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(“If racism was a burning kitchen” – “Se il razzismo fosse una cucina in fiamme”, scena teatrale in tre atti – più un quarto in premio – di Christy NaMee Eriksen. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice, in immagine, è un’artista multimediale e pluripremiata, nata in Corea del Sud e cresciuta in Alaska, che usa la creatività come attrezzo per l’attivismo sociale e la creazione di comunità “inclusive rispetto alle differenze e dotate di voci forti”. Il suo linguaggio preferito è la poesia.)

Christy - foto di AnnaMin

ATTO I: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA CUCINA IN FIAMME

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono in una cucina. La cucina è in fiamme.

A: Accidenti. La cucina sta bruciando?

C: Mi stai dando del piromane?! Io non sono un piromane!

A: Mi sto letteralmente scottando. Sono del tutto sicura che la cucina è IN FIAMME.

C: Non ho costruito io questa casa! Ci vivo solamente!

A: Andiamocene e costruiamo una nuova casa!

C: Io non vado da nessuna parte. Questa è CASA MIA.

ATTO II: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA BARCA CHE AFFONDA.

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una barca. C. sta tenendo in mano una pistola. La barca sta affondando.

A: Oh mio dio, la barca sta affondando!

C: Non intendevo affondarla, ho solo sparato e fatto un buco sul fondo!

A: Be’, ora sta affondando!

C: Non dare la colpa a me! A me piacciono i buchi, volevo solo vederne uno!

A: Non sparare altri colpi per fare buchi, uomo, o moriremo qui fuori.

C: (tirando su con il naso) Pensi che io sia razzista?

ATTO III: SE IL RAZZISMO FOSSE UN’APOCALISSE DI ZOMBIE.

E’ l’apocalisse. Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una strada. Gli zombie corrono avanti e indietro sul palcoscenico.

A: Merda. Zombie.

C: Cosa facciamo adesso?

A: Be’, penso che dovremmo andarcene di qui prima che ci uccidano.

C: Come fai a sapere che ci uccideranno?

A: Perché l’ho visto, sai! Hanno ucciso i miei genitori!

C: Oh, è terribile!

A: Sì, perciò andiamo via di qui.

C: Perché?

A: Di modo che non ci uccidano!

C: Pensi che ci uccideranno? Io conosco quel tizio là, è veramente mitico.

A: Sono sicura che è mitico! Ma in questo momento è uno zombie! E gli zombie uccidono la gente!

C: Cosa? Come fai a saperlo?

A: Te l’ho appena detto!

C: Non mi ricordo.

BONUS – ATTO IV: SE IL RAZZISMO FOSSE QUESTO PEZZO TEATRALE

C: Non voglio essere la persona caucasica; non posso essere semplicemente un umano?

A: No.

C: Questo è razzista.

A: Amico, il pezzo tratta di un sistema di oppressione.

C: Posso fare il regista, allora?

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Quando ricevo richieste di incontri pubblici, il 99% delle volte il tema che mi si chiede di trattare è (ovviamente) la violenza contro le donne: il restante 1% riguarda il concetto di violenza in sé, o storia e pratica della nonviolenza. Dopotutto, sono una trainer alla nonviolenza e anche questo è logico. Ogni volta, che io acconsenta o meno per le più svariate ragioni, mi salta in mente la stessa identica battuta: “Mai nessuno che mi chieda di parlare di Shakespeare!”

will

Sarei in grado di farlo, vi state chiedendo? Direi di sì. Al Bardo io riconosco di dovere molto: la lettura delle sue opere mi ha accompagnata sin da quando ero poco più che decenne – e oggi la mia biblioteca le contiene al completo (molti libri sono di terza mano a dir poco e sono stati acquistati su bancarelle, ma chi se ne frega, le parole ci sono tutte). Lavorando in passato per un paio di riviste sono riuscita a scrivere qualche articolo sul prediletto autore, e in questo blog l’ho nominato/citato abbastanza spesso, ma oggi è una nuova serie tv di produzione statunitense che mi fornisce l’opportunità di farlo: “Will”, la cui prima puntata è stata trasmessa dalla rete TNT il 10 luglio scorso.

A livello di immagine televisiva, William Shakespeare è da quasi quarant’anni – per me – l’attore Tim Curry, ovvero colui che lo impersonò splendidamente nello sceneggiato storico “Vita di Shakespeare” (1978 – l’anno successivo fu trasmesso dalla tv italiana). Perciò, mi sono avvicinata a “Will” in maniera curiosa ma segnata da un certo grado di scetticismo: probabilmente, pensavo, lo avrei giudicato inferiore all’ideale già presente nella mia testa. Sia detto per inciso che le recensioni di matrice britannica da me lette sino a questo momento lo stroncano (c’è un po’ di “veleno” nazionalista che trapela da ciascuna, avviluppato in frasi cesellate tutte traducibili con: Come osano questi americani del menga fare un simile scempio del NOSTRO Shakespeare?), quelle made in Usa sono ambivalenti e caute, “attendiste” nel migliore dei casi.

tim curry as shakespeare

Parte dell’imbarazzo è dovuto al fatto che lo sceneggiato non è una ricostruzione storica e non si preoccupa di essere strettamente fedele ai pochi dati noti sulla vita del drammaturgo, sebbene li usi, è vera e propria “fiction” o meglio: è Shakespeare visto attraverso la prima ondata punk (seconda metà anni settanta, prima metà anni ottanta). Il punk non è stato, e non è, solo musica. Politica, critica sociale, nuove forme in ogni tipo di arte grafica (fumetti, manifesti, volantini, murales), emozioni crudamente autentiche e rivolta contro gli standard “estetici”… quest’ultima espressa sino al punto di cercare di far apparire se stessi rivoltanti agli occhi altrui: poiché sappiamo già di farvi schifo, era uno dei significati, (perché giovani, perché privi di prospettive/aspettative dal vostro punto di vista, perché i nostri sogni vi sembrano patetici, perché siamo situati al fondo della scala gerarchica, perché non ci adattiamo, ecc.) ecco qua, siamo vestiti di stracci e abbiamo i capelli tinti in colori scioccanti e tenuti incollati per aria dal sapone, dozzine di orecchini persino sul naso e portiamo i tampax al collo come pendenti di collane, vi basta? E’ in tutto questo che lo sceneggiato immerge la storia del Bardo.

La scena iniziale vede Will (l’attore Laurie Davidson, nella foto all’inizio di questo articolo) salutare la sua famiglia – che non è proprio concorde e felice riguardo alla sua partenza – e dirigersi a Londra per mettere a frutto le sue capacità di attore e scrittore di teatro; mentre la scena si allarga al paesaggio esplode il giro iniziale di “London Calling” (The Clash): Londra sta chiamando le città più distanti / Ora la guerra è dichiarata e la battaglia sta arrivando / Londra sta chiamando il mondo sotterraneo / Uscite dagli armadietti, voi ragazzi e ragazze.

Similmente, The Jam (uno dei miei gruppi preferiti) segneranno la panoramica su Londra con “In the City” e l’approccio alla zona dei teatri con “That’s Entertainment”: Un’auto della polizia e una sirena urlante / Un martello pneumatico e cemento che va in pezzi / Un neonato che piange e un cane randagio che ulula / Lo stridore dei freni e la luce di un lampione che va a intermittenza / Questo è intrattenimento, questo è intrattenimento

Aver preso tali canzoni piuttosto che altre non è un caso. Sono specchi per la realtà delle cose e quando qualcuno chiede a Will “cosa fa” (cioè qual è il suo mestiere) lui risponde: Tengo uno specchio davanti alla natura.

Naturalmente siamo e restiamo alla fine del 1500: gli edifici, le piazze, gli attrezzi di scena e i costumi – a parte le tinte clamorose e un paio di braghe in pelle un po’ strano per l’epoca – non dicono niente di diverso, ma per esempio i poster che annunciano le rappresentazioni teatrali hanno lo stesso stile di quelli che annunciavano i concerti punk e il pubblico a teatro indossa simboli e colori che ne fanno l’audience “tipo” dei concerti suddetti. A un certo punto, l’attore-impresario Richard Burbage (Mattias Inwood) si lancia persino su di loro dal palco, come un perfetto punk rocker durante il “pogo”.

Vi dirò: non solo le modalità narrative scelte non mi disturbano per niente, le trovo al contrario intriganti e piacevoli. Recitazione e ritmo sono buoni e in alcune scene volano anche un po’ più in alto, come accade nella taverna in cui il novellino William è sfidato a un “duello di ingegni” dall’acclamato e dotto drammaturgo e scrittore Robert Greene: in pratica una sfida poetica in cui i due si insultano reciprocamente in versi. Nella realtà storica Greene si lamentò per iscritto in un pamphlet (postumo, per cui alcuni dubitano della sua autenticità) del “corvo parvenu che si fa bello con le nostre penne” e “crede di essere l’unico scuotiscena del paese” (gioco di parole fra Shakescene e Shakespeare – “scuotilancia”) rendendolo riconoscibile al lettore pur senza nominarlo direttamente. Nello sceneggiato Greene non è identificato in modo chiaro – e il personaggio storico era di sicuro troppo snob per attaccare qualcuno in una bettola dopo aver alzato il gomito – ma la cascata di rime con cui spara su Shakespeare, che proprio per le rime gli risponde azzittendolo, è composta dalla suddetta invettiva e i due attori rendono la scena assolutamente brillante.

Tuttavia non c’è solo luce all’intorno, nel momento in cui William Shakespeare va a vivere a Londra dalla natia e campagnola Stratford. Scelta rara e inaspettata per una serie televisiva di questo tipo, “Will” ha scelto di mostrare in modo verosimile la portata della persecuzione religiosa nell’Inghilterra elisabettiana. Shakespeare era di famiglia cattolica e l’essere cattolici in quel momento era illegale: il prezzo del reato si concretizzava più spesso che no nell’essere sbudellati vivi in piena piazza, sul palco pubblico delle esecuzioni. Per cui, alla fine della prima puntata abbiamo lasciato il nostro personaggio con una serie di problemi e minacce che gli pendono addosso e vanno dall’infatuazione per la figlia di Burbage (Will è sposato, ha tre figli e non si sente bene all’idea) alla possibilità di essere denunciato per la sua fede.

La cosa migliore di lui fino a questo momento è, come già citato, il modo in cui risponde alle domande: Chi sei? – Nessuno, per ora. Impagabile.

Maria G. Di Rienzo

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Visto che il caldo sembra arrivare abbastanza al galoppo e che i media presentano i primi accenni della consueta campagna stagionale diretta alle donne (“corpi da bikini”, “torna in forma per l’estate”, “nuova dieta xy”) non è troppo presto per prendere un controveleno.

bridget everett

Bridget Everett, nell’immagine qui sopra, è nata nel 1972 ed è attrice, comica, scrittrice, performer di cabaret (che lei definisce “alternativo”) e cantante – il tutto di successo.

Due piccoli brani da differenti interviste; nel primo Rebecca Varcoe per Junkee le chiede il 14 febbraio 2017: “Sono sicura che sarai stanca di sentire questo, perché so che è una domanda fatta di continuo alle donne, ma come fai ad avere tutta questa fiducia in te stessa? E’ qualcosa che hai dovuto lottare per conseguire, oppure sei confidente di natura, una performer naturale?”

Risposta dell’artista: “Nella mia vita personale vacillo, sai? Ci sono volte in cui mi sento sicura di me, ci sono volte in cui mi sento da schifo, ma la Bridget sul palcoscenico è la Bridget che ho sempre voluto essere. Quel che non ho mai capito, mentre tentavo di costruirmi una carriera era tipo: solo perché sono una ragazza grossa con seni larghi e grande energia – sono una specie di rullo compressore – come mai questo dovrebbe essere un problema? Più la gente tentava di disarcionarmi, con più determinazione mi spingevo avanti. Per me, quando sono sul palco è il momento più felice e in cui mi sento più a mio agio. Amo moltissimo cantare, è il metodo di comunicazione che funziona per me. Far sentire bene le persone rispetto a loro stesse, cantando per loro, è un’esperienza eccezionale. Mi sento bene perché mi sento potente e forte e bella e ho la voce di un angelo e nulla potrà fermarmi – e non c’è niente di sbagliato nel sentirsi così.”

Il secondo brano viene dall’articolo di Gail Eisenberg per StrausMedia, pubblicato il 2 marzo 2017 e riguarda un grande amore della vita di Bridget, la cagnetta Poppy (in immagine sotto) che era stata abbandonata e che lei ha adottato: “Mi ha conquistata immediatamente. Quando le ho fatto visita al rifugio mi ha accolto sulla porta, sembrava sorridere, mi ha leccata dappertutto e mi si è addormentata in grembo pochi minuti dopo. Poppy ha arricchito la mia vita in modo incommensurabile. L’ha rovesciata sottosopra e mi ha mostrato come accettare e dare amore incondizionatamente.” Maria G. Di Rienzo

poppy

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Sì, io riderò a dispetto delle mie lacrime,

canterò canzoni ad alta voce nel mezzo delle mie sventure:

avrò speranza avendo contro tutte le probabilità.

Io vivrò! Andatevene, tristi pensieri!

(tratto da: “Contra Spem Spero” di Lesya Ukrainka, pseudonimo della poeta e drammaturga Larysa Petrivna Kosach-Kvitka, 1871 – 1913.)

lesya

In Ucraina è possibile vedere l’immagine di Lesya su cartamoneta e francobolli, resa in statue e dipinti e vi sono film e libri che narrano la sua vita. Lo pseudonimo – Lesya l’Ucraina – glielo diede sua madre, femminista e scrittrice, ed era in se stesso un atto radicale giacché identificarsi in tal maniera nella Russia imperiale e usare l’ucraino per poesie e pezzi teatrali bastava per essere condannati per tradimento e spediti in Siberia.

Lesya impara a scrivere a quattro anni. Crea a otto la prima poesia, “Speranza” per sua zia Olena che è stata appena arrestata per attività antizariste. Impara durante l’infanzia il russo, il tedesco, il polacco, il greco, il latino e l’inglese. Studia per diventare pianista professionista ma a dodici anni contrae la tubercolosi delle ossa che le impedisce di esercitarsi per lunghi periodi: ma scrivere può – ed è quello che fa. A diciassette anni, assieme al fratello, traduce in ucraino Shakespeare, Dickens e altri classici e ne dà letture private: altro atto “sovversivo” e proibito. L’anno successivo rischia la vita per contrabbandare a Kiev il suo primo libro di poesie, stampato nell’Impero austro-ungarico.

I genitori di Lesya cercarono in ogni modo di curare la sua malattia, portandola diverse volte in paesi esteri dove la giovane osservò con acutezza le differenti culture e specialmente come le donne erano trattate in esse. Tutto si riversò nei suoi lavori: femminismo, alienazione sociale, liberazione nazionale, solitudine. Nel 1903 tradusse in ucraino il “Manifesto del Partito Comunista”, il che condusse al suo arresto e a un periodo di prigionia. Nel tentativo di preservare la propria lingua proibita, Lesya raccolse per tutta la vita leggende e fiabe e canzoni popolari ucraine.

Sperò contro la speranza, come dice la sua poesia citata all’inizio. Nulla avrebbe potuto costringere alla resa un tale spirito. Maria G. Di Rienzo

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East Side Art Alliance murales

(Murales per l’inizio dell’anno lunare – ESAA)

La East Side Arts Alliance, come si legge nel suo statuto, è “un’organizzazione composta da artisti, operatori culturali e organizzatori comunitari” impegnata a ottenere “cambiamento sociale sistemico in senso progressista”. Il gruppo ha la sua base a San Antonio, Oakland. Fra i diversi mezzi che usa per le sue azioni c’è il “teatro di guerriglia”. La fondatrice di questo programma si chiama Eden Silvia Jequinto (qui sotto in immagine).

eden silva

Si tratta di essere creativi, di pensare strategicamente e di usare lo spazio che si ha a disposizione per illustrare una realtà. – spiega Eden – L’attrezzo sei tu. Sono il tuo corpo, il tuo movimento e la tua energia ad aprire una canale fra te e chi ti guarda e a suscitare un responso empatico. Ma il messaggio dev’essere chiaro. Il tuo scopo è indurre la gente attorno a te a vedere un’esperienza di oppressione e i modi in cui le loro vite sono collegate a essa. Il nostro è attivismo pratico, si tratta di maneggiare la realtà in cui vivi, capire qual è il tuo ruolo e come puoi prendere decisioni: non unicamente nel tuo cuore o a parole, ma tramite l’azione e non da sola/o ma assieme a un collettivo.”

Eden (verrebbe da dire “ovviamente” dopo aver letto le sue spiegazioni) è una femminista e non ha paura di dire come stanno le cose per le donne nella sua comunità: “Il concentrarsi esclusivo sui maschi è improduttivo e divide le persone in modo dannoso. Le ragazze di colore, dove io vivo, sono fatte sentire colpevoli e forzate e spinte ad occuparsi di altri, possono essere i loro fratelli o cugini più giovani, o genitori tossicomani o sfruttatori manipolativi o partner che abusano di loro… Hanno bisogno e meritano di essere centrali nel nostro sforzo di restaurare/creare giustizia; dalle mere necessità di base alle cose più idealistiche devono viaggiare in tandem con i nostri maschi. Le ragazze hanno bisogno di sostegno, di spazi di facilitazione dove far pratica nel disfare sessismo, razzismo e xenofobia. Tramite le ragazze e la loro trasformazione, le nostre generazioni future hanno una possibilità.” Maria G. Di Rienzo

teatro guerrigliero

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hagaskoli

Maschilisti, sessisti, violenti, sguaiati e ignoranti: avete perso una grande battaglia. Dico sul serio. E ve lo comunico 24 ore prima del 25 novembre – Giorno Internazionale contro la violenza diretta alle donne. Avete perso perché le ragazzine nell’immagine hanno 14 e 15 anni. E domenica scorsa hanno vinto un concorso diretto agli/alle studenti della loro età, con una performance di teatro/danza femminista, interamente scritta e coreografata da loro. Il concorso cui le ragazze hanno partecipato come Hagaskóli, il nome della loro scuola di Reykjavik, è assai popolare in Islanda e si chiama “Skrekkur”.

Questo è parte di ciò che hanno detto sul palco senza che una sola parola tremasse.

Io avevo dieci anni quando per la prima volta sono stata chiamata “puttana”.

Non capivo perché, lo capisco ora.

Stavo fra i piedi, ero assertiva.

Avevo attraversato la linea, avevo tentato di liberarmi uscendo dalla mia scatola,

ma ero piccola, ero una bambina.

Care femminucce,

state attente,

non occupate lo spazio riservato ai maschietti:

chi ha un pene ha diritto a un metro quadrato extra.

Non fate richieste per voi stesse credendovi intelligenti, voi meritate di meno.

Vestiti come voglio io.

Stai nel tuo angolo.

Truccati di più, truccati di meno.

Disapprovati.

Datti una calmata, smetti di far così tanto rumore.

Hai le mestruazioni, per caso?

Attenta! Fai scappare i ragazzi,

stai parlando un po’ troppo.

Smettila, fa’ la brava,

non è che hai sempre ragione.

Sii gentile, non essere sgraziata.

Non mettermi a disagio,

non bestemmiare, porca troia!

Sii sensibile, lavora duro,

ripulisci il disordine che altri si lasciano dietro.

Perdi te stessa.

Dimentica di contare qualcosa,

scompari.

Sii carina, sii sexy,

ma non esagerare.

Lo sai cosa capita

quando mostri troppo.

Perciò, per l’amor del cielo, non mandargli fotografie

perché tu, i tuoi seni, il tuo corpo e tutto ciò che sei

è sporco e brutto e proibito

e non qualcosa da condividere con altri,

neppure con te stessa.

Caro patriarcato,

lo sai che quando mi dici di calmarmi

e di stare zitta

mi spingi in avanti,

a gridare con tutto il fiato che ho nei polmoni.

Non puoi fermarlo, sai che sta arrivando.

Tu non conosci questa sofferenza, non sei una donna.

Tu guardi su, sul palco, e non vedi nessun ragazzo.

E pensi: Dov’è l’eguaglianza, qui?

Noi vogliamo sapere: Dov’è l’eguaglianza ovunque?

Dove sono le donne, nel mondo, come delle persone intere?

Ci sono donne qui, su questo palco, proprio ora,

ma alcune persone devono sempre cercare gli uomini.

hagaskoli2

Capito bene? Una ragazza che ha scritto queste cose, che ha detto queste cose, che ha danzato queste cose non torna indietro, non può più farlo. E’ libera. Maria G. Di Rienzo

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kristina wong

Amavo Kristina Wong prima ancora di sapere chi era Kristina Wong. Solo di recente ho scoperto che era lei ad aver messo online il finto sito di “spose orientali per posta”, divertentissimo, irriverente e politicamente efficace, chiamato www.bigbadchinesemama.com

Le fotografie e le biografie delle “spose” in vendita sono esilaranti, ma la scrittura di Kristina non è da meno:

Domanda – Sono un generoso uomo caucasico che cerca una donna asiatica leale, delicata, dal tono di voce soffice (una sorta di esotica Suzie Wong, come nel film “Il mondo di Suzie Wong”). Mi assicuri che troverò una tale riservata e modesta creatura sul tuo sito?

Risposta di Kristina – E che cazzo. Sei così ossessionato dalla tua nostalgia colonialista di conquista globale e mercificazione culturale da pensare che davvero questo tipo di esseri mitologici esista?

Mettiamo i piedi per terra: le donne che sono esposte sui veri siti di spose-per-posta sono donne del terzo mondo che vengono da famiglie povere e stati sociali bassi, che sono costrette ad entrare nella multimiliardaria industria del sesso, o lavorando nei “sex resort” o essendo vendute in giro come spose ordinate per posta. Le donne su questi siti non stanno fantasticando di amarti, ma cercano matrimoni all’estero per sfuggire alle condizioni usualmente brutali e di semi-schiavitù che la vita come sex worker comporta. Se vuoi un costrutto mitico come Suzie Wong, la cosa più simile che puoi cercare di ottenere, per far scopare il tuo triste uccello, è il folletto che sta alla fine dell’arcobaleno.

Domanda – A dire il vero, io non sono un uomo caucasico, ma un asiatico-americano che crede nell’unità razziale e nell’armonia. Il tuo sito fa sembrare gli asiatici-americani peggiori, anziché migliori. Come puoi rompere stereotipi creandone di nuovi? (Ndt: Uhm… questo sfogo di miopia, intesa come lettura non corretta, devo averlo già sentito, ma non mi sembra più fondato di prima.)

Risposta di Kristina – Allora mi stai suggerendo le tattiche imbranate di un accademico da poltrona. Vuoi che io “danzi” attorno al fatto che la frustrazione e la rabbia profondamente intessute nella nostra comunità non devono ricevere risposta. Tipi come te criticano di continuo le poche persone che nella nostra comunità hanno abbastanza coraggio da parlare apertamente perché non sono “buoni rappresentanti” per gli asiatici-americani. Probabilmente ti lamenti perché “Margaret Cho è una disgrazia per gli asiatici” o perché “Amy Tan fa sembrare cattivi gli uomini asiatici”. Prendine atto, nessun asiatico-americano sarà il perfetto rappresentante di una comunità così diversa e ambigua come la nostra. Se non siamo gli esotici fior di loto, allora siamo i Long Duk Dongs (Ndt.: Long Duk Dong è un personaggio del film “Sixteen Candles” – “Un compleanno da ricordare”, del 1984: un goffo e buffo studente asiatico all’estero). Se non siamo nessuno dei due, allora beviamo troppo e picchiamo le nostre mogli. L’idea che sta dietro al mio sito è beccare l’oppressore nell’atto dell’opprimere ed usare il mio personale senso dell’umorismo come forza politica. Voglio sovvertire le aspettative dello stronzetto che cerca piccoli corpi asiatici nudi mostrandogli l’intera “bruttezza” delle dolci ragazze asiatiche. (…) Il progetto è un successo per me, perché sto portando all’esterno una voce che è genuinamente mia, e a così tante persone. E’ bello sapere che ha creato un sacco di rumore.”

Infatti, la sua autrice è stata persino chiamata a tenere lezioni universitarie su questo lavoro… il quale è solo un “segmento” di Kristina Wong: che è attrice comica (secondo Mother Nature Network “Una delle sette più divertenti eco-comiche”), scrittrice per riviste e quotidiani, attivista femminista per la giustizia sociale. Il suo spettacolo “Wong volò sul nido del cuculo” – sino ad ora il più famoso – affronta di petto gli alti tassi di depressione e suicidio fra le donne asiatiche-americane e dal 2006 è andato in tour oltre 40 volte (è diventato anche un documentario filmato: www.flyingwong.com ) Di recente Kristina era in Uganda, per lavorare con il Fondo per l’empowerment globale delle donne: “Così ho avuto modo di imparare qualcosa sull’economia locale e il microcredito. Una volta arrivata a Gulu, ho saputo che l’organizzazione partner locale del Fondo si chiama Vac-Net ed è stata fondata da Bukenya Muusa: insieme, hanno messo in piedi un Premio Donne per le Pace e un Festival di teatro delle donne – due eventi a cui ho partecipato. (…) Mi sono sentita molto umile nel leggere al pubblico di una donna, Naima Evelyn, che era stata rapita dal Lord’s Resistance Army ed è ritornata dalla foresta, dieci anni e quattro figli dopo, con lo scopo di aiutare altre donne. Ho letto di donne che hanno creato circoli per condividere le esperienze della guerra, di quelle che lavorano con le madri sieropositive in prigione.” Il prossimo lavoro teatrale di Kristina, sulla povertà globale, si chiamerà “The Wong Street Journal”. Maria G. Di Rienzo

kristina e octavia

P.S. Nell’immagine qui sopra, Kristina è con la gatta Octavia, in quel momento sua ospite da un paio di giorni e così ribattezzata – c’è bisogno davvero di dirlo? – in onore di Octavia Butler. La storia dietro la micia è triste (il tentativo di suicidio e il conseguente coma della persona con cui stava prima). Il mio augurio e il mio abbraccio agli umani e alla felina coinvolti.

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