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Posts Tagged ‘femminismo’

emma

(“Hope”, di Emma Wright – in immagine – poeta inglese di origine asiatica. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice, che ora ha 33 anni, ha fondato la propria casa editrice “The Emma Press” quando ne aveva 25, dopo aver preso nota che le maggiori case editrici e le riviste di poesia erano dirette da uomini e che determinati stili di poesia non erano pubblicati: “Non si trattava del fatto che un tipo di poesia non andasse bene. Solo del non rappresentarla. Non era di moda. Ma la forma, il soggetto e lo stile entravano in risonanza con me. Ho pensato: chi è che decide i trend? Tendevano a essere questi uomini più vecchi di me.” Emma sceglie di pubblicare solo lavori che la interessano personalmente: “Sto facendo questo per una ragione che ovviamente non è il denaro. Il mio guadagno è pubblicare poesia che voglio leggere. E’ il motivo per cui ho cominciato e il motivo per cui continuo.”)

Speranza.

Una maledizione, un sogno,

una luce nell’oscurità,

quando tutto dovrebbe essere inchiostro;

un rigonfiarsi di vita,

quando tutto dovrebbe essere immobile;

un tepore vicino a te,

quando tutto dovrebbe essere freddo

e morto e andato.

Speranza.

Un amore, un amico,

una risata felice

anche quando vuoi piangere;

un sorriso al tuo riflesso,

anche quando stai annegando;

fluttuare su una nuvola,

anche quando il peso delle

aspettative del mondo ti sta

schiacciando giù e giù

e giù.

Speranza.

Vivere attraverso i tempi peggiori;

tentare la sorte su qualcuno;

credere nel paradiso anche quando tutto quel che vedi è inferno.

Speranza.

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smartphone

Nell’ottobre dello scorso anno è uscito il rapporto “Digital Harassment of Women Leaders: A review of the evidence” (“Molestie digitali verso le donne leader : un esame delle prove”) a cura di Sophie Stevens e Erika Fraser del “Violence Against Women and Girls Helpdesk”: quest’ultimo è un servizio di ricerca e consulenza sulla violenza contro donne e bambine diretto alle istituzioni governative britanniche (è un esempio di buona pratica che il nostro governo, impegnato a far scappare gli ambasciatori di altri paesi a insulti, non copierà mai).

Le molestie online, si legge nell’introduzione, “fanno parte del continuum di violenza e discriminazione contro le donne nell’arena pubblica che include le donne politiche, le attiviste, le leader della società civile, femministe insigni o semplicemente donne che commentano la politica, intellettuali e giornaliste. Questo fenomeno è estremamente diffuso a livello globale e comprende tutte le forme di aggressione, coercizione, svergognamento, molestia, minaccia e intimidazione contro le donne in ruoli guida sulla base del loro genere. Tali atti non solo causano significativi danni psicologici, emotivi e persino fisici alle vittime individuali, riversando nel mondo reale abusi, violenza o autolesionismo, ma lavorano collettivamente per zittire o limitare la voce e le azioni delle donne negli spazi pubblici, minando così cultura e pratiche di democrazia.”

Le modalità delle molestie digitali sono note a tutte noi, non occorre essere in posizione politica o sociale prominente: minacce di stupro e di morte, cyberstalking, pornografia, insulti sessisti e misogini, diffusione di informazioni private e personali sono cosucce consuete per un quarto delle donne europee che frequentano i social media. Il rapporto mostra come quelle che scrivono – a qualsiasi livello, dal tweet all’articolo su un giornale – di sport, tecnologia, femminismo o stupro sono assalite in maggior misura.

Qualche altra informazione notevole:

– Il 70% delle vittime di cyberstalking, in tutto il mondo, è di sesso femminile;

– L’82% delle deputate (Unione Inter-Parlamentare, ricerca su 37 nazioni) ha subito violenza psicologica durante il suo mandato: minacce di assassinio, rapimento, stupro e aggressione fisica sono state dirette loro principalmente tramite i social media;

– Le donne politiche di lungo corso o con incarichi rilevanti ricevono insulti basati sul loro genere tre volte tanto di quanti ne ricevono i loro colleghi di sesso maschile;

– L’abuso funziona! Le donne, infatti, sono meno propense a candidarsi dopo aver visto le leader politiche subire assalti mediatici. Nel gruppo d’età fra i 18 e i 21 anni, a rinunciare sono il 60% delle donne, percentuale che sale all’80% dopo i 31 anni.

Libertà d’espressione? Per le donne non vale.

Maria G. Di Rienzo

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Repubblica, 5 febbraio u.s., estratto da un’intervista a Papa Bergoglio;

“Il maltrattamento delle donne è un problema. Io oserei dire che l’umanità ancora non ha maturato: (nda.: forse ha detto o voleva dire “non è maturata”, il testo è pieno di errori di grammatica / sintassi) la donna è considerata di ‘seconda classe’. Cominciamo da qui: è un problema culturale. Poi si arriva fino ai femminicidi. Ci sono dei Paesi in cui il maltrattamento delle donne arriva al femminicidio.” L’Italia è proprio uno di quei Paesi, e sono talmente tanti che si potrebbe riformulare la frase come “Su tutto il pianeta il maltrattamento delle donne arriva al femminicidio”.

Lieta comunque di aver sentito qualcosa al proposito dal leader di una delle maggiori religioni organizzate a livello mondiale, devo però puntualizzare che:

1. Continuando a definire come accessorio il ruolo delle donne – pur inzuccherando questa classificazione di serie inferiore con l’importanza del “servizio” reso – la chiesa cattolica contribuisce a mantenere in essere il problema culturale.

2. Tutta la patetica pappardella sul “gender”, che Bergoglio ha sponsorizzato in alcune uscite pubbliche, non solo contribuisce a mantenere in essere il problema culturale ma ha alimentato specifiche forme di violenza.

3. Se, come attestato nell’intervista, si vuole “fare qualcosa di più”, il Papa ha parecchi attrezzi a disposizione, a partire dalle analisi e dalle richieste delle donne che fanno parte a qualsiasi titolo della sua chiesa.

Il 3 febbraio, in provincia di Bergamo, Marisa Sartori è stata uccisa dall’ex marito con una coltellata al cuore. Ferita più volte dallo stesso coltello, la sorella di costei è uscita dal coma due giorni dopo. Per i seguaci del razzismo cialtrone legittimato da alte cariche governative, la questione di genere non si pone: l’assassino è di origine tunisina. Ma è italiano il signore che il giorno dopo, a Vercelli, mette in atto un inseguimento automobilistico e dà fuoco alla macchina dell’ex, Simona Rocca, mentre lei è all’interno della stessa. La donna era gravissima ieri e mentre scrivo non so quali sviluppi ci siano stati nella diagnosi. I commentatori “ruspanti” (qui è un neologismo che allude alle ruspe) su ciò non hanno nulla da dire.

Il problema culturale del nostro Paese salta all’occhio esaminando:

a) la narrazione relativa ai perpetratori (che “non accettavano la fine della relazione” ecc.);

b) la dinamica simile delle vicende: entrambe le vittime avevano denunciato lo stalking e le aggressioni, nel secondo caso la donna ha anche chiamato i carabinieri durante l’inseguimento – per la serie denunciate, denunciate, tanto non serve a nulla;

c) le risposte istituzionali, come la dichiarazione del procuratore capo di Vercelli, sig. Pianta:

“Io non credo sia un problema di leggi, ma di cultura e di prevenzione. La nostra sensibilità su questi temi è massima. C’è grande attenzione. Infatti, la misura nei confronti di quel soggetto è stata presa subito. (nda.: era stato rinviato a giudizio) Anche se non era uno dei casi più allarmanti. Solo a Vercelli, che non è il Bronx, abbiamo da 7 a 10 denunce di stalking a settimana. Sono soggetti a cui scatta qualcosa nella testa. L’unica misura che potrebbe funzionare, a livello di deterrente, è il carcere. Ma non viviamo in uno stato di polizia. E se dovessimo chiedere la carcerazione ogni volta in cui c’è dell’astio e un rapporto conflittuale, allora dovremmo raddoppiare lo spazio nelle carceri italiane”.

La prima frase mi trova parzialmente d’accordo: cambiamento culturale e prevenzione si operano anche tramite le leggi; in particolare, in Italia le leggi sembrano non funzionare per quel che riguarda la protezione delle vittime. L’attestazione di massima sensibilità e grande attenzione è smentita dall’analisi successiva: un caso di persecuzione che continua da due anni e mezzo e sfocia in un tentato omicidio non è giudicato “allarmante” ne’ uno “dei più gravi”; il procuratore non trova strano ne’ si chiede perché a 7/10 “soggetti” a settimana “scatta qualcosa nella testa” e riscrive assalti fisici e persecuzioni come “rapporto conflittuale”, redistribuendo in questo modo la responsabilità della situazione su ambo le persone coinvolte.

Nulla di nuovo, in effetti. La narrativa culturale corrente che alimenta la violenza si rifiuta di riconoscere che essa è una scelta del perpetratore e lo ritiene a priori non sano di mente: gli scatta qualcosa nella testa = raptus = incapace di intendere e volere = non (del tutto) responsabile.

In questo scenario, cambiamento culturale e prevenzione del crimine sono un’impossibilità logica e fattuale. Maria G. Di Rienzo

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Quando ci si imbatte in storie allucinanti ove padri abusano delle loro figlie – per anni, sentendosi del tutto legittimati a farlo, protetti e scusati o “non visti” dall’immediato circondario – a volte vien da dire che è preferibile essere orfane. Purtroppo, però, essere orfane non ci protegge dai padri affidatari o adottivi.

In quel di Winnipeg, Canada, c’è un signore sposato, religioso e di buona fama, così generoso da adottare due coppie di bambine (dopo aver “consumato” la prima coppia ne ha presa una con data di scadenza più lunga). Gli articoli fanno riferimento ai nomi delle sue vittime come A B C D, poiché il tribunale ha emesso – giustamente – un bando al pubblicare quelli veri.

A e B entrano nella loro nuova famiglia nel 2008: hanno rispettivamente 9 e 11 anni. “Papà” provvede a iniziarle con palpeggiamenti, per poi passare a fellatio e a stupri anali e vaginali. Questi ultimi li riserva alla bambina A, dicendo alla bambina B che vuole “preservare la sua verginità per il suo futuro marito”. Riguardoso, non c’è che dire. Ma visto che è anche un tipo allegro, costruisce una rimessa apposita dotata di materasso dove tenere “pigiama party” con le sue piccole vittime. A stima di essere stata violata da lui fra le 300 e le 600 volte. Il signore si prende una pausa di solo due mesi in otto anni di violenze su minori: spiega alle figlie adottive che deve farlo perché “Dio sta guardando” – probabilmente aveva solo problemi alla prostata o chi stava guardando un po’ troppo era sua moglie.

Gli abusi continuano sino a quando A e B escono dalla casa degli orrori nel 2016; nel dicembre di quello stesso anno vanno dirette alla polizia e denunciano il loro aguzzino. Il fatto è che costui ha già altre due bambine, C e D di 12 e 9 anni, fra le grinfie. E i servizi sociali non gliele sottraggono. In questi giorni sui media canadesi sta infuriando una discussione piuttosto aspra su protocolli, leggi e sistemi che hanno permesso allo stupratore, reo confesso nel marzo 2018, di andarsene “in vacanza” all’estero con moglie e figlie adottive non appena gli è stato notificato che era in corso su di lui un’indagine per violenza sessuale su minori. Sapete, il poverino “aveva paura che gli portassero via le bambine” e c’è da credergli: stuprava anche quelle, ovviamente, come la polizia ha accertato.

Arrestato nel febbraio 2017, gli viene concesso il rilascio su cauzione, a patto di non aver contatti con minori e di vivere a un indirizzo diverso da quello a cui risiedono moglie e figlie adottive. Non gli viene proibito espressamente di accedere alla casa e difatti gli abusi nei confronti di C continuano per un mese dopo l’arresto e quelli nei confronti di D addirittura per tre mesi. Il processo per queste violenze è attualmente in corso.

Meglio tardi che mai, ma purtroppo sempre tardi è. Quali che siano le esatte responsabilità istituzionali, il fallimento nel proteggere quattro bambine (rese ancora più vulnerabili dall’aver perso la propria famiglia) posa su un sottotesto consueto – non per questo meno abominevole: la scarsa credibilità che la società accorda alle vittime di violenza sessuale e il contraltare dell’estrema fiducia e stima garantite comunque al perpetratore. Un uomo così perbene. Un uomo così devoto. Ma soprattutto un uomo.

Maria G. Di Rienzo

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suonatrice di cornamusa

Il 25 gennaio scorso, il “Consiglio consultivo nazionale scozzese su Donne e Bambine” – composto da 16 membri e guidato dalla presidente Louise Macdonald – pubblica il suo primo rapporto annuale, che include 11 raccomandazioni su istruzione, cura dell’infanzia, sistema legale, eccetera. Lo trovate per intero qui:

https://onescotland.org/wp-content/uploads/2019/01/2018-First-Report-and-Recommendations.pdf

L’organismo è stato creato per informare il Primo Ministro su quali siano le cose da fare per contrastare le diseguaglianze di genere in Scozia. (Ho appena scorso gli impegni pubblici di Conte sul sito del nostro governo: non fatevi illusioni, non c’è nulla del genere all’orizzonte.)

Il rapporto si apre con un estratto di “Hopscotch” (è il nome inglese del gioco che noi chiamiamo “campana”), una poesia di Nadine Aisha Jassat che dà conto di tutti gli insulti sessisti, misogini e razzisti che gli uomini rivolgono abitualmente per strada a lei e ad altre donne:

Tua mamma se la fa con i pakistani.

Io ho quattordici anni.

Troia.

Lei ne aveva 43.

Sgualdrina.

Non si tratta solo di me.

E’ come se queste parole fossero dei martedì,

ce n’è una ogni settimana.”

Nella premessa c’è anche il “manifesto” del Consiglio, che val la pena di leggere: “Per generazioni, la nostra storia è stata scritta da un solo genere. Un’unica prospettiva, un’unica visione, solo la metà della popolazione. Metà della Storia manca. Per anni e anni abbiamo lottato per il cambiamento. Ma adesso è il momento di cambiare sul serio, per disegnare un futuro dove la diseguaglianza di genere sia una curiosità storica. Con le voci di tutte/i vogliamo creare una Scozia dove siamo tutte/i uguali – con un futuro di eguaglianza. Insieme, siamo la generazione uguale.

Le raccomandazioni si basano sullo studio estensivo che il Consiglio ha svolto sulla Scozia, ma Louise Mcdonald è convinta (a parer mio a ragione) che i suoi risultati entreranno in risonanza con le donne ovunque: “Sappiamo dalla crescita di movimenti globali come #MeToo e #TimesUp che c’è una vera brama di cambiamenti radicali per l’eguaglianza di donne e bambine. Le raccomandazioni del Consiglio si concentrano sul cambiamento di sistema, perché è cambiando sistemi che i comportamenti cambiano e ciò conduce a cambiamenti nelle attitudini e nella cultura.”

Le barriere e le problematiche evidenziate durante la ricerca vanno dalla misoginia quotidiana (molestie, violenza domestica, bullismo, violenza sessuale) alla svalutazione del lavoro femminile e allo sproporzionato impatto sulle donne delle misure di austerità economica.

Le misure richieste al Primo Ministro affrontano tali questioni punto per punto. Indicano, ad esempio, come strutturare un modello procedurale per le vittime di violenza di genere, di modo che non siano soggette a vittimizzazione secondaria e abbiano pieno accesso a una consulenza legale qualificata; disegnano la creazione dell’Istituto “Cos’è che funziona?” per sottoporre a test i metodi con cui cambiare l’atteggiamento dell’opinione pubblica sull’eguaglianza di genere e i metodi per introdurre eguaglianza nel sistema scolastico, nonché per raccogliere dati su come i media hanno impatto sulle attitudini rivolte a donne e bambine; vogliono due mesi di congedo – non retribuiti in caso di non utilizzo – per i neo-padri e 50 ore settimanali di servizi gratuiti per l’infanzia, diretti a bambini/e fra i sei mesi e i cinque anni d’età.

“Fondamentalmente – spiega ancora Louise Mcdonald – la cosa riguarda il potere. Chi ce l’ha. Chi è disposto – e chi non è disposto – a condividerlo e a cederlo. Al di là delle raccomandazioni specifiche che facciamo nel rapporto, stiamo anche chiedendo a tutti in Scozia di agire in modo diverso. Perché non si tratta solo di cosa facciamo, ma di come lo facciamo. Ognuno di noi deve assumersi responsabilità personale e impegnarsi a non essere più un testimone silenzioso ogni volta in cui si imbatte nella diseguaglianza di genere. Come Consiglio, noi crediamo questa sia l’istanza fondamentale più urgente della nostra epoca. Crediamo anche che ognuno di noi possa operare una differenza. Nessuno ha la “risposta perfetta” ma insieme troveremo soluzioni più velocemente.”

Maria G. Di Rienzo

P.S. “Scotland the Brave”, e cioè “Scozia la coraggiosa” è una sorta di “inno non ufficiale” per il Paese (ed è spesso usato per le marce militari). La melodia, per cornamusa, cattura immediatamente l’attenzione e risulta struggente e combattiva al tempo stesso. Qui sotto c’è la performance di “Scotland the Brave” eseguita da una – bravissima – donna scozzese a Perth.

https://www.youtube.com/watch?v=Dt4qzw7viIc

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All’inizio, secondo l’individuo che ha ucciso un bambino di 6 anni a botte e ne ha spedito la sorellina maggiore di un anno all’ospedale con ferite definite dai medici “raccapriccianti”, erano “caduti dalle scale”. Pugni, calci e colpi con il manico di scopa sono andati avanti da sabato sera (26 gennaio) a domenica pomeriggio. L’assassino picchiatore si chiama Tony Essobdi Bedra, ha 24 anni ed è il compagno della madre trentenne dei bambini, che è anche madre di un figlio suo di quattro anni (per fortuna illeso).

Il sindaco di Cardito, ove ciò è accaduto, ha detto alla stampa: “Conosco il ragazzo fermato e la sua famiglia. Sono persone tranquille.”. I giornalisti hanno aggiunto che il signore in questione ha “piccoli precedenti di polizia per scippo e droga”. Lui stesso ha infine spiegato dopo cinque ore di interrogatorio che sì, ha pestato i bambini ma solo per “insegnare loro l’educazione e il comportamento“.

Tony Essobdi Bedra è un ragazzo tranquillo (mica un violento per carità!), che di tanto in tanto scippa o spaccia (capita a tutti, vero, signor sindaco?) e spesso picchia i bambini che ha in casa – il piccolo deceduto aveva cambiato scuola giacché era solito arrivare in classe con lividi e occhi neri. Cercate di capirlo, il povero giovanotto dalle mani svelte era “esasperato”: “Li ho picchiati perché davano fastidio, rompevano tutto, e non stavano al loro posto. Hanno persino graffiato i mobili della cameretta che avevo appena comprato con un grosso sacrificio economico.” e finisce per uccidere a bastonate una creatura di 6 anni. Adesso a stare al loro posto, ai bambini, gliel’ha insegnato. Il posto di Giuseppe è al cimitero e quello di Noemi in pediatria – in più, costei si porterà dietro gli sfregi permanenti dell’aver subito abusi abominevoli e dell’aver assistito all’omicidio di suo fratello da parte del “papà”.

Nei commenti agli articoli relativi volano mannaie, si invoca la pena di morte o l’inasprimento delle pene e si spera che una volta finito in carcere l’assassino sia preso di mira dagli altri detenuti; qualcuno dà la colpa alle situazioni di “degrado, povertà, disperazione” in cui avrebbero origine simili “tragedie”, qualche altro ribatte indignato menzionando la bieca “cultura tunisina” di cui non sa un piffero (l’uomo ha padre tunisino e madre italiana ed è nato in Italia)… ma la principale responsabile (lo avevate indovinato, lo so) per questi fini socio-psico-tuttologi è la madre dei piccoli. La frase più blanda è qualcosa del tipo “Ha esposto i figli al rischio della presenza di un individuo pericoloso”, il resto sono insulti veri e propri e severe ammende a tutto il genere femminile reo non solo di attirarsi addosso la violenza maschile, ma di “permettere” agli uomini di uccidere i bambini.

Le donne non sono responsabili del comportamento degli uomini: ognuno di noi, femmina o maschio, è responsabile di ciò che sceglie di fare. Le donne e le madri in particolare non sono dotate di super-poteri grazie ai quali possono cambiare magicamente il comportamento dei loro partner, ma dirò di più: non sono dotate neppure di una normale dose di credibilità come esseri umani e come cittadine, perché quando di fatto rendono noto che il partner è “pericoloso” le istituzioni patriarcali dubitano, i poliziotti tentennano, i giudici temporeggiano e qualche idiota abissale sbatte loro in faccia la farlocca “sindrome di alienazione parentale”. Meglio morti che alienati, perdio, come se da figli per detestare un padre violento e desiderare il suo allontanamento dalle nostre vite avessimo bisogno che mamma ci soffi nell’orecchio.

Inoltre, non esistono responsi automatici neuronali o ormonali alle situazioni che inducano a picchiare due bambini per quasi due giorni di fila. La violenza è sempre una scelta. Il signore poteva fermarsi quando voleva. Non ha voluto. E nonostante avesse una storia di violenza non solo domestica alle spalle, che dimostra come l’azione violenta fosse il suo primo responso a qualsiasi “problema”, ancora questa società vuole trovare scusanti (il degrado) e colpevoli alternativi: rifiutando di riconoscere che il controllo coercitivo è una scelta fatta dagli uomini che credono di essere titolati al possesso di donne e bambini, rifiutando di riconoscere che gli uomini che uccidono donne e bambini sono prodotti dalle attitudini patriarcali che hanno appreso e mettono in pratica.

Il sig. Tony Essobdi Bedra era così sicuro dell’approvazione sociale rivolta al suo ruolo superiore di maschio punitore che era solito prendere a calci il piccolo Giuseppe anche di fronte ai suoi conoscenti. Un ragazzo tranquillo con precedenti penali (minuscoli!) che si sentiva legittimato a insegnare “educazione e comportamento” ai figli della sua compagna a bastonate. Probabilmente chiedeva scusa alle signore a cui strappava via la borsetta e non ha mai “tagliato” una dose prima di venderla. Un galantuomo.

Maria G. Di Rienzo

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Da qualche giorno, care/i passanti, vi vedo far visita alle poesie di Mary Oliver che ho tradotto. So perché: purtroppo Mary è morta a causa di un linfoma la settimana scorsa.

Statunitense, era nata il 10 settembre 1935 in quella che definì in un’intervista “una famiglia assai disfunzionale” in cui subì abusi sessuali. “La mia infanzia fu molto difficile – disse ancora – e perciò creai un mondo fatto di parole. E’ stata la mia salvezza.”

La sua principale ispiratrice a livello poetico fu Edna St. Vincent Millay (1892 – 1950). A 17 anni, mentre frequentava il liceo, Mary scrisse alla sorella di Edna, che era ormai deceduta, se poteva visitarne la casa ad Austerlitz, New York. Norma Millay acconsentì e Mary finì per passare là diversi anni a ordinare documenti e lavori della sua musa.

Mentre si trovava ad Austerlitz incontrò la fotografa Molly Malone Cook, l’amore della sua vita. Le due rimasero insieme sino alla morte di Molly, avvenuta nel 2005. Molti lavori di Mary sono esplicitamente dedicati a lei.

erba

Ciò che ha fatto di Mary un “caso” nel mondo della poesia, dicono molti artisti e critici, è che le sue opere sono completamente accessibili a chiunque: “Non hai l’impressione di dover frequentare un seminario, per capire le poesie di Mary Oliver. Lei parla direttamente a te come essere umano.”, è l’opinione della scrittrice Ruth Franklin, che mi trova del tutto concorde.

Mi resta da spiegarvi titolo e immagine, vero? Mary poteva passare ore “a quattro zampe”, nei boschi, per “osservare il mondo a livello dell’erba”. Prestare attenzione a ciò che la circondava era il fulcro della sua reverente meraviglia per tutto ciò che esiste. Nel saggio “Restare Viva” ebbe a scrivere: “Questo è ciò che ho imparato: che la diversità del mondo è un antidoto alla confusione, che lo stare nel mezzo della diversità – la bellezza e il mistero del mondo, fuori nei campi o profondamente dentro ai libri – può ridare dignità al cuore peggio ferito.”

Maria G. Di Rienzo

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