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Posts Tagged ‘scozia’

“Spesso mi chiedo che aspetto avrebbe un quotidiano femminista. Non un quotidiano per donne, mirato a un pubblico di sole donne, ma un giornale tradizionale che vanti reali credenziali femministe in termini di struttura, giornalismo e copertura delle notizie.

Ci sarebbero delle ovvie, pure relativamente minori, differenze. Gli sport femminili sarebbero inclusi a parità di quelli maschili. Le donne in politica sarebbero grandemente vagliate, ma per le loro politiche anziché per i loro vestiti o per le loro decisioni riproduttive. Esperte di sesso femminile sarebbero incluse, a differenza dell’85% degli accademici maschi che attualmente vediamo citati. Non ci sarebbero fotografie di celebrità con la gonna alzata e donne poco vestite non sarebbero usate per decorare le pagine. (…) Forse, la differenza più marcata che vedremmo nel nostro ipotetico quotidiano femminista starebbe nel modo di riportare la violenza contro donne e bambine. Fra i nostri giornali mainstream questa è un’area che si è rivelata problematica e la sua copertura non è stata finora maneggiata in modo affidabile. Nell’ultimo decennio alcuni giornali hanno fatto qualche passo, ma dato che continuiamo a vedere articoli dannosi e sessisti riempire le pagine, chiaramente altri non si sono spinti abbastanza avanti.”

Kirsty Strickland – “A week of male violence”, Commonspace, 8 settembre 2017

Kirsty

Dell’Autrice (in immagine) del pezzo succitato vi avevo già parlato qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/12/18/cambiare-la-percezione/

Kirsty ha la metà dei miei anni (e una bimba, Orla, nata nel 2014). Vive in Scozia, oltre 2.300 chilometri distante da me – un po’ meno se li calcoliamo via aerea – ed è ovviamente cresciuta in un ambiente molto differente dal mio. Pure, fa quello che io e un sacco di altre femministe in tutto il mondo facciamo ogni giorno. Osserva, registra l’ingiustizia e il dolore, denuncia pubblicamente, offre soluzioni alternative al clima di violenza imperante.

“Naturalmente, – dice ancora nell’articolo in questione – per quanto allettante sia desiderarlo, non è probabile che un quotidiano femminista si materializzi nell’immediato futuro.” E prosegue riconoscendo le difficoltà attuali del giornalismo su carta stampata, invitandolo a riformulare l’offerta su come le donne sono ritratte e in termini di articoli responsabili sulle questioni che hanno impatto su di esse. Ricorda che le associazioni antiviolenza, in Scozia e altrove, hanno messo a disposizione manuali e liste di linee guida su come trattare la violenza di genere e invita i giornalisti a servirsene.

I “nostri” giornalisti dovrebbero da anni aver ricevuto materiale simile direttamente dal nostro governo, i cui rappresentanti o delegati hanno partecipato a incontri internazionali organizzati da Unione Europea e Nazioni Unite per discuterlo e poi diffonderlo. Poiché sui giornali italiani non ne appare traccia, devo dedurre che documenti e file siano stati allegramente dimenticati subito dopo che i partecipanti italiani alla loro stesura hanno posato sorridenti per le foto finali di rito. Maria G. Di Rienzo

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mara nei panni di zinga

Mara Menzies (in immagine) è una narratrice e creatrice di storie che vive a Edimburgo, in Scozia. E’ una delle più amate “cantastorie” a livello internazionale e per ogni tipo di pubblico, anche se è particolarmente devota ai bambini. Nata in Kenya, prima di emigrare con la sua famiglia a 13 anni, Mara crebbe ascoltando i racconti degli anziani, dei viaggiatori e di chiunque avesse qualcosa di interessante da condividere. Questo aspetto delle relazioni comunitarie sembrava essere assente nel suo nuovo paese. Mara si concentrò su altri tipi di arte sino a che non rimase incinta: il desiderio di collegare la figlia alla sua origine africana la spinse a scrivere una delle sue storie preferite – su un coccodrillo e una scimmia – e il libro divenne il ponte che la portò sul palcoscenico. Lo “Storytelling Centre” di Edimburgo le diede il benvenuto a braccia aperte. Da allora Mara ha girato con performance e seminari non solo l’intero Regno Unito: ha incantato e insegnato in Kenya, Singapore, Giamaica, Sri Lanka, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.

Collaborando con danzatori, musicisti, artisti tradizionali e digitali Mara crea con i suoi racconti la possibilità di sognare, perché sa che la narrazione sta alla radice di ciò che noi siamo come esseri umani. Le storie ci commuovono, ci spingono all’azione, ci istruiscono, ci indicano visioni del mondo – il modo in cui scegliamo di vivere in esso, dice l’Artista, spesso può cambiare forma grazie a una singola, semplice, storia.

Le sue vanno dal folklore (“Come il gatto finì per vivere in casa”) alla rivisitazione di personaggi storici, come il rivoluzionario keniota Dedan Kimathi (“La storia dei sette giorni”). L’anno scorso Mara Menzies ha scelto di rappresentare una delle tante figure femminili colpevolmente ignorate dalla Storia che hanno contribuito a fare: la regina guerriera Nzinga (qui sotto c’è una sua statua).

queen nzinga statue

Nzinga, vissuta fra il 16° e il 17° secolo, guidava i regni di Ndongo e Matamba situati in quel che oggi è l’Angola: le poche notizie su di lei ci dicono solo che resistette all’invasione coloniale portoghese con tutto quel che aveva e che durante la sua permanenza al potere abolì la schiavitù – pare che prima di ascendere al trono fosse lei stessa una schiava.

Tuttavia la sua vicenda è molto più complessa e intessuta di lotte interne, di rivalità fra fratelli, di omicidi politici (lo stesso figlio della regina fu assassinato), di tradimenti subiti e di clamorose vittorie. Ho tradotto un pezzetto della performance di Mara su Nzinga da un video:

“Il figlio di Mbandi era un sempliciotto come suo padre.

Abbiamo l’opportunità di un nuovo inizio, ma lo sciocco ragazzo mi dice del suo piano di creare buone relazioni con i portoghesi.

Io parlo gentilmente, dicendogli come loro lo useranno per danneggiare l’interesse della giustizia e dell’armonia tramite l’avidità.

Lui litiga, con me! Mi dice che questo è per il più grande bene dei Ndongo.

Io lo guardo negli occhi e vedo: lui crede davvero che lavorare con i portoghesi sarà per il nostro bene.

Non capisce che non ha importanza quanto soddisfiamo questa gente, loro non ci vedranno mai come null’altro che sciocchi insignificanti.

I miei occhi bruciano.

Non posso permettere questo.

E quindi faccio a Aidi quel che mio fratello ha fatto a mio figlio.”

Dopo che Nzinga ebbe sconfitto i portoghesi per trentacinque anni, sia sul piano militare sia sul piano economico (distruggendo le loro rotte commerciali), questi ultimi si arresero e negoziarono un trattato di pace. Nzinga morì molto molto dopo, all’età di 81 anni. Maria G. Di Rienzo

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carol-ann-duffy

(“We Remember Your Childhood Well”, di Carol Ann Duffy – in immagine qui sopra – trad. Maria G. Di Rienzo. Carol, nata a Glasgow nel 1955, è poeta, drammaturga e insegna scrittura creativa all’Università di Manchester. Dal 1° maggio 2009 è “Poeta Laureata” del Regno Unito, il che le fa detenere un trio di primati: prima donna, prima scozzese e prima persona apertamente omosessuale a ottenere tale incarico.)

Nessuno ti ha fatto del male. Nessuno ha spento le luci e litigato

con qualcun altro tutta la notte. L’uomo cattivo nella brughiera

era solo un film che hai visto. Nessuno ha chiuso la porta a chiave.

Alle tue domande si è risposto pienamente. No. Non è accaduto.

Non sapevi neppure cantare, a ogni modo, non poteva importartene di meno.

Il momento è una memoria confusa, un Film Buffo (1)

che muore dalle risate in un fuoco di carbone. Così la pensano tutti.

Nessuno ti ha forzata. Tu volevi andare, quel giorno. Hai implorato. Hai scelto

il vestito. Qua ci sono le fotografie, guardati. Guarda tutti noi,

che sorridiamo e salutiamo, più giovani. L’intera cosa è nella tua testa.

childhood

Ciò che ricordi sono impressioni; noi abbiamo i fatti. Noi abbiamo scelto la musica.

La polizia segreta della tua infanzia era più vecchia e più saggia di te, più grande

di te. Richiama il suono delle loro voci. Bum. Bum. Bum.

Nessuno ti ha mandata via. Quella era una vacanza extra, con gente

che sembrava ti piacesse. Erano persone sicure, non c’era nulla da temere.

Non puoi che biasimare te stessa se è finita in lacrime.

Cosa importa ormai? No, no, nessuno ha lasciato i marchi del peccato

sulla tua anima e ti ha distesa e aperta per l’Inferno. Sei stata amata.

Sempre. Abbiamo fatto quel che era meglio. Ci ricordiamo bene della tua infanzia.

(1) Titolo di un albo a fumetti

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(tratto da: “Very inconvenient truths: sex buyers, sexual coercion, and prostitution-harm-denial”, un lungo, rigoroso e dettagliato saggio di Melissa Farley per Logos Journal, gennaio 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Melissa Farley, psicologa clinica e ricercatrice è la direttrice esecutiva del Centro “Prostitution Research and Education” di San Francisco, Usa. L’anno scorso ha pubblicato la ricerca “Pornography, Prostitution, & Trafficking: Making the Connections”. Cioè, non è una che ha “parlato una volta con Sempronia che si prostituiva quattro decenni fa” o che cita il proprio cugino come fonte autorevole, è una che di prostituzione si occupa professionalmente e scientificamente da trent’anni e passa.)

Alcuni sfruttatori, alcuni compratori di sesso e alcuni governi hanno preso la decisione di ritenere ragionevole l’aspettarsi che determinate donne tollerino lo sfruttamento e l’assalto sessuale per sopravvivere. Queste donne più spesso che no sono povere e più spesso che no sono marginalizzate per motivi etnici o razziali. Gli uomini che le comprano hanno maggior potere sociale e maggiori risorse rispetto alle donne. Per esempio, un canadese turista della prostituzione ha detto delle donne thailandesi che si prostituiscono: “Queste ragazze devono pur mangiare, non è vero? Io sto mettendo il pane nel loro piatto. Sto dando un contributo. Morirebbero di fame se non facessero le puttane.”

Questo darwinismo autocelebratorio evita la questione: le donne hanno il diritto di vivere senza l’aggressione sessuale o lo sfruttamento sessuale della prostituzione, o questo diritto è riservato a coloro che godono di privilegi di sesso, razza o classe? “Ottieni quello per cui paghi senza il no. – ha spiegato un altro compratore di sesso – Le donne che non si prostituiscono hanno il diritto di dire no.” Noi abbiamo protezione legale dalle molestie sessuali e dallo sfruttamento sessuale. Ma tollerare abusi sessuali è la descrizione della prostituzione come lavoro.

Una delle bugie più grandi è che la maggior parte della prostituzione sia volontaria. Se non ci sono prove dell’uso della forza, l’esperienza della donna è archiviata come “volontaria” o “consensuale”. Un compratore di sesso ha detto: “Se non vedo una catena alla sua caviglia, presumo che lei abbia fatto la scelta di essere là.”

Il pagamento del puttaniere non cancella quel che sappiamo della violenza sessuale e dello stupro. Sia o no legale, la prostituzione è estremamente dannosa per le donne. Le prostitute hanno le più alte percentuali di stupro, aggressioni fisiche e omicidio di qualsiasi altro gruppo di donne mai studiato.

Secondo una ricerca olandese, il 60% delle donne che esercitano legalmente la prostituzione sono state fisicamente assalite, il 70% minacciate di aggressione fisica, il 40% ha fatto esperienza di violenza sessuale e un altro 40% è stato obbligato con la forza a prostituirsi legalmente.

Nell’ultimo decennio, dopo aver intervistato centinaia di compratori di sesso in cinque paesi (Usa, Gran Bretagna, India, Cambogia e Scozia), stiamo osservando più da vicino i comportamenti e le attitudini che alimentano la misoginia della prostituzione e abbiamo cominciato a capire alcune delle loro motivazioni. I comportamenti normativi dell’acquirente di sesso includono il rifiuto a vedere la propria partecipazione in attività dannose, come il disumanizzare una donna, l’umiliarla, l’aggredirla verbalmente e fisicamente e sessualmente, e il pagarla in danaro per farle compiere atti sessuali che altrimenti non compirebbe.

I compratori di sesso non riconoscono l’umanità delle donne che per il sesso usano. Una volta che una persona sia stata mutata in oggetto, lo sfruttamento e l’abuso sembrano pressoché ragionevoli. Nelle interviste tenute con i compratori di sesso in culture differenti, essi hanno fornito alcuni agghiaccianti esempi di mercificazione. La prostituzione era intesa come “affittare un organo per dieci minuti”. Un altro compratore di sesso statunitense ha affermato che “Stare con una prostituta è come bere una tazzina di caffè, quando hai finito la butti da parte”.

Avevo in mente una lista in termini di razza – ha detto un compratore di sesso inglese – Le ho provate tutte negli ultimi cinque anni, ma sono risultate essere tutte uguali.” In Cambogia, la prostituzione era intesa in questi termini: “Noi uomini siamo gli acquirenti, le prostitute sono le merci e il proprietario del bordello è il venditore.”

Una donna che si era prostituita a Vancouver per 19 anni ha spiegato la prostituzione negli stessi termini dei compratori di sesso: “Sono i tuoi proprietari per quella mezz’ora o quei venti minuti o quell’ora. Ti stanno comprando. Non hanno sentimenti nei tuoi confronti, tu non sei una persona, sei una cosa da usare.”

Usando la sua propria e speciale logica, il compratore di sesso calcola che in aggiunta all’acquistare accesso sessuale, il denaro gli compri il diritto di evitare di pensare all’impatto della prostituzione sulla donna che usa. La sua fantasia è la fidanzata senza-problemi che non gli fa richieste ma è disponibile a soddisfare i suoi bisogni sessuali. “E’ come affittare una fidanzata o una moglie. E puoi scegliere come da un catalogo.”, ha spiegato un compratore inglese di sesso. I compratori di sesso cercano l’apparenza di una relazione. Un certo numero di uomini hanno spiegato il loro desiderio di creare l’illusione, diretta ad altri uomini, di aver acquisito una donna attraente senza averla pagata. (…)

In Scozia, i ricercatori hanno scoperto che più spesso gli uomini comprano sesso, meno empatia provano per le donne che si prostituiscono: “Io non voglio sapere niente di lei. Non voglio che si metta a piangere o altre cose perché questo rovina l’idea, per me.” Gli uomini creano un’eccitante versione di ciò che la prostituta pensa e prova che ha scarse basi nella realtà. Andando contro tutta l’evidenza del buonsenso, la maggioranza dei puttanieri che abbiamo intervistato credeva che le prostitute fossero sessualmente soddisfatte dalle loro performance sessuali. La ricerca compiuta con le donne, d’altra parte, mostra che esse non sono eccitate dalla prostituzione e che, con il tempo, la prostituzione reca danni alla sessualità delle donne. (…)

L’opinione degli uomini favorevoli alla prostituzione è una dell’insieme di attitudini e pareri che incoraggiano e giustificano la violenza contro le donne.

Attitudini per chi si sente di avere il diritto all’accesso al sesso e all’aggressione sessuale e attitudini di superiorità rispetto alle donne sono connesse alle violenza maschile contro le donne. La ricerca mostra che i compratori di sesso tendono a preferire sesso impersonale, temono il rigetto delle donne, hanno un’ostile auto-identificazione mascolina e sono più inclini allo stupro dei non compratori, se possono farla franca. In Cile, Croazia, Messico e Ruanda, i compratori di sesso erano più inclini a stuprare degli altri uomini. Significativamente, gli uomini che avevano usato donne nella prostituzione avevano molte più probabilità di aver stuprato una donna rispetto agli uomini che non compravano sesso. In Scozia, abbiamo scoperto che più volte un puttaniere usa le donne nella prostituzione, più è probabile che abbia commesso atti sessuali coercitivi contro donne che non si prostituiscono. (…)

I compratori di sesso vedono, e allo stesso tempo rifiutano di vedere, la paura, il disgusto e la disperazione nelle donne che comprano. Se lei non corre fuori dalla stanza urlando “Aiuto, polizia!”, allora il compratore conclude che lei ha scelto la prostituzione. Sapere che le donne nella prostituzione sono state sfruttate, coartate, rispondono a un magnaccia o sono state trafficate non scoraggia i compratori di sesso. Metà di un gruppo di 103 compratori di sesso londinesi ha attestato di aver usato una prostituta di cui sapevano che era sotto il controllo di un magnaccia. Uno di loro ha spiegato: “E’ come se lui fosse il suo proprietario.” E un altro: “La ragazza viene istruita su quel che deve fare. Tu puoi rilassarti completamente, è il suo lavoro.” (…)

L’argomento che legalizzare la prostituzione la renderebbe “più sicura” è la razionalizzazione principale per legalizzare o decriminalizzare la prostituzione. Tuttavia, non ci sono prove per questo. Invece, ascoltiamo rivendicazioni egoistiche e asserzioni dalle forti parole ma senza dati empirici. Le conseguenze della prostituzione legale in Olanda e Germania hanno mostrato quanto male può andare: al 2016, l’80% della prostituzione olandese e tedesca è controllata da mafie criminali. Dopo la legalizzazione in Olanda, il crimine organizzato è andato fuori controllo e le donne nella prostituzione non sono state più al sicuro di quando la prostituzione era illegale. Dopo la legalizzazione nello stato di Victoria, Australia, i magnaccia hanno aperto 95 bordelli legali ma allo stesso tempo ne hanno aperti altri 400 di illegali. Invece di far diminuire i crimini violenti correlati, la legalizzazione della prostituzione è risultata come aumento del traffico di esseri umani (la ricerca ha interessato 150 paesi). Chiunque conosca la vita quotidiana di chi si prostituisce capisce che la sicurezza nella prostituzione è una chimera. I sostenitori della prostituzione legale lo capiscono, ma raramente lo ammettono.

Pure, prove alla mano, la “Sex Workers’ Education and Advocacy Taskforce in South Africa” ha distribuito una lista di suggerimenti per la sicurezza inclusa la raccomandazione, per la persona che si prostituisce, di calciare una scarpa sotto il letto mentre si spoglia e, nel recuperarla, di controllare se ci sono coltelli, manette o corda. Il volantino fa notare anche che sprimacciare il cuscino sul letto permetterebbe un’addizionale ricerca di armi. Un magnaccia olandese ha detto a un giornalista: “Non ci vogliono cuscini nella camere del bordello. Il cuscino è un’arma per l’assassinio.” Un’organizzazione di S. Francisco consiglia: “Fate attenzione alle uscite e impedite al vostro cliente di bloccare quelle uscite” e “Le scarpe dovrebbero togliersi e mettersi facilmente ed essere adatte alla corsa” e ancora “Evitate collane, sciarpe, borse la cui tracolla attraversa il collo e ogni altra cosa che possa accidentalmente o intenzionalmente essere stretta attorno alla vostra gola.”

Il gruppo “Australian Occupational and Safety Codes for prostitution” raccomanda un training per la negoziazione da parte di ostaggi, contraddicendo completamente la nozione di prostituzione come lavoro qualsiasi. Al pulsante d’allarme nei saloni per massaggi, nelle saune e nei bordelli non si può rispondere abbastanza velocemente per prevenire la violenza. I pulsanti d’allarme nei bordelli legali hanno tanto senso quanto ne avrebbero nelle case di donne che subiscono maltrattamenti. (…)

I compratori di sesso e i sostenitori del commercio di sesso possono riconoscere una frazione degli abusi e dello sfruttamento all’interno della prostituzione, ma li giustificano perché alle donne è permesso fare molti soldi. Una volta che siano pagate, sfruttamento abuso e stupro scompaiono. “Sono tutte sfruttate. – ha detto un puttaniere italiano – Tuttavia, hanno anche dei bei guadagni.” Un altro compratore di sesso ha descritto gli stupri subiti dalla donna da parte del suo magnaccia ma, ha aggiunto, “Succede una volta ogni tanto, non ogni settimana”. (…)

Magnaccia e trafficanti rappresentano la prostituzione falsamente come un lavoro facile, divertente e remunerativo per le donne. Alcuni assai noti sostenitori della prostituzione si presentano come “sex workers”, sebbene siano invece “manager” per donne nel commercio del sesso: certi sono magnaccia e certi sono stati arrestati per favoreggiamento della prostituzione, per aver aperto bordelli o trafficato esseri umani.

C’è un clamoroso conflitto di interessi quando individui che dirigono/posseggono/sfruttano stanno nella stessa organizzazione di chi è sotto il loro controllo. La falsa rappresentazione diventa ancora meno etica quando proprietari di bordelli e magnaccia nascondono le loro appartenenze, proclamando di rappresentare gli interessi delle prostitute. Nascondendosi dietro la bandiera del “sindacato”, i magnaccia si appellano alla simpatia della Sinistra. Tuttavia, gruppi come New Zealand Prostitutes Collective, the International Union of Sex Workers (GB), Red Thread (Olanda), Durbar Mahila Samanwaya Committee (India), Stella (Canada) e Sex Worker Organizing Project (USA) – mentre promuovono aggressivamente la prostituzione come lavoro non assomigliano affatto a sindacati dei lavoratori. Non offrono pensioni, sicurezza, riduzione d’orario, benefici per le disoccupate o servizi d’uscita dalla prostituzione (che il 90% delle prostitute affermano di volere). Invece, questi gruppi promuovono un libero mercato di esseri umani usati per il sesso.

Noi abbiamo individuato 12 persone (femmine e maschi) di 8 paesi diversi che si identificano pubblicamente come “sex workers” o sostenitori di chi lavora nel commercio di sesso, ma che hanno anche venduto altre persone o sono stati implicati nel commercio di sesso in vari modi specifici. Tutti costoro reclamano la decriminalizzazione dello sfruttamento della prostituzione. Molti sono stati arrestati per aver diretto bordelli e agenzie di escort, per aver trafficato persone, per aver promosso o favorito la prostituzione o per aver derivato i propri guadagni dalla prostituzione altrui, per esempio:

Norma Jean Almodovar, USA, International Sex Worker Foundation for Art, Culture, and Education, Call Off Your Old Tired Ethics (COYOTE): condannata per favoreggiamento della prostituzione.

Terri Jean Bedford, Canada, “sostenitrice delle sex workers” che descriveva se stessa pure come “sex worker”: condannata per aver diretto un bordello.

Claudia Brizuela, Argentina, Association of Women Prostitutes of Argentina, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: arrestata con l’accusa di traffico di essere umani a scopo di sfruttamento sessuale. Entrambi i gruppi citati di cui fa parte erano finanziati da UNAIDS e facevano riferimento ad Amnesty International per avere sostegno.

Maxine Doogan, USA, Erotic Service Providers Union: arrestata per favoreggiamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. Ha ammesso il favoreggiamento ed è stata condannata.

Douglas Fox, Gran Bretagna, International Union of Sex Workers: arrestato per aver derivato i propri guadagni dallo sfruttamento della prostituzione, consigliere di Amnesty International, co-dirige un’agenzia di escort.

Eliana Gil, Messico, Global Network of Sex Work Projects, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: condannata per traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale. Era la magnaccia, assieme al figlio, di circa 200 donne a Città del Messico. L’associazione Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network era affiliata al programma delle NU sull’Hiv/Aids, affiliata all’Organizzazione Mondiale per la Sanità e citata da Amnesty International.

Margo St. James, USA, COYOTE: arrestata per aver diretto un bordello. La sua dichiarazione è che sebbene le donne nelle stanze della sua casa si prostituissero, lei non lo faceva. (…)

L’esistenza della prostituzione ovunque è il tradimento della società nei confronti delle donne, in special modo di quelle che sono marginalizzate e vulnerabili a causa del gruppo etnico di cui fanno parte, della loro povertà, delle loro storie di abuso e abbandono.

La complicità dei governi sostiene la prostituzione. Quando il commercio di sesso si espande, le donne competono meno con gli uomini per i posti lavoro. Quando la prostituzione è incorporata nelle economie di stato, i governi sono sollevati dalla necessità di trovare impieghi per le donne. Nei paesi in cui la prostituzione è legale le tasse sul sangue sono raccolte dallo stato-magnaccia. Banche, linee aeree, internet providers, alberghi, agenzie di viaggio e tutti i media integrano lo sfruttamento e l’abuso delle donne coinvolte nella “prostituzione turistica”, ricavandone grandi profitti.

Se ascoltiamo le voci e le analisi delle sopravvissute che sono uscite dalla prostituzione – coloro che non sono più sotto controllo – ci dirigeranno verso le ovvie soluzioni legali. Gli uomini che comprano sesso devono essere ritenuti responsabili delle loro aggressioni predatorie. Chi si prostituisce non deve subire arresti e le/gli devono essere offerte alternative reali per la sopravvivenza. Coloro che profittano dalla prostituzione – magnaccia e trafficanti – devono pure essere ritenuti responsabili. Un approccio alla prostituzione basato sui diritti umani, che la riconosce come sfruttamento sessuale, come quello di Svezia, Norvegia, Islanda e Irlanda del Nord, fornirebbe sicurezza e speranza. Ma prima dobbiamo muoverci oltre le bugie dei magnaccia e dei profittatori. So che possiamo farlo.

Riassumendo:

1. La verità sulla prostituzione è spesso nascosta dietro le bugie, le manipolazioni e le distorsioni di chi profitta del commercio sessuale. Le verità più profonde sulla prostituzione vengono alla luce nelle testimonianze delle sopravvissute, così come nella ricerca sulle realtà psicosociali e psicobiologiche della prostituzione stessa.

2. Alle radici della prostituzione, come per tutti gli altri sistemi coercitivi, ci sono disumanizzazione, oggettivazione, sessismo, razzismo, misoginia, mancanza di empatia / senso patologico dell’aver diritto (magnaccia e clienti), dominio, sfruttamento e un livello di esposizione cronica alla violenza e alla degradazione che distrugge personalità e spirito.

3. La prostituzione non può essere resa sicura legalizzandola o decriminalizzandola. La prostituzione deve essere completamente abolita.

4. La prostituzione assomiglia più all’essere cronicamente assalite sessualmente, danneggiate e stuprate che a lavorare in un fast food. La maggioranza delle prostitute soffre di acuta sindrome da stress post traumatico e vuole uscirne.

5. I compratori di sesso sono predatori: spesso hanno comportamenti coercitivi, manca loro empatia e hanno attitudini sessiste che giustificano l’abuso delle donne.

6. Una soluzione esiste. Si chiama modello svedese ed è stata adottata in diversi paesi. L’essenza della soluzione è: criminalizzazione per clienti e magnaccia, decriminalizzazione per le donne e il provvedere loro risorse, alternative, alloggi sicuri, riabilitazione.

7. La prostituzione ha effetti su ognuno di noi, non solo su chi è coinvolto.

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Caro – non mi sei effettivamente “caro”, è un eufemismo dovuto alla mia educazione – Parlamento italiano, prendi nota: da tre anni, il Parlamento scozzese premia pubblicamente chi scrive in modo corretto di violenza di genere con il “Write to End Violence Against Women Award” (“Scrivi per mettere fine alla violenza contro le donne”).

Innanzitutto, il premio è interessante perché non ha la qualità “ad minchiam” di molte delle tue iniziative o prese di posizione, infatti chi organizza la faccenda sono le associazioni / organizzazioni che combattono contro la violenza di genere giorno per giorno, spesso da molti anni: Zero Tolerance, White Ribbon Scotland, Scottish Women’s Aid, Engender, Everyday Victim Blaming, Women 50:50, Rape Crisis Scotland, Women for Independence, eccetera.

Non so chi ha insegnato a ognuno/a di voi parlamentari italiani a fare politica, ma come trainer la prima domanda che insegno agli attivisti intenzionati a occuparsi di una situazione qualsiasi è: chi sono i portatori di interesse primario (o “stakeholders”, come dicono gli albionici)? Le successive sono: come li contattate, come li coinvolgete? Perché non si possono prendere decisioni per una categoria qualsiasi senza avere almeno ascoltato cosa essa ha da dire. E non si tratta di buonismo da parte mia e di sano decisionismo rottamatore per chi questo non fa: si tratta di una conditio sine qua non per tradurre il progetto in realtà e farlo funzionare. Noi attivisti per la nonviolenza non siamo gli asceti masochisti con la testa fra le nuvole e le margherite in bocca figurati dalla vulgata popolare, siamo delle pragmatiche facce-di-tolla.

Ciò detto, la morale è che se si vogliono intraprendere azioni mirate a ridurre la violenza contro le donne, bisogna farlo con le vittime di violenza e con le donne già impegnate in questa lotta. Ma ma ma… le ultime sono femministe! Molte di loro, sì. Chi ha creato le condizioni perché la violenza di genere uscisse dall’armadio del “privato” e del “domestico” e del “non mettere il dito” è stato proprio il femminismo, non la paterna condiscendenza di un principe qualsiasi. Una lotta alla violenza contro le donne priva del contributo dell’analisi femminista è persa in partenza.

Tornando al Premio scozzese, la seconda cosa interessante è che inchioda alle proprie responsabilità i media, troppo spesso complici (involontari per disinformazione, volontari per sessismo) dell’atmosfera di impunità che circonda la violenza di genere. Qui sotto c’è l’ultima vincitrice, Kirsty Strickland, una blogger 25enne che sta studiando per diventare assistente sociale ed è madre di una bimba di 22 mesi.

kirsty

Kirsty ha vinto per quel che scrive sul suo sito web da non-professionista, ma il premio le garantisce, dallo scorso agosto, l’accesso a un quotidiano nazionale (“The National”, appunto) e quindi un pubblico assai più vasto. Legislatori d’Italia, ascoltatela un momento: “La questione della violenza maschile contro donne e bambine è un complesso problema sociale che comprende l’abuso domestico, la violenza sessuale e lo stupro, i cosiddetti delitti “d’onore” e i matrimoni forzati. Queste sono istanze sfaccettate e piene di dettagli. I media le riportano in modi che ne fanno una polemica, anziché un’informazione. Riportare la violenza contro le donne in modo responsabile significa non usare il sensazionalismo per allettare i lettori e non sbavare sui particolari horror. Significa evitare i pigri stereotipi e il biasimo delle vittime, e significa fornire il contesto in cui la violenza di genere accade.

Le parole hanno il potere di cambiare le percezioni, di esaltare i pregiudizi o di contribuire a spazzarli via. Hanno il potere di modellare l’opinione pubblica e perciò il modo in cui percepiamo le vittime e il loro valore. I media c’entrano eccome.

Per me personalmente, l’epitome del progresso è sfidare le convenzioni e le pratiche che tengono indietro un paese o la sua gente, guardare ai problemi sociali con occhio critico e chiederci: possiamo fare di più? E’ davvero questo il meglio che possiamo fare?” Maria G. Di Rienzo

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Scozia, 2005. Durante la notte a Drumchapel, Glasgow, una famiglia è sgomberata di forza dalla propria casa e portata via per essere successivamente deportata. Si tratta di rifugiati Rom provenienti dal Kosovo e la loro vicenda non era inusuale in quel periodo: dalla fine degli anni ’90 il numero di richiedenti asilo nel paese era costantemente aumentato e nel 2005 un alunno su otto al Liceo di Drumchapel era un rifugiato. Tuttavia, se l’asilo non veniva garantito, i funzionari dell’Home Office arrivavano in massa a prendere le persone mentre queste dormivano e le trasferivano ai centri di detenzione. E’ proprio al Liceo di Drumchapel che comincia la nostra storia perché la famiglia fuggita dalla guerra in Kosovo, e residente in Scozia ormai da anni, aveva una figlia che lo frequentava, Agnesa Murselaj, e Agnesa aveva delle amiche.

Erano le sue compagne di scuola Amal Azzudin (originaria della Somalia), Roza Salih (dal Kurdistan), Ewelina Siwak (Rom polacca) e le native di Drumchapel Emma Clifford, Jennifer McCarron e Toni Henderson. Costoro diedero vita ad una campagna straordinaria, per visibilità e coinvolgimento della comunità locale, contro i raid notturni e per i diritti dei rifugiati, confrontandosi coraggiosamente con l’Home Office e il governo scozzese e costringendo infine il Primo Ministro a rispondere pubblicamente alle loro preoccupazioni. Nel frattempo avevano mobilitato amici e parenti e dato vita ad un sistema di allarme preventivo contro le deportazioni con base nei vari quartieri. La lotta per la vita della loro amica divenne il simbolo di una nuova Scozia interculturale, giusta e aperta. Dove gli adulti e i politici avevano fallito le “Ragazze di Glasgow”, come da allora furono chiamate, vinsero. Agnesa e la sua famiglia restarono a Drumchapel, i raid notturni cessarono, i regolamenti sul diritto d’asilo furono rivisti.

La BBC ha prodotto due documentari su questa vicenda, ma ora essa è approdata al teatro in forma di musical grazie alla regista Cora Bissett (autrice di un lavoro rinomato come “Roadkill” sul traffico a scopo di sfruttamento sessuale) e al librettista David Greig. Il musical “Glasgow Girls” viene rappresentato attualmente al Citizens Theatre di Glasgow (31 ottobre/17 novembre) e nella primavera del 2013 raggiungerà il Theatre Royal Stratford East di Londra.

Emma Clifford, che oggi lavora proprio per la BBC, dice di essere stata, all’inizio, molto sorpresa da quest’ultima idea: “Ho pensato: santo cielo, fanno un musical su un gruppo di ragazze di Drumchapel che hanno lottato per i diritti dei richiedenti asilo, non vedo come il jazz riuscirà ad incastrarsi in questa cosa. Ma poi, riflettendoci su, ho pensato anche che la musica è stata una grande parte della nostra campagna. Che fossimo sulle strade o che celebrassimo un risultato c’era sempre della musica, e ci ispirava.”

A distanza di sette anni, e su diversi sentieri professionali o di studio (Jennifer in una scuola materna, Agnesa nell’amministrazione sanitaria, Roza fra poco laureata in legge…), le ragazze si incontrano regolarmente e il loro legame ha la stessa forza di quando lo strinsero a 15/16 anni. Tutte dicono: “Non è qualcosa che vogliamo o possiamo perdere. Non molte persone cementano la propria amicizia attraversando quel che noi abbiamo attraversato.” Maria G. Di Rienzo

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