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Emma Gonzalez

Emma Gonzalez è una sopravvissuta alla sparatoria avvenuta il 14 febbraio u.s. nella sua scuola, il liceo Marjory Stoneman Douglas di Parlkand, Florida. Nell’immagine la vedete parlare alla manifestazione tenutasi il sabato successivo a Fort Lauderdale. Diciassette persone sono morte nella strage perpetrata dal 19enne Nikolas Cruz, espulso dal liceo in questione (frequentava comunque un altro istituto) per violenza: aveva pestato il nuovo ragazzo della sua ex, la quale lo aveva lasciato perché Nikolas era solito abusare di lei. Usare violenza sulle donne sembra essere un tratto comune degli individui che sparano nelle scuole. A Nikolas piacevano le armi e gli piaceva ammazzare animali per divertimento: uno dei suoi amici più intimi è diventato immediatamente un ex amico dopo aver visto le foto che il giovane postava al proposito su Instagram.

La sparatoria al liceo ha riaperto l’annosa questione del troppo facile accesso alle armi negli Stati Uniti e Emma Gonzalez ha affrontato il suo nodo: la National Rifle Association (NRA) e altre organizzazioni pro-armi hanno speso circa 55 milioni di dollari finanziando i Repubblicani durante le elezioni del 2016; Trump ha preso direttamente 30 di questi milioni dalla NRA (alcune fonti sostengono che la somma fosse superiore di circa un milione).

“Se il Presidente vuol venire da me – ha detto Emma – e dirmi in faccia che è stata una terribile tragedia e che non dovrebbe mai più accadere, nel mentre continua a sostenere che nulla può essere fatto al proposito, io gli chiederò chiaramente quanto ha ricevuto dalla NRA.” Naturalmente Emma la cifra la conosce e divisa per le vittime di stragi del solo 2018 fa 5.800 dollari a persona: “Questo è quanto valgono le persone per lei, Trump? A ogni politico che prende soldi dalla NRA io dico VERGOGNATEVI!” (La folla ha ripreso più volte il suo grido.)

Fra le lacrime, la giovane ha sottolineato che la sparatoria non è colpa delle vittime – ed è scioccante che sia stata costretta a farlo. In parte, ha detto riferendosi al perpetratore, “è colpa in primo luogo delle persone che gli hanno permesso di acquistare armi. Quelli delle fiere delle armi. Le persone che lo hanno incoraggiato ad acquistare accessori per i suoi fucili affinché diventassero completamente automatici. Le persone che non glieli hanno tolti di mano pur sapendo che esprimeva apertamente tendenze omicide.”

“Gli individui al governo che abbiamo votato mandandoli al potere ci stanno mentendo – ha continuato Emma – e noi ragazzini sembriamo essere gli unici che lo hanno notato e sono pronti a chiamar fuori le loro stronzate. Politici che siedono sui loro seggi dorati alla Camera e al Senato, finanziati dalla NRA, ci dicono che nulla poteva essere fatto per prevenire questo. E noi diciamo: STRONZATE! Dicono che leggi più severe sulle armi non diminuiscono la violenza. E noi diciamo: STRONZATE! Dicono che le pistole sono solo attrezzi, come i coltelli, e che sono pericolose quanto le automobili. E noi diciamo: STRONZATE! Dicono che nessuna legge sarebbe stata in grado di prevenire le centinaia di tragedie insensate che abbiamo attraversato. E noi diciamo: STRONZATE!” Emma ha chiuso sull’invito a “votarli fuori” e io posso solo sperare che l’America la abbia ascoltata bene. Maria G. Di Rienzo

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(estratto da: “Ancient (Egalitarian) Societies, Modern (Women’s) Marches”, un ampio e dettagliato saggio di Liz Fisher per Patheos, 24 gennaio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Gli eventi al giorno d’oggi si muovono velocemente ma hanno anche una qualità “spiraliforme attraverso il tempo”. Sono stata colpita, di recente, dalla sincronia di due nuovi sviluppi: uno che riapre l’interpretazione delle prime culture come devote alla natura e centrate attorno alla Dea, e l’altro consistente in un’impennata nella cultura contemporanea di donne che asseriscono il loro diritto a relazioni di genere egualitarie.

Il primo è stata una recente presentazione all’Università di Chicago, da parte di un prominente archeologo britannico, dei risultati delle analisi sui ritrovamenti di DNA nell’antica Europa neolitica e del loro influsso sul suo sviluppo. Il secondo è stato l’esprimersi attraverso il mondo, durante l’ultimo fine settimana e nel gennaio scorso, di milioni di donne che manifestavano per l’eguaglianza e la giustizia sociale, sostenute da uomini e bambine/i che partecipano alle dimostrazioni.

Chi di noi crede in relazioni di eguaglianza fra tutti i popoli e nella sacralità della Natura si interessa anche nelle antiche culture egualitarie descritte da Marija Gimbutas, una fine e rinomata archeologa. La dott. Gimbutas è stata l’autrice di 20 libri e più di 200 articoli sulla preistoria e sul folklore europei. Era un’autorità sulle incursioni preistoriche di popoli che parlavano l’indo-europeo in Europa, e di come cambiarono le società in loco.

gimbutas lituania

(Marija Gimbutas)

La dott. Gimbutas ha assemblato, classificato e interpretato circa 2.000 reperti simbolici dai villaggi neolitici in vari siti europei. Ha analizzato le culture patriarcali e le ha confrontate con le società pacifiche che le sue ricerche hanno scoperto nell’Europa dell’est, in Turchia, a Malta e altrove. La dott. Gimbutas sosteneva che le pacifiche comunità della Vecchia Europa, devote a una Dea Madre, erano state invase e violentemente sopraffatte da tribù patriarcali che onoravano un Padre Creatore. Lei la chiamò la “teoria Kurgan”.

Ora è stato confermato dai test sul DNA che i Kurgan adoratori del dio del cielo invasero in effetti le culture della Vecchia Europa. Il dott. Colin Renfrew, archeologo dell’Università di Cambridge e un tempo uno dei più grandi oppositori di Marija Gimbutas ora proclama che le nuove prove relative al DNA vendicano e validano il suo lavoro, almeno per quanto riguarda l’aspetto chiave delle invasioni.

Dice Joan Marler, editrice del secondo importante libro di Gimbutas: “La civiltà della Dea”: “Definendo la Vecchia Europa come fondamento della civiltà europea, e ipotizzando l’inizio del patriarcato come fenomeno successivo, simultaneo all’indo-europeizzazione del continente, la “teoria Kurgan” di Gimbutas sfida la dottrina che sostiene come la dominazione maschile abbia funzionato da storia originario per la civiltà occidentale.”

Nel suo libro “Il linguaggio della Dea”, pubblicato nel 1989, Gimbutas dice: “La Dea in ogni sua manifestazione era un simbolo dell’unione di tutta la vita in Natura. Il suo potere era nell’acqua e nella pietra, nella tomba e nella caverna, in animali e uccelli, serpenti e pesci, alberi delle colline e fiori. Da qui l’olistica e mitopoietica percezione della sacralità e del mistero di tutto ciò che esiste sulla Terra. Pace e nonviolenza erano le caratteristiche di queste culture. Ne “Il linguaggio della Dea” dice ancora: “Questa cultura provava profonda delizia nelle meraviglie di questo mondo. La sua gente non produceva armi letali ne’ costruiva fortezze come fecero i loro successori, neppure quando presero dimestichezza con la metallurgia. Invece, costruivano magnifiche tombe-altari e templi, case confortevoli in villaggi di media entità, e creavano superbe ceramiche e sculture. fu un lungo e durevole periodo di notevole creatività e stabilità, un’era priva di lotte. La loro cultura era una cultura dell’arte.”

Ggantija Temples - Malta

(Malta)

Un’altra fonte di informazione e ispirazione sulla relazione fra antiche culture e preoccupazioni moderne è il lavoro di Riane Eisler, che lei offre sul suo sito “Center for Partnership Studies”. Il suo libro bestseller “Il Calice e la Spada” celebra ora il proprio 30° anniversario ed è stato ripubblicato con nuovo epilogo scritto da Eisler che discute le antiche culture e la loro rilevanza al giorno d’oggi. Altri libri di Eisler, incluso “La vera ricchezza delle nazioni: creare un’economia di cura”, affronta le preoccupazioni di coloro che hanno marciato e si sono organizzati attorno a tali questioni contemporanee. Tutto ciò fornisce lezioni che si collegano a ciò che stiamo attraversando attualmente? Io credo di sì. Ricordo di essere cresciuta con la visione patriarcale monoteistica della religione come l’unica possibile storia sacra. Essa lasciava fuori la femmina, e per estensione me stessa e tutte le donne, da ogni aspetto positivo della storia della creazione.

I corpi femminili erano rappresentati come tentazioni ad allontanare il maschio religioso da dio. La guerra era inevitabile. Poi abbiamo udito una storia diversa, una storia più antica, confermata dalle scoperte di Marija Gimbutas. Ascoltare questa narrazione in presenza di altre persone, mentre sedevamo in circoli spirituali, ha creato uno spostamento di paradigma.

La nuova prospettiva ridava alle donne innocenza (ndt. nel senso di non essere colpevoli in quanto femmine), rispetto di noi stesse e apprezzamento per i processi messi in atto dai nostri corpi sacri. Ci ricordò la nostra responsabilità di impegnarci nella società e nel mondo. Queste narrazioni attraggono anche gli uomini che sono in grado di abbandonare la tradizionale storia di dominio dei maschi sulle femmine e di reclamare le proprie qualità di cura.

Muovendoci in avanti al giorno d’oggi, il 20 e 21 gennaio le marce attraverso tutta l’America del nord e il mondo sono state trasmesse dalle televisioni. Le frasi #MeToo e #TimesUp, come protesta contro l’abuso sessuale delle donne, le avevano in mente molte partecipanti. I cartelli chiedevano anche attenzione alle politiche sull’immigrazione e ai diritti delle persone LGBT. Ai raduni si è chiesto alle donne di presentarsi alle elezioni per le posizioni chiave a ogni livello di governo. Le relatrici hanno affermato i contributi delle donne a diverse istituzioni sociali e alle famiglie. Uno dei fulcri principali delle proteste era il diritto delle donne a controllare i propri corpi.

A me sembra che le prove del DNA confermanti aspetti della ricerca della Prof. Gimbutas, che ci invitano a riconsiderare le antiche società in cui la donna era onorata, e la ripresa del Movimento delle Donne promuovano entrambe azione. Ciò si estende a reclamare la natura sacra di tutta la creazione e il diritto delle donne a partecipare pienamente a tutte le aree della vita sociale.

La prova che sono esistite società pacifiche in cui donne e uomini erano capaci di esistere e di fiorire insieme, in una cooperazione fra eguali, continua a ispirarci. Siamo tutte invitate a continuare a far sentire le nostri voci ovunque e comunque possiamo.

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L’organizzazione di beneficenza inglese “Presidents Club”, i cui membri sono solo uomini – affaristi miliardari, celebrità di vario tipo e politici – ha annunciato in questi giorni la propria chiusura. I beneficiari delle donazioni stanno tornando loro il danaro ricevuto, perché non vogliono essere associati in alcun modo all’organizzazione stessa. La causa sta nel fatto che il Financial Times ha raccontato cos’è successo all’ultima festa per la raccolta fondi tenuta dai caritatevoli membri del club al Dorchester Hotel di Londra (in immagine), il 18 gennaio scorso:

Dorchester Hotel

1) Hanno assunto 130 hostess per l’evento, scelte in base alle caratteristiche “alte, magre e carine”;

2) Hanno fatto firmare loro un contratto in cui le donne si impegnavano a non riportare notizie sulla serata;

3) Le hanno informate che dovevano indossare biancheria intima nera per fare il paio con le minigonne fornite loro quale uniforme;

4) Hanno sequestrato loro i cellulari, ovvero (pardon!) li hanno “messi sotto lucchetto per sicurezza”;

5) Le hanno costrette a bere vino in gran quantità e se una di loro si rifugiava in bagno per quel che era giudicato dai compassionevoli festaioli “troppo tempo”, era forzata a tornare nel salone;

6) Per tutto il tempo, fra una portata di salmone affumicato e un calice di Dom Pérignon, le hanno molestate, palpate ecc. e uno dei presenti si è spinto sino a mostrare il suo prezioso pene a una delle fortunate hostess: altre prescelte sono state invitate a seguire questo o quel benefattore in una delle camere del Dorchester.

L’asta per raccogliere fondi si è accordata perfettamente allo scenario. I “lotti” andavano da una notte al locale per spogliarelli Windmill di Soho a un bonus per chirurgia plastica accompagnato dallo slogan “Metti un po’ di pepe a tua moglie”. A farsi quattro risate attorno al tavolo, purtroppo, c’era anche il Ministro per l’Istruzione britannico, sig. Nadhim Zahawi. Dev’essere un vero piacere, per le scolare e le studenti del suo paese, sapere chi è il responsabile delle scuole che frequentano. Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “What We Want for 2018: The Biggest Movement Leaders Envision the Changes Ahead”, di Beverly Bell per “Yes! Magazine”, 5 gennaio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta di una serie di brevi interviste a attiviste/i di spicco nei movimenti sociali, a cui è stato chiesto cosa prevedono e desiderano per l’anno nuovo. Io ho trovato particolarmente interessanti due donne.)

chiponda

Melania Chiponda (1) – Attivista femminista, fa campagna per la giustizia climatica ed è stata parte della sollevazione che, in Zimbabwe, ha rovesciato Robert Mugabe.

“La marcia di milioni di persone attraverso lo Zimbabwe, il 18 novembre, per la nostra democrazia, per la pace e la salvezza economica ha avuto successo nel far cadere Mugabe. E’ stata una rivoluzione.

Come femminista africana, ho marciato anche per qualcosa che sta più in profondità: per la liberazione delle donne, per l’eguaglianza delle persone di tutte le razze, religioni, generi, gruppi etnici e classi sociali. Ma da un punto di vista femminista la vera rivoluzione non è ancora avvenuta. Il mio sogno per il 2018 e oltre è di un vero cambiamento, non solo un cambio di guardia da Mugabe al suo ex braccio destro, il crudele Emmerson Mnangagwa.

Se vogliamo correggere il sistema politico e il sistema economico, dovremmo liberarci del capitalismo patriarcale. Io mi sento in trappola ove ogni strada di accesso al potere è dominata in modo schiacciante dai maschi. Un sistema economico più cooperativo ed egualitario non può essere basato sulla supremazia maschile.

In un mondo in cui le donne sono viste principalmente come madri e addette al lavoro di cura, e devono sconfiggere la forte resistenza ideologica e politica degli uomini per partecipare ai sistemi politici ed economici, la mia speranza è che noi si dia inizio a una vera rivoluzione contro il capitalismo patriarcale.

okon

Emem Okon – Direttrice del Centro delle Donne per lo sviluppo e le risorse di Kebetkache, un’organizzazione nigeriana eco-femminista che organizza la lotta contro le compagnie petrolifere.

Come donne del delta del Niger, speriamo questo per il 2018: Niente su di noi senza di noi!

Durante questo nuovo anno mireremo a maggior potere per il movimento eco-femminista mentre ci confrontiamo con le compagnie petrolifere che hanno rubato le nostre terre, degradato il nostro ambiente e la biodiversità, e aumentato la violenza.

Mi aspetto maggior visibilità per le donne mentre agiamo per la protezione, la bonifica e il ripristino del nostro ambiente naturale. Prevedo mobilitazioni di donne ancora più vaste e non vedo l’ora di partecipare alle consultazioni con le donne che stanno facendo pressione sulle compagnie petrolifere affinché conducano le valutazioni di impatto ambientale prima di cominciare le attività sulle terre delle loro comunità. Ho la visione delle aspirazioni di chi appartiene alle comunità: l’avere riconoscimento e rispetto dalle compagnie petrolifere.

Infine, prendo speranza dal sapere che spingeremo per una prospettiva relativa ai diritti delle donne mentre ci impegniamo per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e ne controlliamo il progresso, per assicurarci che nessuno sia lasciato indietro e che il governo e le compagnie petrolifere facciano le cose giuste.

(1) Vedi anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/09/13/defendher/

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fumogeni iran

Foto Associated Press, didascalia: Le squadre antisommossa usano granate fumogene contro gli/le studenti dell’Università di Teheran durante una dimostrazione nel fine settimana (ndt: 30-31 dic. 2017).

La persona ritratta è una giovane donna. Io sto con lei.

Sto con lei perché l’anno scorso la polizia del suo paese, Iran, ha annunciato che avrebbe impiegato nella capitale 7.000 (settemila) agenti maschi e femmine in borghese per controllare come le sue simili vanno vestite per strada.

Sto con lei perché il governo iraniano pretende di controllare gomiti caviglie unghie e capelli ecc. alle sue simili da quasi 39 anni (hanno cominciato nel 1979) e per tutto questo tempo le hanno umiliate, minacciate, multate, incarcerate, frustate e sfregiate – anche se il 29 dicembre scorso hanno annunciato con mooolta tolleranza che a Teheran (ma non nel resto del paese) quelle vestite “male” dovranno solo partecipare a lezioni tenute dai poliziotti, notoriamente maestri congeniti di fede, cultura, etica, diritti civili e ultimi trend della moda.

Sto con lei perché la protesta contro povertà e disoccupazione e crisi economica create dal consesso di pii uomini che dirigono il paese e si preoccupano più di finanziare gruppi islamisti stranieri che del benessere del proprio popolo è sacrosanta.

Sto con lei perché per soffocare tale protesta, che sta dilagando nell’intera nazione, hanno già ucciso almeno 21 persone, fra cui un bambino di 11 anni, e ne hanno arrestate 450 solo a Teheran.

Sto con lei perché intendono accusare i/le dimostranti di “guerra contro dio”, reato immaginario per cui è però prevista una pena di morte assai reale.

Sto con lei.

Maria G. Di Rienzo

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(“Swedish rape law would require explicit consent before sexual contact” – Associated Press / The Guardian – 20 dicembre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

manifestazione svezia

(Dimostrazione contro lo stupro a Malmo, Svezia, 19.12.2017. Foto di Johan Nilsson/EPA.)

La Svezia si sta muovendo per cambiare la sua legge sullo stupro affinché sposti l’onere della prova da chi denuncia al presunto assalitore, in una proposta che richiederà alle persone di ottenere un esplicito consenso prima del contatto sessuale.

Isabella Lovin, la Vice Primo Ministro, ha detto che la recente campagna anti-molestie #metoo (“anch’io”) ha dimostrato la necessità di una nuova legislazione, la cui approvazione da parte del Parlamento è attesa per giovedì.

Secondo l’attuale legge svedese, una persona può essere perseguita per stupro solo se si dimostra che ha usato minacce o violenza. Secondo la proposta di legge, lo stupro potrà essere provato se chi denuncia non ha dato il suo esplicito consenso verbale o ha chiaramente dimostrato il desiderio di intraprendere attività sessuali.

Stefan Lofven, il Primo Ministro, ha ribadito come la “storica riforma, che la sua coalizione stava preparando sin da quando ha preso il potere nel 2014, miri a spostare l’onore della prova da chi denuncia lo stupro o l’assalto sessuale al presunto perpetratore. Rivolgendosi alle vittime ha detto: “La società è al vostro fianco.”

Se la legge sarà approvata, entrerà in vigore il 1° luglio.

La bozza fa parte di una serie di iniziative attualmente proposte. Altre renderanno illegale per gli svedesi assumere prostitute all’estero e aumenteranno le pene per gli offensori. Comprare sesso in Svezia è già illegale.

I critici dicono che la legge proposta non darà come risultato più condanne.

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In novembre, i militari hanno costretto Robert Mugabe a dare le dimissioni da presidente dello Zimbabwe dopo 37 anni di governo in cui a parte usare il pugno di ferro per restare incollato alla poltrona e zittire qualsiasi tipo di opposizione, l’uomo ha fatto ben poco.

Il 4 dicembre scorso il nuovo presidente Emmerson Mnangagwa ha prestato giuramento: su circa 24 posti disponibili nell’esecutivo, solo quattro sono andati a donne (Ambiente, Turismo, Donne e Giovani, Ministero di Stato per Bulawayo – la seconda città più grande del paese). Le attiviste femministe e per il cambiamento sociale non sono troppo speranzose, visto il modo in cui si è effettuata la transizione, ma molte cercheranno di correggere il tiro nel 2018, presentandosi alle elezioni. La giornalista Tendai Marima, per News Deeply, ha parlato con alcune di loro, fra cui la trentacinquenne attivista per i diritti umani Linda Masarira (in immagine).

Linda Masarira

Sotto Mugabe, Linda è stata in galera per quattro mesi. Si candiderà alle elezioni perché ritiene cruciale per le donne guadagnare visibilità politica. E’ critica, ovviamente, rispetto al ruolo dell’esercito nell’ascesa del nuovo presidente e teme che l’euforia per l’uscita di scena di Mugabe eclissi la possibilità di un vero cambiamento qualora le elezioni confermino Mnangagwa.

“Anche dopo Mugabe, – ha dichiarato – la lotta delle donne continua. Non raggiungeremo quel che vogliamo a breve se le donne non prendono posizione e vigilano. Io ho detto a me stessa che non permetterò a quel che la gente pensa delle donne di ostacolarmi. Ci sono un bel mucchio di etichette appiccicate alle donne. A me è stato detto che sono una “prostituta”, mi è stato chiesto perché non sono sposata e sono stata accusata di voler “agire come un uomo”. Ma avevo già capito che la politica non è per le “brave ragazze” e non è per i codardi. Se vuoi essere la tipica brava ragazza non sopravvivi alla politica. Mnangagwa può metterci in piedi uno spettacolo per i prossimi sei o sette mesi e tutti ne saranno felici, ma se lo votano resteremo sotto il controllo dei militari e sotto il dominio di un gruppetto di uomini.”

Maria G. Di Rienzo

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