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Posts Tagged ‘razzismo’

(tratto dal saggio: “Whose Story (and Country) Is This?”, di Rebecca Solnit, aprile 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Rebecca è una storica e un’attivista, nonché l’autrice di venti libri che spaziano dalla geografia all’arte al femminismo, e collabora con diverse riviste.)

rebecca solnit

(Rebecca Solnit, foto di David Butow)

Il comune denominatore di così tante narrazioni culturali strane e problematiche che incontriamo è una serie di presupposti su chi conta, su di chi è la storia, su chi merita la compassione e le coccole e la presunzione di innocenza, i guanti in pelle e il tappeto rosso e, in definitiva, il regno, il potere e la gloria. Voi sapete già di chi si tratta. Sono le persone bianche in generale e in particolare gli uomini bianchi protestanti, alcuni dei quali apparentemente sgomenti dall’aver scoperto che – come la mamma potrebbe aver già detto loro – esiste la condivisione. La storia di questo paese è stata scritta come se fosse la loro storia e l’informazione spesso ancora la racconta in questo modo: una delle battaglie della nostra epoca riguarda di chi tratta la storia, chi importa e chi decide. (…)

Un paio di settimane fa, l’Atlantic ha cercato di assumere uno scrittore, Kevin Williamson, il quale sostiene che le donne che abortiscono dovrebbero essere impiccate, e poi ha fatto marcia indietro a causa della pressione pubblica proveniente da persone a cui non piace l’idea che un quarto delle donne americane dovrebbero essere giustiziate.

Il New York Times ha assunto alcuni conservatori simili a Williamson, incluso il “dubbioso” sul cambiamento climatico Bret Stephens. Stephens ha dedicato una rubrica a simpatizzare per Williamson e indignarsi contro chiunque possa opporsi a lui. La simpatia nell’America che vuol vivere in una bolla va spesso automaticamente all’uomo bianco nella storia. Il presupposto è che la storia parli di lui; lui è il protagonista, la persona importante e quando, diciamo, leggi Stephens difendere Woody Allen e assalire Dylan Farrow per aver detto che Allen l’ha molestata, capisci quanto lavoro ha fatto immaginando di essere Woody Allen, e quanto insignificante è per lui Dylan Farrow o chiunque altra come lei.

Mi ricorda come alle giovani donne che denunciano stupri sia spesso detto che stanno danneggiando il radioso futuro dello stupratore, piuttosto di dire che probabilmente se l’è danneggiato da solo e che il loro radioso futuro dovrebbe avere qualche importanza. The Onion ha dato l’esempio perfetto anni fa: “Universitario star del baseball eroicamente supera il tragico stupro da lui commesso”. La scorretta distribuzione di simpatia è epidemica. Il New York Times ha definito l’uomo con alle spalle precedenti per violenza domestica che nel 2015 sparò nella clinica di Planned Parenthood a Colorado Springs, uccidendo tre genitori di bambini piccoli, “un gentile solitario”.

E quando il bombarolo che aveva terrorizzato Austin in Texas è stato finalmente arrestato il mese scorso, i giornalisti dei quotidiani hanno intervistato la sua famiglia e i suoi amici lasciando che le loro descrizioni positive si posizionassero come più valide del fatto che era un estremista e un terrorista messosi in opera per uccidere e terrorizzare gente di colore in un modo particolarmente feroce e codardo. Era un giovane uomo “quieto” e “studioso” che veniva da “una famiglia molto unita e timorata di dio”, ci fa sapere il Times in un tweet, mentre il titolo del Washington Post sottolinea che era “frustrato dalla sua vita”, il che è vero per milioni di giovani sull’intero pianeta che non ottengono tutta questa compassione e anche non diventano terroristi.

Il Daily Beast lo vede bene con un occhiello riguardante il più recente terrorista di destra, uno che si è fatto saltare in aria in casa propria, che era piena di materiali per fabbricare bombe: “Gli amici e i familiari dicono che Ben Morrow era un addetto di laboratorio che aveva sempre la Bibbia con sé. Gli investigatori dicono che era un bombarolo e credeva nella supremazia della razza bianca.”

Ma questo marzo, quando un ragazzo adolescente ha portato un fucile nel suo liceo nel Maryland e l’ha usato per uccidere Jaelynn Willey, i giornali l’hanno etichettato quale “malato d’amore”, come se l’omicidio premeditato fosse una reazione naturale a l’essere lasciato da qualcuno con cui hai avuto una relazione. In un potente ed eloquente editoriale sul New York Times, Isabelle Robinson, studente allo stesso liceo, scrive del “disturbante numero dei commenti che ho letto e che dicono più o meno: Se i compagni di classe e i compagni in genere del sig. Cruz fossero stati un pochino più gentili con lui, la sparatoria al liceo Stoneman Douglas non sarebbe mai accaduta.” Come lei nota, ciò pone l’onere – e quindi il biasimo – sul gruppo di pari, l’onere di venire incontro ai bisogni di ragazzi e uomini che possono essere ostili o omicidi.

Tale cornice suggerisce che siamo in debito di qualcosa verso di loro, il che nutre un senso di legittimazione, il quale a sua volta costruisce la logica della vendetta per non aver ricevuto quanto essi pensano noi si debba loro. Elliot Rodgers organizzò il massacro dei membri di un’associazione studentesca all’UC di Santa Barbara nel 2014, perché credeva che far sesso con donne attraenti fosse un suo diritto che quelle donne stavano violando e che un altro suo diritto fosse punire chiunque di loro o tutte loro con la morte. Ha ucciso sei persone e ne ha ferite quattordici. Nikolas Cruz diceva: “Elliot Rodgers non sarà dimenticato”. (…)

E poi ci sono i movimenti #MeToo e #TimesUp. Abbiamo ascoltato centinaia, forse migliaia, di donne parlare di aggressioni, minacce, molestie, umiliazioni, coercizioni, di campagne che hanno messo fine alle loro carriere, che le hanno spinte sull’orlo del suicidio. La risposta di molti uomini a ciò è la simpatia per altri uomini. L’anziano regista Terry Gilliam ha detto in marzo: “Mi dispiace per quelli come Matt Damon, che è un essere umano decente. E’ uscito a dire che non tutti gli uomini sono stupratori ed è stato pestato a morte. Andiamo, questo è folle!” Matt Damon non è stato davvero pestato a morte. E’ uno degli attori più pagati sulla faccia della Terra, il che è un’esperienza significativamente differente dell’essere battuti sino a morire.

Il seguito di approfondimento sulla sollevazione politica di #MeToo è troppo spesso stato: in che modo le conseguenze del maltrattare orrendamente le donne da parte di uomini hanno effetto sul benessere degli uomini? Agli uomini va bene quel che sta accadendo? Ci sono state troppe storie su come gli uomini si sentano meno a loro agio, troppo poche sulle donne che potrebbero sentirsi più sicure in uffici da cui colleghi molestatori sono stati rimossi o sono almeno non più così certi del loro diritto di palpare e molestare.

Gli uomini insistono sul proprio comfort come un diritto: il dott. Larry Nassar, medico sportivo che ha molestato più di cento bambini, ha obiettato al dover ascoltare le sue vittime raccontare ciò che lui aveva fatto, basandosi sul fatto che ciò interferiva con il suo comfort.

Noi, come cultura, ci stiamo muovendo verso un futuro che prevede più persone e più voci e più possibilità. Alcuni individui sono lasciati indietro non perché il futuro non li tolleri, ma perché loro non tollerano questo futuro. (…) Questo paese ha spazio per chiunque creda ci sia spazio per tutti. Per quelli che non la pensano così, be’, è in parte una battaglia su chi controlla le narrazioni e sul soggetto di tali narrazioni.

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protesta ny

L’immagine viene da un video reportage di Sonia Rincon per la CBS, il luogo è il quartiere SoHo di New York e i cartelli dicono:

Pornhub vende lo stupro – Sì all’erotismo, no alla violenza sessuale – Boicotta la violenza sessuale – Non c’è posto per Pornhub a New York – Pornhub vende l’incesto – Pornhub vende il razzismo.

Altri due dichiarano l’appartenenza delle manifestanti: NOW – Organizzazione nazionale delle donne e CATW – Coalizione contro il traffico di donne.

Era l’8 dicembre u.s. e le donne stavano protestando per l’apertura da parte di Pornhub di un “negozio temporaneo” promozionale (chiuderà il prossimo 20 dicembre), dicendo la semplice verità e cioè che il “fulcro della pornografia” – una possibile traduzione di Pornhub – non vende erotismo ma oggettivazione, abuso, traffico, violenza, razzismo e umiliazione, il tutto rivolto alle donne. C’era anche Gloria Steinem (in immagine qui sotto), che assieme a Sonia Ossorio del NOW ha spiegato alla stampa quanto insana è diventata la pornografia:

gloria protesta ny

“Normalizza la violenza e la degradazione di donne e bambine. Pornhub è un fulcro di violenza, un fulcro di pericolo per le donne.”, ha detto Gloria.

“Pornhub vende l’idea dell’abuso sessuale di bambini, vende insulti e stereotipi razzisti.”, ha aggiunto Sonia, che ha anche chiesto all’amministrazione cittadina di proibire l’apertura di simili negozi da parte di Pornhub in futuro.

Maria G. Di Rienzo

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Il trafiletto è dell’Ansa, 1° dicembre, l’enfasi su alcune frasi è mia:

“A Milano c’è una scuola così piena di stranieri che viene evitata dalle famiglie italiane della zona, che iscrivono i figli altrove. A dare l’allarme sono stati alcuni genitori di origine sudamericana che “a casa hanno sentito i loro figli parlare in arabo“, ha spiegato una docente che vuole mantenere l’anonimato. La scuola è l’Istituto comprensivo Fabio Filzi di Milano, nel quartiere Corvetto, già al centro di problemi di integrazione e criminalità. “I genitori italiani si rifiutano di iscrivere i loro figli qui – ammette il preside, Domenico Balbi – tanto che effettivamente non riusciamo a formare un numero adeguato di prime classi nella Primaria”.

Secondo i dati presentati dal Politecnico, gli alunni stranieri a Milano oggi sono il 25% alla primaria e il 18 per cento alle scuole medie, “ma la distribuzione varia molto dal centro alle periferie dove gli stranieri arrivano all’80%”. Al Fabio Filzi, nella 1/a A, “su 26 bambini, 22 sono stranieri, di origine straniera o italiani con un genitore straniero”.

randwick school - nz

(la foto ritrae una classe neozelandese nel giorno in cui la scuola celebra le differenze dei propri alunni)

Se, come attestato nel trafiletto, il quartiere in cui si trova la scuola milanese è noto per problematiche legate alla criminalità, il rifiuto dei genitori di mandarci i bambini è comprensibile. Inoltre, i genitori italiani sono mediamente più abbienti dei genitori immigrati, per cui possono scegliere di affrontare spese maggiori di trasporto ecc. per far frequentare ai figli scuole più distanti da casa, mentre è assai probabile che gli altri non abbiano tale opzione. All’Ansa, però, non c’è nessuno a cui salti in mente di fare questi collegamenti. Il problema dev’essere per forza la composizione delle classi – e per molti può esserlo, senza dubbio – al punto che due genitori, secondo l’anonimo articolista, “danno l’allarme”: una coppia di origine sudamericana apparentemente scandalizzata dall’aver sentito i figli parlare in arabo.

Se si fosse trattato di una coppia di origine tunisina con l’arabo come lingua madre e con figliolanza scoperta a chiacchierare in portoghese o spagnolo, l’allarme ci sarebbe ancora? I due sudamericani si allertano anche quando la loro prole parla italiano (è pur sempre “lingua straniera” rispetto all’origine familiare)? Cosa succede se i loro bambini imparano più lingue grazie al contatto continuo con coetanei, diventano troppo intelligenti per essere infarciti di odio e di paura?

Saper comunicare in differenti linguaggi ha come principale conseguenza il capirsi meglio. Ogni idioma è intessuto di storia, cultura, saperi, ispirazioni, desideri: non si tratta di semplici equivalenze fra le parole (ed è per questo che le traduzioni di Google sono ridicole e piene di errori) ma di visioni del mondo che si confrontano – e si parlano.

L’agilità mentale di bambine/i e ragazze/i, la natura inquisitiva della loro giovane età, permettono di apprendere facilmente più lingue: e sì, questo cambia la loro visione del mondo, la apre a interpretazioni differenti, vi inserisce nuovi orizzonti. Ma le lingue non cambiano l’origine e il passato di un essere umano (ne’ l’italiano ne’ l’arabo sono contagiosi…) e non interferiscono negativamente con la sua capacità / volontà di scegliere un futuro, gli offrono invece ulteriori opportunità.

Se vostra figlia o vostro figlio tornano a casa da scuola dicendo parole diverse da quelle che conoscete, perché non chiedete loro di insegnarle anche a voi?

Maria G. Di Rienzo

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(“If racism was a burning kitchen” – “Se il razzismo fosse una cucina in fiamme”, scena teatrale in tre atti – più un quarto in premio – di Christy NaMee Eriksen. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice, in immagine, è un’artista multimediale e pluripremiata, nata in Corea del Sud e cresciuta in Alaska, che usa la creatività come attrezzo per l’attivismo sociale e la creazione di comunità “inclusive rispetto alle differenze e dotate di voci forti”. Il suo linguaggio preferito è la poesia.)

Christy - foto di AnnaMin

ATTO I: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA CUCINA IN FIAMME

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono in una cucina. La cucina è in fiamme.

A: Accidenti. La cucina sta bruciando?

C: Mi stai dando del piromane?! Io non sono un piromane!

A: Mi sto letteralmente scottando. Sono del tutto sicura che la cucina è IN FIAMME.

C: Non ho costruito io questa casa! Ci vivo solamente!

A: Andiamocene e costruiamo una nuova casa!

C: Io non vado da nessuna parte. Questa è CASA MIA.

ATTO II: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA BARCA CHE AFFONDA.

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una barca. C. sta tenendo in mano una pistola. La barca sta affondando.

A: Oh mio dio, la barca sta affondando!

C: Non intendevo affondarla, ho solo sparato e fatto un buco sul fondo!

A: Be’, ora sta affondando!

C: Non dare la colpa a me! A me piacciono i buchi, volevo solo vederne uno!

A: Non sparare altri colpi per fare buchi, uomo, o moriremo qui fuori.

C: (tirando su con il naso) Pensi che io sia razzista?

ATTO III: SE IL RAZZISMO FOSSE UN’APOCALISSE DI ZOMBIE.

E’ l’apocalisse. Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una strada. Gli zombie corrono avanti e indietro sul palcoscenico.

A: Merda. Zombie.

C: Cosa facciamo adesso?

A: Be’, penso che dovremmo andarcene di qui prima che ci uccidano.

C: Come fai a sapere che ci uccideranno?

A: Perché l’ho visto, sai! Hanno ucciso i miei genitori!

C: Oh, è terribile!

A: Sì, perciò andiamo via di qui.

C: Perché?

A: Di modo che non ci uccidano!

C: Pensi che ci uccideranno? Io conosco quel tizio là, è veramente mitico.

A: Sono sicura che è mitico! Ma in questo momento è uno zombie! E gli zombie uccidono la gente!

C: Cosa? Come fai a saperlo?

A: Te l’ho appena detto!

C: Non mi ricordo.

BONUS – ATTO IV: SE IL RAZZISMO FOSSE QUESTO PEZZO TEATRALE

C: Non voglio essere la persona caucasica; non posso essere semplicemente un umano?

A: No.

C: Questo è razzista.

A: Amico, il pezzo tratta di un sistema di oppressione.

C: Posso fare il regista, allora?

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molto cristiano

Immagino conosciate questo concentrato di sessismo, razzismo, biasimo della vittima, pregiudizi e stereotipi. Riguarda una ragazza bolognese di 17 anni che ha subito violenza sessuale.

Poi l’autore del post, don Lorenzo Guidotti si è “scusato” per la “frase infelice” (una sola, il “Ma dovrei provare pietà?”. Il resto andava bene, quindi.), poi il suo profilo è sparito da Facebook dove aveva pubblicato la tiritera, poi politici di destra lo hanno spalleggiato, poi la Curia ha preso le distanze dicendo che si tratta di “opinioni personali” del parroco, eccetera eccetera. Tutto già visto. Lo schema si ripete in modo automatico e nauseabondo all’interno della socializzazione patriarcale di genere e della cultura dello stupro che essa genera: dov’eri, con chi, com’eri vestita, cosa facevi… lo vedi, è colpa tua. Gli uomini stuprano naturalmente – in special modo se sono stranieri nel tuo paese e se non sono professionisti – insegnanti – gente di cultura, secondo mister Guidotti – e l’onere del non farlo accadere sta tutto sulle tue spalle di preda predestinata.

Evidentemente della cronaca il don legge solo quello che sembra confermargli la sua visione distorta dei rapporti umani: perché professionisti, insegnanti, “gente di cultura” molestano, assaltano e stuprano donne / ragazze / bambine con la stessa indifferenza e lo stesso disprezzo di un analfabeta e finiscono sui media per tali prodezze con la stessa frequenza.

Si sentono legittimati a farlo. Le femmine sono là per fornire piacere ai maschi. Le femmine sono inferiori ai maschi. Le femmine servono solo a quello. Un intero sistema, il patriarcato, forma socialmente la loro identità di genere in tal modo, inzuppandola di sessismo e misogina. Come detto, abbiamo già visto tutto (e analizzato, e ricercato, e spiegato, e suggerito soluzioni) migliaia e migliaia di volte.

“Se decidiamo di non parlare del patriarcato perché è troppo difficile, allora smettiamo di fingere che metteremo fine alla violenza sessuale e alle molestie, e riconosciamo che – al meglio – tutto quel che possiamo fare è gestire il problema. Se non possiamo parlare del patriarcato, se non riusciamo a fronteggiare la miriade di modi in cui noi uomini siamo socializzati a cercare il dominio nella sessualità e nella vita quotidiana, allora ammettiamo di aver abbandonato lo scopo di creare un mondo senza stupro e molestia.” Robert Jensen, docente universitario e autore di “The End of Patriarchy: Radical Feminism for Men”, 6 novembre 2017.

Ma c’è un’ultima cosa da specificare al signor Guidotti e riguarda le sue (inutili) scuse per aver attestato che “non prova pietà” per la ragazza violentata. Oso dirglielo a nome mio, a nome di tutte le donne vittime di violenza con cui ho avuto e ho relazioni e persino a nome di tutte le donne vittime di violenza che non conosco: non abbiamo mai chiesto, cercato o desiderato ne’ la sua pietà ne’ la pietà di altri. Le cose che continuiamo a pretendere, e che nessuno vuol darci, sono ascolto, giustizia e rispetto. Si ficchi in testa bene almeno quest’ultima: RISPETTO. RISPETTO. RISPETTO.

Maria G. Di Rienzo

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(“In Brazil, one woman challenges a system ‘made by men for men’ “, di Gabriel Leão per Women’s Media Center, 19 ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo)

clara averbuck

Quando in agosto la scrittrice e attivista femminista brasiliana Clara Averbuck – ndt.: in immagine – respinse le avance di un guidatore Uber (ndt.: servizio di trasporto automobilistico privato), lui la gettò fisicamente fuori dall’auto, provocandole lividi e un occhio nero. Poi la aggredì sessualmente mentre si trovava ancora a terra.

Averbuck ha scritto dell’assalto su Facebook e ha lanciato una campagna su Twitter affinché le donne parlino delle loro esperienze con guidatori violenti. Parlandone apertamente, Averbuck ha esposto una realtà che le donne in Brasile sopportano ogni giorno.

Nel mentre il paese è noto per i suoi festeggiamenti del Carnevale e per la squadra di calcio di fama mondiale, è anche un luogo in cui – secondo i dati del 2016 forniti dal Ministero della Salute – c’è uno stupro di gruppo ogni due ore e mezza. La dilagante violenza di genere nel paese è balzata alla ribalta più rapidamente quest’anno, quando in agosto un giudice ha ordinato il rilascio di un uomo che, con 17 denunce di aggressione sessuale alle spalle, aveva eiaculato in autobus addosso a una donna durante una corsa attraverso San Paolo.

Ho contattato il quartier generale di Uber in Brasile, dove una portavoce ha detto che la compagnia ripudia la violenza contro ogni individuo, indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale, dal colore della pelle o dalla religione. Il guidatore di Averbuck è stato licenziato, ha detto, e la compagnia si è resa disponibile per un’indagine da parte della polizia. “Non tolleriamo che le nostre passeggere siano o si sentano minacciate.”, ha aggiunto Uber in una dichiarazione via e-mail.

Prima dell’incidente con Averbuck, la compagnia era già entrata in un accordo con il magazine brasiliano “Claudia” per una campagna sostenuta dall’Agenzia Donne delle Nazioni Unite mirata a prevenire le molestie dirette alle donne. La compagnia ha anche distribuito opuscoli e video agli autisti e ha offerto seminari sul sessismo.

Ho parlato con Averbuck di quel che le è accaduto, così come in generale della violenza sessualizzata contro le donne in Brasile e di quel che deve cambiare.

Gabriel Leão: Quali sono state le ripercussioni dei tuoi articoli online sull’aggressione?

Clara Averbuck: Non appena ho deciso di rendere pubblica la mia disavventura, la mia vita personale è diventata un inferno. La vicenda è stata riportata sui quotidiani e sui siti web, e mi sono state offerte interviste all’interno di tutti i programmi televisivi che riesci a immaginare. Le ho rifiutate tutte, perché so che avrebbero il solo effetto di esacerbare il sensazionalismo nel periodo furioso che stiamo vivendo in Brasile.

Data che ho una rubrica fissa sulla rivista “Donna” e sono una collaboratrice di “Claudia”, è più facile per me controllare la narrazione il che, ovviamente, mi ha resa più sicura nel dire la verità. Con la creazione dell’hashtag #MeuMotoristaAbusador (#Il mio autista abusante) l’istanza ha cominciato a essere discussa online e subito altri casi sono venuti alla luce. Il problema è grande e presente dappertutto.

GL: Uber dovrebbe prestare maggiore attenzione ai suoi guidatori?

CA: Ho sentito lamentele da quando la compagnia è arrivata in Brasile. Uber si promuove come un “lavoretto”, qualcosa che chiunque può fare. Ma io credo che dovrebbero stare più attenti. Non esiste status da lavoratore a tempo pieno e non ci sono limiti all’orario, il che può condurre all’abuso, all’esaurimento e alla disperazione di un autista che sta tentando di far quadrare i conti. Ho sentito molte storie simili, così come quelle di violenze e stupri. La mia storia è stata molto visibile perché sono una scrittrice e una femminista attiva – oltre all’essere una donna bianca. Dobbiamo riconoscere queste intersezioni quando parliamo di violenza sessualizzata in Brasile.

GL: Quali difficoltà incontrano le donne brasiliane quando denunciano tali crimini alle autorità?

CA: Di tutti i tipi! La cultura machista in Brasile già ci fa sentire vergognose nel parlare di un assalto, che si tratti di un’aggressione sessuale o di violenza domestica. Andiamo alla “stazione di polizia per le donne”, che si occupa dei crimini contro le donne, e siamo maneggiate da persone impreparate, in un luogo privo di risorse e pieno di burocrazia. Spesso dobbiamo narrare la vicenda di fronte ad altra gente, il che può essere imbarazzante.

Questa struttura ha bisogno di essere riconsiderata. L’idea in se stessa è meravigliosa – l’avere una centrale di polizia solo per i crimini contro le donne – ma è inefficace se poi è uguale o persino peggiore delle altre centrali. La questione sta nel sistema in sé, che dev’essere ripensato.

GL: Pensi che non essendo andata alla polizia hai permesso che questa persona restasse impunita e perciò in una posizione in cui continuerà a mettere a rischio altre donne?

CA: Per farlo arrestare avevo bisogno di prove. Per avere prove, avrei dovuto sottopormi a un esame fisico che sarebbe finito in nulla, perché avevo solo una ferita in faccia dovuta al fatto che mi aveva gettato fuori dall’auto ed ero caduta a terra. Quel che raccontavo sull’accaduto sarebbe stato messo in dubbio dal fatto che avevo bevuto e mi sarebbe stato chiesto perché non avevo fatto niente: il solito gioco della merda del biasimo buttata addosso alla vittima.

Credimi, ho visto come ti trattano alla stazione di polizia e io non volevo e non voglio tuttora nulla di ciò. Ho ancora sei mesi per decidere se presentare denuncia oppure no, ma lo ripeto: non credo nel sistema. La sentenza per stupro è inferiore a quella che prendi per aver venduto steroidi anabolizzanti (in alcuni casi). La storia della misoginia nelle decisioni dei giudici scoraggia molto le donne dal denunciare questi casi.

Io non sto scoraggiando le altre donne dal denunciare le aggressioni subite, ma credo che il sistema cambierà solo tramite la pressione popolare. Nel mio caso, io credo che senza prove e testimonianze si sarebbe trattato della sua parola contro la mia. Più di tutto, mi sarebbe toccato vederlo di nuovo e lui sa dove vivo. Tali circostanze non mi permettono di sentirmi al sicuro.

Dal momento dell’assalto, uso un’applicazione in cui posso scegliere autiste donne, perché ora quando esco da sola sono più paranoica di quanto lo sia mai stata. Ogni donna si guarda dietro le spalle quando è fuori sulla strada.

GL: Quando hai scritto dell’aggressione, alcune persone l’hanno messa in dubbio. Tu credi che questa sia un’altra forma di violenza?

CA: Persino nel 2017 la mia attitudine sconcerta questa società conservatrice, perciò non è sorprendente che mettano in dubbio la mia esperienza. Me lo aspettavo. Li disturbo già solo scrivendo, quindi questo incidente è stato il massimo per loro. E io non mi comporto come ci si aspetta che le vittime si comportino.

Ciò che mi ha meravigliato è il numero di donne che non sanno come il sistema funziona e hanno pensato fosse legittimo dubitare di me se non volevo fare denuncia. Io non ho nemmeno reso noto il nome del perpetratore e della gente ha detto che stavo formulando false accuse contro di lui. Una parata di ignoranza. Io spero che nessuna di quelle donne sarà mai aggredita e nessuna debba camminare nelle mie scarpe per sapere quanto il sistema è corrotto. Gruppi organizzati, della destra o conservatori, mi sono stati addosso per anni ma questa volta non si è trattato solo di loro. Il femminismo in Brasile è ancora incomprensibile e rigettato da un vasto numero di persone che non comprendono l’idea di eguaglianza. Negli ultimi anni la nostra parte si è rinforzata, ma siamo ancora poche e c’è ancora molta disinformazione.

GL: Certamente sai della decisione recente di un giudice di lasciar libero un uomo che aveva eiaculato addosso a una donna durante una corsa in autobus. Cosa ne pensi?

CA: Penso che viviamo in un sistema fatto dagli uomini per gli uomini, e che questo dev’essere urgentemente messo in discussione. Io non sono una giurista che può interpretare la legge, ma vedendo quante denunce aveva quell’uomo al minimo avrebbe dovuto essere preso in carico da un’istituzione. Il problema è che tanti sono svelti a puntare il dito e a definire ogni manifestazione di misoginia “mostruosa” o “malata”, ma non prendono in conto la cultura che promuove tale misoginia. Chi non vuole affrontare tali temi e i cambiamenti è responsabile per questi scenari.

GL: La società brasiliana è considerata assai conservatrice. In che modi i suoi schemi di comportamento e i suoi valori si collegano alla cultura dello stupro?

CA: Il Brasile vive in questa falsa democrazia razziale che conduce all’iper-sessualizzazione delle donne nere, al genocidio della popolazione nera nelle favelas e alla violenza contro le donne. Chi lo vede dall’esterno crede che il Brasile quotidiano sia un paradiso tropicale con Carnevale, donne, libertà, calcio e samba, ma non è niente di tutto ciò. Noi abbiamo più problemi di quelli che si vedono.

GL: La stampa brasiliana come maneggia lo stupro?

CA: Di base nel modo solito. Ciò di cui si dovrebbe discutere non sono i vestiti della vittima, il suo comportamento, se aveva bevuto o no, o dove si trovava. Il Brasile è il quinto paese al mondo più violento contro le donne e per certi versi è persino il peggiore, perché è il primo per omicidi di persone transgender. C’è anche la violenza specifica contro le donne nere. Ciò che dovrebbe essere dibattuto è la struttura sessista e non le storie individuali. Al cuore del problema c’è una mascolinità tossica e disgustosa che vede le donne come oggetti e ha le sue fondamenta nella violenza e nel dominio. Questo ci sta uccidendo e sino a che è tenuto fuori dalla conversazione pubblica noi continueremo a essere vittimizzate.

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Ora che tutti sono stati arrestati e quindi abbiamo un maggior numero di informazioni sul gruppo di giovanissimi stupratori di Rimini, compreso il fatto che il più manifestamente violento è il più piccolo (15 anni), sappiamo anche che – da qualsiasi paese provengano le loro famiglie – l’ambiente culturale in cui sono cresciuti è quello italiano. Intendo dire che non possiamo chiamarci fuori arrampicandoci sugli specchi di “altre culture” o additando al ludibrio ogni singolo migrante con i manifesti della defunta e infame Repubblica Sociale Italiana.

Nello schema che crea gli stupratori, la società in cui vivono costituisce il livello più importante. Ve lo semplifico qui di seguito usando “Factors at play in the perpetrarion of violence against women, violence against children and sexual orientation violence” (Hagemann-White et al 2010) – il lavoro è molto più specifico e dettagliato, io ho selezionato gli aspetti che fanno riferimento specifico all’attuale clima socioculturale italiano:

Macrolivello – strutture generali nell’ordine sociale

SVALUTAZIONE DELLE DONNE

Diseguaglianza di genere, relazioni non egualitarie fra uomini e donne, subordinazione delle donne.

VIOLENZA MEDIATICA

Glorificazione della violenza e della sessualizzazione di donne, ragazze e bambine.

MASCOLINITA’ ETEROSESSUALE NORMATIVA

Livello di mezzo – norme sociali e pratiche che regolano la vita quotidiana

SENSO DI ACQUISIZIONE DI DIRITTO (l’aspettarsi privilegi)

Il supporre da parte dei maschi di avere diritto a sesso e servizi da parte delle donne.

FALLIMENTO DELLE SANZIONI

Il fallimento del sistema giudiziario nel rispondere alla violenza, implementazione insufficiente delle leggi risultante in nessuna / leggera sanzione per i perpetratori.

DISCRIMINAZIONE

La discriminazione verso donne, ragazze e bambine nella società, per esempio sul lavoro e a scuola.

CODICI “D’ONORE”

L’imposizione di disonore e vergogna sulle donne vittime di violenza.

Microlivello – interazioni giornaliere nell’ambiente immediatamente circostante

L’APPROVAZIONE DEL GRUPPO DI PARI

Il sostegno dai coetanei che approva, valorizza e rinforza la violenza contro le donne.

STEREOTIPI

La rigida costruzione di ciò che sarebbe “normale” per maschi/femmine.

MITI

Persistenti fraintendimenti e stereotipi sulla violenza.

PREMI

Remunerazioni percepite o reali per l’aver agito violenza.

CODICI DI OBBEDIENZA

Aspettative differenti per le figlie.

Livello ontogenetico (relativo a crescita e sviluppo)

IL SE’ MASCOLINO

Ostilità verso le donne e approvazione della violenza contro le donne, necessità di provare se stesso come “vero maschio”.

DEFICIENZE COGNITIVE ED EMOZIONALI

Mancanza di empatia e rispetto per donne, ragazze e bambine.

SPERSONALIZZAZIONE DEL SESSO

Socializzazione sessuale orientata al potere e al controllo.

ABUSO DI STIMOLANTI

Abuso di pornografia, alcool e droghe.

Non è difficile riconoscere la “banda dei quattro” di Rimini: ladruncoli, spacciatori, sbruffoni, arroganti, aggressivi, uno già passato per il carcere minorile, uno espulso da scuola che “parlava solo di uccidere e violentare”, tutti equipaggiati con abbigliamento e accessori di marca… ma quanti giovani “italiani veraci” dalle caratteristiche assolutamente identiche conoscete? Maria G. Di Rienzo

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