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poonam ghimire

Quando aveva 11 anni, la nepalese Poonam Ghimire – in immagine – scrisse, mise in scena e diresse un pezzo teatrale che affrontava le diseguaglianze di genere nella scuola e chiedeva maggiore inclusione. Il suo lavoro riscosse un tal successo che la gente lo metteva spontaneamente in scena nelle strade: questo in un paese in cui solo il 66% delle ragazze frequenta le medie, poiché all’età in cui dovrebbero farlo sono già intrappolate in matrimoni precoci o lavoro forzato, oppure ne sono impedite dalla povertà o da proibizioni socioculturali.

In più, in molte regioni sono costrette a sottoporsi alla “tradizione” che le allontana dalle proprie case quando hanno le mestruazioni. Confinate in remote capanne, le ragazze sono spesso stuprate, si ammalano, muoiono di freddo e di fame.

Contro tutto questo, Poonam ha organizzato le sue amiche e ha fatto campagna per l’eguaglianza di genere. L’Unicef l’ha notata abbastanza presto da chiederle di scrivere per l’organizzazione, cosa che le ha fatto guadagnare un profilo internazionale.

Quando è stato il momento di andare all’università, Poonam ha scelto scienze forestali: è convinta che il cambiamento climatico e la diseguaglianza di genere siano connessi. Il cambiamento climatico ha impatto principalmente su bambine e donne, sostiene, giacché nelle comunità sfollate la percentuale di matrimoni forzati infantili cresce, gli agricoltori su piccola scala – che sono in maggioranza donne – vedono distrutte le loro possibilità di sopravvivere grazie al loro lavoro e molte bambine a cui è permesso studiare non riescono più neppure a raggiungere le scuole.

Garantire alle donne il diritto alla salute sessuale fornendo loro l’accesso al controllo delle nascite e fornire istruzione sul cambiamento climatico a donne e bambine sono due dei rimedi per cui la giovane attivista lavora assieme all’Associazione delle organizzazioni giovanili del Nepal (con cui ha anche affrontato le conseguenze del devastante terremoto del 2015, in prima linea negli sforzi per l’assistenza e la ricostruzione).

Durante la sua attività, Poonam ha visto altre connessioni: in Nepal solo il 37% delle persone può usufruire di impianti igienici e sanitari, e di nuovo ciò ha un impatto sproporzionato su donne e bambine, a cui è affidato il compito di fornire acqua potabile; inoltre, espone la popolazione al rischio di colera e altre malattie relative al consumo di acqua contaminata.

Poonam ha già prodotto lavori di ricerca sullo smaltimento sostenibile dei rifiuti, promuove un’agricoltura pure sostenibile, organizza concorsi di poesia sul cambiamento climatico e diffonde libri, tiene seminari sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per i giovani, incoraggiandoli a fondare gruppi ambientalisti in tutta la nazione. Mentre viaggia per questi scopi, raccoglie dati locali sull’inquinamento dell’aria.

“Per molti, io sono una donna non sposata che lavora nel mondo degli uomini e non sa cucinare. – ha detto di recente alla stampa – Ma io sono una donna che ha sogni, aspirazioni e, cosa più importante di tutte, ho una voce.”

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “From midwife to MP – Advancing the rights of women in the Comoros”, di Nasser Youssouf – anche l’immagine è sua – per il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, 4 aprile 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Oumouri

(La deputata Hadjira Oumouri partecipa alla maratona comoriana durante il Giorno Internazionale delle Donne. La sua maglietta dice: Io sono più di una madre. Sono anche una donna con delle ambizioni.)

Moroni, Unione delle Comore – Come levatrice Hadjira Oumouri, 49enne, ha passato anni facendo attivismo per la salute e i diritti delle donne. Oggi è la seconda donna mai stata membro del Parlamento delle Comore e attualmente l’unica deputata di sesso femminile.

La sua esperienza ha intessuto il suo essere una guida. Sin da quando è stata eletta, ha introdotto molteplici provvedimenti per promuovere l’eguaglianza di genere e ha lavorato duramente – con successo – per ottenere il sostegno dei suoi colleghi maschi.

“Io penso che la lotta delle donne sia quotidiana. – ha detto – La politica è anche una lotta che devi continuare a fare.”

La diseguaglianza di genere resta un preoccupazione significativa nell’Unione delle Comore. In un sondaggio del 2012, tre donne su dieci hanno riportato di essere state date in mogli da bambine. Dai 15 anni in su, il 40% delle donne fa esperienza di violenza fisica.

Le donne hanno anche minori livelli di alfabetizzazione e partecipazione alla forza lavoro rispetto agli uomini, e trovano barriere nell’accesso ai servizi sanitari. Circa un terzo delle donne sposate hanno una necessità non soddisfatta di pianificazione familiare e circa metà delle donne sposate dicono che le decisioni relative alla loro salute sono principalmente prese dai loro mariti.

La mancanza di empowerment e di accesso ai servizi sanitari possono persino essere mortali. Secondo i dati del 2015 delle Nazioni Unite, circa 335 donne comoriane muoiono per cause legate alla gravidanza su ogni 100.000 che partoriscono restando vive: per fare un paragone, nelle regioni più sviluppate il numero di decessi è pari a 12. Come levatrice, Oumouri è stata testimone di prima mano di molte di queste istanze.

Nel 1995 cominciò a lavorare con Il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione per aumentare la consapevolezza sulla pianificazione familiare nella sua zona natale, la remota area di Mbadjini. Ha immediatamente affrontato le difficoltà che le donne fronteggiano – in particolare la mancanza di informazioni sulla salute femminile e sui contraccettivi. “E’ stato necessario sensibilizzare la popolazione.”, dice Oumouri. Esplicita attivista per i diritti delle donne, creò all’epoca anche un’associazione rappresentativa delle donne e delle bambine di Mbadjini. Infine, fu eletta sindaco del Comune di Itsahidi e, nel 2015, si presentò alle elezioni parlamentari del paese.

“Ciò che mi ha motivata è stato il vedere quante ineguaglianze riguardano le donne.”, ha detto. Oggi è l’unica donna su 33 membri dell’assemblea nazionale. Oumouri vuole anche vedere più donne partecipare alla politica. “Anche nelle posizioni ottenute per nomina, vedi che c’è un’unica ministra nel governo. E’ abbastanza? Io non lo credo.”

Oumouri ha promosso una legge che richiede diversità di genere nelle nomine fatte da governatori e capi di stato e chiede anche che le nomine fatte da partiti politici includano uomini e donne: “Ho pensato che se potevamo avere una legge che sostenesse le donne sarebbe stato un gran passo avanti. E’ anche un modo per motivare le donne a risvegliarsi e far campagna nei partiti politici.”

La legge è passata con voto unanime.

Oumouri ha anche proposto legislazioni specifiche per combattere le molestie sessuali sul posto di lavoro e nelle classi scolastiche. Oggi, lavora in stretto contatto con le associazioni di donne e persone esperte di genere e salute riproduttiva – incluse quelle del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione – per rispondere alle necessità di donne e bambine.

“Penso che mi sto facendo sentire.”, ha detto Oumouri.

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Il 13 marzo scorso, durante l’annuale Commissione sullo status delle Donne tenuta dalle Nazioni Unite, si è tenuto un incontro dal titolo “La violenza non conosce confini”. Organizzazioni della società civile, personale delle NU, testimoni e sopravvissute hanno parlato, dicono i rapporti, degli “orrori della violenza di genere” (che, come sapete, è solo un’invenzione delle femministe, mentre la parola “genere” nasconde una turpe agenda ecc. ecc.).

Fra le relatrici c’erano le due giovani in immagine: la 17enne Hauwa e la 18enne Ya Kaka, venute dal nord della Nigeria a raccontare come sono state rapite da membri di Boko Haram, cosa questi ultimi hanno fatto loro e come sono fuggite dalla brutalità e dalla violenza sessuale continuate.

Hauwa e Ya Kaka

Hauwa è stata rapita quando aveva 14 anni. E’ stata portata in un accampamento nella foresta dove ha subito ogni sorta di abusi. Rimasta incinta, è fuggita perché la paura di morire partorendo è diventata più grande della paura di essere uccisa: “Ho deciso che invece di star quieta e di morire in silenzio nella boscaglia, era meglio morire mentre lottavo per scappare.”

Uscita di soppiatto dall’accampamento durante la notte, ha camminato per una settimana prima di incontrare una donna anziana. Costei l’ha ospitata sino a che Hauwa ha partorito una bimba, poi la ragazza ha ripreso il suo viaggio: “Se fossi rimasta là e i guerriglieri l’avessero scoperto ci avrebbero uccise tutte. La seconda o terza notte, la mia bambina si è ammalata. Eravamo sotto un albero quando è morta. Dapprima credevo dormisse, ma il suo corpo diventava sempre più rigido. Ho scavato una fossa, ho seppellito la bimba e ho continuato a camminare.”

La storia di Ya Kaka è similmente orribile. Era stata rapita assieme a due sorelle, ma è stata subito separata da loro: “Sino a oggi, non le ho più viste e non ho ricevuto alcuna notizia che le riguardi.”

La violenza sessuale diventò la norma della sua esistenza. Anche lei restò incinta e partorì un bambino. Dopo oltre un anno di prigionia riuscì a fuggire e a trovare un campo profughi zeppo di altre sopravvissute. Servizi, cibo e protezione erano scarsi; inoltre, gli abusi non erano finiti: “La notte, quando volontarie e lavoratrici lasciavano l’accampamento, i soldati di guardia allo stesso entravano e ci imponevano di fare sesso con loro.”

Ya Kaka ha dovuto scappare anche da là. Il suo figlioletto si è ammalato ed è morto poco dopo. Le due giovani sono tornate a scuola, ora, ma il pericolo incombe ancora su di loro. Persino il fatto che raccontino le loro storie è rischioso.

“Chiariamoci: Boko Haram sa chi sono. – ha detto Stephanie Sinclair, rinomata fotografa e fondatrice di “Too Young To Wed”, l’organizzazione che ha assistito Hauwa e Ya Kaka – Ma loro vogliono parlare perché ci sono tuttora migliaia di ragazze rapite, nella Nigeria del nord, di cui non si sa nulla.”

Nonostante le sofferenze che hanno attraversato, Hauwa e Ya Kaka hanno detto al loro pubblico di avere speranza. Entrambe hanno dichiarato che mirano a diventare avvocate per difendere e proteggere i diritti umani e che non hanno rimpianti per l’essere uscite allo scoperto.

“Devo condividere la mia storia – ha concluso Ya Kaka – affinché il mondo intero la ascolti.”

Maria G. Di Rienzo

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asma

C’è chi dice che con lei sia morta la coscienza civile della nazione, ma Asma Jahangir non sarebbe d’accordo: ha passato la sua vita a lottare contro gli estremismi religiosi, per i diritti delle donne e delle minoranze oppresse o marginalizzate, e ha ispirato migliaia di persone a fare altrettanto. L’avvocata e attivista è deceduta per arresto cardiaco domenica 11 febbraio a Lahore. Aveva 66 anni.

Co-fondatrice del Women’s Action Forum e della Commissione per i diritti umani pakistane; più volte inviata speciale delle Nazioni Unite per il monitoraggio dei diritti umani; prima donna presidente dell’associazione avvocati della Corte Suprema; creatrice del primo centro per aiuto legale e del primo rifugio per le donne pakistane vittime di violenza domestica… quel che Asma lascia dietro di sè è un’eredità tangibile e formidabile per cui non solo il suo paese dev’esserle grato.

Ha pagato caro il suo attivismo, ovviamente: ha passato periodi in galera, è stata messa agli arresti domiciliari, è stata picchiata durante manifestazioni a cui partecipava. Sino a ieri, i suoi social media erano pieni di minacce di stupro a lei e alle sue figlie. I suoi oppositori odiavano terribilmente la sua persistenza e soprattutto il suo non cedere alla paura: “E’ possibile lottare contro il terrorismo con la forza bruta, – ebbe a dire Asma – ma il terrore scatenato in nome della religione può essere sfidato solo tramite il coraggio morale.” Qualcosa che non le mancava di certo.

Maria G. Di Rienzo

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(“The Women Leading This Kenyan Environmental Group Are Thriving Where Men Failed”, di Daniel Sitole per News Deeply, 4 gennaio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Foresta di Kakamega, Kenya – Quando Maridah Khalawa ha dato inizio al Gruppo Agricoltori di Muliru per la Conservazione, circa un decennio fa, sapeva di voler trovare un modo di generare reddito per se stessa e altre donne che vivono nei pressi della foresta Kakamega nel Kenya occidentale, senza sfruttare le già risicate risorse dell’area.

Quel che non poteva sapere era che la loro piccola impresa comunitaria sarebbe cresciuta sino a contribuire al sostegno di centinaia di famiglie, avrebbe vinto riconoscimenti internazionali e si sarebbe dimostrata più efficace di molti dei gruppi di uomini che tentato di fare la stessa cosa.

La chiave dell’impresa sostenibile del gruppo di Muliru è il basilico canforato.

basilico canforato

La pianta indigena, Ocimum kilimandscharicum, chiamata “Mwonyi” nel locale dialetto Luhya, è stata a lungo usata dalla popolazione attorno alla foresta Kakamega per curare influenza e tosse, per tenere distanti i parassiti dal grano immagazzinato e come repellente per le zanzare.

A partire dal 1999, con il piccolo capitale iniziale e il lavoro gratuito fornito dai membri, più della metà dei quali sono donne, il gruppo di auto-aiuto di Muliru ha cominciato a coltivare e a trattare il basilico canforato per trasformarlo in un unguento da vendere localmente. L’idea era di attingere a un’abbondante e poco apprezzata risorsa della foresta Kakamega, l’ultima foresta pluviale del Kenya che ancora sopravvive, beneficiando nel contempo finanziariamente le comunità locali. Per giunta, una parte dei guadagni provenienti dall’iniziativa sarebbero andati alla ricerca per la preservazione ambientale.

“Uno dei nostri iniziali scopi relativi alla conservazione era l’agire andando oltre il metodo tradizionale, usando tecnologia moderna e abbracciando la cooperazione con altre organizzazioni interessate.”, dice Maridah Khalawa, 54enne, che non hai mai finito le scuole superiori perché i suoi genitori non potevano permettersi di pagare le tasse relative.

Muliru

(Muliru – Maridah Khalawa è a destra accanto al distillatore)

Lo sforzo del gruppo ha subito attirato i donatori. Nel 2.000, Il Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite ha dato al gruppo 4 milioni e mezzo di scellini kenyoti (poco più di 37.000 euro) per comprare macchinario da distillazione in grado di estrarre gli oli essenziali del basilico. In precedenza, la comunità era solita bollire la pianta come da medicina tradizionale. Cinque anni più tardi la Fondazione Ford, tramite il Centro Internazionale di Fisiologia e Ecologia degli Insetti, finanziò parzialmente la costruzione di due edifici per la produzione, lo stoccaggio e gli uffici amministrativi del gruppo.

Altri donatori seguirono, sebbene non senza incontrare resistenza da parte di alcuni membri dell’organizzazione: “Non è stato facile convincere altri abitanti del villaggio a pensare globalmente e ad accettare di lavorare con stranieri.”, dice ancora Khalawa. Ora il Gruppo Agricoltori di Muliru per la Conservazione è rinomato per il suo unguento erbaceo basato sul basilico canforato, che è sul mercato con il nome di Naturub ed è registrato come medicina in Kenya per la cura dei sintomi dell’influenza, come sollievo per il dolore e i morsi di insetti. Oltre all’unguento, il gruppo fa anche repellente per zanzare.

I prodotti sono venduti a negozi, supermercati e farmacie nel Kenya occidentale e distribuiti tramite agenti in altre parti del paese. James Ligale, l’addetto del gruppo alle pubbliche relazioni, dice che il valore dei loro beni patrimoniali ammonta a più di 15 milioni di scellini kenyoti (circa 124.000 euro), valore della terra compreso. Vendono annualmente 36.000 flaconi di unguento.

I benefici vanno ben oltre i membri di Muliru, di cui più del 40% riceve tutti i propri guadagni dal progetto. Il gruppo fornisce reddito regolare per 400 agricoltori che coltivano le piante per il materiale grezzo e che a loro volta impiegano circa 1.000 dipendenti.

Come integrazione ai propri guadagni, Muliru ospita turisti che pagano dai 12 ai 29 euro per apprendere le storie della conservazione della foresta di Kakamega, della pianta Ocimum e del processo di produzione di Naturub – dalle fattorie ai macchinari.

Il lavoro del gruppo ha vinto diversi premi, inclusi due dall’UNDP: l’Equator Prize nel settembre 2010, che fu conferito durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York e il Seed Award nel dicembre dello stesso anno.

“E’ l’impresa di preservazione ambientale più di successo e meglio amministrata diretta da una donna in Kenya. – dice l’esperto di conservazione di risorse naturali, ora in pensione, John Kimeto – Gli uomini hanno tentato di imitare Maridah ma hanno tutti fallito.”

Khalawa attribuisce il suo successo all’instancabile sostegno delle donne membri del gruppo. Dice che si è presa l’impegno di far spazio alle vedute e alle opinioni delle persone al di là della loro età, affiliazione politica o comprensione delle istanze, ma che non permetterà ai politici di professione di interferire nella gestione degli affari. “Le organizzazioni comunitarie sono soggette a manipolazioni politiche, e ai politici piace essere membri, patrocinatori o sponsor di tali gruppi. Io ho tenuto con fermezza i politici fuori da Muliru.”, spiega.

Nonostante la sua comprovata e forte esperienza, Muliru affronta ancora difficoltà nel mentre tenta di ingrandirsi ed espandersi. Cerca di guadagnare abbastanza per i costi del marketing o per assumere impiegati dalle specifiche abilità – come ingegneri di produzione o contabili – che facciano funzionare l’organizzazione. I membri più anziani trattano gli affari del gruppo essi stessi, a volte andando per tentativi e errori.

Tuttavia, Maridah Khalawa e la sua compagine si dedicheranno a dirigere l’impresa in modo sostenibile e per il beneficio della loro comunità locale il più a lungo possibile: “Quelli che volevano stare dalla parte “giusta” politicamente sono collassati, ma noi siamo qui per restare.”, dice.

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mina

Questa è Mina Jaf, femminista curda irachena, fondatrice nel 2015 dell’ong Women Refugee Route, Vice Presidente dal 2017 della Rete Europea delle Donne Migranti e alla fine dello stesso anno premiata come a Bruxelles con il Women of Europe Award nella categoria “giovani attiviste”.

Mina è nata nel 1988, durante un attacco al suo villaggio effettuato con gas chimici: divenne una rifugiata nel momento stesso in cui vedeva la luce. La sua famiglia fuggì attraverso le montagne e visse vagabondando fra Iraq e Iran per i seguenti 11 anni, a volte senza passare più di una notte nel medesimo luogo, sino a quando madre e figli riuscirono a trasferirsi in Europa. Con i suoi familiari, Mina ha trascorso i tre anni successivi nei centri per i richiedenti asilo della Danimarca, prima che la loro condizione fosse finalmente stabilizzata.

Per tutta la sua infanzia Mina ha ascoltato, spesso fingendo di dormire, le storie orripilanti delle violenze subite dalle donne sfollate provenienti da mille luoghi diversi, dalla Bosnia alla Somalia: stupro e violenza domestica, la stigmatizzazione e la vergogna che circondavano le loro esperienze, il poterle condividere solo in sussurri nella notte. Mina è cresciuta con la determinazione di lottare per i loro diritti.

Oggi lavora non solo nella Danimarca di cui è orgogliosa cittadina, ma in Belgio (con lo Stairpont Project), Grecia e Italia e ovunque vi siano alte concentrazioni di migranti/rifugiati. Parla sette lingue: “Fatico ogni giorno per trovare le parole giuste con cui dire alle donne questa cosa: Se sei stata stuprata, al centro accoglienza o durante il tuo viaggio, devi dirlo. Se ometti questa informazione – perché hai paura, perché ti vergogni, per via dei tabù – non avrai una seconda possibilità.” Adesso Mina sta creando un’organizzazione di traduttrici, sapendo che le donne parlano più volentieri e facilmente con le loro simili: “La lezione più importante che ho appreso lavorando sul campo è questa: il modo in cui l’informazione è data è cruciale quanto il tipo di informazione data.”

Il 15 maggio scorso Mina Jaf ha parlato alle Nazioni Unite in un incontro dedicato alla violenza sessuale durante i conflitti. Non ha solo dettagliato molto bene la situazione mondiale, non ha solo spiegato cosa la violenza sessuale è: “un crimine di genere usato per svergognare, esercitare potere e rinforzare le norme di genere”, ha detto loro chiaro e tondo cosa bisogna fare:

“Promuovere l’eguaglianza di genere e il potenziamento di donne e bambine come fondamento a tutti gli sforzi per prevenire e affrontare la violenza sessuale durante i conflitti e sostenere le organizzazione delle donne che lavorano in prima linea;

Unirsi alla Chiamata all’Azione per la protezione dalla violenza di genere durante le emergenze e sostenerla;

Assicurarsi che l’Accordo Globale per i Rifugiati, che sarà completato nel 2018, sia progressivo per le donne e le bambine rifugiate;

Confermare i diritti di tutti i rifugiati migliorando urgentemente l’accesso alla protezione internazionale con le visa umanitarie, i reinsediamenti dei rifugiati, il più vasto accesso all’informazione e ad audizioni imparziali;

Assicurarsi che l’aiuto umanitario si accordi al diritto umanitario internazionale e non sia soggetto a limitazioni imposte dai donatori, come il negare l’accesso ai servizi sanitari per la salute sessuale e riproduttiva quali l’interruzione di gravidanza;

Impegnarsi in programmi che siano aggiornati con analisi di genere, che riconoscano le necessità di tutte le sopravvissute e includano dati disaggregati per sesso ed età: questo deve comprendere l’addestramento alla sensibilità di genere per chiunque lavori con le sopravvissute sul campo e l’inclusione delle sopravvissute nella consultazione sulle individuali strategie di protezione;

Limitare il flusso delle armi leggere ratificando il Trattato sul Commercio delle Armi e implementandolo tramite leggi e regolamenti nazionali.

Non è sufficiente condannare gli atti di violenza sessuale durante i conflitti. Chiunque sia presente qui oggi è responsabile del porvi fine, del portare tutti i perpetratori davanti alla giustizia e del mettere le donne all’inizio e al centro di ogni responso per prevenire la violenza.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: Children of Peace: Stories and Dreams of Conflict-displaced Children, di Krizia Kaye Viray e Julie Christine Batula (immagini) – Un Migration Agency, 30 novembre 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

le gemelle

E’ come vedere doppio. Dagli occhi espressivi alla straordinaria carnagione dorata, sino ai più minuscoli manierismi e gesti, è difficile discernere chi è chi fra le due ragazze. Il modo più facile di distinguere le gemelle Sampang è che Farhiya indossa un ‘turung’ (hijab o fazzoletto da testa) e Ferwina no: “Può diventare davvero bollente e mi fa venire mal di testa.”, spiega quest’ultima.

Nonostante siano gemelle identiche, le ragazze sono l’una l’opposto dell’altra in diverse maniere. A Farhiya piacciono le lezioni d’inglese, Ferwina preferisce la matematica e vi eccelle. Nel tempo libero, a Farhiya piace cantare mentre ascolta i suoi artisti locali preferiti, mentre Ferwina preferisce disegnare.

Ma quando chiedi loro come immaginano il loro futuro le gemelle rispondono all’unisono – come se le parole provenissero da una sola persona. E’ un responso istantaneo, fermo e forte: “Sogniamo la pace.” Entrambe vogliono diventare mediche.

Il 9 settembre 2013 un gruppo armato attaccò la città di Zamboanga sull’isola di Mindanao, nelle Filippine. Il conflitto fra le forze governative e il gruppo armato durò più di tre settimane. L’assedio alla città fece di 100.000 suoi residenti degli sfollati, creando una crisi umanitaria che ha preso anni per essere risolta.

Il conflitto ha reso i bambini / le bambine particolarmente vulnerabili. Persino nei casi in cui erano stati in grado di fuggire e di trovare luoghi sicuri, un futuro sconfortante era davanti a loro, in special modo se non ottenevano sufficiente sostegno, inclusa la possibilità di tornare a scuola.

Da un’evacuazione all’altra le famiglie sfollate sono state trasferite a Masepla, dove è stato creato uno spazio di apprendimento per i bambini e dove le gemelle si trovano.

“Non è stato facile. – dice la preside della Masepla Composite Learning School, Cristina Santos – Prima di tornare a leggere libri, recitare alfabeti e cantare filastrocche abbiamo dovuto lavorare sull’attitudine dei piccoli e sul loro atteggiamento verso la vita. La violenza li aveva portati qui e noi abbiamo voluto assicurarci che non fosse la violenza a definirli.”

Gli alunni di questa scuola salutano con radianti sorrisi e non sono diversi dagli altri scolari che conoscete. Sono energici, curiosi, spensierati. E un’altra cosa è evidente. I sogni non svaniscono facilmente. Per fare un esempio, qui abbiamo incontrato bambine e ragazze che chiamano orgogliosamente se stesse “Figlie / Bambine delle Pace”. La pace non è per loro un barlume di speranza, è il motore che le spinge in avanti: “Ci impegneremo nello studio. Promuoveremo la pace. L’istruzione sarà la nostra arma per un futuro migliore.”, ci ha detto una delle ragazze prima di correre via a giocare con le amiche.

children of peace

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