Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘eguaglianza’

(tratto da: “Opinion: Criminal justice system is failing women”, di Hilla Kerner – in immagine – per The Vancouver Sun, 6 novembre 2017. Hilla lavora per il Vancouver Rape Relief and Women’s Shelter. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

hilla

Noi, le donne che lavorano nei centri antistupro, non avevamo bisogno della campagna #MeToo (“Anch’io”) per sapere quanto comune è per le donne far esperienza di aggressione sessuale e stupro. Essere una bambina e una donna in questo mondo significa essere probabilmente assalite. Se siamo povere, indigene, donne di colore, o donne con disabilità cognitive o fisiche, è ancora più probabile che noi si sia aggredite sessualmente – è quasi garantito.

Il comune sessismo e il disprezzo delle donne in tutti gli aspetti delle nostre vite private e pubbliche insegnano agli uomini a vederci e trattarci come “cose” e non come completi esseri umani. La pornografia è devastante ed efficace come promozione e rinforzo della violenza sessualizzata degli uomini contro le donne. La prostituzione è una devastante ed efficace promozione della mercificazione della donne – l’uso delle donne come merci che possono essere comprate e vendute da uomini.

Noi usiamo spesso il termine “cultura dello stupro” per descrivere l’accettazione, la collusione, la promozione della violenza maschile contro le donne. E gli uomini usano la cultura dello stupro per sostenere la struttura dello stupro; una struttura che mantiene gli uomini in posizione di dominio e noi donne in posizione di sottomissione.

L’accumulazione e l’impatto di tutti gli stupri individuali che gli uomini commettono contro singole donne sostengono il potere di tutti gli uomini su tutte le donne. Naturalmente, sappiamo che non si tratta di ogni uomo. Sappiamo che non tutti gli uomini picchiano le loro mogli o comprano sesso o sono stupratori o pornografi. Ma è certo che molti uomini sono così.

Sappiamo questo grazie a tutte le donne che chiamano il nostro centro antistupro e altri centri, e grazie a tutte le donne che stanno vivendo nei nostri, e altri, rifugi. E ora, chiunque presti attenzione pure lo sa, grazie a tutte le donne che stanno dicendo #MeToo.

Noi crediamo che gli uomini possano cambiare. Noi crediamo che gli uomini possano fare meglio. Noi crediamo che gli uomini possano trattarci meglio. Ma non è probabile che cambino sino a che hanno il permesso e l’incoraggiamento a violare la nostra autonomia e integrità corporea.

Il modo per scuotere i pilastri della struttura dello stupro consiste nel far rispondere in termini di responsabilità gli uomini che commettono violenza contro le donne. Fino a questo momento, il sistema giudiziario ha mancato in tal senso. (…)

Rendere accessibili i dati del sistema giudiziario-penale rivelerà tutti i punti in cui fallisce quando tratta la violenza maschile contro le donne. E’ un primo cruciale passo che deve essere fatto se vogliamo vedere un qualsiasi cambiamento. E noi dobbiamo vedere del cambiamento, e dobbiamo vederlo presto. Abbiamo aspettato troppo a lungo.

Vogliamo la nostra sicurezza, la nostra eguaglianza e libertà, e le vogliamo ora.

Annunci

Read Full Post »

equal measures

“Le bambine e le donne affrontano difficoltà sproporzionate.

Una donna muore a causa di complicazioni durante la gravidanza o il parto ogni due minuti.

Di media, le donne guadagnano il 77% di quel che guadagnano gli uomini.

Le ragazze passano dal 30 al 50% di tempo in più dei ragazzi aiutando nei lavori domestici.

Ogni dollaro speso per la salute materna, dei neonati e dei bambini genererà 120 dollari.

Chiudere il divario di genere sul lavoro aggiungerebbe 28.000 miliardi di dollari all’economia globale.

Istruire le bambine nell’Africa sub-sahariana sino alla fine delle scuole secondarie salverebbe un milione e ottocentomila vite l’anno.

EGUAGLIANZA DI GENERE: UN DIRITTO FONDAMENTALE CHE BENEFICIA TUTTI NOI.”

Così si apre l’opuscolo “From evidence to action – Creating a world where no girl or woman is invisible” (“Dalle prove all’azione – Creare un mondo dove nessuna bambina/ragazza o donna sia invisibile”) a cura di Equal Measures 2030 (equalmeasures2030.org).

La sigla indica una cooperazione fra gruppi della società civile e del settore privato per facilitare il collegamento tra dati e fatti relativi alla diseguaglianza di genere ad azioni e campagne per il cambiamento. Equal Measures 2030 dichiara di voler lavorare con i movimenti per i diritti di bambine e donne (e infatti conta per esempio fra gli aderenti l’Asia-Pacific Resource and Research Centre for Women, l’African Women’s Development and Communication Network – FEMNET, l’International Women’s Health Coalition e Women Deliver) e pro diritti umani per potersi confrontare con i decisori avendo come base una banca dati sul genere più ampia e in grado di generare analisi migliori, usando il tutto per accelerare il progresso verso l’eguaglianza di genere.

team equal measures 2030 new york

(la presentazione del gruppo di New York nell’aprile 2017)

Ho delle perplessità sulle motivazioni del settore privato che partecipa a questa iniziativa (profitto) ma l’indipendenza economica resta un fattore chiave per le donne nel liberarsi da tutti i tipi di violenza di genere, perciò ecco l’appello finale:

“Come Equal Measures 2030 siamo impegnati a lavorare con un ampio spettro di individui e organizzazioni. Abbiamo fame di nuove idee, di ispirazione e innovazioni e non vediamo l’ora di lavorare insieme per informare, ispirare, co-creare, propugnare e potenziare.

Ci sono diversi modi in cui possiamo unire le forze. Diamo il benvenuto a persone singole interessate, alle ong, alle reti di base, alle compagnie, ai ricercatori, ai donatori, agli accademici, ai tecnici che si occupano di aggregare i dati, ai governi e alle aggregazioni multilaterali che vorranno mettersi in contatto con noi.” http://www.equalmeasures2030.org/

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(tratto da: From where I stand: “I have seen the impact women’s voices can have”, di Syar S. Alia – in immagine – per UN Women, 24 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Syar, 29enne, è direttrice artistica e scrittrice freelance. E’ un’attivista per l’eguaglianza di genere da quando era adolescente.)

Syar Alia

Per me, essere una giovane donna che vive in Malesia significa mantenere la rabbia per le discriminazioni e i danni che le donne fronteggiano su base giornaliera, senza esaurirmi.

Ogni giorno c’è qualcosa… un commento insensibile o assolutamente deleterio fatto da qualcuno – può essere un membro del Parlamento o un utente anonimo di internet – diretto alle donne e ai gruppi marginalizzati come le persone transessuali, le persone gay, i non-musulmani o i non-malesi.

La rabbia mi aiuta a muovermi in avanti, c’è così tanto da cambiare.

Partecipare al primo seminario “Giovani donne che attuano il cambiamento”, sostenuto dall’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, ha ampliato i miei orizzonti e mi aperto delle porte. Ho potuto imparare dalle mie pari e ho trovato maestre nelle attiviste per i diritti delle donne che erano più anziane e avevano più esperienza. (…)

L’anno seguente, sono diventata una delle facilitatrici per il seminario seguente. Insieme, abbiamo facilitato un dialogo intergenerazionale sulle questioni che ci riguardano. Abbiamo formato un collettivo per aumentare la consapevolezza sull’istanza delle molestie sessuali in Malesia.

Come giovane attivista, ho appreso molto dalle attiviste più anziane in Malesia. Ma a volte penso che le generazioni più vecchie sottostimino o non considerino abbastanza me e le mie coetanee a causa della percezione che hanno della nostra generazione.

Io sono una “millennial”, nata in un mondo in cui gli errori del passato sono ammassati contro di noi; le opportunità sono minori e le sfide sono più dure da affrontare a causa delle diseguaglianze incancrenite, come le esistenti e crescenti omofobia, razzismo, gli effetti persistenti del colonialismo e le enorme diseguaglianze economiche.

Ma ho sperimentato di prima mano l’impatto che le voci delle donne possono avere nel cambiare le dinamiche. Dobbiamo continuare a dare priorità ai diritti delle donne e a lottare per essi. Abbiamo bisogno di investire in donne di tutte le età, dar loro lo spazio per parlare, ascoltarle e dar loro potere affinché prendano la guida.

Read Full Post »

(“Legalise prostitution? We are being asked to accept industrialised sexual exploitation”, di Kat Banyard per The Guardian, 22 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Kat Banyard, nata nel 1982, è una scrittrice e un’attivista femminista, co-fondatrice e direttrice di UK Feminista. Il suo ultimo libro qui citato, “Pimp State: Sex, Money and the Future of Equality” è pubblicato da Faber e acquistabile online.)

pimp state

In questo momento, è in atto una spinta globale diretta ai governi affinché non solo tollerino, ma abilitino attivamente il commercio sessuale. La richiesta è chiara: decriminalizzate i tenutari dei bordelli, i magnaccia e altre “terze arti”, permettendo loro di profittare liberamente – e non smorzare di certo la domanda di commercio. Questa non è una banale indicazione politica. Le poste in gioco sono immense.

Il modo in cui rispondiamo sarà il metro di misura per quanto seriamente prendiamo la violenza contro le donne e la diseguaglianza che la sorregge. Perché ciò che ci è chiesto di fare è accettare e normalizzare lo sfruttamento industriale del sesso.

Nelle maniere in cui è commercializzato, il commercio di sesso si riduce al concetto di un prodotto molto semplice: una persona (di solito un uomo) può pagare per accedere sessualmente al corpo di un’altra (di solito una donna), la quale non vuole liberamente far sesso con lui. Egli sa che è così – altrimenti non dovrebbe pagarla per essere là. Il denaro non è coincidenza, è coercizione. E abbiamo un termine per questo: abuso sessuale. Indurre i governi a facilitare un mercato commerciale nello sfruttamento sessuale richiede perciò mascherarlo con miti quali: la domanda è inevitabile; il pagare per il sesso è una transazione del consumatore, non abuso; la pornografia è una mera “fantasia” e decriminalizzare l’intero commercio, incluso il mantenimento di magnaccia e bordelli, tiene le donne al sicuro.

Nel libro “Pimp State” (ndt. “Stato magnaccia”) mi sono messa in viaggio per scoprire la realtà dietro questi miti. Il viaggio mi ha portato in un bordello a più piani a Stoccarda, dove ho accompagnato Sabine Constabel, una locale assistente sociale del lavoro, mentre andava di stanza in stanza a informare le donne che c’era un medico disponibile a vederle quella sera. Tredici anni prima, il governo tedesco si era piegato alle richieste di decriminalizzare lo sfruttamento dei magnaccia e il possesso dei bordelli, di modo che questi potessero operare in modo aperto e legale, dovendo offrire meno dei requisiti richiesti per l’apertura di un ristorante

Constabel non ha avuto esitazioni quando le ho chiesto chi ha guidato gli sforzi affinché la prostituzione fosse riconosciuta come lavoro: “Sono stati i gestori dei bordelli… volevano queste leggi che permettono loro di guadagnare quanto più denaro possibile.” Queste leggi sono state di certo produttive per alcuni. La Germania è ora la sede di una catena dei cosiddetti “mega-bordelli” con un commercio sessuale del valore stimato di 16 miliardi di euro l’anno.

Le donne che Sabine e io incontrammo quella sera a Stoccarda vivevano e “lavoravano” nella loro stanza singola al bordello. Nessuna parlava tedesco come lingua madre ed erano tutte molto giovani – la maggioranza attorno ai vent’anni. Il proprietario faceva pagare loro la stanza 120 euro al giorno, il che si traduce nel dover compiere atti sessuali con quattro uomini ogni giorno solo per andare in pari.

“Ci sono giovani donne, qui, che dicono “Morirò in questo posto” – mi raccontò Sabine – Posso comprendere bene cosa intendono. Ci credo. Credo a quel che dicono sulla realtà del fatto che i “clienti” possono danneggiare le donne a un punto tale che non è possibile far tornare tutto alla normalità.”

Fare ricerca per “Pimp State” mi ha anche condotto a passare ore discorrendo con i “clienti” – i compratori di sesso – dopo aver messo un annuncio sul mio giornale locale in cui dicevo di cercare uomini disposti a parlare della ragione per cui pagano per il sesso. Basandomi sulla risposta che il mio annuncio ha avuto, non c’è scarsità di compratori di sesso disposti a rimuginare su quel che fanno. In effetti, il numero di uomini che pagano per il sesso nel Regno Unito è raddoppiato durante gli anni ’90 raggiungendo l’uno su dieci, con una ricerca effettuata su 6.000 uomini che ha scoperto come i più disponibili a pagare per il sesso fossero giovani professionisti con un alto numero di partner sessuali (non pagate).

Ho sentito una varietà di giustificazioni uscire dagli uomini con cui ho parlato del perché pagano donne per il sesso: “Non ho altra scelta… Al momento sono single perciò devo comprarlo.”; “E’ solo una cosa da maschi, in cui ne prendi più che puoi.”; “Penso sia solo una questione di fare il proprio dovere.”, per esempio. Quel che univa questi uomini, tuttavia, era un soverchiante senso di aver diritto all’accesso sessuale ai corpi delle donne.

Alcuni elaboravano esplicitamente sulla nozione di essere meri consumatori che si servivano di lavoratrici disponibili. Uno si lamentò delle occasioni in cui aveva ricevuto “poca qualità in cambio del denaro”, che definì come “loro chiaramente non ne godevano”. Un altro uomo descrisse l’aver pagato per il sesso con una donna che ovviamente non desiderava essere là come “un pessimo servizio, veramente pessimo.” Ricordò mentre mi parlava al telefono: “Siamo andati di sopra e come posso dirlo, lei era, tipo, molto distaccata. Molto fredda. E’ stato davvero deludente, nel senso che io stavo pagando… nessun toccamento nei posti che avrei voluto. Persino l’atto sessuale è stata una vera merda. Davvero molto, molto deludente.”

Soprattutto, il viaggio per disfare i miti che circondano il commercio di sesso mi ha portata all’inevitabile conclusione che il cambiamento è possibile, che non dobbiamo vivere all’interno delle storie culturali e legali preparate dai magnaccia e dai pornografi, che c’è un’alternativa. E l’alternativa è costituita dal coraggio e dalla compassione delle molte ispiranti attiviste da me incontrate mentre scrivevo il libro, coraggio e compassione che sono requisiti per giungere allo scopo.

Attiviste come Diane Martin (insignita dall’Ordine dell’Impero Britannico – ndt. nel 2013, per il suo lavoro di attivista contro la prostituzione) che dopo essere stata sfruttata nella prostituzione nella tarda adolescenza, ha passato circa vent’anni ad aiutare altre donne a uscire dal commercio e ora fa campagna per una legge abolizionista nel Regno Unito. Iniziato in modo pionieristico in Svezia, il quadro legale abolizionista lavora per mettere fine alla domanda di commercio sessuale. Criminalizza l’acquisto di sesso e il profitto di parti terze, ma decriminalizza completamente la vendita di sesso e fornisce sostegno e servizi d’uscita alle persone sfruttate tramite prostituzione.

Martin è inequivocabile sul perché un approccio abolizionista è necessario: “E’ la domanda che alimenta quello sfruttamento che è l’industria del sesso. Io voglio rendere in pratica impossibile al crimine organizzato, ai magnaccia e ai puttanieri di operare qui. Voglio essere parte di una società che rigetta l’idea di persone in vendita.”

Un commercio basato su uomini che pagano l’accesso sessuale ai corpi delle donne è fondamentalmente incompatibile con l’eguaglianza fra i sessi. Sta a noi assicurarci che l’eguaglianza vinca.

Read Full Post »

(brano tratto da: “Fathers Should Teach Their Daughters to Be Heroes” di Sambridhi, attivista femminista nepalese, per World Pulse, 12 luglio 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

padre e figlia sulla spiaggia

Un padre femminista è qualsiasi padre che dica a sua figlia, sin da tenera età, che lei può fare qualsiasi cosa. Un padre femminista è qualcuno che rinforza sua figlia passo dopo passo e le insegna a parlare per se stessa. Un padre femminista ama le sue figlie e riconosce l’importanza di crescerle in modo che non accettino stronzate da nessuno. Un padre femminista può non essere sempre presente per dar man forte alla figlia, ma si è assicurato che sua figlia sapesse come essere la super-eroina di se stessa. Lui non mette i figli maschi davanti alle figlie. Crede e pratica semplicemente l’eguaglianza. (…)

Abbiamo bisogno di più padri che non limitino le loro figlie, che le incoraggino ad assumere rischi e a imparare dai propri errori. I padri in tutto il mondo dovrebbero ricordare alle figlie che il loro genere non è inteso a tenerle indietro. I padri dovrebbero insegnare alle loro giovani figlie a sognare di essere differenti: non solo principesse, ma guerriere, avventuriere, viaggiatrici, intellettuali e eroine. Le figlie possono essere eroine che lottano per quel che è giusto, eroine che salvano il mondo.

Se sei il padre di una bambina, dille che credi in lei e nei suoi grandi poteri, dille che credi lei possa diventare qualsiasi cosa. Se lo fai, il mondo vedrà di certo molta più magia.

Read Full Post »

(“Women continue to influence society and politics in the DRC”, di Selvi Albayrak per Kvinna till Kvinna, 27 aprile 2017, trad. Maria G. Di Rienzo)

solange

“Per raggiungere l’eguaglianza, dobbiamo cominciare dall’eguale rappresentanza di uomini e donne nei luoghi decisionali.”, dice Solange Lwashiga – in immagine – la portavoce del movimento nazionale “Rien sans les femmes” (Nulla senza le donne).

Durante il 2015, 15 organizzazioni per i diritti delle donne si sono unite nella lotta per l’eguale rappresentanza nella società e nella politica congolesi. Hanno formato il movimento “Rien sans les femmes” mentre davano inizio a una campagna per istituire la parità di genere nella legge elettorale.

“Nella Repubblica Democratica del Congo, secondo la legge elettorale, le liste dei partiti politici devono includere donne per poter partecipare alle elezioni. Ma un paragrafo all’interno della stessa legge intralcia questo dicendo che tutte le liste, con o senza donne candidate, saranno accettate. Ovviamente i capi dei partiti, specialmente gli uomini, si avvantaggiano del paragrafo con la scusa che non ci sono donne con ambizioni politiche o che semplicemente non sono riusciti a trovare candidate. Noi vogliamo che ciò cambi con la legge sulla parità.”, ci ha detto Solange Lwashiga.

La mobilitazione iniziale fu impressionante. Nel 2015, il movimento “Rien sans les femmes” raccolse oltre 200.000 firme in sole tre settimane su una petizione che chiedeva l’emendamento della legge elettorale. Poco dopo, ebbero la prima apparizione internazionale durante la celebrazione del 15° anniversario della Risoluzione 1325 delle Nazioni Unite, ove furono assai apprezzate. L’anno seguente, cominciarono a mobilitarsi per implementare effettivamente la legge. “Abbiamo consegnato ai politici e alle autorità amministrative documenti in cui si richiedeva che nominassero donne all’interno delle istituzioni.”, dice Solange Lwashiga. Solo a Bakavu, più di 6.000 persone si organizzarono e si unirono al movimento.

Le maggiori difficoltà che il movimento “Rien sans les femmes” incontra consistono della fragilità del contesto politico congolese. “L’anno scorso le elezioni sono state concordate in base alla Costituzione ma ci sono disaccordi politici fra chi è al potere e chi è all’opposizione.”, dice ancora Solange. Nondimeno, il futuro sembra promettente per “Rien sans les femmes”: hanno un piano d’azione completo con un mucchio di iniziative: “Continueremo anche a fare pressione sulle autorità locali e nazionali affinché implementino gli impegni che hanno preso riguardo alla parità.”

Il movimento “Rien sans les femmes” è cresciuto sino a includere 160 organizzazioni per i diritti delle donne. Durante il marzo di quest’anno hanno tenuto una cerimonia di premiazione nello stadio di Uvira per dare riconoscimento alle autorità che hanno implementato la parità. “Durante il 2016, “Rien sans les femmes” ha spinto le autorità a firmare lettere di impegno così che fossero responsabili dell’implementazione della legge di parità. Abbiamo creato questa premiazione per incoraggiarle.”, aggiunge Solange Lwashiga. Le donne sperano che la cerimonia contribuisca a creare un senso di emulazione per le autorità che stanno ancora prendendo tempo. “Ma siamo state anche molto chiare sul fatto che questi trofei riguardano i progressi fatti sino a oggi. Se cominciano a trascinare la faccenda e a restare indietro, ricorderemo loro che hanno sottoscritto un obbligo a lavorare per la parità.”, conclude.

Read Full Post »

(“Why a Feminist Foreign Policy Is Needed More Than Ever”, di Margot Wallström – in immagine – Ministra degli Esteri della Svezia, IPS – 7 marzo 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

margot wallstrom

Ultimamente, il mondo ha la tendenza a presentarsi in sfumature sempre più cupe. In molti luoghi la democrazia è messa in questione, i diritti delle donne sono minacciati e il sistema multilaterale che ci sono voluti decenni a costruire è indebolito.

Nessuna società è immune da contraccolpi, specialmente non in relazione al genere. C’è continuo bisogno di vigilanza e di persistente pressione affinché donne e bambine godano pienamente dei diritti umani.

Questo è il motivo per cui io, quando ho assunto la carica di Ministra degli Esteri oltre due anni fa, ho annunciato che la Svezia avrebbe seguito una politica estera femminista. Oggi, quella politica è più necessaria che mai.

Il mondo è lacerato da conflitti che sono forse i più complessi e difficili da risolvere che mai. Almeno metà dei conflitti si riaccende entro cinque anni. Oltre un miliardo e mezzo di persone vive in stati fragili e zone di conflitto.

Per poter rispondere a queste sfide globali, dobbiamo unire i punti e vedere cosa guida alla pace. Dobbiamo cambiare le nostre politiche da reattive a proattive, concentrandoci sul prevenire anziché sul rispondere. E la prevenzione non può mai avere successo senza il completo quadro di come determinate situazioni hanno impatto diverso su uomini, donne, bambini e bambine.

Applicare l’analisi di genere, rinforzare la raccolta di dati disaggregati per genere, migliorare l’obbligo dell’assunzione di responsabilità e portare le donne alle negoziazioni di pace e nella costruzione di pace sono le chiave per muoversi in avanti.

Gli studi mostrano che quando le analisi del conflitto includono aspetti di genere e le esperienze delle donne sono più efficienti. La crescita della violenza sessuale e di genere può per esempio essere un indicatore precoce del conflitto. Dobbiamo anche tenere presenti gli studi che mostrano una correlazione fra società basate sull’eguaglianza di genere e la pace.

L’eguaglianza di genere è materia fondamentale per i diritti umani, la democrazia e la giustizia sociale. Ma schiacciante evidenza ci mostra che è anche una precondizione per la crescita sostenibile, il benessere, la pace e la sicurezza. Aumentare l’eguaglianza di genere ha effetti positivi sulla sicurezza alimentare, sull’estremismo, sulla salute, sull’istruzione e numerose altre cruciali preoccupazioni globali.

Con la politica degli esteri femminista svedese, noi mettiamo in gioco tutti i nostri attrezzi di politica estera per l’eguaglianza di genere e applichiamo una sistematica prospettiva di genere in tutto quel che facciamo. E’ uno strumento analitico che serve a prendere decisioni informate. La politica estera femminista è un’agenda per il cambiamento che mira a aumentare i diritti, la rappresentanza e le risorse di tutte le donne e le bambine, basandosi sulla realtà in cui costoro vivono.

La rappresentanza sta al cuore della politica, poiché è un veicolo incredibilmente potente sia per il godimento di diritti sia per l’accesso alle risorse. Che si tratti di politica estera o nazionale, che si tratti della Svezia o di qualsiasi altro paese al mondo, noi vediamo che le donne sono ancora poco rappresentate nelle posizioni influenti in tutte le aree della società. Un processo decisionale non equamente rappresentativo ha più probabilità di fornire risultati discriminatori e non ottimali. Mettete le donne al tavolo sin dall’inizio e noterete che più istanze e prospettive vengono alla luce.

Anche quando si affrontano momenti scoraggianti per la politica mondiale, è importante ricordare che il cambiamento è possibile. La politica degli esteri femminista svedese crea una differenza concreta. Ogni giorno ambasciate, agenzie e dipartimenti implementano politiche basate sul contesto e sulla conoscenza in tutto il mondo. E sempre più paesi stanno comprendendo che l’eguaglianza di genere semplicemente ha senso.

Per menzionare alcuni esempi di come lavoriamo, la Svezia ha fornito grande sostegno al coinvolgimento delle donne nel processo di pace colombiano, assicurandosi che prospettive significative fossero presenti nel trattato di pace. Abbiamo anche creato una rete svedese di donne mediatrici per la pace, co-creato una rete equivalente nordica e abbiamo teso la mano verso altre nazioni e regioni per incoraggiarle a formare le loro proprie reti.

Assieme alla Corte penale internazionale e ai paesi partner, contrastiamo l’impunità per la violenza sessuale e di genere nei conflitti. Ci assicuriamo anche che gli attori del settore umanitario ricevano i nostri fondi solo se il loro lavoro è basato su dati disaggregati per genere. Le linee guida del governo sono state fornite all’Agenzia svedese per lo sviluppo e la cooperazione internazionali, contribuendo a rendere l’eguaglianza di genere il principale obiettivo in un crescente numero di suoi settori che si occupano di istanze specifiche. Questi sono solo alcuni esempi di come la nostra politica degli esteri femminista si traduce in pratica, facendo la differenza per donne e bambine in tutto il mondo.

Il femminismo è una componente di una visione moderna della politica globale, non un idealistico ritiro da essa. Concerne politiche intelligenti che includono intere popolazioni, usano tutti i potenziali a disposizione e non lasciano indietro nessuno/a. Il cambiamento è possibile, necessario e dovuto da lungo tempo.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: