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Archive for the ‘Caramelle per gli occhi’ Category

dust channel

Popolo della science fiction, una breve recensione per voi. Io l’ho scoperto qualche giorno fa, ma il canale YouTube DUST (“Polvere”) è attivo dall’agosto dell’anno scorso e vanta più di 400 filmati disponibili per la vostra visione. E quando dico “disponibili” intendo che non dovete registrarvi, non sarete sottoposti a richieste di nessun tipo e non sarete disturbati da “pop-up” che non c’entrano un fischio con quel che state guardando.

https://www.youtube.com/channel/UC7sDT8jZ76VLV1u__krUutA

Si tratta di corti indipendenti, singoli o in serie, di fantascienza di altissima qualità spesso dotati di effetti visivi straordinari: questo sembra essere il criterio principale con cui DUST seleziona le sue opere, abbiano esse la firma di nomi noti o (com’è per la maggior parte) di registi emergenti.

Quattro milioni di persone in tutto il mondo guardano regolarmente il canale, probabilmente anche grazie al fatto che ogni filmato ha sottotitoli – qua e là anche in italiano – e (se non è fantascienza questa!) quando commentano questi utenti scrivono cose intelligenti, spiritose, informate… dev’essere un world wide web alternativo!

Fra le “chicche” storiche su DUST potete trovare “Electronic Labyrinth: THX 1138 4EB” (1967) di George Lucas, “The Lift” (1972) di Robert Zemeckis e “Evil Demon Golf Ball From Hell” (1996) di Rian Johnson.

zero

Questo qui sopra è invece fra gli ingressi più recenti: “Zero” con Bella Ramsey (la giovanissima attrice che recitava come Lyanna Mormont in “Game of Thrones”), un cortometraggio che ha appena avuto la sua première al Tribeca Film Festival – 24 aprile / 5 maggio 2019.

Per quel che riguarda il mio personale gradimento, fino a questo momento ho visto “Drone” (serie in quattro puntate), “Perfecty Natural”, “Automata” (serie in cinque puntate), “A Crimson Man”, “Future Boyfriend” e “Pendulum”: i primi quattro passano il test magna cum laude, gli ultimi due sono abbondantemente sopra la sufficienza.

In breve, DUST mi ha accalappiata: adesso sapete dove trovarmi nei miei momenti di relax.

Maria G. Di Rienzo

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(vedi articolo precedente)

feff 2019

Il Far East Film Festival (FEFF) è sempre pieno, oltre che ovviamente di film, di occasioni, incontri e materiali – e da questo punto vista parteciparvi anche per un solo giorno è gratificante.

“Innocent Witness” non riserva grosse sorprese come trama, cosa che già sapevo prima di vederlo, ma oltre a esaltare la bravura della giovanissima attrice co-protagonista (su cui pesa l’intera struttura della storia), convoglia un messaggio di fondo sulla diversità e sul rispetto di cui non solo la società coreana da cui proviene ha bisogno.

Ci sono piccoli momenti magici che non aggiungono o tolgono nulla allo svolgimento del plot, ma che si incidono nella memoria emotiva di chi guarda:

* L’anziano padre dell’avvocato, un uomo spiritoso e ostinato che nonostante gli acciacchi trasmette un’incrollabile gioia di vivere, dopo aver sottolineato che il figlio non gli ha mai presentato una fidanzata, dice: “La gente comincia a chiedermi se ti piacciono gli uomini.” E davanti allo stupore del figlio aggiunge: “Non mi importa se porti a casa un ragazzo, purché sia gentile.”

Questo minuscolo passaggio mette con semplicità l’importanza di una relazione dove esattamente deve stare: la felicità di chi quella relazione intrattiene, che è meglio garantita se si ha a che fare con una brava persona e per essere una brava persona il sesso non conta nulla.

* L’avvocato comprende presto che la ragazzina testimone ha un’intelligenza stratosferica (come molte persone autistiche) e una personalità affettuosa e onesta. Nel mentre comincia ad affezionarsi a lei commette un errore molto comune, quello di compatirla. “Se solo non fosse autistica…”, comincia a dire alla madre della ragazza, che immediatamente lo interrompe: “Se non fosse autistica non sarebbe la stessa persona, non sarebbe la mia Ji-woo.”

Ti amo così come sei, per quello che sei. E questo è il secondo ingrediente fondamentale per far funzionare qualsiasi relazione affettiva.

Probabilmente tutto ciò è scontato per il regista Lee Han quanto lo è per me o per molti/e di voi che leggono, ma date un’occhiata in cronaca ai crimini dell’odio, alle conseguenze del bullismo, al sistematico disprezzo per chiunque non si conformi ai modelli prescritti e saprete subito perché c’è più che mai necessità di ripeterlo.

La mia valutazione complessiva sulla pellicola, compresa la prevedibilità di alcune scene e un finale con abbracci e fiocchi di neve che sa troppo di già visto, è quindi “più che sufficiente” – non altrettanto posso dire dell’organizzazione relativa alla sua proiezione:

1. Signori/e del FEFF, le vostre “maschere” devono avere istruzioni precise ma soprattutto uguali: non potete far correre gli spettatori da un piano all’altro del cinema perché uno dice “potete entrare dovunque” e l’altro “no, qui entrano solo gli abbonati” e il terzo ti fa entrare solo perché è chiaro che sei parecchio incazzato. I dieci euro di biglietto erano identici per tutti. La cosa mi ha seccato particolarmente perché sto soffrendo di una fastidiosa tendinite e i tre piani li ho fatti su e giù con il bastone.

2. In sala erano presenti il regista e gli attori Jung Woo-Sung (l’avvocato) e Lee Kyu-Hyung (il pubblico ministero) e sentire quel che avevano da dire sarebbe stato molto piacevole. Purtroppo la presentatrice ha farfugliato qualcosa in simil-inglese e ha schiaffato il microfono in mano a ciascuno di loro lasciando che si arrangiassero da soli. Non è stata in grado di porre una domanda che fosse una. Il traduttore dal coreano (il molto noto critico cinematografico statunitense Darcy Paquet) ha tradotto qualcosa in inglese a voce sussurrata e a beneficio di non si sa chi. Io ho capito mezze frasi in ambo le lingue tirando le orecchie e presumo che altre persone abbiano fatto lo stesso, ma il grosso del pubblico ha dovuto accontentarsi del “buongiorno” detto in italiano da Jung Woo-Sung (grazie, ricambiamo anche se erano le cinque del pomeriggio passate).

Per quel che riguarda il povero Lee Kyu-Hyung, poiché non condivide lo status di star del protagonista pur essendo a mio parere un attore migliore, non lo si è presentato, non si è compiuto lo sforzo di tradurne l’intervento in italiano o in inglese e non ha ricevuto neanche un applauso. Andiamo, FEFF, avete anni e anni di esperienza: si può fare di meglio.

Maria G. Di Rienzo

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My sweet people,

domani parto per il Far East Film Festival di Udine (mia terra natia).

https://www.fareastfilm.com/

Il film che ho scelto si chiama “Innocent Witness” (2019, regista Lee Han).

Innocent Witness

Tratta di un avvocato che deve difendere una domestica accusata dell’omicidio del datore di lavoro (lei sostiene che l’uomo si sia suicidato) e della testimone principale dell’accusa: una ragazzina autistica che ha assistito alla vicenda (la giovane, bravissima, attrice Kim Hyang-gi mi ha stregato in meno di due minuti di trailer). Vado, vedo e poi vi racconto.

Come vado? Be’, in nekobus (gattobus), ovviamente!

gattobus

Ci risentiamo lunedì. MG DR

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wanuri

(tratto da: “Meet the director of the Kenyan lesbian romance who sued the government who banned it”, intervista a Wanuri Kahiu – in immagine sopra – di Cath Clarke per The Guardian, 12 aprile 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. Il film di cui si discute è uscito nei cinema britannici lo stesso giorno dell’intervista.)

“Sto per mettermi a piangere.”, dice Wanuri Kahiu, agitando le mani e sorridendo. Mi sta raccontando di un filone su Twitter in cui un mucchio di gente ha risposto alla domanda: “Qual è stato il giorno più felice della tua vita?”. Una giovane donna kenyota ha replicato: “Guardare “Rafiki” con mia madre e fare coming out.”

“Rafiki” è il nuovo film di Kahiu – una magnifica storia romantica su due ragazze che si innamorano a Nairobi. E’ un film gentile, con una scena di sesso così blanda da poter essere guardata assieme a un parente anziano. Ma in Kenya, una società conservatrice in cui 534 persone sono state arrestate fra il 2013 e il 2017 perché avevano relazioni con individui dello stesso sesso, “Rafiki” è stato bandito.

Negli ultimi dodici mesi, Kahiu è stata assalita sui social media, minacciata di arresto e ha sofferto innumerevoli commenti offensivi, a volte proveniente da membri della sua stessa famiglia. “Ho visto i commenti più spregevoli venire da persone che amo. – dice – E’ stato incredibilmente arduo.”

Allo stesso tempo, la sua carriera sta prendendo il volo. Qualche giorno prima di essere bandito, “Rafiki” è stato selezionato per Cannes. Ora, Kahiu ha due progetti in corso: una serie di fantascienza per Amazon Prime e la direzione di Millie Bobby di “Stranger Things” in uno sceneggiato per giovani adulti prodotto da Reese Witherspoon, il che la rende la prima donna africana a ottenere un contratto di questo tipo. Un articolo la definisce “la nuova Kathryn Bigelow”.

Ci incontriamo di prima mattina in un albergo di Londra. Kahiu è arrivata in volo ieri da Nairobi, dove vive con il marito cardiologo e i loro due bambini. Dimostra dieci anni in meno della sua età (39 anni), beve tè alla menta e parla con impegno e concentrazione.

I suoi guai iniziarono nell’aprile dello scorso anno, quando la Commissione cinematografica del Kenya le ha chiesto una revisione di “Rafiki” (che significa “amica/o” in Swahili). “Consideravano il film troppo ottimista. Mi dissero che se avessi cambiato il finale, mostrando la protagonista principale Kena che si pente, lo avrebbero classificato come vietato ai minori di 18 anni.”

Kahiu si rifiutò e il bando seguì, con la Commissione che dichiarava come il film cercasse di “promuovere il lesbismo in Kenya, contrariamente alla legge e ai valori dominanti dei kenyoti.”

Da questo pronunciamento in poi, Kahiu si è sentita minacciata. Il presidente della Commissione la ha accusata di aver falsificato la sceneggiatura per ottenere la licenza necessaria a girare il film: “Ha minacciato di farmi arrestare, ma non ha potuto perché noi non abbiamo mai infranto la legge.”

rafiki movie

(Samantha Mugatsia nel ruolo di Kena e Sheila Munyiva nel ruolo di Ziki in “Rafiki”.)

Quale sarebbe stato lo scenario peggiore? “Essere arrestata. Le prigioni in Kenya non sono il massimo del lusso.” La regista ha allestito un rifugio sicuro nel caso le autorità perseguitassero lei stessa o le attrici. Il linguaggio usato dal presidente della Commissione era incendiario: “Il tentativo di normalizzare l’omosessualità è analogo al mettere l’aria condizionata all’inferno.”

Kahiu fece causa con successo affinché “Rafiki” potesse essere mostrato nei cinema per sette giorni, al fine di renderlo idoneo agli Oscar (ma alla fine il Comitato di selezione per gli Oscar del Kenya non lo scelse come candidato per il miglior film straniero). “Tutto quel che ho fatto è un film su una storia immaginaria. Sto letteralmente solo facendo il mio lavoro.” Le cause legali si susseguono. La regista ha denunciato il governo per violazione della libertà di espressione e sarà di nuovo in tribunale in giugno. (…)

Wanuri Kahiu ha realizzato uno sceneggiato sul bombardamento del 1998 dell’ambasciata statunitense a Nairobi, poi un documentario sull’ambientalista vincitrice del Premio Nobel per la Pace Wangari Maathai. Ma il film che mostra al meglio le sue ambizioni è il corto “Pumzi”, venti minuti di afrofuturismo ambientati 35 anni dopo che la terza guerra mondiale ha estinto la vita sulla Terra.

In Africa non ha sperimentato sessismo perché regista donna, dice, in parte per la scarsità di registi di ambo i sessi, in parte perché le donne sono sempre state percepite come narratrici (“Racconti storie ai bambini per tenerli distanti dal fuoco mentre stai cucinando.”)

Ciò che trova deprimente è l’aspettativa per cui, essendo un’africana che crea film, il suo lavoro dovrebbe avere a che fare con la guerra, la povertà e l’Aids. “E’ la gente che pensa all’Africa come a un paese orribile, deprimente, che muore di fame. E perciò il tuo lavoro dovrebbe riflettere questo.” Kahiu rigetta l’idea che tutta l’arte del continente debba riflettere determinate istanze. Ciò di cui c’è bisogno, sostiene, sono nuove visioni dell’Africa: “Se non vediamo noi stessi come persone piene di speranza e di gioia non lavoreremo verso queste ultime due. Io credo davvero che vedere sia credere.” Per questo scopo ha creato Afrobubblegum, un collettivo che sostiene arte africana “divertente, spensierata e fiera”. (…)

Il tè è stato bevuto, le fotografie sono state scattare e Kahiu sta per tornare alla sua stanza, non per dormire ma per lavorare sulla sceneggiatura per Amazon. Durante i giorni festivi, suo marito tenta di lusingarla per staccarla dal portatile. Ma non è così semplice, spiega lei: “Se penso a un giorno perfetto, c’entra il lavoro. L’unico modo in cui posso gestire il patriarcato, la mascolinità tossica, l’unico modo in cui riesco a trovare un senso al fatto che questo film è in tribunale, che delle persone minacciano la mia esistenza e il mio lavoro, è scrivere e creare. E’ il solo modo in cui sento di avere il controllo della situazione.”

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“Lo sceneggiato segue Annie, una giovane donna grossa che vuole cambiare la propria vita – ma non il proprio corpo. Annie sta tentando di guadagnarsi da vivere come giornalista nel mentre maneggia pessimi fidanzati, genitori malati e un capo perfezionista, e il mondo attorno a lei la giudica non all’altezza di nulla a causa del suo peso. Annie comincia a capire di essere capace quanto chiunque altro e agisce di conseguenza.”

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(Aidy Bryant nei panni di Annie)

Questa la sinossi di “Shrill”, la serie televisiva in sei episodi disponibile su Hulu dal 15 marzo scorso. La storia, ovviamente rimaneggiata, è quella che la giornalista Lindy West ha raccontato nella sua recente e assai popolare autobiografia che ha per titolo appunto “Shrill: Notes from a Loud Woman” (“Stridula: appunti di una donna chiassosa”).

Lindy West – di cui ho già tradotto qui alcuni brani – 37enne, femminista e attivista per l’atteggiamento positivo nei confronti dell’immagine corporea, ha da tempo una rubrica fissa sul New York Times, è una fine umorista e se c’è qualcuna in cui la metafora penna / spada si incarna è lei: lotta fieramente tramite la parola e non cede terreno a nessun costo.

Nel 2013 fu invitata a parlare della “cultura dello stupro” nell’ambito dell’intrattenimento comico in un programma televisivo: Lindy disse chiaramente che non si trattava di uno spazio sicuro per le donne e fu investita da una massiccia aggressione online. Rispose con un video – “Se l’intrattenimento comico non ha nessun problema con le donne, perché sto ricevendo così tante minacce di stupro?” – in cui leggeva ad alta voce, in tono piatto e neutro, la moltitudine di messaggi orripilanti che aveva ricevuto dopo l’apparizione in tv: tutti scritti da uomini che, ironicamente, si erano sentiti oltraggiati per la sua affermazione e la rendevano comprovata con le loro minacce.

La rivista “Bust” ha intervistato Lindy West a proposito di “Shrill” poco dopo l’uscita dello sceneggiato: di seguito, la traduzione di un estratto dall’articolo relativo.

La nuova serie “Shrill” si basa sul tuo memoriale e tu sei anche una delle sue sceneggiatrici. Dimmi a cosa hai dato priorità quando si è trattato di rendere la storia della tua vita in una sceneggiatura.

Volevamo rimarcare davvero la realtà della vita di una persona grassa, che è una storia comune a un mucchio di persone. Si tratta di una persona che sente di non meritare la vita che desidera. Si tiene in disparte e si scusa per il proprio corpo e aspetta sino a che quest’ultimo sarà “rimediato” per vivere pienamente. Gli spettatori la incontrano nel momento in cui sta per rompere quel muro e per cominciare a vivere nel modo che vuole e che merita. Ovviamente è uno sceneggiato che parla del grasso corporeo, ma non è solo quello perché siamo tutti essere umani con esistenze complicate e ciò spesso scompare nelle rappresentazioni convenzionali.

Quel che ci fanno vedere è solo l’arco di una storia in cui si perde peso o si fallisce nel perdere peso, e questo crea l’illusione che noi si abbia solo due opzioni: puoi essere felice perché hai perso peso, o triste perché non lo hai perso. E questo non è l’intero spettro dell’umanità larga. Aidy (ndt. l’attrice in immagine sopra) e io parliamo spesso del fatto che non è reale per la maggior parte delle persone grosse muoversi nel mondo pensando costantemente “Grasso, grasso, grasso! Eccomi qua che cammino per strada oggi essendo grassa! Sono una donna grassa che fa la spesa! Grasso, grasso, grasso!” La verità è che io non ci penserei neppure se non vivessi in una società che ha la fobia del grasso e me lo ricorda ogni secondo.

C’erano cose non negoziabili su cui hai insistito, mentre creavi lo show?

La cosa che ho reso chiara sin dall’inizio – persino mentre stavo promuovendo in giro la serie – è stata che nessun momento dello sceneggiato avrebbe mostrato la protagonista salire sulla bilancia, guardare in giù e sospirare. Non ci saranno bilance. Era anche importante che lei avesse una vita sessuale, magari non perfetta ma relativamente consistente. Era inoltre molto importante che il cast fosse variegato, perché se è una cosa in cui credi devi prendere decisioni al proposito. Quando crei qualcosa con un sistema razzista e incompleto la diversità non salta fuori da sola, evocata dal nulla. Devi in effetti attivamente crearla e costruire il mondo che desideri.

Ci sono – relativamente – più corpi grassi negli spettacoli e nei film, di recente. Sto pensando a Dumplin’, Nailed It!, Dietland… e mentre noto le celebrazioni vedo che incontrano anche un copioso ammontare di critiche. Quali sono le tue impressioni su questo?

Ovviamente, non tutti faranno il lavoro nel modo che piace a te, e nulla è mai abbastanza diversificato: tutto è ancora troppo bianco, troppo eterosessuale e troppo piccolo! C’è sempre spazio per l’espansione e la rappresentazione. Chi di noi ha parlato di queste cose per lungo tempo sa che il vero lavoro sta nel rappresentare i corpi e le identità più marginalizzate, perché è da qui che viene il cambiamento reale. Quando lavori all’interno di un sistema capitalista, come tutti stiamo facendo, questa è una sfida perché devi far passare questi progetti attraverso un milione di gruppi di discussione e dirigenti e uffici per le pubbliche relazioni. E’ più facile, in questo momento, avere una donna bianca appena un po’ grassa sullo schermo – il che è qualcosa con cui è davvero difficile per me venire a patti. In ultima analisi, penso valga la pena di ricordare che in questo momento si tratta solo del primo passo. Non credo che il lavoro fatto sia privo di valore: in effetti cambia le persone. Ma in fin dei conti, è solo il primo passo per cambiare il mondo, non l’ultimo.

Maria G. Di Rienzo

lindy

(Lindy West)

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baopu soft heart

In piedi all’inizio di un anno straordinario

oso essere tenera di nuovo.

Per tutta la mia vita, ho tentato di restare protetta. Di essere impermeabile.

Ma sono tenera. E sarò libera.

Io sono ciò che sono.

Nulla di più, nulla di meno.

Cuore tenero

Yao Xiao, l’Autrice della tavola riprodotta sopra, è un’illustratrice nata in Cina che vive a New York.

“Baopu” è un fumetto che appare mensilmente su Autostraddle. Il significato della parola, che indica un ideale taoista, è “abbracciare la semplicità / attenersi alla semplicità”. Maria G. Di Rienzo

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idris elba

Avrete probabilmente riconosciuto il signore in immagine: è l’attore – produttore – musicista – dj Idris Elba (Idrissa Akuna Elba, nato nel 1972) e credo dovremmo chiamarlo “sir” con il massimo rispetto non solo perché membro dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico (è la stessa onorificenza che ricevettero i Beatles, per capirci) ma per come ha risposto al Sunday Times che lo ha intervistato nei giorni scorsi.

L’articolista gli ha chiesto se trova “difficile essere un uomo in quel di Hollywood alla luce del movimento #MeToo”. E’ una domanda cretina e sessista a cui dozzine di attori / produttori hanno replicato con altrettante sciocchezze del tipo “ah, non avvicinerò più una donna” ecc. – seeeh, come gli credo.

L’indimenticabile protagonista di “Luther” (la prossima stagione di questa serie televisiva dovrebbe andare in onda all’inizio del prossimo anno) ha invece detto semplicemente: “E’ difficile solo se sei un uomo che ha qualcosa da nascondere.”

Maria G. Di Rienzo

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