Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘storia delle donne’

Joongang Daily, April 15th 2017: ” ‘Saimdang’ to end series earlier than planned. The SBS series “Saimdang, Memoir of Colors” will end earlier than originally planned, its distributor said Thursday, as the fantasy period drama suffered from low ratings. The Wednesday-Thursday drama starring actress Lee Young-ae premiered on Jan. 26 on SBS as a 30-episode series. SBS said it will end on May 3 or May 4, a week earlier than scheduled.”

saimdang poster

I don’t want to boast or claim anything, but it took me just the two first episodes to say “This is gonna be a flop”. I thought I would have been touched by Saimdang’s history: the documentary I had previously seen about her was promising – with a mother that encouraged her daughter’s studies – but the drama disappointed me even if the female lead is a great actress (I don’t think the same of the male lead Song Seung-heon…) and even if we could see, at last, a supporting character wearing a size larger than zero while doing a meaningful job…. but the italian footage in present day sucked too much and said too much about the shallowness of the script.

The following notes are dedicated to all those k-drama fans’ sites where users wrote really incorrect (and even stupid) things about Italy as they were commenting “Saimdang”:

a) The lines of the italian “actors” do not match the english translation so I guess they don’t match the korean translation either;

b) The subtitles say the villa is in Tuscany and the city is Bologna, but Bologna belongs to another region (Emilia Romagna) and the scene of the “crazy korean woman” has been clearly shot in Florence (Ponte Vecchio and surroundings);

c) The villa’s name, “Siesta di luna”, is not italian, let alone the italian spoken in the year 1551: siesta is the spanish word for nap (it would be “sonnellino” for us), and it is a word that has been absorbed by our language much later. Besides, no owner would have named his/her villa “Sonnellino della Luna” in that age – the surname of the family or something picked by topography or mythology would have been chosen;

d) Obviously our country has laws about the so called “beni culturali” – historical buildings and artefacts such as paintings, etc. No guardian or civil servant or estate agent (the man in the drama states in italian “I’m not the owner”) is allowed to give what can be found in an ancient villa as a gift to a visitor but even so, the korean lady wouldn’t have been able to carry those objects out of Italy lawfully due to the strict control measures at the airport;

e) Yes, our country has a great burden of misogyny, domestic violence, femicide and street harassment: but it’s unbelievable that every single stranger Lee Young-ae meets in Italy speaks to her in what we can call “banmal” (we usually speak in the third person to adult people we don’t know: lei – not tu) and calls her “bella” (beautiful): that made me feel like shouting “are you mad or what” and “have you done proper research” to the scriptwriter.

I remember two similar huge missteps: a drama where a young woman, boasting her fresh studies in Italy, states that “pasta” (spaghetti etc.) is made with tomatoes and can trigger allergies – it’s the common sauce or gravy for pasta that uses them, pasta is made with flour, water and salt; and a documentary about traditional garments where was asked to an italian stylist about hanbok while she was wearing one: she said more or less “Yes the fabric it’s beautiful but I will have to modify the dress if I really want to use it, because now I cannot walk”: the korean translation and the english translation of it were fakes like “OMG it’s really great!”

Finally, for the historical part of drama: 1) it was boring beyond expectations and its pace so predictable I guessed almost every scene coming; 2) hardly explored what art meant to Saimdang, what she was trying to express and leave behind, who she really was, because most of the time the focus was on a fictional and broken and crossed and impossible love story – and triangles and even quadrangles added no flavour to it. Maria G. Di Rienzo.

Read Full Post »

Na Hye-seok

Na Hye-seok (나혜석, 1896 – 1948, in immagine) è stata la prima artista femminista coreana: poeta, scrittrice, insegnante, giornalista e pittrice i cui quadri sono oggi valutati a prezzi da capogiro, sebbene l’Autrice sia morta in miseria in un ospedale per vagabondi e non si sappia neppure dov’è sepolta – poiché la famiglia l’aveva rigettata e nessuno si curò del suo funerale, è probabile si trovi in una fossa comune. Stranamente, ma forse non poi tanto, cinema e televisione del suo paese non si sono ancora interessati alla sua storia (esiste un breve documentario in francese di Han Kyung-mi, visibile su: https://vimeo.com/113225651) e il suo nome è stato usato sino a tempi recenti come spauracchio per le donne che avevano ambizioni artistiche: “Vuoi diventare un’altra Na Hye-seok?” ammonivano padri e fratelli. La prima retrospettiva del suo lavoro, al Centro per le Arti di Seul, è del 2000. Il suo racconto più famoso, “Kyonghui”, pubblicato nel 1918, è dal 2009 disponibile in inglese nella raccolta “Questioning Minds: Short Stories by Modern Korean Women Writers”: tratta di una donna che scopre se stessa come irriducibile alla prescritta cornice confuciana di “buona moglie e buona madre” e cerca significato e validazione come “nuova donna”. Per tutta la vita, Hye-seok tenterà di negoziare questo concetto all’interno della società coreana.

Nata in una famiglia benestante durante l’occupazione giapponese della Corea, dimostrò il suo talento artistico sin dall’infanzia e studiò anche in Giappone dove, nel 1915, era la principale organizzatrice dell’associazione delle studenti coreane. Qui visse il suo primo amore con un compatriota studente universitario, scrittore e editore di una rivista letteraria; questa coppia intellettuale e ribelle divenne assai famosa fra i coetanei, ma nel 1916 Choe Sung-gu morì di tubercolosi e Hye-seok ebbe un crollo nervoso che per qualche tempo le impedì di proseguire gli studi. Nel 1919 la giovane partecipò alla sollevazione contro l’occupazione coloniale del 1° marzo (che oggi è il Giorno del Movimento per l’Indipendenza), fu arrestata e imprigionata. L’avvocato assunto dalla sua famiglia per tirarla fuori di galera, Kim Woo-young, sarebbe di lì a poco diventato suo marito. Il loro fu un matrimonio d’amore, il che era raro all’epoca in Corea, e non avrebbe dovuto divenire un impedimento alle ambizioni artistiche della giovane donna, ma se durante il primo anno da sposata Hye-seok fondò con altri un giornale letterario e nell’anno successivo, 1921, tenne la sua prima mostra di quadri – che era la prima mostra in assoluto nel paese per i dipinti di una donna – già nel 1923 aveva scritto “Riflessioni sul diventare madre” dove rimproverava aspramente il marito perché delegava per intero a lei la cura dei figli.

na hye-seok autoritratto

(Na Hye-seok, autoritratto)

Nel 1927, Na Hye-seok e suo marito andarono a stare per tre anni in Europa. Hye-seok si fermò a Parigi per studiare pittura mentre Kim Woo-young, che era diventato un diplomatico per conto giapponese, portava avanti i suoi affari altrove. A Parigi la donna incontrò un altro uomo coreano, Choi Rin, che era il leader della (oggi quasi scomparsa) fede Cheondo-gyo: nata dalle lotte contadine del secolo precedente era inestricabilmente legata all’attivismo politico, poiché dichiarava come suo scopo principale il creare un “paradiso” di armonia sociale sulla Terra. Non è chiaro che tipo di relazione i due abbiano avuto, poiché nel suo diario Hye-seok dà conto del tentativo di restare leale nonostante le frustrazioni e le umiliazioni che riceve dal matrimonio, ma è abbastanza chiacchierata da fornire al marito la scusa per bollarla come adultera e divorziare da lei nel 1931. Lo stesso anno il supposto amante Choi Rin dà alle stampe in Francia un articolo “piccante” (leggi “volgare e osceno”) sulla sua storia con Hye-seok e lei lo denuncia per diffamazione. Nonostante il divorzio le abbia addossato una reputazione da sgualdrina in Corea, dove è tornata, Hye-seok continua a dipingere e vince un premio speciale alla 10^ Mostra dell’Arte di Joseon.

Nel 1934 pubblica sulla rivista Samcheolli il saggio che sarà allo stesso tempo il suo testamento politico, la più chiara esposizione delle indegnità che le donne coreane subiscono fatta sino ad allora, una sfida rovente al sistema patriarcale, e la sua rovina. Si chiama “La mia dichiarazione sul divorzio” e in esso, tra l’altro, Hye-seok critica la repressione della sessualità femminile, attesta che il marito non era in grado di soddisfarla sessualmente e rifiutava di discuterne, propone “matrimoni di prova” ove le coppie vivono insieme prima di sposarsi effettivamente di modo da non cadere in unioni infelici come la sua.

A questo punto non solo la sua famiglia d’origine la abbandona del tutto, ma non riesce più a vendere quadri, racconti o articoli. I critici d’arte hanno finalmente l’occasione di disprezzarne i dipinti come “scimmiottamenti dell’arte occidentale” e dichiarano il suo impegno artistico la squallida facciata con cui una donna dissoluta ha tentato di coprire la propria lussuria. Na Hye-seok vivrà gli ultimi anni grazie alla carità dei monasteri buddisti, ma non abbandonerà uno solo dei suoi convincimenti sui diritti e la libertà delle donne sino alla morte. Maria G. Di Rienzo

P.S. Oggi, 8 aprile, è l’anniversario del giorno in cui la prima persona coreana (non la prima femmina, la prima in assoluto) è andata nello spazio a bordo della Soyuz TMA-12, con due cosmonauti russi. Ascolta, Hye-seok, era il 2008 e questa tua connazionale si chiama Yi So-yeon e ha operato esperimenti scientifici a bordo della navicella. Lo deve anche a te. Non smettere di ispirarci.

Yi So-yeon

Read Full Post »

Cecilia Payne

Cecilia Payne-Gaposchkin (1900 – 1979), in immagine, è l’astronoma e astrofisica che ha scoperto di cos’è fatto il sole, idrogeno e elio (all’epoca si credeva fosse composto da elementi pesanti). Lo ha fatto a 25 anni, questa sfacciata, come se essere una donna non fosse già abbastanza…

Il suo nome dovrebbe essere arcinoto, almeno quanto quello di Galileo o di Einstein, giacché tutti i moderni testi di scienza riconoscono i suoi risultati ma – poiché viviamo nell’era in cui “comandano le donne e cosa accidenti vogliono ancora” – pochi fanno lo sforzo di riconoscere anche chi questi risultati ha ottenuto.

Cecilia, nata in Gran Bretagna, era andata all’università per studiare botanica. Per caso, partecipò a una lezione tenuta da un noto fisico, Arthur Eddington, e la trovò così appassionante da cambiare piano: si spostò negli Stati Uniti per frequentare Harvard, dove poi si svolse il resto della sua carriera. Durante un viaggio in Europa, nel 1933, incontrò Sergei I. Gaposchkin che sposò l’anno successivo e con cui ebbe tre figli, Edward, Katherine e Peter.

La tesi che presentò appunto a 25 anni, per ottenere il dottorato di ricerca, fu definita “la più brillante mai presentata nel campo dell’astronomia”. Henry Norris Russell, all’epoca il maggiore esperto dello spettro stellare, scartò la tesi di Cecilia come “impossibile”: quattro anni più tardi, però, pubblicò un lavoro in cui giungeva alle medesime conclusioni, presentandole come proprie. Nel 1976, fra i vari altri premi conseguiti durante la sua carriera, Cecilia ne ricevette uno dalla Società Astronomica Americana che porta proprio il nome di Henry Norris Russell. Non sappiamo se si sia fatta una risata, considerando anche che ad Harvard aveva lavorato 11 anni, dal 1927, come “assistente tecnica” del direttore dell’osservatorio Harlow Stapley, guadagnando pochissimo e meditando di andarsene poiché tale posizione non era neppure ufficiale: il titolo di “astronoma” le fu riconosciuto solo nel 1938.

Nel 1956 divenne la prima donna docente di ruolo all’università di Harvard, nonché la prima donna a capo di una facoltà. Oltre al sole, Cecilia studiò le stelle variabili, fotografandone più di un milione assieme alla sua squadra; inoltre, diede alle stampe cinque testi di astronomia e astrofisica, più un’autobiografia nell’anno della sua morte.

Accettando il premio di cui ho parlato prima, ebbe a dire: “La ricompensa di una giovane scienziata è l’euforia emotiva dell’essere la prima persona nella storia del mondo a vedere qualcosa o a comprendere qualcosa. Nulla può essere paragonato a tale esperienza… La ricompensa di un’anziana scienziata è il senso dell’aver visto una vaga bozza crescere sino a divenire un magistrale paesaggio.” Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“Polish MEP insists ‘women must earn less’ in sexist tirade” – Euro News, 2 marzo 2017, autore/autrice non citato/a. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il politico conservatore polacco Janusz Korwin-Mikke ha inorridito il Parlamento europeo durante un dibattito sul divario salariale di genere in Europa, quando ha insistito nel dire che “le donne devono guadagnare di meno perché sono più deboli, sono più piccole, sono meno intelligenti. Devono guadagnare meno. Ecco tutto.”

Korwin-Mikke ha fornito una “prova” molto strana a sostegno delle sue affermazioni chiedendo: “Sapete quante donne ci sono nei primi cento scacchisti?” E si è risposto da solo con “Ve lo dico io: nessuna.” La grande maestra scacchista ungherese Judit Polgár, ora in pensione, potrebbe aver qualcosa da dire su tale frase. (Ndt. – Si tratta della donna che nel 1993 sconfisse l’ex campione mondiale Boris Spassky.)

I commenti del 74enne Korwin-Mikke hanno fatto restare i presenti senza fiato dall’incredulità, prima che la deputata spagnola Iratxe Garcia-Perez (Ndt. – in immagine dopo questo paragrafo) prendesse parola per fustigarlo: “Secondo la sua opinione, io non avrei il diritto di essere qui come membro del Parlamento. – ha detto – E so che le fa male e la disturba che oggi le donne possano sedere alla Camera per rappresentare i cittadini avendone lo stesso diritto che ha lei. Io sono qui per difendere tutte le donne europee da gente come lei.”

iratxe-garcia-perez

Sebbene l’Unione Europea sia leader globale per l’eguaglianza di genere, la Commissione Europea dice che, al tasso attuale di progresso, ci vorranno altri 70 anni prima che le donne guadagnino quanto gli uomini. Le donne nell’UE sono anche sottorappresentate in politica ed è poco probabile che raggiungano posizioni in cui detengono potere economico.

Read Full Post »

(tratto da: “Where are all the women economists?”, di Frances Weetman – in immagine – per New Statesman, 3 febbraio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Il brano originale è un lungo estratto dal suo libro “Whose Model Is It Anyway? Why Economists Need to Face Up to Reality” – ed. Virago. Si tratta del primo testo vincitore di un premio ideato nell’ottobre 2015 dal quotidiano e dalla casa editrice inglesi, il “Women’s Prize for Politics and Economics”, che mira a individuare “nuove scrittrici nei campi che danno forma alle società e sono stati storicamente dominati dagli uomini”. Frances è laureata in scienze politiche ed economia, si dedica alla scrittura e alla produzione cinematografica.)

frances

L’economia ha un problema con le donne. Lo dico da donna che l’ha studiata, che ci ha lavorato e che ora ne scrive. Sono i dati a mostrarlo. In tutto il Regno Unito, solo un quarto degli studenti universitari in economia sono donne. Questa è circa la stessa proporzione che si trova nella docenza e nella ricerca in economia all’Università di Cambridge: per contrasto, le donne sono il 43% della facoltà di psicologia. Perché l’economia fallisce nell’attrarre le donne al modo in cui le attraggono altre scienze sociali?

Forse sono scoraggiate dall’unirsi al mondo dell’economia poiché quest’ultimo non sembra propenso a ricompensarle con prospettive di carriera. Secondo una ricerca del 2014, compiuta dalle economiste Donna K. Ginther e Shulamit Kahn che hanno lavorato con due psicologi – Stephen J. Ceci e Wendy M. Williams – se controlli la produttività (misurata con il numero di articoli di ricerca pubblicata) gli uomini e le donne hanno gli stessi risultati promozionali nella maggior parte dei campi accademici: ma non in economia. Lo studio descrive l’economia come “un’anomalia, con un persistente divario fra i sessi che non può essere spiegato da differenze produttive”.

Le economiste accademiche sono raramente ricompensate. Nel 2014, The Economist pubblicò una lista di figure influenti nel campo in cui non c’era una singola donna. Dei 76 premiati con il Nobel in economia, solo una è stata una donna: Elinor Ostrom, che ha vinto il premio nel 2009 per il suo lavoro nell’esaminare l’uso della cooperazione, della fiducia e dell’azione collettiva nel maneggio delle risorse e beni comuni. (…)

L’economia ha un problema più significativo del reclutamento. Non solo fatica ad attrarre le donne nei suoi dipartimenti accademici, ma quella del mainstream spesso fa riferimento a modelli che sono sessisti in modo inerente. L’Homo economicus disegna quella si suppone essere l’ideale forma di comportamento – un modello teorico usato per tentare di trovare risposte ai problemi economici. Ci sono molti difetti in tale modello. La gente reale, per esempio, non è esclusivamente devota al proprio interesse finanziario. E c’è una critica ancora più importante: l’Homo economicus è un uomo. (…) Ciò significa, in pratica, che tutta l’analisi economica è basata sulla credenza che uno schema di comportamento maschile sia in qualche modo la norma. Come l’economista di Cambridge Victoria Bateman ha scritto in un articolo pubblicato dal Guardian nel 2015: “Le domande a cui gli economisti cercano di rispondere (principalmente con la matematica, anziché con gli argomenti pratici in uso verso cui, la ricerca suggerisce, le donne sono attratte), le presunzioni standard che applicano lungo il percorso (e cioè che le persone siano prive di emozioni, libere ed egoiste), e le cose che scelgono di misurare riflettono tutte una visione stereotipata e maschile del guardare al mondo.”

L’economia vede il mondo attraverso un prisma maschile: sono analisi fatte da uomini, sugli uomini, per gli uomini. Per dispetto, io qualche volta mi riferisco all’economia come a una donna. Perché? Tutti gli uomini stanno cercando di farsela e per la maggior parte falliscono miseramente.

L’economia è interessata alla disparità di genere: il divario fra i salari di uomini e donne, per esempio. Tuttavia, gli economisti affrontano questa analisi in modo non sessista? L’economia neoclassica, in essenza, dichiara che il sessismo non esiste e non può esistere, almeno non a lungo termine. In parte ciò è dovuto al fatto che non vi sarebbero incentivi alle ditte per la discriminazione di genere, specialmente se le donne migliorano l’efficienza di un’azienda. In ogni caso, la presenza del divario salariale di genere dovrebbe spingere le ditte ad assumere più donne: se sono pagate meno degli uomini, costerà meno impiegarle di quanto costerebbe impiegare uomini. Perciò, dovremmo avere più donne assunte degli uomini. Con questa logica, l’economia neoclassica predice che le disparità di genere infine svaniranno nell’aria. E questo non è identico a dichiarare che qualcosa non esiste semplicemente perché non dovrebbe?

C’è un’amplissima documentazione che mostra come le donne guadagnino meno degli uomini e siano sottorappresentate in numerose industrie. Nel 2016, nel Regno Unito, il divario dei salari era stimato al 13,9%: per ogni sterlina guadagnata da una donna, un uomo ne guadagna 1,14. Però gli economisti neoclassici dicono a noi fragili, isterici tesorucci che dovremmo darci una calmata. State tranquille, tutti questi economisti maschi di successo hanno già risolto la faccenda. (…)

Differenza, sesso e sessualità sono soggetti raramente discussi in economia. Qualora lo siano, o l’analisi è trattata come eterodossa, o si dice che la discussione manca di rigore accademico. L’economia femminista esiste, ma come ricerca di minoranza che non porta premi alle sue accolite. Questo non è sorprendente: gli uomini sono i guardiani dell’economia. Dominano ogni comitato che decide quali siano le teorie da sostenere. L’economia mira a studiare il comportamento umano. E anche se molte donne sono casalinghe, ciò non rende le loro azioni economiche irrilevanti. Secondo un commentario di Forbes del 2015, le donne guidano dal 70 all’80% degli acquisti del consumatore (ciò che gli economisti chiamano “comprare cose reali”). Ciò si applica non solo alle borse e alle scarpe, ma alle industrie che sono pensate come “maschili”. Più della metà dei videogiochi sono venduti a donne maggiori di anni 18. Forbes si spinge a dire: “Se l’economia correlata al consumatore avesse un sesso, sarebbe femminile.”

L’economia ha ignorato le donne a danno di tutti. (…) Gli uomini dominano il settore finanziario quanto dominano l’economia accademica. La ricerca Morningstar del 2015 ha attestato che meno del 10% dei manager addetti al bilancio negli Usa erano donne. Hanno trovato solo il 4% di donne presidente nelle 500 principali compagnie quotate da Standard & Poor’s. Questo dominio degli uomini nel settore finanziario è stato dannoso? Io direi di sì. Uno studio del Peterson Institute ha analizzato nel 2016 22.000 ditte commerciali in 91 diversi paesi e ha concluso: “Il muoversi da nessuna leader donna a una rappresentazione femminile del 30% si traduce in un 15% netto di aumento del margine del fatturato.” E’ in parte per questa ragione che molte banche investitrici gestiscono programmi di accesso per le donne. Non lo fanno per essere carini: ne traggono beneficio economico. Tuttavia, questi programmi sono come l’appiccicare un cerotto su una gamba amputata nel tentativo di farla smettere di sanguinare. Le istituzioni finanziarie hanno difficoltà a mantenere nel settore le donne che vi entrano. Forse non aiuta che fra di loro i finanzieri le definiscano “gonnelle”. (…)

Non solo l’economia fatica ad attrarre le donne, ma scoraggia quelle che si interessano al soggetto. Quale che sia la moda attuale o la teoria in voga, ciò è definito dagli uomini – e quando gli economisti si concentrano esclusivamente sugli uomini trascurano le donne, persino quando le donne sono centrali a quelle parti di vita che stanno tentando di analizzare. Il sessismo deve finire. L’economia ha bisogno di accorgersi che più della metà della popolazione mondiale non è fatta a immagine dell’uomo.

Read Full Post »

(brano tratto da: “Intergenerational Resistance”, di Soraya Membreno per Bitch Media, 1° febbraio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Soraya Membreno è figlia di migranti nicaraguensi e vive negli Usa. E’ poeta, saggista ed editrice.)

il-posto-di-una-donna

(Il posto di una donna è nella rivoluzione)

Mia nonna ha compiuto 75 anni questo fine settimana. Le ho augurato buon compleanno al telefono mentre stava seduta nella sua cucina di Miami, con il resto della mia famiglia che parlava a voce alta sullo sfondo. Come accade con le nonne, la conversazione è caduta su di me molto velocemente. La nonna aveva sentito dire che avevo partecipato a proteste negli ultimi anni e ha chiesto se lo stavo facendo ancora. Io ho risposto di sì, preparandomi a sentire il discorso già fattomi da mia madre con crescente frequenza sulla sicurezza e le misure precauzionali.

Invece, ho avuto un risolino e uno scorcio inaspettato in una storia condivisa di cui ignoravo l’esistenza. “Quindi sarai una marciatrice anche tu, allora.”, disse, più l’attestazione di un dato di fatto che una domanda.

Non avevo mai sentito mia nonna pronunciare la parola “politica”, ma quel giorno mi narrò la storia della sua prima marcia. Era una studente all’Universidad Nacional Autonoma de Nicaragua (Università Nazionale Autonoma del Nicaragua – detta “la UNAN”), la prima università del paese ad ottenere l’autonomia del governo che, sino a quel momento aveva avuto totale giurisdizione su docenti, curriculum e bilancio. L’università ottenne tale indipendenza nel 1958, nel 22° anno del regime di Somoza che vide un dittatore arricchirsi a spese del resto della nazione. Dopo le elezioni chiaramente truccate del 1947 e con la vicina rivoluzione cubana che apriva la strada, il clima politico cominciò a cambiare.

La UNAN divenne l’epicentro del dissenso e l’origine delle dimostrazioni organizzate dagli studenti. Dopo poco meno di un anno, tuttavia, una protesta attirò l’attenzione della guardia nazionale che immediatamente entrò nel campo universitario, aprendo il fuoco contro quattro studenti. Mia nonna ricorda di essere stata al fianco di uno di essi, ricorda ancora come cadde sotto il peso del corpo di lui. Al telefono lo menziona solo di passaggio: devi capire, mi ha spiegato più tardi, che quello era solo il primo di molti cadaveri. La scintilla fu accesa quel giorno, ma il regime di Somoza non sarebbe stato rovesciato sino al 1979, dopo essere stato al potere per 43 anni. (…)

“Ho 75 anni, – mia nonna scrolla le spalle, calma e totalmente impassibile – ho visto di peggio. La cosa che devi ricordare è questa: se credi in quel che vuoi dire, devi trovare un modo di dirlo. La situazione non è peggiore di altre, è solo il tuo turno.”

Read Full Post »

Sì, io riderò a dispetto delle mie lacrime,

canterò canzoni ad alta voce nel mezzo delle mie sventure:

avrò speranza avendo contro tutte le probabilità.

Io vivrò! Andatevene, tristi pensieri!

(tratto da: “Contra Spem Spero” di Lesya Ukrainka, pseudonimo della poeta e drammaturga Larysa Petrivna Kosach-Kvitka, 1871 – 1913.)

lesya

In Ucraina è possibile vedere l’immagine di Lesya su cartamoneta e francobolli, resa in statue e dipinti e vi sono film e libri che narrano la sua vita. Lo pseudonimo – Lesya l’Ucraina – glielo diede sua madre, femminista e scrittrice, ed era in se stesso un atto radicale giacché identificarsi in tal maniera nella Russia imperiale e usare l’ucraino per poesie e pezzi teatrali bastava per essere condannati per tradimento e spediti in Siberia.

Lesya impara a scrivere a quattro anni. Crea a otto la prima poesia, “Speranza” per sua zia Olena che è stata appena arrestata per attività antizariste. Impara durante l’infanzia il russo, il tedesco, il polacco, il greco, il latino e l’inglese. Studia per diventare pianista professionista ma a dodici anni contrae la tubercolosi delle ossa che le impedisce di esercitarsi per lunghi periodi: ma scrivere può – ed è quello che fa. A diciassette anni, assieme al fratello, traduce in ucraino Shakespeare, Dickens e altri classici e ne dà letture private: altro atto “sovversivo” e proibito. L’anno successivo rischia la vita per contrabbandare a Kiev il suo primo libro di poesie, stampato nell’Impero austro-ungarico.

I genitori di Lesya cercarono in ogni modo di curare la sua malattia, portandola diverse volte in paesi esteri dove la giovane osservò con acutezza le differenti culture e specialmente come le donne erano trattate in esse. Tutto si riversò nei suoi lavori: femminismo, alienazione sociale, liberazione nazionale, solitudine. Nel 1903 tradusse in ucraino il “Manifesto del Partito Comunista”, il che condusse al suo arresto e a un periodo di prigionia. Nel tentativo di preservare la propria lingua proibita, Lesya raccolse per tutta la vita leggende e fiabe e canzoni popolari ucraine.

Sperò contro la speranza, come dice la sua poesia citata all’inizio. Nulla avrebbe potuto costringere alla resa un tale spirito. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: