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Archive for the ‘Caramelle per gli occhi’ Category

Nessuno mi ha insegnato

se questo fosse il sentiero giusto

o se dovessi prenderne un altro

Se ne raggiungo il termine laggiù

mi fermerò

dicendo “E’ la fine”

Sono in piedi di fronte a un labirinto chiuso

Chiedo quale sia la mia via

ma l’eco non ha risposte

Potrei restare sullo stesso sentiero di ieri

come appesa su quella ragnatela

Da qualche parte nel mondo

nell’angolo più profondo

devo trovare la me stessa che ha perso la via

Prima che giunga l’oscurità che ingoia il sole

devo trovare la mia strada

che è intrappolata in una lunga muraglia

Insegnatemi, mie nascoste paure:

se questo sentiero termina, ve ne sarà un altro?

Devo sciogliere i nodi che mi legano i piedi

ma le mie mani intorpidite sono troppo doloranti

Da qualche parte nel mondo

nell’angolo più profondo

devo trovare la me stessa che ha perso la via

Prima che giunga l’oscurità che ingoia il sole

devo trovare la mia strada

che è intrappolata in una lunga muraglia

” (Il sentiero), Kim Yun-a – cantautrice, pianista, chitarrista del gruppo coreano indie-rock “Jaurim”.

https://www.youtube.com/watch?v=J3VZ78hWhQw

signal

La canzone fa parte della colonna sonora di “Signal”, uno sceneggiato trasmesso dalla rete tvN nel 2016 e che in questi giorni appare nelle classifiche dei migliori lavori televisivi coreani dell’ultimo decennio (io concordo). Se vi capita di poterlo vedere, fatelo: la storia è innovativa e potente ed è resa con un’armonia perfetta fra intreccio, regia e recitazione. Gli attori sono stati tutti sublimi, ma il mio Oscar personale va alla protagonista femminile Kim Hye-su (1970, straordinaria anche al cinema, vedasi “Coin Locker Girl”), a cui “Il sentiero” si riferisce.

Maria G. Di Rienzo

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portrait of a lady on fire

Ancora oggi, per molti critici e opinionisti e sedicenti studiosi è difficile accettare che le persone omosessuali siano sempre esistite. Quando le vicende relative a un personaggio storico rivelano senz’ombra di dubbio una relazione con un individuo del suo stesso sesso, costoro fanno salti mortali per descriverla come “amicizia” con l’aggiunta di precisazioni che dovrebbero escludere vi sia implicato l’amore – riservato alle coppie eterosessuali – per cui saltano fuori descrizioni del tipo amicizia “romantica”, “forte”, “stretta”, “esclusiva” ecc.

Stracciare questo fondale è uno dei motivi che rendono importante il film francese “Portrait de la jeune fille en feu” – “Ritratto della giovane in fiamme”, vincitore della “Palma Queer” a Cannes e che in Italia sarà nelle sale il 19 dicembre 2019.

Diretto da Céline Sciamma, ha come protagoniste Noémie Merlant nel ruolo della pittrice Marianne e Adèle Haenel nel ruolo di Héloïse, la giovane del titolo (in immagine sopra). Siamo in Bretagna, nel 1760, ove Marianne è ingaggiata dalla madre di una giovane nobile appena uscita dal convento affinché dipinga segretamente un ritratto di costei: il quadro sarà poi inviato al suo pretendente a Milano. La realizzazione del dipinto era stata commissionata in precedenza a un altro artista che aveva rinunciato a causa della inflessibile resistenza di Héloïse, che non vuol essere ritratta e soprattutto non vuole sposarsi. Perciò, Marianne le è presentata ufficialmente come dama di compagnia: deve osservarla durante il giorno e dipingerla la notte.

Nel mentre la loro intimità cresce, cresce anche l’attrazione reciproca. Marianne, dapprima mera spettatrice degli slanci della giovane verso la libertà, gradualmente li condivide e ne diventa partecipe e complice. Una volta conosciuta la verità sul lavoro affidato all’artista, Héloïse accetta di posare ma quel quadro è anche una sorta di data di scadenza imposta alla relazione fra le due.

Il fuoco simbolico del titolo si concretizza più volte nella vicenda: per esempio quando la gonna di Héloïse si incendia durante una danza notturna con altre donne attorno a un falò, o quando Marianne brucia la prima versione del dipinto dopo aver ascoltato le critiche di Héloïse, ma è dall’ardore con cui quest’ultima vuol essere padrona della propria vita che scaturisce la decisione dell’artista di nominare il quadro come “Ritratto della giovane in fiamme”.

Maria G. Di Rienzo

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“La paura è il sentiero verso il lato oscuro.

La paura conduce alla rabbia.

La rabbia conduce all’odio.

L’odio conduce alla sofferenza.” – Yoda

baby yoda

(bimbo Yoda dalla serie televisiva “The Mandalorian”, ambientata nell’universo di Star Wars. Da noi uscirà nel marzo 2020.)

May the force – of nonviolence – be with us.

Possa la forza – della nonviolenza – essere con noi.

Maria G. Di Rienzo

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born 1982

“Kim Ji-young, nata nel 1982” è davvero un film da record – e non solo perché nella natia Corea del Sud, il 27 ottobre, ha superato il milione di spettatori cinque giorni dopo la sua uscita nei cinema.

Il romanzo del 2016 di Cho Nam-joo, da cui è tratto, è un best seller in Corea, Giappone e Cina – ne sono state stampate oltre un milione e duecentomila copie – e i diritti per la pubblicazione sono stati venduti ad altri 16 Paesi. Il film ha collezionato però ulteriori primati:

– ha ricevuto migliaia di recensioni negative prima di essere proiettato;

– una petizione è stata inviata al Presidente coreano affinché ne vietasse l’uscita;

– l’attrice che interpreta il personaggio principale, Jung Yu-mi, è stata inondata online di commenti odiosi e insultanti (che in misura minore non hanno risparmiato il resto di cast and crew);

– allo stesso modo sono state assalite attrici e personalità che avevano solo attestato sui propri social media di aver letto il libro.

Vi state chiedendo cosa diamine succede di così terribile e controverso in questa storia e io ve lo dico: niente. O meglio, niente che non vediate all’opera tutti i giorni in termini di sessismo. Kim Ji-young è uno dei nomi più comuni in Corea, da noi potremmo tradurlo come Maria Rossi e gli anglosassoni come Jane Doe o Jane Smith. L’Autrice dà con tale scelta la prima precisa indicazione di quanto la storia sia generalizzabile: la piccola Ji-young nasce e sua madre si scusa per aver messo al mondo una femmina; ad ogni stadio successivo della sua vita – va a scuola, trova un lavoro, si sposa, ha una figlia – subisce discriminazioni di genere più o meno violente.

Come tutte noi cerca dapprima di capire e adattarsi, come a moltissime di noi le è stato detto che ora le donne, se si impegnano abbastanza e studiano e sgobbano, possono fare tutto: ma per esempio sempre guadagnandoci meno, intendiamoci. Le donne coreane soffrono un gap salariale assurdo (63% in meno degli uomini) e la nazione è stimata una delle peggiori al mondo per le lavoratrici.

Nel libro la voce narrante non è quella della trentenne Ji-young, ma quella dello psichiatra maschio da cui è finita in terapia… perché la sua ribellione a una società profondamente patriarcale e quindi profondamente ingiusta ha preso una forma singolare: la giovane donna sembra “posseduta” dagli spiriti della madre scomparsa, della sorella maggiore, di diverse donne con cui è in relazione.

Per sua bocca, intere generazioni chiedono ragione del trattamento subito – e giustizia. E’ questo ad aver mandato fuori di zucca gli odiatori coreani. E’ una cosa – aspettate, tratteniamo il fiato, corazziamoci, teniamoci alle sedie – FEMMINISTA! Aaargh!

Ai loro assalti il protagonista maschile, l’attore Gong Yoo,

(https://lunanuvola.wordpress.com/2017/01/18/goblin)

ha semplicemente risposto di aver accettato il ruolo perché leggendo la sceneggiatura era scoppiato più volte in lacrime: e tale lettura, ha ribadito, ha rinforzato il suo desiderio di essere un figlio migliore per sua madre.

cho nam-joo

Cho Nam-joo (in immagine sopra), grazie e congratulazioni. Hai fatto uno splendido lavoro, maledetta strega femminista, sorella nostra.

Maria G. Di Rienzo

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afronauts

Nel 2014 uscì il corto “Afronauts” della regista, sceneggiatrice e scrittrice ghanese Nuotama Frances Bodomo.

(per vederlo: https://fourthree.boilerroom.tv/film/afronauts)

Diventato rapidamente un film “cult”, è la trasposizione poetica e malinconica, in bianco e nero, della vera storia di come l’Accademia Spaziale dello Zambia tentò di battere sul tempo la missione statunitense diretta alla Luna nel 1969.

Il suo ritmo è quello di un sogno intenso che punta più sulla visualizzazione (angolature di ripresa, scenari, espressioni) che sul dialogo, rendendo in questo modo gli scambi relazionali maggiormente importanti rispetto all’azione. La protagonista, ovvero l’astronauta designata, è la diciassettenne Matha che vediamo impegnata nell’addestramento per il volo nello spazio: non si tratta solo di una emozionante impresa umana e tecnica – in un crescendo silenzioso quanto teso, la ragazza diventa l’incarnazione della richiesta di futuro per i corpi, le culture e le aspirazioni africane.

La buona notizia è questa: “Afronauts” avrà una nuova versione come lungometraggio. Negli ultimi sei mesi, con il sostegno di varie istituzioni (Sundance Institute, Tribeca Film Institute, IFP’s Emerging Storytellers program ecc.), la regista Bodomo ha viaggiato in Zambia intervistando gli attivisti per l’indipendenza, prominenti figure accademiche e i partecipanti originari al programma spaziale. Il film è quasi completo e noi amanti dell’sf siamo in fremente attesa di poterci immergere ancora nelle magiche atmosfere evocate dalla sublime narratrice Nuotama Frances Bodomo (in immagine qui sotto). Maria G. Di Rienzo

Nuotama Frances Bodomo

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jennifer 42

Uscirà nell’aprile del prossimo anno, ma merita di essere segnalato con largo anticipo: si tratta del documentario d’animazione britannico “Jennifer, 42”.

Potete averne un assaggio di circa sette minuti qui:

https://vimeo.com/jennifer42doc

Le voci che sentite commentare e descrivere le scene in sottofondo sono quelle dei tre figli della protagonista, la quarantaduenne Jennifer Magnano. Dopo quindici anni di abusi sempre crescenti da parte del marito, questa donna architetta un piano di fuga rocambolesco e riesce ad allontanarsi assieme ai bambini.

“Da questo momento – spiegano le autrici del filmato – Jennifer ha fatto tutto quello che ci si aspettava da lei e tutto quello che le è stato detto di fare: ma è finita assassinata. E’ stata uccisa di fronte ai figli sui gradini d’ingresso di casa.”

Il film non è un giallo in cui dobbiamo scoprire l’assassino: fu il marito di Jennifer a premere il grilletto. E’ una ricostruzione degli eventi che hanno preparato l’omicidio e un’indagine approfondita degli stessi, ovvero la disamina del regime di controllo coercitivo che l’uomo aveva imposto alla sua famiglia – la complicata, minuziosa violenza di orari, silenzi, rituali, preparazione di pasti… il tutto senza una logica, senza relazione causa/effetto, a capriccio del marito-padre-padrone che minaccia e punisce in caso di “infrazioni”: conosco il genere per esperienza e vi assicuro che è infernale.

Le regole sono stabilite con il solo scopo di farti sentire costantemente in ansia e in colpa, vulnerabile, fragile. “Quando uscivi dalla tua stanza per andare a scuola non potevi rientrarci – ricorda per esempio una delle figlie – nemmeno se avevi lasciato indietro qualcosa che ti sarebbe servito.”

Lo staff che ha creato il documentario d’animazione è composto da donne e uomini di grande abilità, con brillanti successi precedenti e un impegno costante contro la violenza di genere, fra cui la regista Elle Kamihira, la criminologa Laura Richards (con un decennio di lavoro per Scotland Yard alle spalle), la produttrice Katie Hyde e la direttrice dell’animazione Yulia Ruditskaya (che ha offerto gratuitamente i suoi talenti anche a Unicef e Amnesty International).

Maria G. Di Rienzo

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mari e il robot

Se avete quindici minuti di tempo e vi fidate delle mie recensioni, potreste trascorrerli guardando questo breve film d’animazione del 2017, “Green Light” – “Luce Verde”.

https://www.youtube.com/watch?v=UT-mA673hLs

La squadra che l’ha creato è sudcoreana, però non vi servirà sapere altre lingue per vederlo (i dialoghi fra i due protagonisti principali, in immagine, sono comprensibili ma non vocalizzati; se siete curiosi delle sole due parole in coreano che si sentono nel filmato, la prima è “questo” e la seconda è “Yu-na”, un nome proprio).

Il regista Kim Seong-min racconta la sua storia così: “Luce Verde parla di una ragazzina e di un robot soldato che si trovano nella peggior situazione possibile causata dall’uso improprio di tecnologia scientifica altamente sviluppata. Ho tentato di mostrare il legame fra Mari, che tenta di costruire un futuro migliore senza abbandonare la speranza in una situazione tragica dove tutto è stato distrutto, e un automa che comincia una nuova vita grazie a lei, e come entrambi creino un nuovo mondo.”

In un quarto d’ora di tenerezza e magnificenza tecnica “Green Light” vi dirà che comunicare con chi è diverso da noi è sempre possibile e spegne la violenza. Vi dirà persino che anche quando scomparite i vostri sogni non devono necessariamente andare in frantumi.

Uno dei commenti più comuni al video è: “Sono un uomo adulto e sto piangendo”. Anche la scrivente vecchietta si è trovata una lacrima sulla guancia.

Maria G. Di Rienzo

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