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Posts Tagged ‘razzismo’

Il giovane Marco Rossi, giocatore del Monregale calcio, ha avuto qualche difficoltà “stradale” il mese scorso e ha ritenuto di doverne dare pubblicamente conto con un video. La trascrizione della sua testimonianza è questa:

In poche parole c’è una negra di merda che pensa di avere dei diritti, e tra l’altro ‘sta negra è pure donna, quindi già “donna” e “diritti” non dovrebbero stare nella stessa frase, in più se aggiungi un “negra”… quindi fa già ridere così, no? Però, in poche parole sto orangotango del cazzo ha avuto la brillante idea di denunciarmi per falsa testimonianza. Che però forse è vero, un po’ di falso l’ho dichiarato perché ero fuso e ubriaco, ci sta. Però per principio non mi devi rompere il cazzo anche perché you are black, diocan, negra di merda! E niente, bon, in poche parole io adesso dovrei pagare la macchina a una solo perché sa fare il cous cous: ma baciami il cazzo va’, puttana! Puttana! Troia! Poi ho preso la macchina di mia madre, ho preso l’autovelox, non ho pagato una lira e devo pagare la macchina a te diocan, sempre se si può chiamare macchina quella merda di triciclo che c’hai. Troia, lavami i pavimenti.”

Nelson Mandela la pensava così:

“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose sanno fare. Parla ai giovani in un linguaggio che loro capiscono. Lo sport può creare speranza dove prima vi era solo disperazione. E’ più potente dei governi nell’abbattere le barriere razziali. Ride in faccia a ogni tipo di discriminazione.”

Vero, in teoria e in linea di massima. Poi nella pratica c’è qualche dissonanza come Marco Rossi. Perché gli strumenti – dallo sport ai video – sono in essenza l’uso che ne fai.

C’è un po’ di gente che sta chiedendo alla dirigenza del Monregale di buttare fuori il suo giocatore. Io dilazionerei la proposta. Tenetelo in squadra, per il momento, e fate un po’ di “rieducational channel” per tutti.

Cominciate con lo studio di questi tre testi: Costituzione della Repubblica Italiana, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, CEDAW – Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Fase due: invitate Aboubakar Soumahoro e Leaticia Ouedraogo a tenere una lezione ai vostri calciatori sugli effetti del razzismo e del sessismo nelle loro vite.

Poi portate Rossi e compagnia in tour al campo di sterminio di Auschwitz.

Infine informateli: “Adesso non avete più scuse, non potete dire che non sapevate e che non avevate capito e che stavate scherzando eccetera. Vi abbiamo dato la possibilità di smettere di essere stupidi e crudeli. Il prossimo che fa/dice una stronzata razzista, sessista, omofoba eccetera se ne va a calci nel didietro.”

Maria G. Di Rienzo

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centro stupidi

La settimana scorsa… “ragazzi friulani, per festeggiare il compleanno di uno di loro, prenotano un tavolo alla discoteca Kursaal di Lignano Sabbiadoro, a nome “Centro Stupri”. I ragazzi posano sorridenti per dei selfie con la targhetta posta sul tavolo e indossando la t-shirt con la medesima scritta. Qualche giorno prima avevano indossato le magliette al ristorante Jonny Luanie di San Daniele. I video, le foto della serata e alcuni post pubblicati sui canali social dal gruppo, accompagnati da commenti scritti di loro pugno inneggianti allo stupro e di stampo razzista, hanno fatto il giro del web suscitando un’ondata di proteste e indignazione.”

Ieri… “Vengono da famiglie bene del Friuli i nove ragazzi coinvolti nella vicenda “Centro stupri”. Sono otto, per ora, quelli iscritti sul registro degli indagati, nell’ambito di un’inchiesta che, al momento, ipotizza per tutti, indistintamente, i reati di istigazione a delinquere e propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa. Ma che potrebbe presto evolvere, coinvolgendo un numero più ampio di persone e precisando ruoli e responsabilità. Intanto la vicenda ha già prodotto la chiusura per 15 giorni del Kursaal di Lignano Sabbiadoro e del Jonny Luanie di San Daniele del Friuli, chiusura decisa dal questore del capoluogo friulano Manuela de Bernardin.”

L’avvocato di cinque membri dell’allegro gruppo dice ai giornali che stiamo montando la panna (è una mia parafrasi) perché in realtà le magliette sono ispirate da un film: “senza tuttavia rivelarne il titolo”. E insomma, mica vorrete tutto e subito, puttane comuniste di merdano, qua io non c’entro, è il gruppetto ad avere queste opinioni, come ricorda la ventenne Eva Margherita Del Monaco: “Stranamente, alcuni di loro sono gli stessi che, circa un anno fa, mi hanno mandato dei video su Instagram dandomi della puttana comunista di merda (cito testuali parole)”.

Uno degli ideatori delle magliette, Alberto Dall’Ava, è in procinto di aprire un nuovo locale. Pare che il sindaco di Udine Fontanini (Lega) sia intenzionato a concedergli un immobile del Comune a fianco del municipio. Qualcuno si domanda “se l’assessora alle pari opportunità Asia Elisa Battaglia (Lega) si opporrà o proporrà di chiamare il luogo CENTRO STUPRI UDIN” (senza la “e” finale perché in dialetto per i leghisti suona meglio, la transizione al nazional-popul-sovranismo non l’hanno ancora digerita tutti).

Io invece vorrei chiedere ai genitori delle “famiglie bene” da cui i giovanotti provengono: Quando vi siete accorti che il vostro rampollo trovava la violenza divertente, cosa gli avete detto? Siete stati zitti, pensando che tanto la vostra classe sociale lo avrebbe protetto da qualsiasi conseguenza, se avesse deciso di mettere la violenza in atto? Lo stupro fa ridere anche voi?

E ai ragazzi dico questo: se vi eccitate solo con la violenza, è ora di vedere un sessuologo. Suvvia, voi ve lo potete permettere.

Maria G. Di Rienzo

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more equal

Sul serio, fatemi capire: se ci si siede (periodicamente o saltuariamente) su una poltroncina di studio televisivo, o si hanno totmila seguaci sui social media, si perviene a una metamorfosi di status – dall’umano al sovrumano – per cui le regole del vivere civile, dell’educazione, del buon senso valgono solo per gli altri?

E quando qualcuno ti fa notare che quel che hai detto / fatto ha tutte le caratteristiche di una sopraffazione, la soluzione è rispondere “Ma a chi l’ha subita va bene, guardate, ci ballo pure insieme.”?

Cesare Cremonini: “Ho pensato alla mia donna delle pulizie che si chiama Emilia. Non è vero, non si chiama Emilia. Lei è moldava e io ho preteso in onore della mia terra di chiamarla Emilia. Ognuno dovrebbe chiamare le persone come meglio crede, soprattutto chi entra in casa tua. Sono pagate e quindi posso cambiare il loro nome.”

Come per il “caso Amadeus” tutta la questione si sposta fuori focus. La colf può riderci sopra e va benissimo, però questo non rende accettabile l’idea di trattarla simbolicamente come un animale domestico a cui puoi dare il nome che preferisci – perché la paghi. E’ la nozione nel suo complesso ad essere stata contestata, Cremonini, non il suo accordo personale con la donna che lavora per lei.

Sa cosa dicono in prima battuta tutti gli stupratori, vero? “Lei ci stava.” Perché vede, “l’ho pagata e ne faccio quel che voglio”, “la mantengo e la pesto / la uso sessualmente quando mi pare”, “sono il padrone e chi entra in casa mia è tenuto all’obbedienza pronta e assoluta” eccetera, sono giustificazioni per l’uso della violenza su altro essere umano… un po’ meno che umano in quanto dipendente a livello economico o meglio ancora e soprattutto di sesso femminile.

In effetti, sebbene in Italia un bel po’ di immigrati di sesso maschile siano diventati “Mario” perché datore di lavoro e colleghi erano incapaci di imparare nomi nuovi o persino pensavano che “ribattezzare” i migranti favorisse l’integrazione, lo scenario suddetto è assai familiare alle donne – troppo familiare, stanti i dati allucinanti della violenza di genere in Italia.

Se ciò che passa in televisione e sui media in generale diventa facilmente prescrittivo e sinonimo di “normalità”, bisogna fare attenzione a cosa si promuove tramite la propria presenza in essi. E’ in sintesi quel che le hanno chiesto i “contestatori”, sig. Cremonini, che lei crede di sbeffeggiare con il balletto e il “non preoccupatevi, ci amiamo”.

Mi domando se troverebbe divertente andare a tenere un concerto a Chișinău (capitale della Moldavia) e sentire uno degli organizzatori che la annuncia così: “E adesso ascoltiamo il cantautore Gregore Prut! Non è il suo vero nome, ma l’ho pagato ed è entrato in casa mia, quindi lo chiamo come meglio credo.”

Maria G. Di Rienzo

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Parable of the Sower

“La società generalmente vede la fantascienza come un genere per il tempo libero. La leggi perché hai tempo, non perché vuoi imparare qualcosa. Tuttavia, questo non potrebbe essere più lontano dalla verità.

Alcune delle nostre migliori pensatrici, e certamente le migliori a esprimere speranze globali, sono scrittrici di fantascienza. N.K. Jemisin ci ha dato semi-dee nere che, nonostante i loro poteri, ancora soffrono per mano di società oppressive. Octavia Butler ci ha dato mutatrici di forma, viaggiatrici temporali e pellegrine che hanno dovuto reagire e sopravvivere sotto il patriarcato e il razzismo.

Dobbiamo cambiare. Ognuno di noi ha bisogno di più coraggio. Il testo informativo è importante, ma quello emotivo è cruciale.

Mentre lottiamo per il mondo dei nostri sogni, dovremmo leggere le opere di coloro che l’hanno già creato.”

Tratto da: “If You Really Want to Unlearn Racism, Read Black Sci-Fi Authors”, di Cree Myles, 22 giugno 2020. Trad. Maria G. Di Rienzo.

afrofuturism

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breonna

Ieri Breonna Taylor avrebbe compiuto 27 anni. Il 13 marzo scorso, mentre dormiva, un gruppo di poliziotti in abiti civili le ha sfondato la porta di casa con un ariete, è entrato e ha aperto il fuoco: almeno otto colpi sono stati mortali per la giovane donna.

I poliziotti hanno detto che cercavano due spacciatori di droga, i quali però erano soliti “lavorare” nei pressi di una casa situata a più di dieci miglia da quella di Breonna – e uno dei due si trovava già in carcere al momento dell’irruzione.

Il ragazzo di Breonna, giacché gli agenti non si sono identificati, li ha presi per delinquenti e ha ferito la gamba di uno di loro: è stato accusato di tentato omicidio (l’accusa è stata lasciata cadere all’inizio di questo mese) ma non un singolo poliziotto è sotto accusa per l’assassinio di Breonna.

Solo in questi giorni, dopo due mesi, il governatore del Kentucky – il fatto è accaduto a Louisville – ha chiesto sia aperta un’inchiesta.

Quello che segue è un brano di “Unanswered Questions from Black Women Protestors Against Police Violence” – “Domande senza risposta fatte dalle dimostranti nere contro la violenza poliziesca”, che Shannon Malone Gonzalez ha scritto per Ms. Magazine il 4 giugno scorso.

Quanti altri? (Ndt: è una domanda ricorrente scritta sui cartelli)

Uno o un migliaio

prima che vi fermaste

Due o due migliaia

prima che guardaste

Tre o tre migliaia

prima che chiedeste

Quattro o quattro migliaia

prima che ascoltaste

Cinque o cinque migliaia

prima che ve ne importasse

Sei o sei migliaia

prima che ne parlaste pubblicamente

Sette o sette migliaia

prima che camminaste con noi

Otto o otto migliaia

prima che capiste

per cosa stavamo davvero marciando

Nove o nove migliaia

prima che comprendeste

che neppure voi eravate liberi

Quante migliaia di noi devono morire

prima del vostro risveglio

Maria G. Di Rienzo

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breathing

Una confessione. Può sembrare una vanteria, ma non lo è – davvero la morte non mi spaventa. Sono terrorizzata, invece, da un unico scenario relativo al “come”: il soffocamento. Sarà perché in quel modo, almeno una volta, sono già “morta” (strozzata dal cordone ombelicale). Sarà perché al respiro è associato il mio elemento preferito, l’aria (sono una Gemelli). Sarà perché simbolicamente per me il respiro è musica e senso di appartenenza e misura di sollievo e significato. “Nessuno tesse lodi al respiro, ma oh!, esserne privi!”, fa dire lo scrittore di sf Roger Zelazny a Yama, uno dei personaggi di Signore della Luce (1967).

L’assassinio di George Floyd ha quindi per me i connotati dell’incubo a più di un livello. C’è l’orrore dell’atto in sé, quel ginocchio premuto sul collo, quelle parole – Non riesco a respirare – cadute nel vuoto della morte. C’è la tragica, tagliente consapevolezza che per un passo avanti sulla strada della civiltà, molti esseri umani sono più che volonterosi nel farne due indietro.

C’è la paura di essere definitivamente in ritardo: posso accettare di non vedere di persona la sconfitta definitiva delle fobie su cui si regge il dominio (razzismo, sessismo, omofobia, svergognamenti dei “non allineati” di qualsiasi tipo), ma mi angoscia l’idea che non la sperimentino mai le generazioni più giovani.

Derek Chauvin, l’ex poliziotto di Minneapolis che si vede nel video schiacciare il collo di Floyd con il ginocchio, è stato arrestato con l’accusa di omicidio colposo.

Un’ora fa, un ragazzo di 19 anni è stato ucciso (i dettagli non sono ancora chiari) a Detroit da proiettili sparati da un Suv sui dimostranti. Stava chiedendo giustizia per George Floyd, per se stesso e per noi tutti/e.

Quando impareremo a respirare insieme?

Maria G. Di Rienzo

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17 maggio 2020, Fabio Tuiach – consigliere comunale di Trieste, ex Lega e Forza Nuova – esterna:

Oggi è la giornata mondiale contro l’omofobia ma io non sono omofobo, mi fa solo schifo vedere i froci che fanno sesso con il culo (…)”

Quest’autorevole “opinione” scatena purtroppo la nostra curiosità: dove li vede il consigliere? Pornografia online, saune, bagni pubblici?

Sig. Tuiach, innanzitutto basta evitare di cercare e molto difficilmente si trova; in secondo luogo scovi piuttosto un corso decente sulla sessualità umana e lo frequenti: anche se non dovesse imparare nulla, il che è abbastanza probabile, almeno si stupirà delle centinaia di cose differenti che le persone (gay, lesbiche, bisessuali, etero ecc.) apprezzano a letto e scoprirà che la penetrazione, per fare del buon sesso, non è obbligatoria.

C’è un’altra faccenda che mi incuriosisce: che fine ha fatto il suo arruolamento nella Legione Straniera?

legione

https://lunanuvola.wordpress.com/2019/12/05/il-legionario/

E’ stato così scarso da aver fallito la selezione?

L’ha passata ma i legionari erano troppo carini e gentili rispetto a lei, sembravano quasi “froci”?

Il feroce sergente Duchamp l’ha presa di mira? (“Tu, stronzo italiano, cento flessioni e cinquanta giri di campo e vediamo se ti ricordi cos’è l’educazione!”)

O avere vicino ogni giorno il commilitone di colore, come nell’immagine sopra, era insopportabile?

Chissà. Potrebbero persino averle detto: lei è troppo gonfio di odio per far parte di una comunità umana, persino quando lo scopo della stessa è addestrare persone a combattere, ferire e uccidere.

Maria G. Di Rienzo

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Questo è promettente: Alice Wu la regista-sceneggiatrice di “Saving Face” (“Salvare la faccia”, 2005) ha prodotto un nuovo film che sarà in onda su Netflix il 1° maggio prossimo.

Alice Wu è nata il 21 aprile 1970 negli Stati Uniti, figlia di migranti provenienti da Taiwan, e la sua prima opera autobiografica trattava del fare coming out come lesbica nella comunità cinese-americana. All’epoca, disse: “Mi auguro che il pubblico abbia la sensazione che, al di là di chi ciascuno è, che sia gay o etero, o qualsiasi sia il suo retroscena culturale, se c’è qualcosa che desidera in segreto, si tratti dell’avere il grande amore o altro, non è mai troppo tardi per averlo. Voglio che il pubblico esca dal cinema provando un senso di speranza e di possibilità.” E in effetti sono le caratteristiche che fanno di “Saving Face” un gran bel film e che gli hanno guadagnato una serie di premi.

Il prossimo si chiama “The Half of It”, che probabilmente – data la difficoltà di tradurre l’espressione in modo letterale – in italiano finirà per essere “L’altra metà”. E’ in pratica Cyrano de Bergerac ai nostri giorni la qual cosa, visto quanto amo la commedia di Rostand, già mi delizia di suo.

the half of it

Ellie Chu (l’attrice cinese-americana Leah Lewis, in immagine) è una liceale timida, solitaria e occasionalmente oggetto di stupidi sfottò razzisti. Ellie è eccellente negli studi e arrotonda le entrate familiari scrivendo per i compagni di scuola i saggi assegnati ad essi dagli insegnanti. La sua arcinota bravura nello scrivere fa sì che un altro studente, disperatamente innamorato e senza quasi speranza di riuscire a impressionare la ragazza dei suoi sogni, le chieda di creare lettere d’amore per costei. Purtroppo, o per fortuna, si tratta della ragazza di cui è innamorata anche Ellie…

Il tratto autobiografico, qui, riguarda il miglior amico della regista, un coetaneo eterosessuale che, grazie alla profondità emotiva del loro rapporto, la aiutò a venire a patti con la propria identità. “Così eccomi qua, – ha scritto Alice Wu presentando il suo lavoro – che procedo verso la mezza età e ho appena fatto un film sugli adolescenti. Ora che è finito, vedo alcune cose più chiaramente. La principale: ero solita pensare che ci fosse un solo modo di amare. Che A + B – C equivalessero all’Amore. Ora che sono più vecchia, so che ci sono più modi di amare. Così tanti, più di quanti avessi mai immaginato.”

Date un’occhiata al trailer, è fantastico:

https://www.youtube.com/watch?v=B-yhF7IScUE

Maria G. Di Rienzo

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(“How to make yourself small or how to be black and survive” di Porsha Olayiwola, in immagine, trad. Maria G. Di Rienzo. Olayiwola è scrittrice, poeta, educatrice, futurista, femminista, lesbica, storica della “diaspora nera”, direttrice artistica… La lista sarebbe ancora più lunga, ma c’è una frase che può fungere da riassunto: questa giovane donna è un genio. Vederla su un palcoscenico, che stia recitando le sue poesie o mettendo in scena una performance teatrale, è illuminante e catartico.)

porsha

Come rimpicciolire te stessa o come essere nera e sopravvivere

Accovacciati giù

in basso

non stendere le tue membra per tutta la loro lunghezza

Fletti le ginocchia

lascia che le tue ossa si ripieghino o

si rompano

Avvizzisci

Lascia che la tua pelle ti abbracci

come una bara, tienila vicina

La tua lingua è fragorosa

per diluire il ruggito, dirotta i tuoi occhi

osserva solo il manto stradale

Così un’ombra massiccia spalanca per noi

una tomba

Vedi solo le formiche

minuscoli esseri di melanina

scorrazzarne via

indenni

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(tratto da: “People Aren’t Bad for the Planet—Capitalism Is”, di Izzie Ramirez per Bitch Media, 27 marzo 2020, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Izzie Ramirez – in immagine – è una reporter freelance e la caporedattrice di NYU Local.)

Izzie

C’è una brutta china nei commenti che giustificano i decessi umani per preservare l’ambiente. Come l’attivista per il clima Jamie Margolin ha spiegato in un tweet “Dire ‘I deboli moriranno ma va bene perché ciò aiuta il clima’ non è giustizia climatica. Questo è ecofascismo.” L’ecofascismo è definito da governi che esercitano il loro potere per la protezione dell’ambiente a costo delle vite individuali.

Nel loro articolo del 2019 “Overpopulation Discourse: Patriarchy, Racism, and the Specter of Ecofascism,” Jordan Dyett e Cassidy chiarirono come l’ecofascismo prese piede nel 19° e 20° secolo in Germania, dove “una serie di preoccupazioni ecologiche cominciarono ad interagire con la xenofobia, il nazionalismo e il razzismo presenti nella regione.”

All’epoca, le autorità fasciste tedesche erano solite giustificare determinate politiche di esclusione collegando l’ambiente alla salute. La retorica tipica includeva il controllo della popolazione, misure anti-sovrappopolazione e nozioni per cui i gruppi minoritari erano specie invasive che costituivano una minaccia all’ambiente stesso. Questa è ideologia comune ai suprematisti bianchi, in particolare, e a quelli che commettono omicidi di massa. Per esempio, l’assassino responsabile degli omicidi di un gran numero di persone a El Paso, Texas, nel 2019 citò la degradazione ambientale come una delle sue ragioni. “Se riusciamo a sbarazzarci di abbastanza gente, allora il nostro stile di vita diventerà più sostenibile”, scrisse nel suo manifesto.

Nel contesto odierno, comunque, persone comuni stanno argomentando che il Covid-19 sarebbe il vaccino della Terra contro gli esseri umani mentre il virus sta gettando il mondo nello scompiglio e sta uccidendo migliaia di persone, molte delle quali appartengono alla classe lavoratrice, non hanno accesso alla sanità e sono costrette a continuare a lavorare perché sono considerate forza lavoro essenziale. Per come le cose stanno ora, l’ecofascismo – visto attraverso tali conversazioni sui social media – sta asserendo che la gente povera, la gente disabile e la gente anziana dovrebbero sacrificarsi per far vivere il resto di noi. Ciò non è solo moralmente riprovevole ma è l’incomprensione del problema più vasto: il coronavirus non è un “detox” per la Terra, è una perturbazione dei sistemi che potenziano il capitalismo.

Persino chi cerca di sfidare il capitalismo è forzato a vivere al suo interno, giacché dobbiamo sopravvivere in un’economia capitalista concentrata sul beneficio immediato anziché sulle conseguenze future. Perciò le persone salgono in autobus per andare ai loro impieghi salariati, montano in auto per andare in fabbrica e condividono veicoli per far quadrare i conti. Queste persone non hanno molte alternative economiche, perché hanno bocche da sfamare e bollette da pagare. La loro adesione per sopravvivenza al capitalismo non li rende egoisti o sacrificabili. In effetti, se voi siete preoccupati per il cambiamento climatico, queste sono le esatte persone per cui dovreste preoccuparvi.

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