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Archive for the ‘La femme-nist fatale’ Category

I controlli più recenti rilevano che molti cervelli italiani non sono mai stati sottoposti ad update dai loro proprietari. Le conseguenze dell’interfacciarsi giornalmente con il mondo tramite software non adeguato variano e toccano diversi livelli di gravità, ma generalmente possiamo dire che esse impediscono alle persone con cervelli non aggiornati di individuare in quale secolo vivono, di tracciare limiti etici a parole e azioni e di riconoscere gli altri esseri umani per tali (di solito sono scambiati per Pokemon da catturare o abbattere).

Qui di seguito sono disponibili alcuni aggiornamenti software per materia grigia: chi ne avesse necessità e decidesse di scaricarli rammenti alla fine di riavviare il cervello.

SOFTWARE DECREPITO ancora in uso durante il mese di marzo 2019:

1. Ciò che sta attorno a una vagina-bersaglio, il resto del corpo di una donna così come la sua volontà, è irrilevante – l’importante è fare centro: infatti, tre stupratori di una ventiquattrenne (località S. Giorgio a Cremano) sono accolti da applausi, ululati di incoraggiamento e commozione alla loro uscita dal commissariato e rispondono sorridendo ai loro sostenitori (parenti e amici) prima di essere trasferiti in carcere.

UPDATE: a) Le donne sono esseri umani, intere, indivisibili, dotate di dignità e diritti, uniche titolari della propria sessualità; b) chi distrugge e segna le loro vite con la violenza è un delinquente, non un supereroe.

Inoltre, ciò che i tre ventenni hanno fatto non è la “sintesi perfetta dell’inconsapevolezza giovanile che sfocia nell’incoscienza più estrema” (rimando giornalistico obsoleto a “Gioventù bruciata”): erano del tutto consapevoli durante il precedente tentativo di violenza effettuato venti giorni prima, hanno orchestrato un nuovo incontro fingendo di volersi scusare, hanno stuprato la loro vittima e poi si sono tranquillamente allontanati a passo d’uomo, “forse perché convinti di farla franca”. Togliete il “forse”, i fuochi d’artificio fuori dalla stazione polizia lo rendono falso: nella loro cerchia più prossima non vi è un solo cenno di riprovazione e un po’ di sentenze successive sulla violenza di genere hanno ribadito che gli uomini sono piume al vento travolte dalle loro devastanti emozioni, picchiano stuprano uccidono senza sapere quel che fanno… se ipoteticamente la difesa gira la storia a questo modo e trova un/una giudice che non ha ancora aggiornato il software la faranno franca (quasi del tutto) proprio come speravano.

2. Le minorenni sono grandi abbastanza per fare di loro tutto quel che ci pare e abbastanza piccole per essere tenute in soggezione.

In quel di Cuneo abbiamo l’alpino trentenne “incensurato e insospettabile”, nonché sposato e padre, che aggancia una tredicenne e si fa inviare foto di lei nuda, la ricatta con la minaccia di diffonderle per averne altre e stuprarla (quest’ultima è la forma più esatta del circonvoluto costrutto “avere con lei rapporti sessuali non consensuali e senza protezioni”) e quando la ragazza si ribella la pesta.

In quel di Agrigento sempre una tredicenne è costretta a prostituirsi con abusi, violenze e minacce di morte: i suoi magnaccia sono la madre e l’amico di costei.

Da Roma invece arriva il “maestro” regista che adesca ragazze online con la promessa di una carriera nel cinema, le invita a finti provini e le stupra: delle cinque per cui è stato arrestato, due erano minorenni all’epoca dei fatti.

UPDATE: No, le ragazzine non vi appartengono: neppure se le avete messe al mondo. Non sono in giro per la vostra soddisfazione, sono esseri umani titolari di diritti umani a cui sono dovuti rispetto e tutela.

3. Questa donna sta con me, quindi è mia e deve fare quel che voglio io: altrimenti mi viene un raptus.

A Reggio Calabria il software decrepito si concretizza con il signore che “ha aperto lo sportello dell’auto della ex moglie, ha gettato addosso alla donna del liquido infiammabile, poi le ha dato fuoco”. La donna ha riportato ustioni gravi. Il tizio, con precedenti per maltrattamenti in famiglia, era evaso dagli arresti domiciliari a Ercolano “per compiere il folle gesto” (secondo i giornali: altra ricaduta del software inadeguato) e poi se l’era squagliata: probabilmente era ancora sotto l’effetto del terribile raptus quando lo hanno beccato il giorno dopo mentre cenava in pizzeria, giacché non risulta che stesse inondando di lacrime i carciofini in preda al rimorso.

A Salsomaggiore, il raptus ha obnubilato un gentile signore per ben sette mesi, durante i quali costui ha abusato della sua convivente al punto che quest’ultima ha tentato il suicidio. Ma il raptus è continuato sino all’exploit di un pestaggio con annessa distruzione di mobili ecc.: il gentile signore ha usato calci, pugni, bastone, assi di legno o di metallo, procurando alla donna traumi e fratture in varie parti del corpo per una prognosi di oltre 40 giorni.

“In un attimo di lucidità, – scrivono articolisti sotto l’influenza di software inadeguato – resosi evidentemente conto delle condizioni in cui versava la compagna, le ha permesso di medicarsi senza però darle la possibilità di contattare il 118, in quanto nel frattempo le aveva distrutto il telefono cellulare. La mattina seguente, dopo aver recuperato i suoi effetti personali, l’uomo lasciava l’abitazione. – Supponiamo ancora “inraptussito”, quindi impossibilitato ad assumersi la responsabilità delle sue azioni e a soccorrere la donna – La vittima, in stato confusionale e a seguito delle lesioni riportate, trascorreva tutta la giornata del 6 marzo a letto senza la possibilità di chiedere aiuto. Solo il giorno dopo riusciva a mettersi in contatto con i vicini di casa.”

UPDATE: Andate a quel paese. La violenza non ha e non può avere giustificazioni di sorta, quali che siano le circostanze: è sempre una scelta. Vergognatevi.

Chiedo scusa, sembra che il server abbia qualche problema. Ma voi che non aggiornate i cervelli, proprio voi, ne avete di più.

Maria G. Di Rienzo

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Uno-due

Sekinat Quadri

“Vorrei dire alle ragazze che hanno paura di tirare di boxe che la boxe non è così difficile. E’ solo diretto, doppio diretto, uno-due.”

Quando la BBC ha chiesto a Sekinat Quadri – in immagine – se voleva mandare un messaggio al mondo, lei ha scelto di dire ciò. I suoi eroi sono Muhammad Ali, la figlia di costui Laila Ali (sul ring dal 1999 al 2005, sempre imbattuta) e la pugile americana Claressa Shields, 23enne due volte campionessa dei pesi medi che pure non è mai stata sconfitta.

Sekinat è nigeriana, ha 7 anni e fa pugilato da due: capitemi, a cinque anni questo scricciolo ha espresso il suo sogno, demolito le resistenze degli adulti a permetterle di impegnarsi a raggiungerlo e sta ispirando altre bambine a imitarla (com’è visibile nella seconda foto).

sekinat in allenamento

A questo punto, fate un bel respiro e guardate diritto negli occhi la vostra giornata. Nessuno ha il diritto di definire chi siete e quel che volete ad eccezione di voi stesse. Diretto, doppio diretto, uno-due.

Maria G. Di Rienzo

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Ultima ora

Vi informo che ho presentato formale lamentela alla sezione legale di Facebook, il mio caso è stato registrato (n. 2488242) e attendo sviluppi. Questa è la traduzione di quel che ho scritto loro in inglese:

“Gentili Signori,

il mio nome è Maria G. Di Rienzo, sono una scrittrice, formatrice alla nonviolenza, attivista antiviolenza e giornalista italiana che il vostro settore gestionale nel mio Paese continua a molestare con il bando del mio blog su WordPress.

Non ho mai avuto un account FB ed è assai probabile che non lo avrò mai. Non c’è nulla di cui possiate lamentarvi rispetto ai vostri “standard” nel mio blog, nulla che li contravvenga, nulla di osceno o di volgare, nulla di contrario alla legge.

Voglio perciò che Facebook smetta di infangare il mio nome e la mia attività. So di non essere nessuno e so di non avere qualsivoglia influenza sul web perciò, per piacere, capitelo anche voi e mettete fine alle pagliacciate dei vostri colleghi italiani.

Con i migliori saluti, Maria G. Di Rienzo”

Sarà un caso, ma il bando è già stato revocato. Spero di non dover più scrivere niente in materia.

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Piantatela

Gentili signori / signore che in quel di Facebook maneggiate le richieste di “blocco” di pagine appartenenti ad altre piattaforme: mi sto stancando.

https://lunanuvola.wordpress.com/2019/02/09/un-milligrammo-di-differenza/

Credevo che il mese scorso vi foste presi la briga di controllare questo blog e aveste visto l’ovvio, cioè che non vi è in esso alcuna violazione dei vostri “standard” – tra l’altro molte vostre pagine li violano in lungo e in largo nella vostra completa indifferenza.

Adesso, è evidente che qualcuno trova “offensivo” non quel che scrivo, ma chi io sono (una femminista, una giornalista, una scrittrice, una storica, un’attivista antiviolenza, una trainer alla nonviolenza): dovreste però sapere che questi sono meramente fatti suoi, non vostri ne’ miei, e agire di conseguenza.

In questa situazione, in cui impedite ad altri di condividere i miei articoli a me, di fatto, non è data alcuna possibilità di controbattere, e voi non vi sforzate neppure di dare un’occhiata ai miei contenuti: basta il primo che passa e storce il naso e correte a cercare di soffocare la mia voce.

Devo informarvi che sto trovando altamente offensivo il vostro comportamento. Voglio sapere quali articoli sono segnalati, per quale motivo, perché un mese fa avete deciso di esservi sbagliati e avete tolto il blocco e perché ripetete l’errore senza aver fatto tesoro dell’esperienza precedente.

Voglio sapere se questa manfrina si ripeterà ogni mese nel tentativo di farmi gettare la spugna.

Voglio sapere se alberga in voi il minimo di civiltà necessario a chiedermi scusa per questo insulto continuato e a impegnarvi a non ripeterlo, giacché io non ho NIENTE di cui vergognarmi. E voi, come chi vi ha segnalato il suo falso turbamento, lo sapete benissimo.

Maria G. Di Rienzo

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madrid 8 marzo 2019

“Vogliamo il vostro rispetto, non i vostri complimenti”: questo scandivano le donne durante le manifestazioni spagnole per l’8 marzo; il “titolo” che portavano tutte le iniziative era “Abbiamo mille ragioni”. L’immagine – da El País – è relativa a quella di Madrid: la dimostrazione delle donne ha superato colà le 350.000 presenze (a Barcellona erano 200.000). Lo sciopero di due ore indetto dalle organizzatrici ha raggiunto l’80% nelle università e il 61% nelle scuole secondarie superiori. I sondaggi dicono che poco più del 64% delle ragazze spagnole sotto i 25 anni si definisce femminista.

Fra le mille ragioni, le dimostranti hanno abbondantemente citato la violenza di genere, il divario sui salari e gli ostacoli all’accesso alle posizioni di responsabilità, nonché la crescita della destra spagnola che ha determinato uno spostamento verso posizioni retrive da parte del Partito Popolare (interruzione di gravidanza). La riuscita di centinaia e centinaia di manifestazioni – per farvi un esempio solo in Andalusia ce ne sono state 139 – ha mandato in pallone i politici di destra che hanno gridato al sequestro dell’8 marzo da parte della “sinistra femminista”.

Quest’ultimo concetto è qualcosa che io non sono mai riuscita a vedere in opera, meno che mai in Italia sebbene a diversi intervalli il termine sia infilato nelle piattaforme e più raramente nelle definizioni da slogan elettorale di aggregazioni di micro partiti e soggetti vari. “Ecologista” è sdoganato (non ti dicono più che vuoi piantare le margherite sull’A4), “nonviolento” un po’ meno ma ci sono buoni segnali (quelli che ti dicono “Allora ti va bene prenderle” si sono leggermente ridotti), “femminista” è ancora verboten e ogni volta che lo pronunci, lo scrivi, lo rivendichi devi maneggiare insulti, minacce, deliri e patetiche pseudo-spiritosaggini.

Io non credo si tratti di mancanza di informazioni: solo usando internet con un pizzico di intelligenza persino l’individuo più disinformato può crearsi una base di conoscenza (e ascoltare le donne / le femministe è sempre una possibilità).

Io non credo si tratti di differenze di opinioni: le aggressioni dirette alle femministe mancano in toto di argomentazioni razionali e in generale di quel minimo di educazione necessario a una conversazione sensata.

Io non credo si tratti di difficoltà di comprensione dovuta a linguaggi criptici o ultra specialistici: la frase “Vogliamo rispetto, non complimenti” necessita, per essere capita, di un apprendimento di base della lingua parlata normalmente accessibile anche a un analfabeta.

Io non credo si tratti della “crisi” degli uomini (ormai più che quarantennale in Italia) provocata dall’avanzamento, lento e costantemente messo in questione e in pericolo, dei diritti umani delle donne.

Io credo si tratti di mancanza di coraggio. Credo che troppi appartenenti alla sinistra italiana, uomini e donne, siano codardi, privi di prospettiva (e di sogni che non riguardino il proprio personale successo, sogni collettivi), subalterni alla visione del mondo dei loro avversari, complici per volontà o superficialità dell’attuale clima culturale del paese in cui l’attitudine medievale verso le donne, invece di arretrare, avanza spedita a colpi di passerella obbligatoria per tutte le età e qualsiasi professione, tribunali macho-friendly (per esempio, se una donna è “brutta” non può essere stuprata: clamoroso falso del 10 marzo 2019, smentito da tutti i dati in nostro possesso ovunque), concezione proprietaria e relativa oggettivazione di donne e bambine spinta al massimo livello (per cui si può ripetutamente stuprare la propria figlioletta di quattro anni, trasmetterle una malattia venerea e filmare il tutto per farsi una pippa nella pausa pranzo al lavoro: Cuneo, 9 marzo 2019), stupri e tentati stupri, femicidi e tentati femicidi (la scorsa settimana di cronaca la dice lunga sulla brutalità e sulla persistenza della violenza di genere in Italia).

Per uscire dal circo degli orrori è necessario come primo passo il riconoscere questi ultimi per tali. Il secondo è l’analisi di cause e conseguenze della violenza di genere, per la quale è disponibile almeno un secolo di lavoro femminista. Il terzo è la volontà di avventurarsi in un territorio diverso: cambiando comportamento, riscrivendo il proprio posto e il proprio senso rispetto all’esistente, sfidando l’attitudine che ridicolizza e umilia le donne senza darla per scontata o peggio ancora per “naturale”, osando accettare la libertà che il femminismo crea per ogni essere umano e vivendola in prima persona.

Maria G. Di Rienzo

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balance for better

(il tema dell’8 marzo 2019: miglior bilanciamento, miglior mondo)

Lasciateci in pace. Non abbiamo bisogno di mimose ne’ di spogliarelli.

Un unico giorno in un anno intero non dovrebbe costituire una richiesta gravosa, fatta da “metà del cielo” all’altra metà.

Lasciateci in pace offline e online. Non mettetevi a chiedere “quand’è la festa dell’uomo” (l’8 marzo è il Giorno internazionale della Donna, non una festività da calendario), non fate salti mortali per negare le cifre della violenza e della diseguaglianza che ci colpiscono, non mandateci immagini pornografiche e messaggi idioti, non chiedeteci foto di nudo o spettacoli di “burlesque”.

State fuori dall’8 marzo. Non compilate liste su cosa la donna è o dovrebbe essere, non ingarbugliatevi in elucubrazioni ignoranti e arroganti sui ruoli “naturali”, non diffondetevi in geremiadi sulle orrende colpe del femminismo e sulla conseguente vostra dolorosissima condizione di friend-zonati / lasciati / separati / divorziati.

Per un giorno solo, state in disparte. Se non volete ascoltare – e dopotutto non ascoltate per i restanti 364 giorni – va benissimo, ma oltre alle orecchie chiudete anche la bocca e tenete le mani in tasca.

Prendetevi una pausa di 24 ore dalle molestie, dalle battute squallide, dagli insulti veri e propri, dalle aggressioni, dalle violenze sessuali. E non saltate fuori come pupazzi a molla per strillare “non tutti gli uomini”: primo, siamo capacissime di vedere e apprezzare le differenze; secondo, noi non possiamo dire lo stesso, perché TUTTE le donne subiscono forme di discriminazione.

L’ultimo rapporto al proposito (1° marzo) è della Banca Mondiale – non esattamente il quartier generale della rivoluzione femminista. La ricerca ha preso in esame 187 nazioni per scoprire… quello che sapevamo già sulla nostra pelle: le donne di media hanno solo 3/4 della protezione legale garantita agli uomini in ambito lavorativo; i nostri salari restano più bassi a parità di orario e mansioni; la nostra libertà di movimento è limitata dalla violenza, la quale è anche il maggior ostacolo alla nostra indipendenza economica.

La Banca Mondiale stima in oltre 140 trilioni di euro (un trilione equivale a mille miliardi) la perdita globale relativa al non avere parità fra donne e uomini sul lavoro: e sono proprio le leggi, dice lo studio, a impedire alle donne di agire a tutto campo: “L’eguaglianza di genere è una componente critica della crescita economica. – ha dichiarato alla stampa la presidente ad interim della Banca Mondiale, Kristalina Georgieva – Se le donne avessero eguali opportunità per raggiungere il loro pieno potenziale, il mondo non solo sarebbe più giusto, ma più prosperoso.”

Per un solo giorno, l’8 marzo, pensateci su e lasciateci in pace.

Maria G. Di Rienzo

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Il parroco che in provincia di Firenze fu colto in flagranza di reato il 23 luglio dell’anno scorso, mentre abusava in automobile di una bambina decenne, è stato condannato a 4 anni e 4 mesi: anche qui – la medesima cosa sta accadendo in troppi casi relativi a violenze sessuali e femicidi – la pena è stata ridotta di un terzo come prevedono i processi svolti mediante “rito abbreviato”. Al momento don Paolo Glaentzer, che è abbastanza anziano, è ai domiciliari e la sentenza, oltre a interdirlo dai pubblici uffici, gli proibisce di frequentare istituti in cui siano presenti minori.

Più o meno tutti gli articoli al proposito riportano che il sacerdote: “(…) durante l’interrogatorio in procura a Prato aveva confessato, spiegando anche che non si trattava della prima volta che si appartava con la bambina. Dieci anni, la piccola era già da tempo seguita dagli assistenti sociali. Il parroco aveva anche dichiarato di intendere il suo rapporto con la bambina come una relazione affettiva, e che sarebbe stata sempre lei a prendere l’iniziativa. Gli episodi, più di uno, sarebbero avvenuti sempre nell’auto dell’uomo, durante il tragitto tra la parrocchia e la casa della bambina, sua parrocchiana, a cui lui avrebbe dato assistenza vista la situazione disagiata della famiglia.”

Nessuno salta per aria scrivendo queste cose, ma io divento furibonda ogni volta in cui le leggo.

1. Essere in condizioni di difficoltà (“da tempo seguita dagli assistenti sociali”) è un colpa, un’attenuante per il prete, una dichiarazione intrinseca di disponibilità agli abusi?

2. Che il perpetratore intendesse il violare una minore come “relazione affettiva” giustifica in qualche modo la faccenda, perché se vuoi bene a una bambina e sei un uomo il tuo “affetto” si esprime inevitabilmente nel violentarla?

3. Anche se fosse vero che era “sempre lei a prendere l’iniziativa” (“ci stava”, la lagna di tutti gli stupratori qualsiasi sia l’età della vittima), un adulto – e per di più un venerabile sacerdote che “assisteva” la sua piccola parrocchiana – non ha niente da dirle al proposito, non sa fare niente di meglio e di diverso dallo sbottonarsi le braghe, non riesce a esprimere un minimo di rispetto per la bimba e di autocontrollo?

Ciò che sfugge di continuo a coloro che devono rendere in cronaca vicende di questo tipo sono fondamento e fulcro delle stesse:

– il perpetratore sceglie di sfruttare lo stato di vulnerabilità di un altro essere umano per la sua personale soddisfazione;

– alla bambina / al bambino che si trovano in condizioni disagiate (erosione di risorse, della percezione di aver signoria su se stessi, di speranza) è facile far credere sia che meritano le violenze subite sia che finalmente conteranno qualcosa se sono “bravi” con il farabutto di turno;

– per le bambine in particolare, stante l’enfasi sulla bellezza obbligatoria da offrire agli uomini in forma di sesso, la faccenda diventa particolarmente spinosa giacché i messaggi ricevuti dalla società che le circonda confermano come “normale” quanto sta accadendo loro;

– il suggerimento che le vittime guadagnino qualcosa dall’essere vittimizzate è inaccettabile: ma i giornalisti persistono a scriverlo, gli avvocati degli stupratori a usarlo in tribunale, i giudici ad accettarlo e i perpetratori ad assolvere se stessi.

Il terreno per il prossimo abuso, grazie a ciò, è pronto e fertile e continuerà a dare rigogliosi raccolti. Maria G. Di Rienzo

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