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Posts Tagged ‘eguaglianza’

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – più esattamente il suo centro per lo sviluppo che comprende il Social Institutions and Gender Index, in sigla Sigi – ha reso noto ieri, 7 dicembre, il suo rapporto 2018 sulla discriminazione di genere che colpisce donne e bambine in tutto il mondo. L’Indice Sigi ha valutato 180 nazioni (60 non sono state in grado di fornire dati sufficienti e non sono state incluse nella classificazione finale) su quattro dimensioni della vita di una donna: i suoi diritti all’interno della famiglia, la sua integrità fisica (diritti alla salute, sessuali e riproduttivi), il suo accesso a risorse (possesso della terra, diritti sul lavoro) e la sua rappresentazione politica (diritti civili).

Il nocciolo della notizia è che i diritti umani delle donne avanzano con lentezza da lumaca artritica, o non avanzano affatto. Per esempio, il titolo che il Guardian dà al pezzo scritto (molto bene) al proposito da Kate Hodal è: “Non un mondo da lasciare ai nostri figli”. Citazione dall’articolo: “41 paesi riconoscono solo gli uomini come capifamiglia; 27 paesi richiedono ancora, per legge, che le mogli obbediscano ai loro mariti; 24 paesi richiedono alle donne di avere il permesso del marito o di un tutore legale di sesso maschile (tipo fratello o padre) per poter lavorare.”

Il rapporto chiarisce in modo inequivocabile che più deboli sono i diritti garantiti alle donne e alle bambine nelle quattro aree succitate, più esse sono vulnerabili a svariate forme di violenza di genere, ma sottolinea anche che le norme sociali possono notevolmente vanificare le legislazioni al proposito (esse hanno infatti visto globalmente un aumento, ma non sono riuscite a raddrizzare le situazioni in modo soddisfacente).

Sebbene lo Yemen si piazzi per la seconda volta – il rapporto precedente risale al 2014 – al primo posto nella classifica della discriminazione di genere, seguito da Pakistan, Iran, Giordania, Guinea, Libano, Bangladesh, Iraq, Afghanistan e Filippine, la ricercatrice Rachel George del britannico Overseas Development Institute ha giustamente sottolineato come i dati del Sigi aiutino “a chiedere il conto” anche ai paesi occidentali, i quali “non devono credere che la situazione non li riguardi”: “Ogni singolo paese ha qualche forma di discriminazione che va avanti in qualche modo e alcune di esse sono pervasive, perciò tenere tutti sotto esame è estremamente importante.”

Sullo stesso tasto ha premuto Bathylle Missika, capo della divisione di genere dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: “Sappiamo che far evolvere le norme sociali è difficoltoso, sono necessarie diverse angolazioni di lavoro su leggi e norme e non è perché hai le prime poi hai anche le altre. Questo è quel che la gente deve capire: non esiste un approccio definitivo quando si tratta dell’implementazione del numero cinque – eguaglianza di genere – degli obiettivi di sviluppo sostenibile. E’ un approccio che investe la società nella sua interezza e gli interventi devono essere diretti all’intero ciclo della vita delle donne.”

La questione è: quanto gliene importa al governo della nazione X che organismi internazionali di alto livello gli dicano “Guarda i dati, stai trattando le donne in maniere che vanno dall’ignobile al terrificante.”? Pochissimo, poiché le ricerche non implicano sanzioni e può comunque rispondere di aver firmato il tal trattato e varato la tal legge, o che cambiare sarebbe “non rispettoso” della “cultura” del suo paese (capite, se da trecento anni impaliamo bambine ciò da orrore si muta in un’onorevole tradizione non discutibile). Ecco dove entra in scena l’attivismo.

Sono i gruppi femministi e quelli della società civile attenti ai diritti umani che devono prendere queste ricerche e dar loro una dimensione fatta di dimostrazioni, petizioni, disobbedienza civile e resistenza. Il cambiamento è sempre e solo nelle nostre mani.

Maria G. Di Rienzo

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Gender-related killing of women and girls

L’UNODC – Ufficio delle Nazioni Unite su droga e prevenzione del crimine ha reso pubblica, il 25 novembre u.s., la parte della sua ricerca sull’omicidio a livello globale che riguarda donne e bambine. Potete trovarla qui:

https://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/GSH2018/GSH18_Gender-related_killing_of_women_and_girls.pdf

Gli articoli di presentazione e commento che io ho visto avevano quasi tutti un titolo del tipo “La casa è il posto più pericoloso per una donna”. Su 87.000 donne uccise l’anno scorso, il 58% (circa 50.000) sono morte per mano di partner o di membri della loro famiglia: “Ciò significa che circa 6 donne ogni ora sono uccise da persone che conoscono.”

Secondo lo studio, negli ultimi anni non sono stati raggiunti progressi tangibili per salvare le vittime del femicidio / femminicidio, neppure in presenza di leggi e programmi contro la violenza di genere. Gli omicidi di donne appaiono direttamente legati al loro status e al loro ruolo nella società in cui vivono e se quest’ultima continua a essere la fiera dell’esaltazione della violenza maschile accoppiata all’oggettivazione sfrenata delle donne, be’, l’UNODC rilascerà un rapporto identico l’anno prossimo, e quello dopo ancora e così via.

Nel frattempo, chiede miglior coordinazione fra le polizie e i sistemi giudiziari, sanitari e sociali; raccomanda istruzione all’eguaglianza di genere sin dall’infanzia – e sottolinea quanto quest’ultima sia importante per coinvolgere gli uomini nella soluzione del problema.

Tradotta per l’Italia, purtroppo, l’educazione all’eguaglianza di genere diventa “Giù le mani dai bambini”, “Complotto”, “Ideologia gender”, “ddl Pillon” + preti, “sentinelle”, vigilantes, misogini e sessisti di ogni credo politico, età e provenienza geografica, mentre su Netflix la serie “Baby” ci spiegherà “la ricerca di se stessi tra sesso a pagamento ed eccessi” (ovvero quant’è bella la prostituzione minorile).

Maria G. Di Rienzo

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16 days

La violenza contro donne e bambine è una delle più comuni e prevalenti violazioni dei diritti umani al mondo. L’abuso fisico e/o sessuale che una donna su tre subisce durante l’arco della sua esistenza non danneggia solo la sua salute e la sua sicurezza, ne limita la partecipazione sociale e politica, impedisce o restringe la sua presenza sul mercato del lavoro e ha ricadute non solo sulle sue relazioni umane ma proprio sulla democrazia, l’economia, la finanza ecc. del suo paese.

Da domani, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne, partono i consueti “16 giorni di attivismo” che avranno termine il 10 dicembre, Giorno internazionale dei diritti umani. La campagna ebbe inizio nel 1991 grazie al Center for Women’s Global Leadership (Centro per la leadership globale delle donne). Il focus di quest’anno è sulla violenza all’interno del mondo del lavoro.

27 anni di campagne sono tanti. Le attiviste spiegano perché ciò è ancora necessario:

La violenza comincia con la discriminazione – Hela Ouennich, dott. in medicina, Tunisia:

“Molte persone si concentrano sulla punta dell’iceberg. Si mobilitano solo quando la violenza è estrema. La gente non sa che la violenza comincia con la discriminazione. Per me, la discriminazione di genere è una “malattia” che ha origini sociali. La maggioranza degli uomini e delle donne finiscono per esserne “portatori sani”. Se vogliamo combattere la violenza di genere, dobbiamo innanzitutto combattere gli stereotipi discriminatori che hanno le loro radici nella prima infanzia e sono difficili da contrastare.”

La violenza non è solo fisica – Mariam Shaqura, Direttrice per le istanze delle Donne della Mezzaluna Rossa per la Striscia di Gaza, Palestina:

“La gente tende a pensare che la violenza di genere comporti solo abuso fisico. Ma le sopravvissute spesso considerano l’abuso psicologico e le umiliazioni più devastanti dell’aggressione fisica.”

La legge non è sufficiente a fermare la violenza – Elvia Barrios, Giudice di Pace, Perù:

“Un comune fraintendimento sulla violenza è che la legge in se stessa possa risolvere il problema. Se le persone non comprendono in profondità la realtà sociale delle donne, se non visualizziamo le enormi e molteplici forme di violenza che esistono nel nostro ambiente, non otterremo grandi cambiamenti. Tutta la cittadinanza deve essere coinvolta nella lotta contro la violenza sulle donne – dalle case al sistema educativo e alle istituzioni. E’ ora di smantellare gli stereotipi che sostengono la violenza.”

La percezione della violenza deve cambiare – Tran Thi Bich Loan, Vice Direttrice del Dipartimento per l’eguaglianza di genere, Vietnam:

“L’idea che i perpetratori abbiano il diritto di commettere atti violenti ha normalizzato la violenza contro donne e bambine. La violenza non è parte della “natura” di un uomo. E’ qualcosa che è stato nutrito e tollerato. Il rispetto per il diritto di ognuno alla libertà e alla dignità deve cominciare dalle nostre azioni più piccole e semplici.”

La complicità culturale che crea e alimenta violenza deve cessare – Sagina Sheikh, attivista comunitaria (è un’adolescente e oltre a essere un’attivista contro la violenza di genere, sta affrontando ogni disagio dell’ambiente in cui vive, dal riciclo dei rifiuti al bisogno di installare impianti sanitari nelle case), India:

“La cultura popolare gioca un ruolo importante per perpetuare le molestie sessuali. I ragazzi spesso usano canzoni e film che promuovo lo stalking, o fanno riferimento alle ragazze come merci a disposizione, per giustificare il loro comportamento e fare commenti osceni. Si sentono mascolini solo quando tormentano le ragazze, ma sarebbero veramente tali se rispettassero il consenso e capissero che no significa no.”

I miti sulla violenza devono essere cancellati – Sevda Alkan, Forum dell’Università di Sabanci, Turchia:

“La gente pensa che se una donna ha un alto grado di istruzione o indipendenza economica non sarà soggetta ad alcuna forma di violenza. Non è vero. Raccomando a tutti di apprendere i fatti e i dati sulla violenza domestica e di condividerli ovunque.”

e Nadhira Abdulcarim, Ostetrica e ginecologa, Filippine:

“C’è un bel po’ di stigmatizzazione, nella nostra società, sull’abuso sessuale. Molte non denunciano perché è tabù, perché la reputazione tua e della tua famiglia ne soffrirebbe – non solo dei parenti stretti, persino la reputazione della famiglia estesa. Questa è l’istanza di cui mi sto occupando. Promuovere consapevolezza è cruciale.”

Il femminismo non ha mai ucciso nessuno – Paola Mera Zambrano, Consiglio nazionale per l’eguaglianza di genere, Ecuador:

“La violenza di genere contro le donne disabili è prevalente, ma come società non riconosciamo la sua esistenza perché farlo sarebbe riconoscere la crudeltà della società stessa. Ignoranza e pregiudizio sulle disabilità fungono da ostacoli all’azione e rinforzano i ruoli di genere cosiddetti tradizionali, facendo di “femminismo” una parola proibita. Però sino a questo momento il femminismo non ha ucciso nessuno, cosa che invece la mascolinità tossica fa ogni giorno.”

Maria G. Di Rienzo

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casa donne roma

Stamattina, l’appello su Change.org per assicurare un futuro alla Casa Internazionale delle Donne di Roma aveva raggiunto 100.737 firme. In esso si legge, fra l’altro: “(…) le donne che la animano hanno spiegato a noi, agli interlocutori istituzionali e a tutte/i coloro che hanno a cuore la sua esistenza, che la Casa ha pagato per tutti i 15 anni di gestione, buona parte del canone e ha sostenuto gli ingenti costi di manutenzione di cui uno stabile storico, quale è il complesso del Buon Pastore (un palazzo del 1660), necessita.

Il tutto senza contributi e finanziamenti pubblici, solo con l’autofinanziamento, rendendo così fruibile per la città questo splendido luogo: aperto, frequentabile, pieno tutti i giorni di attività e di servizi a disposizione delle donne, in particolare di quelle con minori possibilità. (…) La Casa, le associazioni e le tantissime donne che la abitano e la rendono fruibile devono essere messe in sicurezza, devono poter continuare ad agire e progettare il futuro. Per ottenere questo risultato, basterebbe applicare le leggi che consentono di concedere alla Casa Internazionale un canone gratuito, mettere a valore il ruolo sociale e culturale che la Casa svolge, riconoscere il pregio dell’opera di manutenzione e salvaguardia di un bene culturale della città e il prezioso contributo dei servizi che alla Casa le donne trovano e quindi anche ristrutturare il debito, a partire dal riconoscimento della sua reale entità.”

Su Repubblica di ieri, però, la sindaca di Roma Virginia Raggi così si esprime al proposito (l’enfasi su alcune parti del discorso è mia):

Noi abbiamo lottato per avere gli stessi diritti, non per avere privilegi, per me il femminismo è questo, non altro. Non si deve pensare che perché siamo donne abbiamo diritto di scavalcare leggi e regole. L’associazione Casa Internazionale delle Donne continua a non voler pagare neanche una piccola quota peraltro ulteriormente scontata: al posto del 20% devono pagare il 10% del canone di mercato. Parliamo di un prezzo irrisorio. Oggi ammonta a 900 mila euro e dovrebbero pagare molto di più. (…) Io non ho vissuto gli anni del femminismo, ma ci sono tante donne che ci hanno portato dove siamo oggi e io sono grata. Però io ricordo che abbiamo lottato per avere parità (di) diritti e doveri, non per avere privilegi.”

Virginia Raggi non sa cos’è il femminismo. Infatti, ne parla come di un fenomeno situato in un distante periodo storico, per il quale sarebbe (il condizionale è d’obbligo, stante ciò che ha detto) grata alle donne che hanno lottato per portarci dove siamo oggi. Prima necessaria correzione: il femminismo è vivo e vegeto – e scalciante, come si dice in inglese – in ogni parte del mondo.

In secondo luogo, è vero che senza il femminismo Raggi non ricoprirebbe il ruolo che ricopre attualmente, ma non è assolutamente vero che la parità di diritti e doveri fra donne e uomini sia stata raggiunta. Meno che mai in Italia (i dati vengono da Eurostat, Istat, World Economic Forum, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Agenzia Donne Nazioni Unite e fanno riferimento al 2017):

– il nostro paese ha “una delle forze lavoro femminili più basse in Europa e nei paesi sviluppati”, con meno della metà delle donne in età lavorativa effettivamente impiegate;

– circa il 62% del lavoro quotidiano delle donne non è pagato, a confronto del 30% che riguarda gli uomini;

– le donne in Italia lavorano di media più a lungo degli uomini, 512 minuti al giorno contro 453, e nel contempo hanno molte più probabilità di essere disoccupate o impiegate part-time;

– la percentuale di donne nel Parlamento italiano (31%) dice che la nostra nazione fa peggio di quanto facciano Ecuador, Angola e Bielorussia, solo per nominarne altre tre;

– il numero di primi ministri e presidenti italiani di sesso femminile è storicamente “a big fat zero” (come è definito nei documenti internazionali), uno zero bello tondo;

– le donne ammontano al 16% dei vertici decisionali e meno del 34% fa parte di consigli d’amministrazione (e questo nonostante sia stata introdotta una quota a norma di legge, temporanea, che richiede ai suddetti consigli di essere composti per almeno un terzo da donne);

– dal 2007 al 2017 la percentuale di femicidi / femminicidi è cresciuta di dieci punti percentuali, dal 24 al 34%;

– nel 2017 sono stati denunciati 4.261 casi di violenza sessuale su donne, ragazze e bambine; circa tre milioni e mezzo di donne italiane fra i 16 e i 70 anni d’età sono state vittime di stalking (due milioni e duecentomila da parte di un ex partner);

– circa metà delle donne adulte italiane ha fatto esperienza di qualche forma di molestia sessuale: otto milioni e duecentomila fra i 14 e i 65 anni;

– un milione e quattrocentomila, nella stessa fascia d’età, ha subito molestie sessuali o ricatti sessuali sul lavoro.

Potrei continuare, ma come lista di calci in faccia è già abbastanza lunga. Luoghi come la Casa Internazionale delle Donne di Roma lavorano per renderla più corta e infine per cancellarla del tutto. Dove li vede i privilegi, la sig.a Raggi? L’attivismo sociale femminista non può essere equiparato a una pizzeria o una boutique cianciando di canoni di mercato. Le vite delle donne – e degli esseri umani in generale – non hanno prezzo.

Maria G. Di Rienzo

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Dopo l’uscita (walkout) dagli uffici del suo personale in cinquanta città di tutto il mondo, Google ha annunciato che cambierà la propria politica sulle molestie sessuali sul lavoro, basata in precedenza su negoziazioni forzate, udienze segrete e richieste di firme su accordi di confidenzialità.

L’oltraggio è diventato pubblico quando un’indagine del New York Times ha rivelato che Google aveva pagato una buonuscita di 90 milioni di dollari a un alto dirigente, avendo giudicato credibili le accuse di molestie avanzate nei suoi confronti: ecco perché la seconda donna da sinistra, nell’immagine qui sotto, regge il cartello “Felice di mollare il lavoro per 90 milioni di dollari – Non sono richieste molestie sessuali”.

google walkout

L’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai, ha dichiarato di riconoscere che “non abbiamo fatto sempre le cose giuste in passato e siamo davvero spiacenti per questo. E’ chiaro che dobbiamo operare alcuni cambiamenti.” Nello specifico, intende migliorare i processi di indagine, condividere i dati sulle denunce di molestie e sui risultati dei suddetti processi, fornire sistemi di sostegno per le persone che denunciano e far passare la negoziazione privata da obbligatoria a facoltativa.

E’ pur sempre un primo passo per la compagnia che quest’anno ha cercato di ridurre al silenzio la sua impiegata Loretta Lee, ingegnera programmatrice di software, che aveva denunciato legalmente le molestie subite. Lee aveva descritto una cultura di complicità fra uomini, all’interno dell’azienda, che permetteva e incoraggiava giornalmente “commenti osceni, scherzi volgari e persino violenza fisica”.

Tuttavia, la Tech Workers Coalition (TWC), un’organizzazione sindacale che include impiegati di Google, fa notare che “chi è impiegato a part-time, i fornitori e i lavoratori autonomi continuano a non avere protezione adeguata dall’aggressione sessuale”: questo ampio segmento di forza lavoro è composto in modo sproporzionato da donne e persone di colore, non ha ricevuto la mail con cui Pichai annunciava il cambiamento ed è stato deliberatamente escluso da un incontro pubblico al proposito. La TWC dice che “ciò dimostra il sistema di caste dispiegato da Google, che non è in grado di proteggere i suoi impiegati e nostri colleghi. E’ impressionante come un’azienda che ama innovare manchi così tanto di prospettiva nel garantire a tutta la sua forza lavoro una dignità di base.”

Irrisolta appare pure la questione della discriminazione salariale, che è un problema crescente per le donne all’interno di Google, sebbene la compagnia avesse allegramente dichiarato in passato di aver “chiuso il divario di genere”: lo ha chiuso talmente bene che è in atto un’azione legale collettiva contro di essa (e chi sta facendo le indagini ritiene che le querelanti abbiano fornito prove sostanziali delle loro affermazioni).

Le organizzatrici e gli organizzatori del “walkout” vogliono in effetti che Google si occupi anche di questo. “Chiediamo una vera cultura di eguaglianza – ha dichiarato alla stampa una di loro, Stephanie Parker – e la dirigenza di Google può ottenerla mettendo un rappresentante dei lavoratori nel consiglio d’amministrazione e dando pieni diritti e tutele ai lavoratori a contratto, che sono i più vulnerabili e che in maggioranza sono donne di colore.” Non sappiamo come affronterà la seconda questione, ma sappiamo che sulla prima Pichai ha fatto orecchie da mercante.

Maria G. Di Rienzo

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Il motto che accompagna la rivolta è “scappa dal bustino” (o corsetto). Migliaia di video e post in cui le donne equiparano il “regime della bellezza” loro imposto a una forma di lavoro coatto per cui non ricevono compenso alcuno stanno sciamando lungo i social media. Le ribelli stanno distruggendo i cosmetici che hanno e si rifiutano di comprarne ancora; contestano gli standard per cui, per essere “carine”, devono avere pelle chiara, grandi occhi, naso all’insù, labbra siliconate, faccia piccola, lunghi stuzzicadenti al posto delle gambe e magrezza da campo di concentramento – sono gli standard che nel loro paese mettono un terzo delle giovani donne sotto i ferri del chirurgo plastico.

Il paese è la Corea del Sud e questa qui sotto è Cha Ji-won nel classico prima e dopo.

cha ji-won

Ji-won ha cominciato a truccarsi a 12 anni nel tentativo di somigliare all’irreale figurina proposta dai media e dalle industrie di cosmesi e moda e quando ha raggiunto i vent’anni spendeva ormai 100.000 won (circa 78 euro) al mese in prodotti per il trucco e si ossigenava i capelli. Adesso ha ventidue anni e nel mezzo del risveglio femminista in Corea, ha raccontato ai giornalisti del Guardian, ha deciso di buttare via tutto: “Mi sono sentita come se fossi rinata. C’è un limite all’energia mentale che una persona può usare in una giornata e io ne spendevo la maggior parte preoccupandomi di essere carina. Adesso uso quel tempo per leggere e per fare esercizio.”

L’iniziativa è del tutto coerente con la spallata che il movimento femminista ha dato alla società sudcoreana negli ultimi tempi, con le donne che sono scese più volte in strada chiedendo maggior eguaglianza e la fine delle molestie e delle aggressioni sessuali.

“Il movimento non solo mira a sfidare l’oggettivazione sessuale delle donne, ma anche a cambiare il loro status che ora le vede subordinate agli uomini. – ha spiegato Lee Na-young, docente di studi sulle donne all’Università Chung-An di Seul – Come risultato, non c’è solo il cambiamento di attitudine rispetto ai cosmetici, ma anche un cambiamento nel modo in cui le donne scelgono di vestirsi. Queste donne stanno facendo esperienza della liberazione e una volta che ne fai esperienza non torni più indietro.”

Sebbene non ci sia ancora modo di quantificare l’impatto della rivolta sui produttori coreani di cosmetici, già alcune ditte stanno progettando di aumentare le vendite di prodotti diretti agli uomini: credo sia la cosa giusta da fare – gli uomini hanno inventato gli standard, gli uomini li impongono e gli uomini ci guadagnano. Se i soldi finiscono per sborsarli loro, piuttosto che siano estorti alle donne strozzando le loro esistenze, tanto meglio.

Maria G. Di Rienzo

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unfpa 2018

Il 16 ottobre scorso è uscito il “Rapporto sullo stato della popolazione mondiale 2018”, a cura del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, illustrato sopra.

Per quel che riguarda i diritti riproduttivi e di salute delle donne, il potere decisionale evocato dall’immagine è ancora ristretto e irto di difficoltà. “La vera misura del progresso sono le persone in se stesse: – dice nel Rapporto la dott. Natalia Kanem – in special modo il benessere di donne e bambine, il loro godimento dei loro diritti e di piena eguaglianza, e le scelte di vita che sono libere di compiere.”

Qualche estratto, assemblato:

“Nel 1994, i governi si impegnarono a mettere le persone in grado di fare scelte informate sulla loro salute sessuale e riproduttiva riconoscendola questione di diritti umani fondamentali. 25 anni più tardi, l’universalità di tale condizione non è stata raggiunta.

Donne con necessità non soddisfatte di accesso a contraccezione moderna vanno incontro a più di quattro su cinque gravidanze indesiderate nei paesi in via di sviluppo. Ma le necessità non soddisfatte esistono in pratica ovunque, anche nei paesi a bassa fertilità.

Le donne hanno bisogno di conoscenza per esercitare i loro diritti riproduttivi e decidere se, quando e come restare incinte. Tale conoscenza dovrebbe essere impartita ai giovani prima che essi diventino sessualmente attivi. Ogni piano di studi scolastico dovrebbe comprendere educazione sessuale adeguata all’età ed esauriente su diritti, relazioni e salute sessuale e riproduttiva, con un’enfasi sull’eguaglianza di genere.

I deficit nei diritti delle donne sono strettamente legati a quelli nei diritti riproduttivi. La discriminazione di genere può precludere alle donne l’accesso ai servizi sanitari di cui hanno bisogno per fare le proprie scelte sulla contraccezione. Ove le donne sono subordinate in ambiente domestico o soggette a violenza di genere possono avere ben poco controllo sulla propria fertilità.

L’eguaglianza di genere dovrebbe essere sancita in ogni politica nazionale. Stanziamenti sensibili al genere, che selezionano le politiche per direzionarvi risorse pubbliche sulla base del loro contributo all’eguaglianza di genere, possono essere attrezzi importanti per velocizzare il progresso.

Il lavoro sulle norme sociali è pure essenziale. Sebbene le donne nel mondo siano sempre più consapevoli dei loro diritti, le attitudini che si riscontrano fra gli uomini restano le barriere principali. Le donne ovunque si fanno carico di una quota sproporzionata di lavoro di cura non pagato, il che può scoraggiarne alcune dall’avere quanti figli vogliono. Al contrario, per quelle che hanno più figli di quelli che desiderano, le richieste del lavoro domestico possono diventare un insormontabile ostacolo all’assicurarsi lavoro pagato o al partecipare alla vita comunitaria.”

Maria G. Di Rienzo

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