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Posts Tagged ‘eguaglianza’

balance for better

(il tema dell’8 marzo 2019: miglior bilanciamento, miglior mondo)

Lasciateci in pace. Non abbiamo bisogno di mimose ne’ di spogliarelli.

Un unico giorno in un anno intero non dovrebbe costituire una richiesta gravosa, fatta da “metà del cielo” all’altra metà.

Lasciateci in pace offline e online. Non mettetevi a chiedere “quand’è la festa dell’uomo” (l’8 marzo è il Giorno internazionale della Donna, non una festività da calendario), non fate salti mortali per negare le cifre della violenza e della diseguaglianza che ci colpiscono, non mandateci immagini pornografiche e messaggi idioti, non chiedeteci foto di nudo o spettacoli di “burlesque”.

State fuori dall’8 marzo. Non compilate liste su cosa la donna è o dovrebbe essere, non ingarbugliatevi in elucubrazioni ignoranti e arroganti sui ruoli “naturali”, non diffondetevi in geremiadi sulle orrende colpe del femminismo e sulla conseguente vostra dolorosissima condizione di friend-zonati / lasciati / separati / divorziati.

Per un giorno solo, state in disparte. Se non volete ascoltare – e dopotutto non ascoltate per i restanti 364 giorni – va benissimo, ma oltre alle orecchie chiudete anche la bocca e tenete le mani in tasca.

Prendetevi una pausa di 24 ore dalle molestie, dalle battute squallide, dagli insulti veri e propri, dalle aggressioni, dalle violenze sessuali. E non saltate fuori come pupazzi a molla per strillare “non tutti gli uomini”: primo, siamo capacissime di vedere e apprezzare le differenze; secondo, noi non possiamo dire lo stesso, perché TUTTE le donne subiscono forme di discriminazione.

L’ultimo rapporto al proposito (1° marzo) è della Banca Mondiale – non esattamente il quartier generale della rivoluzione femminista. La ricerca ha preso in esame 187 nazioni per scoprire… quello che sapevamo già sulla nostra pelle: le donne di media hanno solo 3/4 della protezione legale garantita agli uomini in ambito lavorativo; i nostri salari restano più bassi a parità di orario e mansioni; la nostra libertà di movimento è limitata dalla violenza, la quale è anche il maggior ostacolo alla nostra indipendenza economica.

La Banca Mondiale stima in oltre 140 trilioni di euro (un trilione equivale a mille miliardi) la perdita globale relativa al non avere parità fra donne e uomini sul lavoro: e sono proprio le leggi, dice lo studio, a impedire alle donne di agire a tutto campo: “L’eguaglianza di genere è una componente critica della crescita economica. – ha dichiarato alla stampa la presidente ad interim della Banca Mondiale, Kristalina Georgieva – Se le donne avessero eguali opportunità per raggiungere il loro pieno potenziale, il mondo non solo sarebbe più giusto, ma più prosperoso.”

Per un solo giorno, l’8 marzo, pensateci su e lasciateci in pace.

Maria G. Di Rienzo

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Forse ricordate il villaggio delle donne in Kenya, Umoja, fondato negli anni ’90 da una quindicina di sopravvissute alla violenza domestica fra cui la straordinaria Rebecca Lolosoli, attuale “presidente” del posto.

https://lunanuvola.wordpress.com/2013/12/31/e-questo-e-quanto/

Le donne Yazidi sfuggite alla guerra e alla schiavitù (in sintesi all’Isis) hanno fatto la stessa cosa nel nordest della Siria. Il villaggio si chiama Jinwar ed è stato inaugurato ufficialmente il 25 novembre 2018, Giorno internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E’ basato sull’eguaglianza di chi ci vive e il suo scopo è fornire alle donne un posto libero da violenza e oppressione: le abitanti non sono solo Yazidi e curde ma anche arabe, perché il villaggio accoglie qualunque donna in difficoltà e eventualmente i suoi bambini femmine e maschi.

murales a jinwar di bethan mckernan

Quello che segue è un brano dell’articolo “We are now free: Yazidis fleeing Isis start over in female-only commune” di Bethan McKernan per il Guardian, datato 25 febbraio; anche l’immagine del murale di Jinwar è sua.

“Durante il genocidio, gli uomini Yazidi furono radunati, uccisi a fucilate e abbandonati in fosse comuni. Le donne furono prese prigioniere allo scopo di essere vendute nei mercati di schiavi dell’Isis e molte passarono da un combattente all’altro subendo abusi fisici e sessuali.

Jinwar è una comune femminile, organizzata dalle donne della locale amministrazione curda per creare uno spazio in cui le donne potessero vivere “libere dalle costrizioni di strutture di potere oppressive come il patriarcato e il capitalismo”.

Le donne si sono costruite da sole le loro case, si fanno il pane, accudiscono il bestiame e coltivano la terra, cucinano e mangiano insieme. Davanti a pollo e riso, e più tardi a musica e danza, le residenti discutono di come se la stanno cavando i nuovi alberi appena piantati, albicocchi, melograni e ulivi.

“Abbiamo costruito questo posto da noi stesse, mattone dopo mattone. – dice la 35enne Barwa Darwish, che è venuta a Jinwar con i suoi sette figli dopo che il suo villaggio nella provincia di Deir Ezzor è stato liberato dall’Isis e suo marito, che si era unito alla lotta contro il gruppo, è morto in battaglia – Sotto l’Isis eravamo strangolate e ora siamo libere. Ma anche prima di questo, le donne stavano a casa. Non uscivamo e non lavoravamo fuori casa. A Jinwar, ho capito che le donne possono stare in piedi da sole.”

Jinwar è uscita dall’ideologia democratica che ha alimentato la creazione di Rojava, uno staterello curdo nella Siria nord orientale, sin da quando scoppiò la guerra civile nel 2011. L’area se l’è cavata largamente bene nonostante la presenza di nemici da ogni lato: l’Isis, le truppe del presidente siriano Bashar al-Assad e la Turchia, che vede i combattenti curdi come un’organizzazione terroristica.

La rivoluzione delle donne, com’è noto, è una parte significativa della filosofia di Rojava. Indignate dalle atrocità commesse dall’Isis, le donne curde formarono le proprie unità di combattimento. Più tardi, donne arabe e Yazidi si unirono a loro in prima linea per liberare le loro sorelle. Ma a casa, molte parti della società curda sono ancora profondamente conservatrici. Alcune delle donne ora a Jinwar sono fuggite da matrimoni imposti e abusi domestici. Queste dinamiche, così come l’eredità degli otto anni di brutale guerra in Siria, devono essere disimparate a Jinwar.

“Quando le famiglie arrivano, dapprima i bimbi arabi non vogliono giocare con quelli curdi. – dice Nujin, una delle volontarie internazionali che lavorano al villaggio – Ma in neppure due mesi si può già vedere il cambiamento. I bambini sono tutti più felici. Il villaggio è la miglior forma di riabilitazione per tutte le cose che queste famiglie hanno sofferto.”

Jinwar è ancora in costruzione: ci sono giardini da piantare e una biblioteca vuota che aspetta i suoi libri. La comunità sta tuttora vagliando idee. Oltre a quella di un centro di istruzione c’è l’idea di creare una piscina da utilizzare in estate. La maggioranza delle residenti la userebbe per la prima volta, giacché le piscine sono riservate agli uomini in gran parte del Medio oriente. Le donne hanno anche già votato per avere lezioni di guida e per dare inizio a un’attività commerciale di sartoria.”

Maria G. Di Rienzo

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ragazza impavida

La Ragazza Impavida parte per l’Australia.

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/03/16/la-ragazza-impavida/

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/06/01/non-ce-la-fanno-proprio/

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/20/una-nuova-casa-per-la-ragazza-impavida/

In occasione del prossimo 8 marzo, la statua sarà posizionata nella zona di Federation Square a Melbourne: poiché l’area copre tre ettari e qualcosa gli australiani stanno ancora discutendo il posto preciso, ma l’entusiasmo che circonda l’evento è già palpabile.

A pagare il biglietto, per così dire, alla nostra amica sono due Fondi pensionistici di investimento (Cbus e Hesta, quest’ultimo a maggioranza di clientela femminile) e lo studio legale Maurice Blackburn, attivo dal 1919 e il cui motto è “Lottiamo per ciò che è giusto”: lo studio ha in effetti vinto cause fondamentali per i diritti umani in Australia, fra cui quella per la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali.

Lo fanno perché:

“Sebbene stia in piedi in silenzio e sia alta poco più di un metro, la richiesta di cambiamento della Ragazza Impavida è stata udita in tutto il mondo.” David Atkin, Presidente Cbus.

“Avere l’iconica Ragazza Impavida in Australia è un meraviglioso e permanente richiamo all’audace e coraggioso perseguimento del cambiamento necessario per ottenere eguaglianza e salari eguali per le donne in Australia ora e per le generazioni a venire.” Debby Blakey, Presidente Hesta.

“La Ragazza Impavida sarà un promemoria per i luoghi di lavoro australiani del fatto che dobbiamo continuare la lotta per l’eguaglianza di genere, creando in essi cambiamenti per l’eguaglianza che tendano al meglio, e che dobbiamo agire su questo subito per le future generazioni di donne, incluso l’affrontare i divari radicati sui salari, l’aumentare il numero di donne nelle posizioni guida e il fornire ambienti di lavoro flessibili.” Jacob Varghese, Presidente “Maurice Blackburn”.

(Il divario sui salari in Australia vede ancora un 21,3% in più a favore degli uomini: a parità di qualifica e orario.)

con mamma kristen

La “mamma” della Ragazza Impavida, la scultrice Kristen Visbal – in immagine qui sopra – è ovviamente felice, ritenendo la sua creazione un “simbolo di cui c’è molto bisogno”: “Lei rappresenta ciò che ogni bambina può diventare. Il messaggio può essere iniziato come una dichiarazione su Wall Street, ma la statua vive ormai di vita propria.”

Maria G. Di Rienzo

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suonatrice di cornamusa

Il 25 gennaio scorso, il “Consiglio consultivo nazionale scozzese su Donne e Bambine” – composto da 16 membri e guidato dalla presidente Louise Macdonald – pubblica il suo primo rapporto annuale, che include 11 raccomandazioni su istruzione, cura dell’infanzia, sistema legale, eccetera. Lo trovate per intero qui:

https://onescotland.org/wp-content/uploads/2019/01/2018-First-Report-and-Recommendations.pdf

L’organismo è stato creato per informare il Primo Ministro su quali siano le cose da fare per contrastare le diseguaglianze di genere in Scozia. (Ho appena scorso gli impegni pubblici di Conte sul sito del nostro governo: non fatevi illusioni, non c’è nulla del genere all’orizzonte.)

Il rapporto si apre con un estratto di “Hopscotch” (è il nome inglese del gioco che noi chiamiamo “campana”), una poesia di Nadine Aisha Jassat che dà conto di tutti gli insulti sessisti, misogini e razzisti che gli uomini rivolgono abitualmente per strada a lei e ad altre donne:

Tua mamma se la fa con i pakistani.

Io ho quattordici anni.

Troia.

Lei ne aveva 43.

Sgualdrina.

Non si tratta solo di me.

E’ come se queste parole fossero dei martedì,

ce n’è una ogni settimana.”

Nella premessa c’è anche il “manifesto” del Consiglio, che val la pena di leggere: “Per generazioni, la nostra storia è stata scritta da un solo genere. Un’unica prospettiva, un’unica visione, solo la metà della popolazione. Metà della Storia manca. Per anni e anni abbiamo lottato per il cambiamento. Ma adesso è il momento di cambiare sul serio, per disegnare un futuro dove la diseguaglianza di genere sia una curiosità storica. Con le voci di tutte/i vogliamo creare una Scozia dove siamo tutte/i uguali – con un futuro di eguaglianza. Insieme, siamo la generazione uguale.

Le raccomandazioni si basano sullo studio estensivo che il Consiglio ha svolto sulla Scozia, ma Louise Mcdonald è convinta (a parer mio a ragione) che i suoi risultati entreranno in risonanza con le donne ovunque: “Sappiamo dalla crescita di movimenti globali come #MeToo e #TimesUp che c’è una vera brama di cambiamenti radicali per l’eguaglianza di donne e bambine. Le raccomandazioni del Consiglio si concentrano sul cambiamento di sistema, perché è cambiando sistemi che i comportamenti cambiano e ciò conduce a cambiamenti nelle attitudini e nella cultura.”

Le barriere e le problematiche evidenziate durante la ricerca vanno dalla misoginia quotidiana (molestie, violenza domestica, bullismo, violenza sessuale) alla svalutazione del lavoro femminile e allo sproporzionato impatto sulle donne delle misure di austerità economica.

Le misure richieste al Primo Ministro affrontano tali questioni punto per punto. Indicano, ad esempio, come strutturare un modello procedurale per le vittime di violenza di genere, di modo che non siano soggette a vittimizzazione secondaria e abbiano pieno accesso a una consulenza legale qualificata; disegnano la creazione dell’Istituto “Cos’è che funziona?” per sottoporre a test i metodi con cui cambiare l’atteggiamento dell’opinione pubblica sull’eguaglianza di genere e i metodi per introdurre eguaglianza nel sistema scolastico, nonché per raccogliere dati su come i media hanno impatto sulle attitudini rivolte a donne e bambine; vogliono due mesi di congedo – non retribuiti in caso di non utilizzo – per i neo-padri e 50 ore settimanali di servizi gratuiti per l’infanzia, diretti a bambini/e fra i sei mesi e i cinque anni d’età.

“Fondamentalmente – spiega ancora Louise Mcdonald – la cosa riguarda il potere. Chi ce l’ha. Chi è disposto – e chi non è disposto – a condividerlo e a cederlo. Al di là delle raccomandazioni specifiche che facciamo nel rapporto, stiamo anche chiedendo a tutti in Scozia di agire in modo diverso. Perché non si tratta solo di cosa facciamo, ma di come lo facciamo. Ognuno di noi deve assumersi responsabilità personale e impegnarsi a non essere più un testimone silenzioso ogni volta in cui si imbatte nella diseguaglianza di genere. Come Consiglio, noi crediamo questa sia l’istanza fondamentale più urgente della nostra epoca. Crediamo anche che ognuno di noi possa operare una differenza. Nessuno ha la “risposta perfetta” ma insieme troveremo soluzioni più velocemente.”

Maria G. Di Rienzo

P.S. “Scotland the Brave”, e cioè “Scozia la coraggiosa” è una sorta di “inno non ufficiale” per il Paese (ed è spesso usato per le marce militari). La melodia, per cornamusa, cattura immediatamente l’attenzione e risulta struggente e combattiva al tempo stesso. Qui sotto c’è la performance di “Scotland the Brave” eseguita da una – bravissima – donna scozzese a Perth.

https://www.youtube.com/watch?v=Dt4qzw7viIc

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(brano tratto da: “Breaking Out of the Domination Trance”, di Riane Eisler per Kosmos – inverno 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta della trascrizione dell’intervento di Eisler al Summit 2018 sulla Sicurezza in Irlanda. Riane Eisler è presidente del “Center for Partnership Studies”, femminista, avvocata per i diritti umani di donne e bambine/i, autrice di libri tradotti in tutto il mondo: l’immagine la ritrae con uno di essi. Il suo sito è rianeeiesler.com )

riane

(…) In numero sostanziale stiamo cominciando a emergere da quella che io chiamo la “trance del dominio”, una trance perpetuata da tutte le nostre istituzioni, i nostri sistemi di credenze, da ambo le nostre narrative – popolare e scientifica, e persino dal nostro linguaggio, perciò stiamo solo cominciando a vedere qualcosa che, una volta articolato, può apparire ovvio: che i modi in cui una società costruisce i ruoli e le relazioni fra le due forme base della sua specie – maschile e femminile – così come costruisce le relazioni durante la prima infanzia, sono in effetti istanze sociali che hanno impatto diretto sul fatto che tutte le nostre istituzioni sociali (dalla famiglia all’istruzione, dalla religione alla politica e all’economia) siano egualitarie o diseguali, autoritarie o democratiche, violente o nonviolente. (…)

Nessuna società è un sistema di assoluto dominio o assoluta cooperazione; si tratta di un continuum cooperazione-dominio. Ma voglio darvi brevemente qualche esempio di società contemporanee che sono vicine all’estremità del dominio della bilancia sociale. Sono società molto differenti se le osserviamo solo attraverso le lenti delle categorie sociali convenzionali: la Germania nazista di Hitler, un società di destra occidentale e laica; la Corea del Nord di Kim Jong-un, una società di sinistra orientale e laica; i Talibani dell’Afghanistan, una società orientale religiosa; i regimi teocratici a cui aspirano i fondamentalisti religiosi occidentali.

Nonostante tutte le loro differenze, queste società condividono la configurazione chiave del dominio:

* Consistono di gerarchie di dominio, non solo nello Stato ma anche nella famiglia e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Sostengono un sistema di valori basato sul genere. Danno un rango superiore al maschile sul femminile, con rigidi stereotipi su femminilità e mascolinità e, tramite questi, svalutano qualsiasi cosa considerata “tenera” o femminile a livello culturale, come l’avere cura, il prestare assistenza e la nonviolenza, che sono considerate cose totalmente non appropriate per i “veri uomini”, vanno bene solo per gli “effeminati” o per le deboli sorelle, e non sono parte del sistema di valori guida in ambito sociale ed economico.

* La terza componente chiave delle configurazioni sociali del dominio – e queste componenti si sostengono l’una con l’altra – è la violenza condonata e idealizzata socialmente. Dal pestaggio di figli e moglie ai pogrom allo stato di guerra cronico, mantenere i rigidi ordinamenti superiore-inferiore del dominio (uomo sopra donna, uomo sopra uomo, razza sopra razza, religione sopra religione e così via) richiede un alto grado di violenza incorporata, inclusa la violenza contro donne e bambini che, qui, stiamo lavorando per lasciare indietro.

Al contrario, la configurazione chiave del sistema di cooperazione consiste di:

* Una struttura democratica ed egualitaria sia nella famiglia che nello Stato o tribù, e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Relazione paritaria d’eguaglianza fra donne e uomini e, con questo, alta valutazione delle caratteristiche e delle attività cosiddette “tenere” o femminili sia nelle donne sia negli uomini, così come nelle politiche sociali ed economiche.

* Un basso livello di violenza incorporata; c’è qualche forma di violenza, ma non è necessaria a mantenere gerarchie di dominio. I sistemi orientati alla cooperazione hanno anche gerarchie, ma sono gerarchie relative alla concretizzazione, dove il potere – come vediamo sempre di più mentre tentiamo di muoverci verso la cooperazione – non è potere sugli altri, ma potere di fare e potere con gli altri.

Di nuovo, le culture che si orientano verso il lato della cooperazione possono per altri aspetti essere molto diverse. Possono essere società tribali, come per i Teduray delle Filippine; società agrarie, come per i Minangkabau di Sumatra; possono essere società tecnologicamente avanzate come Svezia, Finlandia e Norvegia.

Voglio sottolineare che l’archeologia, lo studio delle mitologie, gli studi sul DNA, la linguistica e altre discipline stanno documentando ora che per la maggior parte dell’evoluzione culturale umana le società sembrano essersi orientate primariamente sulla bilancia sociale verso la cooperazione.

Non sto parlando solo delle migliaia di anni in cui gli esseri umani hanno vissuto in società che raccoglievano-cacciavano cibo, il che è ormai documentato assai scrupolosamente, sto parlando delle nostre primissime società agricole.

Per esempio, la città turca di Çatalhöyük, dove andando a ritroso di 8.000 anni non vi sono segni di distruzione dovuta a guerre; non vi sono segni di grosse disparità fra abbienti e meno abbienti negli oggetti rinvenuti nelle case e nelle tombe e, come ha notato Ian Hodder (l’archeologo che attualmente sta scavando a Çatalhöyük), questa era una società in cui le differenze sessuali non si traducevano in differenze di status o di potere. (…)

Il nostro compito è inaugurare un’intera nuova visione del mondo in cui le questioni che direttamente hanno effetto sulle vite, e troppo spesso sulle morti, della maggioranza dell’umanità – donne e bambini – siano riconosciute come fattori chiave per costruire un futuro più equo, più sostenibile e più sicuro.

La prima pietra angolare: Relazioni nell’infanzia

Sappiamo dalla neuroscienza che quel che i bambini sperimentano e osservano nelle loro famiglie e nelle altre relazioni precoci interessa niente di meno che il modo in cui il nostro cervello si sviluppa e queste esperienze e osservazione sono direttamente modellata dal grado in cui un ambiente culturale si orienta verso la cooperazione o verso il dominio.

Considerate che quando relazioni familiari basate su violazioni croniche dei diritti umani sono considerate normali e morali, esse forniscono modelli per condonare violazioni simili in altre relazioni. E se queste relazioni sono violente, i bambini apprendono che la violenza di chi ha potere su chi ne ha meno è accettabile nel maneggio dei conflitti o problemi e per mantenere o imporre controllo. Non apprendono questo solo a livello emotivo e mentale, ma a livello neurale.

Questo è il motivo per cui le relazioni nell’infanzia sono così importanti e il motivo per cui abbiamo bisogno di una campagna globale per mettere fine alla pandemia di tradizioni di abuso e violenza nei confronti dei bambini.

La seconda pietra angolare: Relazioni di genere.

Come una società costruisce i ruoli e le relazioni delle due forme base dell’umanità – donne e uomini – non ha effetto solo sulle individuali opzioni di vita per donne e uomini, ha effetto sulle famiglie, sull’istruzione, sulla religione, sulla politica, sull’economia: ciò che consideriamo di valore o non di valore e ciò che crediamo sia morale o sia immorale.

Mentre il movimento globale delle donne si diffonde, più uomini hanno cura dei piccoli, più donne entrano in posizioni guida economiche e politiche, ma è tutto troppo lento. Ci stiamo mettendo troppo anche a cancellare la pandemia globale di discriminazione, abuso e violenza contro le donne che ho documentato in molti miei lavori.

Ciò di cui abbiamo urgentemente bisogno – e, di nuovo, ciò accadrà solo se lo faremo accadere – è una campagna globale per relazioni di genere eque e nonviolente. Ciò ci porta alla terza pietra angolare per costruire una società di cooperazione.

La terza pietra angolare: Relazioni economiche.

Le quattro fondamenta sono interconnesse e si rinforzano reciprocamente, perciò voglio cominciare con i nostri sistemi di valori sul genere e su come la svalutazione delle donne e del “femminile” abbia impatto diretto sulla generale qualità della vita in una società. C’è evidenza empirica di ciò in numerosi studi, i quali confermano come i Paesi che hanno un basso divario di genere sono anche i Paesi che hanno più successo economico.

Una ragione ovvia è che le donne sono metà della popolazione. Ma ce n’è un altra: sino a che metà dell’umanità a cui sono associati valori come cura, compassione e nonviolenza resta subordinata e esclusa dall’amministrazione sociale, così lo saranno questi valori.

Di conseguenza, gli attuali sistemi economici – siano capitalisti o socialisti – non sono capaci di affrontare le sfide senza precedenti che abbiamo di fronte a livello economico, ambientale e sociale. Sia il capitalismo sia il socialismo non solo vengono dall’era industriale, e noi siamo ormai ben avanti nell’era post-industriale, ma entrambi sono emersi in epoche che li hanno orientati notevolmente di più, nel continuum, verso il lato del dominio

Perciò, mentre possiamo voler conservare qualsiasi elemento di cooperazione vi sia nelle teorie capitaliste e socialiste, dobbiamo andare oltre entrambe verso quella che io chiamo “economia di cura”. Capisco che la gente resta allibita nel sentire “cura” e “economia” nella stessa frase, ma non è questo un terribile commento su come siamo stati socializzati ad accettare che i sistemi economici debbano essere diretti da valori insensibili?

Questo deve cambiare e un primo passo per il cambiamento è come misuriamo la salute economica. Perché ora sappiamo che se il valore del lavoro di cura nelle case fosse incluso nel PIL costituirebbe non meno del 30/50% di esso. In effetti, investire nella cura è molto redditizio, non solo in termini umani e ambientali ma puramente finanziari. Le nazioni nordiche erano così povere all’inizio del ventesimo secolo da soffrire di carestie, ma le loro successive politiche di cura furono un investimento chiave: oggi queste nazioni non solo hanno i più bassi tassi di divario di genere, ma regolarmente hanno alti posti in classifica nei rapporti sulla competitività economica del World Economic Forum.

Svezia, Norvegia e Finlandia hanno ora generalmente alti standard di vita per tutti, senza divari enormi fra abbienti e meno abbienti; hanno molta più equità di genere sia nella famiglia che nella società, perciò le donne sono circa metà del Parlamento nazionale. Per quel che riguarda la violenza, sono state pioniere sugli studi di pace e hanno emesso le prime leggi che proibiscono le punizioni fisiche ai bambini nelle famiglie.

Quel che vediamo qui è un forte movimento verso la configurazione della cooperazione – e una grossa parte di questa configurazione avviene perché avendo le donne status più alto queste nazioni danno maggior valore a caratteristiche e attività stereotipicamente femminili come sostegno, nonviolenza, cura; hanno congedi di maternità/paternità pagati generosamente, servizi per l’infanzia di alta qualità e universalmente accessibili; assistenza dignitosa agli anziani e altre politiche di cura. E questa configurazione sociale di cooperazione sostiene uno stile di vita più equo, pacifico, prosperoso e sostenibile. Ciò mi porta alla quarta pietra angolare: perché avreste mai saputo qualcosa di tutto questo dalle nostre narrazioni convenzionali?

La quarta pietra angolare: Narrative e linguaggio.

Le vecchie storie che abbiamo ereditato da tempi di dominio più rigido idealizzano la conquista e la dominazione – di persone o della natura – come mascoline, desiderabili e inevitabili. Queste storie non sono solo incapaci di adattamento, sono inaccurate. Noi esseri umani abbiamo un’enorme capacità di consapevolezza, cura e creatività, ma esse sono inibite o distorte in ambienti che privilegiano il dominio sulla cooperazione.

Per cui sta a noi, a voi, cambiare queste vecchie storie e questo è un tema portante in tutti i miei libri, perché noi umani viviamo di storie!

Dobbiamo anche operare cambiamenti nel linguaggio. Stante la nostra eredità culturale di dominio, non dovrebbe sorprenderci che le sole categorie in cui la nostra lingua descrive le relazioni di genere siano patriarcato e matriarcato. E questo cosa ci dice? Che le nostre uniche alternative sono: o comandano gli uomini o comandano le donne. La lingua che abbiamo ereditato da epoche di dominio più rigido non ha parole per descrivere relazioni di genere egualitarie, e questa è la ragione per cui il nuovo linguaggio della cooperazione è così essenziale.

(Ndt. Quel che io ho tradotto come “cooperazione” si poteva anche rendere come “mutualità”.)

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Malala Yousafzai, Premio Nobel per la Pace, attivista pakistana per l’istruzione e l’eguaglianza di genere, sopravvissuta alla pallottola sparatale in testa da un talebano, ha oggi 21 anni e studia filosofia e economia a Oxford.

malala australia

Il 10 e 11 dicembre 2018 era in Australia (dopo essere passata da Canada, Libano e Brasile) per parlare agli/alle studenti di Sydney e Melbourne, incoraggiandoli a usare i loro studi come mezzo per trovare e seguire le loro passioni e abilità. Ha ringraziato una volta di più suo padre per aver rigettato il bando imposto dai talebani sull’istruzione femminile e per averla sempre incoraggiata a usare la propria voce; ha ringraziato il movimento #MeToo per aver sollevato le questioni relative al sessismo nei paesi occidentali: “In occidente la faccenda non era mai stata menzionata prima in tale modo. Spero che renderà le persone consapevoli che si tratta di un’istanza globale e metterà in luce la discriminazione che le donne affrontano. La minor rappresentanza politica (delle donne) e le diseguaglianze sono globali.”

E ha detto anche: “Io prendo posizione per i 130 milioni di bambine che non hanno istruzione perché sono stata una di loro. E’ l’istruzione che permette alle bambine di fuggire dalla trappola della povertà e di guadagnare indipendenza e uguaglianza.

Ho cominciato a farmi sentire quando avevo 11 anni. Voi potete cambiare il mondo, quali che siano la vostra età, il vostro retroscena, la vostra religione. Credete in voi stessi e potete cambiare il mondo.

Maria G. Di Rienzo

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L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – più esattamente il suo centro per lo sviluppo che comprende il Social Institutions and Gender Index, in sigla Sigi – ha reso noto ieri, 7 dicembre, il suo rapporto 2018 sulla discriminazione di genere che colpisce donne e bambine in tutto il mondo. L’Indice Sigi ha valutato 180 nazioni (60 non sono state in grado di fornire dati sufficienti e non sono state incluse nella classificazione finale) su quattro dimensioni della vita di una donna: i suoi diritti all’interno della famiglia, la sua integrità fisica (diritti alla salute, sessuali e riproduttivi), il suo accesso a risorse (possesso della terra, diritti sul lavoro) e la sua rappresentazione politica (diritti civili).

Il nocciolo della notizia è che i diritti umani delle donne avanzano con lentezza da lumaca artritica, o non avanzano affatto. Per esempio, il titolo che il Guardian dà al pezzo scritto (molto bene) al proposito da Kate Hodal è: “Non un mondo da lasciare ai nostri figli”. Citazione dall’articolo: “41 paesi riconoscono solo gli uomini come capifamiglia; 27 paesi richiedono ancora, per legge, che le mogli obbediscano ai loro mariti; 24 paesi richiedono alle donne di avere il permesso del marito o di un tutore legale di sesso maschile (tipo fratello o padre) per poter lavorare.”

Il rapporto chiarisce in modo inequivocabile che più deboli sono i diritti garantiti alle donne e alle bambine nelle quattro aree succitate, più esse sono vulnerabili a svariate forme di violenza di genere, ma sottolinea anche che le norme sociali possono notevolmente vanificare le legislazioni al proposito (esse hanno infatti visto globalmente un aumento, ma non sono riuscite a raddrizzare le situazioni in modo soddisfacente).

Sebbene lo Yemen si piazzi per la seconda volta – il rapporto precedente risale al 2014 – al primo posto nella classifica della discriminazione di genere, seguito da Pakistan, Iran, Giordania, Guinea, Libano, Bangladesh, Iraq, Afghanistan e Filippine, la ricercatrice Rachel George del britannico Overseas Development Institute ha giustamente sottolineato come i dati del Sigi aiutino “a chiedere il conto” anche ai paesi occidentali, i quali “non devono credere che la situazione non li riguardi”: “Ogni singolo paese ha qualche forma di discriminazione che va avanti in qualche modo e alcune di esse sono pervasive, perciò tenere tutti sotto esame è estremamente importante.”

Sullo stesso tasto ha premuto Bathylle Missika, capo della divisione di genere dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: “Sappiamo che far evolvere le norme sociali è difficoltoso, sono necessarie diverse angolazioni di lavoro su leggi e norme e non è perché hai le prime poi hai anche le altre. Questo è quel che la gente deve capire: non esiste un approccio definitivo quando si tratta dell’implementazione del numero cinque – eguaglianza di genere – degli obiettivi di sviluppo sostenibile. E’ un approccio che investe la società nella sua interezza e gli interventi devono essere diretti all’intero ciclo della vita delle donne.”

La questione è: quanto gliene importa al governo della nazione X che organismi internazionali di alto livello gli dicano “Guarda i dati, stai trattando le donne in maniere che vanno dall’ignobile al terrificante.”? Pochissimo, poiché le ricerche non implicano sanzioni e può comunque rispondere di aver firmato il tal trattato e varato la tal legge, o che cambiare sarebbe “non rispettoso” della “cultura” del suo paese (capite, se da trecento anni impaliamo bambine ciò da orrore si muta in un’onorevole tradizione non discutibile). Ecco dove entra in scena l’attivismo.

Sono i gruppi femministi e quelli della società civile attenti ai diritti umani che devono prendere queste ricerche e dar loro una dimensione fatta di dimostrazioni, petizioni, disobbedienza civile e resistenza. Il cambiamento è sempre e solo nelle nostre mani.

Maria G. Di Rienzo

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