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Archive for the ‘Teatro’ Category

Visto che il caldo sembra arrivare abbastanza al galoppo e che i media presentano i primi accenni della consueta campagna stagionale diretta alle donne (“corpi da bikini”, “torna in forma per l’estate”, “nuova dieta xy”) non è troppo presto per prendere un controveleno.

bridget everett

Bridget Everett, nell’immagine qui sopra, è nata nel 1972 ed è attrice, comica, scrittrice, performer di cabaret (che lei definisce “alternativo”) e cantante – il tutto di successo.

Due piccoli brani da differenti interviste; nel primo Rebecca Varcoe per Junkee le chiede il 14 febbraio 2017: “Sono sicura che sarai stanca di sentire questo, perché so che è una domanda fatta di continuo alle donne, ma come fai ad avere tutta questa fiducia in te stessa? E’ qualcosa che hai dovuto lottare per conseguire, oppure sei confidente di natura, una performer naturale?”

Risposta dell’artista: “Nella mia vita personale vacillo, sai? Ci sono volte in cui mi sento sicura di me, ci sono volte in cui mi sento da schifo, ma la Bridget sul palcoscenico è la Bridget che ho sempre voluto essere. Quel che non ho mai capito, mentre tentavo di costruirmi una carriera era tipo: solo perché sono una ragazza grossa con seni larghi e grande energia – sono una specie di rullo compressore – come mai questo dovrebbe essere un problema? Più la gente tentava di disarcionarmi, con più determinazione mi spingevo avanti. Per me, quando sono sul palco è il momento più felice e in cui mi sento più a mio agio. Amo moltissimo cantare, è il metodo di comunicazione che funziona per me. Far sentire bene le persone rispetto a loro stesse, cantando per loro, è un’esperienza eccezionale. Mi sento bene perché mi sento potente e forte e bella e ho la voce di un angelo e nulla potrà fermarmi – e non c’è niente di sbagliato nel sentirsi così.”

Il secondo brano viene dall’articolo di Gail Eisenberg per StrausMedia, pubblicato il 2 marzo 2017 e riguarda un grande amore della vita di Bridget, la cagnetta Poppy (in immagine sotto) che era stata abbandonata e che lei ha adottato: “Mi ha conquistata immediatamente. Quando le ho fatto visita al rifugio mi ha accolto sulla porta, sembrava sorridere, mi ha leccata dappertutto e mi si è addormentata in grembo pochi minuti dopo. Poppy ha arricchito la mia vita in modo incommensurabile. L’ha rovesciata sottosopra e mi ha mostrato come accettare e dare amore incondizionatamente.” Maria G. Di Rienzo

poppy

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Sì, io riderò a dispetto delle mie lacrime,

canterò canzoni ad alta voce nel mezzo delle mie sventure:

avrò speranza avendo contro tutte le probabilità.

Io vivrò! Andatevene, tristi pensieri!

(tratto da: “Contra Spem Spero” di Lesya Ukrainka, pseudonimo della poeta e drammaturga Larysa Petrivna Kosach-Kvitka, 1871 – 1913.)

lesya

In Ucraina è possibile vedere l’immagine di Lesya su cartamoneta e francobolli, resa in statue e dipinti e vi sono film e libri che narrano la sua vita. Lo pseudonimo – Lesya l’Ucraina – glielo diede sua madre, femminista e scrittrice, ed era in se stesso un atto radicale giacché identificarsi in tal maniera nella Russia imperiale e usare l’ucraino per poesie e pezzi teatrali bastava per essere condannati per tradimento e spediti in Siberia.

Lesya impara a scrivere a quattro anni. Crea a otto la prima poesia, “Speranza” per sua zia Olena che è stata appena arrestata per attività antizariste. Impara durante l’infanzia il russo, il tedesco, il polacco, il greco, il latino e l’inglese. Studia per diventare pianista professionista ma a dodici anni contrae la tubercolosi delle ossa che le impedisce di esercitarsi per lunghi periodi: ma scrivere può – ed è quello che fa. A diciassette anni, assieme al fratello, traduce in ucraino Shakespeare, Dickens e altri classici e ne dà letture private: altro atto “sovversivo” e proibito. L’anno successivo rischia la vita per contrabbandare a Kiev il suo primo libro di poesie, stampato nell’Impero austro-ungarico.

I genitori di Lesya cercarono in ogni modo di curare la sua malattia, portandola diverse volte in paesi esteri dove la giovane osservò con acutezza le differenti culture e specialmente come le donne erano trattate in esse. Tutto si riversò nei suoi lavori: femminismo, alienazione sociale, liberazione nazionale, solitudine. Nel 1903 tradusse in ucraino il “Manifesto del Partito Comunista”, il che condusse al suo arresto e a un periodo di prigionia. Nel tentativo di preservare la propria lingua proibita, Lesya raccolse per tutta la vita leggende e fiabe e canzoni popolari ucraine.

Sperò contro la speranza, come dice la sua poesia citata all’inizio. Nulla avrebbe potuto costringere alla resa un tale spirito. Maria G. Di Rienzo

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Il brano che ho tradotto più avanti fa parte del recital femminista SPEAK LIKE A GIRL, di Megan Falley e Olivia Gatwood (in immagine mentre lo mettono in scena).

megan-e-olivia

Le due, entrambe poete, affrontano in esso temi quali le molestie in strada, l’immagine del corpo femminile, la cultura dello stupro e in genere i prodotti più infami del patriarcato. Nelle parole delle Autrici, SPEAK LIKE A GIRL “mira a far sentire viste, udite e legittimate coloro che sono state affette dalla violenza di genere e in coloro che non hanno mai sperimentato il sessismo intende generare indignazione e caparbia volontà di riforma.” La performance ha ottenuto e sta ottenendo grande successo di pubblico e critica.

Collapse the Economy”

Gli studi prevedono che se le donne smettessero di comprare prodotti e servizi cosmetici, ogni economia al mondo collasserebbe nel giro di una notte. Questo è un appello a far collassare l’economia.

Inzuppiamo i nostri tamponi profumati di lacca per capelli, diamo loro fuoco e tiriamoli contro il quartier generale di Maybelline. (1)

Tiriamo fuori tutti gli avanzi di lozioni e saponi

e creiamo lo scivolo più grande del pianeta fuori dal Campidoglio. (2)

Weight Watchers prenderà un significato nuovo di zecca,

tipo “aspetta un po’ e vedrai come riduco in cenere questa puttanata”. (3)

Immaginate – cosa potremmo fare di tutte questi Spanx?

Probabilmente qualche tipo di catapulta per lanciare

le nostre bombe da bagno per ammorbidire la pelle in territorio nemico.

Victoria’s Secret? Il fatto è che andrà in fallimento.

Ho cercato difetti al mio corpo come una crumira.

Ho strizzato la mia faccia allo specchio

sino a che nient’altro poteva uscire da me.

Mi sono cambiata vestito otto volte prima di venire qui.

Oh, pensavate che ci saremmo fermate al bruciare reggiseni?

Be’, non avreste dovuto darci così tanto altro materiale infiammabile.

Tamponi, assorbenti, anche voi coppette diva, sarete cose

del passato. Stanotte, dipingeremo di rosso la città.

Non mi schiarisco i peli del buco del culo,

sbianco te, buco del culo che non sei altro.

Intendi mettere queste ciglia finte per me?

No? Allora non le voglio neanch’io.

Con lo shampoo mi arriva anche il photoshop

che hai usato sulla modella? No? Allora merda, non lo voglio.

Vaffanculo, Summer’s Eve. (4)

Preferisco che la mia vagina NON odori

di Spruzzo d’Isola o di Bocciolo Delicato

perché di cosa cazzo sanno questi profumi in realtà?

Non sono neppure odori reali.

La mia vagina è già abbastanza vaginagliata così com’è. (5)

Buttiamo via i nostri rasoi

e facciamoci crescere i peli lunghi come fiumi.

Che bello sarebbe prendere i soldi che spendo

per essere graziosa per te, per rendere i miei capelli soffici per te,

per rendere le mie unghie caramelle per te, per prendermi

il cancro della pelle per te,

per andare sotto il bisturi per te

e smettere di tornare indietro i 76 centesimi. (6)

Ci sono stati giorni in cui ho passato ore piangendo

nel camerino di prova. Giorni in cui non sono uscita

di casa nell’eventualità che qualcuno avesse una macchina fotografica,

per la paura di diventare un’altra immagine di “prima della cura”.

Per cui grazie, Cosmopolitan, per avermi dato

altri 472 suggerimenti di bellezza da ignorare completamente.

Grazie per tutti questi rossetti

con cui scrivere SONO PERFETTA sul muro.

Grazie per la cipria coprente,

la crema evanescente.

Grazie per averci reso invisibili

in questo modo: non vi accorgerete mai che stiamo arrivando.

(1) Azienda statunitense che produce cosmetici, fondata nel 1913.

(2) Sede del Congresso degli Usa a Washington, sulla collina detta Capitol Hill.

(3) Gioco di parole sull’omofonia dei termini “weight” e “wait”.

(4) Marca di prodotti per l’igiene femminile.

(5) Riferimento ai “vajazzles” o “brillantini vaginali”

(6) Si tratta del divario nella paga oraria, per medesimo lavoro, fra donne e uomini negli Stati Uniti.

Maria G. Di Rienzo

xena

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East Side Art Alliance murales

(Murales per l’inizio dell’anno lunare – ESAA)

La East Side Arts Alliance, come si legge nel suo statuto, è “un’organizzazione composta da artisti, operatori culturali e organizzatori comunitari” impegnata a ottenere “cambiamento sociale sistemico in senso progressista”. Il gruppo ha la sua base a San Antonio, Oakland. Fra i diversi mezzi che usa per le sue azioni c’è il “teatro di guerriglia”. La fondatrice di questo programma si chiama Eden Silvia Jequinto (qui sotto in immagine).

eden silva

Si tratta di essere creativi, di pensare strategicamente e di usare lo spazio che si ha a disposizione per illustrare una realtà. – spiega Eden – L’attrezzo sei tu. Sono il tuo corpo, il tuo movimento e la tua energia ad aprire una canale fra te e chi ti guarda e a suscitare un responso empatico. Ma il messaggio dev’essere chiaro. Il tuo scopo è indurre la gente attorno a te a vedere un’esperienza di oppressione e i modi in cui le loro vite sono collegate a essa. Il nostro è attivismo pratico, si tratta di maneggiare la realtà in cui vivi, capire qual è il tuo ruolo e come puoi prendere decisioni: non unicamente nel tuo cuore o a parole, ma tramite l’azione e non da sola/o ma assieme a un collettivo.”

Eden (verrebbe da dire “ovviamente” dopo aver letto le sue spiegazioni) è una femminista e non ha paura di dire come stanno le cose per le donne nella sua comunità: “Il concentrarsi esclusivo sui maschi è improduttivo e divide le persone in modo dannoso. Le ragazze di colore, dove io vivo, sono fatte sentire colpevoli e forzate e spinte ad occuparsi di altri, possono essere i loro fratelli o cugini più giovani, o genitori tossicomani o sfruttatori manipolativi o partner che abusano di loro… Hanno bisogno e meritano di essere centrali nel nostro sforzo di restaurare/creare giustizia; dalle mere necessità di base alle cose più idealistiche devono viaggiare in tandem con i nostri maschi. Le ragazze hanno bisogno di sostegno, di spazi di facilitazione dove far pratica nel disfare sessismo, razzismo e xenofobia. Tramite le ragazze e la loro trasformazione, le nostre generazioni future hanno una possibilità.” Maria G. Di Rienzo

teatro guerrigliero

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hagaskoli

Maschilisti, sessisti, violenti, sguaiati e ignoranti: avete perso una grande battaglia. Dico sul serio. E ve lo comunico 24 ore prima del 25 novembre – Giorno Internazionale contro la violenza diretta alle donne. Avete perso perché le ragazzine nell’immagine hanno 14 e 15 anni. E domenica scorsa hanno vinto un concorso diretto agli/alle studenti della loro età, con una performance di teatro/danza femminista, interamente scritta e coreografata da loro. Il concorso cui le ragazze hanno partecipato come Hagaskóli, il nome della loro scuola di Reykjavik, è assai popolare in Islanda e si chiama “Skrekkur”.

Questo è parte di ciò che hanno detto sul palco senza che una sola parola tremasse.

Io avevo dieci anni quando per la prima volta sono stata chiamata “puttana”.

Non capivo perché, lo capisco ora.

Stavo fra i piedi, ero assertiva.

Avevo attraversato la linea, avevo tentato di liberarmi uscendo dalla mia scatola,

ma ero piccola, ero una bambina.

Care femminucce,

state attente,

non occupate lo spazio riservato ai maschietti:

chi ha un pene ha diritto a un metro quadrato extra.

Non fate richieste per voi stesse credendovi intelligenti, voi meritate di meno.

Vestiti come voglio io.

Stai nel tuo angolo.

Truccati di più, truccati di meno.

Disapprovati.

Datti una calmata, smetti di far così tanto rumore.

Hai le mestruazioni, per caso?

Attenta! Fai scappare i ragazzi,

stai parlando un po’ troppo.

Smettila, fa’ la brava,

non è che hai sempre ragione.

Sii gentile, non essere sgraziata.

Non mettermi a disagio,

non bestemmiare, porca troia!

Sii sensibile, lavora duro,

ripulisci il disordine che altri si lasciano dietro.

Perdi te stessa.

Dimentica di contare qualcosa,

scompari.

Sii carina, sii sexy,

ma non esagerare.

Lo sai cosa capita

quando mostri troppo.

Perciò, per l’amor del cielo, non mandargli fotografie

perché tu, i tuoi seni, il tuo corpo e tutto ciò che sei

è sporco e brutto e proibito

e non qualcosa da condividere con altri,

neppure con te stessa.

Caro patriarcato,

lo sai che quando mi dici di calmarmi

e di stare zitta

mi spingi in avanti,

a gridare con tutto il fiato che ho nei polmoni.

Non puoi fermarlo, sai che sta arrivando.

Tu non conosci questa sofferenza, non sei una donna.

Tu guardi su, sul palco, e non vedi nessun ragazzo.

E pensi: Dov’è l’eguaglianza, qui?

Noi vogliamo sapere: Dov’è l’eguaglianza ovunque?

Dove sono le donne, nel mondo, come delle persone intere?

Ci sono donne qui, su questo palco, proprio ora,

ma alcune persone devono sempre cercare gli uomini.

hagaskoli2

Capito bene? Una ragazza che ha scritto queste cose, che ha detto queste cose, che ha danzato queste cose non torna indietro, non può più farlo. E’ libera. Maria G. Di Rienzo

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las poderosas teatro

Ecco a voi “Las Poderosas” (le forti, le potenti): dal 2008 girano il Guatemala portando in scena una piece teatrale basata sulle loro vite, le vite di donne sopravvissute agli abusi familiari. Lo spettacolo interagisce con il pubblico parlando apertamente della violenza di genere che nel paese ha proporzioni allarmanti – il Guatemala è al terzo posto al mondo per femminicidio / femicidio e due donne al giorno ne muoiono.

Le spettatrici raccontano a loro volta le proprie esperienze, chiedono sostegno, capiscono di non essere sole. E a scoppiare in lacrime a volte sono gli spettatori, come quello (ricorda la “poderosa” Lesbia Téllez) che si alzò in piedi piangendo e disse che solo in quel momento aveva capito quel che lui aveva fatto a sua moglie e quel che era stato fatto a sua madre: “Voglio essere diverso.”, concluse.

Delle “poderose” fa parte la donna che vedete in questa immagine, Adelma Cifuentes.

adelma

Per 12 anni, dal giorno del suo matrimonio, Adelma si è sentita senza valore, spaventata e sola. Non sapeva mai quando suo marito l’avrebbe assalita. Quel che era cominciato con gli insulti e le umiliazioni era diventato un susseguirsi di pestaggi così pesanti che Adelma temeva per la propria vita, ma madre di tre bambini in una comunità rurale e conservatrice, pensava di non avere vie d’uscita.

Un giorno, il marito assoldò due altri uomini affinché lo liberassero di Adelma. Costoro si presentarono a lei sulla porta di casa, armati di fucile. Dopo che il primo colpo fu sparato, i due figli maschi della donna la trascinarono all’interno e chiesero aiuto: ma i vicini non sapevano bene come prendere la questione – Mettersi contro il marito? E cosa aveva fatto lei per guadagnarsi quel trattamento? – e ci misero due ore per far arrivare i soccorsi. Fossero stati più svelti, forse Adelma avrebbe ancora tutte e due le braccia, ma grazie alla fucilata ne ha persa una.

Tornata dall’ospedale, Adelma ripiombò nell’inferno degli abusi e delle percosse, sino a che suo marito minacciò di stuprare la loro figlioletta più piccola. Fu allora che il cuore di Adelma divenne quello di una tigre: avrebbe salvato i suoi bambini e avrebbe ottenuto giustizia per tutto il male che le era stato fatto.

Con l’aiuto dell’ong CICAM (Centro de Investigación, Capacitación y Apoyo a la Mujer), la cui missione è la difesa dei diritti umani delle donne e in special modo del loro diritto di vivere libere dalla violenza, Adelma trascinò il marito in tribunale. Attualmente, costui sta scontando 27 anni di carcere.

Adelma invece sta condividendo la sua forza e la sua speranza, grazie al teatro, con ogni donna che incontra. Maria G. Di Rienzo

las poderosas

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Tima Shomali, attrice comica, è la creatrice del programma di intrattenimento più popolare nel suo paese, la Giordania. Ha fatto tutto da sola, su YouTube, e in tre anni si è guadagnata 25 milioni di spettatori.

tima shomali

Lo spettacolo di Tima si chiama “Female Show” e parla di donne, uomini, sesso, molestie con una sensibilità e un’intelligenza rare. In un contesto sociale che usa spesso la censura, internet è una grande opportunità, dice Tima: “Su tutti i nostri canali televisivi ci sono limitazioni, regole, ma online hai lo spazio per parlare di ciò che vuoi. La prima serie del mio show era concentrata sulle relazioni, l’uscire insieme eccetera, il che non è tipico per una tv araba, non è tipico neppure nelle conversazioni quotidiane. Avere un appuntamento è vivere una doppia vita, le famiglie non ne sanno niente.”

Il suo lavoro non sfida solo gli stereotipi all’interno della Giordania e del mondo arabo, forza anche l’occidente a confrontarsi con i propri, di stereotipi, quelli che presumono ogni storia relativa alle donne arabe debba trattare di oppressione. “Mostro l’altro lato. – spiega Tima – Noi ridiamo, piangiamo, siamo umane.” Uno degli argomenti ricorrenti nei suoi spettacoli sono le molestie, soprattutto verbali, cui le donne giordane sono soggette in strada: “Non puoi camminare in pace. C’è sempre qualcuno che ti segue, qualcuno che dice qualcosa.” Nei suoi sketch, Tima fa la parte di un’insegnante per uomini e chiede agli studenti maschi: “Quando andate dietro ad una donna fischiando cosa vi aspettate? Che si innamori di voi? Che salga nella vostra automobile?” Attivismo e umorismo, dice ancora, devono andare a braccetto: è più facile essere ascoltate.

Di norma, alle donne si dice di ignorare gli uomini che urlano loro per strada. La nostra attrice la pensa diversamente: “Non ignorateli. Quando vi confrontate con loro e chiedete che cavolo pensano di fare, vi lamentate del trattamento o chiamate la polizia – scappano.”

Quando Tima diede inizio alla sua impresa comica, dovette fronteggiare la solita (per noi donne) sequela di insulti e stupidaggini, con gli uomini che le consigliavano di “trovarsi un marito”. I suoi parenti, sebbene la sostenessero, avevano sentimenti ambivalenti rispetto allo show, in special modo sua madre che fungeva da bersaglio per le scelte della figlia. “Non mi ha mai chiesto di smettere, ma non era felice. Ora anche i parenti critici si sono accorti che nulla di quel che faccio è una vergogna per la famiglia e mi dicono di essere d’accordo con me. Sto facendo cose che migliorano un pochino la vita delle persone e regalano loro una risata.”

Anche il tono degli attacchi online è cambiato. Oggi i troll non la attaccano più per i contenuti dello spettacolo, ma per il suo aspetto. “Non mi piacciono le tue sopracciglia.” “Vai a farti mettere a posto i denti.”

ecco qua, stolti

Da buona comica, Tima ne ride. “E’ un miglioramento. – assicura – E inoltre, quando posto un’immagine o un video e non arriva nessun commento maligno dico sempre a me stessa: devi aver sbagliato qualcosa.” Maria G. Di Rienzo

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