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Archive for the ‘Caramelle per gli occhi’ Category

mari e il robot

Se avete quindici minuti di tempo e vi fidate delle mie recensioni, potreste trascorrerli guardando questo breve film d’animazione del 2017, “Green Light” – “Luce Verde”.

https://www.youtube.com/watch?v=UT-mA673hLs

La squadra che l’ha creato è sudcoreana, però non vi servirà sapere altre lingue per vederlo (i dialoghi fra i due protagonisti principali, in immagine, sono comprensibili ma non vocalizzati; se siete curiosi delle sole due parole in coreano che si sentono nel filmato, la prima è “questo” e la seconda è “Yu-na”, un nome proprio).

Il regista Kim Seong-min racconta la sua storia così: “Luce Verde parla di una ragazzina e di un robot soldato che si trovano nella peggior situazione possibile causata dall’uso improprio di tecnologia scientifica altamente sviluppata. Ho tentato di mostrare il legame fra Mari, che tenta di costruire un futuro migliore senza abbandonare la speranza in una situazione tragica dove tutto è stato distrutto, e un automa che comincia una nuova vita grazie a lei, e come entrambi creino un nuovo mondo.”

In un quarto d’ora di tenerezza e magnificenza tecnica “Green Light” vi dirà che comunicare con chi è diverso da noi è sempre possibile e spegne la violenza. Vi dirà persino che anche quando scomparite i vostri sogni non devono necessariamente andare in frantumi.

Uno dei commenti più comuni al video è: “Sono un uomo adulto e sto piangendo”. Anche la scrivente vecchietta si è trovata una lacrima sulla guancia.

Maria G. Di Rienzo

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abominable

Le immagini che vedete appartengono a un cartone animato, “Abominable” (“Abominevole”) – in italiano sarà “Il piccolo Yeti” – che uscirà nei cinema americani a fine settembre e da noi in ottobre.

La protagonista principale è Yi, una ragazzina indipendente, coraggiosa e determinata che quando trova un piccolo Yeti sul tetto del suo condominio a Shangai decide di intraprendere un epico viaggio per fare in modo che il cucciolo si riunisca alla sua famiglia.

abominable-3

Yi e i suoi amici Jin e Peng, che gli hanno dato il nome di “Everest”, devono condurlo al punto più alto della Terra mentre tentano di sfuggire alla caccia di Burnish, un ricco uomo assolutamente intenzionato ad avere uno Yeti come trastullo, e della zoologa Zara – da cui, come appare nei trailer, “Everest” era stato in precedenza catturato riuscendo poi a scappare. Yi, il cui motto inciso nel ricordo del padre scomparso è più o meno “non mollare mai”, suona il violino con passione persino durante il viaggio e almeno in una sequenza riprende il motivo principale della colonna sonora: “Go Your Own Way” – “Va’ per la tua strada” dei Fleetwood Mac (ovvero il pezzo n. 120 nella lista delle Più Grandi Canzoni di tutti i Tempi della rivista Rolling Stone. Potete ascoltarlo qui:

https://www.youtube.com/watch?v=qxa851vAJtI )

abominable-2

E’ la sua musica a far sbocciare i bianchi fiori luminosi dell’immagine, anche se la violinista non ne è ancora consapevole. Va bene, mi direte, la pellicola è diretta da una donna – Jill Culton – e la giovane Yi non è la solita principessina ossessionata da sono bella o no – chi mi amerà – come mi sta il vestito, ma perché stai scrivendo in pratica di un filmetto per famiglie? Per chi ci sta dietro e lo ha effettivamente costruito, mie care creature. E chi ci sta dietro sono queste due:

judy e suzanne

Sono Suzanne Buirgy e Judy Wieder, da oltre trent’anni coppia lesbica ma coppia anche nelle imprese artistiche, in cui si sono sostenute l’una con l’altra e passo dopo passo lungo l’intera via.

Judy è stata la prima caporedattrice del famoso giornale lgbt “The Advocate”, ma ha fatto anche la cantante folk, la compositrice e la giornalista musicale. In più, ha descritto tutto questo in una recente biografia. Suzanne Buirgy ha vent’anni di esperienza nella creazione e produzione di film d’animazione ed effetti speciali (per “Dragon Trainer” e “Kung Fu Panda 2” ha anche ricevuto premi). L’atmosfera magica de “Il piccolo Yeti” l’hanno evocata queste due straordinarie artiste, che hanno un particolare talento nel trasmettere al pubblico storie avvincenti e ispiratrici.

Quando Suzanne ha incontrato Judy, quest’ultima suonava in una band femminile: “Cominciammo a scrivere canzoni insieme. Siamo insieme da 31 anni e non passi così tanto tempo con qualcuna, amando qualcuna che è come te una persona creativa senza ricevere i suoi “colori”. Judy è una parte integrale della mia vita creativa proprio perché a questo punto lei fa parte del mio DNA. Penso che questa sia la cosa più straordinaria.” (da un’intervista condotta da Desirée Guerrero il 15 agosto u.s.)

Maria G. Di Rienzo

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“La mia carne può essere stata portata via,

ma non potrò mai essere privata del mio cuore.”

Abida Dawud

sara regista

La giovane donna in immagine qui sopra è la regista egiziana Sara Elgamal. In collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione ha creato “A piece of me” – “Un pezzo di me”, una serie di tre film brevi che raccontano le storie di Zahra, Abida e Khadija che, sopravvissute alla mutilazione genitale, sono diventate straordinarie attiviste nelle loro comunità per metter fine alla pratica.

Quando, l’anno scorso, Sara ricevette la proposta di realizzare i documentari non sapeva granché delle MGF. “Perciò feci le mie ricerche – racconta la regista – e nel processo scoprii che la mia stessa madre, le mie zie e la maggior parte delle donne anziane nella mia famiglia sono state soggette alla mutilazione. E’ stato estremamente disturbante venire a sapere che così tante donne a me vicine avevano subito una pratica così crudele e che le loro vite erano state prive di piacere sessuale.”

La cosa che le fu subito chiara, mentre tentava di definire che tipo di impostazione avrebbe avuto il suo lavoro, è che non avrebbe raffigurato le donne come vittime impotenti: “Ho deciso di rappresentare le donne nel modo in cui io comprendevo chi fossero nonostante i loro traumi: dignitose, potenti, belle, complesse. Ho deciso di creare una campagna che le celebrasse. L’approccio che ho usato nel girare i filmati, di proposito, è esteticamente molto simile a un servizio di moda. Volevo sfidare la nozione di ciò che vediamo come “supermodelle” o come eroi e portare il lavoro a un livello di visuale cinematografica che normalmente non è associato alle campagne delle Nazioni Unite.”

Ottenere un simile livello di produzione è stata una sfida. Sara e i suoi collaboratori lavoravano in una regione semi-desertica dell’Etiopia dove si trovano i villaggi rurali di Zahra, Abida e Khadija, le tre guide e maestre comunitarie che hanno rifiutato di sottoporre alle mutilazioni genitali le loro figlie e che educano altre persone a seguire questo esempio. L’equipaggiamento ha dovuto essere adeguato all’ambiente, la regista ha dovuto partecipare a incontri diplomatici con i capi dei villaggi per ottenere il permesso di effettuare le riprese e così via: “Non l’avevo mai fatto prima in nessuna delle mie precedenti produzioni, ma era necessario affinché tutti capissero i nostri scopi. Le cose sono diventate sempre più facili mano a mano che la gente vedeva come stavamo mettendo il cuore nel nostro progetto. Alla fine, uno dei capi ci disse che tutto il nostro duro lavoro e il nostro atteggiamento lo avevano indotto a riflettere su che tipo di impegno vuol mettere a favore della sua comunità.”

Sara voleva una storia che trascendesse la narrativa della vittimizzazione: “Desideravo raccontare la vicenda di donne splendide e forti che sono state in grado di ridefinire la loro propria versione della passione e dell’amore, nonostante i traumi subiti nel passato – e spero di essere riuscita ad ottenere questo con Un pezzo di me.”

Maria G. Di Rienzo

Potete dare un’occhiata a due brani della serie qui:

Khadija Mohammed – https://vimeo.com/336139069

Zahra Mohammed Ahmed – https://vimeo.com/336131676

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Tempi duri? Le bussole politiche sono tutte impazzite e vi sembra che l’Italia vada alla deriva? Più che battere moneta con i “minibot” vorreste battere la testa di qualcuno o la vostra sul muro? Vi capisco, ma non c’è bisogno di disperarsi, ne’ di ferire o ferirsi.

Possiamo ripartire anche subito, con tre piccoli passi iniziali e rispettando i nostri tempi e le nostre necessità: assemblate le vostre analisi, figuratevi un orizzonte, caricatevi di quel che vi rende felici. La strada è lunga, faticosa e bellissima come voi. Buona giornata, “complici” miei, Maria G. Di Rienzo

ANALISI

“C’è una relazione intrinseca fra il modo in cui trattiamo il mondo naturale e il modo in ci trattiamo gli uni con gli altri. Dualismo e gerarchia sono i tratti del patriarcato, che implica l’oppressione delle donne e la distruzione dei sistemi naturali. Colonialismo, razzismo, disparità economica sono gli altri tragici risultati della gerarchia patriarcale. Razzismo e povertà servono a mantenere in essere il sistema patriarcale politicamente, economicamente e psicologicamente – nonché per giustificare e amplificare la distruzione dei sistemi naturali.” – Madronna Holden

ORIZZONTE

Tutte le specie, i popoli e le culture hanno valore connaturato.

La comunità della Terra è una democrazia di tutto ciò che vive.

Le culture, in una democrazia della Terra, nutrono la vita.

La democrazia della Terra globalizza pace, cura e compassione. – Vandana Shiva (“Earth democracy” / “Il bene comune della Terra”)

GIOIA

totoro

“A più di trent’anni dalla sua uscita, “Il mio vicino Totoro” è uno dei film più amati e celebrati di Miyazaki. Totoro entra in risonanza con noi perché trasforma situazioni paurose in situazioni leggere. Rappresenta lo spirito che possiamo evocare per sollevarci e uscire dai periodi bui.

Il suggerimento del film è che essere coraggiosi non significa avere la faccia dura, ma canalizzare l’immaginazione, l’umorismo e la speranza di uno spirito della foresta (molto buffo, peloso e adorabile). Totoro incoraggia le bambine protagoniste del film a parlare a voce alta e a rendere palesi i propri sentimenti.

Come spirito della foresta Totoro rappresenta anche la magia della natura. Insegna alle bambine che possono appoggiarsi alla natura per avere conforto. Abbiamo bisogno della natura per avere rifugio e protezione, ma non possiamo dare la relazione con la natura per scontata: è come un’amicizia da tesoreggiare e di cui avere cura.” – Brano tratto da: “My Neighbor Totoro: Why We Need Totoro”, di Susannah e Debra, youtubers.

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arthdal poster

Ecco qua (per la serie: oggi parliamo di “fuffa”, my friends). Questo è il manifesto di “Arthdal Chronicles” – “Le Cronache di Arthdal”, attesissimo sceneggiato fantasy sudcoreano che ha persino vinto un premio (per il drama più atteso…) ancor prima di andare in onda su TvN e Netflix, cosa che è finalmente accaduta il 1° e il 2 giugno.

Definito nelle conferenze stampa, non dai suoi autori, “la risposta orientale a Il Trono di Spade”, criticato in modo drastico in questi giorni sul web proprio per le supposte somiglianze alla serie tv sunnominata, “Le Cronache di Arthdal” è in effetti deludente – ma non per questi motivi, e inoltre è partito con percentuali d’ascolto molto buone che sono persino cresciute per il secondo episodio.

“Non ho neppure mai pensato di paragonare la nostra serie a “Il Trono di Spade” e non penso che il nostro scopo sia creare qualcosa di simile. Penso che il paragone non sia appropriato. Abbiamo tentato di creare una serie televisiva costruendo un mondo fantastico a partire dalla nostra immaginazione e spero che vedrete la nostra serie per quello che essa è.”, ha detto lo scrittore e sceneggiatore Park Sang-yeon ai giornalisti, ma sembra che non lo abbiano ascoltato.

Partiamo dalla “risposta orientale”. La prima stagione de “Il Trono di Spade” ha cominciato ad andare in onda il 17 aprile 2011 e non è un mistero che la sottoscritta ne ha preso visione, ha registrato i motivi del suo successo – sangue, brutalità, torture, efferatezza, oggettivazione sessuale delle donne, stupri, stupri e ancora stupri – e ha bellamente ignorato lo show sino alla sua fine. Tuttavia, se vogliamo mentire e dire che il fascino dello sceneggiato era in realtà la lotta per il potere con i suoi tradimenti e intrighi, le sue guerre e colpi di stato e omicidi politici, be’, potremmo definirlo “la risposta occidentale” a “The Legend” (11 settembre – 15 dicembre 2007) o meglio ancora a “La Regina Seon Deok” (25 maggio – 28 dicembre 2009): quest’ultimo avrebbe dovuto contare 50 episodi, ma il suo successo fu talmente clamoroso che i produttori ne aggiunsero altri 12.

The Legend poster

Nel primo caso abbiamo: due giovani principi apparentemente designati entrambi come l’atteso sovrano delle leggende e delle profezie, l’uno quasi privo di appoggi a corte e l’altro membro di una potente e spietata coalizione interna; quattro semi-dei, custodi mistici del regno, e le loro interazioni con i due rivali; un clan di assassini adoratori del fuoco che giustificano la loro brama di potere assoluto con un’antica sete di vendetta… magia, spade, veleno, eserciti, ambizioni personali, creature fantastiche (il Serpente-Tartaruga, la Fenice, la Tigre Bianca, il Drago Blu) ecc. C’è tutto: “Il Trono di Spade” ha copiato?

queen seondeok poster

Nel secondo caso abbiamo: una principessa – e poi unica legittima erede al trono – allontanata alla nascita per evitarne l’omicidio, che cresce ignorando il proprio status; sicari e profezie; religione asservita al potere temporale; frenetiche e crudeli lotte fra i cortigiani; sfrenata ambizione personale soprattutto nell’antagonista principale della principessa, una cortigiana che sale di forza a vette sempre maggiori di potere usando letteralmente e implacabilmente se stessa e gli altri: un personaggio “cattivo” così affascinante, intelligente, profondo, complesso – e magistralmente reso dall’attrice che lo interpretava – da rendere impossibile odiarlo del tutto. Anche qui magia e spade e veleno e eserciti, ecc.: il “Trono di Spade” ha copiato?

Gli elementi tipici, universali, di queste storie semplicemente si ripetono. Qualunque cosa tu crei avendo come sfondo un trono conteso – ed è questo il caso per tutti e tre gli sceneggiati citati – li rende inevitabili. C’è da dire che “The Legend” e “La Regina Seon Deok” li hanno semmai espressi in modo assai più coinvolgente e raffinato di quanto abbia fatto quel carnaio – bordello noto come “Il Trono di Spade”.

Se “Le Cronache di Arthdal” è deludente, come ho detto all’inizio, non è perché abbiamo i “figli della profezia”, i politici avidi e sfrenati, i guerrieri macellai – e nemmeno i (francamente per me ridicoli) “neandertaliani” con il sangue blu e la magia dei sogni: è perché, almeno per il momento, non è riuscito a suscitare la nostra simpatia, identificazione, passione per nessuno dei personaggi che in esso si muovono.

cast

(i quattro principali sono qui sopra)

Gli scenari sono di sicuro bellissimi, i dettagli che differenziano le varie aggregazioni molto curati, la recitazione non merita meno di impeccabile… è il copione che fa acqua, assieme al ritmo assai confuso delle riprese. Ma una somiglianza con “Il Trono di Spade” c’è, sebbene di segno opposto: invece di spogliare ossessivamente le attrici, “Le Cronache di Arthdal” denuda di continuo i torsi degli attori. Ambo i trucchetti rivelano che tipo di pubblico si sta cercando di agganciare – guardoni maschi occidentali o idol-fan femmine orientali… l’importante, sapete, è soddisfare gli sponsor pubblicitari con ogni mezzo necessario.

Maria G. Di Rienzo

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La prima cosa che ricordo relativa alla visione di “Dark Crystal” al cinema, probabilmente durante il lontano 1983 (il film uscì nel dicembre 1982 negli Usa e nel febbraio dell’anno dopo in Gran Bretagna), è la voce di un bimbo nella fila davanti che tenta di mettere in guarda dai nemici incombenti uno dei personaggi: “Scappa Aughra, scappa!” (L’amata astronoma, per chi non la conoscesse, è qui sotto.)

Aughra

Come forse già saprete, di questa pellicola “cult” sta per uscire un prequel in 10 puntate per Netflix, con inizio il 30 agosto prossimo. Il trailer di “Dark Crystal: Age of Resistance” è carino e sono sicura di averci visto un’Aughra – o qualcuna di molto simile – per un paio di secondi, ma è un po’ troppo frammentato e non chiarisce molto di che storia si tratti.

dark crystal prequel

(immagine dal trailer)

Quella originale, in effetti, era perfettamente conclusa e a mio parere non si sarebbe prestata bene a un seguito. Rapidissimo riassunto: il pianeta fantastico su cui svolge la vicenda doveva la sua armonia e prosperità al Cristallo della Verità; purtroppo esso si è spezzato durante l’allineamento dei soli, avvenuto un migliaio di anni prima, e allo stesso modo si sono spezzati i suoi guardiani – in precedenza creature complesse composte di “bene” e “male”, diventano incarnazioni fisse del primo o del secondo (gli anziani Mistici e i simil-avvoltoi Skeksis). Il Cristallo della Verità è diventato il Cristallo Nero del titolo, usato dai malvagi Skeksis per i loro scopi di dominio e per estendere la durata delle loro esistenze. Mistici e Skeksis, nonostante la divisione, restano in effetti i medesimi individui: quando un Mistico muore, il suo corrispettivo “cattivo” fa la stessa fine e viceversa.

Ma il Cristallo può essere riparato. Il compito di rinvenire la scheggia mancante e restituirla al Cristallo spetta al giovane Jen, del gruppo forse estinto dei Gelfling (grandi orecchie, tratti elfici: Jen crede di essere solo ma troverà Kira, una sua simile)… e qui parte l’avventura.

Da quel che ho capito nella serie Netflix, ambientata molto tempo prima di questi eventi, i Gelfling sono ancora numerosi e si ribellano all’uso corrotto del Cristallo. Sono curiosa di vedere come si evolverà lo storia su questo sfondo, perché se segue i dettami dell’originale noi spettatori sappiamo già che i ribelli sono destinati a fallire – e personalmente non la ritengo una grande offerta narrativa.

Ad ogni modo, ripetere i fasti del film potrebbe essere difficile. “Dark Crystal” è stato il capolavoro di Jim Henson (il creatore degli indimenticabili Muppets), un film fatto di pupazzi animati ed effetti speciali che allo spettatore appare ancora oggi magicamente concreto e tangibile. E la cosa migliore di esso erano i suoi messaggi. Ai bambini in quella sala cinematografica, più di 35 anni fa, ha detto che spezzare la verità uccide i mondi, che bene e male sono una nostra scelta, che avere valore non dipende dall’aspetto o dall’ascendenza, che le nostre azioni più importanti sono quelle tese al bene comune. Mi domando se oggi lo ricordino.

Maria G. Di Rienzo

P.S. Non potevo esimermi dall’onorare il “fizzgig”, l’adorabile animaletto compagno di Kira… eccolo qui.

fizzgig

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dust channel

Popolo della science fiction, una breve recensione per voi. Io l’ho scoperto qualche giorno fa, ma il canale YouTube DUST (“Polvere”) è attivo dall’agosto dell’anno scorso e vanta più di 400 filmati disponibili per la vostra visione. E quando dico “disponibili” intendo che non dovete registrarvi, non sarete sottoposti a richieste di nessun tipo e non sarete disturbati da “pop-up” che non c’entrano un fischio con quel che state guardando.

https://www.youtube.com/channel/UC7sDT8jZ76VLV1u__krUutA

Si tratta di corti indipendenti, singoli o in serie, di fantascienza di altissima qualità spesso dotati di effetti visivi straordinari: questo sembra essere il criterio principale con cui DUST seleziona le sue opere, abbiano esse la firma di nomi noti o (com’è per la maggior parte) di registi emergenti.

Quattro milioni di persone in tutto il mondo guardano regolarmente il canale, probabilmente anche grazie al fatto che ogni filmato ha sottotitoli – qua e là anche in italiano – e (se non è fantascienza questa!) quando commentano questi utenti scrivono cose intelligenti, spiritose, informate… dev’essere un world wide web alternativo!

Fra le “chicche” storiche su DUST potete trovare “Electronic Labyrinth: THX 1138 4EB” (1967) di George Lucas, “The Lift” (1972) di Robert Zemeckis e “Evil Demon Golf Ball From Hell” (1996) di Rian Johnson.

zero

Questo qui sopra è invece fra gli ingressi più recenti: “Zero” con Bella Ramsey (la giovanissima attrice che recitava come Lyanna Mormont in “Game of Thrones”), un cortometraggio che ha appena avuto la sua première al Tribeca Film Festival – 24 aprile / 5 maggio 2019.

Per quel che riguarda il mio personale gradimento, fino a questo momento ho visto “Drone” (serie in quattro puntate), “Perfecty Natural”, “Automata” (serie in cinque puntate), “A Crimson Man”, “Future Boyfriend” e “Pendulum”: i primi quattro passano il test magna cum laude, gli ultimi due sono abbondantemente sopra la sufficienza.

In breve, DUST mi ha accalappiata: adesso sapete dove trovarmi nei miei momenti di relax.

Maria G. Di Rienzo

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