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Archive for the ‘La femme-nist fatale’ Category

Solo due su ventisei hanno un nome: Osato Osaro, identificata dal fratello e Marian Shaka, identificata dal marito. Venivano dalla Nigeria e le hanno seppellite tutte a Salerno ieri. La loro età andava dai 14 ai 18 anni. Osato e Marian erano incinte.

salerno funerale

(particolare di una foto di Alessandra Tarantino/AP)

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, solo quest’anno sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo 2.715 persone che tentavano di raggiungere l’Italia.

I risultati delle autopsie dicono che le ventisei ragazze sono decedute per annegamento e non presentavano segni di stupro o abuso fisico. Tuttavia, è possibile che molte di esse fossero vittime di traffico, giacché la maggioranza delle donne nigeriane in Italia è trafficata per lo sfruttamento sessuale o lavorativo e la Libia, paese da cui sono partite, è diventata uno dei fulcri del traffico internazionale di esseri umani.

Questo il nostro mondo ha offerto a giovanissime donne coraggiose e disperate: essere usate e consumate come oggetti o morire aggrappate a un gommone.

Viste o non viste, conosciute o innominate, ogni ferita inferta a loro sanguina in ognuna di noi; ogni loro morte strappa via da noi un brandello di vita. Maria G. Di Rienzo

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copertina virgo

Questa è la copertina del mio ultimo romanzo (e-book). Potete accattarvelo per la miserabile somma di 4 euro qui:

https://www.youcanprint.it/fiction/fiction-generale/la-sottana-della-vergine-9788892694415.html

E questa è la prefazione:

Ogni mio libro ha preso forma da un piccolo impulso originario: un’immagine particolarmente intensa, uno scambio di battute particolarmente efficace, un brano musicale particolarmente evocativo.

“La Sottana della Vergine” non fa eccezione. Si è in pratica costruito attorno a una frase (la leggerete alla fine del libro). Sempre come al solito, i personaggi hanno fatto un po’ quel che volevo io e un po’ quel che volevano loro stessi; ogni tanto uno/a di loro irrompeva nella mia mente per strillare con indignazione: “Ti pare che IO potrei dire la tal cosa o agire in quella maniera?”

Così, dovevamo negoziare. Inoltre, io dovevo negoziare la mia scrittura, la mia ispirazione e i tempi relativi con una situazione personale assai difficile.

E l’atto del negoziare, del discutere insieme delle esigenze e dei problemi di ciascuno è diventato un altro fulcro del romanzo.

Siamo su una Terra futura, salvata in apparenza dall’autodistruzione dall’intervento di una razza aliena che “adatta” biologicamente il pianeta per potervi vivere. Agli esseri umani è offerta la scelta di ibridarsi per condividere quelli che sono divenuti spazi inospitali o di sopravvivere in piccole nicchie separate dal resto. La struttura sociale che gli umani ricreano per se stessi, nell’assoluta indifferenza degli alieni, è altrettanto compartimentalizzata e strettamente gerarchica. Le varie aggregazioni in essa presenti interagiscono in modo assai conflittuale.

La vicenda si snoda attorno a un personaggio che sta al punto più basso della scala sociale, uno “schiavo sessuale” e mutante genetico il cui comportamento è controllato nei minimi dettagli e persino a livello chimico e i cui tentativi di sfuggire a precetti basati su violenza e pregiudizi sembrano destinati al fallimento in modo inevitabile. Un Signor Nessuno per eccellenza, privo di talenti specifici, di aspettative, di sogni… e quasi privo di desideri, tranne quello di incontrare di nuovo “l’alieno” in cui si è imbattuto per caso anni prima. Ma sarà un desiderio che cambierà la Storia. Maria G. Di Rienzo

P.S. Le didascalia “Edizioni Fie dea Serva” (dialetto veneto per “Figlie della Serva”) è quella che usavo per “firmare” le mie autoproduzioni fotocopiate nei lontani anni ’80-’90. Per chi non avesse familiarità con l’espressione “figlio/a della serva”, i dizionari la descrivono come modo figurativo e colloquiale per indicare una persona considerata inferiore (per nascita, ma non solo) e trattata di conseguenza sgarbatamente, con minor considerazione o emarginata.

La mia scelta di usarla non derivò solo dal fatto che io sono davvero una “figlia di serva” – mia madre lavorò come domestica per anni – e che sono stata trattata spesso nella maniera descritta sopra, ma anche dal famoso aneddoto sulla “servetta di Tracia” che ride del filosofo Talete quando costui cade in un pozzo poiché cammina guardando le stelle (Teeteto, Platone): “lo prese in giro, dicendogli che si preoccupava tanto di conoscere le cose che stanno in cielo, ma non vedeva quelle gli stavano davanti, tra i piedi.”

Seguendo un’onorata tradizione dei movimenti per il cambiamento sociale, ho in questo modo mutato gli insulti in identità e orgoglio.

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Nel gennaio scorso John Carman, un legislatore della contea del New Jersey, si accanì sui suoi social media nel dileggiare le manifestanti della Marcia delle Donne in quel di Washington DC.

Mentre la Marcia sommergeva letteralmente la capitale degli Usa protestando contro la violenza sessuale e la discriminazione di genere, Carman pubblicava foto di donne ai fornelli con la didascalia: “Mi stavo solo chiedendo… la protesta delle donne finirà in tempo perché riescano a cucinare la cena?”, oppure scriveva: “Oggi in DC devono tenere una lezione di massa su come si fanno i sandwich.”

Fra le molte donne infastidite dal sessismo idiota di Carman c’era la 32enne Ashley Bennett (in immagine qui sotto), che all’epoca lavorava al pronto soccorso psichiatrico ed era la classica “nessuno” in termini di rilevanza politica o popolarità.

ashley

“Ero arrabbiata – spiegò in seguito ai giornalisti – perché i funzionari eletti non dovrebbero stare sui social media a ridicolizzare e disprezzare persone che stanno esprimendo preoccupazioni per la loro comunità e la nazione intera.”

Ashley partecipò con altre donne a un incontro pubblico in cui Carman era presente e con loro lo abbandonò quando il legislatore rifiutò di scusarsi per il suo comportamento e rispose alle donne di essere “circondato da gente forte” (in seguito dichiarò di aver commesso un “errore di giudizio”, quando gli fu chiaro che aveva letteralmente contro una marea femminile). In quel momento la giovane “nessuno” decise: alle successive elezioni, si sarebbe presentata contro di lui.

Dieci mesi dopo, Ashley Bennett ha vinto il seggio che fu di Carman. Quella marea di donne oltraggiate ha votato per lei.

Il suo ufficio stampa ha fatto sapere che “E’ pronta a usare tutte le ore che servono per migliorare la vita di ogni abitante del distretto – e non intende, per molto tempo, tornare a casa presto per preparare la cena.”

Maria G. Di Rienzo

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molto cristiano

Immagino conosciate questo concentrato di sessismo, razzismo, biasimo della vittima, pregiudizi e stereotipi. Riguarda una ragazza bolognese di 17 anni che ha subito violenza sessuale.

Poi l’autore del post, don Lorenzo Guidotti si è “scusato” per la “frase infelice” (una sola, il “Ma dovrei provare pietà?”. Il resto andava bene, quindi.), poi il suo profilo è sparito da Facebook dove aveva pubblicato la tiritera, poi politici di destra lo hanno spalleggiato, poi la Curia ha preso le distanze dicendo che si tratta di “opinioni personali” del parroco, eccetera eccetera. Tutto già visto. Lo schema si ripete in modo automatico e nauseabondo all’interno della socializzazione patriarcale di genere e della cultura dello stupro che essa genera: dov’eri, con chi, com’eri vestita, cosa facevi… lo vedi, è colpa tua. Gli uomini stuprano naturalmente – in special modo se sono stranieri nel tuo paese e se non sono professionisti – insegnanti – gente di cultura, secondo mister Guidotti – e l’onere del non farlo accadere sta tutto sulle tue spalle di preda predestinata.

Evidentemente della cronaca il don legge solo quello che sembra confermargli la sua visione distorta dei rapporti umani: perché professionisti, insegnanti, “gente di cultura” molestano, assaltano e stuprano donne / ragazze / bambine con la stessa indifferenza e lo stesso disprezzo di un analfabeta e finiscono sui media per tali prodezze con la stessa frequenza.

Si sentono legittimati a farlo. Le femmine sono là per fornire piacere ai maschi. Le femmine sono inferiori ai maschi. Le femmine servono solo a quello. Un intero sistema, il patriarcato, forma socialmente la loro identità di genere in tal modo, inzuppandola di sessismo e misogina. Come detto, abbiamo già visto tutto (e analizzato, e ricercato, e spiegato, e suggerito soluzioni) migliaia e migliaia di volte.

“Se decidiamo di non parlare del patriarcato perché è troppo difficile, allora smettiamo di fingere che metteremo fine alla violenza sessuale e alle molestie, e riconosciamo che – al meglio – tutto quel che possiamo fare è gestire il problema. Se non possiamo parlare del patriarcato, se non riusciamo a fronteggiare la miriade di modi in cui noi uomini siamo socializzati a cercare il dominio nella sessualità e nella vita quotidiana, allora ammettiamo di aver abbandonato lo scopo di creare un mondo senza stupro e molestia.” Robert Jensen, docente universitario e autore di “The End of Patriarchy: Radical Feminism for Men”, 6 novembre 2017.

Ma c’è un’ultima cosa da specificare al signor Guidotti e riguarda le sue (inutili) scuse per aver attestato che “non prova pietà” per la ragazza violentata. Oso dirglielo a nome mio, a nome di tutte le donne vittime di violenza con cui ho avuto e ho relazioni e persino a nome di tutte le donne vittime di violenza che non conosco: non abbiamo mai chiesto, cercato o desiderato ne’ la sua pietà ne’ la pietà di altri. Le cose che continuiamo a pretendere, e che nessuno vuol darci, sono ascolto, giustizia e rispetto. Si ficchi in testa bene almeno quest’ultima: RISPETTO. RISPETTO. RISPETTO.

Maria G. Di Rienzo

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Stanza sospesa

The Suspended Room - Roxana Halls

Questo è un dipinto di Roxana Halls, “The Suspended Room” – 2012, artista femminista londinese nata nel 1974. Al di là delle intenzioni della sua autrice, ovviamente, sembra rappresentare molto bene (con un pizzico di humor) come mi sento e come vivo in questo periodo. Per questo lo lascio qui, informandovi che per qualche giorno questa stanza è “sospesa”. Maria G. Di Rienzo

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dovere nazionale

L’uomo in immagine è Nabih al-Wahsh, un famoso avvocato egiziano politicamente “conservatore”, ripreso durante un recente dibattito televisivo sul canale Al-Assema. La questione in discussione era una nuova bozza di legge sulla prostituzione.

Alle donne sedute al suo stesso tavolo ha detto questo: “Siete contente quando vedete una ragazza camminare per la strada mostrando metà del suo didietro? Io dico che quando una ragazza se ne va in giro in quel modo è un dovere patriottico molestarla sessualmente e un dovere nazionale stuprarla.”

Nell’ottobre del 2016, in un’occasione simile, si era preso “a scarpate” con il religioso Sheikh Rashad, sfasciando un pannello di vetro durante la zuffa e costringendo lo staff dello studio televisivo a intervenire per separare i due uomini. La “colpa” di Rashad era l’aver detto che non riteneva un dovere religioso per le donne il coprirsi la testa con un fazzoletto. L’avvocato gli urlò “Tu sei un apostata! Tu sei un infedele!”, al che il suo interlocutore rispose (credo azzeccando almeno in parte la diagnosi) “Tu sei mentalmente malato. Dovresti stare in un ospedale psichiatrico.”

Sugli stupratori patriottici, com’è ovvio, l’avvocato al-Wahsh si è guadagnato reazioni epocali di disgusto e prese di distanza, ma il suo exploit è avvenuto subito dopo che la capitale egiziana è risultata la “grande città più pericolosa per le donne” al termine di una ricerca internazionale su come vivono le donne nelle metropoli da oltre dieci milioni di persone. Significa, come notano le attiviste femministe, che non è isolato nella sua criminale idiozia: le tradizioni discriminatorie verso le donne, in Egitto, hanno secoli di abusi alle spalle e li ripetono nel presente non solo in termini di violenza, ma anche in termini di scarso accesso ai servizi sanitari, all’istruzione e ai mezzi finanziari.

L’addestramento sociale al considerare inferiore metà dell’umanità, diffuso in ogni parte del globo, non genera unicamente legioni di molestatori e stupratori: crea anche gli occhiali deformanti attraverso cui sono viste e giudicate le loro azioni. Il che ci porta direttamente a una seconda notizia.

Avrete di certo sentito o letto qualcosa sulle accuse di abusi sessuali dirette al preclaro docente di Oxford Tariq Ramadan. In questi giorni il sig. Bernard Godard, l’esperto di Islam per il Ministro degli Interni francese dal 1997 al 2014, che conosce Ramadan molto bene, ha dichiarato alla stampa di essere “scioccato” dalla vicenda. E queste sono le precise parole con cui lo spiega alla rivista francese Obs: “Sì, sapevo che aveva parecchie amanti, che consultava siti, che delle ragazze erano portate in albergo alla fine delle sue conferenze, che le invitata a spogliarsi, che alcune resistevano e che lui poteva diventare violento e aggressivo, ma non ho mai sentito parlare di stupri, sono sbalordito.”

Qualcuno spieghi a questo signore che ha appena descritto uno scenario di violenze sessuali, per favore. Se poi resta sbalordito, trovategli un posto all’ospedale psichiatrico nella stessa stanza di Nabih al-Wahsh, almeno si faranno compagnia. Maria G. Di Rienzo

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Sono solo quindici minuti di documentario, ma potremmo definirli un quarto d’ora di premi:

Miglior Film e Premio del pubblico all’International Cycling Film Festival (2016);

Premio della giuria al Bike Shorts Film Festival (2017);

Premio per il Messaggio Ispiratore all’Ektopfilm International Festival per i film sullo sviluppo sostenibile (2017);

Premio per il miglior “corto” al London Feminist Film Festival (2017)…

Si tratta di “Cycologic”, prodotto dall’abilità e dalla passione di tre registe/produttrici svedesi (Emilia Stålhammar, Veronica Pålsson e Elsa Löwdin) e della protagonista: la ciclo-attivista ugandese Amanda Ngabirano (in immagine).

amanda cycologic

Il documentario segue in particolare la campagna di Amanda per avere piste ciclabili nella sua città, Kampala, dove il traffico è caotico, pericoloso e altamente inquinante, mostrando allo stesso tempo – una volta di più – come in determinati luoghi il solo andare in bicicletta, per le donne, equivalga a rompere stereotipi e a rinegoziare il loro ruolo nella società. Anche queste cicliste sono seguite dalle registe. Potete dare un’occhiata a che succede qui:

https://vimeo.com/185684431

“La bicicletta non è roba da poveri. – dice Amanda nel trailer summenzionato – E’ per le persone indipendenti, libere, liberate. Tu scegli come e dove muoverti.” E notando l’assenza delle sue simili nel via vai di automobili, motociclette e motorini aggiunge ironicamente: “Dove sono le donne? Non hanno piedi, non hanno gambe, non hanno energia?” Li hanno eccome. Nel poco tempo trascorso dall’uscita del film, Amanda ha convinto a pedalare persino la polizia: si è fatta tramite con le forze dell’ordine olandesi, che hanno donato le biciclette “da ronda” ai loro colleghi. Maria G. Di Rienzo

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