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Posts Tagged ‘psicologia’

(brano tratto dall’editoriale di Madeline Detelich e Monica Kortsha, due giovani editrici di Vector-Zine, con cui sollecitano contributi per il prossimo numero della loro rivista. Trad. Maria G. Di Rienzo. Madeline è una biochimica che scrive professionalmente sulle intersezioni fra sociologia, psicologia e scienza; Monica di mestiere fa la divulgatrice scientifica. Il tema su cui chiedono al loro pubblico di scrivere è la verità.)

gaslight1944

“Il “gaslighting” (1) è una tecnica per distorcere prospettive. Lo scopo è indurre qualcuno ad adottare un sistema di convincimenti alternativo, minando quello a cui attualmente si attiene. Ciò può essere ottenuto presentandosi come miglior fonte di conoscenza, mettendo in questione definizioni o realtà di eventi, insultando e svergognando la persona la cui prospettiva si tenta di cambiare. Tali cose non sono fatte con l’idea di un dibattito in mente, ma come l’imposizione tramite braccio di ferro di una visione del mondo.

Il film (ndt. da cui il termine deriva) descrive questa battaglia per la verità ove un marito, Sergio Bauer sotto il nome di Gregory Anton (interpretato da Charles Boyer), usa classiche tattiche di abuso per far sì che sua moglie Paula Alquist (interpretata da Ingrid Bergman) dubiti della propria comprensione della realtà. Insiste che sta agendo nel suo interesse quando le impedisce di frequentare gli “indaffarati” vicini; dice che una lettera da lei scoperta non è mai esistita; la chiama smemorata e stanca sino a che lei comincia a credere di esserlo; alza la voce rabbiosamente quando lei mette in discussione le affermazioni di lui.

Il punto di svolta avviene quando la moglie nota l’affievolirsi delle luce delle lampade a gas ogni notte – segno che suo marito ha acceso il gas nell’attico e segretamente fruga in giro per cercare i preziosi gioielli della zia morta di lei. Quando la donna menziona le luci affievolite, nessuno prende sul serio ciò che lei vede con i suoi stessi occhi. Così comincia ad accettare l’idea di star perdendo contatto con la realtà: esattamente come suo marito vuole.

Oltre al fenomeno omonimo, il film ritrae anche alcuni ruoli necessari al compito di minare la realtà. C’è, ovviamente, la persona responsabile della menzogna, completamente conscia della propria falsità che sta usando per uno scopo specifico. Questo è il marito. Ma nel mentre lui è il responsabile per l’affievolirsi delle luci, è il cast dei non protagonisti che nega ciò accada e induce Paula a mettere in discussione i propri sensi. Le due cameriere che il marito assume, e da cui richiede lealtà, sostengono la sua narrazione per motivazioni personali.

Una di esse, una focosa arrivista interpretata da Angela Lansbury, vede se stessa trasferirsi nelle camere del padrone se riesce ad assicurare il ricovero psichiatrico della padrona. L’altra sta invecchiando e semplicemente non riesce a sentire i rumori di cui la padrona si lamenta, ma è più disposta a sottoscrivere la pazzia di Paula che la compromissione dei propri sensi.

Un “gaslighting” di successo convince le persone a ignorare la realtà così come la vedono. Le induce a credere in una verità alternativa.

Il film include molta della conversazione sulla verità che sta accadendo oggi – in modo particolare su quanta importanza abbiano i fatti nello sviluppare idee su ciò che è vero. In Gaslight (ndt. 1944, il film uscì in Italia con il titolo “Angoscia”) fatti facilmente osservabili sono resi indistinti dalla loro costante messa in discussione.”

(1) Il termine gaslighting, come sapete, è entrato fra quelli medici per descrivere una forma di abuso psicologico in cui la vittima è gradualmente manipolata sino a dubitare della propria sanità mentale.

“La psicologa Martha Stout sostiene che i sociopatici usano frequentemente tattiche di gaslighting. I sociopatici trasgrediscono coerentemente leggi e convenzioni sociali, e sfruttano gli altri, ma sono anche tipicamente dei bugiardi credibili e convincenti, negando coerentemente ogni misfatto. Così, alcune vittime di sociopatici possono dubitare della propria percezione.” (cit. Wikipedia)

Il mio consiglio d’urto, se avete la sensazione che qualcosa nella vostra vita stia andando in questa direzione, è quello che Tana de Zulueta dava gli aspiranti giornalisti avendolo ricevuto lei stessa come tale: guardate bene chi vi sta davanti e sta dicendo che inventate tutto e siete deboli ecc. e ripetete nella vostra mente la domanda “Perché questo bastardo mi sta mentendo?

Maria G. Di Rienzo

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“Quando attraversiamo traumi durante l’infanzia ciò cambia la nostra percezione di noi stessi. I cervelli dei bambini non hanno la capacità di vedere il mondo nel modo in cui gli adulti lo vedono e tutto ciò che accade nel cervello di un bambino è percepito egocentricamente. Questo significa che quando i bambini sperimentano abusi e traumi – o persino testimoniano i conflitti tra i loro genitori – tendono a percepire che, a qualche livello, è colpa loro.

Tale cosa spesso si aggrava quando un perpetratore di assalto sessuale dice alla bambina / al bambino che l’aggressione è in qualche modo colpa sua, cosa che sfortunatamente accade spesso. Le ferite psicologiche derivate da abusi subiti durante l’infanzia sono durevoli e difficili da cambiare.

Significa che il modo in cui ti senti rispetto a te stessa puoi “sentirlo” come verità, ma potrebbe non esserlo. C’è questa cosa che accade quando siamo bloccati, ansiosi o depressi, chiamata “ragionamento emotivo”: noi ci basiamo su un sentimento e raccontiamo una storia su noi stessi o su altri basandoci su quel sentimento. Per esempio: “Provo vergogna, perciò devo essere una vergogna per gli altri.”, oppure: “Sono insoddisfatta della mia apparenza, perciò devo essere brutta.” In altre parole, usiamo le nostre sensazioni per decidere cos’è “vero” ma, purtroppo, le sensazioni sono spesso cicatrici dovute all’abuso e non la concreta verità su chi noi siamo, sul nostro valore e pregio.

healing heart

E’ d’aiuto cominciare a distinguere come ci si sente da quel che è in effetti reale, tipo: “Mi sento davvero insicura adesso, ma questo non significa necessariamente che non piaccio a nessuno. Forse le mie paure e le mie preoccupazioni mi stanno dicendo cose, sulle persone, che potrebbero non essere vere.” Questo può essere fatto anche con gli strascichi dei traumi subiti: “Mi sento a disagio, ma forse è perché ho attraversato qualcosa di davvero terribile, e non perché sono una vergogna in me stessa.”

Ci sono un bel po’ di ricerche su come traumi infantili, malattie croniche e patologie possono essere collegati a depressione, ansia nello stare in società o ritiro dalla società stessa. Tutte queste cose possono combinarsi e rendere la vita molto difficile. (…) Il dolore e la paura rendono il nostro mondo più piccolo. E per condurre vite soddisfacenti dobbiamo spingere indietro i muri di dolore e paura che si stringono attorno a noi.”

Hillary McBride – terapeuta femminista canadese, autrice di “Madri, figlie e immagine corporea: imparare ad amare noi stesse come siamo”. (trad. Maria G. Di Rienzo)

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Dai giornali di oggi, 15 febbraio 2017:

Una volta c’erano solo i travestiti e non c’erano i transgender… un trans è una donna col belino oppure un uomo che parla tanto. Sono le parole che Beppe Grillo ha pronunciato durante lo show Grillo vs Grillo: il video è diventato già virale in Rete, sollevando indignazione e proteste. Di fronte al pubblico che si diverte e ride, Grillo, non contento, aggiunge: A fare una battuta su un transgender ti prendi dieci querele... si incazzano.

Ovviamente secondo il comico non hanno diritto di incazzarsi, è implicito nell’ultima frase citata, ma “indignazione e proteste” si sono sollevate lo stesso, come era prevedibile e coprendo un ampio spettro di soggetti, interessati direttamente dal dileggio o no.

“Una volta” (quando?) non c’erano neppure questi transgender, devono essere un prodotto “false flag” degli attuali tempi viziosi e disonesti che gli immacolati grullini aderenti al M5S correggeranno: fra uno svarione di grammatica, una bustarella e un avviso di garanzia, diamogli tempo.

Prendere per i fondelli le donne, invece, non comporta ne’ indignazione ne’ querele: è normale. Per questo nessuno sta protestando per la seconda definizione di persona transessuale e cioè un uomo che parla tanto.

Fa parte degli stereotipi denigratori che investono le femmine umane 24 ore al giorno a qualunque latitudine si trovino e persino a qualunque classe sociale appartengano: sono inaffidabili, sono bugiarde, sono meno intelligenti, hanno meno anima (e quel poco che loro tocca è costantemente preda del demonio), non capiscono la matematica (ditelo a mia nipote 14enne che vince concorsi in materia e vi sbranerà volentieri), non sanno parcheggiare… e parlano, parlano, parlano sempre, parlano tanto. In realtà “parlare” è anche un verbo troppo prezioso – le donne spettegolano e discutono di stupidaggini, ecco tutto, per un enorme ammontare di tempo.

2007, Università della California Santa Cruz, ricerca condotta dallo psicologo Campbell Leaper che ha esaminato la questione a partire dagli anni ’60 dello scorso secolo. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Personality and Social Psychology Review”:

“Gli uomini tendono a parlare di più delle donne, in modo particolare quando stanno interagendo in scenari misti (Ndt.: con uomini e donne presenti). Questo è in parte dovuto al fatto che tradizionalmente gli uomini sono socializzati a dominare.” (Campbell Leaper)

2014, studio condotto da Matthias Mehl, docente universitario di psicologia:

“Si stanno facendo molte ricerche sulle differenze di genere in diversi contesti e in numerosi di questi ultimi gli uomini, in effetti, parlano di più. Per esempio, l’ambiente di lavoro è un contesto in cui parlare spesso indica assertività e dominio.” (Matthias Mehl)

2015, da un articolo di Soraya L. Chemaly (giornalista, scrittrice, attivista, dirige fra l’altro lo “Speech Project” di Women’s Media Center) che esamina differenti ricerche:

“Gli uomini parlano, di media, per il 70% del tempo nei gruppi misti, con punte del 75%. Per alcuni è dura mandare giù questa informazione. Raramente gli interventi delle donne sono considerati influenti o rilevanti. La loro introduzione di argomenti o i tentativi di proporre conversazioni su determinati soggetti sono frequentemente ignorati. In più, sono interrotte di routine. In generale, le persone non riconoscono questo come sessismo, persino quando viene sbattuto loro in faccia. L’idea che le parole e i discorsi, così come le abitudini relative, l’educazione, le tradizioni e il divertimento del “club dei maschi” siano vettori impliciti di pregiudizi e discriminazione è un’informazione decisamente disturbante.”

Però è vera. Quanto parla – a vanvera – Grillo, per esempio? Questo indica che vorrebbe essere una donna, o che lo è già?

Maria G. Di Rienzo

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roberts

Tomi-Ann Roberts è docente universitaria di psicologia. Da oltre vent’anni, i suoi saggi sono pubblicati su riviste specifiche come Sex Roles, Psychology of Women Quarterly, Psychology of Men and Masculinity, Women and Therapy, Feminism and Psychology, Journal of Men’s Studies, eccetera. Fra i suoi libri: L’auto-oggettificazione nelle donne: cause, conseguenze e azioni per contrastarla; Dal menarca alla menopausa: vite riproduttive delle donne contadine in due culture; La sessualizzazione delle bambine: cause, conseguenze e resistenza. Fa parte di numerose associazioni impegnate sia nella ricerca, sia nell’attivismo sociale ed è consulente giudiziaria per i casi che trattano di abuso sessuale dei bambini. (Trad. Maria G. Di Rienzo)

Spesso racconto la storia della mia figlia più piccola, che allora aveva sette anni, seduta con me su un tram a Berlino, in Germania. Il tram attraversò un quartiere in cui molte donne si offrivano apertamente per la prostituzione. Mia figlia ne ebbe un’impressione notevole: guardava fuori dal finestrino sorridendo ampiamente a una donna che portava stivali di plastica bianca con alti tacchi a spillo, estensioni alla capigliatura e un vestito a tubo strettissimo che le arrivava all’altezza delle grandi labbra. Mia figlia sospirò ed esclamò: “Mamma! Sono così graziose! Sembrano proprio le bambole Bratz!”

La psicologia dello sviluppo ha dimostrato che i bambini guardano agli ideali culturali del loro genere per modellare se stessi sino ad essere i migliori “sé genderizzati” che possono essere. Se la domesticità era l’ideale della femminilità quando io stavo crescendo – e potete scommettere che ho avuto in regalo un forno giocattolo, l’ideale della femminilità oggi è una “sessualità” voyeuristica oggettificata, per lo più in senso eterosessuale.

Per mia figlia queste donne (e le popolari bambole che amava) esemplificavano tale ideale. Senza alcuna mancanza di rispetto per le donne in questione, come psicologa e come madre di due figlie, l’incidente mi fece capire cosa veramente comporta un’era “post-femminista”: ed è il togliere potere alle donne convincendole che il loro scopo principale e più alto è l’essere “graziose” (come disse mia figlia) e che l’essere “graziose” corrisponde ad una definizione molto ristretta dell’essere sexy.

Il lavoro progettuale sul nostro corpo, in cui la cultura circostante ci ha convinto ad essere impegnate 24 ore su 24, da quando siamo abbastanza grandi per volere il vestito di una principessa Disney, non è solo un modo per annichilire fisicamente bambine e donne, è anche un modo per tenerci al nostro posto: le indaffarate, distratte, spendaccione “caramelle per gli occhi” del patriarcato. Perché naturalmente costa tempo, energia cognitiva e soldi il mantenere il tuo corpo disciplinato come giovane, magro, con la pelle splendente, con grandi seni, con grosse labbra, con capelli tinti, con grandi occhi, tonico e privo di rughe.

Ricordo di aver pensato, su quel tram, che solo un contrattacco concertato poteva ottenere di convincere le giovani donne che mostrare le tette in un video su internet sia “avere potere”, o di convincere mia figlia che assomigliare ad una bambola Bratz era il meglio che lei potesse essere. E solo uno sforzo organizzato di studiose e attiviste femministe rigirerà questo andazzo.

bambole

L’auto-oggettificazione, su cui ho concentrato molto delle mie ricerche, è stata identificata dalle associazioni degli psicologi e dai gruppi per i diritti umani dei bambini come un fattore crescente di preoccupazione per la salute mentale. Qualche tempo fa, mentre riflettevo sulla questione – e sul come far sentire bene bambine, ragazze e donne rispetto ai loro corpi – ero in un bar con un caffè ghiacciato e il mio laptop. Al tavolo accanto erano sedute due tredicenni intente a farsi autoscatti con i cellulari. La conversazione era di questo tipo: “Guarda che male mi stanno i capelli!”, diceva una. “Oh mio dio, – rispondeva l’altra – non posso mandare a lui una foto di me in cui faccio così schifo.” E l’altra riprendeva: “La mia pelle è disgustosa.” Erano seriamente impegnate a denigrare se stesse e ad ottenere validazione dall’altra per il proprio denigrarsi.

Due cose che sto esplorando da anni all’interno della ricerca sull’auto-oggettificazione erano riflesse nella conversazione delle due ragazze: vergogna e disgusto. La cultura dell’oggettificazione sessuale richiede alle donne e alle ragazze di nascondere, “sanitizzare” e deodorare le funzioni naturali dei loro corpi. Ci sono bar che promuovono gare di “magliette bagnate” per le giovani donne ma che ti cacciano fuori se allatti il tuo neonato all’interno delle loro stanze. I seni eterosessualizzati sono pubblici, seni che allattano devono essere nascosti. Oppure le mestruazioni: la cosa principale che le ragazze imparano al proposito è che in quel periodo sono disgustose e devono maneggiare questa “maledizione” da sole, tenendola segreta soprattutto a ragazzi ed uomini. I prodotti relativi sono pubblicizzati in modo da far pensare a donne e ragazze che le mestruazioni siano una crisi igienica. I tamponi O.B. sono quasi scomparsi del tutto dal mercato americano perché troppe giovani donne e ragazze trovano rivoltante inserire le loro dita nelle loro vagine. Le compagnie farmaceutiche hanno lucrato sulla vergogna e sul disgusto delle giovani donne ed ora offrono loro pillole che inibiscono le mestruazioni e che sono sempre più popolari fra le ragazze. Tra l’altro, mancano ricerche sull’impatto che a lungo termine questa pratica può avere sulla loro salute.

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1 – Abbiate cura degli uomini. Se siete una donna e vi state dirigendo verso una porta assieme ad un uomo, e ci arrivate prima di lui, per carità: NON tenetela aperta per lasciarlo passare. La ricerca (Purdue University) attesta che ciò abbassa la sua autostima e la sua fiducia in se stesso. Sbattetegli la porta in faccia senza rimorsi, non siete una maleducata, state avendo cura di lui. Tenergli la porta aperta può spingere un uomo a vergognarsi di se stesso e alla disperazione, e svirilizzarlo al punto che non si riconoscerà più come maschio.

Tenete conto che, sempre secondo la ricerca (Journal of Personality and Social Psychology) lo stesso devastante risultato si ottiene quando un uomo viene a sapere che sua moglie o la sua ragazza hanno conseguito un successo: non che questa donna abbia fatto qualcosa meglio di lui, ha solo fatto qualcosa molto bene. Come nel primo caso, autostima, virilità ecc. vanno a picco. Può esservi difficile nascondere al vostro compagno di esservi laureata con lode, di aver vinto l’oro alle Olimpiadi o di essere stata assunta al Cern, ma almeno cercate di non dirgli che quella torta squisita l’avete proprio fatta voi, mentite a fin di bene assicurandogli di averla comprata o di averla ricevuta in dono.

torta drago

2 – Ascoltate i saggi. Se siete musulmane/i, non andate su Marte. E’ semplicissimo. Lo vieta con un editto “religioso” l’Autorità generale per gli Affari Islamici degli Emirati Arabi Uniti. Perché? Perché prima di voi, l’esploratore marocchino Ibn Battuta se ne andò in giro per Russia, Afghanistan, Filippine e Maldive, ma morì giovane (1325-1355). Voi invece volete vivere a lungo, non è vero? Perciò, cancellate subito la prenotazione che avevate fatto per il Mars-ferry di sabato prossimo.

3 – Fate uno sforzo per nascere nella famiglia giusta. Un altro studio riportato dal New York Times il 21 febbraio u.s. dice che la genetica e la ricchezza sono correlate, tramite il cognome. Si può dire se sarai miserabile o benestante già dando un’occhiata ai tuoi bis-bis-bis-nonni. “Siamo arrivati a questa conclusione esaminando ingenti quantità di dati sui cognomi (…) i cognomi associati alle famiglie elitarie di molte generazioni fa sono ancora sproporzionatamente presenti fra le élite di oggi. La nozione della trasmissione genetica della “competenza sociale” – volontà e abilità – può infastidirci, ma gli studi sui bambini adottati mostrano che i loro QI sono più legati ai genitori biologici ecc. ecc.” (come se c’entrasse qualcosa)

Comunque, ecco qua: se nel vostro albero genealogico non si riesce a risalire ad un Plantageneto, o se di cognome non fate Rockfeller o Agnelli, le cose non si mettono bene, neppure se riuscite a farvi adottare da uno di essi o a sposare un figlio di Berlusconi (la figlia non conta, perché non potete assumerne il cognome con il matrimonio). I ricercatori hanno omesso di notare il trascurabile particolare che assieme al cognome questa gente non eredita solo geni, ma tenute, castelli, relazioni di potere, patrimoni finanziari, parchi macchine e parchi giochi e dozzine di ville in Sardegna. Chiamala pure “competenza sociale”, caro scienziato, e poi mettiti il cappellino con l’elica.

4 – Care donne, rendetevi conto che una gravidanza comporta la vostra cancellazione come esseri umani. Fatevene una ragione. Sul serio. Non passa giorno senza che un religioso, un politico, uno scienziato, un opinionista, un beota qualsiasi vi definisca “entità/organismo ospitante” di un vero essere umano titolare di diritti e quant’altro. Su, un po’ di buona volontà e riconoscete di non essere, non valere, non contare nulla. E’ quanto una buona incubatrice deve fare.

personhood

5 – Non preoccupatevi. Isotopi radioattivi di cesio, provenienti dal disastro nucleare di Fukushima, sono arrivati alle acque costiere del Canada. I cervelloni riuniti ad Honolulu il 25 febbraio u.s., hanno però detto che: a) la concentrazione è bassa e anche se doveste berla, quest’acqua radioattiva, non ci sono problemi; b) niente è ancora arrivato alle coste statunitensi. Be’, se non è un sollievo questo…

6 – Il quadro suddetto è dipinto di scienza affidabile, buona politica, santa religione. Questa è la Terra, amen. Se il biglietto per il Mars-ferry è ancora disponibile, però, lo prendo io. Maria G. Di Rienzo

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Quando sono invitata a tenere conferenze relative alla “spiritualità della dea” (parole che uso come un contenitore per un argomento che comprende elementi di antropologia, storia, storia delle religioni, archeologia, sociologia, mitologia, folklore, politica, economia…), dopo i saluti, le presentazioni e i ringraziamenti di solito esordisco con una frase del genere: “Da questo momento in poi vi racconterò quel che si sa, non quello che io o altri ci immaginiamo, vorremmo, o speriamo. Per quel che si sa, intendo ciò che è stato scientificamente verificato e per cui esistono riscontri concreti come documenti, reperti o siti di scavo. Per quel che riguarda gli immancabili punti controversi o dubbi, nominerò le diverse ipotesi ragionevolmente attendibili che sono state fatte sino ad ora.” So che può sembrare “algido”, come approccio, ma ritengo sia l’unico corretto: nessuno di noi ha la verità in tasca ed io personalmente non desidero vendere frottole.

Le donne, e tutte le questioni rubricate come “femminili”, sono invece buon materiale da vendere e su cui costruire la propria carriera e il proprio benessere, per non parlare della gonfiatura del proprio ego, per una quasi infinita serie di “professionisti”. Siano essi i pubblicitari che usano seni e natiche femminili per qualsiasi cosa, dalle gomme da neve al contratto telefonico, o gli esperti commentatori dei quotidiani e delle televisioni, nessuno di loro – giacché la priorità è vendere velocemente, il prodotto o se stesso/a come prodotto – si prende la briga di interrogare quel che fa, controllare quel che fa, indagare le origini di quel che fa, verificare gli effetti di quel che fa… e finisce naturalmente per proporre modelli e letture della realtà che definire idioti è un complimento, e definire devastanti è solo esatto. Qualunque sia il guru o il libro sacro che si sono scelti (l’ampio spettro va dal Mago Zurlì al Manuale del Perfetto Truffatore, passando per qualsiasi nome noto o testo rivelatore vi venga in mente) ne ripetono a pappagallo la lezioncina in toni altisonanti e definitivi: adesso ti spiego la vita, baby ignorante, non per niente ho una laurea o ho fatto il workshop con Fabrizio Corona.

Gli psicologi da giornale, purtroppo, si segnalano sovente per questa attitudine. Stamane ne ho letta una che avuto l’effetto di una permanente o di un elettroshock sui miei poveri capelli. Costei, sulle pagine di un quotidiano d’indagine assai fiero ed indipendente (e che si è già segnalato per l’allegra pubblicazione di sfoghi misogini dei suoi sedicenti opinionisti), stanca di essere insultata come femminista – per carità, ma ne conoscete qualcuna, voi che bollate così questa poverina? – si rimbocca le maniche e dichiara che adesso farà “chiarezza sul rapporto uomo donna”. (Le virgolette indicano citazioni letterali.) E perdio, sono millenni che aspettavamo la Messia, benvenuta! Allora, dovete sapere che “nella nostra testa, così come nel mondo vigono delle antinomie. Cosa sono? il bianco e il nero, il freddo e il caldo, l’uomo e la donna. I contrari si attraggono, (…) perché in effetti c’è un principio psichico che porta a unire in modo armonioso i contrari. Questo deve accadere anche per il concetto di uomo e donna.”

Ahimè, questa storia non è la prima volta che la sento e sarà solo la settecentotrentaquattresima volta che la rifiuto. Non perché io sono una femminista, al contrario della psicologa, ma perché è insensato definire “contrari” membri della medesima specie, nei cui corpi gli organi definiti simili lo sono a tal punto da essere identici, indistinguibili per sesso a meno di effettuare su di essi una ricerca a livello cellulare. La polarizzazione che mette uomini e donne su punti diametralmente opposti e il pensiero binario conseguente (o/o) servono da millenni a formare gerarchie arbitrarie, a mantenere desiderabili e apprezzate socialmente alcune caratteristiche umane (designate a capocchia come maschili) e a disprezzarne altre (guarda un po’, quelle designate parimenti a capocchia come femminili), e servono anche a legittimare la violenza, che è esattamente o/o (bianco e nero, noi e loro, vinco io o vince lei/lui, lo prendo io o lo prendono gli altri/le altre) e non prevede l’approccio di pensiero e/e, il riconoscimento dell’altro/a come uguale essere umano, la mediazione, la relazione. Non me la menate con l’armoniosa unione degli opposti – dovremmo “abdicare al nostro io”, “perderci nell’altro”, cinguetta la psicologa – perché avere una relazione è dialogare, non fondersi. Ho visto abbastanza coppie sfasciarsi perché aspiravano a diventare un ibrido di due persone, e ho visto invece resistere a difficoltà incredibili coppie il cui rispetto reciproco prevedeva spazi, desideri, attività personali e soprattutto, prevedeva di non incasellare tali spazi e desideri nella scatolina rosa o nella scatolina blu. Perché lo ha già spiegato Margaret Mead settant’anni fa (ed io non vi racconterò di nuovo tutta la storia, se siete curiose/i leggetevi “Sesso e Temperamento”): “Se quegli elementi di temperamento che noi, per tradizione, consideriamo femminili – come la passività, la sensibilità, la propensione a curarsi dei bambini – possono facilmente in una tribù, entrare a far parte del carattere maschile, e in un’altra tribù essere invece esclusi sia dal carattere maschile sia da quello femminile (…) viene a mancarci ogni fondamento per giudicarli legati al sesso. (…) La mia ipotesi è che certi caratteri umani siano stati scelti dalla società come manifestazioni specifiche delle attitudini e del comportamento di un sesso, e altri caratteri siano stati scelti, invece, come manifestazioni specifiche dell’altro sesso. Questa specializzazione sociale si razionalizza poi in una teoria, secondo la quale il comportamento fissato dalla società è naturale per un sesso e innaturale per l’altro, e l’individuo aberrante deve la sua aberrazione a un difetto ghiandolare o un’alterazione accidentale dello sviluppo.”

La lezioncina della psicologa continua invece così: “Ognuno di noi ha una controparte sessuale interiorizzata. Gli uomini hanno l’Anima, le donne l’Animus da non confondere con i concetti cattolici.” Fate attenzione: non dice “La teoria di Jung è che ognuno di noi…”, dice che è verità rivelata, assoluta, è così e basta. Il guru a suo tempo parlò, e la discepola ripete oggi. Jung è quello stesso signore che dopo aver passato anni a concettualizzare l’o/o (l’uomo è il sole, la donna è la luna, l’uomo viaggia come Ulisse, la donna aspetta come Penelope…) si accorse che nella sua lingua, il tedesco, la parola Sole era femminile (Die Sonne) e ciò contraddiceva la sua teoria. In maniera molto scientifica, concluse che la lingua era sbagliata. E questo atteggiamento lo ripetono pari pari i suoi discendenti. Seduta dell’American Psychological Association, dove le diagnosi vengono elaborate su voto di maggioranza, e già questo la dice lunga sulla veridicità scientifica dei risultati. Si discute un criterio relativo alla “sindrome della personalità masochista”. La dottoressa Janet Williams: “Capita anche a me, a volte.” Suo marito, il dottor Bob Spitzer: “Ok, allora togliamolo.” (testimonianza diretta di Lynne Rosewater, riportata da Susan Faludi). Vi ricordate cos’ho scritto all’inizio? Vi racconterò quel che si sa, non quello che io o altri ci immaginiamo, vorremmo, o speriamo. E’ troppo chiederlo anche per la psicologia? Solo un’idea, la butto là.

E tuttavia devo invece chiederlo fermamente per la Storia, soprattutto quando chi ne parla, come la nostra esperta da quotidiano, non ne conosce granché: “Un tempo vigeva il matriarcato e il re Paredro, un giovinetto di solito, che veniva ucciso con rituali sacrificali; poi l’uomo si rese conto che Gea, la madre terra non si auto fecondava, sono arrivati gli indoeuropei e si sono inventati che Atena, la vecchia Sòfia, la saggezza, fosse nata per partenogenesi da Zeus.” Il periodo zoppica un po’, ma il senso non cammina neppure. L’amena storiella sintetizzata non ha prove che un tempo vigesse il matriarcato e che la sua caratteristica principale fosse l’immolazione di giovinetti. L’unico riferimento che abbiamo è il “re del bosco” di Nemi sacro a Diana, ucciso ritualmente dal suo successore (e non dalle Matriarche Maligne), in Ovidio, Virgilio, Svetonio e poi Frazer, ma tutti questi autori sono ben lungi dal situarsi nella preistoria. E’ vero invece che le società umane originarie, o meglio le più antiche per quanto ne sappiamo sino ad ora, erano matriste o matrifocali. Attribuivano cioè un grande valore alle madri e consideravano più o meno il pianeta una dea vivente in continua trasformazione. Figlie e figli di questa Grande Madre erano parimenti sacri, e le attività di donne e uomini nient’affatto segnate dall’o/o di questo è Anima e questo è Animus. Abbiamo anche sentore che molte di tali società sapessero perfettamente che Gea doveva collaborare con Geo per restare incinta, e che ciò fosse irrilevante per il rispetto portato a colei che poi effettivamente dava alla luce nuova vita. Perché lo dico? Perché alcune di esse sono sopravvissute, com’è ovvio mutando nel tempo alcuni costumi e credenze, ma mantenendo l’assetto paritario che vuole uomini e donne uguali compagni e i loro comportamenti non decisi alla nascita dal loro sesso. Anche qui non vi ripeterò cose che ho già detto e stradetto, ma se volete un esempio potete leggere questo: https://lunanuvola.wordpress.com/2011/11/03/poesia-sociale/

Inoltre: Atena non è la buona “vecchia Sofia”, la precede. Atena fu importata in Grecia assieme a Metis e Medusa (il suo aspetto di Anziana nella consueta triade divina femminile) dalla Libia. Si chiamava Neith, Anath, Athene, Ath-enna nelle regioni del Nord Africa, Athana nella Creta minoica del 1.400 a.C. Il mito ateniese ha frammentato e ridotto quest’originaria Dea Triplice ricreandola come Atena, la patrona della propria città. “Nel 7° secolo, attraverso questa operazione, i Greci si separano dalla loro antiche radici che affondavano in una cultura matrifocale.” Lo sto sostenendo io? No, lo sostiene la storica Alicia Le Van nel suo corso “Women in Antiquity” a Cambridge, tanto per citare con nome e cognome una di quegli studiosi che la psicologa evoca con “studi di prestigiosi mitologi e storici della religione” dando però l’impressione di non conoscerne nessuno. Potrei imitarla ed inserire al termine di questo testo un elenco delle letture consigliate per il “rapporto uomo donna”, di cui alla fine non ci ha detto nulla di sensato e di nuovo (a dire il vero il suo non è un elenco, suggerisce solo Emma Jung, io preferisco Anne Kent Rush, Vicki Noble, Riane Eisler, Marija Gimbutas, Margaret Mead, Evelyn Fox Keller, Vandana Shiva, Adriana Cavarero, Joyce Lussu, Luce Irigaray, eccetera), ma non lo farò. Sono d’accordo con Diotima quando dice: “Chi non avverte di essere in difetto non aspira a ciò di cui crede di non aver bisogno.” (Platone, Simposio) Qualcuno che non sa, se riconosce di non sapere, può migliorare. Per un’ignoranza arrogante che si spinge ad equiparare femminismo e maschilismo come due facce della stessa medaglia e due attitudini speculari, per cui il femminismo sarebbe l’aizzare “misandria arcaica”, temo il miglioramento sia impossibile. Esimia esperta, il femminismo è un movimento politico con secoli di storia, non un frizzo da maleducate o “involute”, come dice lei. E mentre lottava perché donne come lei potessero studiare, esercitare professioni, possedere sostanze proprie prive di supervisione e controllo da parte di membri maschi della famiglia, avere diritti di cittadinanza e diritti umani, ha prodotto tonnellate di “studi prestigiosi” che purtroppo non sono arrivati alla sua scrivania quando studiava psicologia. Nessun male: provi a prendere un master in Women’s Studies, se il giornale la paga proporzionalmente alle sciocchezze che dice dovrebbe riuscirci senza incorrere in difficoltà finanziarie. Maria G. Di Rienzo

Amaterasu, la compassionevole, sta effettivamente qui per ispirare un po’ di compassione verso gli individui dal fioco lume

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Raquel Barros, brasiliana, psicologa, è la fondatrice di “Lua Nova”, un complesso che comprende un panificio ed un laboratorio d’arte in cui le madri adolescenti trovano rifugio, istruzione e lavoro ma soprattutto autostima e dignità. Il programma incoraggia le madri, sostenendole finanziariamente, a costruire o ricostruire da se stesse le proprie case, di modo da essere libere dalla necessità dell’affitto. La metodologia di “Lua Nova” è stata replicata già in otto città dello stato di San Paolo. Raquel ebbe l’idea ispiratrice per il suo lavoro mentre lavorava a Venezia sulle tossicodipendenze. Quella che segue è la mia traduzione di un video di Raquel. Maria G. Di Rienzo

Sono Raquel Barros di “Lua Nova”, in Brasile. “Lua Nova” lavora con le madri adolescenti a rischio. Si tratta di giovanissime donne che hanno bambini, che vivono per strada e che sono vittime di abusi sessuali. Queste sono le persone che prendiamo con noi. Abbiamo un programma teso a sviluppare le loro potenzialità e capacità attraverso la generazione di reddito e l’addestramento professionale. Abbiamo anche un programma dove le giovani madri guadagnano nel mentre costruiscono le proprie case: creano la propria dimora e, allo stesso tempo, sono in grado di avere un reddito vendendo mattoni.

Durante i dieci anni da che “Lua Nova” esiste, abbiamo incontrato una serie di difficoltà. Una delle prime sfide è stata il riuscire a mostrare che ero in grado, come donna e come psicologa, di dare l’avvio ad un tale enorme processo trasformativo per queste persone.

Un altro problema, molto più complicato all’inizio, è stato come mostrare a queste ragazze che potevano credere nel loro stesso potenziale, credere nelle loro abilità e portarle nella società. Poiché usualmente la gente le vede come “vulnerabili”, non come persone che hanno potenzialità e che possono cambiare le loro vite, il compito è stato difficile: la gente dapprima non accetta tipicamente  questa visione. Infine, c’è la questione politica: stiamo tentando di includere queste giovani madri nell’agenda pubblica, e non è un obiettivo facile da ottenere.

Vorrei dire a chiunque desideri essere coinvolto nella faccenda, e voglia lavorare con le ragazze madri, che non deve mai cessare di essere al loro fianco, perché proprio come noi crediamo nelle loro capacità, loro hanno moltissime cose da insegnarci, moltissime cose da dirci, e noi abbiamo bisogno di ascoltarle. Lo dobbiamo fare davvero, e non dobbiamo averne timore. Penso sia importante fare questo, e credo che quello stiamo facendo noi sia possibile anche per altri.

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