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Archive for the ‘La femme-nist fatale’ Category

Ogni anno, alla scuola Ethical Culture Fieldston di Riverdale, New York, l’insegnante di arte Nancy Fried propone ai suoi studenti della classe di scultura di creare abiti “sostenibili” senza usare stoffa: i risultati sono poi esposti al pubblico di genitori, parenti e amici durante una sfilata.

Le giovani menti sino ad ora avevano usato – benissimo – di tutto e di più: dalla carta di caramelle ai segnalibri, dai giornali usati alle lattine gettate via. Ma quest’anno Karolina Montes e Zoë Balestri hanno superato ogni aspettativa.

le due studenti

I vestiti che indossano nell’immagine qui sopra sono fatti di volantini e preservativi di Planned Parenthood (“Genitorialità pianificata”) associazione che, sostenendo la salute riproduttiva delle donne e sostenendo le loro decisioni in merito, è sgradita all’attuale amministrazione statunitense: infatti le ha tagliato i fondi pubblici.

Gli abiti creati da Karolina e Zoë sono in pratica un manifesto sul diritto alla contraccezione e all’interruzione di gravidanza, sulla necessità dell’educazione sessuale e persino di un’industria della moda che risponda a principi etici. Giovani femministe crescono, alleluia!

Maria G. Di Rienzo

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Rachana Sunar

Rachana Sunar, 22enne – in immagine qui sopra – vive in un villaggio del Nepal occidentale. La sua missione è mettere fine ai matrimoni di bambine. Sfuggita per un pelo a un destino simile, priva di risorse che non siano la sua volontà e la sua passione, la giovane donna va di porta in porta a diffondere il suo messaggio, organizza incontri, impedisce i matrimoni intervenendo di persona o chiamando la polizia (i matrimoni di minori sono illegali, nel suo paese, dal 1963). Come potete intuire, Rachana non si è scelta un compito facile: il 37% delle sue simili, in Nepal, sono già mogli prima dei 18 anni e molti uomini sono seccati dal vedersi sottrarre le bambine-spose da sotto il naso, al punto che mentre la CBS stava girando un documentario sulla storia di Rachana una folla di scalmanati si è minacciosamente presentata a casa sua. Ma ciò non ha spostato di una virgola la sua attitudine: “Se una ragazza ascolta la mia storia, di come ho iniziato il mio viaggio, almeno le sto dando speranza. – ha spiegato – Sì, c’è gente a cui non piace il lavoro che faccio, ma anche se muoio per questa ragione, so che la mia morte ispirerebbe le mie sorelle ad andare avanti. Se io mollo, in questo momento, non c’è nessuno che oserebbe affrontare la questione al posto mio. Sono felice di farlo, anche rischiando la mia vita.”

Il documentario si chiama “The Lost Girls” – “Le ragazze perdute” e, tanto per far capire subito come stanno le cose, si apre con un proverbio nepalese: “Crescere una figlia è come innaffiare il giardino del vicino”. E’ stato diffuso per la prima volta in questo mese di maggio e sta girando abbastanza su internet da essere trovato facilmente, ma siete in difficoltà potete provare qui: http://www.girlsnotbrides.org/

nepal documentary

Di recente, Rachana ha fondato un’ong, Sambad (che significa Dialogo) per aiutare bambine e bambini a scoprire il loro valore e a ricevere un’istruzione di base. Per alcuni di questi piccoli, le lezioni della maestra Rachana – che adorano e ricoprono di doni in carta colorata – saranno l’unica occasione loro offerta nella vita di imparare qualcosa, per molte femminucce sono l’unico momento nella loro attuale esistenza in cui si sentono amate e apprezzate.

Il lavoro della giovane attivista ha generato onde che potrebbero rivelarsi decisive: nel suo distretto è nato un movimento che si propone di far cessare i matrimoni precoci entro il 2020 e lei stessa è riuscita a consegnare personalmente una lettera al Primo Ministro del Nepal in cui chiede al governo di farsi carico della questione. “Vi sosterremo.”, le ha assicurato il Primo Ministro.

La straordinaria forza di Rachana si alimenta dal suo sognare in grande. Dopo aver ricordato come la propria madre si sentisse la persona più sfortunata del mondo ad aver avuto solo lei e sua sorella minore, come la nonna paterna avesse suggerito al figlio di avvelenarle tutte e tre e prendersi un’altra moglie, e che il padre era solito battere sua madre ogni singolo giorno, dice con voce piena di emozione e di determinazione: “Voglio rendere le tutte le madri del nostro villaggio orgogliose di avere figlie.” Maria G. Di Rienzo

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L’articolo, pubblicato un paio di giorni fa, concerne le molestie che uno studente avrebbe subito da un suo insegnante e la conseguente sospensione di quest’ultimo dall’ incarico (per un mese). I due hanno una storia pregressa di scontri: “La vicenda è cominciata a novembre dello scorso anno, quando dopo un episodio avvenuto in classe, il ragazzo è stato sospeso e denunciato dall’insegnante per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Il docente sosteneva di essere stato aggredito dal giovane dopo avergli impedito di stare seduto vicino alla fidanzata, poiché si distraevano a vicenda. Da quel momento in poi sarebbero però partiti una serie di messaggi ambigui, mandati dal prof al diciannovenne. Conversazioni su Facebook che in brevissimo tempo si sono trasformate in inviti a bere il caffè e infine in un pranzo a casa dell’insegnante. L’obbiettivo dichiarato era quello di mettere a punto un piano di studi per il ragazzo, che non va molto bene a scuola e che il docente diceva di voler aiutare. In realtà però il pranzo, a quanto ha raccontato il diciannovenne, sarebbe stato condito da una serie di avances, prima verbali, poi anche fisiche.”

La vicenda accade in quel di Padova e qui sotto c’è un esempio delle conversazioni succitate, così come l’ho trovato:

screenshot

Ora, poiché mi si dice che il giovanotto non brilla negli studi, il suo “tutto apposto” è orripilante ma comprensibile. Però vorrei veramente sapere cosa insegnava il docente: “Tu adesdo devi solo studiare e non sconcertanti dall’obbiettivo.”, “Poi parleremo che ti dovrai fidare di me e lasciarti volete bene.”… Per favore, ditemi che non insegnava italiano. Per favore. Maria G. Di Rienzo

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disegno di cecile dormeau

“Qualsiasi cosa sia profondamente, essenzialmente femminile – i segni della vita nelle espressioni di una donna, che sensazioni dà la sua pelle, la forma dei suoi seni, le trasformazioni della sua epidermide dopo il parto – è riclassificata come brutta e la “bruttezza” come malattia. Le qualità in questione riguardano l’intensificazione del potere di una donna, il che spiega la loro rielaborazione come diminuzione di potere. Almeno un terzo della vita di una donna porta i segni dell’età; circa un terzo del suo corpo è fatto di grasso. Ambo i simboli sono stati trasformati in “condizioni mediche”, di modo che le donne si sentono in salute solo se sono due terzi delle donne che potrebbero essere. Come può un “ideale” riguardare le donne se è definito dalla misura in cui le caratteristiche sessuali femminili non esistono sul corpo di una donna, e dalla misura in cui una vita femminile non si mostra sul suo volto?” Naomi Wolf, “The Beauty Myth” – “Il mito della bellezza”, trad. Maria G. Di Rienzo

disegno 2 di cecile dormeau

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proteste università

Il 4 maggio scorso, il corpo senza vita della 22enne Lesby Berlin Osorio è ritrovato nei giardini del campus dell’Università Nazionale Autonoma del Messico. Le indagini non hanno portato risultati a tutt’oggi, ma gli investigatori – e di conseguenza i media – hanno offerto alla morbosità del pubblico una cascata di dettagli (e non si sa neppure quanto rispondenti a realtà) sulla sua vita personale. “Aveva consumato alcol e droghe con il suo ragazzo” “Il ragazzo ha deciso di andarsene ma lei l’ha seguito e ha dato inizio a un litigio” (secondo quanto lui dice, perciò dev’essere vero, giusto?), “Non studiava”, “Conviveva”, ecc. ecc. Il suggerimento neppure sotteso è questo: la giovane donna se l’è andata a cercare, ha provocato la violenza che l’ha uccisa. Niente di nuovo, è vero, ci siamo abituate. Ma non siamo obbligate ad accettarlo, sapete.

Le donne messicane, per esempio, hanno deciso che ne hanno abbastanza di questa manfrina ed è così che è apparso su Twitter l’hashtag #SiMeMatan (Se mi uccidono) a corredare migliaia di messaggi del genere, che anticipano le colpe di cui le donne saranno accusate una volta uccise.

– Se mi uccidono: convivo da 9 anni, ho avuto tre figli da due uomini diversi. Bevo un bel po’ di birra e sono sempre stata io a dirigere la mia vita.

– Se mi uccidono, diranno che ho avuto un aborto, che le mie figlie sono nate con il parto cesareo, che le lasciavo all’asilo tutto il giorno e che badavo solo a me stessa.

– Se mi uccidono, diranno che me la sono andata a cercare, cosa ci facevo là, guardate i suoi tatuaggi, le sue cicatrici, le piaceva fare una vita da gangster, non è nessuno – è solo una donna.

– Se mi uccidono sarà perché sono una femminista, perché uso i leggings, perché mi piace camminare da sola la sera tardi e perché ho amici maschi. Cosa potevo aspettarmi di buono.

– Se mi uccidono, mi diffameranno e faranno di me una criminale. Accadrà per qualcosa che ho fatto, o per qualcosa che non ho fatto: non ha nessuna importanza.

Eccetera, eccetera. Potete immaginare. Che la rabbia e la rivolta delle donne siano visibili è però altamente positivo e ha risvegliato la solidarietà di quegli uomini che, parimenti, non ne possono più:

– Se mi uccidono mentre sono alticcio e solo in un vicolo scuro non sarò biasimato per il mio omicidio, perché non sono una donna.

Maria G. Di Rienzo

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Per andare a scuola (secondaria superiore) dal loro villaggio devono camminare tre chilometri. Ma sono tre chilometri di calvario, perché uomini e ragazzi – specialmente in moto, con i caschi che nascondono i loro volti – le molestano e le aggrediscono per tutta la strada. L’anno scorso, nello stesso distretto, una studente fu stuprata mentre si recava a lezione e le sue coetanee di due paesini smisero completamente di andare a scuola.

Anche le ragazze di Gothera Tappa Dahena, il villaggio indiano di cui si tratta hanno smesso di andare a scuola, ma perché stanno protestando. Dopo aver denunciato le loro difficoltà alle autorità scolastiche (sorde) e al consiglio di villaggio (il capo è solidale ma non ha potere / giurisdizione bastanti a intervenire con successo), sono entrate in sciopero della fame da mercoledì 10 maggio.

School Girls

Sono circa 80, quattro si sono sentite male e sono state portate in ospedale il venerdì successivo. A tutt’oggi le altre resistono, anche alle diffamazioni dei funzionari del distretto scolastico che le giudicano povere “bambine messe su” dai genitori e dal capo villaggio. Oltre al rispetto per le loro persone e alla libertà dalla violenza maschile, le studenti stanno chiedendo che il liceo del loro villaggio sia ampliato alle classi superiori, di modo da evitare la passeggiata delle forche caudine verso Kanwali.

In qualche modo stanno rispondendo anche all’orrore di un nuovo femicidio con annesso stupro brutale commesso ai danni di una ventenne della loro zona. La madre disperata di costei ha chiesto alle altre madri indiane, tramite la stampa, di non mettere al mondo figlie perché altrimenti arriveranno molto probabilmente a vivere quel che lei sta vivendo… ma queste ottanta figlie determinate a lottare e vincere, anche a costo di sacrificare la propria salute o persino la propria esistenza, le danno completamente torto: ognuna di loro è una torcia ardente nel buio, un segnale di speranza, una creatura preziosa per unicità e coraggio. Il mondo non può fare a meno di nessuna di loro. Maria G. Di Rienzo

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no e poi no

Gli uomini costituiscono la schiacciante maggioranza dei proprietari di armi leggere ovunque nel mondo.

Gli uomini costituiscono anche la maggioranza nelle professioni in cui l’accesso a pistole e fucili è più facile (polizia, esercito, compagnie private che si occupano di “sicurezza”) e nelle attività collegate alle armi, come la caccia.

Non risulta sorprendente, quindi, che siano pure la maggioranza dei perpetratori negli incidenti collegati alle armi leggere (97%). Meno sorprendente ancora è il fatto che un terzo abbondante dei femicidi sull’intero pianeta siano commessi con l’uso di tali armi.

Mentre gli uomini sono più a rischio di prendersi una pistolettata da un estraneo, le donne sono più a rischio nell’ambito domestico e le pallottole le prendono dai cosiddetti “partner intimi”: la frequenza con cui ciò accade è più alta nei paesi in cui l’accesso alle armi da fuoco ha poche restrizioni (Stati Uniti), rispetto ai paesi in cui tale è accesso è strettamente normato (Olanda).

Oltre a essere la maggioranza dei cadaveri, le donne sono anche la maggioranza di coloro che subiscono intimidazioni e coercizioni correlate alle armi, per lo più in ambito familiare ma in misura significativa anche per le strade, ove le pistole sono usate dagli uomini per garantirsi stupri non troppo chiassosi.

Riassumendo: 1) più armi gli uomini possiedono, più lo sbilanciamento di potere fra maschi e femmine si amplia; 2) la nuova legge italiana sul possesso di armi e il loro uso per legittima difesa, se passerà, costituirà quindi un elemento rafforzativo del dominio degli uomini sulle donne – ovvero, del sistema patriarcale; 3) inoltre, produrrà inevitabilmente più femicidi.

Ho bisogno di dire altro sul perché sono contraria alla legge summenzionata? Credo di no. Maria G. Di Rienzo

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