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Luce di torcia

Selene

Waaswaaganing, di Selene G. Phillips – in immagine, particolare di una foto di Cultural Survival, settembre 2018 – trad. Maria G. Di Rienzo

un’

aquila si solleva in volo

grilli si accoppiano

cicale friniscono

rami di pino oscillano

del legname galleggia, qualche volta

i

gufi vanno in picchiata

libellule indugiano

ali di farfalle si chiudono

onde lambiscono la riva ancora, ancora

lucciole danzano su una nuvola di mezzanotte

qualche

orso vacilla

tartarughe traballano

linci rosse ringhiano

lupi vagano

un cervo balza e corre

tramonti e albe fanno un giro completo

procioni rubano con i loro occhi da bandito

mentre

ogni cosa scintilla

rospi e rane fanno cra cra

onde gentili levigano pietre di lago

la roccia medicina è giusto sopra il pelo dell’acqua

l’isola delle fragole e betulle si ergono e

spiagge di sabbia si spremono fra le mie dita dei piedi mentre io affondo

nel

brusio

di

casa

Nella traduzione “l’albero” creato dall’Autrice risulta meno perfetto, ma vi assicuro che nell’originale quel che si vede a colpo d’occhio è un pino. Selene Phillips fa parte del popolo nativo americano Ojibwe e vive a Waswaganing, una riserva indiana nel Wisconsin che ha lo stesso nome (inglesizzato) della sua poesia: “luce di torcia” o anche, per estensione, “il luogo in cui si pesca con la luce delle torce”. Lavora come assistente universitaria di Comunicazione e vanta svariati riconoscimenti nei campi del giornalismo, degli studi sui popoli nativi e del teatro. Perché scrive versi l’ha spiegato proprio in versi:

“La poesia è”

Del tutto semplicemente

la poesia è

un esercizio di ascolto

di ciò che non viene detto

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Voce

rasha

(“Voce”, di Rasha Omran, trad. Maria G. Di Rienzo. Rasha è una delle poete, intellettuali e attiviste per il cambiamento sociale e politico più note in Siria. La poesia è stata scritta in modo da formare la parola “sawt”, che significa “voce” o “rumore”. La calligrafia usata si chiama “diwani jali”, è un tipo di corsivo per la lingua araba che fu in auge durante il 15°/16° secolo nell’Impero Ottomano.)

rasha voce

Lui non ha detto nulla. Sono stata io, che ho scelto di ascoltarlo.

ascoltare

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(“Gender mainstreaming should be implemented all over Serbia”, intervista a Aneta Dukic di Ida Svedlund per Kvinna till Kvinna, 21 novembre 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Aneta

Perché hai cominciato a lavorare per i diritti delle donne?

Nel 2005, una mia collega diede inizio ad un gruppo di studio femminile a Kraljevo. Portò documenti da Belgrado e da Novi Sad che parlavano di femminismo e della posizione delle donne nella società. La cosa mi interessò moltissimo. Alla fine del corso, riempimmo un questionario relativo alle azioni future che avremmo intrapreso a Kraljevo per i diritti delle donne. Molte di noi erano interessate a continuare, e così fondammo Fenomena nel 2006.

Di cosa vi state occupando in questo momento?

Fenomena coopera con le autorità locali per migliorare le condizioni delle donne e per aumentare la loro influenza a Kraljevo e in tutta la Serbia. Al momento siamo concentrare principalmente sul mainstreaming di genere e sull’attivismo per la protezione sociale delle donne che sono esposte alla violenza domestica. Nel passato recente abbiamo lavorato anche sui diritti economici delle donne, ma attualmente non ne abbiamo la capacità. Un grosso problema per noi è ottenere che donne giovani si uniscano all’organizzazione: Kraljevo è una città piccola, senza università, perciò i giovani di solito non restano qui.

Quali sono le tue speranze per il futuro?

Come organizzazione abbiamo bisogno di vedere qualche risultato, di modo da sapere che il nostro piano strategico sta funzionando e che il nostro lavoro sul mainstreaming di genere ha successo. Quest’ultimo è un metodo che dovrebbe essere implementato non solo nella nostra città, ma nell’intero paese.

Cosa ti ispira a portare avanti il lavoro per i diritti delle donne?

La parola chiave, per me, è sostegno. Ne ho bisogno per il mio lavoro e lo sto ottenendo dalla mia famiglia, e sono anche in grado di darlo ad altre donne. Le storie delle donne devono essere ascoltate. Provare empatia l’una per l’altra è la mia visione a questo punto della mia vita.

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