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Posts Tagged ‘figlie’

(“As a man with no daughters, here are my views on feminism”, di Jonn Elledge per New Statesman, 11 ottobre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Quando leggo storie su molestie sessuali, la cultura dello stupro o il mansplaining (1), mi sento completamente e decisamente indifferente. C’è una ragione per questo. Io – a differenza degli uomini che dichiarano a voce alta di deplorare il sessismo perché sono padri di figlie – non ho figlie. Come uomo senza figlie, sono del tutto incapace di provare dell’empatia verso qualsiasi donna.

Non è che le donne non abbiano avuto un ruolo nella mia vita. Una delle mie maggiore influenze formative è stata mia madre, la quale non solo mi ha nutrito e vestito, ma si è spinta al punto di crescermi nel suo grembo e persino mi ha partorito. Io ho sempre apprezzato la gentilezza che lei mi ha mostrato, in larga parte perché non avrei mai desiderato passare la mia infanzia affamato e nudo, o non essere nato del tutto. Grazie, madre, per avermi sfornato. Sei stata di grande aiuto.

Oggi molti dei miei colleghi sono pure donne: molte hanno un lavoro nonostante siano donne. Non è grandioso? Io devo ancora imparare a distinguerle l’una dall’altra – penso che una di esse potrebbe essere bionda – ma la cosa importante è che le riconosco come persone con cui lavoro, alle quali inoltre capita di essere donne. Facciamo loro un bell’applauso.

Forse, la mia più grande ragione nel comprendere che alcuni esseri umani sono donne è che la mia stessa moglie lo è: allo stesso tempo essere umano e donna. Sì! Io, un uomo, sono in effetti sposato con una donna. Perciò, lo capirete, l’idea che io in qualche modo possa essere sessista è ridicola. Cosa potrebbe esserci di più femminista dell’essere sposato a una femmina vivente e respirante?

Pur essendo conscio di tutte queste donne ed essendo qualche volta abbastanza valoroso da parlare con loro, mi trovo a essere incapace di provare empatia verso le donne come classe. Non sono del tutto sicuro, infatti, che esistano sul serio. Io sono certo di esistere perché so che posso provare emozioni, come gioia e dolore e la linea della metropolitana di Piccadilly.

Ma le donne provano emozioni proprie? Come possiamo saperlo? Come può veramente saperlo, qualcuno di noi?

Sono umane, poi, le donne? E se lo sono, perché Katy Arbour è stata così stronza con me in cortile, quella volta che le ho chiesto di uscire insieme nel 1994? Perché ha fatto ridere tutti sui miei capelli?

Presto ci sarà la guerra. Milioni bruceranno. Milioni periranno di malattia e miseria. Perché una singola morte dovrebbe avere importanza, al confronto di tante?

Nel mentre non provo al momento empatia per le donne, credo ciò potrebbe cambiare se dovessi produrre della mia progenie. Questo perché mia figlia non sarebbe semplicemente una donna: sarebbe la miniatura di donna di mia proprietà, cresciuta del seme degli homunculi che giacciono in attesa nei miei lombi.

Mi aspetterei quindi che il mondo la rispettasse, in parte a causa del mio naturale impulso genitoriale a proteggerla e in parte per il mio egualmente naturale impulso a vederla in primo luogo come un’estensione di me stesso anziché come un essere umano di suo.

“Le donne meritano rispetto! – direi – Perché alcune di esse potrebbero essere mia figlia!” Questo è il modo in cui noi uomini parliamo quando vogliamo far sapere che siamo uomini buoni.

Si potrebbe arguire che i miei sentimenti per mia madre o mia moglie, o le mie amiche o colleghe o diavolo, non sono mica un sociopatico, dovrebbero significare che sono in grado di concepire le donne come persone – esseri umani che meritano rispetto, tanto quanto le persone vere come me. Al che io risponderei: “Bernie avrebbe vinto. Hillary Clinton dovrebbe tenere la bocca chiusa.”

(1) https://lunanuvola.wordpress.com/2014/07/14/mo-ti-spiego/

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Non in ombra

(“Me”, di Sutapa Chaudhuri, poeta femminista bilingue – bengali e inglese – contemporanea. Docente, saggista, traduttrice, vive in India con il marito e la figlia. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

dipinto di katie m. berggren

Io sono una donna uguale

a te

solo non credo

nel portare addosso un marchio

nell’assumere un’identità forzata

un sé imposto

parassitario

nel rinunciare alla mia libertà

perdendo me stessa nelle solitarie tristezze della vita

Io sono una madre uguale

a te

solo credo

nel mantenere il mio spazio

le mie caratteristiche

fondere la mia vita con quella di mia figlia

proiettando i miei sogni, le mie paure

semplicemente non fa per me

le lascio in eredità delle radici

le regalo anche ali

voglio vederla crescere

lasciate crescere anche me al suo fianco

lasciateci crescere insieme ma non l’una all’ombra dell’altra

così che entrambe non si debba morire

di una morte istupidente.

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shana

Shana R. Goetsch (in immagine sopra) è un’artista, un’insegnante d’arte, un’attivista antiviolenza, una terapeuta certificata per le vittime di traumi, una femminista e la fondatrice di “The Feminist Art Project – Baltimore”. Shana ha cominciato a dipingere nel 1989, dopo aver testimoniato l’omicidio della propria madre. Quel che segue è un estratto da un suo più ampio articolo.

“Secondo Herman Hesse “L’amore è più forte della violenza”. Quando lessi questa frase per la prima volta mi fece veramente pensare… molto. Era proprio così? L’Amore è davvero più forte della Violenza? Attraverso la libertà guadagnata creando attivamente arte, venne a me l’intensa consapevolezza del mio potere. E’ un potere correlato in modo diretto alla mia propria voce e alle mie proprie esperienze. Ciò che creo ora è la mia lotta personale contro la violenza.

Questo è il mio Amore, che si erge contro la Violenza, e l’arma con cui ho scelto di combattere è un pennello per dipingere. Ho capito di recente che il mio Amore per mia madre è la cosa più stupenda e potente che ho da offrire al mondo. Il suo ricordo – e il ricordo di come morì – è probabilmente la mia sorgente di potere e la fonte della mia lotta.

Sino a che non ho collegato la citazione di Herman Hesse alla mia arte e alle mie esperienze non ne ho compreso il pieno significato. Quando è accaduto ho anche avuto la percezione del mio potere, perché il mio Amore è davvero più forte della Violenza di mio fratello.

Mio fratello ha ucciso il corpo di mia madre, ma lei vive nella mia arte. Lui si è portato via tutto il mio mondo con un singolo atto di Violenza e io ho dovuto apprendere di nuovo ad amare durante gli anni. Ma nel frattempo so di aver liberato almeno due spiriti prigionieri, quello di mia madre e il mio, tramite i miei atti d’Arte e d’Amore. La Violenza può dire lo stesso?” Maria G. Di Rienzo

shana dipinto

(dipinto di Shana R. Goetsch – la figura elaborata parte da una fotografia della madre dell’Artista)

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zadie

Zadie Smith (in immagine) è una scrittrice inglese di 41 anni – ha vissuto un anno a Roma con la famiglia e in italiano sono disponibili quattro dei suoi romanzi.

Partecipando in questi giorni al Festival Internazionale di Edimburgo (che si tiene dal 4 al 28 agosto) ha raccontato alla stampa come a causa della frustrazione ispiratale dal vedere la figlia Kit passare moltissimo tempo davanti allo specchio abbia imposto a questa sua attività un limite di 15 minuti: “L’ho spiegato a lei in questi termini: stai perdendo tempo, tuo fratello non perderà mai tempo in questo modo. Ogni giorno della sua vita si mette una camicia, esce dalla porta e non gliene frega un fico secco se tu perdi un’ora e mezza a farti il trucco.”

Madre cattiva, state pensando? Be’, sapete, Kit ha sette anni.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Fathers Should Teach Their Daughters to Be Heroes” di Sambridhi, attivista femminista nepalese, per World Pulse, 12 luglio 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

padre e figlia sulla spiaggia

Un padre femminista è qualsiasi padre che dica a sua figlia, sin da tenera età, che lei può fare qualsiasi cosa. Un padre femminista è qualcuno che rinforza sua figlia passo dopo passo e le insegna a parlare per se stessa. Un padre femminista ama le sue figlie e riconosce l’importanza di crescerle in modo che non accettino stronzate da nessuno. Un padre femminista può non essere sempre presente per dar man forte alla figlia, ma si è assicurato che sua figlia sapesse come essere la super-eroina di se stessa. Lui non mette i figli maschi davanti alle figlie. Crede e pratica semplicemente l’eguaglianza. (…)

Abbiamo bisogno di più padri che non limitino le loro figlie, che le incoraggino ad assumere rischi e a imparare dai propri errori. I padri in tutto il mondo dovrebbero ricordare alle figlie che il loro genere non è inteso a tenerle indietro. I padri dovrebbero insegnare alle loro giovani figlie a sognare di essere differenti: non solo principesse, ma guerriere, avventuriere, viaggiatrici, intellettuali e eroine. Le figlie possono essere eroine che lottano per quel che è giusto, eroine che salvano il mondo.

Se sei il padre di una bambina, dille che credi in lei e nei suoi grandi poteri, dille che credi lei possa diventare qualsiasi cosa. Se lo fai, il mondo vedrà di certo molta più magia.

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“Io credo di essere figlia di genitori celesti. Non so se ci parlano, ma sento nel mio cuore che mi hanno creata e mi amano. Sono stata fatta nel modo in cui sono, in tutte le mie parti, dai miei genitori celesti. Non hanno sbagliato quando mi hanno dato occhi marroni o quando sono nata senza capelli. Non hanno fatto errori quando mi hanno dato le lentiggini o mi hanno fatta gay. Dio mi ama proprio come sono perché io credo che ami tutte le sue creazioni.

Nessuna parte di me è sbagliata. Io non ho scelto di essere così e questa non è una fase passeggera. Non posso rendere qualcun altro gay e stare vicino a me non farà essere nessun altro in questo modo. Io credo che dio voglia che ci trattiamo l’un l’altro con gentilezza, anche se le persone sono diverse – specialmente se sono diverse. Cristo ce l’ha mostrato.

Io credo che dovremmo semplicemente amare. Io credo di essere buona. Faccio del mio meglio affinché noi si sia gentili l’un l’altro e sono presente per coloro che soffrono. So di non essere un’orribile peccatrice perché sono chi sono. Io credo che dio me lo direbbe se fossi sbagliata.

Spero un giorno di uscire con qualcuna, di andare ai balli della scuola e infine di trovare una compagna, sposarla, avere una famiglia e un lavoro meraviglioso. So che posso avere tutte queste cose come lesbica ed essere felice. Io credo che se dio c’è sa che sono perfetta proprio come sono, e non mi chiederebbe mai di vivere la mia vita da sola o con qualcuno per cui non provo attrazione.

Lui vorrebbe che io fossi felice. Io voglio essere felice. Voglio amare me stessa e non provare vergogna per essere me stessa. Io vi chiedo…”

savannah

E’ a questo punto che il microfono viene spento e a Savannah, 12 anni (in immagine qui sopra) è chiesto di tornare a sedersi fra il pubblico della congregazione. Il suo posto viene preso da un uomo – e il microfono torna ad essere funzionante, miracolo! – che parla “in nome di Gesù Cristo” e blatera qualcosa sull’essere tutti figli di dio, grazie e arrivederci. La ragazzina ha fatto il suo coming out in una chiesa mormone in Utah, il 18 giugno scorso, durante una sessione di condivisione di testimonianze. E, come ha raccontato sua madre Heather alla stampa, è tornata dal podio ai banchi della chiesa in lacrime: “A questo punto siamo entrambe uscite dalla sala, e io ho preso il suo volto fra le mani e le ho ripetuto e ripetuto che è perfetta e buona, che non c’è nulla di sbagliato in quel che lei è, che è coraggiosa e bella. Mi sono arrabbiata per il fatto che hanno scelto di ferirla, qualunque ragione avessero per farlo. Mio marito e io eravamo entrambi riluttanti a lasciarla condividere la sua testimonianza per timore del potenziale rigetto. Ce l’aveva chiesto in gennaio e alla fine le abbiamo detto che eravamo d’accordo in maggio. Ha lavorato duro sul suo discorso, perché voleva che convogliasse esattamente come lei si sente. Noi abbiamo pensato che era più dannoso zittirla o farla sentire in qualche modo sbagliata, che permetterle di parlare.”

Probabilmente è una coincidenza, ma mi colpisce che il microfono sia stato spento sulle parole “io vi chiedo”: qualunque cosa Savannah stesse per domandare ai suoi correligionari, la scena stava passando per costoro dalla passività di un ascolto che per alcuni era di certo ostile – e difatti la ragazzina non ha potuto portare a termine il suo intervento – all’essere attivamente coinvolti. Questa è una situazione che si ripete a oltranza, da secoli, all’interno di moltissime comunità religiose: coloro che sono stimati peccatori non per quel che fanno, ma per quel che sono (donne e omosessuali in primis) tentano di negoziare la loro identità all’interno della loro fede. Non “perdonatemi e guardate da un’altra parte”, ma “riconoscetemi e andiamo avanti insieme”. E’ triste dirlo: molto probabilmente il coming out di Savannah è l’ennesimo tentativo di questo tipo destinato a fallire. Però ha due genitori sensibili e amorevoli ed è intelligente, compassionevole e fiera – presto vedrà che il mondo è molto più grande della chiesa in cui le si è impedito di parlare.

Maria G. Di Rienzo

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Amore fatto a mano

(“Handmade Love”, di Julie R. Enszer – in immagine – poeta, scrittrice, editrice contemporanea, femminista e lesbica: “Ho cominciato a scrivere quando sono arrivata a vedere, a capire, la necessità di un cambiamento radicale e trasformativo nel mondo in cui vivo. Sono diventata una poeta perché sono diventata una rivoluzionaria.” Trad. Maria G. Di Rienzo.)

julie

AMORE FATTO A MANO

All’asilo, portavo con me una cartella

che mia madre aveva fatto di stoffa, con scene di fiabe.

Per tre anni, fu la cosa mia che valutavo di più.

Quando ero spaventata, guardavo la mia borsa e mi raccontavo

fiabe. Riccioli d’Oro, Cappuccetto Rosso,

il Cigno Dorato. Quelle ragazze avevano affrontato la paura ed erano sopravvissute.

Nella mia borsa accuratamente abbottonata, portavo libri, sassi, matite

e altri tesori d’infanzia. A sette anni, presa in giro dai bambini

per la mia borsa fatta a mano e il mio vestito della stessa stoffa, chiesi

abiti comprati in negozio e uno zainetto. Ora la mia valigetta

è di pelle e stracolma di documenti, ma bramo la mia borsa d’infanzia

che è ancora nel mio armadio. A volte quando sono sola

la tiro fuori e la porto in giro per casa piena di oggetti diversi:

carte, penne, pietre e libri, oggetti non così diversi

da quando ero piccola. Io dò valore alle cose fatte a mano.

Credo ci siano due tipi di amore in questo mondo:

ereditato e fatto a mano. Sì, noi ereditiamo l’amore

ma la mia gente, la mia gente fa l’amore a mano.

borsetta

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