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Posts Tagged ‘eguaglianza’

(Questo è un esempio di come una valanga di uomini discutono con le donne sui social media. So che vi risulterà immediatamente familiare. E’ stato ripostato da Feminist Current il 17  febbraio scorso. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

THOMAS: Ciao Clementine,

io sono il ragazzo che ha ti ha lasciato il commento sul cagarti in bocca. Era inappropriato e mi scuso. Stavo semplicemente scherzando con una persona che ha opinioni controverse. Io amo le donne e non intendevo essere preso per un sessista. Sostengo l’eguaglianza di diritti per tutte le brave persone.

Per favore cancella i post su instagram e facebook o almeno rimuovi la mia identità e io non userò le mie opzioni legali. Non mi aspetto delle scuse.

Mia madre e la mia partner hanno già ricevuto messaggi molte volte dai tuoi fan e sicuramente io ho pagato abbastanza. Ad ogni modo, ti auguro il meglio.

Saluti, Thomas.

CLEMENTINE: Ecco dieci riflessioni per il giovane Thomas:

1. Non sono delle scuse se tenti di includervi una vaga minaccia di azione legale, in special modo quando è ovvio che la legge non la conosci.

2. Tu non hai alcuna possibilità di ricorrere alla legge quando qualcuno riposta un commento che tu hai fatto pubblicamente in cui hai espresso il desiderio di vedere della gente “farsi una cagata” nella bocca di una persona. Tu sei dispiaciuto solo perché sei stato costretto a rispondere delle tue azioni.

3. Tu non “ami le donne”. Tu ami le donne che fingono di trovare divertenti le tue stronzate sessiste e rinforzano la tua convinzione di essere migliore di loro. E’ molto diverso e ne fornisce prova ulteriore il tuo sostegno all’ “eguaglianza di diritti per le brave persone”. Brave persone? Immagino che tu non sia incluso, allora.

4. Se pensi che parlare di cagare in bocca a qualcuno sia “solo scherzare”, devi avere un ben povero senso dell’umorismo.

5. Tu ti stai lagnando perché sei stato smascherato come uno stronzetto volgare, aggressivo e sessista. E’ chiaro che non sei abituato alle donne che rispondono alle aggressioni. Be’, è meglio che ci fai l’abitudine, figliolo. Tu non entri nel mio territorio a dettare le regole. La fottuta sceriffa, qua, sono io.

6. Io non cancellerò nulla. Se non sei preparato a stare al passo con le parole che scrivi e le cose che dici, dovresti pensarci due volte prima di scriverle o dirle.

7. Io non credo che tua madre o la tua ragazza debbano essere bombardate di commenti. Non è colpa loro se tu sei un buffone sessista con un’enorme paura delle donne che non sono compiacenti verso il tuo falso senso di superiorità. Tuttavia, sono lieta abbiano visto che lo sei, perché un giorno potrebbero essere loro i bersagli di commenti di questo tipo da parte di un altro piccolo uomo incline al vomitare insulti.

8. Quando dici “non intendevo essere preso per un sessista” stai suggerendo che la colpa è mia perché sono ipersensibile e immune alle straordinarie vette del tuo umorismo. Ma tu non hai il diritto di dirmi cosa dovrei o non dovrei trovare divertente. Inoltre, io non ho preso per sessista il tuo commento. L’ho preso come prova del tuo pensare che le donne a te non gradite meritino di essere degradate e umiliate in modi disgustosi e violenti mentre tu ti fai una risata. Questa è misoginia pura e semplice, il che è assai peggio del sessismo di base che senza dubbio tu metti in mostra ogni giorno della tua piccola, miserabile vita.

9. Quando ti trovi a iniziare una e-mail con la frase “io sono il ragazzo che ha ti ha lasciato il commento sul cagarti in bocca”, allora hai davvero bisogno di dare allo specchio una lunga, profonda occhiata e cercare di capire perché sei un così assoluto perdente.

10. E’ bene che tu non ti aspetti scuse, perché io non ti devo un fico secco.

Vaffanculo per sempre e poi di nuovo.

Ad ogni modo, ti auguro il meglio.

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(“Sustaining the Sisterhood After the March” di SanPatagonia, pseudonimo di una giovane argentina studente universitaria e attivista femminista: “una cercatrice, una pellegrina, un’anima… una donna”. 30 gennaio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il 21 gennaio mi sono unita in spirito alla Marcia globale delle Donne dalla Patagonia, in Argentina. Tramite Twitter, ho marciato virtualmente in solidarietà con le marce fisiche che si tenevano in tutto il mondo.

Eravamo tutte unite sotto lo stesso cielo con la stessa convinzione che siamo eguali e meritiamo parità e rispetto. Non c’era paura nei nostri passi. Non c’era violenza nelle nostre azioni. Ho testimoniato forza, coraggio e migliaia di voci pronte ad alzarsi.

In quel giorno ci siamo sollevate come una sola persona. Ma c’è un vecchio proverbio che dice: “Dio è nei dettagli”. (Ndt.: io lo conoscevo come “Il diavolo è nei dettagli”)

Io sono un’attivista per l’eguaglianza da quando ho memoria e ogni vittoria che ho celebrato è stata breve e dolceamara – un piccolo passo che può sempre essere riportato indietro.

Sei giorni dopo la marcia ho saputo che una donna di 28 anni della mia città era morta. Suo marito l’ha picchiata a morte. La brutalità della nostra società e il profondo disprezzo per la vita di una donna restano intatti. Proprio l’anno scorso, avevamo marciato per un’altra donna assassinata dal marito.

Mi sorge la stessa domanda, allora e adesso: marciamo e siamo milioni – e poi? Come possiamo educare al cambiamento reale se non abbiamo la volontà di contribuire al cambiamento fra di noi su base giornaliera?

Per due anni di fila, il movimento NiUnaMenos si è sollevato nel mio paese come un urlo imponente per fermare il femicidio e la violenza di genere. L’anno scorso, la marcia nazionale di Ni Una Menos si tenne nello stesso giorno dedicato alla previdenza del cancro e le donne che vestivano di nero furono criticate perché in quel modo mandavano un messaggio negativo nel giorno dedicato al cancro.

Quanto perdute siamo in questi trucchi cosmetici per predarci l’un l’altra in tal modo? Come donne, spesso contribuiamo ai nostri passi indietro. Le critiche più dure, i più profondi e significativi silenzi e le più aspre opinioni tendono ad arrivarci dalle nostre sorelle nella lotta.

Troviamo oltraggiose le uscite dei politici, ma votiamo per loro – quando andiamo a votare del tutto. Condanniamo i picchiatori ma pure siamo disposte a chiamarci fuori se li conosciamo o se fanno parte delle nostre famiglie. Votiamo persino per i picchiatori, di tanto in tanto, anche se le accuse contro di loro sono pubbliche.

Lasciamo sapere ai ragazzi che possono fare qualsiasi cosa e alle ragazze che devono stare attente perché non sono ragazzi.

Usiamo i nostri social network per giudicare le donne che non si sposano o non hanno bambini.

Quando una donna si veste come le pare, senza badare all’età o al tipo di corpo, la chiamiamo pazza; quando una donna osa essere ambiziosa o compie un subitaneo cambiamento nella sua vita o nella sua carriera, la chiamiamo deviata.

Mentre scrivo, sono passati 9 giorni dalla Marcia delle Donne. Tre reporter della CNN spagnola se la stanno prendendo con Ariel Winter (Ndt.: attrice statunitense) per la scelta dell’abito che indossa alla serata dei SAG Awards (Ndt: SAG sta per Screen Actors Guild – Gilda attori dello schermo, conferisce premi per le migliori interpretazioni dei membri dell’associazione).

Posso sentire una donna che dice, sdegnata: “Non si adatta al suo corpo.”

Perché facciamo questo? Il segmento proposto dovrebbe essere divertente e spassoso, ma tutto quel che io vedo è una giovane donna che lavora come attrice e indossa una veste lunga verde. Tutto ciò le appartiene, è suo. Però i suoi detrattori agiscono come se lei appartenesse a loro, il suo corpo, le sue scelte, la sua immagine pubblica. La rete televisiva legittima l’abuso.

Non sento alcuna voce protestare dal pubblico.

Queste cose non accadono a causa di nessun nuovo presidente. Dobbiamo saper essere responsabili.

Il cambiamento non è garantito. Quando marciamo, compiamo i primi passi nella nostra lotta per l’equità. Ma dobbiamo continuare a fare passi in avanti. Dobbiamo sfidare noi stesse a compiere piccole azioni ogni giorno e a rendere la nostra visione realtà.

sciopero-internazionale-8-marzo-2017

P.S. della traduttrice: Ni Una Menos ha chiamato allo sciopero internazionale delle donne per l’8 marzo. A tutt’oggi, oltre che ovviamente dall’Argentina, hanno risposto positivamente coalizioni femministe da: Australia, Bolivia, Brasile, Cile, Corea del Sud, Costa Rica, Cecoslovacchia, Ecuador, Francia, Germania, Gran Bretagna, Guatemala, Honduras, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Messico, Nicaragua, Perù, Polonia, Russia, Salvador, Scozia, Stati Uniti, Svezia, Togo, Turchia e Uruguay. Ne riparleremo.

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(tratto da: “Six ways to end gender-based violence”, di Maryce Ramsey, Senior Gender Advisor di FHI 360 – un’organizzazione umanitaria di volontariato che lavora in più di 70 paesi -, 8 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La violenza di genere è una barriera significativa a ogni progetto di sviluppo. L’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n. 5 delle Nazioni Unite riconosce l’eguaglianza di genere come il fondamento per “un mondo pacifico, prosperoso e sostenibile” e ciò implica un mondo libero dalla violenza di genere. L’Obiettivo n. 5 fa esplicitamente riferimento all’eliminazione di “tutte le forme di violenza contro donne e bambine nelle sfere pubblica e privata”.

Questo è il traguardo giusto. Ma come ci arriviamo? Se avessi un fondo illimitato per creare e implementare la mia propria agenda, mi concentrerei su sei aree chiave:

1) Finanziare la piena partecipazione delle donne alla società civile.

Donne che sono attive nella società civile possono essere altamente efficaci nell’influenzare trattati, accordi e leggi a livello globale, regionale e nazionale, e nell’esercitare pressione per la loro implementazione. Più danaro deve fluire verso il sostegno alla partecipazione attiva delle donne alla società civile.

2) Migliorare quegli sforzi intesi alla prevenzione che comprendono come la radice della violenza basata sul genere siano le relazioni diseguali di potere fra i generi.

Alcuni programmi

http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(14)61797-9/fulltext

hanno effettivamente strutturato attività partecipate che guidano all’esame delle norme di genere e delle loro relazioni a sbilanciamenti di potere, violenza e altri comportamenti dannosi. Lavorano con diversi portatori di interesse primario attraverso lo spettro socio-ecologico e attraverso settori multipli. Ma dobbiamo fare un lavoro migliore nel dar valore a questi programmi, così da poterci muovere da progetti pilota di piccola entità a programmi su larga scala intesi a portare cambiamenti nelle società.

3) Portare i servizi medici che riguardano la violenza di genere sino alle strutture sanitarie di più basso livello.

L’offerta di servizi medici che riguardano la violenza di genere si è concentrata negli “sportelli” delle strutture di alto livello, come gli ospedali, dove tutti i servizi sono concentrati in un unico posto. Ma la maggioranza delle persone che accedono alle strutture di alto livello lo fanno troppo tardi per ricevere interventi chiave, come contraccezione d’emergenza e profilassi post esposizione all’Hiv. Per un accesso più rapido dovremmo concentrarci nel portare i servizi più vicini alla comunità, soprattutto nelle zone rurali.

4) Rispondere alle necessità delle bambine / dei bambini sopravvissute/i, inclusi gli interventi per interrompere il ciclo della violenza di genere.

Nei rifugi e nelle cliniche per donne, nelle sale d’aspetto e nelle case protette, è usuale vedere bambine/i di ogni età. E’ però raro vedere qualcuno che lavora con questi piccoli, che hanno avuto un’esperienza traumatica. A volte sono vittime, ma più facilmente sono i testimoni della violenza agita contro le loro madri. Ci mancano professionisti addestrati a lavorare con minori che abbiamo fatto esperienza della violenza di genere, in special modo quando i perpetratori sono i loro genitori o altri membri delle loro famiglie.

5) Sviluppare guide per costruire sistemi atti a eliminare la violenza basata sul genere.

C’è un’ampia scelta di materiali per l’orientamento su come affrontare la violenza di genere tramite determinati settori, come quello sanitario, o tramite azioni discrezionali, come il fornire standard per i rifugi o formazione agli operatori. Tuttavia, ci manca la guida pratica per costruire l’intero sistema dalla A alla Z: mettere in pratica le leggi, diffondere consapevolezza sui servizi e creare disponibilità finanziaria nei bilanci.

6) Creare programmi di sostegno per i professionisti che fanno esperienza di trauma vicario.

Dopo aver passato tre anni a lavorare in un programma che affrontava la violenza di genere nelle scuole, ho dovuto mollare. Nonostante il mio impegno a mettere fine alla violenza di genere, semplicemente non potevo ascoltare una storia orribile di più. La mia esperienza non è unica. L’esaurimento è una realtà e ci manca personale qualificato che tratti le sopravvissute alla violenza di genere.

Molti progressi sono stati fatti nell’affrontare la violenza basata sul genere. Siamo più bravi a definire le istanze, a raccogliere dati e prove per identificare quel che funziona, e miglioriamo costantemente la qualità dei servizi. Nonostante tutti questi avanzamenti, la violenza di genere resta un problema globale che ha ovunque la stessa radice: norme di genere non eque.

Sino a quando non affronteremo queste diseguaglianze fondamentali, il che include il riconoscere i diritti delle donne come diritti umani, noi non metteremo fine alla violenza di genere.

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(brano tratto da: “When a Man Kills a Woman”, di Karen Ingala Smith. 27 novembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Un piccolo promemoria per il prossimo governo, se intenderà occuparsi della questione.)

I responsi alla violenza degli uomini contro le donne che si concentrano esclusivamente sulle “relazioni sane”, sul sostegno alle vittime-sopravvissute e sulle riforme alle leggi penali semplicemente non arrivano abbastanza lontano. La violenza degli uomini contro le donne è causa e conseguenza della diseguaglianza fra donne e uomini basata sul sesso.

L’oggettivazione delle donne, il commercio di sesso, il concetto di genere socialmente costruito, salari diseguali e diseguale distribuzione delle responsabilità relative alla cura sono tutti sintomi simultanei di una diseguaglianza strutturale, nel mentre mantengono un contesto che veicola in modo favorevole la violenza maschile contro le donne.

Le femministe questo lo sanno e ce l’hanno detto per decenni. Uno dei successi importanti del femminismo è l’aver messo la violenza degli uomini contro le donne sotto i principali riflettori pubblici e quindi dentro le agende politiche. Una delle minacce a questo risultato è che le persone al potere prendono solo i concetti e pretendendo di occuparsi del problema estromettono dalla questione gli elementi base dell’analisi femminista.

Le iniziative statali che non sono incorporate in politiche di eguaglianza fra donne e uomini falliranno nel ridurre la violenza maschile contro le donne. Mancare persino di nominare l’agente – l’uso che gli uomini fanno della violenza – è fallire in partenza.

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Nel 1999 le Nazioni Unite stabilirono il Giorno internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, fissandolo al 25 novembre e commemorando così l’omicidio delle tre Sorelle Mirabal, dominicane oppositrici della dittatura di Rafael Trujillo assassinate appunto il 25 novembre 1960.

Perché questa giornata internazionale? – spiegano ancora in questi giorni sul sito dell’Agenzia Donne delle NU – Perché:

La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani.

La violenza contro le donne è una conseguenza della discriminazione operata contro le donne, nella legge e in pratica, e del persistere delle diseguaglianze fra uomini e donne.

La violenza contro le donne ha un impatto sul progresso e impedisce il progresso in molte aree, incluse lo sradicamento della povertà, la lotta contro l’HIV/AIDS, la pace e la sicurezza.

La violenza contro donne e bambine non è inevitabile. La prevenzione è possibile ed essenziale.

La violenza contro le donne continua a essere una pandemia globale.”

Notando che uno dei maggiori ostacoli al lavoro in merito è la mancanza di finanziamenti, e ammettendo che per questa ragione molte delle grandi promesse fatte delle Nazioni Unite (compresa quella di metter fine alla violenza contro donne e bambine contenuta negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile) non riescono a tradursi in cambiamenti significativi, invitano l’attivismo dei 16 giorni contro la violenza di genere – 25 novembre / 10 dicembre – a raccogliere fondi e realizzare iniziative tramite la Campagna “Colora il mondo di arancione”.

16-days-banner

Potete saperne di più qui:

http://www.unwomen.org/en/what-we-do/ending-violence-against-women/take-action/16-days-of-activism

Sempre il 25 novembre, nel 1916, moriva di anemia perniciosa a soli trent’anni Inez Milholland.

Crollò perdendo i sensi mentre teneva un discorso per il “Partito nazionale della Donna” a Los Angeles, in California. Le ultime parole che pronunciò davanti al suo pubblico furono: “Signor Presidente, quanto a lungo devono aspettare le donne per avere la libertà?”

Una vita breve ma luminosa come una stella, giacché Inez fu una delle più famose suffragiste statunitensi, avvocata del lavoro, sindacalista, attivista pacifista che si spinse a testimoniare direttamente la guerra quale corrispondente e lottò per la riforma carceraria e l’eguaglianza degli afroamericani.

Nell’immagine qui sotto la vedete tre anni prima, il 3 marzo 1913, in procinto di aprire a cavallo la grande manifestazione per il voto alle donne nota come “Woman Suffrage Parade” in quel di Washington, DC.

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Qualsiasi cosa facciate in questi giorni contro la violenza diretta a donne e bambine, per la loro effettiva eguaglianza, per il rispetto a loro dovuto, per amore di tutta l’umanità che le comprende, so che Inez cavalcherà fiera al vostro fianco… e se vi guarderete alle spalle, vedrete dietro di lei una fila interminabile di donne di ogni nazione, le sorelle e le madri che vi hanno preceduto in questa lotta e che continuano a sostenervi. Maria G. Di Rienzo

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monache in bici

Sono partite a luglio da Kathmandu – Nepal, dove si trova il loro monastero, entreranno in Pakistan e la loro destinazione finale è Ladakh, in India. Sono cinquecento. Alla fine del viaggio avranno percorso oltre 2.500 chilometri. A quale scopo? Per promuovere l’eguaglianza di genere.

Stiamo diffondendo questi messaggi: anche le ragazze hanno potere e non sono deboli. – dice Yeshe Lhamo, monaca 27enne che partecipa al “pellegrinaggio” detto yatra – Nelle regioni che tocchiamo la gente ascolta e rispetta gli insegnamenti religiosi, perciò se una monaca dice che la diversità e l’eguaglianza sono importanti, le persone magari possono incorporare questo concetto nella loro pratica spirituale.”

Ciò che ha spronato in particolare all’azione le monache buddiste (appartenenti a un Ordine himalayano del culto, la Discendenza Drukpa) sono alcune conseguenze del terremoto che ha devastato il Nepal nell’aprile dello scorso anno: il confine fra Nepal e India è divenuto molto facile da attraversare per i trafficanti di esseri umani e le loro vittime principali sono le donne, vendute come lavoratrici coatte o prostitute. Il governo del loro paese non ha preso misure al proposito.

Durante le soste in remoti villaggi, le monache guidano le preghiere e impartiscono lezioni sulla pace e il rispetto, la diversità e la tolleranza; monitorano l’accesso a istruzione, cure sanitarie, partecipazione politica delle donne; spiegano quali rischi le famiglie corrono nel dare ascolto alle bugie dei trafficanti di esseri umani (che promettono lavoro e una vita migliore per le loro figlie) e persino hanno una parte ambientalista nella loro missione, che è quella di spiegare i rischi del disgelo dei ghiacciai dell’Himalaya, dovuto all’inquinamento, e di suggerire stili di vita alternativi: mollate il diesel i cui fumi vi stanno causando malattie respiratorie, dicono le monache, e andate in bicicletta come noi.

Il capo del loro ordine, Gyalwang Drukpa, è un convinto sostenitore dei diritti delle donne. L’Ordine le aveva relegate in passato a compiti di pulizia e cucina, ma lui le ha incoraggiate a studiare gli stessi testi dei maschi e, per rinforzare la loro autostima, ha ingaggiato un istruttore che insegnasse loro le arti marziali. In precedenza il kung-fu era bandito alle monache, ma come potete vedere dall’immagine sottostante ciò ormai appartiene alla Storia.

monastero amitabha drukpa

Queste donne sono assolutamente convinte di poter fare qualsiasi cosa gli uomini facciano: “Perché siamo esseri umani e gli uomini sono pure esseri umani. – spiega Lhamo – Ci sono quelli che ci dicono: Le femmine non dovrebbero andarsene in giro in bicicletta così. E noi rispondiamo: Perché? Se un maschio può farlo, perché una femmina non può?” Al monastero, oltre alla meditazione e alla preghiera, allo studio dei testi religiosi e alla pratica di arti marziali, le monache fanno TUTTO: saldatrici, elettriciste, informatiche e contabili.

Non di meno, Lhamo sa bene che il cambiamento ha bisogno di tempo: la povertà, la sofferenza, le norme culturali che svalutano le donne non sono ostacoli da poco alla crescita dei semi della parità di genere che le monache diffondono: “Naturalmente uno yatra in bicicletta non può cambiare il mondo nel giro di una notte, ma il nostro messaggio può ispirare una persona, una bambina, una madre… e a volte una singola persona può fare un’enorme differenza. Una madre può cambiare la sua intera famiglia. Una bambina che sa di avere valore può fare cose straordinarie.”

Maria G. Di Rienzo

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Noterete, al termine di questo scritto, una lista in colore diverso. Trattasi di una parte delle notizie riguardanti la violenza contro le donne apparse sulla stampa dal 22 luglio al 7 agosto 2016.

Come sempre accade quando ce ne sono “troppe” in un periodo di tempo ristretto e non si può evitare la questione essa diventa “l’emergenza femminicidio” (di cui anche il nostro governo si occuperà a tambur battente… in settembre), fioccano gli autorevoli pareri di sedicenti esperti/esperte per cui “la parità è stata raggiunta e gli uomini sono in crisi d’identità”, mentre i diversamente cerebrati ululano: a) che è colpa degli immigrati; b) che le “feminaziste” complottiste e odiatrici di uomini danno la colpa al patriarcato demonizzando il genere maschile, dal che si originano lunghi sproloqui di – c) maschi “vittime” che evidentemente vivono prigionieri, soli esemplari del proprio genere, in un gineceo di incazzate nere o di donne che li conoscono molto bene (“Mi danno tutto il giorno dello stupratore, del violento, dello stalker, del sessista, del misogino, basta!”) e di – d) femmine “sapienti” e ossequiosamente squittenti (“Sì, hai ragione, sono naziste, il femminismo è un’altra cosa…” Ma cosa le signore non lo sanno, perché non l’hanno mai frequentato neppure di striscio.)

Cominciamo con gli immigrati? Nei 19 titoli ripresi in questo pezzo figurano: fra i perpetratori 4 stranieri e 15 italiani; fra le vittime 3 straniere e 16 italiane. Calcolate le percentuali da soli e smettete di sparare inutili idiozie razziste.

Proseguiamo con la parità raggiunta e il patriarcato morto e l’eguaglianza trionfante che mandano gli uomini in crisi d’identità per cui, di conseguenza, picchiano, stuprano e uccidono: tutte cose nuovissime, non le avevano mai fatte prima quando la parità non era raggiunta, il patriarcato era in salute e l’eguaglianza assai distante, giusto? Dal ratto delle Sabine al massacro del Circeo i casi sono due: o i perpetratori non erano uomini, o la “crisi” era già in atto. Sì, entrambi i casi sono assurdi. E allora vogliamo smettere, per cortesia, di dire falsità solo perché si accordano a un’ideologia che gira attorno all’ombelico di singole persone? Le altre donne non smettono di sanguinare perché voi non state sanguinando. In Italia abbiamo parità ed eguaglianza su un po’ di carte (in primis la Costituzione, art. 3), ma il paese si situa in Europa fra quelli che hanno il tasso più basso di eguaglianza di genere (European Gender Equality Index). Il che significa firmare protocolli internazionali o varare leggi senza far seguire all’atto formale alcuna implementazione: fondi, controllo dell’applicazione, diffusione culturale.

Inoltre: in psicologia “crisi d’identità” indica il non riuscire a stabilire un’identità dell’ego durante l’adolescenza. I soggetti in crisi d’identità manifestano confusione: spesso sembrano non sapere chi sono, a che famiglia o nazione appartengono, quali sono i loro scopi, da dove vengono e dove vogliono andare. Ma i picchiatori, i violentatori e gli assassini non dicono ne’ palesano nulla di tutto ciò davanti ai poliziotti o ai giudici. Lei lo aveva lasciato, lo tradiva, gli stirava male le camicie, non voleva fare sesso con i cacciaviti, non gli aveva dato i soldi per le sigarette, era feega a disposizione e lui l’ha usata, eccetera eccetera. Cioè, queste persone attestano chiaramente: la propria posizione superiore che li legittima a ricevere attenzioni, tempo, sesso, danaro, obbedienza dalle donne; i propri scopi e la propria volontà di ottenerli con qualsiasi mezzo. Spacciarli per sofferenti in crisi non solo fa girare a paletta le mie ovaie (sarebbe un danno trascurabile), ma li giustifica e li deresponsabilizza, fertilizzando il terreno per il prossimo che voglia imitarli ed è questo che io non posso assolutamente accettare.

Da quanto dura la “crisi”, tra l’altro? Alle donne italiane è stato garantito di poter essere testimoni di atti giuridici nel 1877; nel 1919 le donne italiane sposate hanno potuto possedere beni economici separatamente dal marito, nello stesso anno si è aperto loro l’accesso ai livelli più bassi dei pubblici uffici; nel 1946 votano, nel 1963 ottengono l’accesso alla magistratura e nel 1970 ottengono il diritto al divorzio, confermato dal referendum del 1974.

Nel 1975 la legge n. 151 abolisce il dominio legale del marito attestando l’eguaglianza di genere all’interno del matrimonio (nuovo diritto di famiglia); nel 1978 la legge 194 garantisce l’interruzione volontaria di gravidanza; nel 1981 viene cancellata la legge che stabiliva pene minori e attenuanti nei casi di “delitti d’onore”; nel 1996, per legge lo stupro smette di essere classificato come “delitto contro la pubblica morale” e diventa crimine contro la persona. Del 2001 è la legge sulla violenza domestica (quella che permette di ottenere l’ordine di restrizione per la persona violenta), del 2006 è la legge contro le mutilazioni genitali femminili, del 2009 quella contro lo stalking, del dicembre 2012 quella che elimina le distinzioni residue (le principali erano state cancellate dalla già citata legge 151/1975) fra figli legittimi e figli naturali, del 2013 – n.119 – quella sul femminicidio che contiene misure contro la violenza di genere, così come del 2013 è la conversione in legge della già ratificata Convenzione di Istanbul.

Per tutti gli anni ’90 e quelli venuti dopo il 2000 il progresso dell’eguaglianza di genere in Italia si è originato principalmente dalla necessità di adempiere alle direttive dell’Unione Europea sulla discriminazione o sulla parità nel lavoro e dalla bramosia di usare i fondi messi a disposizione dall’Unione stessa. “Nel frattempo i media, e la televisione in particolare, diffondono stereotipi di genere e rappresentano le donne esclusivamente come desiderabili oggetti sessuali.” (The policy of gender equality in Italy – Direttorato generale per le politiche interne del Parlamento Europeo, 2014. Autrice: Annalisa Rosselli, Università di Tor Vergata, Roma.)

Il che dimostra come i lentissimi avanzamenti nella storia dei diritti delle donne in Italia abbiano prodotto più carta (leggi) che cultura. E tuttavia, quel che ha garantito alle donne il veder riconosciuti determinati diritti fondamentali è stato storicamente il lavoro del movimento femminista italiano. Noi femministe non passiamo il tempo a cazzeggiare sui social media per “demonizzare” gli uomini (nessuna di noi considera “gli uomini” un monolito, riconosciamo le differenze fra loro e le apprezziamo senza smettere di riconoscere come iniquo il sistema che li privilegia), passiamo il tempo a cercare di costruire un mondo diverso da questo:

Novara, 22 luglio 2016: Litiga con la moglie e l’accoltella: lei fugge in strada e muore sotto gli occhi dei passanti. (Lui è tunisino, lei italiana)

Ravenna, 29 luglio 2016: Schiaffi, pugni, calci, cinghiate e perfino un fucile: così spaventava la moglie per costringerla ad avere rapporti sessuali con lui. (Sono entrambi italiani)

Roma, 29 Luglio 2016: Calci e pugni alla compagna davanti ai figli piccoli: arrestato 56enne. (Lui è italiano, lei polacca)

Salerno, 30 luglio 2016: Donna somala massacrata di botte: è in coma. (Lui è polacco)

Faenza, 31 luglio 2016: Picchia la moglie perché aveva piegato male i vestiti. (Lui è marocchino, lei italiana)

La Spezia, 31 luglio 2016: Danneggia finestre e scooter dell’ex fidanzata dando in escandescenze e cerca di entrare in casa, arrestato. (Sono entrambi italiani)

Catania, 31 luglio 2016: Donna sgozzata in casa dell’ex di una figlia. (Sono entrambi italiani)

Enna, 2 agosto 2016: A ottant’anni violenta bimba di 10 con la complicità del papà della piccola. (Sono tutti italiani)

Lucca, 2 agosto 2016: Gravissima donna data alle fiamme dall’ex. (Morirà il giorno dopo, 76^ vittima di femminicidio dell’anno. Sono entrambi italiani)

Torre del Greco, 2 agosto 2016: La madre si rifiuta di dargli i soldi per le sigarette, lui l’aggredisce e la manda in ospedale. (Sono entrambi italiani)

Caserta, 3 agosto 2016: Donna uccisa dal convivente con dodici coltellate alla schiena. (Sono entrambi italiani)

Roma, 3 agosto 2016: Perseguita ex compagna e cerca di imporle rapporti sessuali violenti. Fermato con cacciaviti, corda e lubrificante che a suo dire doveva “utilizzare” con la donna, dichiara che non appena uscito dalla stazione di polizia tornerà sotto casa di lei. Arrestato. (Sono entrambi italiani)

Scauri, 3 agosto 2016: Tenta di uccidere la ex moglie a martellate: arrestato. Poche ore prima gli era stata notificata la misura cautelare che gli vietava di avvicinarsi alla donna. (Sono entrambi italiani)

Milano, 4 agosto 2016: Torna dalla moschea accompagnata solo da amiche, il marito la prende a bastonate. La donna ha tre figli. Suo marito le proibisce di imparare l’italiano e di lavorare. (Sono entrambi marocchini)

Napoli, 4 agosto 2016: Vede la ex con un uomo e inizia a picchiare la donna. (Sono tutti italiani)

Padova, 4 agosto 2016: Violenta per due anni la figlia della compagna, a partire da quando la ragazzina ha 13 anni. (Sono tutti italiani)

Bologna, 5 agosto 2016: Uccisa in albergo dall’uomo con cui aveva avuto un rapporto a pagamento. (Sono entrambi italiani)

Genova, 7 agosto 2016: Pensionato uccide la moglie strangolandola. L’uomo era stato denunciato per maltrattamenti in famiglia nel 2012. Poche ore prima la donna aveva chiamato i carabinieri perché il marito la picchiava, i militari lo avevano calmato ed avevano lasciato l’abitazione. (Sono entrambi italiani)

Taranto, 7 agosto 2016: Violenza sessuale sulla paziente al pronto soccorso: arrestato un operatore del 118. (Sono entrambi italiani)

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