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Three Girls

“Three Girls” (“Tre Ragazze”) è una miniserie televisiva trasmessa dalla BBC per tre sere di seguito, dal 16 al 18 maggio 2017. Io l’ho vista in questo mese di luglio, con i sottotitoli in italiano. Tratta del “circolo” di uomini che abusò sessualmente di un centinaio di ragazze minorenni – 47 furono identificate con certezza – durante diversi anni in quel di Rochdale (Greater Manchester, Inghilterra). Fra il 2008 e il 2010 alcune ragazze tentarono di denunciare gli stupri ma la polizia non prestò loro ascolto: in primo luogo erano “cattive vittime” – ribelli, in conflitto con i genitori, provenienti da famiglie povere / problematiche, molte avevano abbandonato la scuola, alcune vivevano per strada; in secondo luogo, mentre costoro erano in maggioranza bianche, la banda dei violentatori era composta da una maggioranza di cittadini britannici di origine pakistana e le autorità temevano di essere accusate di razzismo.

Nel 2012, dodici degli uomini suddetti furono riconosciuti colpevoli di traffico di minori a scopo sessuale e stupro di minori e nel 2015 la polizia di Greater Manchester si scusò pubblicamente per il suo comportamento. Nel frattempo, le tre ragazze protagoniste dello sceneggiato (i cui nomi sono stati ovviamente cambiati per la loro protezione) avevano subito ogni sorta di umiliazioni, erano rimaste incinte e due di loro avevano portato a termine la gravidanza, mentre la 13enne aveva abortito legalmente: avevano raccontato le loro storie a membri delle forze dell’ordine e avvocati per anni, senza essere credute. Sempre per anni l’assistente sociale Sara Rowbotham, che lavorava nel centro per la salute sessuale giovanile a Rochdale, inviò alla polizia e ai suoi superiori dati e informazioni che confermavano le storie narratele dalle ragazzine, ricevendo sempre la stessa risposta: “Queste non sono prove, Sara.” Quando si arrivò al processo, basato largamente sul materiale che lei aveva raccolto, i suoi superiori del servizio sociale ebbero la faccia tosta di dichiarare alla stampa che “non avevano fatto niente perché niente sapevano” e quando Sara protestò ufficialmente per questo fu prima allontanata dal centro per la salute sessuale, con il divieto di occuparsi di minori, e poi dichiarata “in esubero” e licenziata. La poliziotta che seguì le nuove indagini sino al processo del 2012, Margaret Oliver, diede le dimissioni perché delusa dall’atteggiamento dei suoi capi, che continuavano a bollare alcune vittime come “inattendibili” e perciò costoro non arrivarono mai a testimoniare in tribunale le violenze subite. E proprio come temevano quelli che respinsero le ragazze fra il 2008 e il 2010, la vicenda prese una colorazione “razziale”: la destra inscenava dimostrazioni durante le udienze, gli imputati dicevano di essere vittime di razzismo, le discussioni all’interno della comunità di Rochdale non vertevano sugli abusi ma sulla responsabilità degli stessi – fatta ricadere sulle minorenni “sregolate”, che erano bianche spiegherà uno dei perpetratori alla sbarra perché “la gente bianca addestra le ragazze a bere e a fare sesso in tenera età”; in sostanza, come molti uomini di qualsiasi colore o provenienza, il signore non riusciva a vedere cosa ci fosse di sbagliato nello stuprare una minorenne: non le aveva forse offerto da bere e da mangiare? Come dirà nello sceneggiato alla quattordicenne Holly: “E’ ora che tu mi dia qualcosa in cambio.”

Il pubblico ministero che riaprì il caso era pure di origine pakistana, si chiamava Nafir Afzal e dichiarò alla stampa in modo perentorio che “Non esiste comunità in cui le donne e le ragazze non siano vulnerabili all’aggressione sessuale e questo è un dato di fatto.” Costui, l’ex assistente sociale Sara Rowbotham e l’ex agente di polizia Margaret Oliver hanno collaborato come consulenti alla creazione dello sceneggiato. Nella realtà, le indagini susseguenti a questo caso hanno portato alla luce sino a oggi dozzine di altri simili “circoli” di stupratori in tutta la Gran Bretagna.

Se vi capita di aver spazio per un altro po’ di rabbia per il modo in cui qualsiasi cosa sia usata per gettare biasimo, colpa e vergogna sulle vittime di violenza sessuale, dovreste guardare “Three Girls”. Ma soprattutto, dovrebbero vederlo quelli/e che cinguettano “E’ la loro cultura / la loro religione / dobbiamo rispettare” persino davanti ai cadaveri: l’assetto socio-culturale in cui le donne sono carne inferiore da pornografia e macello è così diffuso e pervasivo in tutto il mondo che quel che stanno “rispettando” è la loro approvazione per esso. Maria G. Di Rienzo

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Ieri 10 aprile, sullo stesso quotidiano, ho letto queste tre notizie di cronaca:

“Scafati – Salerno: Abusi su una studentessa. L’aggressore ha solo 16 anni.”

“Lodi: Prostituta massacrata in casa. Confessa un 42enne: L’ho uccisa per venti euro.

“Mestre – Venezia: Tenta di strangolare la compagna, lei fugge e chiama il 113: arrestato.”

Il primo episodio di violenza di genere è accaduto per strada, alle 10.30 del mattino: una giovane donna italiana è stata circondata da un gruppo di ragazzi – l’articolo dà letteralmente i numeri: prima 5, poi 3, per cui non so quanti fossero – e mentre gli altri fungevano da spettatori, il 16enne le ha messo le mani dappertutto. La giovane ha urlato, scalciato, tirato pugni mentre il tipo continuava a “palpare le sue parti intime con insistenza”: pare che nessuno (passanti, gestori degli esercizi commerciali aperti, ecc.) si sia accorto di niente. Quando la 23enne è riuscita a spingere l’aggressore lontano da sé, quest’ultimo l’ha salutata con “Sei solo una puttana”. Il criminale in erba e i suoi amichetti sono di origine rumena.

Nel secondo episodio, la vittima è una donna colombiana di 65 anni. Anche lei era “solo una puttana” (lo siamo tutte, che qualcuno ci compri o no: sta scritto nel sacro scroto che gli uomini si portano appresso). Chi l’ha uccisa ha spiegato di aver agito durante “un raptus d’ira” perché “gli era stato negato uno sconto su una prestazione da venti euro”. E’ un uomo italiano.

Nel terzo caso i protagonisti sono un uomo di 51 anni e una donna più giovane: lui ha tentato di strangolarla con un cavo elettrico “durante una lite”, lei è riuscita a divincolarsi e a chiamare aiuto. Mi gioco quel che volete che nel processo si è anche sentita ricordare che è una puttana. I due sono entrambi italiani.

Niente di nuovo, giusto? Quel che non riesco a capire è questo: sotto al primo articolo c’era una valanga di commenti, irosi e sdegnati – e nemmeno una parola di solidarietà o conforto per la vittima. C’erano “la boldrini” (così, minuscolo) e le “sue risorse”, le colpe di “Renzie”, vari inviti al ritorno di pene medievali, lamentele sulla magistratura italiana e accuse al giornale: “non avete messo nel titolo che è rumeno”.

Sotto agli altri due non c’era NULLA. Secondo voi, quanto importa ai lettori-commentatori che una donna sia stata aggredita, una sia morta e una sia scampata per un soffio alla medesima sorte? Esatto, NULLA. Sanno benissimo cosa siamo noi donne.

Maria G. Di Rienzo

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Il narrare storie è un modo assai efficace di entrare in relazione con altre persone e di creare cambiamenti e differenze negli spazi più vulnerabili delle nostre vite. L’impatto che possiamo avere condividendo le nostre storie tramite vari media è sempre significativo e può essere catartico sia per chi la storia la racconta, sia per chi la storia l’ascolta.

Ma ci sono storie che – ti dicono – non si possono raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – è meglio non raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – se sei proprio intenzionata a narrare devi cambiare un poco, ammorbidirle qui e là, addomesticarle, decorarle, corredarle di precisazioni e dichiarazioni di principio e scuse e sottolineature (quest’uomo ha fatto la tal cosa, ma sappiate che io non credo affatto che TUTTI gli uomini…), adattarle alla tua “zona” politica e sociale. Eccetera, eccetera. Io non intendo farlo.

Nei giorni in cui sono stata lontana da questo spazio, vi confesso, ho combattuto con il desiderio di chiuderlo. Ho come minimo due/tre attacchi di tachicardia al giorno che sovente mi paralizzano. Non riesco a concentrarmi per periodi lunghi. Sto facendo fatica a scrivere. Il mio ultimo romanzo, che dovrebbe essere finito da mesi, è stato stracciato tre volte ed è ridotto a brandelli che non riesco a rimettere insieme. Per la prima volta in vita mia sto prendendo tranquillanti. Perché?

Perché da sette mesi l’inquilino del piano di sopra – che non ha un lavoro fisso – martella furiosamente i pavimenti (i quali sono ovviamente i miei soffitti) con una media di 29 giorni su 30 e picchi di 25 volte al giorno. A qualsiasi ora. Mi sveglia a mazzate durante la notte o al mattino. Mi fa saltare sulla sedia su cui sono ora. Mi fa cadere di mano pentole, libri, tazze di caffè.

I bombardamenti avvengono sempre “a freddo”, senza preavviso, senza essere collegati ad alcuna delle mie attività. Esattamente come avvenivano le aggressioni in casa mia quando ero bambina. Non ho controllo sulla mia vita. Non c’è comportamento che posso cambiare per evitare l’assalto. Posso solo subire. L’inquilino precedente è scappato dopo cinque mesi di trattamento, io sono ancora qua, ma in che condizioni ve l’ho appena detto.

Gli ho fatto qualcosa, io, al tizio? No. Non ho neppure mai risposto facendo rumore. E’ malato? Non sono una psichiatra, ma lo ritengo assai probabile. E’ pieno di odio e di rabbia? Basta guardarlo in faccia e sentire come urla ogni singolo giorno per rendersene conto. Ma se gli si chiedono spiegazioni sul suo comportamento posa da vittima: è un immigrato, è musulmano, gli danno fastidio, vogliono impedirgli di pregare, è colpa degli altri che sono cattivi e razzisti.

E io mi rivedo in mezzo al gelo dell’inverno, a far da ponte fra gli immigrati che avevano occupato un ex seminario e l’amministrazione comunale affinché fossero aiutati e non cacciati. Mi rivedo fondare l’Osservatorio antirazzista delle donne. Rivedo il mio compagno fronteggiare da solo una fila di naziskin che avevano deciso di impedire un volantinaggio antirazzista. Lo rivedo dar battaglia da politico e sui giornali per difendere proprio il diritto di pregare per i musulmani della nostra città (e sapete quanto atei siamo in famiglia). Rivedo il giorno in cui scrivemmo la mail che diede inizio a una manifestazione antirazzista di 5.000 persone. E rivedo quella sera in cui ci siamo eccezionalmente concessi una pizza fuori – era il nostro anniversario – e rivedo il cameriere straniero che lo riconosce e lo ringrazia perché “è amico degli immigrati”. Rivedo il sorriso del cameriere, affettuoso, sincero. Devo aggrapparmi a quel sorriso.

Quando la tachicardia non mi incolla a tremare dove mi trovo, fuggo da casa per evitare i bombardamenti. Cammino moltissimo, distante, senza meta. A volte è utile: vedo un discount, mi ricordo che manca lo zucchero, entro. In uno di questi casi, un paio di settimane fa, stavo adocchiando dei biscotti (valutando se me li potevo permettere) quando una cliente si è messa a urlare alla cassa. Diceva che la cassiera le aveva dato il resto per dieci euro quando lei aveva pagato con venti. La cassiera le chiedeva di non gridare, controllava, ribadiva gentilmente che il biglietto era da dieci. La cliente dotata di “hijab”, il cui accompagnatore maschio a questo punto se la squagliava, ha insistito ululando: “Io sono musulmana e non dico bugie.” (Cioè sono la vittima, intrinsecamente superiore, delle cassiere non musulmane truffatrici, come se queste ultime fossero le proprietarie del discount e non delle semplici lavoratrici che, come vedremo, dai conti sbagliati possono solo rimetterci.)

“Ma perché tirate fuori sempre questa storia? – ha chiesto la cassiera – A me non importa se siete bianchi, rossi, neri, verdi, siete clienti.” Per farla breve, non appena la cassa si è liberata la cassiera ha effettuato il controllo completo sugli incassi: non c’erano soldi in più. La musulmana impossibilitata a mentire dalla sua religione (magari fosse così, creatura: mentono musulmani, cristiani, cattolici, buddisti, agnostici e senzadio e quel che vuoi – perché sono/siamo esseri umani) ha provato a insistere: “Io sono in Italia da dieci anni e i soldi li conosco.”, ma poiché la cassiera non aperto il proprio borsellino per dargliene, se n’è infine andata.

La giovane donna alla cassa era sconvolta e sudata. Parlando con un’amica che si era avvicinata per confortarla ha detto: “L’altro giorno un vecchietto mi ha fatto lo stesso trucco, ci sono cascata e i soldi ho dovuto rimetterceli io.” Quando è arrivato il mio turno, con biscotti, le ho detto: “Io adesso le sto dando venti euro, sono atea e racconto un sacco di balle”. Finalmente ha riso. Volevo vederla ridere. Devo aggrapparmi anche a questa risata.

Adesso date un’occhiata a questo scambio avvenuto su una pagina “progressista” di FB qualche giorno fa, il focus era il razzismo (ho ridotto i nomi e le cascate di puntini di sospensione, non sono intervenuta sui testi):

Samir: (…) ma a noi ce ne sbatte il cazzo. Le vostre Donne ce le scopiamo ugualmente

Gessica: Samir forse ti scopi le italiane perché le donne italiane non sono di proprietà di qualcuno. Non sono “le vostre” donne, di voi italiani. Ma di conseguenza nemmeno le “tue”. Funziona così.

Samir: Carissima, io non intendevo le Italiane, intendevo le fidanzate degli razzisti. È diverso

Pasquale: Samir… le donne non sono di nessuno, nemmeno dei razzisti, ogni essere umano appartiene a se stesso!

Samir: Devo farvi un disegno per farvi capire?

No, Samir, del disegnino hai bisogno tu. Se devi scopare qualcosa va’ a spazzare la cucina, fare sesso con una donna è un’altra faccenda, comporta rispetto e consenso, e non significa usare la proprietà di un altro maschio. Come hanno cercato di spiegarti, stiamo parlando di esseri umani. Tu sei un essere umano. Le fidanzate dei razzisti sono esseri umani. Persino i razzisti sono esseri umani. In quanto tali avete tutti inalienabili diritti sanciti da una Dichiarazione assai famosa del 1948. In quanto tali, potete tutti compiere azioni sbagliate, mentire, usare violenza, uccidere, o potete scegliere di compierne altre: sono le vostre azioni che io giudico e l’impatto che esse hanno su altri esseri umani, non la vostra provenienza, non la vostra fede o la vostra mancanza di fede, non il colore della vostra pelle, non il vostro genere o il vostro orientamento sessuale. Troppo spesso, presi a bersaglio per una o più d’una di queste caratteristiche, gli esseri umani soffrono violazioni atroci dei loro diritti. Ho imparato parecchio al proposito, come donna, come attivista, come femminista e sulla mia stessa pelle, e se c’è una cosa che ormai so con certezza è questa: nessun ammontare di disprezzo e dolore che tu puoi infliggere ad altri cancellerà quelli che sono stati inflitti a te.

E questo è l’avviso che darei al mio persecutore del quarto piano, se ascoltasse, e a tutti quelli/e come lui che posano da vittime per sfuggire alle loro responsabilità: l’errore più grande che puoi commettere sulla strada della liberazione è cercare di assomigliare ai tuoi nemici. Maria G. Di Rienzo

P.S. Non è ancora “l’anno prossimo”, lo so, ma sentivo di dovervi una spiegazione.

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In effetti, la parola noia figura assai raramente nel mio vocabolario ma il periodo dell’anno in cui vado più vicina a comprenderne davvero il senso è quello attuale: contribuiscono a ciò le lucette intermittenti appese sui muri delle strade, i babbi natale di pannolenci, i presepi, i pini e gli abeti – finti o veri – ingozzati di lampadine e cianfrusaglie e, soprattutto, la melassa retorica e ipocrita che cola da questa fiera del consumo e spesso dello spreco. (Non si offenda chi trova allegria e/o significato nelle festività natalizie: è una questione di gusti e come vi ho detto altre volte, sapervi felici manda briciole di felicità anche verso di me e ve ne sono grata.) In più, è il periodo in cui è in pratica “obbligatorio” passare del tempo con i parenti: compresi quelli che evitate come la peste per il resto dell’anno, compresi quelli a cui invece di porgere il pacchetto regalo mettereste in mano un petardo acceso, compresi quelli che sembrano non vedere l’ora di avere un pubblico seduto attorno al tavolo a cui servire battute sessiste, tirate fascistoidi, barzellette razziste, stronzate omofobe e altra spazzatura di vario tipo.

Personalmente non mi capita più da almeno vent’anni, ma ricordo la giovane me stessa le volte in cui ingoiava fiele per “quieto vivere” e giurava dentro di sé di trovare una scusa per la propria assenza l’anno successivo, le volte in cui reagiva all’ennesima idiozia – per l’effetto “vaso traboccato” – e pur mettendoci tutta la buona volontà del mondo non riusciva ad avere una conversazione sensata con il cafone di turno, le volte in cui accampava pretesti e svaniva prima del tempo. Però intanto invecchiavo e studiavo e imparavo. Ecco quindi cosa la vostra trainer preferita (e dai, lasciatemelo dire anche questa volta!) può condividere con quelle/i di voi che stanno rimuginando su come sopravvivere alla cena di Natale.

cena-natalizia

Innanzitutto: lo zio e la cugina che hanno appena invocato le ruspe contro i migranti, il nonno o il suocero che hanno vantato le qualità delle donne di una volta che obbedivano eccetera (cioè hanno ripetuto una loro vana fantasia, perché le donne ribelli al patriarcato sono nate con esso), nella maggioranza dei casi non pensano minimamente di avervi disturbato: mica stavano parlando di voi, oppure scherzavano, perché fate quel muso?

Se decidete di rispondere:

1) Tenete la vostra voce a livello normale, discorsivo. Se la alzate, il vostro interlocutore si irrigidirà in un modulo difensivo; similmente lo farà se darete inizio alla frase con “sei razzista, sessista, omofobo”: se il vostro scopo è comunicargli qualcosa, non offritegli scuse per alzare muri che gli impediranno di ascoltarvi;

2) Identificate il merito della questione: “Ho capito male, o stai dicendo che… (dovremmo respingere con la violenza chiunque entri in Italia non da turista? Tutti gli uomini preferirebbero avere delle schiave mute che delle compagne di vita? Eccetera)

3) Diventate moooolto curiose/i e ponete domande “aperte”: “Perché dici questo?”, “Da dove hai preso le cifre che citi?” “In che modo sei arrivato a questa conclusione?” “Quando dici tutte le donne di chi stai parlando esattamente? E’ compresa anche nostra zia, qui? Anche la mamma? Tua moglie? Tua figlia?” “Quindi le persone che sono x, y e z non ti piacciono? Per quali motivi?”

3) Ricordatevi che gli individui sono complessi. Quel che dicono in un determinato momento non è necessariamente il loro vangelo. Cominciate a chiarirlo anche a loro, appellandovi alle loro migliori qualità: “Io ti ho sempre visto trattare benissimo i tuoi vicini cinesi e il collega di lavoro con cui vai più d’accordo è senegalese, non capisco perché dici una cosa del genere.”

4) Sottolineate l’effetto che le parole possono avere su altre persone attestando i vostri sentimenti (con il modulo Io mi sento così quando, non Tu mi stai scassando le ovaie – anche se quest’ultima è la verità): “Non riesco a trovare questa cosa divertente, anzi mi rattrista.”, “Mi sento ferita al pensare che tu lo creda sul serio.”

5) Se vi stancate, o se decidete di non rispondere, potete chiudere la questione in ogni momento: cambiando argomento, andando in bagno o ad aiutare in cucina, rivolgendo una domanda a un altro commensale, mettendovi a cantare “Bianco Natal” eccetera.

6) Se il commento iniziale, invece di essere generale era diretto a voi e non lo avete gradito o vi ha messo a disagio, riflettete un attimo: era diretto al vostro comportamento/ aspetto / rispondenza a stereotipi? Era diretto alle vostre relazioni? Chi l’ha fatto voleva bullizzarvi o ha dato l’impressione di essere genuinamente interessato/a a conoscervi di più?

Nel primo caso potete: ripercorrere i punti da 1 a 5; scoppiare in una bella risata e sparare qualcosa del tipo “E’ l’ultima moda, retrogrado!”; sorridere amabilmente e rispondere off topic citando uno dei vostri migliori ultimi successi in qualsiasi campo: avete finalmente cambiato casa, avete passato un esame difficile all’università, avete ritrovato una vecchia amica, al lavoro avete messo a posto lo stronzo che vi tormentava e l’ultima visita medica ha attestato che scoppiate di salute. Non è fantastico?

Nel secondo caso, anche se la persona vi è cara e vorreste risponderle, non siete obbligate/i a farlo di fronte ad altre dieci di cui vi interessa poco o niente: “Grazie per avermelo chiesto, nonna, ma preferisco parlartene più tardi, va bene?” E attaccate la solfa di prima sui traguardi che avete raggiunto.

Invecchiando, studiando e imparando sono arrivata anche a questa conclusione: spesso non entriamo in un confronto diretto con membri della nostra famiglia non perché non siamo coraggiose/i, ma perché ci abbiamo già provato 12.000 volte e sappiamo che il confronto non produrrebbe il loro ascolto. Non c’è nulla di sbagliato nello scegliere le proprie lotte. Personalmente, entro più volentieri in quelle che hanno senso e mi danno una possibilità di vincere.

Per cui, invece di biasimarvi perché la tal volta avreste voluto dire qualcosa e non l’avete detto, congratulatevi piuttosto con voi stesse/i: pur crescendo in quell’ambiente, con quelle persone, avete scelto di pensare e comportarvi in modo diverso. Non era scontato e sono sicura che spesso è stato difficile. Godetevi questa felice fierezza. Maria G. Di Rienzo

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lehua

(“Banana Queen”, di Lehua Taitano – in immagine qui sopra -, trad. Maria G. Di Rienzo. Lehua M. Taitano, nativa Chamorro di Yigo, nell’isola di Guam che fa parte dell’Arcipelago delle Marianne, si definisce “poeta, scrittrice e artista queer”. E’ l’autrice di due raccolte di poesie, A Bell Made of Stones e Sonoma, e di una di racconti brevi intitolata appalachiapacific e vincitrice del premio letterario Merriam-Frontier nel 2010. Guam è uno dei “territori non autonomi” ancora esistenti: in pratica, una colonia degli Usa. La vita del popolo Chamorro si è a lungo basata su gruppi familiari estesi matrilineari: questo concetto di “clan” deriva da una comune antenata di sesso femminile ed è in uso ancora oggi. Il suo perno è la parola inafa’maolek che significa “farsi del bene l’uno con l’altro” ed è spesso tradotta come “interdipendenza”.

Secondo una leggenda Chamorro, il mondo fu creato da due gemelli, un maschio e una femmina che si chiamavano Puntan e Fu’uña. In punto di morte, Puntan chiese alla sorella di creare l’universo con le parti del suo corpo: così Fu’uña prese i suoi occhi e ne fece il sole e la luna, usò le ciglia per creare arcobaleni eccetera. Finito il lavoro, mutò se stessa in una roccia sull’isola di Guam e da tale roccia emersero gli esseri umani.)

REGINA DELLE BANANE

Nel mezzo di Ovunque

è ciò che ho detto

a questo che chiedeva

Dove.

Invece di Nessun Luogo

come lui pretendeva.

Trovalo, disse,

su questa mappa qui.

Fallo.

Tutta la cartografia nel suo

mondo non poteva

farne altro

che una tana di moscerino.

Injun (1), disse quest’altro.

Dev’essere così, con un nome

come Quello.

(Tutto quel a cui stanno tentando di arrivare

è: l’aroma con cui cui dovremmo chiamare

la tua fica.)

Tu non sembri proprio –

quest’altro ancora

disse

– una Guamanita.

(Guamaniana. Guamese. Guamariana.)

Straniera, disse un altro ancora.

Banane.

Non aveva sentore

della mia avversione, che è la più vera

delle allergie, con crampi.

Con un nome

come Quello,

lui disse, io penso che tu dovresti essere

la Regina delle Banane.

(                                     )

Dovrei io estrarre

ogni insulto come

una freccia e smontare

ciascuno di essi e in caso

come.

Inoltre, quale ferita

è più profonda, la punta

o la cocca dell’arco.

Ad ogni modo le mie faretre

sono profonde come scafi di navi e

le rocce dell’oceano sono l’acciottolio

di piume che cantano e si frantumano

in ossa di pesce.

Le onde fremono e

ogni

vertebra è una vocale

ogni

costola è una coniugazione,

sino a che ogni

bianco frammento

si salda a maglia in una minuta

poesia, in un natante

scheletro di ogni cosa che io

potrei mai

dire.

(1) Termine spregiativo per “pellerossa”

guam-oceano

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zulaikha-patel

Zulaikha Patel (in immagine) è una studente sudafricana di 13 anni che è stata oggetto di bullismo e costretta a cambiare scuola già tre volte perché vuole tenere i propri capelli al naturale.

Anche il liceo di Pretoria che ora frequenta – e che era un istituto per ragazze bianche ai tempi dell’apartheid – sta creando problemi a Zulaikha, perché nel suo codice di condotta non permette “capigliature con stili estremi, che distraggono o attirano l’attenzione”. La ragazzina si è chiusa in camera per due settimane a studiare detto codice mettendolo in relazione ai trattati internazionali sui diritti umani e nello specifico sui diritti dei più piccoli: da due mesi, sostenuta da altre compagne di scuola, sta protestando affinché le politiche razziste del liceo cambino.

egypt-in-azione

Egypt Ufele, detta “Ify” è ancora più giovane: fa la quinta elementare. Il suo corpo è stato bersaglio dei bulli fin dove la sua memoria riesce a arrivare, in special modo a scuola: “Mi hanno affibbiato ogni genere di insulti. Una volta mi hanno infilzata con le matite.”

Nell’immagine qui sopra la vedete al lavoro: su sua richiesta, la nonna ha cominciato a insegnarle a cucire quando aveva cinque anni. Ify ha di recente debuttato con la sua linea di abbigliamento alla Settimana della moda di New York, una dei rari designer che hanno presentato vestiti di taglie diverse. La sua preferenza va ai “disegni stampati africani con un tocco urbano” e ama moltissimo quel che fa perché vuole che i suoi abiti abbiano “la capacità di far sentire bene chi li indossa”.

abito-finito

Dietro Zulaikha Patel e Egypt Ufele ci sono madri e sorelle maggiori che le incoraggiano. Della loro determinazione, impegno e creatività hanno ovviamente tutto il merito, ma le loro storie avrebbero potuto essere diverse se non ci fossero donne più grandi in cui possono rispecchiarsi e che alimentano la loro autostima.

Per cui, nella Giornata mondiale delle Nazioni Unite per bambine e ragazze (11 ottobre) in cui sappiamo che dei 5.080 minori italiani vittime di violenza nel 2015 sei su dieci sono femmine (Dossier Indifesa di Terre des Hommes); che le bambine sono state il 91% delle vittime della produzione di pornografia minorile e l’87% delle vittime di violenza sessuale, io vi dico questo: ascoltate le bambine e le ragazze che fanno parte a qualsiasi titolo della vostra vita, riconoscete e favorite i loro talenti, rincuoratele, apprezzatele. Ne guadagneremo tutte/i. Maria G. Di Rienzo

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Contano i fatti, non le polemiche. Quello della fertilità è un problema serio, in Italia ci sono 700.000 coppie che cercano di procreare senza riuscirci.” La Ministra Lorenzin dixit.

E ci sono anche, però, 11 milioni di italiani che nel 2016 hanno dovuto rinviare prestazioni sanitarie o rinunciarvi a causa di difficoltà economiche (i ticket continuano a lievitare e le cifre delle tariffe private sono ormai identiche o di poco superiori): erano 9 milioni nel 2012;

ci sono 10 milioni e 200.000 italiani che fanno un maggiore ricorso alla sanità privata rispetto al passato: il 72,6% a causa delle liste d’attesa epocali nel servizio sanitario nazionale;

ci sono 7 milioni e 100.000 italiani che, in maggioranza per lo stesso motivo, nell’ultimo anno hanno usato l’intramoenia (cioè hanno pagato i medici ospedalieri come professionisti privati);

ci sono 2 milioni e quattrocentomila italiani anziani che la sanità non se le possono permettere ne’ pubblica ne’ privata, e 2 milioni e duecentomila “millennials” – dai 36 anni ai 21 circa – sono nelle stesse condizioni. (dati Censis 2016)

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I problemi veri vanno affrontati, e quando non piacciono bisogna affrontarli lo stesso”. Sempre Lorenzin. A maggior ragione, quello sopra e questo quando lo affrontiamo?:

ci sono 6 milioni 788 mila donne italiane che hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale;

ci sono 3 milioni 466 mila donne italiane che hanno subìto stalking;

circa ogni due giorni una donna italiana muore di violenza di genere. (dati Istat 2015)

La campagna sulla fertilità da 113.000 euro (non li ha tirati fuori dalle proprie tasche Lorenzin, ma chi paga le tasse e i ticket e non trova assistenza contro la violenza perché i rifugi non sono finanziati), dice sempre Lorenzin “era proprio brutta ma io faccio il ministro e non il comunicatore; dunque mi interessa il messaggio più della campagna in sé. – e ovviamente – Nessuno aveva intenzioni razziste, perché noi del ministero della Salute ci occupiamo ogni giorno di garantire la salute a tutti gli italiani, indipendentemente dal colore della pelle, facciamo prevenzione per tutti.”

Signora, a parte che usare correttamente il termine Ministra (come già faceva Foscolo) è salubre in assoluto e altamente consigliabile come “stile di vita” quando si è donne, ha mai sentito citare il buon vecchio McLuhan con “il mezzo è il messaggio”? Quando immagini e parole scelte suscitano una reazione così forte dietro non c’è “un errore tecnico” come lei sostiene, ma un errore di lettura della realtà.

Chi ha protestato contro il “Fertility Day” le ha fatto delle domande precise e le ha posto questioni concrete, liquidarle come “strumentalizzazioni” e suggerire che scaturiscano da ignoranza e invidia “… mi sa che c’è un sacco di gente che aspira a fare il Ministro della Salute: va benissimo, ma io intanto mi occupo di cose vere.” convalida una cecità volontaria e ostinata e petulante proprio per le “cose vere”. Lei sta guardando l’Italia come se fosse una presentazione in photoshop preparata dal suo Ministero, senza collegamento alcuno con gli individui in carne e ossa della cui salute – come da dati precedenti – il suddetto dicastero non si occupa affatto. Id est, Ministra Lorenzin, lei sta facendo malissimo il suo lavoro. Forse non se accorge perché nel governo italiano, quanto a lavorar male, è in buona compagnia. Maria G. Di Rienzo

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