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(Intervista a Ljiljana Nesic, di Stina Carlsson per Kvinna till Kvinna, 24 ottobre 2014, trad. Maria G. Di Rienzo.) Ljiljana, di Leskovac nella Serbia del sud, lavora per i diritti umani delle donne da vent’anni. Dal 2007 è stata attiva nell’organizzazione “Donne per la Pace”, concentrata nel sostenere le donne che hanno subito violenze durante la guerra. L’organizzazione gestisce un numero telefonico d’emergenza per le donne che subiscono violenza e fornisce loro assistenza medica, psicologica e legale. Inoltre, informa donne e ragazze sui loro diritti umani ed incoraggia le giovani donne a prendere parte attiva nella vita pubblica. “Donne per la Pace” fa parte della rete delle Donne in Nero e della Coalizione di donne per la Pace. L’ambiente in cui Ljiljana vive è una società assai tradizionalista e patriarcale, dove molte donne hanno ancora bisogno del permesso dei loro mariti per uscire di casa. La violenza di genere è fortemente presente nella vita quotidiana di donne e bambine.)

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(Ljiljana Nesic – a sinistra – con la sua collega Maja Dimitrijevic e con Maja Stajcic di Kvinna till Kvinna. La fotografia è di Stina Carlsson.)

Come hai cominciato ad occuparsi dei diritti delle persone LGBT e delle donne?

Nei primi anni ’90 ero sposata, avevo bambini, e lavoravo in un laboratorio. Ma non ero a mio agio. Non riuscivo ad entrare in relazione con le donne con cui lavoravo, con le loro attitudini ed opinioni. Loro pensavano che il ruolo di una donna fosse essere madre e moglie. Dopo un po’, ho lasciato quell’impiego e sono rimasta a casa. Ho cominciato a leggere libri sul femminismo. Nessuno aveva mai menzionato idee femministe quando andavo a scuola, o nella mia famiglia. Fui travolta dall’emozione.

Nella primavera del 1994, un’amica mi invitò ad un training per volontarie che volevano organizzare una linea telefonica d’emergenza per le donne di Leskovac. Un mese più tardi la mettemmo in piedi e la gestimmo per un paio d’anni con il sostegno dell’autogoverno locale. Da allora, sono stata un’attivista in diversi modi. Nella seconda metà degli anni ’90 ero sulle strade, per seguire le molte diverse campagne contro Milosevic. Ho lavorato per i rifugiati dalla Bosnia e dalla Croazia che arrivavano nella regione dopo che iniziò la guerrà. Le organizzazioni in cui ero coinvolta erano composte da donne e uomini, ma dopo qualche tempo noi donne decidemmo di mettere in piedi – di nuovo – la nostra propria organizzazione, perché gli uomini dominavano tutto. Nel 2007, nacque così “Donne per la Pace”.

Ho avuto il pieno sostegno della mia famiglia per tutto il tempo, anche quando il mio parlare in pubblico ha avuto cattive conseguenze per loro. Mio marito è docente in un’università locale e ha dovuto affrontare innumerevoli critiche a causa delle mie attività. Gli dicono che la “sua donna” parla a voce più alta di lui e che non dovrebbe permettermi di sostenere le persone gay, perché ciò avrà un impatto sui nostri figli. Be’, mia figlia è femminista e mio figlio pure, perciò penso che un impatto effettivamente c’è stato… Mio figlio sta per ottenere il dottorato in teologia, ora, e si definisce “femminista radicale”. Non gli offrono di insegnare in facoltà, lavora come traduttore in una casa editrice. Mia figlia è una volontaria di “Donne per la Pace” ed è felice di passare il suo tempo con le giovani donne che ne fanno parte.

Il tuo attivismo ha incontrato molta resistenza?

“Donne per la Pace” lavora per la pace e contro la violenza. E’ ancora scabroso parlare della guerra ed incontriamo resistenza quando menzioniamo istanze politiche sulla responsabilità delle cose accadute in quel periodo. Nel giugno scorso abbiamo proiettato un film sui processi al Tribunale de l’Aja, e membri del Partito Radicale hanno tentato di impedircelo, hanno persino staccato i cavi, diverse volte, e il loro comportamento ha spaventato alcune persone nel pubblico. I membri di questo partito sono giovani uomini pieni d’energia che usano un linguaggio volgare. Io non li temo. Ho tentato di parlare con loro, invece di chiamare la polizia, ho chiesto loro cosa volevano. Ma le donne che erano venute solo per vedere il film erano spaventate, al punto che alcune di loro non hanno voluto tornare a casa da sole dopo la proiezione.

Lavorare con le sopravvissute alla violenza, anche, attrae attenzione negativa: dai perpetratori, principalmente, i mariti che vengono nelle nostre sedi a minacciarci. E il nostro sostegno ai diritti delle persone LGBT è sgradito a molte persone di Leskovac.

Quali pensi siano le istanze più importanti, ora?

Per me come donna, per tutte le donne, è importante poter essere se stesse. Le donne non dovrebbero sopprimere le loro attitudini solo perché altri non sono d’accordo o essere solo ciò che la società si aspetta loro siano. Vorrei dire alle donne che non ci sono problemi che una donna non possa risolvere. Questa è stata la cosa più importante per me, diventare conscia di cosa voglio e di chi sono davvero.

Quando ero più giovane sapevo solo che c’era qualcosa che non andava, non riuscivo a definirlo. Solo quando ho incontrato donne che condividevano i miei stessi valori mi sono sentita bene, libera di andare per le strade e di protestare. Nei gruppi di donne ho potuto condividere le mie opinioni liberamente.

Quali sono le tue speranze per il futuro?

Ho dedicato molto tempo e molto impegno alla città di Leskovac, alle donne sopravvissute. Ora, spero che l’organizzazione resterà attiva per moltissimo tempo dopo che io mi sarò ritirata. Temo i gruppi di estrema destra, stanno guadagnando spazio e noi siamo praticamente l’unica organizzazione femminile in questa regione. Sarebbe una vergogna se le giovani donne e le bambine non avessero posto nel futuro.

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(Brankica Stanković, serba, assieme alla statunitense Arwa Damon e alla congolese Solange Lusiku Nsimire, è stata insignita del “Premio per il coraggio nel giornalismo 2014” conferito annualmente dall’International Women’s Media Foundation. Quella che segue è la sua presentazione per il Premio. Autrice/autore non menzionata/o, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Brankica Stanković

“Nonostante tutto quel che è accaduto, nonostante abbia fatto della mia vita un vero casino, voglio continuare. I soli limiti che hai sono quelli che tu imponi a te stessa.” Brankica Stanković

Brankica Stanković è una giornalista del canale TV B92 e curatrice, per lo stesso, di un programma d’indagine chiamato “Insider”. Sin dal dicembre 2009, Stanković vive sotto protezione della polizia ventiquattr’ore al giorno, a causa delle numerose minacce di morte che ha ricevuto.
Dopo anni di lavoro nel giornalismo d’indagine, e dopo aver portato alla luce crimini, corruzione e i legami fra mafia, politica e affari che hanno sconvolto la Serbia, il Ministro degli Interni e i Servizi di sicurezza hanno completato gli accertamenti ufficiali sul suo caso. Da allora la giornalista non può andare a far la spesa da sola, figuriamoci l’andare al lavoro o il fare visita ad un’amica. Viaggia ovunque con una scorta di almeno quattro agenti di polizia.
Sempre dal 2009, i social media serbi sono stati inondati da insulti a Stanković e da minacce alla sua sicurezza. I messaggi, anonimi, andavano dal chiamarla “puttana” all’assicurare che le si sarebbe “fatto saltare le cervella”. L’intensità delle minacce crebbe drammaticamente verso la fine del 2009, quando Stanković produsse un rapporto televisivo sulle violenze degli hooligan e sui loro legami con figure politiche. Il rapporto rivelò che gli hooligan erano usati da anni come “esercito” per scopi politici e personali – e spesso illegali – di alcuni uomini di potere.
Dopo la messa in onda del servizio, un gruppo di hooligan che costituiva la maggioranza degli spettatori ad un incontro di football importante, mostrò alle telecamere una bambola di gomma che rappresentava Stanković: la bambola fu fatta girare a calci e pugni per tutto lo stadio e infine pugnalata. Gli hooligan urlarono che Stanković avrebbe fatto la fine del giornalista serbo Slavko Curuvija, assassinato nel 1999 con 17 colpi di pistola.
L’incidente fu l’inizio di un incubo per Brankica Stanković, che diventò il volto pubblico per antonomasia delle rivelazioni su corruzione, bustarelle e crimine organizzato nel suo paese. Mentre l’opinione pubblica credeva che la sua sicurezza fosse messa in pericolo solo da chi era legato agli hooligan, la polizia scoprì che Stanković era un bersaglio per i più noti criminali serbi: membri del gruppo che nel 2003 aveva partecipato all’assassinio del primo premier democraticamente eletto, Zoran Djindjic.
Più volte Brankica Stanković ha dovuto fare le valigie e spostarsi temporaneamente in parti remote del paese, dopo che le indagini della polizia avevano accertato che non sarebbe stata al sicuro a Belgrado. La polizia scoprì ad esempio che un assassino pagato per ucciderla aveva affittato un appartamento situato sopra quello di lei.
Nonostante tutte queste circostanze, Stanković ha continuato a cercare la verità sul potere e sulla corruzione in Serbia.

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(“Gender mainstreaming should be implemented all over Serbia”, intervista a Aneta Dukic di Ida Svedlund per Kvinna till Kvinna, 21 novembre 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Aneta

Perché hai cominciato a lavorare per i diritti delle donne?

Nel 2005, una mia collega diede inizio ad un gruppo di studio femminile a Kraljevo. Portò documenti da Belgrado e da Novi Sad che parlavano di femminismo e della posizione delle donne nella società. La cosa mi interessò moltissimo. Alla fine del corso, riempimmo un questionario relativo alle azioni future che avremmo intrapreso a Kraljevo per i diritti delle donne. Molte di noi erano interessate a continuare, e così fondammo Fenomena nel 2006.

Di cosa vi state occupando in questo momento?

Fenomena coopera con le autorità locali per migliorare le condizioni delle donne e per aumentare la loro influenza a Kraljevo e in tutta la Serbia. Al momento siamo concentrare principalmente sul mainstreaming di genere e sull’attivismo per la protezione sociale delle donne che sono esposte alla violenza domestica. Nel passato recente abbiamo lavorato anche sui diritti economici delle donne, ma attualmente non ne abbiamo la capacità. Un grosso problema per noi è ottenere che donne giovani si uniscano all’organizzazione: Kraljevo è una città piccola, senza università, perciò i giovani di solito non restano qui.

Quali sono le tue speranze per il futuro?

Come organizzazione abbiamo bisogno di vedere qualche risultato, di modo da sapere che il nostro piano strategico sta funzionando e che il nostro lavoro sul mainstreaming di genere ha successo. Quest’ultimo è un metodo che dovrebbe essere implementato non solo nella nostra città, ma nell’intero paese.

Cosa ti ispira a portare avanti il lavoro per i diritti delle donne?

La parola chiave, per me, è sostegno. Ne ho bisogno per il mio lavoro e lo sto ottenendo dalla mia famiglia, e sono anche in grado di darlo ad altre donne. Le storie delle donne devono essere ascoltate. Provare empatia l’una per l’altra è la mia visione a questo punto della mia vita.

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(di Mirjana Mirosavljevic Bobic, direttrice esecutiva del Reconstruction Women’s Fund (Fondo di ricostruzione delle donne) – http://rwfund.org/en – l’unica Fondazione di donne in Serbia. Attraverso i suoi programmi, la Fondazione sostiene attività relative ai diritti umani delle donne, all’impegno pacifista ed anti-militarista, alla cooperazione e alla solidarietà. 14.5.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Mirjana

Una situazione politica instabile e violazioni costanti dei diritti umani creano un’atmosfera favorevole alla crescita di situazioni d’emergenza, ma offrono anche un’opportunità per intervenire responsabilmente. La maggior parte delle persone che stanno leggendo saranno probabilmente d’accordo sul fatto che le componenti più importanti del sostegno offerto dalla filantropia e dalle donazioni sono l’essere allerta, l’essere tempisti, l’essere consapevoli del contesto e l’assicurarsi di rispondere ai bisogni reali delle persone sul campo.

Sin da quando sono coinvolta in questo settore, l’essere consapevole del contesto e il riconoscere l’autonomia delle attiviste per i diritti umani delle donne sono sempre stati il punto di partenza per la filantropia femminista. In Serbia, il contesto è pieno di “provocazioni”, il che crea la necessità per le attiviste e le finanziatrici di essere allerta e di reagire prontamente. Per esempio, parecchi mesi fa, un’altra lista nera di organizzazioni della società civile è stata pubblicata da un gruppo di destra che ha molto seguito nella società e che recluta giovani allo scopo di dimostrare e promuovere odio verso qualunque persona o cosa sia differente. Paradossalmente, le organizzazioni sulla lista nera sono note in Serbia per il loro lavoro pro diritti umani e per il loro attivismo pacifista da oltre vent’anni. Non è una coincidenza che numerose di queste organizzazioni proscritte siano organizzazioni femministe.

Campagne aggressive come quella summenzionata non sono inusuali. Di recente, una campagna mediatica ed una petizione sono state lanciate per chiedere le dimissioni della Commissaria per la protezione dell’eguaglianza – un’autorità statale indipendente e autonoma che lavora per porre fine alle discriminazioni – perché le forze conservatrici credono che in qualche modo lei favorisca gruppi sociali minoritari, come le persone LGBTQ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer). Non è solo tramite le campagne pubbliche che i diritti umani sono messi in questione. L’anno scorso, il Ministro della Giustizia ha tentato di ridurre le pene per pedofilia, stupro e traffico di esseri umani: un tentativo che è stato fermato dall’intervento dei gruppi di donne che lavorano per i diritti umani.

Alcuni anni or sono, la celebrazione del 100° anniversario dell’8 marzo, Giorno Internazionale delle Donne, fu bandita. Gli amministratori spiegarono la loro decisione di negare alle persone il loro diritto a radunarsi pacificamente dicendo che la prevista “marcia per la pace” avrebbe disturbato i trasporti pubblici e danneggiato la salute e la sicurezza della gente, nonché le proprietà. In risposta a questo bando, il Fondo di ricostruzione delle donne sostenne una dimostrazione chiamata “Liberi cittadini, servi mai”, assieme ad altre 50 organizzazioni pro diritti civili.

Queste sono situazioni in cui è necessaria una reazione rapida – da parte delle attiviste e delle finanziatrici. Un sostegno pronto e tempista porta attenzione alle violazioni dei diritti umani dove e quando ce n’è bisogno. In una locale fabbrica privatizzata, ad esempio, dove si stava svolgendo un processo di ritiro volontario dei lavoratori, la direzione decise di dare meno liquidazione alle donne rispetto ai loro colleghi maschi, a parità di mansioni e anzianità. In risposta, la nostra Fondazione finanziò l’organizzazione di una tavola rotonda che attirò l’attenzione dell’opinione pubblica sul caso, mirando a prevenire che ciò accadesse in altre fabbriche e a fermare quel che stava accadendo in quella in particolare. Come risultato, il Ministero per il Lavoro, l’Impiego e le Politiche Sociali dichiarò che si era trattato di un caso di discriminazione e che il proprietario della fabbrica in questione doveva cambiare la sua decisione. Il nostro rapido responso di sostegno, come questo, crea anche un’importante occasione per la gente di impegnarsi nell’attivismo pro diritti umani. Noi invitiamo la cittadinanza a mostrare sostegno nonviolento alla democrazia, alle libertà civili e ai diritti umani, così come a contrastare discriminazioni basate sul genere o sull’etnia o su qualsiasi altra caratteristica, e a lottare contro la diffusione della paura e dell’insicurezza più in generale.

Sin dal 2005, in collaborazione con Urgent Action Fund, un fondo globale per le donne che protegge, fortifica e sostiene le attiviste per i diritti umani delle donne nei momenti critici, abbiamo fornito piccole somme di denaro intese a facilitare interventi a breve termine nella strategia a lungo termine dell’avanzamento dei diritti delle donne. Siamo in grado di fornire finanziamenti in casi in cui la situazione non era prevedibile e il tempo è un fattore determinante entro 72 ore. Abbiamo avviato questo programma per offrire un punto di stabilità alle attiviste. Dimostra che lavoriamo all’interno del contesto locale e che ci curiamo delle comunità e del benessere delle attiviste.

Il programma Responso Rapido segna un precedente nell’ambiente filantropico serbo, perché è al momento l’unico del suo genere. La nostra capacità di ricevere un ampio spettro di richieste e di fornire finanziamenti rapidi contrasta inoltre nettamente con la maggior parte dei donatori e delle organizzazioni internazionali che decidono le loro proprie priorità ed hanno un modo di muoversi più lento. Oltre a fornire sostegno finanziario, i nostri interventi mandano anche il messaggio pubblico che stiamo prendendo una posizione attiva contro l’ingiustizia e le realtà distruttive. Per saperne di più sul nostro lavoro in quest’area, potete leggere “Small Money, Big Impact” (Piccole somme, grande impatto) in un rapporto curato da Fondazioni per la Pace: http://www.alliancemagazine.org/books/smallmoneybigimpact.pdf

Dal nostro lavoro negli ultimi nove anni abbiamo imparato che per essere finanziatrici responsabili è cruciale fornire, oltre al danaro, anche sostegno tecnico in termini di conoscenza e miglioramento delle capacità, e che sono pure cruciali il fare rete e la cooperazione fra i gruppi di donne. Assieme a questi ultimi, che lavorano in aree diverse, la nostra Fondazione sta organizzando campagne, discussioni e programmi educativi. I temi sono la resistenza alle tendenze conservatrici, l’insufficiente implementazione dei diritti umani delle donne, la protezione dei gruppi di donne e delle attiviste, e la prevenzione del loro isolamento. Tutte le pubblicazioni e i filmati che sono stati finanziati dalla nostra Fondazione sono usati come materiali educativi da svariate associazioni di donne e dal pubblico in generale.

Noi crediamo che questo tipo di aiuto contribuisca alla sostenibilità e all’autonomia delle organizzazioni della società civile, che è precedente necessario al rafforzamento dei movimenti. I movimenti sociali in Serbia sono danneggiati dai cicli di collasso finanziario, di accresciute richieste amministrative da parte del governo, e spesso da requisiti restrittivi e dalla burocrazia che interessano i fondi governativi o internazionali. Come Fondazione locale, il Fondo di ricostruzione delle donne condivide la stessa realtà dei partner che finanzia. I trend della filantropia vanno e vengono, ma la vita quotidiana non si ferma. A differenza di molti donatori che si sono ritirati (e si stanno ritirando) dai Balcani, la nostra Fondazione resta. I politici possono cambiare partiti, vestiti e taglio di capelli, possono sorridere di più e parlare a voce meno alta ma, come scrisse Zarana Papic 12 anni fa: “E’ del tutto ovvio che l’oblio accadrà sempre. L’oblio è possibile. Tutte queste iniziative delle donne e la partecipazione ai gruppi di donne nel periodo pre-democrazia possono facilmente essere dimenticate. Nel dominio istituzionale, può essere facilmente stabilito un nuovo ordine in cui le donne non hanno importanza. Imparare ad agire in modo diverso nelle nuove circostanze è estremamente importante.”

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(“The Truth-Teller: Natasa Kandic, Urging Serbs To Face The Past” di Daisy Sindelar per Radio Free Europe – http://www.rferl.org/ – 2.2.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

Natasa Kandic è stata di frequente il bersaglio di minacce di morte e di viziose campagne di pressione. Ma la 60enne avvocata usa ancora l’autobus per andare ogni giorno al lavoro. Dice che ciò le dà una buona opportunità di parlare con individui comuni, siano essi suoi sostenitori o suoi critici. Per Kandic, che passato i due ultimi decenni difendendo le vittime della guerra e sfidando l’élite serba a confrontarsi con i crimini del passato, la sete di dialogo azzera ogni sentimento di paura.
“Io sono un’attivista per i diritti umani e questa è la mia scelta di vita. Sono stata spaventata solo una volta, dopo l’indipendenza del Kosovo, perché i media e i cittadini comuni venivano invitati dalle istituzioni statali ad essermi contrari, giacché avevo mostrato sostegno per l’indipendenza del Kosovo. Ma ora no, non ho paura. Sono solo molto preoccupata per la situazione in Serbia.”
Kandic è la fondatrice del Centro legale umanitario di Belgrado, una delle principali organizzazioni impegnate negli sforzi per la pace e la riconciliazione nei Balcani. Fondato nel 1992, il Centro ha cercato di documentare e di far perseguire legalmente casi di stupro, tortura ed omicidio commessi durante le brutali guerre etniche che scossero l’ex Jugoslavia fra il 1991 ed il 1999. A Kadic si attribuisce largamente il merito di aver fornito prove decisive sul ruolo della Serbia nel massacro di Srebrenica del 1995, in cui morirono uomini e ragazzi bosniaci musulmani. Il suo video che documenta l’esecuzione di 6 musulmani bosniaci da parte del gruppo paramilitare serbo “Gli Scorpioni” fu ciò che condusse alla consegna di chi aveva progettato Srebrenica, ovvero il leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic ed il suo comandante militare Ratko Mladic, al tribunale per i crimini di guerra delle Nazioni Unite a l’Aja.
Kandic è anche nota per i suoi reportage sul campo riguardo alle atrocità commesse dalle forze serbe contro i civili di etnia albanese durante la guerra in Kosovo del 1998-99. Esecuzioni sommarie, detenzioni arbitrarie e saccheggi diffusi avvenivano in Kosovo durante quella che si configurava come una campagna per la “pulizia etnica” mirata a soffocare l’indipendentismo della restia provincia. La Serbia ha dato inizio in modo riluttante ai propri processi sui crimini di guerra interni nel 2003, rispondendo alle denunce delle atrocità serbe. Sian Jones, ricercatore nei Balcani per Amnesty International, dice che Kandic è stata cruciale nel persuadere le vittime kosovare a testimoniare contro i loro aggressori serbi: “Lavorare per mettere fine all’impunità dei crimini di guerra in Serbia è un compito estremamente difficile, e vi sono persone fra l’élite, fra i politici e ovunque che non vorrebbero che lei lo facesse. E lei lo ha fatto sino ad ora nel mezzo di circostanze davvero difficili e contro un’enorme tasso di opposizione.”
L’ultima battaglia di Kandic ha causato una delle opposizioni più risolute. Citando le testimonianze rese a l’Aja, la scorsa settimana l’avvocata ha detto che il nuovo capo dell’esercito, Ljubisa Dikovic, è inadatto al suo ruolo a causa delle accuse di crimini di guerra – incluso il massacro di Izbica, dove morirono almeno 130 uomini kosovari albanesi – commessi sotto la sua supervisione quale ufficiale comandante durante la campagna del Kosovo. Kandic riconosce che Dikovic e i suoi soldati possono non aver giocato un ruolo diretto negli omicidi. La sua trasgressione, dice l’avvocata, sta nel non averli prevenuti: “E’ normale nominare un generale che non ha prevenuto tali crimini? Il governo deve rispondere a questo.”
Gli ufficiali serbi hanno ruggito in risposta tramite il Ministro della Difesa Dragan Sutanovac, che ha definito “mostruose” le pretese di Kandic, ed il pubblico ministero per i crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, che ritiene il Centro legale umanitario “anti-serbo”. Kandic ammette di essere sorpresa dalla veemenza delle risposte. Ma è lungi dall’esserne intimidita. Se la Serbia vuole costruirsi un futuro promettente, dice, deve cominciare guardando onestamente al proprio passato. “Se vogliamo dei cambiamenti, se vogliamo un futuro democratico, se vogliamo che la Serbia diventi membro dell’Unione Europea”, spiega Kandic, “ci servono persone nuove, che riconoscano gli abusi passati e basino il futuro sulla necessità di rispettare le vittime, e che tentino di organizzare le cose in modi che prestino attenzione alle vittime, alla loro sofferenza, ed al loro bisogno di giustizia.”
Il tipo di fama che Kandic ha nel suo paese stride con i numerosi premi per i diritti umani a lei conferiti da svariate associazioni globali fra cui Amnesty e Human Rights Watch. Tuttavia, anche a casa sua Kandic ha degli ammiratori. Sandra Orlovic, la vice direttora del Centro legale umanitario era una giovane laureata in legge quando si unì alla squadra di Kandic nel 2004. La prima cosa che ha imparato dalla sua formidabile “capa”, dice, è la necessità di “basarsi sui fatti, sulla verità di ciò che è accaduto nell’ex Jugoslavia”.
“Ha continuato ad essere presente in Kosovo e a documentare tutte le cose orribili che sono successe là.”, dice Orlovic, “La principale impressione che hai di Natasa dopo essere stata un quarto d’ora con lei è che non ha paura, e che rischierà qualsiasi cosa per la verità, la verità per le vittime, ed i loro diritti.”

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