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Posts Tagged ‘storia delle donne’

Her Healing Heart di Juli Cady Ryan

(senza titolo) – Izumi Shikibu (976 – 1033, approssimativamente) poeta e scrittrice giapponese.

Sebbene il vento

soffi in modo terribile qui,

la luce lunare pure filtra

tra le tegole del tetto

di questa casa in rovina.

Reading di poesia – Anna Swir (Anna Świrszczyńska, 1909 – 1984), poeta polacca.

Sono arrotolata a palla

come un cane

che ha freddo.

Chi mi dirà

perché sono nata,

perché questa mostruosità

chiamata vita.

Il telefono suona. Devo tenere

un reading di poesia.

Entro.

Un centinaio di persone, un centinaio di paia d’occhi.

Guardano, aspettano.

Io so cosa.

Si suppone che io dica loro

perché sono nati,

perché c’è

questa mostruosità chiamata vita.

Intera e di valore – Jennifer Williamson, poeta statunitense contemporanea.

Un miracolo si riconosce non solo dalla sua pienezza,

ma dalla sua vuotezza.

Anche un foglio di carta vuoto è un miracolo,

così come il cielo ha valore anche se

le stelle si nascondono.

(trad. Maria G. Di Rienzo)

E infine… un messaggio per il mondo intero: guarisci presto!

get well 2

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China 2009

“La Dabu, la matriarca che guida la famiglia Mosuo. Questo ruolo chiave è tenuto dalle donne più anziane fra i parenti. Lei è quella da cui discendono nome e proprietà, maneggia il danaro e organizza le cerimonie religiose.”

Credo sia una buona cosa il riuscire ancora a interessarsi di storia, arte, fotografia ecc. in questo momento così pieno di incertezza e sofferenza: il vostro interesse per “Grande cuori, mani forti” (28 febbraio u.s.) merita dunque una risposta.

Dove sono le altre società matriarcali? (Ovunque.) Sono tutte di antica origine? (No.) Raffigurano semplicemente l’oppressione di genere rovesciata? (Niente di più lontano dalla realtà.) Andate in miniera, allora, e poi vediamo (Questo è lo scemo di turno: adesso gli spiego tutto anche se è probabilmente inutile, così – in caso capisca qualcosa – almeno può uscire dalla garitta dove sta di vedetta contro l’invasione “femminazista” e andare a casa).

Il tratto comune a tutte le società matriarcali è che i figli/le figlie sono primariamente connessi alla madre: portano il suo nome e/o vivono nella casa del suo clan anche quando raggiungono l’età adulta. Spesso eredità e beni passano da madre a figlia. Molte società matriarcali sono agricole, laiche, costruite in modo orizzontale e non gerarchico, basate sull’eguaglianza di genere. In quelle ancora esistenti le donne giocano un ruolo centrale sul piano sociale, economico e (non sempre) politico.

La fotografa cecoslovacca-algerina Nadia Ferroukhi (le immagini qui presenti sono particolari di sue istantanee) ne ha girate parecchie e ha dato testimonianza delle sue esperienze qui:

http://nadia-ferroukhi.com/v4/sets/matriarcat/

Si tratta della serie “Nel Nome della Madre”, a cui ha dato un contributo significativo l’antropologa, etnologa e femminista francese Françoise Héritier (1933-2017).

Nadia ha vissuto con i Mosuo in Cina, i Tuareg in Algeria, i Minangkabau in Indonesia e i Navajo negli Usa – che sono le realtà di segno matriarcale più note, ma ha trovato società simili in Kenya, in Guinea-Bissau, nelle Comore, in Messico. Ritrarre le comunità in modo congruo e dettagliato non è stato facilissimo, spiega la fotografa: “La gente si aspetta da questo risultati spettacolari. Ma in effetti io ho fotografato la vita quotidiana.” Una vita quotidiana lontana dagli stereotipi e dai pregiudizi, in cui un’organizzazione sociale dà valore a ogni suo membro.

Riportare e tradurre tutto il lavoro di Nadia renderebbe questo articolo così lungo da divenire faticoso, perciò ho scelto degli “assaggi” che si accordano al mio incipit.

Comoros 2017

“Una giovane sposa sull’isola di Grande Comore. Dopo il matrimonio, il marito si trasferisce nella casa costruita per lei dalla sua famiglia, dove è considerato un ospite del clan matrilineare.”

NUOVO DI ZECCA:

E’ il villaggio di Tumai in Kenya, nato nel 2001 per fornire rifugio alle donne della tribù Samburu che erano state vittime di violenza domestica / violenza di genere. Simile a Umoja e a Jinwar

(https://lunanuvola.wordpress.com/2019/03/01/jinwar/) – la fondatrice Chili viene in effetti da Umoja – accoglie le divorziate, ha messo fuorilegge le mutilazioni genitali e non ammette gli uomini sopra i 16 anni d’età. Tumai è completamente autosufficiente. Tutte le decisioni sono prese per voto di maggioranza fra le donne, che allevano capre, costruiscono da sole le loro case, vanno a caccia se serve e tengono rituali sacri (allevamento a parte, le altre attività non sarebbero loro permesse in circostanze “normali”).

DIFFERENTI, NON SPECULARI:

Guinea-Bissau – “Lo stile di vita negli arcipelaghi, in particolare sull’isola di Canhabaque (3.500 persone) è stato scarsamente influenzato, quando per nulla del tutto, dalla civiltà moderna. Qui, le case sono di proprietà delle donne e sono gli uomini a trasferirsi dalle loro mogli. Sebbene il padre passi il suo cognome ai figli, è la madre che sceglie il primo nome ed è al suo clan che essi sono affiliati. L’isola è governata da una regina. C’è anche un re (che non è il marito della regina) ma il suo ruolo è limitato: è un semplice portavoce. Ogni villaggio è amministrato da un consiglio di donne, elette a vita.”

Messico – “Juchitán, una città di 78.000 abitanti nello stato messicano di Oaxaca è il luogo dove è nata la madre della pittrice Frida Kahlo. Durante i secoli, uomini e donne hanno sviluppato forme chiaramente identificate di autonomia. Le donne maneggiano il commercio, l’organizzazione di festival, la casa e la strada. Agricoltura, pesca e politica sono responsabilità degli uomini. Questo è uno dei pochi luoghi in Messico dove la lingua e i dialetti Zapotec sono ancora parlati. Usato negli scambi fra donne del vicinato e donne di passaggio, questo linguaggio ha costruito fra le donne una notevole solidarietà. Nome, casa e eredità si trasmettono in linea femminile. Perciò, la nascita di una figlia è fonte di grande gioia.”

Indonesia “La più grande società matrilineare al mondo, composta dai Minangkabau, si trova sulle colline della costa occidentale di Sumatra in Indonesia. Secondo il loro sistema sociale, tutte le proprietà ereditarie passano da madre a figlia. Il padre biologico non è tutore del bambino; è il mamak, il più anziano fra gli zii materni, ad assumere tale ruolo. Durante la cerimonia matrimoniale, la moglie va a prendere il marito nella casa di lui, accompagnata dalle donne della sua famiglia. L’adat, o “legge ordinaria”, determina una serie di regole tradizionali non scritte su questioni matrimoniali e proprietarie. In accordo a queste regole, qualora vi sia un divorzio il marito deve lasciare la casa e la donna mantiene la custodia dei figli e l’abitazione.”

QUESTE IN MINIERA CI VANNO GIA’:

Stati Uniti d’America – “La vita sociale della nazione Navajo è organizzata attorno alle donne, secondo un sistema matrilineare in cui titoli, nomi e proprietà si trasmettono in linea femminile. Quando una ragazza Navajo raggiunge la pubertà deve passare attraverso la Kinaaldá, una cerimonia di quattro giorni che segna il suo passaggio dall’infanzia all’età adulta. Questa cerimonia è collegata al mito Navajo della Donna Cangiante, la prima donna sulla Terra in grado di avere bambini. Nella riserva, le donne sono in genere più attive degli uomini. Non è insolito per loro tornare a studiare tardi durante le loro vite, persino dopo aver avuto figli.”

Usa 2011

Queste donne Navajo lavorano in una miniera di carbone, assicurandosi in tal modo totale indipendenza finanziaria.

Maria G. Di Rienzo

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E’ uscito “Big Heart, Strong Hands” – “Grande cuore, mani forti” della fotografa norvegese Anne Helene Gjelstad (35 sterline, 256 pagine, Dewi Lewis Publishing), che documenta vita quotidiana, azioni e visioni delle donne in quella che è considerata l’ultima società matriarcale in Europa.

Si tratta delle isole estoni Kihnu e Manija nel Mar Baltico, dove sono le anziane a curarsi di tutto quel che riguarda la terra e a prendere decisioni in merito, mentre gli uomini vanno per mare.

Anne Helene Gjelstad ha dedicato numerosi anni al progetto, che vede come il proprio “contributo a dar testimonianza di questa cultura unica e a preservarne il futuro”.

Due particolari delle sue fotografie e il testo relativo:

lohu hella

“Lohu Ella è una delle maestre artigiane più rispettate di Kihnu. Sempre pronta a dare una mano, amichevole e gentile, con un gran cuore e un sorriso amabile, è una delle donne con cui ho passato più tempo e ho fotografato di più. Da lei ho appreso la cultura dell’abbigliamento delle donne: come fanno i loro copricapi, come mettono le loro gonne speciali, cosa indossano per dormire e come tengono al sicuro i loro tesori. Lohu Ella sta costantemente creando qualcosa. Ha persino confezionato per me un bellissimo costume Kihnu.”

virve

“Järsumäe Virve ha sempre amato gli animali e tutte le creature viventi. Non sa quanti gatti ha di preciso e persino i gatti delle vicine vengono da lei per mangiare. Ha due cani e un cavallo che corrono liberi nella sua proprietà durante la stagione calda. Quando diventammo amiche aveva anche due capre e le piaceva bere direttamente dal recipiente subito dopo averle munte. Mi spiegò quanto era salutare farlo e gentilmente condivise con me il latte tiepido.”

Maria G. Di Rienzo

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amanirenas 2

Amanirenas (o Amanirena) fu regina – qore e kandake, “re” ed “erede matrilineare” – del Kush dal 40 al 10 BCE.

E’ solo una delle mille e mille figure femminili storiche sepolte da un metodo per cui se non corrispondono a uno stereotipo patriarcale è meglio non parlarne affatto. Questa poi, oltre a essere una guerriera, era pure cieca da un occhio!

Jason Porath – https://www.rejectedprincesses.com/ – racconta di lei così (l’illustrazione sottostante è sua):

“Molto tempo fa, quando Roma aveva messo gli occhi sul sud, una regina con un occhio solo combatté così fieramente che Roma non andò mai più oltre l’Egitto.

Il suo nome era Amanirenas.

Questa è la sua storia, e la storia di una testa famosa decapitata.

amanirenas

La vicenda inizia con la sconfitta di Cleopatra e Marcantonio per mano di Augusto.

Dopo aver annesso l’Egitto, Augusto e i suoi si ripromisero di spingersi ancora più a sud.

Ciò significa che la prossima nazione era quella di Amanirenas, regina del regno di Kush, in quello che oggi è il Sudan.

Florido quanto l’Egitto, Kush era tuttavia molto più piccolo dell’Impero Romano. Ad ogni modo, mentre Roma era distratta altrove, Kush colpì per primo.

Il marito di Amanirenas morì durante le prime battaglie, lasciando lei e il figlio a continuare la lotta.

Kush conquistò due grandi città romane, prese prigionieri ed espanse i confini del regno.

Come sberleffo finale, i Kushiti decapitarono numerose statue di Augusto.

Augusto non ne fu divertito. Roma reclamò le sue città, invase il Kush, distrusse la sua antica capitale e vendette migliaia di persone come schiave. Sembrava che Kush fosse stato messo in ginocchio. Non era così.

Amanirenas contrattaccò velocemente e ripetutamente, in apparenza usando alcune terrificanti tattiche di guerra.

Un’incisione mostra Amanirenas con due spade, mentre dà da mangiare prigionieri al suo leone domestico. Altre registrazioni descrivono l’uso di elefanti da guerra contro i nemici.

kandake

Dopo non molto, Roma acconsentì a un trattato di pace permanente (Ndt.: senza tributi o altre condizioni). Combinando resistenza ambientale e resistenza armata, Kush si dimostrò troppo difficile perché Roma continuasse a combattere.

Non conosciamo le opinioni di Kush sulla guerra. Sino a oggi, nessuno è riuscito a tradurre i loro geroglifici.

Kush scomparve 400 anni dopo, lasciando rovine che non furono oggetto di studio sino al 1900.

Come un tempio riscavato nel 1914. Gli archeologi furono sconvolti dal ritrovamento della testa di una statua di Augusto, il reperto di quel tipo meglio preservato che fosse sino allora sopravvissuto.

Stava sotto il piede di un governante kushita.”

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(“I am not old”, di Samantha Reynolds, poeta canadese contemporanea. Samantha – che ha anche fondato la casa editrice Echo Memoirs – ispirò migliaia di persone a esplorare la propria vita tramite la poesia nel 2011, anno di nascita del suo primo figlio, grazie all’apertura di un blog in cui si impegnò a scrivere una poesia al giorno sino a che il bimbo non avesse compiuto un anno: “Bentility—The Art of Noticing Your Life” è ricordato ancor oggi come una “internet sensation”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

figurine

(Figurina in pietra ritrovata nel 2016 a Catalhoyuk in Turchia, datata 8.000 anni.)

NON SONO VECCHIA

Non sono vecchia, ha detto

Sono rara

Sono l’ovazione in piedi

alla fine dello spettacolo

Sono la retrospettiva

della mia vita

come arte

Sono le ore

collegate come puntini

dentro il buonsenso

Sono la pienezza

dell’esistere

Voi pensate che io stia aspettando di morire

ma io aspetto di essere scoperta

Io sono un tesoro

Io sono una mappa

queste rughe sono le tracce

del mio viaggio

Chiedetemi

qualsiasi cosa.

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feminism - monica garwood

(“Femminismo”, dipinto di Monica Garwood)

Gentile sig.a Francesca Sofia Novello, sono ormai venti giorni che la “vipperia” mediatica italiana ripete “la frase accusata di sessismo (che la riguarda) è stata fraintesa”, compreso chi l’ha proferita; venti giorni di battute stantie da parte di Fiorello (fate un passo avanti e lasciate stare Sanremo – perché sa, dipende solo da noi diventare presidenti di repubblica: non è che una composizione di votanti 30 f / 70 m – quando va bene – abbia peso, Amadeus sei diventato un mostro, Amadeus mi ha voluto perché sono bello, ecc.); venti giorni di “difese” del presentatore e di lei stessa da non si sa cosa, vuote di argomentazioni sensate e condite da una colata di ingiurie velate o esplicite a chi si è permesso di dire “questo scenario non mi sta bene”.

Anche lei ha reiterato più volte di non essere offesa, che il presentatore non è stato capito nel mentre capiva benissimo lei, che è stata semplicemente lodata perché vuole brillare di luce propria, eccetera. E in molte hanno spiegato, a lei e agli indignati e frementi vip, che la cosa andava oltre la sua persona e che la reazione era dovuta al desiderio di un cambiamento della rappresentazione femminile nella televisione pubblica: pagata anche dalle donne, che quindi pagano anche i compensi astronomici conferiti a conduttori e cantanti e figuranti della kermesse in questione – anche il suo.

Adesso esce la sua intervista rilasciata a Vanity Fair ove oltre a ripetere tutta la manfrina summenzionata lei dichiara:

“Sono stanca che molte donne parlino per me: perché nessuna donna che era lì in conferenza si è sentita offesa e tutte quelle hanno ascoltato da fuori sì? La verità è che ho smesso di farmi domande quando sui social venivo insultata e criticata proprio dalle donne, le prime che esaltavano il femminismo e parlavano di solidarietà e del bisogno di essere tutte vicine in una battaglia. Leggere commenti così cattivi e così frustrati mi ha fatto male. (…) Quello che non si dice è che questo femminismo, in merito a questa faccenda, io l’ho sentito cattivo, completamente in contraddizione con quello che professa. In queste settimane sono stata bullizzata sui social dalle donne, molto spesso madri di famiglia, in un modo che neanche s’immagina. Allora mi chiedo: è questo il femminismo di cui andare fiere?”

Che sui social media si scatenino senza freno idioti e maleducati di tutti i tipi e di ambo i sessi non mi sorprende (per quanto mi disturbi e mi dispiaccia, caso suo compreso), ma naturalmente qui il bersaglio deve spostarsi per guadagnare titoli e citazioni dell’intervista e nuovi articoli e non riguarda più le azioni di cui singole persone sono responsabili, ma un soggetto di cui lei sembra non sapere nulla: il femminismo, che infatti descrive accordandosi alla vulgata in auge – è cattivo, contraddittorio e professato da donne frustrate, niente di cui andar fiere.

Secondo lei questo “non si dice”? A me non risulta, perché leggo / sento cose identiche quotidianamente da quando avevo 14 anni (e da allora sono passate ere geologiche, era il 1973) e mi calpestavano o mi trascinavano in centrali di polizia durante le manifestazioni pro diritti delle donne. Il nostro impegno ha ottenuto diverse cose che sono andate a beneficio di tutte le donne, lei compresa, e il nostro impegno non è mai cessato ed è costante perché sessismo, discriminazione e violenza correlata sono vivi e vegeti: provi a fare una ricerca in merito alla biblioteca universitaria, visto che studia Giurisprudenza, perché oltre a non parlare per lei io non intendo posare da sua insegnante.

Non ho ne’ tempo ne’ voglia neppure per la “difesa non richiesta dalla modella 26enne”, difatti tutto quel che ho scritto a proposito della sua persona è che se a lei il quadro dipinto da Amadeus stava bene la cosa era del tutto legittima e non discutibile ne’ da me ne’ da altre/i.

La sua intervista include anche questi passi:

1. “Mi fa male quando si limitano a giudicarmi solo esteriormente ignorando completamente che dentro di me c’è tanto altro. Se mi conoscessero scoprirebbero che ho qualcosa da dire, che ho un cervello e delle idee (…)”

Lo capisco, tuttavia la professione che lei ha scelto consiste proprio nell’essere “giudicata solo esteriormente”: le modelle sfilano in passerella, posano per servizi fotografici, salgono sui palcoscenici attorniando l’uomo importante di turno (presentatore o stilista) e sorridono. Conoscerle di persona per sapere chi sono accade di rado e comunque non è richiesto dal mestiere. Certamente come ogni essere umano lei ha un cervello e delle idee, comprese quelle assai fuori contesto sul femminismo, e dubito che qualcuna/o lo abbia negato.

2. “Da quando dire che una donna è bella significa dire che è scema? (…) Perché una frase porta a tutto questo putiferio e non si affronta con la stessa energia la questione delle donne che vengono picchiate e discriminate in Italia e nel mondo tutti i giorni?”

La menata della “bella e scema” non l’ha creata il femminismo, sig.a Novello, è uno dei tanti stereotipi della misoginia patriarcale gettati addosso alle donne, proprio come quello della femminista brutta, feroce e frustrata. Conoscere le donne ai sessisti non interessa un fico secco: sono belle o non sono belle, sono scopabili o no, ma restano creature inferiori che possono “essere picchiate e discriminate in Italia e nel mondo tutti i giorni”.

La nostra energia nell’affrontare la questione, che con l’imposizione alle donne dei canoni di bellezza e comportamento purtroppo ha molto a che fare, come le ho già detto è costante, diffusa e tenace: siamo noi a tenere in piedi le reti antiviolenza, siamo noi a scendere in piazza, siamo noi a fare richieste alla politica, siamo noi a fare pressione in sedi internazionali, siamo presenti in pratica ovunque con associazioni o gruppi di lavoro e siamo noi quelle che cercano di cambiare il modello culturale in cui la violenza di genere nasce e prospera. Per cui, noi abbiamo contestato quello stesso modello riproposto nella conferenza stampa a cui lei ha partecipato.

Ma se lei la nostra energia la misura da quel che ne appare in tv o sui quotidiani del mainstream ovviamente non sarà in grado di individuarla e valutarla. Il lavoro del femminismo non ottiene la stessa attenzione del suo fidanzato, di Sanremo e delle modelle. Figuriamoci.

Maria G. Di Rienzo

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25 gennaio u.s, La Stampa:

“Una valanga di critiche, uno tsunami impossibile da placare. Accuse di sessismo e addirittura di incitamento al femminicidio. Urla social, petizioni, grida di censura. Una sorta di isteria collettiva che è andata decisamente oltre. Dopo giorni e giorni di polemiche, finalmente, arriva la risposta di Junior Cally, che pubblica una serie di storie su Instagram. Messaggi scritti su uno sfondo nero. Poche parole, ma precise.”

Sembra la dichiarazione di un fan club, ma è in effetti quel che pubblica un quotidiano a tiratura nazionale, deciso a rimettere al loro posto “politici, opinionisti, femministe, tuttologi del web (e non solo)” ovviamente ignoranti di cosa sia il rap e presi da insopportabile “isteria collettiva” – manco fossimo a Salem nel 1692.

Finalmente, LUI, SUA ALTEZZA (“Il Principe – Meglio essere temuto che amato”, titolo del suo parto letterario) con poche e precise parole chiude autorevolmente ogni polemica:

1. – “Quello che accade è che moltissime persone si sono sentite offese da alcuni testi da me composti in passato e dalle immagini che li hanno accompagnati. Ho provato a spiegare che era un altro periodo della mia vita e che il rap ha un linguaggio descrittivo nel bene e nel male e rappresenta la cruda realtà come fosse un film.”

Cioè “voglio la botte piena e la moglie ubriaca”, perché delle due l’una: o le parole e le immagini contestate sono meramente il linguaggio del rap che descrive la “cruda realtà” e devono essere accettate per tali, o sono il frutto di un periodo anteriore da cui il loro autore si dissocia. Inoltre: gli strumenti artistici non definiscono la direzione del contenuto di un’opera. Un film può raccontare il medesimo episodio guardandolo da diversissimi punti di vista (politico, sociale, personale, ecc.) e fornendo su di esso le più disparate opinioni. Persino la scelta delle angolature di ripresa può suggerire glorificazione o condanna e persino un documentario non può essere totalmente neutro.

A dire cos’è il rap non è il contenuto, ma la forma: parlato ritmico e rime, la cui struttura metrica è enfatizzata, che si accordano al battito della musica di accompagnamento. Ovviamente ha una storia, se ne possono tracciare origini africane abbastanza antiche, e per un certo periodo (anni ’80/’90, ora meno) ha rivestito un’importanza particolare per la comunità marginalizzata afroamericana – soprattutto per gli uomini di detta comunità – e questo ha fatto sì che determinati contenuti fossero ripetuti e prevalenti.

Ciò detto, di rapper donne ce n’è una marea e di questa marea un’alta ondata è stata ed è femminista, dalla pioniera MC Lyte a Yo-Yo (denuncia del sessismo nell’ambiente musicale), da Ana Tijoux

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/06/03/antipatriarca/

a Malka Red (inni per locali gay, pezzi sull’empowerment femminile, satira dei ruoli di genere), eccetera. La “cruda realtà” queste donne la raccontano con lo stesso tipo di musica, ma con risultati assai differenti, il che azzera l’argomentazione del Principe.

2. – “Trovo insopportabile la sola idea della violenza contro le donne, in ogni sua forma. Mia mamma Flora è la persona più importante della mia vita e da qualche mese c’è Valentina al mio fianco: siamo complici, amici, ci amiamo e ci rispettiamo. Questa è la mia vita e questo spero sarà il mio Sanremo.”

Amadeus ha subito apprezzato: non aveva dubbi sul pensiero del rapper, ha detto, e si capisce perché è in pratica il pensiero suo ringiovanito di un trentennio. A “provare” che tu rigetti la violenza di genere, quando hai meno di trent’anni, è il fatto che ami la tua mamma e la tua compagna; quando vai per i 58 a testimoniare per te sono mamma, moglie e figlia. L’idea è talmente peregrina che avrei voglia di compilare una lista di assassini / stupratori / picchiatori che hanno detto le stesse cose, ma penso che i compiti l’autrice sdraiata a tappeto dell’articolo sunnominato debba farli da sola. Mi limito a girarle le “poche e precise parole” della senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione Femminicidio: “Dal rapper Junior Cally sono arrivate parole di circostanza, del tutto insufficienti. Da Sanremo, dopo ciò che è accaduto a partire dalla indimenticabile conferenza stampa di presentazione, serve una risposta chiara e coraggiosa. Dai vertici Rai, azienda di servizio pubblico, così come da Amadeus, che ha detto di apprezzare la nota del rapper, servono gesti concreti. Altrimenti verrà sdoganata l’idea che sulle donne e sulla violenza di genere si possa pensare o peggio dire qualunque cosa purché pronti subito dopo a dirsi dispiaciuti o a rivendicare licenze artistiche“.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Translation and the Family of Things”, di Crystal Hana Kim, giovane scrittrice contemporanea, per Guernica, 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

earth and sky di kathleen marver

Alle letture del mio primo romanzo, “If You Leave Me”, la gente mi ha spesso chiesto se i miei genitori erano orgogliosi di avere una scrittrice in famiglia. Ma io non ero l’unica scrittrice. Il mio posto è stato creato dalle donne che sono venute prima di me. Mia madre cominciò a scrivere poesie in coreano quando io mi stavo diplomando. Sono stata connessa al linguaggio da lei – e anche da sua madre.

Mia nonna è sempre stata una narratrice, ma era anche una donna che aveva vissuto la colonizzazione giapponese e la guerra di Corea e che non aveva mai ricevuto un’istruzione superiore. Pensava che nessuno a parte i suoi figli e i figli di costoro avrebbe desiderato ascoltare le sue storie.

Quando aveva 17 anni fu costretta ad accettare un matrimonio da una suocera che le aveva promesso un’istruzione, solo per rimangiarsi tutto al termine della cerimonia. Alla morte del primo marito rimase con un bimbo e senza un soldo. Quando implorò la sua stessa madre di tenerle il bambino così che potesse frequentare un corso per parrucchiere, fu respinta.

Questi aneddoti hanno riempito la mia infanzia. Non mi sono mai scocciata con lei nel modo in cui mi scocciavo con i miei genitori. Forse era perché siamo separate da una generazione o forse, dato che lei parla solo coreano, ho accettato il fardello della traduzione. E poi, nel maggio del 2019, la mia nonna 84enne ha pubblicato le sue prime poesie in Corea.

Due anni prima, la mia nonna si era iscritta a corsi per cittadini anziani a Hoengseong, dove vive. Si è unita a un coro, a un gruppo di suonatori d’armonica e a una classe in cui si insegna poesia. Ha cominciato a scrivere i suoi versi nel centro comunitario locale. L’insegnante, impressionata dalla qualità del suo lavoro, ha inviato le poesie a un giornale letterario. Tre sono state scelte per la pubblicazione, sorprendendo noi tutti. “Nel crepuscolo della mia vita, ho ricevuto un regalo meraviglioso.”, mi disse mia nonna.

Mia zia mi spedì la rivista letteraria non appena uscì. Ho accarezzato la copertina color verde sbiadito e poi ho trovato le poesie di mia nonna all’interno. Le ho lette una volta, due, tre. Non capivo. Quando mia nonna ed io parlavamo, stavamo sullo stesso terreno: salute, cibo, il nostro affetto reciproco, i suoi malanni. Mi ha raccontato ripetutamente le stesse storie piene di pathos. Ma le poesie erano imagiste (1), liriche e piene di metafore. Rivelavano un intelletto e un’immaginazione che non avevo mai considerato. Mi sentivo imbarazzata dalla mia stessa miopia.

Copiai le poesie della nonna in un documento Word e restai a fissare le parole. Avrei tradotto quei versi, sino a che avessi capito. Volevo che il linguaggio mi collegasse alla mia famiglia, anziché agire come una barriera. Volevo comprendere pienamente quanto poco sapevo, con che superficialità avevo immaginato le menti di mia madre e di mia nonna.

Più tentavo di tradurre le poesie, più diventavo intimidita. Volevo essere precisa e rigorosa, ma inerente alla traduzione è l’interpretazione, l’agire proprio del traduttore. Mi preoccupavo. Dovevo aderire alle parole o ai ritmi, ai suoni o ai significati? La poesia doveva risultare facile nella lingua della traduzione, o doveva conservare alcune delle indicazioni sintattiche dell’originale? (…)

Sorprendentemente, mentre lavoravo da sola alle strofe nei giorni seguenti, scoprii che mi piacevano di più quando le parole non si concatenavano chiaramente l’una con l’altra. Lo spazio sfocato tra le lingue dava la sensazione di un’apertura. Alla fine, tradussi i versi di mia nonna come:

Porta un passo al successivo, dalla Terra al Cielo,

intreccia la scala vermiglia di luce dell’autunno,

così che noi si possa testimoniare per sempre.

Vermiglia. Testimoniare. Ho fatto queste scelte basandomi sul suono, il ritmo e il tono. Ma ho anche considerato quel che sapevo di mia nonna. Lei parlava della morte ossessivamente. Ma cos’altro potrebbe riempire i tuoi pensieri se tu avessi attraversato la fame, la colonizzazione, la guerra, la povertà? Questo è il suo modo di esercitare controllo su ciò che è incontrollabile. Ma quando parla a me del morire lo fa in termini semplici: che tipo di ritratto funebre vuole, come dev’essere vestita nella bara, io che dovrei avere figli perché lei morirà presto. Pratica, utilitarista. Ma nella poesia la sua ossessione si trasforma. C’è un certo splendore nel considerare il passaggio della morte come una scala di luce vermiglia.

(1) da Imagismo, corrente letteraria dell’inizio del Novecento con centro a Londra e diffusione in Irlanda e Usa, dichiarava la necessità di immediatezza e concisione nel linguaggio poetico. Inusuale per l’epoca, le maggiori figure imagiste erano donne.

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the wishing well di kathy kehoe bambeck

E’ passato un quarto di secolo dalla “Quarta conferenza mondiale sulle Donne: azione per l’eguaglianza, lo sviluppo e la pace” delle Nazioni Unite, da cui uscì la nota Piattaforma di Pechino firmata da 189 Paesi. All’epoca mi era stato commissionato un articolo al proposito, per cui il mio primo ricordo di quel settembre 1995 è uno scassato telefono viola in cui riverso domande in inglese, fra mille disturbi sulla linea, a una gentile delegata che si trova in Cina. Il risultato finale della Conferenza consentì un minimo di entusiasmo, potendo essere riassunto così: “L’avanzamento delle donne e il raggiungimento dell’eguaglianza fra donne e uomini sono materia di diritti umani e condizione per la giustizia sociale e non dovrebbero essere visti come un’istanza isolata delle donne. L’empowerment delle donne e l’eguaglianza fra donne e uomini sono prerequisiti per raggiungere sicurezza politica, sociale, economica, culturale e ambientale fra tutti i popoli.”

Gli impegni presi e sottoscritti nella dichiarazione di chiusura includevano l’eliminare la violenza contro le donne, l’assicurare a tutte le donne l’accesso alla pianificazione familiare e alla cura della salute riproduttiva, il rimuovere le barriere alla partecipazione delle donne ai processi decisionali, il fornire alle donne impieghi decenti e salario uguale per uguale lavoro. Il documento chiedeva anche ai governi di affrontate l’impatto della degradazione ambientale sulle donne e di ascoltare le donne indigene in ogni materia relativa allo sviluppo sostenibile, di riconoscere lo sproporzionato fardello posto sulle donne dal lavoro non pagato di cura e di impegnarsi per una migliore rappresentazione delle donne nei media.

Venticinque anni dopo, nessuna nazione ha tenuto completamente fede alle promesse. Ci sono stati miglioramenti e progressi, ma viviamo ancora in un mondo in cui una donna su tre subisce violenza fisica e/o sessuale durante la sua vita, in cui le donne sono pagate meno degli uomini pur svolgendo le stesse mansioni lavorative e centinaia di migliaia di donne muoiono ancora ogni anno per complicazioni relative alla gravidanza e al parto collegate allo scarso o inesistente accesso a risorse e strutture, eccetera, eccetera. Inoltre, in molte zone del pianeta i diritti umani delle donne hanno fatto o stanno facendo passi indietro: l’avanzamento di destre, partiti religiosi fondamentalisti, movimenti sovranisti / populisti coincide ovunque con un peggioramento dello status femminile.

L’inerzia o la vera e propria misoginia della politica si intrecciano al vissuto sociale e il 2019, in Italia, va al suo termine con notizie di questo tipo:

30 dicembre 2019: “Feriva la compagna con i coltelli come il suo idolo Joker: arrestato 38enne romano – L’uomo, benestante residente nella Capitale, da alcune settimane soggiornava in strutture ricettive dei Castelli. Una sera di 20 giorni fa, i militari sono dovuti intervenire in un locale di Nemi dove il 38enne era andato in escandescenza e aveva iniziato a picchiare la compagna, la 40enne con cui aveva una relazione da qualche mese. (…) Appassionato di coltellini da caccia che usava con la stessa disinvoltura del suo idolo, spesso la minacciava di colpirla e le procurava tagli sulle gambe.”

Sorelle (e fratelli alleati), non aspettate il cambiamento e continuate a crearlo, perché il cambiamento siete voi. Siamo noi. Affido questo al pozzo dei desideri. Vi voglio bene e ogni bene vi auguro per il prossimo anno.

Maria G. Di Rienzo

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(“Persefone in Inverno”, di Robin Hyde (1906 – 1939), pseudonimo di Iris Wilkinson, poeta e giornalista neozelandese, trad. Maria G. Di Rienzo.)

sleeping

Persefone d’inverno

giacque immobile, ne’ si diede pensiero

delle impetuose crescenti onde di fiori

che la sua gioventù inquieta aveva recato.

Intrappolata al di là del tocco di sofferenza o tristezza,

imprigionata fra alte mura di acquamarina,

lei si assopì… la regina di Plutone.

I conigli dai denti affilati scavarono verso il basso

per trovare la fanciulla giunchiglia

che avevano visto danzare nella loro città di collinette

con le braccia nude cariche di boccioli;

con occhi spaventati, i cercatori si arrampicarono

di nuovo a piluccare erba,

narrando di come l’Eburnea dormisse,

troppo ferma, troppo fredda per gli uomini.

Solo il serpente, il cui pensiero arriva gelido

da antichi occhi di gioiello,

in cerchi variegati di verde e oro

scivola attorno a lei come una cintura.

Solo il furtivo suono da corda di liuto

delle titubanti acque sotterranee,

solo le gocce d’acqua di un blu ghiacciato

sono segrete come le sue labbra.

solstice rocks

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