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Rachana Sunar

Rachana Sunar, 22enne – in immagine qui sopra – vive in un villaggio del Nepal occidentale. La sua missione è mettere fine ai matrimoni di bambine. Sfuggita per un pelo a un destino simile, priva di risorse che non siano la sua volontà e la sua passione, la giovane donna va di porta in porta a diffondere il suo messaggio, organizza incontri, impedisce i matrimoni intervenendo di persona o chiamando la polizia (i matrimoni di minori sono illegali, nel suo paese, dal 1963). Come potete intuire, Rachana non si è scelta un compito facile: il 37% delle sue simili, in Nepal, sono già mogli prima dei 18 anni e molti uomini sono seccati dal vedersi sottrarre le bambine-spose da sotto il naso, al punto che mentre la CBS stava girando un documentario sulla storia di Rachana una folla di scalmanati si è minacciosamente presentata a casa sua. Ma ciò non ha spostato di una virgola la sua attitudine: “Se una ragazza ascolta la mia storia, di come ho iniziato il mio viaggio, almeno le sto dando speranza. – ha spiegato – Sì, c’è gente a cui non piace il lavoro che faccio, ma anche se muoio per questa ragione, so che la mia morte ispirerebbe le mie sorelle ad andare avanti. Se io mollo, in questo momento, non c’è nessuno che oserebbe affrontare la questione al posto mio. Sono felice di farlo, anche rischiando la mia vita.”

Il documentario si chiama “The Lost Girls” – “Le ragazze perdute” e, tanto per far capire subito come stanno le cose, si apre con un proverbio nepalese: “Crescere una figlia è come innaffiare il giardino del vicino”. E’ stato diffuso per la prima volta in questo mese di maggio e sta girando abbastanza su internet da essere trovato facilmente, ma siete in difficoltà potete provare qui: http://www.girlsnotbrides.org/

nepal documentary

Di recente, Rachana ha fondato un’ong, Sambad (che significa Dialogo) per aiutare bambine e bambini a scoprire il loro valore e a ricevere un’istruzione di base. Per alcuni di questi piccoli, le lezioni della maestra Rachana – che adorano e ricoprono di doni in carta colorata – saranno l’unica occasione loro offerta nella vita di imparare qualcosa, per molte femminucce sono l’unico momento nella loro attuale esistenza in cui si sentono amate e apprezzate.

Il lavoro della giovane attivista ha generato onde che potrebbero rivelarsi decisive: nel suo distretto è nato un movimento che si propone di far cessare i matrimoni precoci entro il 2020 e lei stessa è riuscita a consegnare personalmente una lettera al Primo Ministro del Nepal in cui chiede al governo di farsi carico della questione. “Vi sosterremo.”, le ha assicurato il Primo Ministro.

La straordinaria forza di Rachana si alimenta dal suo sognare in grande. Dopo aver ricordato come la propria madre si sentisse la persona più sfortunata del mondo ad aver avuto solo lei e sua sorella minore, come la nonna paterna avesse suggerito al figlio di avvelenarle tutte e tre e prendersi un’altra moglie, e che il padre era solito battere sua madre ogni singolo giorno, dice con voce piena di emozione e di determinazione: “Voglio rendere le tutte le madri del nostro villaggio orgogliose di avere figlie.” Maria G. Di Rienzo

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L’articolo, pubblicato un paio di giorni fa, concerne le molestie che uno studente avrebbe subito da un suo insegnante e la conseguente sospensione di quest’ultimo dall’ incarico (per un mese). I due hanno una storia pregressa di scontri: “La vicenda è cominciata a novembre dello scorso anno, quando dopo un episodio avvenuto in classe, il ragazzo è stato sospeso e denunciato dall’insegnante per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Il docente sosteneva di essere stato aggredito dal giovane dopo avergli impedito di stare seduto vicino alla fidanzata, poiché si distraevano a vicenda. Da quel momento in poi sarebbero però partiti una serie di messaggi ambigui, mandati dal prof al diciannovenne. Conversazioni su Facebook che in brevissimo tempo si sono trasformate in inviti a bere il caffè e infine in un pranzo a casa dell’insegnante. L’obbiettivo dichiarato era quello di mettere a punto un piano di studi per il ragazzo, che non va molto bene a scuola e che il docente diceva di voler aiutare. In realtà però il pranzo, a quanto ha raccontato il diciannovenne, sarebbe stato condito da una serie di avances, prima verbali, poi anche fisiche.”

La vicenda accade in quel di Padova e qui sotto c’è un esempio delle conversazioni succitate, così come l’ho trovato:

screenshot

Ora, poiché mi si dice che il giovanotto non brilla negli studi, il suo “tutto apposto” è orripilante ma comprensibile. Però vorrei veramente sapere cosa insegnava il docente: “Tu adesdo devi solo studiare e non sconcertanti dall’obbiettivo.”, “Poi parleremo che ti dovrai fidare di me e lasciarti volete bene.”… Per favore, ditemi che non insegnava italiano. Per favore. Maria G. Di Rienzo

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Per andare a scuola (secondaria superiore) dal loro villaggio devono camminare tre chilometri. Ma sono tre chilometri di calvario, perché uomini e ragazzi – specialmente in moto, con i caschi che nascondono i loro volti – le molestano e le aggrediscono per tutta la strada. L’anno scorso, nello stesso distretto, una studente fu stuprata mentre si recava a lezione e le sue coetanee di due paesini smisero completamente di andare a scuola.

Anche le ragazze di Gothera Tappa Dahena, il villaggio indiano di cui si tratta hanno smesso di andare a scuola, ma perché stanno protestando. Dopo aver denunciato le loro difficoltà alle autorità scolastiche (sorde) e al consiglio di villaggio (il capo è solidale ma non ha potere / giurisdizione bastanti a intervenire con successo), sono entrate in sciopero della fame da mercoledì 10 maggio.

School Girls

Sono circa 80, quattro si sono sentite male e sono state portate in ospedale il venerdì successivo. A tutt’oggi le altre resistono, anche alle diffamazioni dei funzionari del distretto scolastico che le giudicano povere “bambine messe su” dai genitori e dal capo villaggio. Oltre al rispetto per le loro persone e alla libertà dalla violenza maschile, le studenti stanno chiedendo che il liceo del loro villaggio sia ampliato alle classi superiori, di modo da evitare la passeggiata delle forche caudine verso Kanwali.

In qualche modo stanno rispondendo anche all’orrore di un nuovo femicidio con annesso stupro brutale commesso ai danni di una ventenne della loro zona. La madre disperata di costei ha chiesto alle altre madri indiane, tramite la stampa, di non mettere al mondo figlie perché altrimenti arriveranno molto probabilmente a vivere quel che lei sta vivendo… ma queste ottanta figlie determinate a lottare e vincere, anche a costo di sacrificare la propria salute o persino la propria esistenza, le danno completamente torto: ognuna di loro è una torcia ardente nel buio, un segnale di speranza, una creatura preziosa per unicità e coraggio. Il mondo non può fare a meno di nessuna di loro. Maria G. Di Rienzo

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alicia

Quando il suo liceo ha organizzato un concorso per brevi filmati prodotti dai suoi studenti, la diciassettenne spagnola Alicia Ródenas – in immagine – ha presentato un video in cui legge “le 100 frasi sessiste a cui le donne non possono sfuggire”. E’ fatto straordinariamente bene non solo dal punto di vista filmico: comincia con le frasi che rinforzano gli stereotipi di genere nell’infanzia, si muove attraverso la sessualizzazione coatta e la denigrazione del corpo femminile e mostra come tutto ciò si evolva nell’abuso fisico.

“Se ti vedono giocare con i maschietti diranno che sei un maschiaccio.”

“Ti interessano i computer? Non dovresti far danza, piuttosto?”

“Sei così carina quando ti vesti bene.”

“Sei sempre circondata da ragazzi, li provochi sessualmente.”

“Cosa ti prende, hai le mestruazioni?”

“Non lasciarmi o faccio qualcosa di folle.”

La sua scuola l’ha trovato così interessante da discuterlo pubblicamente con tutti gli/le studenti, dopo una lezione dell’insegnante di psicologia, e di postarlo su YouTube il 29 marzo, dove da allora è stato visto più di 120.000 volte. Condiviso su Facebook ha quasi raggiunto il milione di visite.

Naturalmente molti stronzetti si sono sentiti in dovere di insultare e minacciare Alicia (il liceo ha in seguito disabilitato i commenti) ma, dice la ragazza, “Ci sono commenti, quelli che mi piacciono di più, di persone che dicono di aver cambiato modo di pensare dopo aver visto il filmato. Parlare del sessismo è necessario, perché troppa gente pensa che queste frasi siano innocue. Bisogna cominciare a parlarne da giovani, altrimenti può essere difficile capire quanti danni fanno.” Alicia ha spiegato alla stampa che realizzare filmati è per lei solo un hobby e che la sua aspirazione è studiare psicologia. Il testo che legge nel video era già diventato virale nel 2015. Si intitola “Che bella ragazza!” ed è stato scritto da un’altra giovane femminista di Madrid, Ro de la Torre, che ha dato alla studente il permesso di usarlo. “La violenza sessista non esiste solo quando ne muori, ma è qualcosa che ti porti dietro tutta la vita.”, spiega Ro e allo stesso modo Alicia conclude il suo filmato: “La violenza di genere non è solo fisica. La viviamo sin dall’infanzia e ci perseguita sino alla fine. (Combatterla) E’ ora o mai più.” Maria G. Di Rienzo

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Il sobborgo chiamato “Maria Auxiliadora” si arrampica dal 1999 su una delle colline che circondano Cochabamba, in Bolivia. A prima vista, non ha nulla che lo distingua da altre zone periferiche abitate dalla classe lavoratrice, ma le famiglie che vogliono viverci devono osservare le regole stabilite dalla comunità: non si vendono alcolici, la violenza domestica non è permessa, i ruoli guida (presidente e vicepresidente) sono sempre ricoperti da donne.

maria-auxiliadora-community

(la costruzione del sobborgo)

Le cinque fondatrici ebbero l’idea di creare “Maria Auxiliadora” mentre lavoravano in un comitato che si occupava di violenza domestica e salute riproduttiva, come metodo da offrire alle famiglie per sfuggire alla pressione dei contratti d’affitto precari stipulati con latifondisti che abusavano di loro. La terra del sobborgo è proprietà collettiva di chi ci abita e non può essere venduta per profitto, perciò prezzi e case restano accessibili e stabili. (Nel 2008, il quartiere ottenne la “nomination” ai premi conferiti dall’agenzia Habitat delle Nazioni Unite, ottenendo così riconoscimento internazionale per i suoi successi “nel ridurre la violenza domestica e nel promuovere la leadership femminile in una cultura patriarcale”.)

Le 420 famiglie che ci abitano usufruiscono dell’aiuto di un comitato apposito se le coppie sperimentano problemi relazionali, ci sono seminari aperti che istruiscono le persone sui diversi tipi di violenza di genere e domestica, come l’abuso psicologico ed economico. Dalla sua creazione, la comunità di “Maria Auxiliadora” ha espulso quattro uomini perché continuavano a picchiare i propri familiari – in uno dei casi, il marito aveva strappato a morsi un sopracciglio della moglie.

Uno dei residenti maschi, Gumercindo Parraga Camacho, vive nel quartiere da 15 anni ed è stato presente a tutti e quattro gli episodi: “Siamo andati insieme, l’intera comunità, e abbiamo cacciato il marito. E’ stato un lavoro comunitario, collettivo. Ho visto come le attitudini si sono trasformate, nel tempo. All’inizio gli uomini erano risentiti dal fatto che le posizioni di leader fossero riservate alle donne, ma adesso lo accettano. Si dice che gli uomini siano più abili delle donne in questi ruoli, ma io la penso altrimenti: le donne sono migliori nel discutere e convincere.”

Teodocia Vallejos, un’altra residente, vende farina e olio da cucina: in precedenza faceva turni di 16 ore in un ristorante economico. Dice che i seminari e il sostegno della comunità l’hanno aiutata a superare l’abuso psicologico che riceveva dal coniuge: “Ero timida. Lui mi gridava addosso e tutto quel che io facevo era piangere. Ero solita stare zitta, ma adesso ho imparato. Ho partecipato a un bel po’ di seminari per diventare la donna che sono oggi.”

“Le donne me lo dicono: – aggiunge Rose Mary Irusta Perez, una delle fondatrici di “Maria Auxiliadora” – quando vivevamo altrove picchiarmi per lui era un’abitudine, ma con le regole che ci sono qui ha smesso di bere e non ha più alzato un dito su di me.”

Ultimamente ci sono state frizioni sulla questione della proprietà collettiva della terra e ciò ha reso il comitato antiviolenza meno attivo, ma Rose Mary è convinta che la comunità supererà anche questo momento: “Fino a che sarò qui viva e vegeta continueremo a andare avanti, perché non dovremmo?” Maria G. Di Rienzo

Fonti: The Guardian, Nazioni Unite – Habitat, La Razón.

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(tratto da: “Where are all the women economists?”, di Frances Weetman – in immagine – per New Statesman, 3 febbraio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Il brano originale è un lungo estratto dal suo libro “Whose Model Is It Anyway? Why Economists Need to Face Up to Reality” – ed. Virago. Si tratta del primo testo vincitore di un premio ideato nell’ottobre 2015 dal quotidiano e dalla casa editrice inglesi, il “Women’s Prize for Politics and Economics”, che mira a individuare “nuove scrittrici nei campi che danno forma alle società e sono stati storicamente dominati dagli uomini”. Frances è laureata in scienze politiche ed economia, si dedica alla scrittura e alla produzione cinematografica.)

frances

L’economia ha un problema con le donne. Lo dico da donna che l’ha studiata, che ci ha lavorato e che ora ne scrive. Sono i dati a mostrarlo. In tutto il Regno Unito, solo un quarto degli studenti universitari in economia sono donne. Questa è circa la stessa proporzione che si trova nella docenza e nella ricerca in economia all’Università di Cambridge: per contrasto, le donne sono il 43% della facoltà di psicologia. Perché l’economia fallisce nell’attrarre le donne al modo in cui le attraggono altre scienze sociali?

Forse sono scoraggiate dall’unirsi al mondo dell’economia poiché quest’ultimo non sembra propenso a ricompensarle con prospettive di carriera. Secondo una ricerca del 2014, compiuta dalle economiste Donna K. Ginther e Shulamit Kahn che hanno lavorato con due psicologi – Stephen J. Ceci e Wendy M. Williams – se controlli la produttività (misurata con il numero di articoli di ricerca pubblicata) gli uomini e le donne hanno gli stessi risultati promozionali nella maggior parte dei campi accademici: ma non in economia. Lo studio descrive l’economia come “un’anomalia, con un persistente divario fra i sessi che non può essere spiegato da differenze produttive”.

Le economiste accademiche sono raramente ricompensate. Nel 2014, The Economist pubblicò una lista di figure influenti nel campo in cui non c’era una singola donna. Dei 76 premiati con il Nobel in economia, solo una è stata una donna: Elinor Ostrom, che ha vinto il premio nel 2009 per il suo lavoro nell’esaminare l’uso della cooperazione, della fiducia e dell’azione collettiva nel maneggio delle risorse e beni comuni. (…)

L’economia ha un problema più significativo del reclutamento. Non solo fatica ad attrarre le donne nei suoi dipartimenti accademici, ma quella del mainstream spesso fa riferimento a modelli che sono sessisti in modo inerente. L’Homo economicus disegna quella si suppone essere l’ideale forma di comportamento – un modello teorico usato per tentare di trovare risposte ai problemi economici. Ci sono molti difetti in tale modello. La gente reale, per esempio, non è esclusivamente devota al proprio interesse finanziario. E c’è una critica ancora più importante: l’Homo economicus è un uomo. (…) Ciò significa, in pratica, che tutta l’analisi economica è basata sulla credenza che uno schema di comportamento maschile sia in qualche modo la norma. Come l’economista di Cambridge Victoria Bateman ha scritto in un articolo pubblicato dal Guardian nel 2015: “Le domande a cui gli economisti cercano di rispondere (principalmente con la matematica, anziché con gli argomenti pratici in uso verso cui, la ricerca suggerisce, le donne sono attratte), le presunzioni standard che applicano lungo il percorso (e cioè che le persone siano prive di emozioni, libere ed egoiste), e le cose che scelgono di misurare riflettono tutte una visione stereotipata e maschile del guardare al mondo.”

L’economia vede il mondo attraverso un prisma maschile: sono analisi fatte da uomini, sugli uomini, per gli uomini. Per dispetto, io qualche volta mi riferisco all’economia come a una donna. Perché? Tutti gli uomini stanno cercando di farsela e per la maggior parte falliscono miseramente.

L’economia è interessata alla disparità di genere: il divario fra i salari di uomini e donne, per esempio. Tuttavia, gli economisti affrontano questa analisi in modo non sessista? L’economia neoclassica, in essenza, dichiara che il sessismo non esiste e non può esistere, almeno non a lungo termine. In parte ciò è dovuto al fatto che non vi sarebbero incentivi alle ditte per la discriminazione di genere, specialmente se le donne migliorano l’efficienza di un’azienda. In ogni caso, la presenza del divario salariale di genere dovrebbe spingere le ditte ad assumere più donne: se sono pagate meno degli uomini, costerà meno impiegarle di quanto costerebbe impiegare uomini. Perciò, dovremmo avere più donne assunte degli uomini. Con questa logica, l’economia neoclassica predice che le disparità di genere infine svaniranno nell’aria. E questo non è identico a dichiarare che qualcosa non esiste semplicemente perché non dovrebbe?

C’è un’amplissima documentazione che mostra come le donne guadagnino meno degli uomini e siano sottorappresentate in numerose industrie. Nel 2016, nel Regno Unito, il divario dei salari era stimato al 13,9%: per ogni sterlina guadagnata da una donna, un uomo ne guadagna 1,14. Però gli economisti neoclassici dicono a noi fragili, isterici tesorucci che dovremmo darci una calmata. State tranquille, tutti questi economisti maschi di successo hanno già risolto la faccenda. (…)

Differenza, sesso e sessualità sono soggetti raramente discussi in economia. Qualora lo siano, o l’analisi è trattata come eterodossa, o si dice che la discussione manca di rigore accademico. L’economia femminista esiste, ma come ricerca di minoranza che non porta premi alle sue accolite. Questo non è sorprendente: gli uomini sono i guardiani dell’economia. Dominano ogni comitato che decide quali siano le teorie da sostenere. L’economia mira a studiare il comportamento umano. E anche se molte donne sono casalinghe, ciò non rende le loro azioni economiche irrilevanti. Secondo un commentario di Forbes del 2015, le donne guidano dal 70 all’80% degli acquisti del consumatore (ciò che gli economisti chiamano “comprare cose reali”). Ciò si applica non solo alle borse e alle scarpe, ma alle industrie che sono pensate come “maschili”. Più della metà dei videogiochi sono venduti a donne maggiori di anni 18. Forbes si spinge a dire: “Se l’economia correlata al consumatore avesse un sesso, sarebbe femminile.”

L’economia ha ignorato le donne a danno di tutti. (…) Gli uomini dominano il settore finanziario quanto dominano l’economia accademica. La ricerca Morningstar del 2015 ha attestato che meno del 10% dei manager addetti al bilancio negli Usa erano donne. Hanno trovato solo il 4% di donne presidente nelle 500 principali compagnie quotate da Standard & Poor’s. Questo dominio degli uomini nel settore finanziario è stato dannoso? Io direi di sì. Uno studio del Peterson Institute ha analizzato nel 2016 22.000 ditte commerciali in 91 diversi paesi e ha concluso: “Il muoversi da nessuna leader donna a una rappresentazione femminile del 30% si traduce in un 15% netto di aumento del margine del fatturato.” E’ in parte per questa ragione che molte banche investitrici gestiscono programmi di accesso per le donne. Non lo fanno per essere carini: ne traggono beneficio economico. Tuttavia, questi programmi sono come l’appiccicare un cerotto su una gamba amputata nel tentativo di farla smettere di sanguinare. Le istituzioni finanziarie hanno difficoltà a mantenere nel settore le donne che vi entrano. Forse non aiuta che fra di loro i finanzieri le definiscano “gonnelle”. (…)

Non solo l’economia fatica ad attrarre le donne, ma scoraggia quelle che si interessano al soggetto. Quale che sia la moda attuale o la teoria in voga, ciò è definito dagli uomini – e quando gli economisti si concentrano esclusivamente sugli uomini trascurano le donne, persino quando le donne sono centrali a quelle parti di vita che stanno tentando di analizzare. Il sessismo deve finire. L’economia ha bisogno di accorgersi che più della metà della popolazione mondiale non è fatta a immagine dell’uomo.

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kafa

Questo è il logo di “KAFA (BASTA) violenza e sfruttamento”, un’ong femminista e laica della società civile libanese che cerca di creare una società libera dalle strutture patriarcali sociali, economiche e legali che discriminano le donne. KAFA è stata fondata nel 2005, i suoi scopi sono eliminare ogni forma di violenza e sfruttamento contro le donne e costruire una sostanziale eguaglianza di genere. Perciò, gestisce due centri di sostegno alle donne a Beirut e nella valle della Beqāʿ nonché un rifugio per le vittime di violenza (la cui ubicazione è protetta) e lavora per contrastare prostituzione e traffico di esseri umani.

I centri di sostegno accolgono le donne qualsiasi siano la loro provenienza o storia e forniscono loro non solo informazioni: corsi, istruzione, aiuto psicologico e legale, persino attività di svago – gratuitamente. Data la situazione in Siria, negli ultimi anni hanno ricevuto com’è ovvio molte donne da quel paese. Il 25 gennaio scorso, Kvinna till Kvinna ha pubblicato un articolo di Ida Svedlund e Cecilia Samuelsson che racconta la storia di una loro, “Leila” (il suo nome è stato cambiato per garantire la sua sicurezza).

Leila ha oggi 39 anni ed è fuggita dalla Siria tre anni fa, quando la sua città è stata bombardata e suo marito è morto; ha cinque figli, tre femmine e due maschi. “La fuga mi ha esaurito completamente ed ero già traumatizzata dalla guerra. I bambini non stavano meglio, la più piccola si bagnava di notte, ma grazie all’aiuto che è stato dato loro da KAFA questo non succede più e tutti oggi stanno molto meglio.” Leila ha trovato una casa in affitto e ha lavorato per qualche tempo come domestica, ma le pesanti molestie del padrone di casa e di suo figlio sono diventate intollerabili al punto da costringerla a licenziarsi. La sua situazione economica, già precaria, si fece difficile: “Il primo anno le Nazioni Unite ci davano un po’ di cibo, poi hanno smesso.”

A questo punto le femministe (che come certo saprete sono bieche, misandriche, anacronistiche, frustrate, inutili…) di KAFA sono intervenute di nuovo, offrendole un salario per entrare come educatrice in uno dei loro programmi: “Il progetto coinvolge al momento circa trenta donne. – spiega la coordinatrice Hind – E’ mirato a prevenire la violenza di genere e i matrimoni di bambine, due problemi che si sono aggravati a causa della povertà, dei conflitti e delle migrazioni forzate dagli stessi. Tramite il progetto stimiamo di riuscire a raggiungere almeno 3.000 donne.”

Leila terrà i suoi incontri in diversi punti della valle della Beqāʿ: “Parlerò di che possibilità ci sono di avere qui istruzione e lavoro e tratterò di soggetti come i matrimoni precoci, la violenza contro le donne e la salute, e qualsiasi altra cosa le donne vogliano discutere. – spiega Leila – La violenza di genere è assai diffusa in Siria come in Libano. Frequentando KAFA ho imparato a riconoscere la violenza psicologica, so che le parole possono ferire come ti ferisce la violenza fisica. Perciò, ora sono molto attenta a scegliere i termini quando parlo ai miei bambini. Il lavoro dell’organizzazione contro i matrimoni di bambine mi tocca profondamente. Io mi sono sposata quando avevo 17 anni e sono diventata madre molto presto. E’ un destino che non auguro alle mie figlie. Penso che i loro studi abbiano la precedenza.”

Leila adesso riesce anche ad avere del tempo per sé. Ha cominciato a praticare lo yoga, una cosa che le piace davvero: è un corso offerto da KAFA, ovviamente, “un luogo in cui mi sento sicura e apprendo così tante cose. Sono davvero grata per questo.”

Mannaggia, ma quando troveranno il tempo per odiare gli uomini, spettegolare sugli uomini e lamentarsi di non essere notate dagli uomini queste femministe libanesi?

Maria G. Di Rienzo

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