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Archive for the ‘La femme-nist fatale’ Category

A long goodbye

Nancy and Tonya di Jillian Tamaki

L’espressione “long goodbye” (lungo, o esteso, arrivederci) descrive solitamente l’ultimo incontro fra persone che saranno da quel momento separate per un periodo di tempo significativo – a volte per sempre. Io confido che il nostro caso sia il primo e ho in mente di tornare ad occuparmi di questo spazio in agosto, tuttavia allo stato attuale delle cose non riesco a farlo come vorrei.

Le immagini con cui vi saluto sono di due bravissime illustratrici / fumettiste – qualsiasi loro lavoro troviate sul mercato vale la pena di essere visto e letto: la prima è di Jillian Tamaki, che vive in Canada, e la seconda di Marguerite Abouet, nata in Costa d’Avorio e attualmente residente a Parigi.

Aya di Marguerite Abouet

Goodbye, my beloved friends. Maria G. Di Rienzo

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Lise Eliot è docente di neuroscienze alla Scuola di Medicina di Chicago (facoltà dell’Università Rosalind Franklin), Usa. E’ anche l’Autrice del libro la cui copertina potete vedere qui sotto, “Cervello Rosa, Cervello Blu”.

pink brain blue brain

Lunedì scorso è intervenuta come relatrice a un’iniziativa co-organizzata dall’Istituto Aspen e dal quotidiano The Atlantic dove ha spiegato che chiunque vada in cerca di differenze innate fra i sessi non le troverà:

“Si dice che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere, ma il cervello è un organo unisex. Non c’è assolutamente differenza fra i cervelli maschili e i cervelli femminili.”

“Eliot – scrive la giornalista dell’Atlantic Taylor Lorenz – dà la colpa all’accademia e in parte ai media per il ciclo che conduce a continue discussioni sulle differenze biologiche cerebrali. Poiché la maggior parte degli studiosi sa che la più minuscola differenza statistica fra uomini e donne otterrà la prima pagina i ricercatori, disperatamente desiderosi di fondi e attenzione, spesso concentrano i loro studi sulle disparità di genere. “Torni ai dati, li analizzi per sesso, e se trovi una differenza immagina un po’: ecco che ti pubblicano un altro studio.”, ha detto Eliot.”

Persino le differenze fisiche scientificamente accertate non provano influenze comportamentali, che derivano invece dalla socializzazione di genere; di media tutti gli organi maschili sono più grandi di quelli femminili, ma le dimensioni non rendono diverse le loro funzioni.

Se scienziati e ricercatori cominciassero con la premessa che gli uomini e le donne sono egualmente capaci, ha detto ancora Eliot, i loro studi avrebbero conclusioni radicalmente differenti. Ha portato a esempio uno studio del 1970 (che è ancora vastamente citato) in cui il rapporto 13 a 1 indicante la presenza di uomini e donne nei campi scientifici e tecnologici è usato per “provare” che la matematica sarebbe “un fenomeno maschile”.

Naturalmente, è saltato fuori che le donne erano scoraggiate dall’intraprendere carriere nei campi scientifici. Non appena sono stati messi in opera più programmi che le accoglievano, il rapporto uomini/donne è sceso a 3 contro 1 e, come ha sottolineato la docente, sta ancora scendendo.

“Viviamo in un mondo segnato dal binario di genere. – ha concluso Eliot – L’impostazione predefinita per esso è che le differenze siano innate. Ma i cervelli maschili e femminili non mostrano più differenze fra loro di quante ne mostrino cuori e reni appartenenti ai due sessi.”

Maria G. Di Rienzo

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hand

“Se a tutte le ragazze fosse insegnato a amarsi l’una con l’altra fieramente, invece di competere l’una contro l’altra e odiare i propri stessi corpi, in che mondo diverso e bellissimo vivremmo.” – Nikita Gill

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/11/21/le-persone-non-nascono-tristi/

“Non accetto più le cose che non posso cambiare, sto cambiando le cose che non posso accettare.” – Angela Davis

https://lunanuvola.wordpress.com/2012/09/25/intervista-ad-angela-davis/

Esistere, resistere. Maria G. Di Rienzo

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Jacqueline Patiño

La boliviana Jacqueline Patiño (in immagine), è un’attivista per i diritti delle donne e il cambiamento sociale. Ha lavorato a innumerevoli progetti durante gli ultimi quindici anni e dice che la sua principale motivazione è “fare in modo che le donne concretizzino i loro sogni”. La parte più dura di questo lavoro, aggiunge, è convincerle che sono legittimate ad averli.

Il 24 giugno scorso ha scritto a The Economist, che sta tenendo un sondaggio con questa domanda: Le persone dovrebbero essere libere di decidere dove vogliono vivere?

I NO sono in netto vantaggio. Questo è ciò che ne pensa Jacqueline:

“Sono triste quando vedo il mondo impegnarsi in sondaggi senza senso come questo, mentre si distoglie lo sguardo dal merito concreto della questione.

Perché chiedere se la gente dovrebbe essere libera di decidere dove vivere, quando sappiamo che non lo è?

I governi dei paesi ricchi hanno già reso difficile per le persone migrare là, ma allo stesso tempo si sono assicurati che la gente dei paesi poveri riceva tutte le merci che loro producono, tutta la spazzatura (merci usate) che loro producono, e tutti i prestiti che possono caricare di interessi finanziari. Tutte queste “risorse” che devono essere ricevute dai paesi poveri non sono negoziabili da alcun governo. L’imposizione economica e finanziaria è chiara.

Ma… le morti per omicidio, le bugie e le leggi incredibilmente perverse tramite cui i tiranni che comandano i paesi poveri hanno costruito il loro potere sono ignorate al completo, dimenticate, e si distoglie lo sguardo da esse, in nome della “autodeterminazione degli stati”.

Che scorpacciata per i paesi ricchi! Non credete? Hanno mercati asserviti e fanno un sacco di soldi imponendo i loro metodi da ormai almeno cinque secoli!

Ma per i cittadini che soffrono di queste imposizioni è del tutto sbagliato voler vivere, avere un assaggio delle esperienze del “primo mondo”.

No. Le genti dei paesi poveri esistono per lo scopo di comprare la vostra roba. Questo è tutto. Non negoziabile. Punto.

Perciò costruite mura, siate più razzisti, controllate i vostri confini. Non permettete a stranieri cattivi, brutti, sgradevoli di migrare legalmente o illegalmente. State seduti. Guardate i poveri morire di fame. Biasimateli per la loro stessa povertà.

Prendete tutti i soldi che i tiranni e le loro famiglie e i loro amici o colleghi rubano dai popoli e metteteli nelle vostre banche per farli ancora più ricchi.

Prendeteli. Non dite una parola. Sappiate che nessuno vi dirà qualcosa o farà qualcosa al proposito. Io ho persino un’idea migliore. Prendete le vostre armi, le vostre bombe, le vostre sostanze chimiche e distruggete tutta l’umanità che non si attiene alle vostre regole.

Così resteranno solo compratori che non si lamentano. E quando fuggono dall’inferno creato dai vostri conniventi tiranni, buttateli in prigione. Questi bastardi stanno venendo nei vostri ricchi e bei paesi per mangiare il vostro cibo delizioso.”

Maria G. Di Rienzo

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Azra Abdul Cader

“Ascoltiamo storie di violenza contro donne e bambine ogni giorno. Non si tratta di un nuovo problema per le donne, ma di uno che si è manifestato in molte forme e condizioni per secoli. Nel mentre il punto cruciale è la mancanza di eguaglianza di genere e di rispetto per donne e bambine come eguali, non possiamo non tenere in considerazione gli effetti che le interpretazioni religiose, le pratiche culturali e le tradizioni che hanno radici nella religione, sistemi di credenze e pratiche hanno sulla violenza e nella giustificazione della violenza contro donne e bambine.

Un trattato internazionale sulla violenza contro le donne deve essere uno strumento efficace nel rendere responsabili gli Stati negli spazi internazionali così come nell’offrire meccanismi che assicurino i diritti umani delle donne a livello locale. C’è bisogno di un cambiamento reale nelle vite delle donne e delle bambine, che sarebbero sostenute tramite uno strumento simile e in grado di contrastare le forze che hanno impedito loro di ottenere giustizia sino a quel momento.

Assieme al trattato dovrebbe arrivare un piano di implementazione che offra opportunità di cambiamento nelle loro vite, prenda in considerazione le loro voci ed esperienze, e sia in grado di opporsi alle forze religiose schierate a impedire la giustizia e a proteggere i perpetratori.”

Azra Abdul Cader – in immagine – Sri Lanka, Centro risorse e ricerca per le donne dell’Asia del Pacifico.

In questo modo Azra, che è un’esperta di difesa dei diritti sessuali e riproduttivi all’interno delle fedi e ha lavorato anche in diversi programmi per le Nazioni Unite, spiega la sua adesione a Everywoman Everywhere – Ogni donna ovunque.

http://everywomaneverywhere.org/

Si tratta di una coalizione globale che a maggio 2018 contava già 2.035 membri di 143 paesi, incluse 770 organizzazioni. Quel che vogliono è stabilire il diritto legale a una vita libera dalla violenza appunto per ogni donna, ovunque sul pianeta. Il che significa un trattato internazionale, sotto forma di convenzione delle Nazioni Unite, legalmente vincolante e quindi tradotto in leggi nazionali non appena firmato e ratificato.

“Nonostante il grido mondiale di protesta che dice “no!” alla violenza contro donne e bambine, – spiega il documento ufficiale di presentazione della campagna – le leggi nella maggioranza delle nazioni dicono “sì”. Prevenzione, protezione e giustizia continuano a essere discrezionali, lasciando miliardi di donne e bambine con scarsa difesa legale, mentre gli attacchi ai loro diritti umani sono facilmente spazzati via con le argomentazioni dell’inevitabilità e del relativismo culturale.”

Anche se i nuovi standard del trattato non dovessero essere immediatamente integrati nell’interpretazione delle leggi interne agli Stati, spiega la coalizione, essi forniranno comunque una struttura che le attiviste per i diritti delle donne potranno usare localmente per chiedere miglioramento delle leggi esistenti e nuovi criteri di responsabilità.

Maria G. Di Rienzo

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Fuori posto. Così ci sentiamo in molti nell’Italia del 2018 e del governo dei soccorsi negati, dei censimenti etnici (illegali) e delle corruzioni passate e presenti. Ci sentiamo così pochi, così diversi, così impotenti che spesso preferiamo persino non essere visti.

Quando arriviamo al punto di cancellare noi stesse/i, abbiamo bisogno di Storia e di Orgoglio. Quando la situazione permette alle persone di essere legittimate all’odio, all’abuso, alla discriminazione, all’ignoranza e all’avidità, abbiamo bisogno di Storia e di Orgoglio.

Quando cominciamo a dimenticare la Storia, quando essa viene ridefinita, ripulita, manipolata e noi scordiamo che sono stati i poveri e i diseredati a sollevarsi in ogni lotta per la dignità umana, abbiamo bisogno di ricordarli, di nominarli, di dichiararci loro eredi – con Orgoglio.

Sono donne e uomini radici dell’albero della Storia: hanno acceso fuochi sacri, creato interi nuovi sistemi di pensiero, rovesciato bigottismo e oppressione; hanno sognato – e lottato affinché i sogni divenissero realtà e nel fare questo hanno aperto per se stesse/i e per noi migliaia e migliaia di strade.

Quindi stracciate i fondali che li coprono, perché sono gli stessi fondali che cancellano voi. Se sappiamo da dove veniamo, prenderemo migliori decisioni su dove andare.

Deliziatevi di chi voi siete, dentro e fuori.

Dispiegate le vostre ragioni, le vostre passioni, la vostra forza come rami di quello stesso albero della Storia. E preparatevi a diventare radici, per coloro che verranno dopo di voi.

Pensateci bene: non siamo noi a doverci vergognare.

Maria G. Di Rienzo

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Ogni volta in cui il “progressista” papa in carica apre la bocca in materia di relazioni fra uomini e donne – e dei rispettivi ruoli sociali – infila perle di medioevo senza che nessuno dei giornalisti / commentatori riesca a contestualizzarne e contestarne neppure una. E’ ovvio, dicono, che Bergoglio si esprima in tal modo, è questa la dottrina della chiesa cattolica.

Così, l’aborto “è di moda”, praticato da “nazisti in guanti bianchi” su donne che vogliono una “vita facile” e respingono i bambini “mandati da dio” con qualche difetto: portare avanti una gravidanza per dare alla luce una creatura che morirà a causa di una grave malformazione congenita non appena partorita (come per l’anencefalia, decesso sicuro al 100%) o che vivrà un’esistenza breve e tormentata è meglio, dio e Bergoglio sono contenti – dopotutto, non è toccato a loro.

Poi, sempre durante lo stesso pistolotto rivolto al Forum delle Famiglie (un plurale che il papa non gradisce e che ha subito “corretto”) ha lodato quelle che fanno finta di niente mentre i loro mariti si puliscono il didietro con i voti coniugali: “Una cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza, sapere aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi forti, brutte, dove anche arrivano tempi di infedeltà”. Di qui, la lode di Francesco alla “pazienza dell’amore che aspetta. Tante donne, ma anche l’uomo talvolta lo fa, nel silenzio hanno aspettato, guardando da un’altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. La santità che perdona tutto perché ama.”

A questo punto vorrei mandarlo al cinema. A New York, tanto a lui i soldi per il viaggio e il biglietto non mancano, al Film Festival di Human Rights Watch (14 – 21 giugno 2018), per vedere “Un migliaio di ragazze come me”.

A Thousand Girls Like Me

E’ un documentario su una giovane donna afgana, la ora 23enne Khatera – in immagine nel poster – che la regista Sahra Mani presenta così: “Ogni donna in questo paese ha un centinaio di proprietari. Padri, fratelli, zii, vicini di casa: tutti credono di avere il diritto di parlare per noi e di prendere decisioni al nostro posto. Questo è il motivo per cui le nostre storie non sono mai udite, ma vengono seppellite con noi.” La religione è diversa, ma i fondamenti patriarcali sono gli stessi.

Khatera è stata presa a botte e abusata sessualmente da suo padre per più di 13 anni. E’ rimasta incinta e ha abortito innumerevoli volte. Due figli, una femmina e un maschio, li ha messi al mondo. Come da precetti suggeriti da Bergoglio, è stata molto paziente. Sua madre ha cercato di guardare da un’altra parte. Hanno aspettato, immerse ogni singolo giorno in un dolore letteralmente inenarrabile – non dovevano parlare, perché la vergogna e la condanna sarebbero ricadute su di loro. E la violenza non è finita.

Non è finita sino a che Khatera ha denunciato il suo stupratore ed è riuscita a mandarlo in galera. Lei e sua madre ricevono a tutt’oggi minacce di morte dai parenti per aver “rovinato la loro reputazione”. Tollerare l’abuso e la sofferenza, scusando e legittimando con ciò il comportamento dei perpetratori maschi, è il consiglio che non solo il papa cattolico, ma sistemi giudiziari e attitudini socio-culturali sessiste danno alle donne in tutto il mondo. Può darsi che ciò le renda “sante” agli occhi di qualche dio, ma noi non possiamo farci carico delle vostre fantasie, signor Bergoglio, in quelle che sono le nostre esistenze reali e anche se ci aspetta l’inferno dopo la morte (del che molte di noi dubitano seriamente) preferiamo mettere fine all’inferno in cui sono state trasformate le nostre vite.

Maria G. Di Rienzo

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