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(“Meet Nimalka Fernando, Sri Lanka” – Nobel’s Women Initiative, luglio 2017 – Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Nimalka

“Le donne hanno portato il fardello della guerra, hanno lottato attraverso le loro intere vite, e hanno tenuto insieme il tessuto sociale. Devono avere voce nel disegnare il nuovo futuro per lo Sri Lanka.”

Nimalka Fernando è un’avvocata e un’attivista sociale. E’ la presidente del “Movimento Internazionale contro tutte le forme di discriminazione e razzismo” e del Forum delle Donne per la Pace in Sri Lanka. Nimalka è anche membro attivo di “Madri e figlie di Lanka”, una coalizione di differenti organizzazioni di donne del paese. Costoro hanno lanciato molte campagne contro la violenza politica e violenza diretta alle donne. Di recente, stanno lavorando verso l’aumento della rappresentazione politica delle donne per portare le loro voci e l’idea dell’eguaglianza di genere nella sfera pubblica.

Puoi descrive il tipo di lavoro che fai in Sri Lanka?

Negli ultimi trent’anni ho lavorato per la pace in Sri Lanka. Sebbene il conflitto sia presentato soprattutto come politico, noi come donne tentiamo di far luce sulle violazioni dei diritti umani. Il lavoro sui diritti delle donne e la costruzione di pace posa sul facilitare interazioni e conversazioni fra le principali comunità in conflitto, quella Tamil e quella Singalese.

Qual è stata la sfida più grande che hai incontrato durante il tuo lavoro?

Venendo dalla comunità che è in maggioranza, il lavoro sulla pace diventa molto una questione di accettazione da parte della minoranza e del fare in modo che si fidino di te per lavorare tutti insieme alla riconciliazione in Sri Lanka.

E come si costruisce la fiducia?

Questa è la questione maggiore. La guerra ha lasciato nelle menti dei Tamil un senso di sconfitta, mentre l’idea comune nel sud è una di vittoria. I cuori e i pensieri dei Tamil sono stati distrutti dalla guerra, mentre la maggioranza Singalese ha celebrato ciò come una vittoria. Perciò parlare di riconciliazione a partire da queste basi è molto difficile; dobbiamo sconfiggere l’intera cultura dell’eroismo che fa riferimento alla guerra. Non sono ancora state presentate scuse, da parte dello stato, per la devastazione causata dalla guerra e nessun leader politico ha ammesso che dobbiamo occuparci di tale devastazione in modo umano. Per la maggior parte dei leader politici è una schermaglia politica – ma quando incontri le persone sul territorio è vero dolore. Perciò, come porti quel dolore in uno spazio politico, e come porti la risoluzione politica a una madre in lutto?

Quale strategia consideri più efficace nella costruzione di pace?

A livello politico, per ottenere la pace, è il facilitare la condivisione del potere con la comunità Tamil. A livello personale, è il costruire fiducia fra le donne. Facciamo questo portando le donne Tamil al sud e le donne Singalesi che non hanno fatto esperienza delle violenze estreme della guerra al nord.

Cosa può fare la gente in Sri Lanka?

All’interno dello Sri Lanka le persone devono superare la paura che hanno le une delle altre. Dobbiamo combattere tutti gli elementi di estremismo religioso, estremismo etnico e sciovinismo nazionalista. Al momento sono concentrata sul parlare alle donne singalesi e sull’alzare il livello di consapevolezza politica nella nostra comunità di maggioranza, di modo da non essere sconfitte quando arriveremo al referendum in Sri Lanka. La maggioranza Singalese deve ricevere il messaggio di pace, riconoscere la dura realtà e portare entrambe le cose all’interno della propria comunità, così i Tamil sapranno che siamo con loro.

Cosa ti piacerebbe vedere dalla comunità internazionale?

Ho ricevuto moltissima solidarietà durante gli ultimi dieci anni, quando la mia vita è stata in pericolo a causa del mio attivismo, dai gruppi di donne e dai gruppi pro diritti umani. Siamo sopravvissute con questo tipo di solidarietà. E’ la solidarietà che costruirà in tutto il mondo una cultura di pace.

La comunità internazionale deve anche comprendere che pace e stabilità in una parte del mondo influenzano la pace ovunque. Senza smilitarizzazione e disarmo, noi continueremo solo a curare le ferite della violenza.

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(“Why a Feminist Foreign Policy Is Needed More Than Ever”, di Margot Wallström – in immagine – Ministra degli Esteri della Svezia, IPS – 7 marzo 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

margot wallstrom

Ultimamente, il mondo ha la tendenza a presentarsi in sfumature sempre più cupe. In molti luoghi la democrazia è messa in questione, i diritti delle donne sono minacciati e il sistema multilaterale che ci sono voluti decenni a costruire è indebolito.

Nessuna società è immune da contraccolpi, specialmente non in relazione al genere. C’è continuo bisogno di vigilanza e di persistente pressione affinché donne e bambine godano pienamente dei diritti umani.

Questo è il motivo per cui io, quando ho assunto la carica di Ministra degli Esteri oltre due anni fa, ho annunciato che la Svezia avrebbe seguito una politica estera femminista. Oggi, quella politica è più necessaria che mai.

Il mondo è lacerato da conflitti che sono forse i più complessi e difficili da risolvere che mai. Almeno metà dei conflitti si riaccende entro cinque anni. Oltre un miliardo e mezzo di persone vive in stati fragili e zone di conflitto.

Per poter rispondere a queste sfide globali, dobbiamo unire i punti e vedere cosa guida alla pace. Dobbiamo cambiare le nostre politiche da reattive a proattive, concentrandoci sul prevenire anziché sul rispondere. E la prevenzione non può mai avere successo senza il completo quadro di come determinate situazioni hanno impatto diverso su uomini, donne, bambini e bambine.

Applicare l’analisi di genere, rinforzare la raccolta di dati disaggregati per genere, migliorare l’obbligo dell’assunzione di responsabilità e portare le donne alle negoziazioni di pace e nella costruzione di pace sono le chiave per muoversi in avanti.

Gli studi mostrano che quando le analisi del conflitto includono aspetti di genere e le esperienze delle donne sono più efficienti. La crescita della violenza sessuale e di genere può per esempio essere un indicatore precoce del conflitto. Dobbiamo anche tenere presenti gli studi che mostrano una correlazione fra società basate sull’eguaglianza di genere e la pace.

L’eguaglianza di genere è materia fondamentale per i diritti umani, la democrazia e la giustizia sociale. Ma schiacciante evidenza ci mostra che è anche una precondizione per la crescita sostenibile, il benessere, la pace e la sicurezza. Aumentare l’eguaglianza di genere ha effetti positivi sulla sicurezza alimentare, sull’estremismo, sulla salute, sull’istruzione e numerose altre cruciali preoccupazioni globali.

Con la politica degli esteri femminista svedese, noi mettiamo in gioco tutti i nostri attrezzi di politica estera per l’eguaglianza di genere e applichiamo una sistematica prospettiva di genere in tutto quel che facciamo. E’ uno strumento analitico che serve a prendere decisioni informate. La politica estera femminista è un’agenda per il cambiamento che mira a aumentare i diritti, la rappresentanza e le risorse di tutte le donne e le bambine, basandosi sulla realtà in cui costoro vivono.

La rappresentanza sta al cuore della politica, poiché è un veicolo incredibilmente potente sia per il godimento di diritti sia per l’accesso alle risorse. Che si tratti di politica estera o nazionale, che si tratti della Svezia o di qualsiasi altro paese al mondo, noi vediamo che le donne sono ancora poco rappresentate nelle posizioni influenti in tutte le aree della società. Un processo decisionale non equamente rappresentativo ha più probabilità di fornire risultati discriminatori e non ottimali. Mettete le donne al tavolo sin dall’inizio e noterete che più istanze e prospettive vengono alla luce.

Anche quando si affrontano momenti scoraggianti per la politica mondiale, è importante ricordare che il cambiamento è possibile. La politica degli esteri femminista svedese crea una differenza concreta. Ogni giorno ambasciate, agenzie e dipartimenti implementano politiche basate sul contesto e sulla conoscenza in tutto il mondo. E sempre più paesi stanno comprendendo che l’eguaglianza di genere semplicemente ha senso.

Per menzionare alcuni esempi di come lavoriamo, la Svezia ha fornito grande sostegno al coinvolgimento delle donne nel processo di pace colombiano, assicurandosi che prospettive significative fossero presenti nel trattato di pace. Abbiamo anche creato una rete svedese di donne mediatrici per la pace, co-creato una rete equivalente nordica e abbiamo teso la mano verso altre nazioni e regioni per incoraggiarle a formare le loro proprie reti.

Assieme alla Corte penale internazionale e ai paesi partner, contrastiamo l’impunità per la violenza sessuale e di genere nei conflitti. Ci assicuriamo anche che gli attori del settore umanitario ricevano i nostri fondi solo se il loro lavoro è basato su dati disaggregati per genere. Le linee guida del governo sono state fornite all’Agenzia svedese per lo sviluppo e la cooperazione internazionali, contribuendo a rendere l’eguaglianza di genere il principale obiettivo in un crescente numero di suoi settori che si occupano di istanze specifiche. Questi sono solo alcuni esempi di come la nostra politica degli esteri femminista si traduce in pratica, facendo la differenza per donne e bambine in tutto il mondo.

Il femminismo è una componente di una visione moderna della politica globale, non un idealistico ritiro da essa. Concerne politiche intelligenti che includono intere popolazioni, usano tutti i potenziali a disposizione e non lasciano indietro nessuno/a. Il cambiamento è possibile, necessario e dovuto da lungo tempo.

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Le nostre radici sono nell’oscurità; la Terra è il nostro paese.

Perché guardiamo in alto per avere benedizioni, invece che attorno a noi o in basso?

Qualsiasi speranza noi si abbia è là.

Non nel cielo pieno di occhi-spia orbitanti e di armamenti, ma nella Terra che abbiamo disdegnato.

Non viene da sopra, ma da sotto.

Non è nella luce che acceca, ma nel buio che nutre, là dove gli esseri umani sviluppano anime umane.

Ursula K. Le Guin (Trad. Maria G. Di Rienzo)

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(“Meet Sandra Moran, Guatemala” – Nobel Women’s Initiative, 9 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Sandra Moran si è unita al movimento per i diritti umani quando era al liceo e più tardi ha fuso l’attivismo con la musica, suonando con la band “Kin Lalat” – musica per la rivoluzione. Durante la guerra civile in Guatemala, Sandra ha vissuto in esilio in Messico, Nicaragua e Canada, partecipando al lavoro di solidarietà con il suo paese da dove si trovava in quel momento. Sandra è la prima deputata apertamente omosessuale del Parlamento guatemalteco.

sandra

Hai cominciato a essere un’attivista in giovane età. Cosa ti spinse a farlo, all’epoca?

Sono nata in tempo di guerra. Sin da bambina vedevo gente per le strade, che lottava per qualcosa ed era perseguitata dalla polizia. Mentre ero alle superiori è stato il momento in cui ho cominciato a capire cosa significava partecipare alle proteste e cercare giustizia.

Perché, più tardi, hai dovuto abbandonare il paese?

All’università ho cominciato a organizzarmi con altre persone in modo più consapevole e mi sono unita a un movimento rivoluzionario. La preoccupante situazione per cui chi chiedeva giustizia veniva perseguitato si stava intensificando. Fui perseguitata io stessa. C’erano state sparizioni di persone, omicidi di studenti, e io dovetti andarmene nell’ottobre del 1981.

In che modo l’esilio ha avuto effetto sul tuo attivismo?

Era difficile a livello personale, perché sradicare te stessa è duro: lasciare la tua cerchia sociale e la tua famiglia, e non avere nulla per ricominciare da zero in un ambiente ostile. Ho cominciato a lavorare al sostegno dei rifugiati in Messico. Successivamente, ho cominciato a suonare musica politica per generare solidarietà con il Guatemala. Il mondo della musica cominciò a diventare più importante per me quando mi trasferii in Nicaragua e mi unii a un movimento rivoluzionario musicale di origini guatemalteche chiamato “Kin Lalat”. Poi, di fronte all’impossibilità di restare in Nicaragua o in Messico, siamo andati in Canada.

In che modo sei giunta a concentrarti sui diritti delle donne nel tuo lavoro?

Eravamo in Canada e facemmo tutto il possibile affinché l’attivista del Guatemala Rigoberta Menchú Tum vincesse il Nobel per la Pace. Io cominciai a concentrarmi di più sulle donne e migliorai la mia comprensione dei diritti delle donne. Perché, sino a quel momento, ero stata parte di una lotta più generalizzata.

E quando sei tornata in Guatemala, hai giocato un ruolo nell’assicurare un focus di genere nello sviluppo degli accordi di pace.

Quando feci ritorno in Guatemala, nel 1994, era il momento in cui un’assemblea di donne della società civile si era organizzata, così mi unii ai loro sforzi. Più tardi, come settore delle donne, ci assicurammo che gli accordi di pace del 1996 includessero il riconoscimento dei diritti delle donne e dei problemi che le donne affrontavano.

Tu vivi in una società machista dove vi sono principi molto conservatori. Pure, mentre facevi campagna per la tua elezione in Parlamento, hai detto pubblicamente di essere lesbica.

Sapevo che mi avrebbero dato addosso. Per me, la trasparenza non riguarda solo come si maneggia il denaro – il Guatemala è in piena lotta contro la corruzione – ma anche chi tu sei realmente. L’identità lesbica in Guatemala è tabù. Era necessario mostrarla non solo per rompere quel tabù ma, cosa ancor più importante, per dare l’opportunità alla comunità LGBT di avere una rappresentante. Sapevo che quell’identità sarebbe stata usata contro di me. Perciò, dicendo apertamente chi sono, ho sottratto loro il potere di usarla contro di me.

Ora che sei deputata, in che modo la società ha ricevuto il tuo lavoro sui diritti delle donne e delle persone LGBT?

Durante lo scorso settembre c’è stata una campagna molto pesante contro di me, per impedirmi di diventare la presidente del primo forum delle parlamentari. La ragione era che io, come lesbica, non ero “abbastanza donna” per rappresentare i membri donne del Parlamento. E’ stata una campagna pubblica, guidata da un cittadino che raccoglieva firme contro di me ed è esplosa sotto i riflettori. Per fortuna, ho ricevuto molto sostegno da gruppi e organizzazioni, anche a livello internazionale, e ho inoltrato una denuncia per discriminazione all’Ispettore generale per i diritti umani e alla Procura.

Quali sono le cose che vuoi cambiare, come membro del Parlamento?

A livello legale, per esempio, stiamo lavorando sulle questioni relative all’abuso sessuale di bambine e ragazze, e sul fatto che uno dei risultati della violenza sessuale contro le minori di anni 14 è spesso la gravidanza. E poiché è raro che l’aborto sia un’opzione praticabile per troppe di loro, diventa una gravidanza forzata.

Poi c’è la discussione sul riconoscimento dei diritti della comunità LGBT, il che implica cambiamenti favorevoli per le persone transessuali, matrimoni omosessuali o unioni civili, così come azioni per prevenire la terribile violenza che investe la comunità. Questa non è riconosciuta come un problema, perché per un mucchio di gente essere parte della comunità LGBT è una cosa malvagia che richiede un castigo, perciò la violenza è vista come naturale, come una punizione necessaria. E queste sono le cose di cui abbiamo necessità di discutere in tutte le nostre comunità, pubblicamente.

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(“The Way”, di Annelinde Metzner – in immagine qui sopra – 9 luglio 2014. Trad. Maria G. Di Rienzo. Poeta, musicista, attivista, Annelinde ha scritto questo pezzo per ricordare “Il brillante e instancabile lavoro delle donne per il pianeta, che sta dà dando forma al futuro di tutte/i noi.”, comprendendo in esso “Le piccole azioni giornaliere delle donne che conoscete, che vi sono vicine, che abitano nel vostro quartiere.” Per tal motivo, dice, nella poesia ha incluso il Coro per la Pace “Sahara”, che lei dirige. Il Coro è stato fondato nel 2008 per promuovere relazioni pacifiche e amichevoli fra musulmani, ebrei e cristiani. “Sahara” è infatti la fusione dei nomi Sarah e Hagar, le “madri” di tutte e tre le religioni. Per il Coro Annelinde ha scritto numerose canzoni sulle dee europee, africane e mediorientali.)

Il modo in cui le giovani apprendiste, piene di speranza,

contano semi nella fattoria di Vandana Shiva.

Il modo in cui la sottile nervosa ragazza, danneggiata dalla guerra,

getta indietro la sua testa e canta.

Il modo in cui Wangari Maathai ci ha insegnato

a piantare alberi in barattoli di latta,

rendendo il Kenya di nuovo verdeggiante.

Il modo in cui le donne del Coro per la Pace “Sahara” vengono a cantare,

visualizzando un verde prato cittadino al posto del catrame.

Il modo in cui Lisa Shannon ride in faccia alla violenza,

mentre corre per le sue sorelle in Somalia e in Congo.

Il modo in cui due donne rotonde si sollevano per danzare,

le loro mani che compiono gesti in alto,

costruendo un futuro di meraviglia davanti ai nostri occhi.

Il modo in cui un iridescente raggio di sole

si fa strada fra la nebbia e atterra ai nostri piedi.

Ci incontriamo nell’Amore, nell’Onorare, nella Passione!

Creiamo un nuovo mondo,

mentre il vecchio mondo si sbriciola tutto intorno a noi,

e noi lo lasciamo andare.

Questo è il modo.

dipinto-di-emily-balivet

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Essere una sopravvissuta al genocidio porta grande responsabilità – perché io sono quella fortunata. Avendo perso i miei fratelli, mia madre e molti altri familiari e amici, è una responsabilità che io abbraccio completamente e prendo molto sul serio. Il mio ruolo come attivista non riguarda solo la mia sofferenza, riguarda una sofferenza collettiva. Raccontare la mia storia e rivivere gli orrori che ho incontrato non è un compito facile, ma il mondo deve sapere. Il mondo deve sentire una responsabilità morale per agire e se la mia storia può influenzare i leader mondiali allora dev’essere narrata.

Dopo l’Olocausto il mondo decretò “mai più”, pure il genocidio occorre con spaventosa frequenza. Quel che mi confonde è accade in piena vista della comunità planetaria. Quando l’ISIS intrappolò la comunità Yazida sulle montagne Sinjar, il mondo restò a guardare e i leader mondiali scelsero di non agire. In effetti stiamo ancora implorando le Nazioni Unite di agire – di fermare l’ISIS – di condannare l’ISIS per tutti i crimini orrendi che ha commesso. Un mio scopo fondamentale è combattere l’impunità per i crimini commessi contro tutte le comunità marginalizzate devastate dal terrorismo globale.

Sono impegnata nel guidare una campagna che promuove la pace tramite la de-radicalizzazione. Concentrerò i miei sforzi nel mandare un messaggio al mondo musulmano affinché condanni l’estremismo, in particolare quello diretto contro bambini e donne, portato avanti in nome dell’Islam. Noi dobbiamo lavorare insieme per contrastare il terrorismo e scoraggiare la gioventù dall’unirsi o sostenere i gruppi radicali e insegnare a tutti i giovani l’importanza della tolleranza verso le fedi degli altri.

Il terrorismo recente ha portato sofferenze che vanno oltre l’immaginabile, e donne e bambini sono stati la popolazione che ne ha risentito maggiormente, com’è noto, perché il traffico di esseri umani e la schiavitù di massa sono diventati attrezzi usati dai terroristi per umiliare società e l’umanità nel suo complesso, e io sono impegnata a combattere il traffico di esseri umani e la schiavitù.

Noi non possiamo dipendere solamente dalle azioni delle Nazioni Unite e dei leader mondiali. Gli individui possono contribuire anch’essi a questa lotta. Se tutti noi facciamo la nostra parte, in ogni angolo del mondo, io credo che potremo mettere fine ai genocidi e alle atrocità di massa commesse contro donne e bambini. Se abbiamo il coraggio di sollevarci e lottare per quelli che non conosciamo, che vivono a migliaia di miglia di distanza, noi possiamo fare la differenza. Il mondo è una comunità e come tale noi dobbiamo agire.

Io vi chiedo, come sopravvissuta e come amica, di unirvi alla mia iniziativa e di aiutare le vittime nelle zone di conflitto, in special modo quelle prese a bersaglio per la loro identità. L’ISIS dev’essere fermato. Per favore contribuite a quest’importante causa, perché noi tutti esseri umani meritiamo di vivere pacificamente. Con immensa gratitudine, Nadia Murad.” (trad. Maria G. Di Rienzo)

Nadia Murad, della comunità Yazidi, è nata e cresciuta nel villaggio agricolo di Kocho, in Iraq. La pacifica vita di Kocho, in cui abitavano in armonia cristiani e musulmani, finì il 3 agosto 2014 quando il cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS) attaccò il villaggio. Nadia in quel periodo frequentava le superiori. Sei dei suoi nove fratelli furono uccisi immediatamente, Nadia fu presa prigioniera assieme alla madre, alle due sorelle e molte altre persone, maschi e femmine: fu loro offerta una “scelta”, convertirsi o essere ammazzati. Alle donne fu presentata una terza opzione (si fa sempre per dire, non è che potessero rifiutarsi), il diventare schiave sessuali: la 19enne Nadia e le sue due sorelle furono rubricate come tali, ma la loro madre era “troppo vecchia” per sollazzare i devoti e fu quindi uccisa. In compenso, le bambine venivano date come “regali sessuali” ai militanti meritevoli. Nadia è stata stuprata e torturata su base giornaliera e picchiata ferocemente quando tentava di fuggire. Alla fine c’è riuscita, è emigrata in Germania e si è riunita ad altri/e sopravvissuti/e. In tutto, ha perso 18 membri della sua famiglia. E’ stata nominata dalle Nazioni Unite “Ambasciatrice di Buona Volontà per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani” il 15 settembre scorso.

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(brano tratto da: “Men’s violence against women immense global problem”, di Lena Ag, Segretaria generale della Fondazione Kvinna till Kvinna, 17.6.2016. Trad. Maria G. Di Rienzo. La Fondazione lavora per i diritti umani delle donne e la pace, concentrandosi su sei aree tematiche: creare luoghi d’incontro sicuro, sostenere le difensore dei diritti umani delle donne, aumentare il potere delle donne, aumentare il numero di donne nei processi di pace, signoria sul proprio corpo per ciascuna/o e sicurezza per tutte/i.)

(…) La violenza contro le donne non ha nulla a che fare con la classe sociale o il grado di istruzione: la trovi in tutti i gruppi della società. E non ha nulla a che fare con religione o etnia. Ha a che fare con norme patriarcali e conservatorismo sociale ed è basata sulle idee della subordinazione delle donne e del “naturale” potere degli uomini sulla famiglia. Rachida Manjoo, la Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, attesta che il problema di base in molte parti del mondo è che le donne sono considerate proprietà degli uomini.

Infatti, la violenza maschile contro le donne è un’istanza globale di sicurezza di immense dimensioni, una minaccia che segue le donne durante tutto il ciclo della loro vita e circoscrive tutti gli aspetti delle loro esistenze. Secondo un rilevante rapporto dell’Unione Europea pubblicato nel 2014, una donna su tre in Europa è a qualche punto della sua vita stata vittima di violenza o di abuso sessuale.

Le ricerche mostrano che grazie agli aborti selettivi per genere, la denutrizione e l’infanticidio femminile, la popolazione mondiale manca di 100 milioni di donne. Milioni di donne e bambine sono sottoposte a mutilazione genitale, sono vendute e comprate come schiave sessuali sono soggette a discriminazione nella società e in nome della legge, migliaia e migliaia sono uccise, picchiate o forzate a commettere suicidio in nome dell’onore. Le donne sono arse, torturate, assassinate da mariti e parenti… L’epicentro della violenza sono i corpi e la sessualità delle donne, il corpo femminile dev’essere conquistato e controllato, e il farlo è ancora un simbolo di status e di virilità.

Viviamo in un mondo violento, in cui anche gli uomini sono esposti a un bel po’ di violenza. La differenza è che le donne sono soggette a violenza anche nelle proprie case e da parte delle proprie famiglie, in circostanze in cui dovrebbero essere in grado di sentirsi al sicuro.

Ultimamente, ho l’impressione che la conoscenza di questa particolare differenza, quando si tratta di violenza contro le donne, sia stata dimenticata o sia al minimo diminuita. Ecco perché è così importante ricordare questi fatti, e che la “violenza quotidiana” è così estesa, così enorme in effetti, da includere donne in tutto il mondo e deve perciò divenire parte del discorso globale sulla sicurezza.

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