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Posts Tagged ‘femminismo’

Da ora in poi

“Voglio scusarmi con tutte le donne a cui ho detto che erano belle

prima di dir loro che erano intelligenti o coraggiose

Mi dispiace di aver fatto sembrare che

qualcosa di così semplice come quello con cui sei nata

sia tutto quel di cui devi essere orgogliosa

mentre hai spezzato montagne con il tuo ingegno

Da ora in poi dirò cose del tipo

sei resistente, o sei straordinaria

non perché io non pensi che sei bella

ma perché ho bisogno che tu sappia

di essere di più di quello.”

– Rupi Kaur, Milk and Honey (trad. Maria G. Di Rienzo)

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marina de haan

(“Lily In The Wild Field”, poesia che dà il titolo al libro omonimo, del 2017, dell’olandese Marina de Haan, in immagine sopra. Marina fa parte del Creative Women Collective ed è la fondatrice dell’ong ZoeteLiefde. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

LILY (GIGLIO) NEL CAMPO SELVATICO

Sollevati ragazza mia

Vieni a danzare con me

sulle spiagge della vittoria

sulle strade della gioia

Vieni lontano con me

sul sentiero della vita

verso l’incrocio di nuovi inizi

nel tunnel della vita a profusione

Lascia che ti guidi intorno a tesori di maestà

Lascia che ti mostri come puoi essere completamente libera

Io sarò la tua guida

mi curerò di te da ogni lato

tu solamente sollevati

running in a flower field

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Lo dico io, prima che qualche benaltrista solo lo pensi: ci sono un milione di argomenti e fatti più gravi e più urgenti di quello che sto per trattare. Ma non è un caso se l’ho scelto – è l’esempio perfetto di come ormai si discute in Italia di qualsiasi cosa, mai affrontando il merito delle questioni e concentrandosi piuttosto sull’umiliare gli oppositori o i dissenzienti (se costoro sono donne il primo bersaglio è il loro aspetto, poi vengono la loro vita privata e la loro rispondenza a stereotipi di genere vecchi almeno di qualche secolo). Tale metodo con cui si affrontano le questioni e si svolgono i dibattiti relativi influisce inevitabilmente sui risultati: rende molto più probabile non risolvere nulla.

Seconda doverosa premessa: non ho simpatia personale per entrambe le protagoniste della vicenda e per le sfere politiche a cui fanno riferimento. La vicenda è questa: Cristina Parodi, giornalista della Rai, parla a Radio 2 dell’ascesa politica di Salvini, sostenendo che essa è stata favorita da “una componente di rabbia, ma anche di paura e ignoranza”. Per inciso, è un’analisi condivisa da numerosi commentatori politici esteri.

Immediatamente, alcuni parlamentari leghisti chiedono alla Rai di licenziare la giornalista. La signora Sonia Avolio di Fratelli d’Italia ritiene invece di doverle rispondere con un proprio video su Facebook. I giornali assicurano che costei, assessore al Commercio e alla Produttività del Comune di Cascina, ha la delega alle Pari Opportunità, sebbene il sito del Comune non la riporti nella lista che la riguarda (ci sono Commercio e Produttività, Merito e Sussidiarietà, Disabilità, Artigianato, Rapporti con Associazioni di Categoria, Tutela dei Consumatori, Politiche di Sviluppo delle Piccole e Medie imprese). Sempre dalla stampa rilevo la sua qualifica di “omeopata”.

En passant, mi lamento da tempo del vedere come le “pari opportunità” finiscano sovente in mano a persone completamente ignare degli intenti e del processo che hanno creato il concetto e pertanto incapaci di utilizzarlo in modo corretto.

Tornando al video, la sua autrice ha questo da dire: Cristina Parodi è la vera ignorante, perché ignora di essere cornuta – “(…) non sa più quante corna ha. E allora glielo dico io. Una per ogni lentiggine, se riesce a contarsele.” – e farebbe meglio ad andarsene fra i “tegami” con la sorella (Benedetta, che conduce programmi culinari).

Immagini chiave: una donna tradita è colpevole – evidentemente non è abbastanza “bella e brava” per meritare la fedeltà del marito; una donna è presuntuosa se ha opinioni politiche – è meglio che stia al suo posto, in cucina – ma allora la signora Avolio cosa ci fa in Fratelli d’Italia e al Comune di Cascina?

Le reazioni sui social media non sono state quelle entusiastiche che probabilmente Avolio aspettava.

E’ dovuta passare dal definirsi una “dura” (“Mai stata delicata: sono nata a Livorno!”) all’appellarsi alla libertà di parola (“Il mio parere è libero.”), che però purtroppo non è libertà di insulto.

Nel frattempo, la sua sindaca Susanna Ceccardi – nominata da Salvini consigliera per il programma di governo – la scarica: “Ha fatto tutto da sola.”, e alla fine decide per le scuse (riportate in modo letterale): “Chiedocscusa se qualcuno si è sentito offeso dal mio video : volevo fare ironia e non mi è riuscito .Sono greve , non cattiva .”

E questa è la parte conclusiva del metodo di discussione che citavo all’inizio: indicare come responsabili del trambusto quelli che hanno reagito… perché non hanno capito, perché sono ipersensibili, perché non hanno il senso dell’umorismo! Era ironia, anche se riuscita male. Se qualcuno si è sentito offeso (a essere offesa, citata con nome e cognome, è stata in verità una persona precisa, a cui le scuse non sono rivolte) mi dispiace di aver urtato i suoi delicati sentimenti e chiudiamola qui. Comodo.

Riesco a immaginare lo sconcerto dell’ironica, probabilmente riflesso nella fretta con cui sono state digitate le “scuse”. Com’è potuto accadere? Dopotutto si era comportata bene, proprio come “uno dei ragazzi”, gliele aveva cantate chiare alla femmina che aveva osato passare i limiti.

Io le credo, quando assicura di non essere cattiva. Vorrei che lei credesse a me se le dico che usare il sessismo contro altre donne non la rende più degna o più “tosta” agli occhi di nessuno, o meno donna lei stessa.

Maria G. Di Rienzo

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Siamo in India, Triveniganj, nell’area sportiva di un collegio statale femminile. E’ sabato sera (6 ottobre u.s.) e molte ragazze stanno giocando in quello spazio. La loro età va dai 10 ai 14 anni.

Un gruppo di ragazzi si avvicina e comincia a lanciare loro commenti osceni, insulti e inviti a sfondo sessuale. Non è la prima volta, i tipi quelle cose le scrivono persino sui muri della scuola e le allieve hanno già tentato di denunciare alla polizia la situazione: senza essere prese sul serio.

Sabato reagiscono alle molestie, rispondono con fermezza e inizialmente il gruppo di delinquenti in erba si ritira. Venti minuti dopo ritornano, alcuni in compagnia dei genitori, armati di canne di bambù e sbarre di ferro.

“Ci hanno trascinate in giro tirandoci per le code di capelli, ci hanno assalite con i bastoni, ci hanno prese a calci e pugni. – ha dichiarato Gudia, una delle 36 ragazzine finite in ospedale dopo l’aggressione – Eravamo totalmente indifese e non avevamo nulla con cui proteggerci. Molte delle mie amiche erano distese per terra, gridavano e piangevano per il dolore dei colpi.”

Gudia sa bene perché è successo: “Erano arrabbiati perché avevamo protestato contro le loro richieste sessuali.”

La polizia ha per il momento arrestato 6 giovanotti e una donna adulta; una recinzione più alta sarà piazzata intorno all’area e – in modo impagabile – il magistrato del distretto ha assicurato alla stampa che, per contrastare la “paura psicologica” di cui le vittime dell’assalto a suo parere “sono affette”, manderà alla scuola dei “bei film di intrattenimento”.

Lo stesso giorno in cui la notizia raggiunge la stampa internazionale, lunedì 8 ottobre, sono resi pubblici i risultati di una ricerca di Plan International UK (che si occupa di aiuto umanitario ai bambini) sulle ragazze inglesi in età scolastica:

– il 66% delle intervistate ha attestato di aver fatto esperienza di attenzione sessuale indesiderata o di contatti sessuali / fisici indesiderati negli spazi pubblici;

– bambine di 8 anni hanno descritto l’aver testimoniato o l’aver fatto esperienza di molestie;

– più di una ragazza su tre ha ricevuto attenzione sessuale indesiderata come l’essere palpata, il sentirsi indirizzare commenti, fischi eccetera;

– un quarto delle ragazzine hanno detto di essere state filmate o fotografate da estranei senza che fosse richiesto il loro permesso;

– la maggioranza delle intervistate indossava l’uniforme della propria scuola quando si sono dati gli episodi summenzionati.

Dall’India al Regno Unito ci sono 7.544 chilometri di distanza. Ma la “cultura” della violenza è identica, le giustificazioni per essa sono identiche, la sofferenza delle donne e delle bambine è identica.

E’ interessante come le ragazze inglesi, alla pari delle indiane, sappiamo con chiarezza perché tutto ciò accade e abbiano aggiunto commenti di questo tipo: “Le molestie fanno parte della cultura maschile. Quando ne ho parlato a mio padre lui ha detto: Lo sai come sono fatti gli uomini.”

Perciò che puoi fare, figlia mia, se non subire, sopportare, al massimo limitare i danni, acconsentire, sorridere, essere insultata, molestata, picchiata, stuprata, persino uccisa… e “rispettare” con ciò la loro “cultura”?

Grazie, no. Se è maleducato opporsi a tutto questo, io sono e sarò cafona sin che vivo, al massimo livello che la mia mente e il mio corpo consentono.

Maria G. Di Rienzo

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(“Imagine if men were afraid to walk home alone at night”, di Katy Guest per The Guardian, 8 ottobre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

coprifuoco

Cosa vogliono le donne, veramente? E cosa farebbero le pazze femministe se infine riuscissero a derubare gli uomini di tutti i diritti, a chiuderli dentro la notte e a tenere il potere per se stesse?

Be’, le risposte sono appena arrivate, grazie a un esperimento di riflessione, e potrebbero sorprendervi.

“Signore… cosa fareste se per tutti gli uomini scattasse il coprifuoco alle 9 di sera?”, si è chiesta Danielle Muscato in un tweet causale martedì mattina, aggiungendo: “Ragazzi: leggete le risposte e prestate loro attenzione.”

Migliaia di donne hanno risposto e il risultato piuttosto patetico è che se le donne si trovassero responsabili del mondo, loro… andrebbero camminando in determinati luoghi, qualche volta, senza sentirsi spaventate. A casa dalla stazione dopo il lavoro, per dire, o nei boschi da sole di notte. Alcune sfrutterebbero l’occasione per fare la spesa mentre i negozi sono tranquilli. Molte andrebbero a farsi una corsa. Parecchie hanno detto persino che ascolterebbero musica con gli auricolari mentre lo fanno. Radicale!

Gli uomini hanno letto queste risposte e alcuni di loro erano furibondi. Chiedere il coprifuoco alle 9 di sera perché credete che tutti gli uomini siano stupratori è stupido, isterico e di base uguale al razzismo, hanno detto, anche se nessuno ha chiesto di imporre un coprifuoco o ha sostenuto che gli uomini fossero qualsiasi cosa. E, nel mentre è stato triste leggere quanto poco basterebbe a rendere davvero felici un bel po’ di donne, è stato anche deprimente vedere la gente diventare così arrabbiata per un coprifuoco ipotetico, mentre i movimenti delle donne sono limitati nella vita reale per tutto il tempo.

Circa quattro anni fa, un uomo stava assalendo sessualmente donne a Londra e la polizia diede il consiglio a tutte le donne locali di evitare di camminare da sole la sera, fino a che lo avessero catturato. Si era di dicembre, perciò era buio quasi sempre. E l’uomo non è ancora stato arrestato. Questo è un coprifuoco reale per le donne, raccomandato dalle autorità (sebbene ovviamente io lo rompa di continuo per andare al lavoro e tornare, e qualche uomo mi ha detto allegramente che mi merito di essere stuprata se continuo a essere così ostinata al proposito).

Immaginate se la polizia avesse invece chiesto agli uomini di starsene a casa di sera a causa del comportamento di un solo uomo. Orrore! Assieme agli avvisi ufficiali, c’è tutto l’auto-monitoraggio che noi donne facciamo, sacrificando cose che ci piacciono, come il fare esercizio o l’uscire con le amiche o prendere l’autobus notturno per tornare a casa. Ma nessuno sembra essere arrabbiato per questo.

Un buon numero di sentimenti sembrano diretti dalla parte sbagliata. Perché la gente è così seccata se qualche migliaio di donne passano pochi secondi un martedì mattina godendo dell’immaginare ciò che potrebbero fare se non fossero costrette ad avere paura? Dov’è tutta la rabbia verso la porzione di uomini che ci costringono ad avere paura? E com’è possibile leggere migliaia di risposte da parte di donne che hanno ragione di credere di non essere al sicuro uscendo di notte, e concludere che la vera minaccia è per gli uomini?

Ovviamente, alcuni uomini hanno letto le repliche e hanno prestato attenzione e le loro risposte sono state molto espressive. “Wow, mi sento orribilmente adesso. – ha detto uno di loro – Niente di tutto ciò ha mai causato a me alcun problema. Corro, vado dove voglio quando voglio. Com’è che le donne non sono piene di rabbia sfrenata per tutto il tempo?” E’ una domanda davvero buona e sempre di più penso che lui abbia ragione, dovremmo esserlo.

Un altro uomo si è rivolto a me direttamente, sulla questione, chiedendo: “Da quando è diventato socialmente accettabile stroncare gli uomini apertamente?” e: “Be’, esattamente cosa proponi di fare, allora?” Non mi tenti, signore.

Perché quando le pazze femministe conquisteranno infine il mondo, e ti deruberanno dei tuoi diritti e terranno tutto il potere per se stesse, gli individui che fanno domande stupide come queste saranno i primi a essere rinchiusi al calar della notte. E noi andremo a farci una passeggiata. Una passeggiata davvero lunga. Con gli auricolari addosso.

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(tratto da: “Gaza women navigate different forms of siege”, un più ampio servizio della fotografa freelance Asmaa El Khaldi di Gaza, Palestina, per News Magazine TRT World, 3 ottobre 2018. Le immagini sono sue. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Mentre Israele continua a strozzare la città con un assedio militare, alcune donne stanno perseguendo i propri sogni lottando contro varie difficoltà, inclusa l’attitudine bigotta di altri palestinesi. Nella striscia di Gaza le donne si muovono in mezzo a un mucchio di costrizioni – dai reticolati di filo spinato delle forze israeliane ai propri simili palestinesi che dicono loro cosa devono fare e cosa no.

majd - foto di asma el khaldi

L’assedio di Gaza ha prosciugato molti rifornimenti essenziali, incluso il cemento. Un’ingegnera civile di 23 anni, Majd Mashharawi – in immagine sopra – un giorno ha notato un edificio ed esaminandolo ha scoperto che le sue fondamenta erano deboli.

Mashharawi ha deciso di produrre mattoni: molto più durevoli di quelli importati. E si è assicurata che la sua produzione fosse sostenibile a livello ambientale.

Assieme a Rawan Abdulatif ha raccolto tonnellate di cenere di carbone e l’ha trasformata in quelle che loro chiamano “tortine verdi”, un’alternativa al cemento che costa il 25% in meno dei normali blocchi da costruzione. Inizialmente, gli imprenditori edili e i muratori non hanno preso sul serio il lavoro di Mashharawi. Lei se n’è fregata delle prese in giro e del fatto che la chiamassero in modo derisorio “la ragazza dei mattoni”: le lastre di calcestruzzo che lei produce dalla cenere di carbone sono più leggere, assai più forti e più a buon mercato dei mattoni ordinari.

Mashharawi ha vinto diversi premi a livello locale e internazionale, incluso il concorso “Gaza Entrepreneur Challenge”, indetto e sponsorizzato dalle Nazioni Unite in collaborazione con l’iniziativa giapponese Gaza Innovation Challenge (JGIC). La gente sta lentamente dando riconoscimento al suo lavoro. Mashharawi è decisa a realizzare il suo sogno di rendere le “tortine verdi” conosciute in tutto il mondo.

salwa - foto di asma el khadi

Salwa Srour – in immagine sopra – una 52enne palestinese nubile, si è invece assunta il lavoro di guidare per i bambini dell’asilo. Lei e sua sorella Sajeda organizzano un asilo da circa 10 anni. Quattro anni fa, diverse famiglie si lamentarono degli autisti maschi che portavano i loro bambini alla scuola privata. Le due sorelle non volevano perdere i loro scolaretti, perciò Salwa è diventata l’autista dell’autobus scolastico.

Ayisha Hussain è una donna palestinese di 36 anni e ha sette figli. E’ l’unico fabbro di sesso femminile a Gaza. Hussain ha ereditato il lavoro da suo marito vent’anni fa. Quando quest’ultimo si è ammalato, lei è diventata la sola a mantenere economicamente la famiglia.

Lavora sotto una vecchia tenda di tela cerata. Sebbene il lavoro sia duro e le spezzi la schiena, Hussain si sente realizzata. Le sue figlie le danno ogni tanto una mano, sebbene lei non desideri che i suoi bambini facciano la sua stessa vita.

Le piacerebbe avere una vera officina, un giorno. Alcuni dei vicini di casa la sostengono, mentre altri si lamentano dei rumori metallici che vengono dal suo luogo di lavoro. Guadagna dai 4 euro e mezzo ai 10 e mezzo a giornata. Sebbene il danaro non sia sufficiente a coprire le spese primarie di sostentamento, lei è orgogliosa di essere finanziariamente indipendente.

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juana

Il post originale sotto questo disegno, che raffigura una levatrice con una donna incinta, a firma della Rete delle Donne Ixil – Guatemala, comincia così:

“Noi socie della Rete delle Donne Ixil (OSOREMI di Nebaj) manifestiamo la nostra indignazione e il nostro rigetto per l’assassinio della nostra compañera Juana Ramírez Santiago, e allo stesso tempo esprimiamo tutta la nostra solidarietà alla sua famiglia e alla sua comunità. Ha dedicato la sua vita alle donne Ixil, essendo levatrice e difensora dei diritti umani.”

Juana era stata una delle fondatrici della Rete; aveva 56 anni e sette fra figli e figlie. Viveva a Q’ambalam, nel comune di Nebaj. Da tempo riceveva minacce di morte per il suo impegno sui diritti delle donne e aveva già presentato denuncia in tribunale.

Il suo omicidio segue alle calcagna quello di un’altra attivista Ixil, Juana Raymundo, infermiera venticinquenne e membro del Comitato per lo Sviluppo Contadino (Codeca), avvenuto il 28 luglio scorso sempre a Nebaj. D’altronde, solo dal 1° all’8 gennaio di quest’anno, l’Unità guatemalteca di protezione dei difensori dei diritti umani ha registrato 135 aggressioni, 13 omicidi e due tentati omicidi a danno di attiviste/i.

Il 21 settembre scorso, attorno alle 6 di sera, Juana Ramírez Santiago stava andando come di consueto a portare la cena al marito Pedro Chel Bernal sul posto di lavoro di costui, un magazzino di ferramenta. Lo chiamò lungo la via per avvisarlo – ma non è mai arrivata a destinazione.

Secondo le testimonianze, un gruppetto di persone le ha sbarrato la strada e l’ha circondata. Si sono sentiti quattro colpi di pistola, poi gli assassini si sono dileguati. Quando i soccorsi sono giunti sul luogo, Juana era già morta.

“Era una donna che si dedicava a portare vita nel mondo.”, ha detto alla stampa, fra le altre cose, la direttrice della Rete delle Donne Ixil, Juana Baca. E’ quel che le levatrici fanno, che le femministe fanno, che le difensore dei diritti umani fanno.

juana ramirez

Ecco, questo qui sopra è il volto di Juana Ramírez Santiago – this is what a feminist looks like. Maria G. Di Rienzo

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