Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘irlanda del nord’

betty

“La paura è contagiosa, ma così lo è il coraggio.” E’ una delle frasi più celebri di Betty Williams, Premio Nobel per la Pace nel 1976 assieme a Mairead Maguire per lo straordinario lavoro delle due in contrasto alla violenza in Irlanda del Nord, il quale in una prima clamorosa mossa portò a marciare insieme decine – e poi centinaia – di migliaia di donne protestanti e cattoliche. Betty è morta a Belfast, all’età di 76 anni, il 18 marzo scorso.

Di ciò che Betty ha continuato a creare per la pace, nei trent’anni successivi al Nobel, restano “Peace People”, un’organizzazione dedicata alla diffusione della nonviolenza, i “World Centers of Compassion for Children International” (centri per la protezione dei diritti dei bambini fondati nel 1997 con il Dalai Lama) e le innumerevoli iniziative che ha portato avanti in tutto il mondo, Italia compresa.

Sulla sua storia, che comincia come testimone della morte di tre bambini (Mairead Maguire era la loro zia), esiste un bel documentario del 2018: “Betty Williams: Contagious Courage”. E’ il racconto della “rivoluzione quieta” con cui due donne comuni scossero il loro paese e il mondo intero.

Saluto Betty Williams in ritardo, ma con profondo rispetto e infinita gratitudine: ci ha mostrato, una volta di più, che ognuna/o di noi può fare la differenza.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

31 maggio 2018, Irlanda del Nord, Belfast: dopo la storica vittoria del referendum nella Repubblica d’Irlanda che ha messo termine al bando sull’interruzione volontaria di gravidanza, resta quest’angolo di mondo governato dalla Gran Bretagna in cui tutto al proposito è illegale, “pillola del giorno dopo” compresa.

Le donne di Belfast sono scese a protestare davanti ai principali tribunali della città (un gruppo di esse era vestito come le Ancelle del romanzo di Atwood) e alcune hanno inghiottito la pillola suddetta di fronte alle telecamere e ai cellulari. Quando la polizia ne ha trascinata via una dall’assembramento, le altre hanno circondato la scena – non ricordo quante volte ho insegnato questa tecnica nonviolenta nei seminari in giro per il mondo – e non si sono mosse sino a che gli agenti non hanno lasciato andare la loro compagna: è la scena che vedete nell’immagine qui sotto.

belfast 31 maggio 2018

Eleanor Crossey Malone, del movimento femminista e socialista “Rosa” è stata una di quelle che ha preso la medicina pubblicamente: “L’ho fatto per sfidare le leggi obsolete e medievali contrarie alla scelta che esistono in Irlanda del Nord. Dopo il referendum non abbiamo intenzione di essere lasciate indietro più a lungo. L’Irlanda del Nord resta una delle due giurisdizioni in Europa a criminalizzare le donne per l’aborto e noi non siamo più disposte ad accettarlo.”

Destra politica e religiosa stanno fremendo: non è dato sapere se le donne che hanno assunto il medicinale fossero incinte o no ed esse hanno già dichiarato che considereranno una grave violazione dei loro diritti umani costringerle a fare test di gravidanza. Io ho il sospetto, fondato su centinaia di esperienze precedenti, che parte di esse – se non tutte – non fossero incinte: quando in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza era illegale, molte attiviste si autoaccusarono di aver abortito come mossa politica e atto solidale.

Comunque, stante una legislazione che impedisce importazione e vendita della pillola, e persino l’assistenza medica a una donna che voglia abortire, come hanno fatto a ottenere il medicinale?

robot distributore di pillole

Con questi simpatici robot, frutto della collaborazione delle organizzatrici con “Women on Waves” e “Women on Web” – organizzazioni che forniscono consulenza e sostegno per un accesso sicuro all’interruzione di gravidanza. Di “Women on Waves”, delle sue attiviste e mediche e della sua nave che si posiziona giusto fuori dalle acque territoriali di nazioni che criminalizzano l’aborto e viene raggiunta dalle donne locali avvisate per tempo, vi avevo parlato in precedenza. L’organizzazione ha la sua base fisica in Olanda, e da là una dottoressa era in diretto contatto con le donne per consigliarle e assisterle. I robot sono stati sequestrati dalla polizia (ma non possono essere minacciati, malmenati, denunciati, messi in prigione, ecc. con qualche risultato, perciò dio sa cosa se ne faranno).

Adesso la palla passa a Theresa May, Primo Ministro del Regno Unito, giacché l’Assemblea dell’Irlanda del Nord (il cosiddetto “Parlamento di Stormont”, dal nome del palazzo in cui si riunisce) è – di nuovo – sospesa. Succede abbastanza spesso a causa dei disaccordi fra i partiti unionisti e quelli nazionalisti: attualmente questo corpo legislativo non funziona dal 9 gennaio 2017.

Le donne dell’Irlanda del Nord, però, per essere riconosciute come esseri umani dotati della piena capacità di esercitare signoria sui propri corpi, hanno aspettato sin troppo.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

rosie mckenna

Questo è il periodo in cui spesso chi si trova lontano dal proprio luogo e dalla propria famiglia di origine viaggia per trascorrere il classico “Natale con i tuoi”. Lo stanno facendo anche le donne irlandesi, molte delle quali con una speciale etichetta attaccata alle valigie – che vedete nelle immagini: ci sta scritto “sanità, non biglietto aereo”. Ci sono anche due hashtag: “abrogate l’ottavo” (emendamento, che impedisce l’interruzione di gravidanza in Irlanda, sarà in discussione in un referendum il prossimo maggio) e “fidatevi delle donne”.

Le foto sono nell’ordine di Rosie McKenna, Jenn Goff e Ruth Patten. Sui social media in cui le pubblicano due su tre ricordano che 11 donne irlandesi al mese devono lasciare il paese per avere accesso a un aborto legale.

jen goff

L’idea dell’etichetta è di Hannah Little, un’organizzatrice della branca londinese dell’ARC – Campagna per il diritto all’aborto. Lo scopo della campagna è: “L’abrogazione dell’8° emendamento dalla Costituzione irlandese, la decriminalizzazione dell’aborto in Irlanda del Nord e l’accesso all’interruzione di gravidanza gratuita, sicura e legale nell’isola di Irlanda.”

Hannah, che va regolarmente da Dublino a Londra in aereo, ha detto alla stampa “Sono sempre consapevole che le persone sul mio stesso volo possono viaggiare per ragioni molto differenti. Ti si spezza il cuore al pensiero che potresti star condividendo il volo con passeggere che soffrono per ragioni legate alla gravidanza e devono andare all’estero per prendere la decisione giusta per se stesse. Tornando a casa dall’aeroporto di Gatwick, l’altro giorno, ho visto due passeggere con le nostre etichette sui bagagli. Anche se non abbiamo parlato, è stato commovente sapere che avevo viaggiato con altre persone impegnate come me a cancellare l’ottavo emendamento.”

ruth patten

Il rapporto presentato da un’assemblea di cittadini, specificatamente creata dal governo irlandese per raccogliere opinioni e raccomandazioni su come la nuova legislazione dovrebbe essere, dice che l’interruzione di gravidanza sino alle 12 settimane dovrebbe essere resa legale in qualsiasi circostanza.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(tratto da: “Very inconvenient truths: sex buyers, sexual coercion, and prostitution-harm-denial”, un lungo, rigoroso e dettagliato saggio di Melissa Farley per Logos Journal, gennaio 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Melissa Farley, psicologa clinica e ricercatrice è la direttrice esecutiva del Centro “Prostitution Research and Education” di San Francisco, Usa. L’anno scorso ha pubblicato la ricerca “Pornography, Prostitution, & Trafficking: Making the Connections”. Cioè, non è una che ha “parlato una volta con Sempronia che si prostituiva quattro decenni fa” o che cita il proprio cugino come fonte autorevole, è una che di prostituzione si occupa professionalmente e scientificamente da trent’anni e passa.)

Alcuni sfruttatori, alcuni compratori di sesso e alcuni governi hanno preso la decisione di ritenere ragionevole l’aspettarsi che determinate donne tollerino lo sfruttamento e l’assalto sessuale per sopravvivere. Queste donne più spesso che no sono povere e più spesso che no sono marginalizzate per motivi etnici o razziali. Gli uomini che le comprano hanno maggior potere sociale e maggiori risorse rispetto alle donne. Per esempio, un canadese turista della prostituzione ha detto delle donne thailandesi che si prostituiscono: “Queste ragazze devono pur mangiare, non è vero? Io sto mettendo il pane nel loro piatto. Sto dando un contributo. Morirebbero di fame se non facessero le puttane.”

Questo darwinismo autocelebratorio evita la questione: le donne hanno il diritto di vivere senza l’aggressione sessuale o lo sfruttamento sessuale della prostituzione, o questo diritto è riservato a coloro che godono di privilegi di sesso, razza o classe? “Ottieni quello per cui paghi senza il no. – ha spiegato un altro compratore di sesso – Le donne che non si prostituiscono hanno il diritto di dire no.” Noi abbiamo protezione legale dalle molestie sessuali e dallo sfruttamento sessuale. Ma tollerare abusi sessuali è la descrizione della prostituzione come lavoro.

Una delle bugie più grandi è che la maggior parte della prostituzione sia volontaria. Se non ci sono prove dell’uso della forza, l’esperienza della donna è archiviata come “volontaria” o “consensuale”. Un compratore di sesso ha detto: “Se non vedo una catena alla sua caviglia, presumo che lei abbia fatto la scelta di essere là.”

Il pagamento del puttaniere non cancella quel che sappiamo della violenza sessuale e dello stupro. Sia o no legale, la prostituzione è estremamente dannosa per le donne. Le prostitute hanno le più alte percentuali di stupro, aggressioni fisiche e omicidio di qualsiasi altro gruppo di donne mai studiato.

Secondo una ricerca olandese, il 60% delle donne che esercitano legalmente la prostituzione sono state fisicamente assalite, il 70% minacciate di aggressione fisica, il 40% ha fatto esperienza di violenza sessuale e un altro 40% è stato obbligato con la forza a prostituirsi legalmente.

Nell’ultimo decennio, dopo aver intervistato centinaia di compratori di sesso in cinque paesi (Usa, Gran Bretagna, India, Cambogia e Scozia), stiamo osservando più da vicino i comportamenti e le attitudini che alimentano la misoginia della prostituzione e abbiamo cominciato a capire alcune delle loro motivazioni. I comportamenti normativi dell’acquirente di sesso includono il rifiuto a vedere la propria partecipazione in attività dannose, come il disumanizzare una donna, l’umiliarla, l’aggredirla verbalmente e fisicamente e sessualmente, e il pagarla in danaro per farle compiere atti sessuali che altrimenti non compirebbe.

I compratori di sesso non riconoscono l’umanità delle donne che per il sesso usano. Una volta che una persona sia stata mutata in oggetto, lo sfruttamento e l’abuso sembrano pressoché ragionevoli. Nelle interviste tenute con i compratori di sesso in culture differenti, essi hanno fornito alcuni agghiaccianti esempi di mercificazione. La prostituzione era intesa come “affittare un organo per dieci minuti”. Un altro compratore di sesso statunitense ha affermato che “Stare con una prostituta è come bere una tazzina di caffè, quando hai finito la butti da parte”.

Avevo in mente una lista in termini di razza – ha detto un compratore di sesso inglese – Le ho provate tutte negli ultimi cinque anni, ma sono risultate essere tutte uguali.” In Cambogia, la prostituzione era intesa in questi termini: “Noi uomini siamo gli acquirenti, le prostitute sono le merci e il proprietario del bordello è il venditore.”

Una donna che si era prostituita a Vancouver per 19 anni ha spiegato la prostituzione negli stessi termini dei compratori di sesso: “Sono i tuoi proprietari per quella mezz’ora o quei venti minuti o quell’ora. Ti stanno comprando. Non hanno sentimenti nei tuoi confronti, tu non sei una persona, sei una cosa da usare.”

Usando la sua propria e speciale logica, il compratore di sesso calcola che in aggiunta all’acquistare accesso sessuale, il denaro gli compri il diritto di evitare di pensare all’impatto della prostituzione sulla donna che usa. La sua fantasia è la fidanzata senza-problemi che non gli fa richieste ma è disponibile a soddisfare i suoi bisogni sessuali. “E’ come affittare una fidanzata o una moglie. E puoi scegliere come da un catalogo.”, ha spiegato un compratore inglese di sesso. I compratori di sesso cercano l’apparenza di una relazione. Un certo numero di uomini hanno spiegato il loro desiderio di creare l’illusione, diretta ad altri uomini, di aver acquisito una donna attraente senza averla pagata. (…)

In Scozia, i ricercatori hanno scoperto che più spesso gli uomini comprano sesso, meno empatia provano per le donne che si prostituiscono: “Io non voglio sapere niente di lei. Non voglio che si metta a piangere o altre cose perché questo rovina l’idea, per me.” Gli uomini creano un’eccitante versione di ciò che la prostituta pensa e prova che ha scarse basi nella realtà. Andando contro tutta l’evidenza del buonsenso, la maggioranza dei puttanieri che abbiamo intervistato credeva che le prostitute fossero sessualmente soddisfatte dalle loro performance sessuali. La ricerca compiuta con le donne, d’altra parte, mostra che esse non sono eccitate dalla prostituzione e che, con il tempo, la prostituzione reca danni alla sessualità delle donne. (…)

L’opinione degli uomini favorevoli alla prostituzione è una dell’insieme di attitudini e pareri che incoraggiano e giustificano la violenza contro le donne.

Attitudini per chi si sente di avere il diritto all’accesso al sesso e all’aggressione sessuale e attitudini di superiorità rispetto alle donne sono connesse alle violenza maschile contro le donne. La ricerca mostra che i compratori di sesso tendono a preferire sesso impersonale, temono il rigetto delle donne, hanno un’ostile auto-identificazione mascolina e sono più inclini allo stupro dei non compratori, se possono farla franca. In Cile, Croazia, Messico e Ruanda, i compratori di sesso erano più inclini a stuprare degli altri uomini. Significativamente, gli uomini che avevano usato donne nella prostituzione avevano molte più probabilità di aver stuprato una donna rispetto agli uomini che non compravano sesso. In Scozia, abbiamo scoperto che più volte un puttaniere usa le donne nella prostituzione, più è probabile che abbia commesso atti sessuali coercitivi contro donne che non si prostituiscono. (…)

I compratori di sesso vedono, e allo stesso tempo rifiutano di vedere, la paura, il disgusto e la disperazione nelle donne che comprano. Se lei non corre fuori dalla stanza urlando “Aiuto, polizia!”, allora il compratore conclude che lei ha scelto la prostituzione. Sapere che le donne nella prostituzione sono state sfruttate, coartate, rispondono a un magnaccia o sono state trafficate non scoraggia i compratori di sesso. Metà di un gruppo di 103 compratori di sesso londinesi ha attestato di aver usato una prostituta di cui sapevano che era sotto il controllo di un magnaccia. Uno di loro ha spiegato: “E’ come se lui fosse il suo proprietario.” E un altro: “La ragazza viene istruita su quel che deve fare. Tu puoi rilassarti completamente, è il suo lavoro.” (…)

L’argomento che legalizzare la prostituzione la renderebbe “più sicura” è la razionalizzazione principale per legalizzare o decriminalizzare la prostituzione. Tuttavia, non ci sono prove per questo. Invece, ascoltiamo rivendicazioni egoistiche e asserzioni dalle forti parole ma senza dati empirici. Le conseguenze della prostituzione legale in Olanda e Germania hanno mostrato quanto male può andare: al 2016, l’80% della prostituzione olandese e tedesca è controllata da mafie criminali. Dopo la legalizzazione in Olanda, il crimine organizzato è andato fuori controllo e le donne nella prostituzione non sono state più al sicuro di quando la prostituzione era illegale. Dopo la legalizzazione nello stato di Victoria, Australia, i magnaccia hanno aperto 95 bordelli legali ma allo stesso tempo ne hanno aperti altri 400 di illegali. Invece di far diminuire i crimini violenti correlati, la legalizzazione della prostituzione è risultata come aumento del traffico di esseri umani (la ricerca ha interessato 150 paesi). Chiunque conosca la vita quotidiana di chi si prostituisce capisce che la sicurezza nella prostituzione è una chimera. I sostenitori della prostituzione legale lo capiscono, ma raramente lo ammettono.

Pure, prove alla mano, la “Sex Workers’ Education and Advocacy Taskforce in South Africa” ha distribuito una lista di suggerimenti per la sicurezza inclusa la raccomandazione, per la persona che si prostituisce, di calciare una scarpa sotto il letto mentre si spoglia e, nel recuperarla, di controllare se ci sono coltelli, manette o corda. Il volantino fa notare anche che sprimacciare il cuscino sul letto permetterebbe un’addizionale ricerca di armi. Un magnaccia olandese ha detto a un giornalista: “Non ci vogliono cuscini nella camere del bordello. Il cuscino è un’arma per l’assassinio.” Un’organizzazione di S. Francisco consiglia: “Fate attenzione alle uscite e impedite al vostro cliente di bloccare quelle uscite” e “Le scarpe dovrebbero togliersi e mettersi facilmente ed essere adatte alla corsa” e ancora “Evitate collane, sciarpe, borse la cui tracolla attraversa il collo e ogni altra cosa che possa accidentalmente o intenzionalmente essere stretta attorno alla vostra gola.”

Il gruppo “Australian Occupational and Safety Codes for prostitution” raccomanda un training per la negoziazione da parte di ostaggi, contraddicendo completamente la nozione di prostituzione come lavoro qualsiasi. Al pulsante d’allarme nei saloni per massaggi, nelle saune e nei bordelli non si può rispondere abbastanza velocemente per prevenire la violenza. I pulsanti d’allarme nei bordelli legali hanno tanto senso quanto ne avrebbero nelle case di donne che subiscono maltrattamenti. (…)

I compratori di sesso e i sostenitori del commercio di sesso possono riconoscere una frazione degli abusi e dello sfruttamento all’interno della prostituzione, ma li giustificano perché alle donne è permesso fare molti soldi. Una volta che siano pagate, sfruttamento abuso e stupro scompaiono. “Sono tutte sfruttate. – ha detto un puttaniere italiano – Tuttavia, hanno anche dei bei guadagni.” Un altro compratore di sesso ha descritto gli stupri subiti dalla donna da parte del suo magnaccia ma, ha aggiunto, “Succede una volta ogni tanto, non ogni settimana”. (…)

Magnaccia e trafficanti rappresentano la prostituzione falsamente come un lavoro facile, divertente e remunerativo per le donne. Alcuni assai noti sostenitori della prostituzione si presentano come “sex workers”, sebbene siano invece “manager” per donne nel commercio del sesso: certi sono magnaccia e certi sono stati arrestati per favoreggiamento della prostituzione, per aver aperto bordelli o trafficato esseri umani.

C’è un clamoroso conflitto di interessi quando individui che dirigono/posseggono/sfruttano stanno nella stessa organizzazione di chi è sotto il loro controllo. La falsa rappresentazione diventa ancora meno etica quando proprietari di bordelli e magnaccia nascondono le loro appartenenze, proclamando di rappresentare gli interessi delle prostitute. Nascondendosi dietro la bandiera del “sindacato”, i magnaccia si appellano alla simpatia della Sinistra. Tuttavia, gruppi come New Zealand Prostitutes Collective, the International Union of Sex Workers (GB), Red Thread (Olanda), Durbar Mahila Samanwaya Committee (India), Stella (Canada) e Sex Worker Organizing Project (USA) – mentre promuovono aggressivamente la prostituzione come lavoro non assomigliano affatto a sindacati dei lavoratori. Non offrono pensioni, sicurezza, riduzione d’orario, benefici per le disoccupate o servizi d’uscita dalla prostituzione (che il 90% delle prostitute affermano di volere). Invece, questi gruppi promuovono un libero mercato di esseri umani usati per il sesso.

Noi abbiamo individuato 12 persone (femmine e maschi) di 8 paesi diversi che si identificano pubblicamente come “sex workers” o sostenitori di chi lavora nel commercio di sesso, ma che hanno anche venduto altre persone o sono stati implicati nel commercio di sesso in vari modi specifici. Tutti costoro reclamano la decriminalizzazione dello sfruttamento della prostituzione. Molti sono stati arrestati per aver diretto bordelli e agenzie di escort, per aver trafficato persone, per aver promosso o favorito la prostituzione o per aver derivato i propri guadagni dalla prostituzione altrui, per esempio:

Norma Jean Almodovar, USA, International Sex Worker Foundation for Art, Culture, and Education, Call Off Your Old Tired Ethics (COYOTE): condannata per favoreggiamento della prostituzione.

Terri Jean Bedford, Canada, “sostenitrice delle sex workers” che descriveva se stessa pure come “sex worker”: condannata per aver diretto un bordello.

Claudia Brizuela, Argentina, Association of Women Prostitutes of Argentina, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: arrestata con l’accusa di traffico di essere umani a scopo di sfruttamento sessuale. Entrambi i gruppi citati di cui fa parte erano finanziati da UNAIDS e facevano riferimento ad Amnesty International per avere sostegno.

Maxine Doogan, USA, Erotic Service Providers Union: arrestata per favoreggiamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. Ha ammesso il favoreggiamento ed è stata condannata.

Douglas Fox, Gran Bretagna, International Union of Sex Workers: arrestato per aver derivato i propri guadagni dallo sfruttamento della prostituzione, consigliere di Amnesty International, co-dirige un’agenzia di escort.

Eliana Gil, Messico, Global Network of Sex Work Projects, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: condannata per traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale. Era la magnaccia, assieme al figlio, di circa 200 donne a Città del Messico. L’associazione Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network era affiliata al programma delle NU sull’Hiv/Aids, affiliata all’Organizzazione Mondiale per la Sanità e citata da Amnesty International.

Margo St. James, USA, COYOTE: arrestata per aver diretto un bordello. La sua dichiarazione è che sebbene le donne nelle stanze della sua casa si prostituissero, lei non lo faceva. (…)

L’esistenza della prostituzione ovunque è il tradimento della società nei confronti delle donne, in special modo di quelle che sono marginalizzate e vulnerabili a causa del gruppo etnico di cui fanno parte, della loro povertà, delle loro storie di abuso e abbandono.

La complicità dei governi sostiene la prostituzione. Quando il commercio di sesso si espande, le donne competono meno con gli uomini per i posti lavoro. Quando la prostituzione è incorporata nelle economie di stato, i governi sono sollevati dalla necessità di trovare impieghi per le donne. Nei paesi in cui la prostituzione è legale le tasse sul sangue sono raccolte dallo stato-magnaccia. Banche, linee aeree, internet providers, alberghi, agenzie di viaggio e tutti i media integrano lo sfruttamento e l’abuso delle donne coinvolte nella “prostituzione turistica”, ricavandone grandi profitti.

Se ascoltiamo le voci e le analisi delle sopravvissute che sono uscite dalla prostituzione – coloro che non sono più sotto controllo – ci dirigeranno verso le ovvie soluzioni legali. Gli uomini che comprano sesso devono essere ritenuti responsabili delle loro aggressioni predatorie. Chi si prostituisce non deve subire arresti e le/gli devono essere offerte alternative reali per la sopravvivenza. Coloro che profittano dalla prostituzione – magnaccia e trafficanti – devono pure essere ritenuti responsabili. Un approccio alla prostituzione basato sui diritti umani, che la riconosce come sfruttamento sessuale, come quello di Svezia, Norvegia, Islanda e Irlanda del Nord, fornirebbe sicurezza e speranza. Ma prima dobbiamo muoverci oltre le bugie dei magnaccia e dei profittatori. So che possiamo farlo.

Riassumendo:

1. La verità sulla prostituzione è spesso nascosta dietro le bugie, le manipolazioni e le distorsioni di chi profitta del commercio sessuale. Le verità più profonde sulla prostituzione vengono alla luce nelle testimonianze delle sopravvissute, così come nella ricerca sulle realtà psicosociali e psicobiologiche della prostituzione stessa.

2. Alle radici della prostituzione, come per tutti gli altri sistemi coercitivi, ci sono disumanizzazione, oggettivazione, sessismo, razzismo, misoginia, mancanza di empatia / senso patologico dell’aver diritto (magnaccia e clienti), dominio, sfruttamento e un livello di esposizione cronica alla violenza e alla degradazione che distrugge personalità e spirito.

3. La prostituzione non può essere resa sicura legalizzandola o decriminalizzandola. La prostituzione deve essere completamente abolita.

4. La prostituzione assomiglia più all’essere cronicamente assalite sessualmente, danneggiate e stuprate che a lavorare in un fast food. La maggioranza delle prostitute soffre di acuta sindrome da stress post traumatico e vuole uscirne.

5. I compratori di sesso sono predatori: spesso hanno comportamenti coercitivi, manca loro empatia e hanno attitudini sessiste che giustificano l’abuso delle donne.

6. Una soluzione esiste. Si chiama modello svedese ed è stata adottata in diversi paesi. L’essenza della soluzione è: criminalizzazione per clienti e magnaccia, decriminalizzazione per le donne e il provvedere loro risorse, alternative, alloggi sicuri, riabilitazione.

7. La prostituzione ha effetti su ognuno di noi, non solo su chi è coinvolto.

Read Full Post »

(di Aoife Valley, 17.9.2012, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

La vergogna è il maggior ostacolo alla guarigione dagli abusi sessuali. Quando l’abuso accade all’interno di una struttura familiare investe tutti. La vergogna combinata di coloro che infliggono gli abusi, di coloro che non li fermano e delle vittime è ciò che generalmente tiene in vita un’enorme bugia familiare. Questo è ciò che è accaduto nella mia famiglia, in Irlanda del Nord.

Sino al 2009 sono stata coinvolta nelle indagini poliziesche che riguardavano mio padre ed i suoi amici per le loro attività pedofile. Sfortunatamente le altre vittime devono ancora farsi avanti, perciò la polizia non è stata in grado di mettere insieme abbastanza prove affinché il caso finisse in tribunale. Non aver avuto “giustizia” dopo tanti anni di lotte non è stato facile da sopportare, ma so che il mio lavoro non è ottenere personalmente giustizia, ma raccontare la mia storia per proteggere me stessa e gli altri.

Sono cresciuta nella casa di mio padre, in Irlanda del Nord, durante il periodo che noi chiamiamo “Dei guai” (gli anni ’80 e ’90, ndt.). La cultura in cui ero immersa e la mentalità tormentata di mio padre creavano un ambiente volatile ed insicuro in modo permanente. Bombe esplodevano, edifici saltavano in aria in centro città, adolescenti morivano di colpi d’arma da fuoco ed io ero stuprata e torturata da mio padre e, più tardi, dai suoi amici. Mia madre la vedevo di tanto in tanto, ma era soggetta a crolli nervosi e a volte scompariva per anni interi. Noi figli abbiamo vissuto con lei per due anni nel periodo in cui io entravo alle scuole medie, ma dopo di ciò lei ebbe un altro crollo e noi tornammo a vivere con mio padre.

Mio padre cominciò a stuprarmi e a torturarmi quando avevo cinque anni. Quando tornammo da lui dopo i due anni con mia madre io rifiutai di lasciarmi toccare e lui mi buttò giù dalle scale. Mi avrebbe lasciata là a sanguinare se non fossero tornati a casa i miei fratelli che lo costrinsero a chiamare un’ambulanza. La caduta mi causò una gamba rotta, danni al collo e un bel po’ di lividi. Mio padre venne in ospedale a portarmi rose rosse e a minacciarmi di morte in caso avessi parlato con qualcuno. Le infermiere sembravano intuire che qualcosa non andava, ma io ero diventata muta dal terrore. Mio padre mi aveva minacciata di morte per anni, ed ora sapevo che era capace di mettere in pratica quel che diceva.

Dopo questo episodio ricominciò a violentarmi periodicamente, sino a che, quando avevo 14 anni, mi presentò altri uomini che fecero lo stesso, uomini che ora identifico come un club di pedofili. In questo periodo restai incinta e fui portata in Inghilterra ad abortire. Diventai profondamente depressa, sino a non essere più capace di parlare o camminare. La cura che mio padre mi somministrò consisteva nel portare i più schifosi tra i suoi amici a “darmi una svegliata”. Per mano di quest’uomo io ho sofferto le esperienze più umilianti e orribili della mia vita. Quando avevo fra i cinque e i dieci anni, mio padre capitava in camera mia di notte, mi stuprava e poi mi faceva stare in piedi nel mezzo della stanza per il resto della notte. Diceva che se mi fossi seduta o sdraiata lui lo avrebbe saputo subito perché poteva “leggere la mia mente e vedermi” dalla sua camera. Io rimanevo in piedi finché ce la facevo, e mi risvegliavo al mattino sul pavimento.

Dai 16 anni in poi ebbi vari problemi di salute, il che significò stare spesso in ospedale: benché patissi del dolore, era meraviglioso essere via da casa. In seguito mio padre si trovò una specie di fidanzata e cominciò a passare pochissimo tempo con noi figli. Era un sollievo, ma significava anche che raramente in casa c’erano provviste o mezzi per scaldarci. Attraverso tutta la mia infanzia e la mia adolescenza la fame e il freddo sono stati problemi seri. Ricordo anche che a scuola ero dolorosamente conscia di non essere pulita, ma la vergogna era parte della mia identità. Quando ebbi 18 anni mio padre mi lasciò andare all’università in Inghilterra. Sembrava che la sua ossessione di distruggermi si fosse attenuata, così scappai di corsa prima che potesse tirarla fuori di nuovo e fermarmi. I miei ricordi pian piano svanivano dalla mia memoria. Fu quando ebbi 26 anni che cominciai ad avere dei flash back. Era il periodo in cui mio padre mi telefonava di continuo per insultarmi ed accusarmi di essere “pazza come mia madre”. Così abbandonai gli studi di specializzazione che avevo intrapreso a Dublino e mi trasferii nel Donegal, immergendomi nella natura per avere conforto. Dissi allora la verità alla mia famiglia sugli abusi che avevo subito. Le telefonate paranoiche di mio padre cessarono quando gli dissi che lo avrei denunciato alla polizia se avesse osato avvicinarsi a me. Gli dissi anche che ora aveva a che fare con una donna adulta, e non più con una bimba terrorizzata. Da allora in poi ho potuto andare avanti a vivere, sollevata dal fatto che mio padre aveva perso qualsiasi potere su di me. Ora era lui a temere me.

La meditazione è stata l’attrezzo che mi ha aiutata a guarire. Tutti i miei ricordi sono tornati a me, ed è vero che è stato come aprire un bidone di spazzatura fissa e puzzolente, ma io ho mutato tutto in oro nero. Meditare ti permette di sciogliere nodi e tensioni mentali, ma anche i dolori del corpo. Per anni il mio corpo è stato un concentrato costante di sofferenze, al punto da non poter neppure usare un asciugamano su braccia e gambe dopo un bagno. Il liberarmi da tutto questo è stato divino.

La fiducia è un problema enorme per le persone che hanno sofferto tradimenti estremi nei loro anni formativi: poiché la meditazione è una medicina che tu dai a te stessa in solitudine non oltrepassa confini difficili come altre tecniche che comportano l’intervento di terzi. Ma guarire non sarebbe comunque stato possibile senza l’aiuto di alcuni buoni amici, di membri della famiglia e di terapeuti.

Murales di Aoife Valley

Sono ancora in Donegal: il vasto Atlantico in distanza, le montagne attorno me. Sono qui e faccio tutto quel che posso per restare bilanciata, amarmi ed aiutare altri a trasformare in paradisi i loro inferni. Spero che chiunque legga questo giunga a maggior comprensione del suo stesso dolore: perché quando capiamo il nostro dolore esso può svanire come per magia, e lasciare dietro di sé solo la fontana del sollievo che risiede in ciascuno di noi.

Da quando ho pubblicato questo resoconto della mia vita sul mio sito web sono stata minacciata di denuncia da mio padre. Ho detto ai suoi legali che non ho la minima intenzione di negare la mia storia o di stare zitta. Sino a che avrò del respiro in questo corpo, io dirò la verità. Aoife Valley.

 

(Sull’Autrice: Sono nata nel giugno 1976, ho studiato arte in Gran Bretagna e a Dublino. Sono anche stata istruita in comunicazione nonviolenta a Findhorn, in Scozia. Vivo nelle montagne del nordovest del Donegal, in Irlanda, con una schiera di bellissimi animali: i gatti Leah, Dooey e Sunny, il cane Scrappy, le capre Dewla, Bouncy e Borage, ed un alveare pieno di api nere locali. Lavoro al Centro Risorse a Pobal Eascarrach e insegno meditazione. Il mio primo libro per bambini è uscito nel 2009.)

Read Full Post »

 

 

La città pakistana di Peshawar, sul confine con l’Afghanistan, è attualmente nota per due dati di cui non c’è da vantarsi: la radicalizzazione pseudo-religiosa della sua gioventù maschile, e la fiorente industria artigiana di armi leggere, con relativo commercio. La violenza è la moneta corrente di quest’area nel nordovest del paese.

Naturalmente anche qui c’è chi dice “no”, ma dev’esserci voluto un coraggio straordinario per cominciare a farlo a 16 anni, ed essendo una femmina. Gulalai Ismail, oggi 24enne, da otto anni fa funzionare due programmi di seminari e incontri per contrastare la violenza (uno sul genere e l’altro sulla costruzione di pace) da casa sua, a Peshawar. Invitata a Londra, nel maggio di quest’anno, ha parlato ai giovanissimi del suo lavoro:

“Ho messo in piedi “Ragazze consapevoli” quando avevo 16 anni perché tutto attorno a me vedevo le femmine trattate in modo diverso dai maschi. Mia cugina aveva 15 anni quando le fu arrangiato un matrimonio con un uomo che aveva il doppio della sua età. Non poté terminare gli studi, mentre i suoi fratelli continuavano ad andare a scuola. Ciò era considerato normale. Le ragazze hanno interiorizzato tutta questa discriminazione: una donna che soffre la violenza ma non dice nulla dev’essere ammirata e presa a modello, una brava donna si sottomette a suo marito o suo padre. “Ragazze consapevoli” suscita la coscienza dell’eguaglianza di status. Nei seminari insegniamo che le donne hanno diritti umani, e le tecniche per prendere l’iniziativa e negoziare all’interno delle famiglie per avere un’istruzione ed il controllo sulle proprie vite. La posizione delle donne nella società si è deteriorata con il tempo. Peshawar era una città molto progressista, ma dopo la “talibanizzazione” la vita per le ragazze è diventata più dura. Mia sorella minore vive peggio di come ho vissuto io alla sua età. Persino andare al mercato è difficile, a causa delle molestie sessuali.”

Se qualcuno aveva ancora dubbi sull’uso politico della violenza sessuale, in tutte le sue forme, la storia di Gulalai Ismail dovrebbe dissolverli: il principale ostacolo all’organizzazione dei seminari di “Ragazze consapevoli” sono proprio le molestie. Ismail e il suo staff devono spendere un bel po’ di tempo a costruire, nelle comunità che visitano, la fiducia che le ragazze non subiranno violenze se partecipano agli incontri. Lavorare nelle zone rurali richiede molta pazienza, ma Ismail non è interessata all’opzione più semplice di lavorare solo in aree urbane.

Le discriminazioni di genere sono state il suo primo motivatore, ma molto presto la ragazza ha colto la connessione fra genere e pace: “Durante un seminario, una donna narrò di come suo figlio dodicenne fosse stato portato in Afghanistan dai militanti. Dieci mesi più tardi era morto. Questo ha fatto sì che io cominciassi a chiedermi come potevamo indurre queste giovanissime persone a non unirsi ai militanti.” Il risultato della riflessione di Ismail è stato il network “Semi di pace” che lo scorso anno ha fornito formazione a 25 giovani. Costoro, a loro volta, formeranno altre 20 persone che avranno il compito di passare l’insegnamento ad altre venti e così via. Ognuno di essi, stima Ismail, potrà raggiungere almeno 500 ragazzi tramite i seminari: “Identificano i giovani nelle loro comunità che potrebbero essere vulnerabili all’estremismo ed organizzano incontri per discutere cause e conseguenze del conflitto, e la storia della talibanizzazione. Parliamo di tolleranza e rispetto per chi ha un’altra fede. L’estremismo si infiltra in ogni aspetto della crescita dei bambini: persino i libri di scuola chiedono loro di essere pronti per la guerra santa, e dappertutto ci sono canzoni e film che glorificano la guerra, il martirio e la violenza. “Semi di pace” ha lo scopo di fornire un’altra prospettiva, quella dei diritti umani. La pace non è solo l’assenza di guerra, la pace è proprio tolleranza e rispetto, e le donne hanno un ruolo importante nell’educazione dei bimbi.”

Ismail sa bene che il suo lavoro sfida il dominio dei talebani e conosce i pericoli che questo comporta. E’ anche consapevole che vi sono istanze politiche coinvolte nella radicalizzazione della regione in cui vive, ma crede che il cambiamento dal basso sia una parte cruciale della costruzione di pace. “Per risolvere un conflitto”, dice Ismail, “hai bisogno sia delle negoziazioni politiche ad alto livello, sia della partecipazione della gente comune.”

Ruari Nolan di “Peace Direct”, che ha portato la giovane donna in Gran Bretagna, è d’accordo: “Le trattative politiche sono i mattoni, il coinvolgimento della comunità è il cemento che li tiene insieme. L’esperienza dell’Irlanda nel Nord ce lo ha insegnato: decenni di costruzione di pace dal basso sono stati la premessa fondamentale al processo politico che è culminato con l’accordo.”

Alle conferenze internazionali, Gulalai Ismail ha incontrato “semi di pace” provenienti dall’Uganda, dallo Sri Lanka, e da molte altre parti del mondo. “Nonostante le forme dei conflitti siano diverse, vedo che stiamo facendo lo stesso lavoro. Questo mi riempie di speranza.”

Maria G. Di Rienzo – (Fonti: Awid, The Guardian)

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: