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Posts Tagged ‘cambiamento climatico’

“Le donne sono voci molto forti nel lavoro per la protezione dell’ambiente. La conoscenza delle donne indigene in particolare come produttrici di cibo, come custodi del sapere, come prime insegnanti dei bambini, gioca un ruolo chiave e davvero centrale. Le pratiche culturali e le tradizioni che le donne indigene mantengono in vita e passano da una generazione all’altra nelle comunità hanno fatto tutta la strada sino a ricevere riconoscimento assai significativo dalle Nazioni Unite, ma anche nelle società e nei movimenti internazionali che affrontano il cambiamento climatico. L’importanza di questa conoscenza e di questo ruolo non sta solo nel maneggiare adattamenti e mitigazioni, ma anche nel vagliare le soluzioni proposte per il cambiamento climatico.”

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Andrea Carmen (in immagine), direttrice esecutiva dell’International Indian Treaty Council, trad. Maria G. Di Rienzo.

Andrea appartiene al popolo Yaqui – il loro nome originario sarebbe Yoeme, al plurale Yoemem, cioè esseri umani – e ha una considerevole esperienza nel lavorare con i gruppi indigeni in tutta l’America e nel Pacifico. E’ stata co-fondatrice dell’Iniziativa Indigena per la Pace assieme alla Premio Nobel Rigoberta Menchu, nonché osservatrice per i diritti umani e mediatrice in situazioni di crisi negli Usa, in Messico, in Canada, in Nuova Zelanda e Ecuador.

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(brano tratto da: “Climate change has created a new generation of sex-trafficking victims”, di Justine Calma per Quartz Media, 2 maggio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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Quando il tifone Haiyan colpì le Filippine nel novembre 2013 era, all’epoca, la più grossa tempesta nella storia che avesse colpito la terraferma. Con una velocità del vento che raggiunse le 196 miglia orarie, il “super tifone” rese sfollate più di 4 milioni di persone e quasi spazzo via la città costiera di Tacloban. I suoi residenti, come Kristine, ricordano ancora l’odore di morte che aleggiava nella brezza marina e permeava le strade. “Morirono troppe persone.”, dice Kristine tristemente. Ma la tempesta era solo l’inizio del viaggio doloroso che lei stava per intraprendere.

Dopo che i cieli si furono schiariti, un secondo disastro umanitario accadde nell’Astrodome di Tacloban, un’arena sportiva in cui migliaia di persone si rifugiarono. Un’economia sotterranea prese piedi mentre donne e bambine erano vendute in cambio di cibo e scarsi rifornimenti d’emergenza, o trafficate e forzate al lavoro o alla prostituzione da reclutatori che offrivano impieghi e borse di studio. Kristine racconta che lei fu venduta a uomini diversi ogni notte; crede che alcuni di essi fossero stranieri volontari dell’aiuto umanitario. Gli uomini la stupravano, prendevano di lei foto pornografiche e giravano video: Kristine aveva 13 anni.

Quando tempeste forti e l’innalzamento del livello del mare distruggono le regioni costiere, donne e bambini sono ovunque a maggior rischio. Il cambiamento climatico è il nuovo fattore di spinta per il traffico di esseri umani; i suoi effetti distruggono i mezzi di sopravvivenza e mettono donne e bambini in situazioni post-catastrofe che i trafficanti sfruttano. (…)

La destinazione per molte delle trafficate è Angeles City, la capitale del turismo sessuale nelle Filippine. Wendy, 25enne, ha lavorato come “ragazza da bar” al Club Atlantis nel distretto a luci rosse della città, che nacque per servire gli uomini in servizio alla base aerea statunitense Clark, operativa sino a metà degli anni ’90. Oggi il distretto – Fields Avenue – consiste di bar, luci al neon e stranieri, per lo più uomini americani, europei e australiani, e di ragazze che ballano su palchi in bikini o ancora meno. I clienti possono “pagar da bere alle signore” per passare il tempo con quella di loro scelta, o possono pagare una “tassa” al bar per portarla fuori e passarci la notte.

Dopo il tifone, ricorda Wendy, “Fields Ave sembrava Tacloban, c’erano tutti i miei paesani.” Le sue stesse cugine arrivarono in aereo, con biglietti che credevano gratuiti, forniti dall’assistenza umanitaria, ma come arrivarono furono piazzate a lavorare nei bar. “Ero così angosciata, perché non c’è nulla che tu puoi fare per aiutarle. Sei senza potere. – dice Wendy – Perché accade? Non si ferma mai, una tragedia dopo l’altra.” Dopo Hayan, infatti, un altro tifone chiamato Hagupit colpì Tacloban solo un anno dopo, quando i residenti stavano ancora ricostruendo e riprendendosi.

“Quando degradi l’ambiente, stai degradando lo status delle donne.”, afferma Emma Porio, docente di sociologia all’Università di Manila. Quando le famiglie perdono i mezzi di sussistenza e non riescono a riprendersi nel mezzo di disastri ambientali, la pressione su donne e bambini affinché provvedano all’intera famiglia – qualche volta ad ogni costo – aumenta. “Lo spazio domestico è il “regno” della donna – spiega Porio – ma è anche la fonte principale della sua oppressione.” La responsabilità del provvedere alla famiglia con ogni mezzo necessario rende le donne più vulnerabili alle false offerte dei trafficanti e meno in grado di lasciare un datore di lavoro che abusa di loro dopo essere state trafficate. Wendy oggi frequenta l’università dopo essere stata soccorso della Fondazione Renew, che aiuta le “ragazze da bar” a uscire dalla prostituzione fornendo loro alloggi e altri servizi. Il Global Slavery Index, una stima della moderna schiavitù riconosciuta a livello internazionale, calcola che circa 400.000 persone siano state trafficate nelle Filippine nel 2016. (…)

La soluzione sta nell’investire nelle donne, di modo che esse possano gettare le fondamenta per comunità più resistenti. Sino ad ora, dice l’attivista Antonia Loyzaga, gli sforzi del paese per l’assistenza post-disastro si sono concentrati sulla risposta a breve termine: il fornire cibo, rifugio, cure mediche alle vittime nell’immediato periodo successivo all’accaduto. Ma ciò non tiene in conto i problemi a lungo termine come il traffico di esseri umani.

Loyzaga è di recente andata in pensione dalla sua posizione di direttrice esecutiva dell’Osservatorio Manila, un istituto di ricerca meteorologica, per concentrasi sul promuovere l’eguaglianza di genere all’interno dell’intero contesto del cambiamento climatico. Ora sta lavorando per un approccio ai disastri ambientali che incorpori l’impegno per rafforzare le donne e le famiglie, di modo che siano meno vulnerabili durante una sciagura naturale. “La gente non ha ancora capito che essere resilienti significa ridurre il varco fra i vari settori.”, dice Loyzaga. Risolvere le disparità nell’accesso alle risorse e nei poteri economico e politico, sostiene, aiuterà le donne a maneggiare meglio le minacce poste da un pianeta che si surriscalda. Chi lavora negli ambiti di traffico e migrazione dice che sta diventando sempre più chiaro come il cambiamento climatico aumenti il rischio di violenza contro le donne. (…)

Dopo aver lasciato l’Astrodome di Tacloban, la 13enne Kristine fu trafficata a Manila da un amico di famiglia. Lavorò come domestica per pochi spiccioli e a volte veniva chiusa per giorni e giorni in una stanza. Scappò con l’aiuto di una vicina di casa e ora vive in un rifugio gestito dal Forum Visayan, un’ong che combatte il traffico di esseri umani nelle Filippine.

Ora 16enne, Kristine sta giocando nel rifugio a “Bahay, Bata, Baguio” – “Casa, Bambino, Tempesta”. Per giocare, le ragazze si mettono in gruppi di tre. Due alzano le braccia per costruire un tetto sopra la terza, che fa la “bambina”. Quando la facilitatrice dice “tempesta”, tutti i gruppi si sciolgono, le ragazze corrono in giro per la stanza e formano un nuovo trio, costruendo un’altra casa su una nuova “bambina”. Il gioco è un simbolo, per loro, del fatto che qualunque tempesta arrivi, ogni bambina / bambino merita di trovare un rifugio sicuro.

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(“Meet Mariamah Achmad, Indonesia” – Nobel Women’s Initiative 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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Mariamah “Mayi” Achmad, indonesiana del Kalimantan occidentale, è la Coordinatrice per l’istruzione alla consapevolezza ambientale della Fondazione Palung e dirige l’organizzazione ecologista “Sekolah Lahan Gambut”. Ha un diploma in gestione forestale e lavora per educare i villaggi rurali alla protezione della biodiversità.

Cosa ti ha spinta a diventare un’attivista?

Sono cresciuta in un bellissimo villaggio rurale con un lungo fiume e molte mangrovie. La foresta forniva alla mia famiglia e alle persone nel mio villaggio legno, lavoro e acqua potabile. All’epoca mio fratello lavorava come disboscatore. Quando il governo mise fuorilegge il disboscamento io mi sentivo arrabbiata, perché pensavo che i nostri mezzi di sussistenza ci fossero stati tolti. Ma ho capito che il vero problema erano le compagnie multinazionali a cui era permesso di controllare larghe aree e di usare la terra a proprio beneficio. Mio fratello non poteva tagliare un albero, ma una di queste compagnie venne al mio villaggio, tagliò il legno delle mangrovie per fare carbone e distrusse i loro acquitrini per produrre gamberetti. Ho preso il diploma in gestione forestale perché sapevo che non c’era abbastanza consapevolezza su come maneggiare la foresta e le nostre risorse naturale. E’ stato come se la foresta mi avesse chiamata.

Quanto grave è l’attuale problema di deforestazione dell’Indonesia?

L’Indonesia soffre degli effetti del surriscaldamento globale, ma allo stesso tempo siamo diventati uno dei paesi che producono più emissioni di anidride carbonica. Centinaia di migliaia di incendi nelle foreste accadono qui ogni anno, molti sono iniziati deliberatamente per aver terra da coltivare, in particolare per le piantagioni che producono olio di palma.

Le nostre umide foreste torbiere sono state prosciugate e disboscate e la torba è molto infiammabile, specialmente nella stagione secca. Quando la torba prende fuoco può bruciare invisibile sotto il terreno e solo la pioggia può spegnerla. L’uso di pesticidi e fertilizzanti e le attività minerarie – sia legali sia illegali – hanno inquinato i fiumi. Nel 2013, l’intera regione del Kalimantan è finita nella lista dei 10 luoghi più inquinati del mondo.

Che impatto ha questo sulle persone?

Il fumo denso delle foreste che bruciano può causare asma, bronchite, malattie cardiache e cancro ai polmoni, e interessa specialmente gli agricoltori che vivono vicini alle piantagioni di palma da olio. A queste comunità manca anche l’accesso a servizi sanitari e istruzione. Nelle zone urbane fanno campagne per insegnare alla gente come maneggiare lo smog, ma la mia squadra e io siamo state in aree rurali piene di fumi dove i membri delle comunità, inclusi i bambini, continuavano a svolgere le attività quotidiane senza usare neppure mascherine.

Ho colleghe che hanno documentato problemi di salute riproduttiva per le donne come risultato dell’uso di acqua inquinata. C’è un costo sociale, pure. Con la perdita della foresta, la comunità perde i suoi mezzi di sussistenza. In passato, la foresta forniva tutto ciò di cui le persone avevano bisogno gratuitamente. Ora devono pagare, il che significa trovarsi un lavoro e usualmente il lavoro lo trovano alle piantagioni per l’olio di palma: dove l’orario è lunghissimo e la paga irrisoria.

In che modo la tua organizzazione “Sekolah Lahan Gambut”, contrasta tale realtà?

Molti dei nostri membri sono giovani donne. Le istruiamo affinché vadano nelle zone rurali a ricordare alle persone quanto importanti sono le foreste, perché le stiamo perdendo e cosa loro possono fare per dare una mano. Lavoriamo nelle scuole, usando le tecniche del racconto e dello spettacolo di marionette per educare gli studenti sull’importanza delle foreste pluviali e torbiere e della biodiversità in generale. Io porto gli studenti nelle foreste in uscite didattiche nelle foreste, che sono anche habitat per specie animali in pericolo. Facciamo anche campagne sui media e abbiamo creato un sito web e programmi radio per diffondere il messaggio.

Cosa dovrebbe accadere?

Dobbiamo far pressione sul governo affinché mantenga la decisione di revocare alle compagnie multinazionali i permessi di bruciare le foreste. Dobbiamo far pressione affinché smettano di aprire queste aree e assicurare le loro riforestazione ove siano state disboscate o bruciate. Le politiche del governo devono sostenere le comunità, non le compagnie commerciali. Io spero di fare in modo che le persone ricordino tutto ciò che le foreste ci hanno dato e che è nostra responsabilità proteggerle.

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“Prendete la città di Puno, in Perù, ove abitano tribù indigene Aymara e Quechua. – spiega Majandra Rodriguez Acha (in immagine) – Usualmente gli inverni sono pesanti in quel luogo e stanno diventando sempre peggiori e anticipati a causa del cambiamento climatico. La mortalità materna è del 45% più alta della media del paese e in parte dovuta a questo freddo intenso. Sono le donne rurali impoverite e i loro bambini che soffrono di più, ma quel che si fa per loro è mandare in dono coperte ogni anno: chiaramente la loro situazione non è prioritaria per il governo.”

Per Majandra i danni provocati all’ambiente sono divenuti prioritari nel 2009, quando giungle e foreste furono invase dalle compagnie petrolifere causando lo spostamento forzato e assai violento di migliaia di persone indigene. Indignata da ciò che vedeva in televisione, andò a prendersi la prima dose di gas lacrimogeno in una manifestazione di protesta, mentre ripeteva lo slogan “La selva no se viende, la selva se difende” – “La giungla non si vende, la giungla va difesa”: aveva allora 19 anni e subito dopo fondò “TierrActiva Perù”, la propria organizzazione di attivisti.

Majandra è oggi consigliera di due gruppi internazionali che lavorano esplicitamente per contrastare il cambiamento climatico e le operazioni che lo favoriscono, “Global Greengrants’ Next Generation Climate Board” e “Women’s Environment and Development Organization”: in quest’ultimo il suo “titolo” è Giovane Femminista per la Giustizia Climatica.

Come lavora in tal campo una giovane femminista? “Ascoltando. Io sono un megafono per voci storicamente soffocate. Credo che le vere esperte delle situazioni siano le persone che le vivono. Nei miei seminari non mi porto dietro presentazioni e non tengo conferenze, mi porto dietro grandi fogli di carta bianca e matite, di modo che chi partecipa possa narrare la propria storia e lasciarne traccia.”

TierrActiva va direttamente nelle aree minacciate o devastate, decentralizza l’organizzazione delle azioni e usa per esse tutti i mezzi e i media a portata di mano: la Mobilitazione per i diritti della Madre Terra nacque dall’allestimento di una radio comunitaria, da laboratori tenuti dalle persone coinvolte a livello locale e dalla costruzione di centinaia e centinaia di enormi pupazzi che poi furono portati in manifestazione con clamoroso effetto visivo. Incontrare le persone sul loro territorio fornisce l’esatta percezione di cosa sta accadendo: chi vive nelle montagne sta affrontando le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai (riduzione della pioggia o scomparsa del suo ciclo), mentre chi vive presso o nelle foreste le vede distrutte da fuochi alimentati dalla siccità.

Majandra dice che far venire alla luce queste narrazioni è critico per parlare di cambiamento climatico: “Non si tratta di tabelle e numeri. Si tratta delle strutture di potere che sfruttano le risorse, danneggiando gli esseri viventi durante il processo.” Un’altra cosa che vede molto chiaramente è la connessione fra il degrado dell’ambiente e le donne: in Perù, dice, questo è particolarmente vero, giacché le donne sono in pratica assenti dai luoghi decisionali e nella sfera politica e tuttavia, la maggioranza delle persone che praticano agricoltura di sussistenza e subiscono i danni del cambiamento climatico sono donne.

La violenza contro la Terra, spiega Majandra, è simile alla violenza sessuale. “Il linguaggio usato è lo stesso, è quello che descrive lo stupro. I modi violenti in cui si estraggono le risorse, si saccheggiano le foreste, si inquinano i corsi d’acqua, hanno forti somiglianze con i modi in cui non si rispettano le donne. Pensano di stuprare la Madre Terra e di farla franca.” Majandra intende mettersi di mezzo. E’ quello che dovremmo fare tutte e tutti.

Maria G. Di Rienzo

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(“An Indonesian Village’s First Female Chief Ended Illegal Logging With Spies and Checkpoints”, di Carolyn Beeler per Public Radio International, 30 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Una strada maestra che attraversa il distretto di Sedahan Jaya nel Borneo occidentale è solo una striscia di terra marrone. Ma è meglio della pozza di fango in cui soleva mutarsi dopo intense piogge. “La strada era in condizioni così cattive quando i bambini andavano a scuola che tornavano a casa con le gambe coperte di fango. – dice Hamisah, una residente locale – Questo era davvero triste per me.”

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Hamisah (in immagine), 43enne, ha due figli maschi e vive in una delle piccole case annidate lungo tale strada. Dal suo cortile, si possono scorgere alcune delle colline del parco nazionale di circa 400 miglia quadrate Gunung Palung: è da là che venivano le inondazioni, a causare problemi maggiori delle gambe infangate. Molti dei circa 900 residenti del villaggio di Hamisah sono contadini e lavorano nelle risaie dal verde iridescente che si situano sotto il parco.

“C’erano sempre inondazioni quando i contadini stavano per mietere il riso, perciò perdevamo i nostri raccolti.”, dice Hamisah. Il problema, aggiunge, era peggiorato dal disboscamento illegale nel parco. “A causa del taglio illegale, alcune colline non hanno più molti alberi, perciò la terra non può assorbire l’acqua della pioggia. – spiega Hamisah – Perciò, ogni anno, c’erano grosse inondazioni.”

Ho parlato con Hamisah nella stanza d’ingresso della sua casetta di legno, dove lei aveva disteso uno spesso tappeto porpora perché ci sedessimo insieme. Discuteva enfaticamente e gesticolando, apparendo vivace e professionale pur nel soffocante caldo tropicale e anche se si alzava ogni pochi minuti per scacciare le galline dalla porta d’ingresso.

Hamisah non è mai andata alle superiori e la gente dice che era timida. Ma le inondazioni e i problemi che esse causavano alla usa comunità l’hanno spinta in avanti: “Ho pensato che per me era il momento di essere coraggiosa e di presentare la mia candidatura a capo del villaggio.”

Non c’era mai stato prima un capo di sesso femminile nella zona, ma Hamisah si era costruita del sostegno. Aveva conosciuto un bel po’ di persone tramite il suo lavoro di assistente sanitaria, lavorando in una clinica locale alla cura delle persone con tubercolosi.

“Forse perché sono una donna, una madre, molta gente veniva da me se aveva problemi. – dice Hamisah – Io ascoltavo e tentavo di suggerire soluzioni. Così, dopo un po’, alcuni hanno cominciato a dirmi che avrei dovuto presentare la mia candidatura.” Lei lo fece, nel 2013, e vinse diventando la leader di Sidorejo nel distretto di Sedahan Jaya.

Hamisah si mise subito al lavoro per fermare la deforestazione illegale e cominciò dalle donne del villaggio. All’epoca, fra i disboscatori illegali, ce n’era solo uno che effettivamente viveva nel villaggio e lei parlò alla moglie di costui dei pericoli che correva: e se si fosse tagliato con la sega, chiese, e se un albero gli fosse caduto addosso? “Feci in modo che sua moglie gli parlasse di questo e lo incitasse a smettere.” Funzionò. L’uomo appese la sega al chiodo e trovò lavoro nell’edilizia.

“Negli altri casi, chiesi alle donne che futuro volevano per i loro bambini, per le foreste e per alcuni tipi di flora e fauna di cui avevano cura. – prosegue Hamisah – Questa è la mia strategia: dire alle donne perché dobbiamo proteggere il villaggio.”

Tuttavia, quelli che tagliavano gli alberi nelle foreste che circondano il villaggio venivano in effetti da fuori di esso. Ma poiché Hamisah aveva i residenti locali dalla propria parte, ne reclutò alcuni affinché fermassero i disboscatori che attraversavano il villaggio per raggiungere le foreste. Hamisah chiama le/i suoi aiutanti “spie”. Una è una negoziante di nome Selamat, che lavora in un chiosco distante pochi minuti di strada dalla casa di Hamisah: “Mi chiese di prestare attenzione a chi guidava mezzi portando una sega. Io dissi di sì, perché volevo essere d’aiuto.” Quando Selamat individuava un disboscatore, doveva chiamare la “spia” successiva lungo la strada, un uomo di nome Ridwan, che avrebbe fermato l’automobile e tentato di convincere il guidatore a tornare indietro.”

Ridwan ha raccontato uno dei blocchi che ha effettuato nell’agosto 2014: “Il tipo era molto arrabbiato, mi disse che non avrebbe venduto il legno e che voleva solo costruire una casa. Ha tirato fuori ogni tipo di argomenti ma alla fine se n’è andato.”

La rete creata da Hamisah ha fermato cinque disboscatori illegali nel suo primo anno e mezzo da capo del villaggio. Ridwan dice che attorno al villaggio nessuno tenta più di tagliare alberi e attribuisce in larga parte il fatto alla guida di Hamisah: “Lei non è come un uomo che si arrabbia subito, lei ha più disciplina. E’ diretta e dura, ma è il tipo di leader che riesce a far cooperare chiunque con lei e a seguirla.”

Il villaggio ha ottenuto anche cure sanitarie meno costose nella clinica dove Hamisah lavora perché ha fermato il disboscamento illegale. La clinica infatti incentiva la conservazione delle foreste offrendo sconti agli abitanti dei villaggi che lo hanno impedito o diminuito.

Il villaggio di Hamisah è un piccolo luogo. Solo sei disboscatori sono stati fermati sino ad ora. Nel frattempo, le foreste indonesiane vengono ancora perdute su larga scala e molta di questa perdita avviene in modo legale. Tutta questa deforestazione ha reso il paese uno dei primi emissori di gas a effetto serra del mondo.

Hamisah sa questo, ma attesta di essere felice per quel che è riuscita ad ottenere: “E non solo io sono felice. Tutte le donne qui intorno si sentono vincitrici perché abbiamo fermato i disboscatori.”

Hamisah dice che la sua esperienza è la prova che se lei può fare la differenza nella sua comunità, chiunque altro può. E che tante piccole differenze possono sommarsi sino a diventare qualcosa di grande.

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“Il mio nome è Ursula Rakova. Vivo in Papua Nuova Guinea, ma sono nata nelle Isole Carteret nel Pacifico del sudovest. Le anziane e gli anziani e la mia intera comunità mi hanno affidato questo grande compito, dire al mondo cosa sta accadendo nella mia isola e come il cambiamento climatico sta distruggendo le nostre vite. Il mio lavoro comprende l’organizzare la mia gente e spostarla dall’isola compromessa alla terraferma, dove dobbiamo reinsediarci su terreno che sia sicuro in ogni senso. Siamo costretti ad abbandonare la nostra isola, la nostra antica casa, per la provincia di Bougainville in Papua Nuova Guinea, dove dobbiamo cominciare nuove vite e trovare mezzi sostenibili per produrre il nostro cibo e sopravvivere.

Io voglio assicurarmi che il mio popolo abbia vita futura per le generazioni che verranno. E voglio dire a chi non crede che il cambiamento climatico stia accadendo: se avete cuore a sufficienza per sapere di essere fatti di carne e sangue, cominciate a pensare a noi sull’isola. Quella che per voi è una scelta relativa allo stile di vita, per noi è una questione di vita o morte. Dovreste mettervi nei nostri panni, e magari fare una visita alle nostre isole. Vi invitiamo a venire a vedere con i vostri occhi.” Ursula Rakova – trad. Maria G. Di Rienzo

(Ursula – nell’immagine sopra – è la direttrice dell’ong “Tulele Peisa”, che significa “Navigare le onde da noi stessi”. Nel 2014, il suo lavoro di reinsediamento degli abitanti delle Isole Carteret, alcuni dei primi rifugiati ambientali al mondo, è stato premiato dalle Nazioni Unite con l’Equator Prize. Sulle isole, a causa dell’innalzamento del livello delle acque, la terra coltivabile è scomparsa, le zanzare degli acquitrini si sono moltiplicate esponenzialmente diffondendo la malaria, e così via. Le iniziative di successo che Ursula continua a organizzare per l’autonomia economica delle donne sono state presentate in numerosi incontri e convegni internazionali.)

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(“Corona”, di Ely Rosa Zamora, poeta contemporanea venezuelana nonché insegnante universitaria di spagnolo e donna lesbica. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

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CORONA

C’è un’automobile affogata

nell’inondazione della strada

L’intera città è scomparsa

lasciando solo desolazione

L’inferno è un aeroplano

pieno di denaro e luci rosse

La regina pietrificata

riposa nel suo castello

Nella foto del quotidiano

cinque uomini ben vestiti

camminano insieme

per organizzare il futuro

delle economie mondiali

Fra le rovine

di quella che una volta era

la mia strada.

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(Immagine dell’inondazione che colpì il Venezuela nel 2010)

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