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Posts Tagged ‘figlie’

Giove sorge sulle acque

giove con maggiori lune

(“Fish Swim the Moon” – “Un pesce nuota nella luna”, di Rasma Haidri, poeta contemporanea. Di origini indiane, nata negli Usa, ora vive in Norvegia: “Una volta, mi hanno sfidata con la domanda Perché scrivi poesia? Io ho risposto che ogni poesia è una piccola ricerca per trovare la mia strada verso casa.” Trad. Maria G. Di Rienzo.)

La luna sorge di color arancio,

fili di nuvola nera circondano

la sua pancia gravida.

Mia figlia ha disegnato Giove

in questo modo, usando trentasette sfumature di rosso,

ha tracciato ogni anello uno sopra l’altro

ha piazzato in orbita ogni luna gialla. L’insegnante

ha scritto In ritardo! in cima al foglio.

Nulla è mai in ritardo.

Non i rintocchi di questo carillon.

Non questo rifiuto portato in giro dal vento.

Non questo Giove che sorge su acque nere,

dove un pesce nuota nella luna,

e noi camminiamo senza annegare.

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La data è il 3 maggio 2018. I titoli dicono “Fa prostituire figlia minorenne e disabile” e “Offre la figlia agli immigrati pedofili”. Gli occhielli parlano di “rapporti sessuali” e “incontri”. Gli articoli cominciano con frasi tipo “una storia di profondo degrado” o “una triste vicenda”.

E tu puoi passare oltre, con in mente uno scenario in un cui una famiglia miserabile sopravvive grazie alla prostituzione della figlia più vulnerabile, ancora bambina ma già “sex worker” (e perciò, secondo la narrativa in auge funzionale ai guadagni dell’industria del commercio sessuale, liberata, trasgressiva e potente – grazie all’illuminato management paterno).

Se però fai lo sforzo di leggere gli articoli per intero scopri che in quel Monteverde, Roma, un uomo italiano di 56 anni pagava migranti senza tetto e rifugiati affinché violentassero sua figlia mentre lui filmava gli stupri. E’ stato scoperto e arrestato grazie a un giovane nigeriano che ha riportato l’offerta ricevuta alla polizia.

La prostituzione non c’entra: il magnaccia i soldi li prende, non li dà. I “rapporti sessuali” e gli “incontri” implicano un consenso che qui non esiste. E il “degrado” sta in un assetto culturale che non solo non riesce a descrivere la violenza esercitata su una minore per quel che è, ma crea padri carnefici che sacrificano insensibilmente le figlie sull’altare della propria soddisfazione sessuale.

Maria G. Di Rienzo

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the letter

Voto la missiva in immagine qui sopra come “miglior lettera di Natale del 2017”, anche se è stata scritta il 6 dicembre.

L’Autore è l’australiano Stephen Callaghan, che ha una figlia dodicenne di nome Ruby. A scuola, il giorno precedente, la ragazzina e le sue compagne sono state mandate in biblioteca “a farsi belle”, mentre i compagni di sesso maschile sono stati portati dal locale ferramenta per un “viaggio di studio”.

“Egregio signor Preside – dice la lettera – devo attirare la sua attenzione su un grave incidente accaduto ieri nella sua scuola, ove mia figlia Ruby frequenta il 6° anno.

Quando Ruby è uscita per venire a scuola ieri era il 2017, ma quando è tornata a casa nel pomeriggio veniva dal 1968.

So che è così perché Ruby mi ha informato che le “femmine” del 6° anno dovranno andare in biblioteca ogni lunedì pomeriggio a farsi i capelli e il trucco, mentre i “maschi” andranno da Bunnings (ndt. nome del negozio di ferramenta).

Lei è in grado di fare una ricerca negli edifici scolastici per vedere se c’è una lacerazione nel continuum spazio-temporale? Forse un condensatore di flusso guasto (ndt. dal film “Ritorno al futuro”) è nascosto da qualche parte nei bagni delle ragazze?

Mi aspetto che la faccenda sia corretta e che mia figlia e le altre ragazze a scuola siano restituite a questo millennio, ove le attività scolastiche non sono strettamente divise lungo linee di genere.

Distinti saluti, Stephen Callaghan”

La sarcastica presa di posizione del papà di Ruby, da lui messa online, ha raccolto una marea di messaggi di approvazione, ma ha anche rivelato che il problema sembra vasto e diffuso: un bel po’ di genitori e studenti hanno denunciato situazioni simili.

“Ruby e io vorremmo ringraziarvi per i grandiosi commenti di sostegno. – ha scritto in seguito l’uomo – A 12 anni, mia figlia sta cominciando a notare che c’è un mucchio di gente pronta a dirle cosa può o non può fare basandosi sul fatto che è di sesso femminile.

Lei vorrebbe che questo cambiasse. Anch’io.”

E io pure. Maria G. Di Rienzo

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(“Thanks to My Mother, I Am an Advocate for Peace”, di Ngwa Damaris Ngum per World Pulse, 27 novembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice – in immagine – è un’attivista del “Movimento globale delle donne per la pace”.)

Ngwa Damaris Ngum

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la razza mi ha separata dal resto del mondo.

Le razze si manifestano dalla necessità della natura di esprimere l’esistenza umana in diversi gruppi, rendendo la vita più colorata e più bella. Solo perché io sono nera, tu sei bianca e lei è gialla, ciò non ci rende differenti.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che i confini non mi hanno separata dal resto del mondo.

I confini sono linee artificiali che definiscono aree geografiche. I confini furono creati come mezzi per gestire più facilmente gruppi sociali, ma sono ora divenuti una fonte di conflitto anziché un metodo per preservare ordine e pace. I paesi si combattono perché sentono di essere differenti. Che io venga dall’Africa e tu dall’Europa, dall’Asia o dall’America non mi rende differente da me.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la religione mi ha separata dal resto del mondo.

La religione è un sistema particolare di fede, credenze e culto. I gruppi religiosi lottano l’uno contro l’altro e i leader religiosi fanno molto poco per portare pace. La religione, che si suppone essere la più amabile e armoniosa delle piattaforme, è ora divenuta una dei maggiori perpetratori di odio e conflitto. Che io sia cristiana e tu musulmana, induista, buddista, non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la lingua mi ha separata dal resto del mondo.

Le lingue sono semplicemente sistemi di comunicazione. Non sono intese a separarci. Che io parli inglese e tu francese, tedesco o cinese non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la ricchezza mi ha separata dal resto del mondo.

La ricchezza è abbondanza di possedimenti materiali o danaro. Io non dovrei essere trattata malamente perché sono povera e tu gentilmente perché sei ricca. Che io abbia mille franchi e tu ne abbia un milione non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che l‘istruzione mi ha separata dal resto del mondo.

L’istruzione è intesa come mezzo che ci rende possibile sviluppare e chiamare a raccolta le nostre forze individuali e collettive; non dovrebbe essere un mezzo di divisione e ostilità. Che io abbia una laurea di primo livello e tu un dottorato di ricerca non ci rende differenti.

Questa è la mia filosofia di pace.

So di essere eguale a ogni altra persona da quando sono nata, ma poi la società mi ha fatto sapere che sono nera e perciò dovrei disprezzare i bianchi. Sono cristiana e dovrei deprecare i non cristiani. Sono africana, sono una femmina, sono…

Per lungo tempo, mi sono sentita inferiore agli altri e perciò ho odiato coloro che erano diversi da me. Ho costruito ideologie su divisione e odio. Ma poi mia madre ha infuso in me i valori dell’eguaglianza, dell’amore, della pace e dell’unità.

A causa del potere di una singola donna, io mi ergo oggi nel mio piccolo angolo di Terra come avvocata della pace. Io sono la conferma di come la voce di una donna possa cambiare una persona.

Mia madre mi ha insegnato che nessun essere umano è diverso o migliore di un altro essere umano sulla Terra. Mi ha insegnato che per avere la pace, io devo provare amore e compassione per me stessa e per chiunque abbia attorno.

Mi ha insegnato a non permettere a nessuno di farmi sentire una nullità. Mi ha insegnato a rispettare ogni essere umano, a fronteggiare i bulli e a sollevare chi la società ha abbattuto.

Oggi, io ringrazio mia madre e chiedo a ogni donna di cantare la sua canzone di pace ai propri figli. Poiché siamo donne, ci viene detto di restare zitte. Alziamo invece le nostre voci insieme, per creare la futura generazione di custodi della pace. Il tempo che passiamo sulla Terra è breve e il nostro compito è aiutare la prossima generazione a vivere in un mondo pacifico e unito.

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(“As a man with no daughters, here are my views on feminism”, di Jonn Elledge per New Statesman, 11 ottobre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Quando leggo storie su molestie sessuali, la cultura dello stupro o il mansplaining (1), mi sento completamente e decisamente indifferente. C’è una ragione per questo. Io – a differenza degli uomini che dichiarano a voce alta di deplorare il sessismo perché sono padri di figlie – non ho figlie. Come uomo senza figlie, sono del tutto incapace di provare dell’empatia verso qualsiasi donna.

Non è che le donne non abbiano avuto un ruolo nella mia vita. Una delle mie maggiore influenze formative è stata mia madre, la quale non solo mi ha nutrito e vestito, ma si è spinta al punto di crescermi nel suo grembo e persino mi ha partorito. Io ho sempre apprezzato la gentilezza che lei mi ha mostrato, in larga parte perché non avrei mai desiderato passare la mia infanzia affamato e nudo, o non essere nato del tutto. Grazie, madre, per avermi sfornato. Sei stata di grande aiuto.

Oggi molti dei miei colleghi sono pure donne: molte hanno un lavoro nonostante siano donne. Non è grandioso? Io devo ancora imparare a distinguerle l’una dall’altra – penso che una di esse potrebbe essere bionda – ma la cosa importante è che le riconosco come persone con cui lavoro, alle quali inoltre capita di essere donne. Facciamo loro un bell’applauso.

Forse, la mia più grande ragione nel comprendere che alcuni esseri umani sono donne è che la mia stessa moglie lo è: allo stesso tempo essere umano e donna. Sì! Io, un uomo, sono in effetti sposato con una donna. Perciò, lo capirete, l’idea che io in qualche modo possa essere sessista è ridicola. Cosa potrebbe esserci di più femminista dell’essere sposato a una femmina vivente e respirante?

Pur essendo conscio di tutte queste donne ed essendo qualche volta abbastanza valoroso da parlare con loro, mi trovo a essere incapace di provare empatia verso le donne come classe. Non sono del tutto sicuro, infatti, che esistano sul serio. Io sono certo di esistere perché so che posso provare emozioni, come gioia e dolore e la linea della metropolitana di Piccadilly.

Ma le donne provano emozioni proprie? Come possiamo saperlo? Come può veramente saperlo, qualcuno di noi?

Sono umane, poi, le donne? E se lo sono, perché Katy Arbour è stata così stronza con me in cortile, quella volta che le ho chiesto di uscire insieme nel 1994? Perché ha fatto ridere tutti sui miei capelli?

Presto ci sarà la guerra. Milioni bruceranno. Milioni periranno di malattia e miseria. Perché una singola morte dovrebbe avere importanza, al confronto di tante?

Nel mentre non provo al momento empatia per le donne, credo ciò potrebbe cambiare se dovessi produrre della mia progenie. Questo perché mia figlia non sarebbe semplicemente una donna: sarebbe la miniatura di donna di mia proprietà, cresciuta del seme degli homunculi che giacciono in attesa nei miei lombi.

Mi aspetterei quindi che il mondo la rispettasse, in parte a causa del mio naturale impulso genitoriale a proteggerla e in parte per il mio egualmente naturale impulso a vederla in primo luogo come un’estensione di me stesso anziché come un essere umano di suo.

“Le donne meritano rispetto! – direi – Perché alcune di esse potrebbero essere mia figlia!” Questo è il modo in cui noi uomini parliamo quando vogliamo far sapere che siamo uomini buoni.

Si potrebbe arguire che i miei sentimenti per mia madre o mia moglie, o le mie amiche o colleghe o diavolo, non sono mica un sociopatico, dovrebbero significare che sono in grado di concepire le donne come persone – esseri umani che meritano rispetto, tanto quanto le persone vere come me. Al che io risponderei: “Bernie avrebbe vinto. Hillary Clinton dovrebbe tenere la bocca chiusa.”

(1) https://lunanuvola.wordpress.com/2014/07/14/mo-ti-spiego/

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Non in ombra

(“Me”, di Sutapa Chaudhuri, poeta femminista bilingue – bengali e inglese – contemporanea. Docente, saggista, traduttrice, vive in India con il marito e la figlia. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

dipinto di katie m. berggren

Io sono una donna uguale

a te

solo non credo

nel portare addosso un marchio

nell’assumere un’identità forzata

un sé imposto

parassitario

nel rinunciare alla mia libertà

perdendo me stessa nelle solitarie tristezze della vita

Io sono una madre uguale

a te

solo credo

nel mantenere il mio spazio

le mie caratteristiche

fondere la mia vita con quella di mia figlia

proiettando i miei sogni, le mie paure

semplicemente non fa per me

le lascio in eredità delle radici

le regalo anche ali

voglio vederla crescere

lasciate crescere anche me al suo fianco

lasciateci crescere insieme ma non l’una all’ombra dell’altra

così che entrambe non si debba morire

di una morte istupidente.

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shana

Shana R. Goetsch (in immagine sopra) è un’artista, un’insegnante d’arte, un’attivista antiviolenza, una terapeuta certificata per le vittime di traumi, una femminista e la fondatrice di “The Feminist Art Project – Baltimore”. Shana ha cominciato a dipingere nel 1989, dopo aver testimoniato l’omicidio della propria madre. Quel che segue è un estratto da un suo più ampio articolo.

“Secondo Herman Hesse “L’amore è più forte della violenza”. Quando lessi questa frase per la prima volta mi fece veramente pensare… molto. Era proprio così? L’Amore è davvero più forte della Violenza? Attraverso la libertà guadagnata creando attivamente arte, venne a me l’intensa consapevolezza del mio potere. E’ un potere correlato in modo diretto alla mia propria voce e alle mie proprie esperienze. Ciò che creo ora è la mia lotta personale contro la violenza.

Questo è il mio Amore, che si erge contro la Violenza, e l’arma con cui ho scelto di combattere è un pennello per dipingere. Ho capito di recente che il mio Amore per mia madre è la cosa più stupenda e potente che ho da offrire al mondo. Il suo ricordo – e il ricordo di come morì – è probabilmente la mia sorgente di potere e la fonte della mia lotta.

Sino a che non ho collegato la citazione di Herman Hesse alla mia arte e alle mie esperienze non ne ho compreso il pieno significato. Quando è accaduto ho anche avuto la percezione del mio potere, perché il mio Amore è davvero più forte della Violenza di mio fratello.

Mio fratello ha ucciso il corpo di mia madre, ma lei vive nella mia arte. Lui si è portato via tutto il mio mondo con un singolo atto di Violenza e io ho dovuto apprendere di nuovo ad amare durante gli anni. Ma nel frattempo so di aver liberato almeno due spiriti prigionieri, quello di mia madre e il mio, tramite i miei atti d’Arte e d’Amore. La Violenza può dire lo stesso?” Maria G. Di Rienzo

shana dipinto

(dipinto di Shana R. Goetsch – la figura elaborata parte da una fotografia della madre dell’Artista)

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