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Posts Tagged ‘istruzione’

Tre anni fa, dopo una campagna condotta da genitori disgustati dal contenuto sessista e stereotipato di libri quali “Attività per ragazze” e “Attività per ragazzi”, la casa editrice inglese Usborne annunciò che avrebbe smesso di pubblicare simili testi.

Il loro “Growing Up for Boys” (Crescere/La crescita per ragazzi) è del 2013 e ancora in circolazione ma ultimamente un padre, il sig. Ragnoonanan, ha chiesto pubblicamente se non ci sono cose migliori da insegnare ai propri figli maschi, a cui il libro indirizza messaggi come questo:

A cosa servono i seni? Le ragazze hanno i seni per due ragioni. Una è produrre latte per gli infanti. L’altra è far apparire la ragazza cresciuta e attraente. Virtualmente tutti i seni, al di là della taglia e della forma che finiscono per avere quando una ragazza esce dalla pubertà, possono fare entrambe le cose.

breasts

Dal messaggio dell’uomo su Twitter la protesta si è allargata sul web e soprattutto su Amazon, che il libro lo vende, ove recensori ambosessi lo hanno sepolto di stroncature.

Fen Coles, co-direttrice della Letterbox Library, una biblioteca specializzata in libri per bambini e testi per le scuole e i genitori, ha spiegato alla stampa perché lei stessa trova la faccenda problematica: “Il linguaggio usato, tenendo in mente che questo è un libro “per maschi”, suggerisce fortemente che i seni delle ragazze esistono per i ragazzi, per il loro apprezzamento, per il loro sguardo. Se vogliamo incoraggiare i nostri bambini ad avere relazioni sane gli uni con le altre e se vogliamo costruire una cultura del consenso, suggerire che parti del corpo esistono solo per il loro “uso” da parte di un’altra persona, apparentemente al di fuori del controllo da parte della persona a cui quella parte del corpo appartiene, al minimo toglie potere e al peggio è molto pericoloso. Questo è un linguaggio mal concepito, regressivo e irresponsabile, usato in ciò che è inteso come libro educativo.”

La casa editrice si è scusata, ovviamente. Metterà a posto il libro. Tanto, la sua parte di danno l’ha già fatta. Maria G. Di Rienzo

P.S. Il titolo – Insegna bene ai tuoi figli – fa riferimento a una canzone di Crosby, Stills, Nash & Young.

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Diva Guimarães

Diva Guimarães (in immagine con il microfono di fronte) è diventata famosa il 28 luglio scorso, prendendo parola durante il Festival Letterario di Paratry, in Brasile. Il tema era il razzismo e la 77enne Diva, insegnante in pensione, ne ha fatto esperienza per l’intera vita. Nipote di schiavi, ha raccontato come sua madre sopportò ogni tipo di umiliazione per assicurarsi che i suoi figli ricevessero un’istruzione. Ma anche nella scuola religiosa che accolse lei a cinque anni, e in cui doveva lavorare oltre che studiare, le cose andavano così: “Voglio raccontarvi una storia che ha segnato la mia esistenza. – ha detto al pubblico del Festival – Sono dovuta diventare adulta all’età di sei anni. Le suore raccontavano questa storia: Gesù creò un fiume e disse a tutti di lavarsi, di bagnarsi nelle acque benedette di quel fiume incantato. Le persone bianche sono tali perché lavorano sodo e sono intelligenti, vennero al fiume, si bagnarono, diventarono bianche. Noi, come neri, siamo pigri – il che non è vero, perché questo paese sopravvive oggi grazie ai miei antenati che hanno provveduto a tutti – e quando alla fine arrivammo ognuno s’era già bagnato nel fiume e di esso restava solo fango. Perciò, noi abbiamo di pelle più chiara solo i palmi delle mani e le piante dei piedi, perché siamo riusciti a malapena toccare l’acqua in questo modo.

Sembrava che nessuno fosse riuscito a non commuoversi e a non riflettere, dopo aver ascoltato Diva. Ma mentre camminava fra gli stand della Fiera è stata assalita da un venditore arrabbiato, che le ha ingiunto di pulire una cacca di cane. La donna non è la proprietaria della bestiola e c’erano molte altre persone a cui il venditore avrebbe potuto rivolgersi, però ha scelto lei. “Io so perché.”, ha commentato Diva.

Il video del suo intervento è diventato assai popolare in Brasile. Sono seguite interviste, articoli su giornali ecc. Tra l’altro, le hanno chiesto: “Che messaggio vorrebbe dare alle giovani donne nere di oggi?” La sua risposta è stata: “Di non misurarsi sui loro corpi, ma sulle loro culture. Vorrei dire loro che non sono mercanzia sessuale. So che hanno discernimento sufficiente a riconoscere questo tipo di abuso. Si fa passare l’idea per cui le persone nere diventano note fuori dal Brasile come oggetti sessuali, dicendo che lei ha il diritto di usare il suo corpo come vuole.” Diva ha ben chiaro che l’oggettivazione sessuale non è una libera e liberatoria scelta.

Maria G. Di Rienzo

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Rachana Sunar

Rachana Sunar, 22enne – in immagine qui sopra – vive in un villaggio del Nepal occidentale. La sua missione è mettere fine ai matrimoni di bambine. Sfuggita per un pelo a un destino simile, priva di risorse che non siano la sua volontà e la sua passione, la giovane donna va di porta in porta a diffondere il suo messaggio, organizza incontri, impedisce i matrimoni intervenendo di persona o chiamando la polizia (i matrimoni di minori sono illegali, nel suo paese, dal 1963). Come potete intuire, Rachana non si è scelta un compito facile: il 37% delle sue simili, in Nepal, sono già mogli prima dei 18 anni e molti uomini sono seccati dal vedersi sottrarre le bambine-spose da sotto il naso, al punto che mentre la CBS stava girando un documentario sulla storia di Rachana una folla di scalmanati si è minacciosamente presentata a casa sua. Ma ciò non ha spostato di una virgola la sua attitudine: “Se una ragazza ascolta la mia storia, di come ho iniziato il mio viaggio, almeno le sto dando speranza. – ha spiegato – Sì, c’è gente a cui non piace il lavoro che faccio, ma anche se muoio per questa ragione, so che la mia morte ispirerebbe le mie sorelle ad andare avanti. Se io mollo, in questo momento, non c’è nessuno che oserebbe affrontare la questione al posto mio. Sono felice di farlo, anche rischiando la mia vita.”

Il documentario si chiama “The Lost Girls” – “Le ragazze perdute” e, tanto per far capire subito come stanno le cose, si apre con un proverbio nepalese: “Crescere una figlia è come innaffiare il giardino del vicino”. E’ stato diffuso per la prima volta in questo mese di maggio e sta girando abbastanza su internet da essere trovato facilmente, ma siete in difficoltà potete provare qui: http://www.girlsnotbrides.org/

nepal documentary

Di recente, Rachana ha fondato un’ong, Sambad (che significa Dialogo) per aiutare bambine e bambini a scoprire il loro valore e a ricevere un’istruzione di base. Per alcuni di questi piccoli, le lezioni della maestra Rachana – che adorano e ricoprono di doni in carta colorata – saranno l’unica occasione loro offerta nella vita di imparare qualcosa, per molte femminucce sono l’unico momento nella loro attuale esistenza in cui si sentono amate e apprezzate.

Il lavoro della giovane attivista ha generato onde che potrebbero rivelarsi decisive: nel suo distretto è nato un movimento che si propone di far cessare i matrimoni precoci entro il 2020 e lei stessa è riuscita a consegnare personalmente una lettera al Primo Ministro del Nepal in cui chiede al governo di farsi carico della questione. “Vi sosterremo.”, le ha assicurato il Primo Ministro.

La straordinaria forza di Rachana si alimenta dal suo sognare in grande. Dopo aver ricordato come la propria madre si sentisse la persona più sfortunata del mondo ad aver avuto solo lei e sua sorella minore, come la nonna paterna avesse suggerito al figlio di avvelenarle tutte e tre e prendersi un’altra moglie, e che il padre era solito battere sua madre ogni singolo giorno, dice con voce piena di emozione e di determinazione: “Voglio rendere le tutte le madri del nostro villaggio orgogliose di avere figlie.” Maria G. Di Rienzo

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L’articolo, pubblicato un paio di giorni fa, concerne le molestie che uno studente avrebbe subito da un suo insegnante e la conseguente sospensione di quest’ultimo dall’ incarico (per un mese). I due hanno una storia pregressa di scontri: “La vicenda è cominciata a novembre dello scorso anno, quando dopo un episodio avvenuto in classe, il ragazzo è stato sospeso e denunciato dall’insegnante per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Il docente sosteneva di essere stato aggredito dal giovane dopo avergli impedito di stare seduto vicino alla fidanzata, poiché si distraevano a vicenda. Da quel momento in poi sarebbero però partiti una serie di messaggi ambigui, mandati dal prof al diciannovenne. Conversazioni su Facebook che in brevissimo tempo si sono trasformate in inviti a bere il caffè e infine in un pranzo a casa dell’insegnante. L’obbiettivo dichiarato era quello di mettere a punto un piano di studi per il ragazzo, che non va molto bene a scuola e che il docente diceva di voler aiutare. In realtà però il pranzo, a quanto ha raccontato il diciannovenne, sarebbe stato condito da una serie di avances, prima verbali, poi anche fisiche.”

La vicenda accade in quel di Padova e qui sotto c’è un esempio delle conversazioni succitate, così come l’ho trovato:

screenshot

Ora, poiché mi si dice che il giovanotto non brilla negli studi, il suo “tutto apposto” è orripilante ma comprensibile. Però vorrei veramente sapere cosa insegnava il docente: “Tu adesdo devi solo studiare e non sconcertanti dall’obbiettivo.”, “Poi parleremo che ti dovrai fidare di me e lasciarti volete bene.”… Per favore, ditemi che non insegnava italiano. Per favore. Maria G. Di Rienzo

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Per andare a scuola (secondaria superiore) dal loro villaggio devono camminare tre chilometri. Ma sono tre chilometri di calvario, perché uomini e ragazzi – specialmente in moto, con i caschi che nascondono i loro volti – le molestano e le aggrediscono per tutta la strada. L’anno scorso, nello stesso distretto, una studente fu stuprata mentre si recava a lezione e le sue coetanee di due paesini smisero completamente di andare a scuola.

Anche le ragazze di Gothera Tappa Dahena, il villaggio indiano di cui si tratta hanno smesso di andare a scuola, ma perché stanno protestando. Dopo aver denunciato le loro difficoltà alle autorità scolastiche (sorde) e al consiglio di villaggio (il capo è solidale ma non ha potere / giurisdizione bastanti a intervenire con successo), sono entrate in sciopero della fame da mercoledì 10 maggio.

School Girls

Sono circa 80, quattro si sono sentite male e sono state portate in ospedale il venerdì successivo. A tutt’oggi le altre resistono, anche alle diffamazioni dei funzionari del distretto scolastico che le giudicano povere “bambine messe su” dai genitori e dal capo villaggio. Oltre al rispetto per le loro persone e alla libertà dalla violenza maschile, le studenti stanno chiedendo che il liceo del loro villaggio sia ampliato alle classi superiori, di modo da evitare la passeggiata delle forche caudine verso Kanwali.

In qualche modo stanno rispondendo anche all’orrore di un nuovo femicidio con annesso stupro brutale commesso ai danni di una ventenne della loro zona. La madre disperata di costei ha chiesto alle altre madri indiane, tramite la stampa, di non mettere al mondo figlie perché altrimenti arriveranno molto probabilmente a vivere quel che lei sta vivendo… ma queste ottanta figlie determinate a lottare e vincere, anche a costo di sacrificare la propria salute o persino la propria esistenza, le danno completamente torto: ognuna di loro è una torcia ardente nel buio, un segnale di speranza, una creatura preziosa per unicità e coraggio. Il mondo non può fare a meno di nessuna di loro. Maria G. Di Rienzo

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alicia

Quando il suo liceo ha organizzato un concorso per brevi filmati prodotti dai suoi studenti, la diciassettenne spagnola Alicia Ródenas – in immagine – ha presentato un video in cui legge “le 100 frasi sessiste a cui le donne non possono sfuggire”. E’ fatto straordinariamente bene non solo dal punto di vista filmico: comincia con le frasi che rinforzano gli stereotipi di genere nell’infanzia, si muove attraverso la sessualizzazione coatta e la denigrazione del corpo femminile e mostra come tutto ciò si evolva nell’abuso fisico.

“Se ti vedono giocare con i maschietti diranno che sei un maschiaccio.”

“Ti interessano i computer? Non dovresti far danza, piuttosto?”

“Sei così carina quando ti vesti bene.”

“Sei sempre circondata da ragazzi, li provochi sessualmente.”

“Cosa ti prende, hai le mestruazioni?”

“Non lasciarmi o faccio qualcosa di folle.”

La sua scuola l’ha trovato così interessante da discuterlo pubblicamente con tutti gli/le studenti, dopo una lezione dell’insegnante di psicologia, e di postarlo su YouTube il 29 marzo, dove da allora è stato visto più di 120.000 volte. Condiviso su Facebook ha quasi raggiunto il milione di visite.

Naturalmente molti stronzetti si sono sentiti in dovere di insultare e minacciare Alicia (il liceo ha in seguito disabilitato i commenti) ma, dice la ragazza, “Ci sono commenti, quelli che mi piacciono di più, di persone che dicono di aver cambiato modo di pensare dopo aver visto il filmato. Parlare del sessismo è necessario, perché troppa gente pensa che queste frasi siano innocue. Bisogna cominciare a parlarne da giovani, altrimenti può essere difficile capire quanti danni fanno.” Alicia ha spiegato alla stampa che realizzare filmati è per lei solo un hobby e che la sua aspirazione è studiare psicologia. Il testo che legge nel video era già diventato virale nel 2015. Si intitola “Che bella ragazza!” ed è stato scritto da un’altra giovane femminista di Madrid, Ro de la Torre, che ha dato alla studente il permesso di usarlo. “La violenza sessista non esiste solo quando ne muori, ma è qualcosa che ti porti dietro tutta la vita.”, spiega Ro e allo stesso modo Alicia conclude il suo filmato: “La violenza di genere non è solo fisica. La viviamo sin dall’infanzia e ci perseguita sino alla fine. (Combatterla) E’ ora o mai più.” Maria G. Di Rienzo

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Il sobborgo chiamato “Maria Auxiliadora” si arrampica dal 1999 su una delle colline che circondano Cochabamba, in Bolivia. A prima vista, non ha nulla che lo distingua da altre zone periferiche abitate dalla classe lavoratrice, ma le famiglie che vogliono viverci devono osservare le regole stabilite dalla comunità: non si vendono alcolici, la violenza domestica non è permessa, i ruoli guida (presidente e vicepresidente) sono sempre ricoperti da donne.

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(la costruzione del sobborgo)

Le cinque fondatrici ebbero l’idea di creare “Maria Auxiliadora” mentre lavoravano in un comitato che si occupava di violenza domestica e salute riproduttiva, come metodo da offrire alle famiglie per sfuggire alla pressione dei contratti d’affitto precari stipulati con latifondisti che abusavano di loro. La terra del sobborgo è proprietà collettiva di chi ci abita e non può essere venduta per profitto, perciò prezzi e case restano accessibili e stabili. (Nel 2008, il quartiere ottenne la “nomination” ai premi conferiti dall’agenzia Habitat delle Nazioni Unite, ottenendo così riconoscimento internazionale per i suoi successi “nel ridurre la violenza domestica e nel promuovere la leadership femminile in una cultura patriarcale”.)

Le 420 famiglie che ci abitano usufruiscono dell’aiuto di un comitato apposito se le coppie sperimentano problemi relazionali, ci sono seminari aperti che istruiscono le persone sui diversi tipi di violenza di genere e domestica, come l’abuso psicologico ed economico. Dalla sua creazione, la comunità di “Maria Auxiliadora” ha espulso quattro uomini perché continuavano a picchiare i propri familiari – in uno dei casi, il marito aveva strappato a morsi un sopracciglio della moglie.

Uno dei residenti maschi, Gumercindo Parraga Camacho, vive nel quartiere da 15 anni ed è stato presente a tutti e quattro gli episodi: “Siamo andati insieme, l’intera comunità, e abbiamo cacciato il marito. E’ stato un lavoro comunitario, collettivo. Ho visto come le attitudini si sono trasformate, nel tempo. All’inizio gli uomini erano risentiti dal fatto che le posizioni di leader fossero riservate alle donne, ma adesso lo accettano. Si dice che gli uomini siano più abili delle donne in questi ruoli, ma io la penso altrimenti: le donne sono migliori nel discutere e convincere.”

Teodocia Vallejos, un’altra residente, vende farina e olio da cucina: in precedenza faceva turni di 16 ore in un ristorante economico. Dice che i seminari e il sostegno della comunità l’hanno aiutata a superare l’abuso psicologico che riceveva dal coniuge: “Ero timida. Lui mi gridava addosso e tutto quel che io facevo era piangere. Ero solita stare zitta, ma adesso ho imparato. Ho partecipato a un bel po’ di seminari per diventare la donna che sono oggi.”

“Le donne me lo dicono: – aggiunge Rose Mary Irusta Perez, una delle fondatrici di “Maria Auxiliadora” – quando vivevamo altrove picchiarmi per lui era un’abitudine, ma con le regole che ci sono qui ha smesso di bere e non ha più alzato un dito su di me.”

Ultimamente ci sono state frizioni sulla questione della proprietà collettiva della terra e ciò ha reso il comitato antiviolenza meno attivo, ma Rose Mary è convinta che la comunità supererà anche questo momento: “Fino a che sarò qui viva e vegeta continueremo a andare avanti, perché non dovremmo?” Maria G. Di Rienzo

Fonti: The Guardian, Nazioni Unite – Habitat, La Razón.

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