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mara nei panni di zinga

Mara Menzies (in immagine) è una narratrice e creatrice di storie che vive a Edimburgo, in Scozia. E’ una delle più amate “cantastorie” a livello internazionale e per ogni tipo di pubblico, anche se è particolarmente devota ai bambini. Nata in Kenya, prima di emigrare con la sua famiglia a 13 anni, Mara crebbe ascoltando i racconti degli anziani, dei viaggiatori e di chiunque avesse qualcosa di interessante da condividere. Questo aspetto delle relazioni comunitarie sembrava essere assente nel suo nuovo paese. Mara si concentrò su altri tipi di arte sino a che non rimase incinta: il desiderio di collegare la figlia alla sua origine africana la spinse a scrivere una delle sue storie preferite – su un coccodrillo e una scimmia – e il libro divenne il ponte che la portò sul palcoscenico. Lo “Storytelling Centre” di Edimburgo le diede il benvenuto a braccia aperte. Da allora Mara ha girato con performance e seminari non solo l’intero Regno Unito: ha incantato e insegnato in Kenya, Singapore, Giamaica, Sri Lanka, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.

Collaborando con danzatori, musicisti, artisti tradizionali e digitali Mara crea con i suoi racconti la possibilità di sognare, perché sa che la narrazione sta alla radice di ciò che noi siamo come esseri umani. Le storie ci commuovono, ci spingono all’azione, ci istruiscono, ci indicano visioni del mondo – il modo in cui scegliamo di vivere in esso, dice l’Artista, spesso può cambiare forma grazie a una singola, semplice, storia.

Le sue vanno dal folklore (“Come il gatto finì per vivere in casa”) alla rivisitazione di personaggi storici, come il rivoluzionario keniota Dedan Kimathi (“La storia dei sette giorni”). L’anno scorso Mara Menzies ha scelto di rappresentare una delle tante figure femminili colpevolmente ignorate dalla Storia che hanno contribuito a fare: la regina guerriera Nzinga (qui sotto c’è una sua statua).

queen nzinga statue

Nzinga, vissuta fra il 16° e il 17° secolo, guidava i regni di Ndongo e Matamba situati in quel che oggi è l’Angola: le poche notizie su di lei ci dicono solo che resistette all’invasione coloniale portoghese con tutto quel che aveva e che durante la sua permanenza al potere abolì la schiavitù – pare che prima di ascendere al trono fosse lei stessa una schiava.

Tuttavia la sua vicenda è molto più complessa e intessuta di lotte interne, di rivalità fra fratelli, di omicidi politici (lo stesso figlio della regina fu assassinato), di tradimenti subiti e di clamorose vittorie. Ho tradotto un pezzetto della performance di Mara su Nzinga da un video:

“Il figlio di Mbandi era un sempliciotto come suo padre.

Abbiamo l’opportunità di un nuovo inizio, ma lo sciocco ragazzo mi dice del suo piano di creare buone relazioni con i portoghesi.

Io parlo gentilmente, dicendogli come loro lo useranno per danneggiare l’interesse della giustizia e dell’armonia tramite l’avidità.

Lui litiga, con me! Mi dice che questo è per il più grande bene dei Ndongo.

Io lo guardo negli occhi e vedo: lui crede davvero che lavorare con i portoghesi sarà per il nostro bene.

Non capisce che non ha importanza quanto soddisfiamo questa gente, loro non ci vedranno mai come null’altro che sciocchi insignificanti.

I miei occhi bruciano.

Non posso permettere questo.

E quindi faccio a Aidi quel che mio fratello ha fatto a mio figlio.”

Dopo che Nzinga ebbe sconfitto i portoghesi per trentacinque anni, sia sul piano militare sia sul piano economico (distruggendo le loro rotte commerciali), questi ultimi si arresero e negoziarono un trattato di pace. Nzinga morì molto molto dopo, all’età di 81 anni. Maria G. Di Rienzo

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(“Who is me? I Femme Sage”, di Monica Clarke, trad. Maria G. Di Rienzo)

Sono una donna dell’Africa, un solo sé, un sé dell’anima.

Da un continente violato dall’avidità vengo io,

da dove il grembo di Madre Terra sanguina per sempre

dalle ferite aperte dai predatori che devastano.

Nel mio DNA si è impressa la fame,

la stessa che corre nella linfa di germogli che lottano per sopravvivere,

dove nessuna speranza è rimasta fra le macerie della disperazione.

Nata durante la notte dell’Apartheid, nascondo i miei lividi

nel mentre offro con orgoglio vigilanza e cura,

nel nome della santa di cui porto il nome,

cercando i figli e le figlie che lottano attraversando l’asprezza

della violenza e dell’abuso.

Mi muovo secondo il battito, e canto una canzone di forza,

il cui ritmo disperde la scontentezza dell’angoscia e della perdita.

Dalla Nazione Arcobaleno io vengo,

da dove nelle ombre che il sole non riesce a raggiungere

si trovano antichi germi di superstizione

che si moltiplicano in colonie di oscurità ed abuso,

sotto nuvole di disinformazione.

Da un continente io vengo, dove l’innocenza di bambine e bambini

è sacrificata alla malvagità di uomini,

che pensano di poter evitare le conseguenze dei loro atti.

Vecchia e saggia, giovane e sciocca, do’ e prendo,

amata e disprezzata, percorro il mio sentiero,

nata dalla gentilezza della Terra.

Attraverso il pantano io cammino, con la testa alta e la mia piccola luce,

decisa a risplendere e a spezzare il ciclo della violenza e dell’abuso.

Io amo. Io rispetto. Io servo. Io lotto.

Io SONO – Monica.

Monica Clarke è nata a Cape Town, in Sudafrica, nel 1940. Diplomata come infermiera e levatrice, divenne studentessa di legge negli anni ’60, nel tentativo di rispondere alle violazioni dei diritti umani che testimoniava quotidianamente. Coinvolta politicamente nell’African National Congress fu costretta a lasciare il suo paese nel 1984 per non essere arrestata e si trasferì a Londra. Monica è autrice di poesie, racconti e romanzi (fra cui “Mi chiamano la Venere Ottentotta”, la storia vera di una giovane sudafricana, Saartjie Baartman, trafficata in Europa nel 1810 ed esibita nei salotti a Parigi e Londra), nonché un’esperta di assistenza terapeutica riconosciuta a livello internazionale e una trainer su “eguaglianza, diversità ed inclusione”. Monica è anche una delle poche “Cantastorie dei diritti umani” presenti sul nostro pianeta: “Amo portare i diritti umani in vita con le mie parole”.

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