “luna solitaria”. L’Eremita simboleggia l’esame di se stessi e la riflessione – vale a dire, esattamente quel che sto facendo in questo momento.

Gli ultimi due anni sono stati un inferno. Non riesco a descriverli in modo più lieve di questo, farlo sarebbe una falsità: il controllo della mia vita è passato dalle mie mani a quelle del mio (nostro) torturatore, che ha deciso se potevo restare in casa o no (di media sono scappata da una a quattro volte al giorno, nella maggior parte dei casi senza sapere dove andare e senza un soldo), se potevo lavorare o no (è impossibile essere creativi o precisi o diffondersi in analisi mentre sopra la tua testa piovono colpi e ululati rabbiosi), se potevo dormire o no e per quanto – e quando dovevo svegliarmi.

Il mio equilibrio – salute, serenità mentale, progettualità – è andato in frantumi. Tranquillanti a parte, crisi di batticuore e respiratorie a parte, mi porto in faccia i segni dell’abuso sotto forma di una dermatite da stress: gli antibiotici non sono serviti, gli antistaminici neppure, le analisi del sangue non rilevano infezioni. Quindi, mi hanno detto i medici, a meno che io non mi sottoponga a un intervento di chirurgia laser – per cui, manco a dirlo, non ho il denaro – sarò “Scarface” per il resto della mia esistenza.

(A proposito: per le persone che mi hanno chiesto di fare conferenze, seminari ecc. e che leggono questo blog – pensateci su. Non sono un mostro, ma non sono neanche più normale. Se decidete di sciogliere gli impegni presi per me va bene, basta che me lo comunichiate.)

Da fine novembre l’individuo ha cominciato a portar via roba dal suo appartamento e non ci dorme più. Ma non si è effettivamente trasferito: i mobili non sono venuti giù per le scale, i bidoni dell’immondizia sono regolarmente posizionati nei giorni di ritiro, il contatore dell’elettricità non è spento e il tipo passa ogni due/tre giorni a fare un po’ della sua solita baraonda: gli piace particolarmente “giocare a bowling” sul pavimento di pietra del corridoio, ci tira oggetti metallici, sferici o no, per lunghi periodi di tempo – il suo record ha sfiorato le quattro ore, intervallate da monologhi urlati e bastonate varie. Abbiamo parlato con l’amministrazione, più volte; lo abbiamo formalmente denunciato. Ha lo sfratto da più di un anno. I segnali indicano che se ne sta andando, però non riusciremo a rilassarci sino a che non saremo certi della sua partenza.

Ciò, detto mie care e miei cari – penso con particolare affetto ai “seguaci” – avevo pensato ancora una volta di chiudere il blog, di salutarvi con questo pezzo e di dedicare le mie attualmente scarse energie solo al mio nuovo romanzo (sono così stanca che per la prima volta in vita mia procedo per righe… è pazzesco) ma chi mi sta attorno insiste affinché io non lo faccia, con le più svariate motivazioni. Tutte sensate, tra l’altro.

Le voci dissidenti con argomentazioni di peso e valore sono così scarse, dicono i miei sostenitori, che anche la sparizione di questo blog sarebbe un danno. I danni da riparare nel nostro mondo sono abbastanza vasti e gravi da oscurare lo 0,000001 di differenza che io opero, tuttavia è vero anche che non lo fanno in modo perfetto. La crepa che ho aperto in una muraglia di cemento armato nel 2009 ne ha generate altre, lo so, e sono grata per ognuna di esse – giacché dietro a ognuna di esse c’è un essere umano che ha deciso di non vergognarsi più, di non tacere più, di avere legittimazione e diritto a uno spazio.

stone mask israele

La maschera che vedete in immagine ha 9.000 anni – il nove. L’hanno riscavata nel 2018 in Israele. E’ fatta di calcare rosa-giallo, è stata lavorata accuratamente con attrezzi di pietra e ha quattro fori lungo i bordi, probabilmente per tenerla legata al volto di qualcuno o a un palo rituale.

Il periodo è il Neolitico e le maschere simili sono legate alla “rivoluzione” agricola, ovvero al momento in cui i nostri antenati e le nostre antenate smisero di vagare raccogliendo il cibo per strada e cominciarono a coltivarlo. Sapete già che la ricerca storica indica le donne come ideatrici di questo cambiamento epocale. Torneremo a ciò fra un attimo, nel frattempo (e non è un argomento scollegato) parliamo degli auguri del Presidente Mattarella alla nazione. Hanno fatto un sacco di “rumore” attestando semplicemente l’ovvio: un paese è una comunità di persone; il rispetto reciproco è garanzia di sicurezza; la solidarietà è preziosa; lo stato sociale è una conquista da tutelare; il cambiamento avviene lavorando insieme. Che un discorso simile sia salutato come straordinaria novità positiva dà la misura di quanto scollegati, atomizzati, spaventati e confusi sono in genere, da anni, i cittadini italiani. Nel suo menzionare le aree problematiche del nostro vivere insieme, Mattarella ne ha però dimenticata una – e in questa omissione ha implicitamente cancellato la spada di Damocle che pende su metà della popolazione italiana: la violenza di genere. Il paese di cui è Presidente ha punteggi scandalosi, al proposito, in qualunque ricerca o analisi misuri impatto, danni e risposte dello Stato. Ma noi donne non siamo una priorità politica, ormai, per nessuno: da destra a sinistra, lungo l’intero spettro, siamo prese in considerazione esclusivamente per la nostra rispondenza alla soddisfazione maschile – e i parametri normativi di questa soddisfazione intridono l’intera nostra esistenza dalla culla alla tomba. Dai social media ai manifesti pubblicitari siamo circondate da immagini fasulle (sexy, hot, bellissima) e incoraggiate a somigliare a queste ultime come se ciò fosse lo scopo principale del nostro essere femmine e l’unico traguardo alla nostra portata. Spesso le donne che accettano tale scenario raggiungono titoli e dicasteri, in politica, per gentile concessione dei colleghi alle loro scollature e ai loro tacchi (e alla loro disposizione a essere mere marionette nelle sedi decisionali) e quindi sono impreparate e inefficaci sulle questioni di genere quanto i loro sodali di sesso maschile.

Per cui, il prossimo cambiamento epocale, una trasformazione che muti radicalmente il modo in cui stiamo nel mondo e il modo in cui abbiamo relazioni con altre/i (come accadde nel Neolitico) dobbiamo crearlo proprio noi. Abbiamo, guarda caso, nove punti interconnessi da affrontare in cui la nostra presenza e la nostra voce sono irrinunciabili: l’effetto che ognuno di essi ha sulla qualità e persino sulla durata delle nostre vite è enorme e senza le nostre prospettive udite e agite al proposito nessuno dei problemi relativi sarà mai risolto.

In ordine alfabetico:

ambiente

diritti civili

diritti riproduttivi

istruzione/educazione

lavoro

rappresentazione mediatica

rappresentanza politica

socializzazione di genere

violenza di genere.

Voglio lavorare con voi per il cambiamento, sorelle e fratelli. E’ la ragione per cui questo spazio resta aperto nonostante i miei travagli personali. Forse, per un periodo, sarò meno prolifica del solito. Ma datemi tempo e fiducia e resteremo insieme. Maria G. Di Rienzo

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