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(“Thanks to My Mother, I Am an Advocate for Peace”, di Ngwa Damaris Ngum per World Pulse, 27 novembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice – in immagine – è un’attivista del “Movimento globale delle donne per la pace”.)

Ngwa Damaris Ngum

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la razza mi ha separata dal resto del mondo.

Le razze si manifestano dalla necessità della natura di esprimere l’esistenza umana in diversi gruppi, rendendo la vita più colorata e più bella. Solo perché io sono nera, tu sei bianca e lei è gialla, ciò non ci rende differenti.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che i confini non mi hanno separata dal resto del mondo.

I confini sono linee artificiali che definiscono aree geografiche. I confini furono creati come mezzi per gestire più facilmente gruppi sociali, ma sono ora divenuti una fonte di conflitto anziché un metodo per preservare ordine e pace. I paesi si combattono perché sentono di essere differenti. Che io venga dall’Africa e tu dall’Europa, dall’Asia o dall’America non mi rende differente da me.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la religione mi ha separata dal resto del mondo.

La religione è un sistema particolare di fede, credenze e culto. I gruppi religiosi lottano l’uno contro l’altro e i leader religiosi fanno molto poco per portare pace. La religione, che si suppone essere la più amabile e armoniosa delle piattaforme, è ora divenuta una dei maggiori perpetratori di odio e conflitto. Che io sia cristiana e tu musulmana, induista, buddista, non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la lingua mi ha separata dal resto del mondo.

Le lingue sono semplicemente sistemi di comunicazione. Non sono intese a separarci. Che io parli inglese e tu francese, tedesco o cinese non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che la ricchezza mi ha separata dal resto del mondo.

La ricchezza è abbondanza di possedimenti materiali o danaro. Io non dovrei essere trattata malamente perché sono povera e tu gentilmente perché sei ricca. Che io abbia mille franchi e tu ne abbia un milione non mi rende differente da te.

Ero tutt’uno con il mondo sino a che l‘istruzione mi ha separata dal resto del mondo.

L’istruzione è intesa come mezzo che ci rende possibile sviluppare e chiamare a raccolta le nostre forze individuali e collettive; non dovrebbe essere un mezzo di divisione e ostilità. Che io abbia una laurea di primo livello e tu un dottorato di ricerca non ci rende differenti.

Questa è la mia filosofia di pace.

So di essere eguale a ogni altra persona da quando sono nata, ma poi la società mi ha fatto sapere che sono nera e perciò dovrei disprezzare i bianchi. Sono cristiana e dovrei deprecare i non cristiani. Sono africana, sono una femmina, sono…

Per lungo tempo, mi sono sentita inferiore agli altri e perciò ho odiato coloro che erano diversi da me. Ho costruito ideologie su divisione e odio. Ma poi mia madre ha infuso in me i valori dell’eguaglianza, dell’amore, della pace e dell’unità.

A causa del potere di una singola donna, io mi ergo oggi nel mio piccolo angolo di Terra come avvocata della pace. Io sono la conferma di come la voce di una donna possa cambiare una persona.

Mia madre mi ha insegnato che nessun essere umano è diverso o migliore di un altro essere umano sulla Terra. Mi ha insegnato che per avere la pace, io devo provare amore e compassione per me stessa e per chiunque abbia attorno.

Mi ha insegnato a non permettere a nessuno di farmi sentire una nullità. Mi ha insegnato a rispettare ogni essere umano, a fronteggiare i bulli e a sollevare chi la società ha abbattuto.

Oggi, io ringrazio mia madre e chiedo a ogni donna di cantare la sua canzone di pace ai propri figli. Poiché siamo donne, ci viene detto di restare zitte. Alziamo invece le nostre voci insieme, per creare la futura generazione di custodi della pace. Il tempo che passiamo sulla Terra è breve e il nostro compito è aiutare la prossima generazione a vivere in un mondo pacifico e unito.

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(tratto da: Children of Peace: Stories and Dreams of Conflict-displaced Children, di Krizia Kaye Viray e Julie Christine Batula (immagini) – Un Migration Agency, 30 novembre 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

le gemelle

E’ come vedere doppio. Dagli occhi espressivi alla straordinaria carnagione dorata, sino ai più minuscoli manierismi e gesti, è difficile discernere chi è chi fra le due ragazze. Il modo più facile di distinguere le gemelle Sampang è che Farhiya indossa un ‘turung’ (hijab o fazzoletto da testa) e Ferwina no: “Può diventare davvero bollente e mi fa venire mal di testa.”, spiega quest’ultima.

Nonostante siano gemelle identiche, le ragazze sono l’una l’opposto dell’altra in diverse maniere. A Farhiya piacciono le lezioni d’inglese, Ferwina preferisce la matematica e vi eccelle. Nel tempo libero, a Farhiya piace cantare mentre ascolta i suoi artisti locali preferiti, mentre Ferwina preferisce disegnare.

Ma quando chiedi loro come immaginano il loro futuro le gemelle rispondono all’unisono – come se le parole provenissero da una sola persona. E’ un responso istantaneo, fermo e forte: “Sogniamo la pace.” Entrambe vogliono diventare mediche.

Il 9 settembre 2013 un gruppo armato attaccò la città di Zamboanga sull’isola di Mindanao, nelle Filippine. Il conflitto fra le forze governative e il gruppo armato durò più di tre settimane. L’assedio alla città fece di 100.000 suoi residenti degli sfollati, creando una crisi umanitaria che ha preso anni per essere risolta.

Il conflitto ha reso i bambini / le bambine particolarmente vulnerabili. Persino nei casi in cui erano stati in grado di fuggire e di trovare luoghi sicuri, un futuro sconfortante era davanti a loro, in special modo se non ottenevano sufficiente sostegno, inclusa la possibilità di tornare a scuola.

Da un’evacuazione all’altra le famiglie sfollate sono state trasferite a Masepla, dove è stato creato uno spazio di apprendimento per i bambini e dove le gemelle si trovano.

“Non è stato facile. – dice la preside della Masepla Composite Learning School, Cristina Santos – Prima di tornare a leggere libri, recitare alfabeti e cantare filastrocche abbiamo dovuto lavorare sull’attitudine dei piccoli e sul loro atteggiamento verso la vita. La violenza li aveva portati qui e noi abbiamo voluto assicurarci che non fosse la violenza a definirli.”

Gli alunni di questa scuola salutano con radianti sorrisi e non sono diversi dagli altri scolari che conoscete. Sono energici, curiosi, spensierati. E un’altra cosa è evidente. I sogni non svaniscono facilmente. Per fare un esempio, qui abbiamo incontrato bambine e ragazze che chiamano orgogliosamente se stesse “Figlie / Bambine delle Pace”. La pace non è per loro un barlume di speranza, è il motore che le spinge in avanti: “Ci impegneremo nello studio. Promuoveremo la pace. L’istruzione sarà la nostra arma per un futuro migliore.”, ci ha detto una delle ragazze prima di correre via a giocare con le amiche.

children of peace

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(“Meet Nimalka Fernando, Sri Lanka” – Nobel’s Women Initiative, luglio 2017 – Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Nimalka

“Le donne hanno portato il fardello della guerra, hanno lottato attraverso le loro intere vite, e hanno tenuto insieme il tessuto sociale. Devono avere voce nel disegnare il nuovo futuro per lo Sri Lanka.”

Nimalka Fernando è un’avvocata e un’attivista sociale. E’ la presidente del “Movimento Internazionale contro tutte le forme di discriminazione e razzismo” e del Forum delle Donne per la Pace in Sri Lanka. Nimalka è anche membro attivo di “Madri e figlie di Lanka”, una coalizione di differenti organizzazioni di donne del paese. Costoro hanno lanciato molte campagne contro la violenza politica e violenza diretta alle donne. Di recente, stanno lavorando verso l’aumento della rappresentazione politica delle donne per portare le loro voci e l’idea dell’eguaglianza di genere nella sfera pubblica.

Puoi descrive il tipo di lavoro che fai in Sri Lanka?

Negli ultimi trent’anni ho lavorato per la pace in Sri Lanka. Sebbene il conflitto sia presentato soprattutto come politico, noi come donne tentiamo di far luce sulle violazioni dei diritti umani. Il lavoro sui diritti delle donne e la costruzione di pace posa sul facilitare interazioni e conversazioni fra le principali comunità in conflitto, quella Tamil e quella Singalese.

Qual è stata la sfida più grande che hai incontrato durante il tuo lavoro?

Venendo dalla comunità che è in maggioranza, il lavoro sulla pace diventa molto una questione di accettazione da parte della minoranza e del fare in modo che si fidino di te per lavorare tutti insieme alla riconciliazione in Sri Lanka.

E come si costruisce la fiducia?

Questa è la questione maggiore. La guerra ha lasciato nelle menti dei Tamil un senso di sconfitta, mentre l’idea comune nel sud è una di vittoria. I cuori e i pensieri dei Tamil sono stati distrutti dalla guerra, mentre la maggioranza Singalese ha celebrato ciò come una vittoria. Perciò parlare di riconciliazione a partire da queste basi è molto difficile; dobbiamo sconfiggere l’intera cultura dell’eroismo che fa riferimento alla guerra. Non sono ancora state presentate scuse, da parte dello stato, per la devastazione causata dalla guerra e nessun leader politico ha ammesso che dobbiamo occuparci di tale devastazione in modo umano. Per la maggior parte dei leader politici è una schermaglia politica – ma quando incontri le persone sul territorio è vero dolore. Perciò, come porti quel dolore in uno spazio politico, e come porti la risoluzione politica a una madre in lutto?

Quale strategia consideri più efficace nella costruzione di pace?

A livello politico, per ottenere la pace, è il facilitare la condivisione del potere con la comunità Tamil. A livello personale, è il costruire fiducia fra le donne. Facciamo questo portando le donne Tamil al sud e le donne Singalesi che non hanno fatto esperienza delle violenze estreme della guerra al nord.

Cosa può fare la gente in Sri Lanka?

All’interno dello Sri Lanka le persone devono superare la paura che hanno le une delle altre. Dobbiamo combattere tutti gli elementi di estremismo religioso, estremismo etnico e sciovinismo nazionalista. Al momento sono concentrata sul parlare alle donne singalesi e sull’alzare il livello di consapevolezza politica nella nostra comunità di maggioranza, di modo da non essere sconfitte quando arriveremo al referendum in Sri Lanka. La maggioranza Singalese deve ricevere il messaggio di pace, riconoscere la dura realtà e portare entrambe le cose all’interno della propria comunità, così i Tamil sapranno che siamo con loro.

Cosa ti piacerebbe vedere dalla comunità internazionale?

Ho ricevuto moltissima solidarietà durante gli ultimi dieci anni, quando la mia vita è stata in pericolo a causa del mio attivismo, dai gruppi di donne e dai gruppi pro diritti umani. Siamo sopravvissute con questo tipo di solidarietà. E’ la solidarietà che costruirà in tutto il mondo una cultura di pace.

La comunità internazionale deve anche comprendere che pace e stabilità in una parte del mondo influenzano la pace ovunque. Senza smilitarizzazione e disarmo, noi continueremo solo a curare le ferite della violenza.

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(“Why a Feminist Foreign Policy Is Needed More Than Ever”, di Margot Wallström – in immagine – Ministra degli Esteri della Svezia, IPS – 7 marzo 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

margot wallstrom

Ultimamente, il mondo ha la tendenza a presentarsi in sfumature sempre più cupe. In molti luoghi la democrazia è messa in questione, i diritti delle donne sono minacciati e il sistema multilaterale che ci sono voluti decenni a costruire è indebolito.

Nessuna società è immune da contraccolpi, specialmente non in relazione al genere. C’è continuo bisogno di vigilanza e di persistente pressione affinché donne e bambine godano pienamente dei diritti umani.

Questo è il motivo per cui io, quando ho assunto la carica di Ministra degli Esteri oltre due anni fa, ho annunciato che la Svezia avrebbe seguito una politica estera femminista. Oggi, quella politica è più necessaria che mai.

Il mondo è lacerato da conflitti che sono forse i più complessi e difficili da risolvere che mai. Almeno metà dei conflitti si riaccende entro cinque anni. Oltre un miliardo e mezzo di persone vive in stati fragili e zone di conflitto.

Per poter rispondere a queste sfide globali, dobbiamo unire i punti e vedere cosa guida alla pace. Dobbiamo cambiare le nostre politiche da reattive a proattive, concentrandoci sul prevenire anziché sul rispondere. E la prevenzione non può mai avere successo senza il completo quadro di come determinate situazioni hanno impatto diverso su uomini, donne, bambini e bambine.

Applicare l’analisi di genere, rinforzare la raccolta di dati disaggregati per genere, migliorare l’obbligo dell’assunzione di responsabilità e portare le donne alle negoziazioni di pace e nella costruzione di pace sono le chiave per muoversi in avanti.

Gli studi mostrano che quando le analisi del conflitto includono aspetti di genere e le esperienze delle donne sono più efficienti. La crescita della violenza sessuale e di genere può per esempio essere un indicatore precoce del conflitto. Dobbiamo anche tenere presenti gli studi che mostrano una correlazione fra società basate sull’eguaglianza di genere e la pace.

L’eguaglianza di genere è materia fondamentale per i diritti umani, la democrazia e la giustizia sociale. Ma schiacciante evidenza ci mostra che è anche una precondizione per la crescita sostenibile, il benessere, la pace e la sicurezza. Aumentare l’eguaglianza di genere ha effetti positivi sulla sicurezza alimentare, sull’estremismo, sulla salute, sull’istruzione e numerose altre cruciali preoccupazioni globali.

Con la politica degli esteri femminista svedese, noi mettiamo in gioco tutti i nostri attrezzi di politica estera per l’eguaglianza di genere e applichiamo una sistematica prospettiva di genere in tutto quel che facciamo. E’ uno strumento analitico che serve a prendere decisioni informate. La politica estera femminista è un’agenda per il cambiamento che mira a aumentare i diritti, la rappresentanza e le risorse di tutte le donne e le bambine, basandosi sulla realtà in cui costoro vivono.

La rappresentanza sta al cuore della politica, poiché è un veicolo incredibilmente potente sia per il godimento di diritti sia per l’accesso alle risorse. Che si tratti di politica estera o nazionale, che si tratti della Svezia o di qualsiasi altro paese al mondo, noi vediamo che le donne sono ancora poco rappresentate nelle posizioni influenti in tutte le aree della società. Un processo decisionale non equamente rappresentativo ha più probabilità di fornire risultati discriminatori e non ottimali. Mettete le donne al tavolo sin dall’inizio e noterete che più istanze e prospettive vengono alla luce.

Anche quando si affrontano momenti scoraggianti per la politica mondiale, è importante ricordare che il cambiamento è possibile. La politica degli esteri femminista svedese crea una differenza concreta. Ogni giorno ambasciate, agenzie e dipartimenti implementano politiche basate sul contesto e sulla conoscenza in tutto il mondo. E sempre più paesi stanno comprendendo che l’eguaglianza di genere semplicemente ha senso.

Per menzionare alcuni esempi di come lavoriamo, la Svezia ha fornito grande sostegno al coinvolgimento delle donne nel processo di pace colombiano, assicurandosi che prospettive significative fossero presenti nel trattato di pace. Abbiamo anche creato una rete svedese di donne mediatrici per la pace, co-creato una rete equivalente nordica e abbiamo teso la mano verso altre nazioni e regioni per incoraggiarle a formare le loro proprie reti.

Assieme alla Corte penale internazionale e ai paesi partner, contrastiamo l’impunità per la violenza sessuale e di genere nei conflitti. Ci assicuriamo anche che gli attori del settore umanitario ricevano i nostri fondi solo se il loro lavoro è basato su dati disaggregati per genere. Le linee guida del governo sono state fornite all’Agenzia svedese per lo sviluppo e la cooperazione internazionali, contribuendo a rendere l’eguaglianza di genere il principale obiettivo in un crescente numero di suoi settori che si occupano di istanze specifiche. Questi sono solo alcuni esempi di come la nostra politica degli esteri femminista si traduce in pratica, facendo la differenza per donne e bambine in tutto il mondo.

Il femminismo è una componente di una visione moderna della politica globale, non un idealistico ritiro da essa. Concerne politiche intelligenti che includono intere popolazioni, usano tutti i potenziali a disposizione e non lasciano indietro nessuno/a. Il cambiamento è possibile, necessario e dovuto da lungo tempo.

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Le nostre radici sono nell’oscurità; la Terra è il nostro paese.

Perché guardiamo in alto per avere benedizioni, invece che attorno a noi o in basso?

Qualsiasi speranza noi si abbia è là.

Non nel cielo pieno di occhi-spia orbitanti e di armamenti, ma nella Terra che abbiamo disdegnato.

Non viene da sopra, ma da sotto.

Non è nella luce che acceca, ma nel buio che nutre, là dove gli esseri umani sviluppano anime umane.

Ursula K. Le Guin (Trad. Maria G. Di Rienzo)

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(“Meet Sandra Moran, Guatemala” – Nobel Women’s Initiative, 9 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Sandra Moran si è unita al movimento per i diritti umani quando era al liceo e più tardi ha fuso l’attivismo con la musica, suonando con la band “Kin Lalat” – musica per la rivoluzione. Durante la guerra civile in Guatemala, Sandra ha vissuto in esilio in Messico, Nicaragua e Canada, partecipando al lavoro di solidarietà con il suo paese da dove si trovava in quel momento. Sandra è la prima deputata apertamente omosessuale del Parlamento guatemalteco.

sandra

Hai cominciato a essere un’attivista in giovane età. Cosa ti spinse a farlo, all’epoca?

Sono nata in tempo di guerra. Sin da bambina vedevo gente per le strade, che lottava per qualcosa ed era perseguitata dalla polizia. Mentre ero alle superiori è stato il momento in cui ho cominciato a capire cosa significava partecipare alle proteste e cercare giustizia.

Perché, più tardi, hai dovuto abbandonare il paese?

All’università ho cominciato a organizzarmi con altre persone in modo più consapevole e mi sono unita a un movimento rivoluzionario. La preoccupante situazione per cui chi chiedeva giustizia veniva perseguitato si stava intensificando. Fui perseguitata io stessa. C’erano state sparizioni di persone, omicidi di studenti, e io dovetti andarmene nell’ottobre del 1981.

In che modo l’esilio ha avuto effetto sul tuo attivismo?

Era difficile a livello personale, perché sradicare te stessa è duro: lasciare la tua cerchia sociale e la tua famiglia, e non avere nulla per ricominciare da zero in un ambiente ostile. Ho cominciato a lavorare al sostegno dei rifugiati in Messico. Successivamente, ho cominciato a suonare musica politica per generare solidarietà con il Guatemala. Il mondo della musica cominciò a diventare più importante per me quando mi trasferii in Nicaragua e mi unii a un movimento rivoluzionario musicale di origini guatemalteche chiamato “Kin Lalat”. Poi, di fronte all’impossibilità di restare in Nicaragua o in Messico, siamo andati in Canada.

In che modo sei giunta a concentrarti sui diritti delle donne nel tuo lavoro?

Eravamo in Canada e facemmo tutto il possibile affinché l’attivista del Guatemala Rigoberta Menchú Tum vincesse il Nobel per la Pace. Io cominciai a concentrarmi di più sulle donne e migliorai la mia comprensione dei diritti delle donne. Perché, sino a quel momento, ero stata parte di una lotta più generalizzata.

E quando sei tornata in Guatemala, hai giocato un ruolo nell’assicurare un focus di genere nello sviluppo degli accordi di pace.

Quando feci ritorno in Guatemala, nel 1994, era il momento in cui un’assemblea di donne della società civile si era organizzata, così mi unii ai loro sforzi. Più tardi, come settore delle donne, ci assicurammo che gli accordi di pace del 1996 includessero il riconoscimento dei diritti delle donne e dei problemi che le donne affrontavano.

Tu vivi in una società machista dove vi sono principi molto conservatori. Pure, mentre facevi campagna per la tua elezione in Parlamento, hai detto pubblicamente di essere lesbica.

Sapevo che mi avrebbero dato addosso. Per me, la trasparenza non riguarda solo come si maneggia il denaro – il Guatemala è in piena lotta contro la corruzione – ma anche chi tu sei realmente. L’identità lesbica in Guatemala è tabù. Era necessario mostrarla non solo per rompere quel tabù ma, cosa ancor più importante, per dare l’opportunità alla comunità LGBT di avere una rappresentante. Sapevo che quell’identità sarebbe stata usata contro di me. Perciò, dicendo apertamente chi sono, ho sottratto loro il potere di usarla contro di me.

Ora che sei deputata, in che modo la società ha ricevuto il tuo lavoro sui diritti delle donne e delle persone LGBT?

Durante lo scorso settembre c’è stata una campagna molto pesante contro di me, per impedirmi di diventare la presidente del primo forum delle parlamentari. La ragione era che io, come lesbica, non ero “abbastanza donna” per rappresentare i membri donne del Parlamento. E’ stata una campagna pubblica, guidata da un cittadino che raccoglieva firme contro di me ed è esplosa sotto i riflettori. Per fortuna, ho ricevuto molto sostegno da gruppi e organizzazioni, anche a livello internazionale, e ho inoltrato una denuncia per discriminazione all’Ispettore generale per i diritti umani e alla Procura.

Quali sono le cose che vuoi cambiare, come membro del Parlamento?

A livello legale, per esempio, stiamo lavorando sulle questioni relative all’abuso sessuale di bambine e ragazze, e sul fatto che uno dei risultati della violenza sessuale contro le minori di anni 14 è spesso la gravidanza. E poiché è raro che l’aborto sia un’opzione praticabile per troppe di loro, diventa una gravidanza forzata.

Poi c’è la discussione sul riconoscimento dei diritti della comunità LGBT, il che implica cambiamenti favorevoli per le persone transessuali, matrimoni omosessuali o unioni civili, così come azioni per prevenire la terribile violenza che investe la comunità. Questa non è riconosciuta come un problema, perché per un mucchio di gente essere parte della comunità LGBT è una cosa malvagia che richiede un castigo, perciò la violenza è vista come naturale, come una punizione necessaria. E queste sono le cose di cui abbiamo necessità di discutere in tutte le nostre comunità, pubblicamente.

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annelinde

(“The Way”, di Annelinde Metzner – in immagine qui sopra – 9 luglio 2014. Trad. Maria G. Di Rienzo. Poeta, musicista, attivista, Annelinde ha scritto questo pezzo per ricordare “Il brillante e instancabile lavoro delle donne per il pianeta, che sta dà dando forma al futuro di tutte/i noi.”, comprendendo in esso “Le piccole azioni giornaliere delle donne che conoscete, che vi sono vicine, che abitano nel vostro quartiere.” Per tal motivo, dice, nella poesia ha incluso il Coro per la Pace “Sahara”, che lei dirige. Il Coro è stato fondato nel 2008 per promuovere relazioni pacifiche e amichevoli fra musulmani, ebrei e cristiani. “Sahara” è infatti la fusione dei nomi Sarah e Hagar, le “madri” di tutte e tre le religioni. Per il Coro Annelinde ha scritto numerose canzoni sulle dee europee, africane e mediorientali.)

Il modo in cui le giovani apprendiste, piene di speranza,

contano semi nella fattoria di Vandana Shiva.

Il modo in cui la sottile nervosa ragazza, danneggiata dalla guerra,

getta indietro la sua testa e canta.

Il modo in cui Wangari Maathai ci ha insegnato

a piantare alberi in barattoli di latta,

rendendo il Kenya di nuovo verdeggiante.

Il modo in cui le donne del Coro per la Pace “Sahara” vengono a cantare,

visualizzando un verde prato cittadino al posto del catrame.

Il modo in cui Lisa Shannon ride in faccia alla violenza,

mentre corre per le sue sorelle in Somalia e in Congo.

Il modo in cui due donne rotonde si sollevano per danzare,

le loro mani che compiono gesti in alto,

costruendo un futuro di meraviglia davanti ai nostri occhi.

Il modo in cui un iridescente raggio di sole

si fa strada fra la nebbia e atterra ai nostri piedi.

Ci incontriamo nell’Amore, nell’Onorare, nella Passione!

Creiamo un nuovo mondo,

mentre il vecchio mondo si sbriciola tutto intorno a noi,

e noi lo lasciamo andare.

Questo è il modo.

dipinto-di-emily-balivet

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