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Posts Tagged ‘razzismo’

(“If racism was a burning kitchen” – “Se il razzismo fosse una cucina in fiamme”, scena teatrale in tre atti – più un quarto in premio – di Christy NaMee Eriksen. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice, in immagine, è un’artista multimediale e pluripremiata, nata in Corea del Sud e cresciuta in Alaska, che usa la creatività come attrezzo per l’attivismo sociale e la creazione di comunità “inclusive rispetto alle differenze e dotate di voci forti”. Il suo linguaggio preferito è la poesia.)

Christy - foto di AnnaMin

ATTO I: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA CUCINA IN FIAMME

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono in una cucina. La cucina è in fiamme.

A: Accidenti. La cucina sta bruciando?

C: Mi stai dando del piromane?! Io non sono un piromane!

A: Mi sto letteralmente scottando. Sono del tutto sicura che la cucina è IN FIAMME.

C: Non ho costruito io questa casa! Ci vivo solamente!

A: Andiamocene e costruiamo una nuova casa!

C: Io non vado da nessuna parte. Questa è CASA MIA.

ATTO II: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA BARCA CHE AFFONDA.

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una barca. C. sta tenendo in mano una pistola. La barca sta affondando.

A: Oh mio dio, la barca sta affondando!

C: Non intendevo affondarla, ho solo sparato e fatto un buco sul fondo!

A: Be’, ora sta affondando!

C: Non dare la colpa a me! A me piacciono i buchi, volevo solo vederne uno!

A: Non sparare altri colpi per fare buchi, uomo, o moriremo qui fuori.

C: (tirando su con il naso) Pensi che io sia razzista?

ATTO III: SE IL RAZZISMO FOSSE UN’APOCALISSE DI ZOMBIE.

E’ l’apocalisse. Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una strada. Gli zombie corrono avanti e indietro sul palcoscenico.

A: Merda. Zombie.

C: Cosa facciamo adesso?

A: Be’, penso che dovremmo andarcene di qui prima che ci uccidano.

C: Come fai a sapere che ci uccideranno?

A: Perché l’ho visto, sai! Hanno ucciso i miei genitori!

C: Oh, è terribile!

A: Sì, perciò andiamo via di qui.

C: Perché?

A: Di modo che non ci uccidano!

C: Pensi che ci uccideranno? Io conosco quel tizio là, è veramente mitico.

A: Sono sicura che è mitico! Ma in questo momento è uno zombie! E gli zombie uccidono la gente!

C: Cosa? Come fai a saperlo?

A: Te l’ho appena detto!

C: Non mi ricordo.

BONUS – ATTO IV: SE IL RAZZISMO FOSSE QUESTO PEZZO TEATRALE

C: Non voglio essere la persona caucasica; non posso essere semplicemente un umano?

A: No.

C: Questo è razzista.

A: Amico, il pezzo tratta di un sistema di oppressione.

C: Posso fare il regista, allora?

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molto cristiano

Immagino conosciate questo concentrato di sessismo, razzismo, biasimo della vittima, pregiudizi e stereotipi. Riguarda una ragazza bolognese di 17 anni che ha subito violenza sessuale.

Poi l’autore del post, don Lorenzo Guidotti si è “scusato” per la “frase infelice” (una sola, il “Ma dovrei provare pietà?”. Il resto andava bene, quindi.), poi il suo profilo è sparito da Facebook dove aveva pubblicato la tiritera, poi politici di destra lo hanno spalleggiato, poi la Curia ha preso le distanze dicendo che si tratta di “opinioni personali” del parroco, eccetera eccetera. Tutto già visto. Lo schema si ripete in modo automatico e nauseabondo all’interno della socializzazione patriarcale di genere e della cultura dello stupro che essa genera: dov’eri, con chi, com’eri vestita, cosa facevi… lo vedi, è colpa tua. Gli uomini stuprano naturalmente – in special modo se sono stranieri nel tuo paese e se non sono professionisti – insegnanti – gente di cultura, secondo mister Guidotti – e l’onere del non farlo accadere sta tutto sulle tue spalle di preda predestinata.

Evidentemente della cronaca il don legge solo quello che sembra confermargli la sua visione distorta dei rapporti umani: perché professionisti, insegnanti, “gente di cultura” molestano, assaltano e stuprano donne / ragazze / bambine con la stessa indifferenza e lo stesso disprezzo di un analfabeta e finiscono sui media per tali prodezze con la stessa frequenza.

Si sentono legittimati a farlo. Le femmine sono là per fornire piacere ai maschi. Le femmine sono inferiori ai maschi. Le femmine servono solo a quello. Un intero sistema, il patriarcato, forma socialmente la loro identità di genere in tal modo, inzuppandola di sessismo e misogina. Come detto, abbiamo già visto tutto (e analizzato, e ricercato, e spiegato, e suggerito soluzioni) migliaia e migliaia di volte.

“Se decidiamo di non parlare del patriarcato perché è troppo difficile, allora smettiamo di fingere che metteremo fine alla violenza sessuale e alle molestie, e riconosciamo che – al meglio – tutto quel che possiamo fare è gestire il problema. Se non possiamo parlare del patriarcato, se non riusciamo a fronteggiare la miriade di modi in cui noi uomini siamo socializzati a cercare il dominio nella sessualità e nella vita quotidiana, allora ammettiamo di aver abbandonato lo scopo di creare un mondo senza stupro e molestia.” Robert Jensen, docente universitario e autore di “The End of Patriarchy: Radical Feminism for Men”, 6 novembre 2017.

Ma c’è un’ultima cosa da specificare al signor Guidotti e riguarda le sue (inutili) scuse per aver attestato che “non prova pietà” per la ragazza violentata. Oso dirglielo a nome mio, a nome di tutte le donne vittime di violenza con cui ho avuto e ho relazioni e persino a nome di tutte le donne vittime di violenza che non conosco: non abbiamo mai chiesto, cercato o desiderato ne’ la sua pietà ne’ la pietà di altri. Le cose che continuiamo a pretendere, e che nessuno vuol darci, sono ascolto, giustizia e rispetto. Si ficchi in testa bene almeno quest’ultima: RISPETTO. RISPETTO. RISPETTO.

Maria G. Di Rienzo

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(“In Brazil, one woman challenges a system ‘made by men for men’ “, di Gabriel Leão per Women’s Media Center, 19 ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo)

clara averbuck

Quando in agosto la scrittrice e attivista femminista brasiliana Clara Averbuck – ndt.: in immagine – respinse le avance di un guidatore Uber (ndt.: servizio di trasporto automobilistico privato), lui la gettò fisicamente fuori dall’auto, provocandole lividi e un occhio nero. Poi la aggredì sessualmente mentre si trovava ancora a terra.

Averbuck ha scritto dell’assalto su Facebook e ha lanciato una campagna su Twitter affinché le donne parlino delle loro esperienze con guidatori violenti. Parlandone apertamente, Averbuck ha esposto una realtà che le donne in Brasile sopportano ogni giorno.

Nel mentre il paese è noto per i suoi festeggiamenti del Carnevale e per la squadra di calcio di fama mondiale, è anche un luogo in cui – secondo i dati del 2016 forniti dal Ministero della Salute – c’è uno stupro di gruppo ogni due ore e mezza. La dilagante violenza di genere nel paese è balzata alla ribalta più rapidamente quest’anno, quando in agosto un giudice ha ordinato il rilascio di un uomo che, con 17 denunce di aggressione sessuale alle spalle, aveva eiaculato in autobus addosso a una donna durante una corsa attraverso San Paolo.

Ho contattato il quartier generale di Uber in Brasile, dove una portavoce ha detto che la compagnia ripudia la violenza contro ogni individuo, indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale, dal colore della pelle o dalla religione. Il guidatore di Averbuck è stato licenziato, ha detto, e la compagnia si è resa disponibile per un’indagine da parte della polizia. “Non tolleriamo che le nostre passeggere siano o si sentano minacciate.”, ha aggiunto Uber in una dichiarazione via e-mail.

Prima dell’incidente con Averbuck, la compagnia era già entrata in un accordo con il magazine brasiliano “Claudia” per una campagna sostenuta dall’Agenzia Donne delle Nazioni Unite mirata a prevenire le molestie dirette alle donne. La compagnia ha anche distribuito opuscoli e video agli autisti e ha offerto seminari sul sessismo.

Ho parlato con Averbuck di quel che le è accaduto, così come in generale della violenza sessualizzata contro le donne in Brasile e di quel che deve cambiare.

Gabriel Leão: Quali sono state le ripercussioni dei tuoi articoli online sull’aggressione?

Clara Averbuck: Non appena ho deciso di rendere pubblica la mia disavventura, la mia vita personale è diventata un inferno. La vicenda è stata riportata sui quotidiani e sui siti web, e mi sono state offerte interviste all’interno di tutti i programmi televisivi che riesci a immaginare. Le ho rifiutate tutte, perché so che avrebbero il solo effetto di esacerbare il sensazionalismo nel periodo furioso che stiamo vivendo in Brasile.

Data che ho una rubrica fissa sulla rivista “Donna” e sono una collaboratrice di “Claudia”, è più facile per me controllare la narrazione il che, ovviamente, mi ha resa più sicura nel dire la verità. Con la creazione dell’hashtag #MeuMotoristaAbusador (#Il mio autista abusante) l’istanza ha cominciato a essere discussa online e subito altri casi sono venuti alla luce. Il problema è grande e presente dappertutto.

GL: Uber dovrebbe prestare maggiore attenzione ai suoi guidatori?

CA: Ho sentito lamentele da quando la compagnia è arrivata in Brasile. Uber si promuove come un “lavoretto”, qualcosa che chiunque può fare. Ma io credo che dovrebbero stare più attenti. Non esiste status da lavoratore a tempo pieno e non ci sono limiti all’orario, il che può condurre all’abuso, all’esaurimento e alla disperazione di un autista che sta tentando di far quadrare i conti. Ho sentito molte storie simili, così come quelle di violenze e stupri. La mia storia è stata molto visibile perché sono una scrittrice e una femminista attiva – oltre all’essere una donna bianca. Dobbiamo riconoscere queste intersezioni quando parliamo di violenza sessualizzata in Brasile.

GL: Quali difficoltà incontrano le donne brasiliane quando denunciano tali crimini alle autorità?

CA: Di tutti i tipi! La cultura machista in Brasile già ci fa sentire vergognose nel parlare di un assalto, che si tratti di un’aggressione sessuale o di violenza domestica. Andiamo alla “stazione di polizia per le donne”, che si occupa dei crimini contro le donne, e siamo maneggiate da persone impreparate, in un luogo privo di risorse e pieno di burocrazia. Spesso dobbiamo narrare la vicenda di fronte ad altra gente, il che può essere imbarazzante.

Questa struttura ha bisogno di essere riconsiderata. L’idea in se stessa è meravigliosa – l’avere una centrale di polizia solo per i crimini contro le donne – ma è inefficace se poi è uguale o persino peggiore delle altre centrali. La questione sta nel sistema in sé, che dev’essere ripensato.

GL: Pensi che non essendo andata alla polizia hai permesso che questa persona restasse impunita e perciò in una posizione in cui continuerà a mettere a rischio altre donne?

CA: Per farlo arrestare avevo bisogno di prove. Per avere prove, avrei dovuto sottopormi a un esame fisico che sarebbe finito in nulla, perché avevo solo una ferita in faccia dovuta al fatto che mi aveva gettato fuori dall’auto ed ero caduta a terra. Quel che raccontavo sull’accaduto sarebbe stato messo in dubbio dal fatto che avevo bevuto e mi sarebbe stato chiesto perché non avevo fatto niente: il solito gioco della merda del biasimo buttata addosso alla vittima.

Credimi, ho visto come ti trattano alla stazione di polizia e io non volevo e non voglio tuttora nulla di ciò. Ho ancora sei mesi per decidere se presentare denuncia oppure no, ma lo ripeto: non credo nel sistema. La sentenza per stupro è inferiore a quella che prendi per aver venduto steroidi anabolizzanti (in alcuni casi). La storia della misoginia nelle decisioni dei giudici scoraggia molto le donne dal denunciare questi casi.

Io non sto scoraggiando le altre donne dal denunciare le aggressioni subite, ma credo che il sistema cambierà solo tramite la pressione popolare. Nel mio caso, io credo che senza prove e testimonianze si sarebbe trattato della sua parola contro la mia. Più di tutto, mi sarebbe toccato vederlo di nuovo e lui sa dove vivo. Tali circostanze non mi permettono di sentirmi al sicuro.

Dal momento dell’assalto, uso un’applicazione in cui posso scegliere autiste donne, perché ora quando esco da sola sono più paranoica di quanto lo sia mai stata. Ogni donna si guarda dietro le spalle quando è fuori sulla strada.

GL: Quando hai scritto dell’aggressione, alcune persone l’hanno messa in dubbio. Tu credi che questa sia un’altra forma di violenza?

CA: Persino nel 2017 la mia attitudine sconcerta questa società conservatrice, perciò non è sorprendente che mettano in dubbio la mia esperienza. Me lo aspettavo. Li disturbo già solo scrivendo, quindi questo incidente è stato il massimo per loro. E io non mi comporto come ci si aspetta che le vittime si comportino.

Ciò che mi ha meravigliato è il numero di donne che non sanno come il sistema funziona e hanno pensato fosse legittimo dubitare di me se non volevo fare denuncia. Io non ho nemmeno reso noto il nome del perpetratore e della gente ha detto che stavo formulando false accuse contro di lui. Una parata di ignoranza. Io spero che nessuna di quelle donne sarà mai aggredita e nessuna debba camminare nelle mie scarpe per sapere quanto il sistema è corrotto. Gruppi organizzati, della destra o conservatori, mi sono stati addosso per anni ma questa volta non si è trattato solo di loro. Il femminismo in Brasile è ancora incomprensibile e rigettato da un vasto numero di persone che non comprendono l’idea di eguaglianza. Negli ultimi anni la nostra parte si è rinforzata, ma siamo ancora poche e c’è ancora molta disinformazione.

GL: Certamente sai della decisione recente di un giudice di lasciar libero un uomo che aveva eiaculato addosso a una donna durante una corsa in autobus. Cosa ne pensi?

CA: Penso che viviamo in un sistema fatto dagli uomini per gli uomini, e che questo dev’essere urgentemente messo in discussione. Io non sono una giurista che può interpretare la legge, ma vedendo quante denunce aveva quell’uomo al minimo avrebbe dovuto essere preso in carico da un’istituzione. Il problema è che tanti sono svelti a puntare il dito e a definire ogni manifestazione di misoginia “mostruosa” o “malata”, ma non prendono in conto la cultura che promuove tale misoginia. Chi non vuole affrontare tali temi e i cambiamenti è responsabile per questi scenari.

GL: La società brasiliana è considerata assai conservatrice. In che modi i suoi schemi di comportamento e i suoi valori si collegano alla cultura dello stupro?

CA: Il Brasile vive in questa falsa democrazia razziale che conduce all’iper-sessualizzazione delle donne nere, al genocidio della popolazione nera nelle favelas e alla violenza contro le donne. Chi lo vede dall’esterno crede che il Brasile quotidiano sia un paradiso tropicale con Carnevale, donne, libertà, calcio e samba, ma non è niente di tutto ciò. Noi abbiamo più problemi di quelli che si vedono.

GL: La stampa brasiliana come maneggia lo stupro?

CA: Di base nel modo solito. Ciò di cui si dovrebbe discutere non sono i vestiti della vittima, il suo comportamento, se aveva bevuto o no, o dove si trovava. Il Brasile è il quinto paese al mondo più violento contro le donne e per certi versi è persino il peggiore, perché è il primo per omicidi di persone transgender. C’è anche la violenza specifica contro le donne nere. Ciò che dovrebbe essere dibattuto è la struttura sessista e non le storie individuali. Al cuore del problema c’è una mascolinità tossica e disgustosa che vede le donne come oggetti e ha le sue fondamenta nella violenza e nel dominio. Questo ci sta uccidendo e sino a che è tenuto fuori dalla conversazione pubblica noi continueremo a essere vittimizzate.

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Ora che tutti sono stati arrestati e quindi abbiamo un maggior numero di informazioni sul gruppo di giovanissimi stupratori di Rimini, compreso il fatto che il più manifestamente violento è il più piccolo (15 anni), sappiamo anche che – da qualsiasi paese provengano le loro famiglie – l’ambiente culturale in cui sono cresciuti è quello italiano. Intendo dire che non possiamo chiamarci fuori arrampicandoci sugli specchi di “altre culture” o additando al ludibrio ogni singolo migrante con i manifesti della defunta e infame Repubblica Sociale Italiana.

Nello schema che crea gli stupratori, la società in cui vivono costituisce il livello più importante. Ve lo semplifico qui di seguito usando “Factors at play in the perpetrarion of violence against women, violence against children and sexual orientation violence” (Hagemann-White et al 2010) – il lavoro è molto più specifico e dettagliato, io ho selezionato gli aspetti che fanno riferimento specifico all’attuale clima socioculturale italiano:

Macrolivello – strutture generali nell’ordine sociale

SVALUTAZIONE DELLE DONNE

Diseguaglianza di genere, relazioni non egualitarie fra uomini e donne, subordinazione delle donne.

VIOLENZA MEDIATICA

Glorificazione della violenza e della sessualizzazione di donne, ragazze e bambine.

MASCOLINITA’ ETEROSESSUALE NORMATIVA

Livello di mezzo – norme sociali e pratiche che regolano la vita quotidiana

SENSO DI ACQUISIZIONE DI DIRITTO (l’aspettarsi privilegi)

Il supporre da parte dei maschi di avere diritto a sesso e servizi da parte delle donne.

FALLIMENTO DELLE SANZIONI

Il fallimento del sistema giudiziario nel rispondere alla violenza, implementazione insufficiente delle leggi risultante in nessuna / leggera sanzione per i perpetratori.

DISCRIMINAZIONE

La discriminazione verso donne, ragazze e bambine nella società, per esempio sul lavoro e a scuola.

CODICI “D’ONORE”

L’imposizione di disonore e vergogna sulle donne vittime di violenza.

Microlivello – interazioni giornaliere nell’ambiente immediatamente circostante

L’APPROVAZIONE DEL GRUPPO DI PARI

Il sostegno dai coetanei che approva, valorizza e rinforza la violenza contro le donne.

STEREOTIPI

La rigida costruzione di ciò che sarebbe “normale” per maschi/femmine.

MITI

Persistenti fraintendimenti e stereotipi sulla violenza.

PREMI

Remunerazioni percepite o reali per l’aver agito violenza.

CODICI DI OBBEDIENZA

Aspettative differenti per le figlie.

Livello ontogenetico (relativo a crescita e sviluppo)

IL SE’ MASCOLINO

Ostilità verso le donne e approvazione della violenza contro le donne, necessità di provare se stesso come “vero maschio”.

DEFICIENZE COGNITIVE ED EMOZIONALI

Mancanza di empatia e rispetto per donne, ragazze e bambine.

SPERSONALIZZAZIONE DEL SESSO

Socializzazione sessuale orientata al potere e al controllo.

ABUSO DI STIMOLANTI

Abuso di pornografia, alcool e droghe.

Non è difficile riconoscere la “banda dei quattro” di Rimini: ladruncoli, spacciatori, sbruffoni, arroganti, aggressivi, uno già passato per il carcere minorile, uno espulso da scuola che “parlava solo di uccidere e violentare”, tutti equipaggiati con abbigliamento e accessori di marca… ma quanti giovani “italiani veraci” dalle caratteristiche assolutamente identiche conoscete? Maria G. Di Rienzo

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Rimini, Miramare: nella notte fra venerdì e sabato scorsi quattro uomini di origine nordafricana 1) rapinano una coppia di trentenni sotto la minaccia di una bottiglia rotta e tentano di inseguire la donna, che fortunatamente gli sfugge; 2) aggrediscono una coppia di turisti polacchi, sfasciano la faccia dell’uomo a bottigliate e stuprano ripetutamente la donna: i due sono ancora in ospedale; 3) aggrediscono e violentano una prostituta transessuale.

Ovviamente, per la ciarliera “opinione pubblica” – nostrana e non – da tastiera la solidarietà alle vittime e la condanna della violenza sono solo il fondale su cui reiterare razzismo, retorica anti-immigrazione, sessismo sfrenato e incitamento a violenza ulteriore sui perpetratori.

I seguenti brani fra virgolette vengono da alcuni articoli al proposito:

“«Per le bestie di Rimini ci vorrebbe la pena di morte» e nel loro caso «non sarebbe male tornare alle torture». Lo ha scritto su Twitter il viceministro della Giustizia polacco, Patryk Jaki. «Ecco i vostri immigrati, li volete in Polonia? Se mai dopo la mia morte», ha aggiunto Jaki, riferendosi alla provenienza nordafricana dei quattro protagonisti della brutale aggressione, ricercati dalla polizia.”

Ma vedete un po’: in Italia come in Polonia la stragrande maggioranza delle violenze sessuali è compiuta da “indigeni”. L’unico tratto che accomuna gli aggressori, essendo tali violenze trasversali a classe sociale, etnia, appartenenza religiosa ed età, è l’essere maschi.

“Su Facebook – sotto la pagina del Resto del Carlino che pubblicava la notizia della violenza di gruppo di Rimini – ha commentato: “Lo stupro è peggio ma solo all’inizio, poi la donna diventa calma ed è un rapporto normale”. Poi l’ha subito cancellato, ma ormai era troppo tardi. Adesso rischia il licenziamento Abid Jee, 24 anni, che dal dicembre 2016 lavora come mediatore culturale per la cooperativa bolognese Lai-Momo.”

Il giovanotto condivide questa convinzione con una larga parte della popolazione maschile, nativa o migrante, quella che passa il tempo a cercare pornografia su internet, a oggettivare e umiliare le donne, a ridicolizzare le violenze da loro subite (“non è stupro, è sesso a sorpresa”, ah aha aha!) e ad attribuirne la responsabilità a loro stesse. L’attitudine è normalizzata al punto che i dirigenti della cooperativa, i quali evidentemente di formazione al genere non hanno mai sentito parlare e se è loro capitato hanno chiamato un esorcista, ritengono l’asserzione abominevole del loro dipendente “un’opinione”: “Lai-momo seleziona i propri collaboratori a partire dall’analisi dei curriculum che riceve – spiegano – ai quali, in caso di interesse, fa seguire la convocazione ad alcuni colloqui di valutazione, durante i quali rileva la compatibilità dell’approccio professionale del candidato all’ambito in cui dovrà operare. Non è consentito dalla normativa vigente in materia di riservatezza dei dati sensibili, effettuare accertamenti o indagini sulle opinioni personali dei collaboratori, in fase di selezione e nel corso del rapporto di lavoro“. L’assunzione dell’uomo, quindi, “è avvenuta dopo un periodo di collaborazione occasionale in cui sono state verificate la correttezza e professionalità del suo operato, che ci sono state confermate oggi dai coordinatori e dai colleghi a lui più vicini, scossi e stupiti dal suo commento Fb, che mai avrebbero immaginato e dal quale, ovviamente, si dissociano completamente”.

Non so immaginare con quale “correttezza” e “professionalità” un simile mediatore culturale possa fare per esempio da interprete e tramite per una migrante vittima di violenza: “All’inizio provava un po’ di dolore, ma solo perché si agitava, poi si è calmata e se l’è goduta moltissimo”… non è così che va su YouPorn?

“(…) il segretario cittadino di San Giovanni Rotondo (Foggia) di Noi con Salvini, Saverio Siorini, che su Facebook, dopo aver condiviso la notizia dello stupro riminese, si chiede: “Ma alla Boldrini e alle donne del Pd, quando dovrà succedere?”Dopo alcune ore e numerose reazioni indignate, Siorini torna sull’argomento, sempre su Fb, tentando invano una goffa marcia indietro: “Capisco che il mio post sia stato frainteso e anche strumentalizzato a favore di qualcuno, ma è tanta la rabbia per questa giovane donna stuprata, e il silenzio di Boldrini e di tutte le femministe (che hanno preferito accanirsi su di me), che non ci ho visto più. Ovvio che non era mia intenzione augurare il male a nessuno, con questo non cambio idea: auguro una castrazione chimica a tutti gli stupratori e la rabbia del popolo a tutti i complici del Pd.”

Questo augura lo stupro come punizione politica. Ma è contrario allo stupro. Logico. E’ arrabbiatissimo per la giovane donna polacca, ma se violentassero “Boldrini e le donne del Pd” stapperebbe una bottiglia. Non fa una piega. E ancora ha la faccia tosta di frignare su fraintendimenti e strumentalizzazioni. Di più, lamenta “il silenzio delle femministe”.

Signor Siorini, quante ne conosce? Dove legge o ascolta le loro opinioni di solito? Quante rubriche hanno sui quotidiani, quando le vede in televisione, chi le intervista alla radio sulla violenza di genere? Signor Siorini, lei delle femministe NON SA NIENTE. Non ci sono spazi mainstream per loro: il loro lavoro è di prammatica invisibile, le loro richieste e proposte cadono nel vuoto e quando scendono nelle piazze quelli come lei le chiamano isteriche e frustrate e frigide eccetera eccetera e si voltano dall’altra parte, senza ascoltare una singola parola.

Perché questi uomini parlano solo tra loro. Alle donne parlano “addosso”, lasciando piovere chiacchiere tronfie e insensate su millenni di ingiustizie, di falsità e di sofferenze. Maria G. Di Rienzo

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Diva Guimarães

Diva Guimarães (in immagine con il microfono di fronte) è diventata famosa il 28 luglio scorso, prendendo parola durante il Festival Letterario di Paratry, in Brasile. Il tema era il razzismo e la 77enne Diva, insegnante in pensione, ne ha fatto esperienza per l’intera vita. Nipote di schiavi, ha raccontato come sua madre sopportò ogni tipo di umiliazione per assicurarsi che i suoi figli ricevessero un’istruzione. Ma anche nella scuola religiosa che accolse lei a cinque anni, e in cui doveva lavorare oltre che studiare, le cose andavano così: “Voglio raccontarvi una storia che ha segnato la mia esistenza. – ha detto al pubblico del Festival – Sono dovuta diventare adulta all’età di sei anni. Le suore raccontavano questa storia: Gesù creò un fiume e disse a tutti di lavarsi, di bagnarsi nelle acque benedette di quel fiume incantato. Le persone bianche sono tali perché lavorano sodo e sono intelligenti, vennero al fiume, si bagnarono, diventarono bianche. Noi, come neri, siamo pigri – il che non è vero, perché questo paese sopravvive oggi grazie ai miei antenati che hanno provveduto a tutti – e quando alla fine arrivammo ognuno s’era già bagnato nel fiume e di esso restava solo fango. Perciò, noi abbiamo di pelle più chiara solo i palmi delle mani e le piante dei piedi, perché siamo riusciti a malapena toccare l’acqua in questo modo.

Sembrava che nessuno fosse riuscito a non commuoversi e a non riflettere, dopo aver ascoltato Diva. Ma mentre camminava fra gli stand della Fiera è stata assalita da un venditore arrabbiato, che le ha ingiunto di pulire una cacca di cane. La donna non è la proprietaria della bestiola e c’erano molte altre persone a cui il venditore avrebbe potuto rivolgersi, però ha scelto lei. “Io so perché.”, ha commentato Diva.

Il video del suo intervento è diventato assai popolare in Brasile. Sono seguite interviste, articoli su giornali ecc. Tra l’altro, le hanno chiesto: “Che messaggio vorrebbe dare alle giovani donne nere di oggi?” La sua risposta è stata: “Di non misurarsi sui loro corpi, ma sulle loro culture. Vorrei dire loro che non sono mercanzia sessuale. So che hanno discernimento sufficiente a riconoscere questo tipo di abuso. Si fa passare l’idea per cui le persone nere diventano note fuori dal Brasile come oggetti sessuali, dicendo che lei ha il diritto di usare il suo corpo come vuole.” Diva ha ben chiaro che l’oggettivazione sessuale non è una libera e liberatoria scelta.

Maria G. Di Rienzo

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Three Girls

“Three Girls” (“Tre Ragazze”) è una miniserie televisiva trasmessa dalla BBC per tre sere di seguito, dal 16 al 18 maggio 2017. Io l’ho vista in questo mese di luglio, con i sottotitoli in italiano. Tratta del “circolo” di uomini che abusò sessualmente di un centinaio di ragazze minorenni – 47 furono identificate con certezza – durante diversi anni in quel di Rochdale (Greater Manchester, Inghilterra). Fra il 2008 e il 2010 alcune ragazze tentarono di denunciare gli stupri ma la polizia non prestò loro ascolto: in primo luogo erano “cattive vittime” – ribelli, in conflitto con i genitori, provenienti da famiglie povere / problematiche, molte avevano abbandonato la scuola, alcune vivevano per strada; in secondo luogo, mentre costoro erano in maggioranza bianche, la banda dei violentatori era composta da una maggioranza di cittadini britannici di origine pakistana e le autorità temevano di essere accusate di razzismo.

Nel 2012, dodici degli uomini suddetti furono riconosciuti colpevoli di traffico di minori a scopo sessuale e stupro di minori e nel 2015 la polizia di Greater Manchester si scusò pubblicamente per il suo comportamento. Nel frattempo, le tre ragazze protagoniste dello sceneggiato (i cui nomi sono stati ovviamente cambiati per la loro protezione) avevano subito ogni sorta di umiliazioni, erano rimaste incinte e due di loro avevano portato a termine la gravidanza, mentre la 13enne aveva abortito legalmente: avevano raccontato le loro storie a membri delle forze dell’ordine e avvocati per anni, senza essere credute. Sempre per anni l’assistente sociale Sara Rowbotham, che lavorava nel centro per la salute sessuale giovanile a Rochdale, inviò alla polizia e ai suoi superiori dati e informazioni che confermavano le storie narratele dalle ragazzine, ricevendo sempre la stessa risposta: “Queste non sono prove, Sara.” Quando si arrivò al processo, basato largamente sul materiale che lei aveva raccolto, i suoi superiori del servizio sociale ebbero la faccia tosta di dichiarare alla stampa che “non avevano fatto niente perché niente sapevano” e quando Sara protestò ufficialmente per questo fu prima allontanata dal centro per la salute sessuale, con il divieto di occuparsi di minori, e poi dichiarata “in esubero” e licenziata. La poliziotta che seguì le nuove indagini sino al processo del 2012, Margaret Oliver, diede le dimissioni perché delusa dall’atteggiamento dei suoi capi, che continuavano a bollare alcune vittime come “inattendibili” e perciò costoro non arrivarono mai a testimoniare in tribunale le violenze subite. E proprio come temevano quelli che respinsero le ragazze fra il 2008 e il 2010, la vicenda prese una colorazione “razziale”: la destra inscenava dimostrazioni durante le udienze, gli imputati dicevano di essere vittime di razzismo, le discussioni all’interno della comunità di Rochdale non vertevano sugli abusi ma sulla responsabilità degli stessi – fatta ricadere sulle minorenni “sregolate”, che erano bianche spiegherà uno dei perpetratori alla sbarra perché “la gente bianca addestra le ragazze a bere e a fare sesso in tenera età”; in sostanza, come molti uomini di qualsiasi colore o provenienza, il signore non riusciva a vedere cosa ci fosse di sbagliato nello stuprare una minorenne: non le aveva forse offerto da bere e da mangiare? Come dirà nello sceneggiato alla quattordicenne Holly: “E’ ora che tu mi dia qualcosa in cambio.”

Il pubblico ministero che riaprì il caso era pure di origine pakistana, si chiamava Nafir Afzal e dichiarò alla stampa in modo perentorio che “Non esiste comunità in cui le donne e le ragazze non siano vulnerabili all’aggressione sessuale e questo è un dato di fatto.” Costui, l’ex assistente sociale Sara Rowbotham e l’ex agente di polizia Margaret Oliver hanno collaborato come consulenti alla creazione dello sceneggiato. Nella realtà, le indagini susseguenti a questo caso hanno portato alla luce sino a oggi dozzine di altri simili “circoli” di stupratori in tutta la Gran Bretagna.

Se vi capita di aver spazio per un altro po’ di rabbia per il modo in cui qualsiasi cosa sia usata per gettare biasimo, colpa e vergogna sulle vittime di violenza sessuale, dovreste guardare “Three Girls”. Ma soprattutto, dovrebbero vederlo quelli/e che cinguettano “E’ la loro cultura / la loro religione / dobbiamo rispettare” persino davanti ai cadaveri: l’assetto socio-culturale in cui le donne sono carne inferiore da pornografia e macello è così diffuso e pervasivo in tutto il mondo che quel che stanno “rispettando” è la loro approvazione per esso. Maria G. Di Rienzo

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