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(tratto da: “Art can influence political action for women’s liberation”, intervista all’artista femminista Emilia de Sousa – in immagine sotto – di Brenda Campos per FES Connect, 28 marzo 2018. Trad. Maria G. Di Rienzo. FES è l’acronimo della fondazione non-profit tedesca Friedrich-Ebert-Stiftung, che promuove la democrazia sociale e i diritti umani. Il mese scorso ha organizzato un incontro di donne a Maputo, in Mozambico, per discutere modi innovativi di analizzare e raddrizzare le ingiustizie politiche, economiche e sociali.)

emilia de sousa

Studiose femministe, sindacaliste, blogger e attiviste per i diritti umani hanno fatto parte del Laboratorio Idea per trovare approcci unitari alla creazione di conoscenza femminista, mutuo sostegno e azione politica, per trasformare le narrative neoliberiste e conservatrici che giustificano lo sfruttamento economico e la strumentalizzazione politica delle donne in molte odierne società africane.

Emilia de Sousa, un’artista mozambicana multidisciplinare, i cui dipinti e disegni sfidano l’immagine della donna in una società capitalista e patriarcale, ha partecipato al dibattito e ha fatto del “potere femminista per il cambiamento” un’opera d’arte.

Hai accettato di contribuire al Laboratorio Idea per la riflessione e l’azione femministe africane in un modo unico e da art-ivista. (ndt.: con il dipinto visibile nell’immagine sopra) Com’è stata questa partecipazione per te?

Partecipare al Laboratorio Idea è stato un viaggio emotivo. E’ stato molto eccitante, difficile da descrivere con parole esatte in tutte le sfumature delle sensazioni. Essere nella stessa stanza con tutte quelle donne meravigliose che lottano per i diritti e il benessere delle donne è stata la concretizzazione di un sogno, mi ha aperto la mente.

I temi affrontati, le discussioni, i piani, l’unione delle menti, il potere di costruire ponti fra le diverse esperienze individuali per formare qualcosa di più grande, un collettivo inarrestabile, è stato davvero ispirativo ma anche una sfida per me.

Sono rimasta colpita dalle presentazioni personali, dalla forza delle donne nella stanza e dalla connessione delle nostre lotte che sembrano assai simili in un certo modo. Ciò mi ha fatto pensare, piangere e ridere. Ho raccolto un sacco di energia dal gruppo e ho cercato di metterla nel dipinto, che raffigura lo sbloccarsi del potere delle donne tramite l’azione collettiva e la solidarietà.

Cosa ti motiva nel creare arte femminista?

Non ricordo quando esattamente mi sono definita una femminista / artista / attivista negli anni della mia adolescenza. Ma ricordo che il momento in cui mi sono sentita completa e potenziata è stato quello in cui ho cominciato a esprimere i miei convincimenti e le mie frustrazioni di donna nera tramite l’arte. Ha funzionato come auto-terapia.

Mi sono sempre concentrata sull’esperienza dell’essere una donna, anche in modo inconscio. Il tema ricorrente nei miei dipinti e disegni sono i corpi delle donne, la nostra lotta per riconciliarci con la nostra realtà corporea al di là delle false immagini femminili che la società capitalista e patriarcale tenta di imporre.

Le donne sono costantemente strumentalizzate. Le nostre insicurezze e i nostri dubbi diventano pubblicità per vendere prodotti commerciali che alla fine ci mantengono nelle prigioni dei nostri complessi e alimentano competizioni separate per la bellezza, le incertezze, l’anoressia, la vergogna, i disturbi. L’amore di sé, la compassione collettiva, l’empatia, la solidarietà di altre donne e l’esprimere te stessa coraggiosamente sono rimedi per queste influenze negative a cui siamo esposte sin dalla nascita. Ma per comprendere la confortevole forza di un’espressione collettiva e dell’auto-accettazione, dobbiamo spesso compiere un viaggio lungo, solitario e duro. Tale esperienza ispira i miei dipinti: la sofferenza delle donne e l’evento che apre gli occhi e la mente, l’accettare le tue debolezze e le tue imperfezioni e l’aiutare altre ad arrivare allo stesso punto di liberazione.

Che ruolo può giocare l’arte nella nostra lotta per espandere i diritti delle donne e ridurre la discriminazione?

L’arte è inseparabile dalle società e ha una grande influenza sull’azione politica, in particolare nel combattere la discriminazione contro le donne. L’artista parte dalla sua prospettiva e dalla sua esperienza soggettive. Permette l’accesso ai suoi sentimenti e riflessioni, alla sua rabbia e alle sue paure – può farlo con la musica, la pittura, le illustrazioni, la scrittura – e in questo modo crea messaggi in un linguaggio multidimensionale, colorato e potente, che va oltre le argomentazioni razionali e induce le persone a capire l’essenza dei problemi sociali, politici o economici.

Io credo che le esibizioni artistiche che toccano i temi del femminismo, della discriminazione e dell’abuso perpetrati contro le donne diano voce a chi è oppresso e possano toccare le persone in modi svariati. Dobbiamo portare l’arte nei vicinati e nelle scuole, dobbiamo parlarne e farne fare esperienza alle generazioni più giovani, così che possano trovare i loro propri modi di esprimere se stesse, di definirsi e raccogliere forza per trasformare il loro ambiente in qualcosa di più amichevole, più giusto e più libero di quello in cui viviamo attualmente.

Quale cambiamento desideri per la società mozambicana, da un punto di vista femminista?

I dibattiti femministi stanno lentamente crescendo in Mozambico. C’è ancora il cancro delle donne copertina. Dobbiamo essere belle, sexy, ma non volgari. I nostri corpi devono essere “perfetti”. A seconda di dove i peli si trovano sul tuo corpo, da una parte devono essere rimossi e dall’altra devono essere stirati (ndt.: i capelli). Dobbiamo essere sveglie e capaci di divertire, ma non dobbiamo fronteggiare padri, insegnanti e mariti. Lavoriamo il doppio e siamo pagate meno della metà, ma una brava donna non si lamenta, ne’ urla contro le ingiustizie o contro la violenza strutturale e fisica.

Facciamo di tutto per assumere su di noi una personalità e una vita che non sono nostre. Viviamo nella paura di esprimere la nostra propria voce, i nostri pensieri, i nostri sogni, perché non vogliamo essere giudicate. Siamo state educate a essere quel che non siamo e a cambiarci costantemente per compiacere gli altri. Essere te stessa, amare te stessa e rispettare te stessa, nella nostra società è in pratica un atto di ribellione.

L’arte non può restare silenziosa su questo. Dobbiamo far riflettere le donne, dobbiamo far riflettere la società, dobbiamo aiutare questa nuova generazione di donne e uomini a trovare la propria espressione e la propria narrativa su cos’è la vita. Una narrativa di compassione, di rispetto, di accettazione e umanità. Dobbiamo spingere per la trasformazione che vogliamo.

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(brano tratto da: “From midwife to MP – Advancing the rights of women in the Comoros”, di Nasser Youssouf – anche l’immagine è sua – per il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, 4 aprile 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Oumouri

(La deputata Hadjira Oumouri partecipa alla maratona comoriana durante il Giorno Internazionale delle Donne. La sua maglietta dice: Io sono più di una madre. Sono anche una donna con delle ambizioni.)

Moroni, Unione delle Comore – Come levatrice Hadjira Oumouri, 49enne, ha passato anni facendo attivismo per la salute e i diritti delle donne. Oggi è la seconda donna mai stata membro del Parlamento delle Comore e attualmente l’unica deputata di sesso femminile.

La sua esperienza ha intessuto il suo essere una guida. Sin da quando è stata eletta, ha introdotto molteplici provvedimenti per promuovere l’eguaglianza di genere e ha lavorato duramente – con successo – per ottenere il sostegno dei suoi colleghi maschi.

“Io penso che la lotta delle donne sia quotidiana. – ha detto – La politica è anche una lotta che devi continuare a fare.”

La diseguaglianza di genere resta un preoccupazione significativa nell’Unione delle Comore. In un sondaggio del 2012, tre donne su dieci hanno riportato di essere state date in mogli da bambine. Dai 15 anni in su, il 40% delle donne fa esperienza di violenza fisica.

Le donne hanno anche minori livelli di alfabetizzazione e partecipazione alla forza lavoro rispetto agli uomini, e trovano barriere nell’accesso ai servizi sanitari. Circa un terzo delle donne sposate hanno una necessità non soddisfatta di pianificazione familiare e circa metà delle donne sposate dicono che le decisioni relative alla loro salute sono principalmente prese dai loro mariti.

La mancanza di empowerment e di accesso ai servizi sanitari possono persino essere mortali. Secondo i dati del 2015 delle Nazioni Unite, circa 335 donne comoriane muoiono per cause legate alla gravidanza su ogni 100.000 che partoriscono restando vive: per fare un paragone, nelle regioni più sviluppate il numero di decessi è pari a 12. Come levatrice, Oumouri è stata testimone di prima mano di molte di queste istanze.

Nel 1995 cominciò a lavorare con Il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione per aumentare la consapevolezza sulla pianificazione familiare nella sua zona natale, la remota area di Mbadjini. Ha immediatamente affrontato le difficoltà che le donne fronteggiano – in particolare la mancanza di informazioni sulla salute femminile e sui contraccettivi. “E’ stato necessario sensibilizzare la popolazione.”, dice Oumouri. Esplicita attivista per i diritti delle donne, creò all’epoca anche un’associazione rappresentativa delle donne e delle bambine di Mbadjini. Infine, fu eletta sindaco del Comune di Itsahidi e, nel 2015, si presentò alle elezioni parlamentari del paese.

“Ciò che mi ha motivata è stato il vedere quante ineguaglianze riguardano le donne.”, ha detto. Oggi è l’unica donna su 33 membri dell’assemblea nazionale. Oumouri vuole anche vedere più donne partecipare alla politica. “Anche nelle posizioni ottenute per nomina, vedi che c’è un’unica ministra nel governo. E’ abbastanza? Io non lo credo.”

Oumouri ha promosso una legge che richiede diversità di genere nelle nomine fatte da governatori e capi di stato e chiede anche che le nomine fatte da partiti politici includano uomini e donne: “Ho pensato che se potevamo avere una legge che sostenesse le donne sarebbe stato un gran passo avanti. E’ anche un modo per motivare le donne a risvegliarsi e far campagna nei partiti politici.”

La legge è passata con voto unanime.

Oumouri ha anche proposto legislazioni specifiche per combattere le molestie sessuali sul posto di lavoro e nelle classi scolastiche. Oggi, lavora in stretto contatto con le associazioni di donne e persone esperte di genere e salute riproduttiva – incluse quelle del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione – per rispondere alle necessità di donne e bambine.

“Penso che mi sto facendo sentire.”, ha detto Oumouri.

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magda

(“Una esperanza i el mar”, di Magda Portal – in immagine – trad. Maria G. Di Rienzo. Magda, nata nel 1900 e morta nel 1989, è stata una poeta, saggista e scrittrice femminista, nonché un’attivista politica fondatrice dell’APRA – Alleanza popolare rivoluzionaria americana che diventò partito in Perù nel 1931. La sua vita è stata segnata dall’esilio, dalla clandestinità forzata, dalla prigione – per esercitare pressione su di lei anche sua madre, sua sorella e la sua figlia bambina furono incarcerate – ma nulla riuscì a cambiare la sua visione della giustizia sociale e dei diritti delle donne. Lasciò APRA nel 1949, quando il partito si era ormai nettamente distanziato dall’originaria prospettiva anti-imperialista e il suo membro Haya de la Torre dichiarò che le donne potevano essere considerate solo simpatizzanti dell’APRA e non membri effettivi, poiché non votavano. Anni più tardi, un emissario del partito riavvicinò Magda, chiedendole di riconsiderare la sua posizione. Lei gli rispose secca: “Io avanzo, non retrocedo.”)

UNA SPERANZA E IL MARE

Non ho origine

amo la terra

perché vengo dal seno della Terra

però tengo le braccia

protese verso il mare

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Spesso altre donne mi dicono che sto facendo un buon lavoro nell’alimentare determinazione e speranza in chi legge quel che scrivo/traduco.

Le mie scelte di sottolineare ogni vittoria femminista, per quanto piccola, di onorare l’impegno delle donne di qualsiasi età o provenienza, di demistificare senza posa le razionalizzazioni della violenza di genere, anche se raggiungono un pubblico limitato hanno quindi un impatto positivo.

Sapere questo è allo stesso tempo una gratificazione e un rovello: cosa faccio nei giorni come oggi, quando una raffica di notizie disturbanti al minimo e strazianti al massimo mi inchioda nella sofferenza?

Solo qualche esempio:

* In Paraguay una quattordicenne rimasta incinta a causa di uno stupro è deceduta partorendo: il suo paese non permette l’aborto a meno di grave rischio per la vita della madre. Era in ospedale per complicazioni relative alla gravidanza da venti giorni quando è entrata in travaglio. La ragazzina ha manifestato problemi respiratori mentre i medici tentavano di farla partorire normalmente, poi hanno deciso di praticarle il cesareo, durante il quale ha avuto un’embolia e tre arresti cardiaci. Poi è morta. La creatura che ha messo al mondo è attaccata ai macchinari, perché non respira autonomamente.

* Quegli stessi macchinari saranno scollegati nei prossimi giorni alla 16enne statunitense (del Maryland) in coma profondo, a cui l’ex ragazzo ha sparato “perché lo aveva lasciato”. Non ci sono speranze, morirà.

* Ad Arezzo, all’interno di quella che dovrebbe essere una comunità protetta, una bambina di 10 anni è stata abusata sessualmente da due altri minori (un 15enne e un 16enni) ospiti della stessa struttura.

* Dall’inizio del 2018, in Italia abbiamo avuto 24 femminicidi.

* Il piano contro la violenza di genere varato dal nostro governo per il triennio 2017-2020 e approvato da Stato e Regioni – e strombazzato in occasione del 25 novembre, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne – non è in attuazione e non eroga ai Centri Antiviolenza i fondi che ha stanziato.

Vi riporto un brano di una recente conferenza della dott. Alice Han (“Violence Against Women and Girls: Let’s Reframe This Pandemic.”) che insegna ostetricia, ginecologia e biologia riproduttiva ad Harvard e all’Università di Toronto (Canada):

“Nella conversazione (ndt.: scaturita dalla campagna #MeToo) si nota l’assenza del come favorire la salute delle donne e ridurre la violenza contro donne e bambine. Tale violenza può essere fisica, emotiva o psicologia e prende molte forme, inclusi lo stupro, la violenza domestica, i matrimoni infantili, il traffico sessuale e i delitti d’onore. Come ostetrica e ginecologa che si occupa della salute delle donne e come epidemiologa che studia l’andamento delle malattie, sono arrivata a pensare alla violenza contro donne e bambine come a un’infezione pandemica. A differenza di una malattia virale, le cause alla radice di questa violenza sono sociopolitiche, come la diseguaglianza di genere. Ma proprio come il virus che causa l’influenza, le idee che guidano la violenza contro donne e bambine a diffondersi infettano e minacciano le società in tutto il mondo. (…) Abbiamo prove che interventi adeguati funzionano nel ridurre il numero dei casi di violenza contro donne e bambine – e non prendono generazioni per funzionare, bastano pochi anni. Per esempio, un programma in Uganda ha coinvolto i leader delle comunità e uomini e donne nell’apprendimento su come pareggiare in eguaglianza le dinamiche di potere in poco più di tre anni: ciò ha tagliato a metà il rischio, per una donna, di subire violenza fisica dal proprio partner.”

Nel finale, Alice Han indica ruoli e responsabilità di politici, sistema sanitario, personale che viene in contatto con le vittime di violenza ecc. – chiunque può dare una mano, ma la quasi totalità di queste persone non ha il minimo addestramento su come farlo.

Attiviste femministe e attiviste antiviolenza hanno un patrimonio di conoscenza pratica e teorica da fornire, mai utilizzato, mai preso come quel che è: il necessario fondamento per ridurre e infine eliminare la violenza di genere. Le istituzioni non ci sentono. Qual è il problema? No, non chiediamo compensi e neppure riconoscimenti: la maggior parte di noi fa questo gratuitamente ogni giorno, ovunque sia offerto un minimo spazio.

Ma voi riuscite a immaginare Di Maio, Salvini, l’utilizzatore finale Berlusconi o Renzi e compagnia disposti a osservare onestamente e criticamente le radici della violenza sulle donne? Ecco, neanch’io. Maria G. Di Rienzo

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Veramente, mi aspettavo che il reportage di cui sto per tradurvi l’essenziale – Channel 4 News, 19 marzo 2018 – rimbalzasse sui media italiani, ma alle 10.00 del 21 marzo non ho trovato granché. Magari sono io che cerco male, può essere. Magari lo riprenderanno più tardi. Magari questa ditta, Cambridge Analytica, che ufficialmente si occupa di tecnologie informatiche e metodologie di analisi assomiglia troppo a quella di Casaleggio – esteriormente, per carità.

L’indagine sotto copertura di Channel 4 News riguarda i modi in cui Cambridge Analytica interviene nella manipolazione delle elezioni in giro per il mondo, operando anche tramite una rete di società-schermo o subappaltando determinati lavori. La ditta, che ha sede legale negli Stati Uniti ma si trova in Gran Bretagna, si vanta pubblicamente di essere il motore dietro la vittoria di Trump. I suoi capi sono stati filmati mentre parlano di usare tangenti, ex spie, false identità e prostitute a discredito dei concorrenti dei loro clienti.

Alla richiesta di spiegazioni del falso cliente (giornalista della rete televisiva britannica) il principale dirigente della compagnia, Alexander Nix spiega che loro possono per esempio “mandare un po’ di ragazze attorno alla casa del candidato”, aggiungendo che quelle ucraine “sono molto belle e la cosa funziona benissimo”, oppure possono “offrire una grossa somma di denaro al candidato, per finanziare la sua campagna, in cambio di terra magari: registriamo ogni cosa, nascondiamo solo la faccia del tizio e postiamo tutto su internet.” (Le mazzette ai candidati sono reato sia nel Regno Unito – UK Bribery Act, sia negli Usa – US Foreign Corrupt Practices Act.)

Tanto premesso, passo alla traduzione:

“Le ammissioni sono state filmate durante una serie di incontri in alberghi londinesi per quattro mesi, fra novembre 2017 e gennaio 2018. Un giornalista in incognito di Channel 4 News ha finto di essere un mediatore per un cliente facoltoso che voleva far eleggere determinati candidati in Sri Lanka.

Il signor Nix ha detto al nostro reporter: “… siamo soliti operare tramite veicoli diversi, nelle ombre, e non vedo l’ora di costruire con lei una relazione segreta a lungo termine.” Oltre al sig. Nix, gli incontri includevano Mark Turnbull, direttore in capo di CA Political Global, e il direttore del reparto dati della compagnia, dott. Alex Tayler.

Il sig. Turnbull ha descritto come, dopo aver ottenuto materiale che danneggi gli oppositori, Cambridge Analytica può spingerlo senza farsi notare sui social media e internet. Ha detto: “… noi immettiamo solo un’informazione nel flusso di internet e poi, poi la guardiamo crescere, le diamo una piccola spinta qui e là… siamo come un telecomando. La cosa deve accadere senza che nessuno possa pensare questa è propaganda, perché nel momento in cui pensi questa è propaganda la prossima domanda è: chi ha buttato fuori questa cosa?

Il sig. Nix ha anche detto: “Molti dei nostri clienti non vogliono essere visti mentre lavorano con una ditta straniera, perciò spesso facciamo montature, se stiamo lavorando allora possiamo costruire false identità e falsi siti web, possiamo essere studenti che stanno facendo progetti di ricerca in università, possiamo essere turisti, ci sono moltissime opzioni a cui si può guardare. Io ho un sacco di esperienza in ciò.”

Durante gli incontri, i dirigenti si sono vantati del fatto che Cambridge Analytica e la sua azienda madre Strategic Communications Laboratories (SCL) hanno lavorato in più di 200 elezioni in tutto il mondo, inclusi paesi quali la Nigeria, il Kenya, la Repubblica Cecoslovacca, l’India e l’Argentina. La compagnia è attualmente al centro di uno scandalo per aver raccolto più di 50 milioni di profili Facebook. Il dirigente principale sig. Nix è anche accusato di aver ingannato una commissione parlamentare, che gli sta ora chiedendo di fornire ulteriori informazioni. Lui ha negato ogni accusa.”

Direi che per quanto riguarda la strombazzata “democrazia digitale” per oggi è sufficiente. Maria G. Di Rienzo

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marielle franco

“Non un passo indietro”: questo stanno ripetendo le migliaia di dimostranti che hanno riempito le strade del Brasile dopo l’assassinio di Marielle Franco: 38enne donna politica (nel governo municipale di Rio de Janeiro, quinta per numero di voti ed eletta nel 2016), lesbica, nera, femminista, attivista per i diritti umani.

rio de janeiro

(la protesta a Rio, foto di Leo Correa/AP)

Mercoledì sera nove colpi sono stati sparati da due uomini in automobile contro quella in cui Marielle viaggiava, uccidendo lei e l’autista Anderson Pedro Gomes e ferendo la giornalista seduta dietro.

Marcelo Freixo, membro dello stesso partito – Socialismo e Libertà – e dell’assemblea legislativa della città, si è recato sulla scena del crimine non appena ha saputo che la sua amica era stata uccisa: “Si è trattato chiaramente di un’esecuzione. – ha detto alla stampa – I colpi erano tutti diretti contro di lei. Chi ha sparato è un professionista.”

Marielle era diventata la voce dei poveri delle favelas, la principale voce critica contro la militarizzazione della città (da un mese è l’esercito che garantisce la “sicurezza” a Rio de Janeiro) e la violenza.

“Marielle era il simbolo delle nostre più grandi conquiste. – così la ricorda Daiene Mendes, 28enne studente di giornalismo e attivista nella favela “Complexo do Alemão” – Una donna come noi, una donna nera che da una favela proveniva, che aveva una grande forza nell’affrontare gli ostacoli istituzionali della politica che ci hanno sempre tenute distanti.”

In strada a protestare ci sono i sindacati, le femministe, il popolo di sinistra, le comunità più impoverite e disperate. L’assassinio di Marielle Franco è un colpo durissimo per la giustizia, la libertà, l’eguaglianza: ma queste persone stanno gridando che non faranno un singolo passo indietro. Marielle sta ancora insegnando loro che indietro non si torna.

tributo

(foto di Marcelo Sayao/EPA)

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(“Japan – Saying #MeToo in Japan in a Culture of Silence on Sexual Assault”, di Shiori Ito – in immagine – per Politico, 1.2.2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

shiori ito

Nello scorso maggio, durante una conferenza stampa presso il tribunale distrettuale di Tokyo, ho reso noto pubblicamente di essere stata stuprata.

In Giappone è inconcepibile che una donna faccia questo, ma non mi sentivo coraggiosa – sentivo solo di non avere altra scelta.

Il 4 aprile 2015, mentre riprendevo conoscenza in una stanza d’albergo a Tokyo, sono stata stuprata da Noriyuki Yamaguchi, ex capo agenzia di Washington, D.C. per il sistema radiotelevisivo di Tokyo e giornalista che ha stretti legami con il Primo Ministro Shinzō Abe.

Incontrai Yamaguchi la sera prima per discutere opportunità di lavoro. Il mio ultimo ricordo della serata è il sentirmi stordita in un ristorante sushi. Mentre attraversavo le procedure legali relative alla denuncia, sono giunta a capire come il sistema giapponese lavori per danneggiare le sopravvissute all’assalto sessuale.

L’indagine fu condotta con fretta precipitosa. Ciò è accaduto, come io e altri sospettiamo, in parte per la pressione politica, ma anche a causa di un sistema medico, investigativo, legali e in ultima analisi sociale che marginalizza e abbandona le vittime di crimini sessuali. Io ho dovuto lottare a ogni singolo punto della procedura.

Quando mi sono fatta avanti, il mio caso era stato chiuso e avevo appena presentato appello affinché fosse riaperto. L’appello è stato respinto in settembre.

Ho reso la mia vicenda pubblica per dire che l’intero meccanismo con cui si maneggiano i crimini sessuali deve cambiare e per chiedere alla Dieta, com’è chiamato il nostro Parlamento, di smettere di ritardare gli emendamenti alla legge giapponese sullo stupro che è vecchia di 110 anni. Sto dicendo che la violenza sessuale è una realtà di cui dobbiamo parlare.

Dai professionisti in campo medico alla polizia, ho incontrato una mancanza di comprensione rispetto alla violenza sessuale e inadeguato sostegno per chi vi sopravvive.

Dopo essere fuggita dall’albergo, nel mentre diventavo sempre più conscia del dolore fisico, ho pienamente compreso cos’era accaduto. Il ginecologo a cui mi rivolsi fornì scarsa assistenza. Chiamai il numero dell’unico centro emergenza per lo stupro di Tokyo che funziona 24 ore al giorno, per chiedere in quale ospedale dovevo recarmi (i kit medici per lo stupro sono disponibili solo in determinati ospedali in 14 delle 47 prefetture del Giappone). Mi fu risposto che dovevo presentarmi per un’intervista preliminare prima di poter ricevere alcuna informazione. Io ero troppo devastata per muovermi.

Cinque giorni dopo, sono andata alla polizia. Stavo cominciando a lavorare come giornalista e sebbene fossi spaventata non volevo nascondere la verità.

Inizialmente, i funzionari di polizia tentarono di scoraggiarmi dal presentare una denuncia, dicendo che la mia carriera ne sarebbe stata rovinata e che “questo tipo di cose accadono spesso, ma è difficile indagare su questi casi”. Li convinsi a ottenere il filmato delle telecamere di sicurezza dell’albergo. La testimonianza dell’autista del taxi rivelò che ero stata portata incosciente all’interno dell’albergo. Alla fine, la polizia accettò la denuncia.

Ho dovuto ripetere le mie dichiarazioni a numerosi funzionari di polizia. Un investigatore mi disse che se non piangevo, o se non agivo come una “vittima”, loro non potevano sapere se stavo dicendo la verità. A un certo punto ho dovuto ricostruire l’accaduto con un pupazzo a grandezza naturale nella stazione di polizia di Takanawa, mentre gli agenti fotografavano. E’ stato traumatizzante e umiliante. Una ex collega una volta si riferì a questa procedura come a un “secondo stupro”, poiché costringe la vittima a rivivere la violenza.

All’inizio di giugno, nel 2015, i funzionari della stazione di polizia di Takanawa ottennero un mandato di arresto per Yamaguchi che faceva riferimento a quello che viene chiamato un “quasi”-stupro.

L’arresto era pianificato per avvenire all’aeroporto di Narita l’8 giugno, ma in una mossa altamente inusuale l’allora capo delle indagini criminali della polizia metropolitana di Tokyo lo cancellò. Il mio caso fu trasferito a quel dipartimento, dove mi fu detto di risolvere la cosa andando in tribunale. I pubblici ministeri presentarono istanze contro Yamaguchi ma nel luglio 2016 lasciarono cadere ogni accusa, citando l’insufficienza di prove.

Quando l’arresto fu cancellato, pensai che la mia unica risorsa era parlare ai media. Ho parlato con giornalisti di cui mi fidavo. Nessun organo di stampa, a eccezione del settimanale Shukan Shincho all’inizio di quest’anno, ha riportato la storia. Le circostanze erano politicamente “sensibili”, ma i media giapponesi in genere sono silenziosi sui crimini sessuali – essi non “esistono” davvero.

E’ tabù persino usare la parola “stupro”, che viene spesso rimpiazzata da “violata”, o “ingannata” se la vittima è minorenne. Ciò contribuisce alla pubblica ignoranza.

Il mio farmi avanti (ndt.: durante la conferenza stampa del maggio 2017) è diventato una notizia di portata nazionale e ha sconvolto l’opinione pubblica.

Il contraccolpo mi ha colpita duramente. Sono stata diffamata sui social media e ho ricevuto email e chiamate d’odio da numeri sconosciuti. Sono stata chiamata “troia” e “prostituta” e mi è stato detto che dovrei “essere morta”.

Ci sono state discussioni sulla mia nazionalità effettiva, perché una vera donna giapponese non parlerebbe mai di tali cose “vergognose”. Storie false sulla mia vita privata sono spuntate dappertutto, corredate da fotografie della mia famiglia. Ho persino ricevuto messaggi da donne che mi criticavano per aver fallito nel proteggere me stessa.

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