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jacinda

Jacinda Ardern, 37 anni – in immagine – è stata eletta capo di governo della Nuova Zelanda il 26 ottobre 2017. Fa parte del Partito Laburista (socialdemocratico) ed è la più giovane fra i Primi Ministri di tutto il mondo.

La scorsa settimana partecipava al summit per l’Asia Orientale in Vietnam. C’era anche il Presidente degli Usa Trump e sebbene i due si fossero già parlati al telefono quella era la prima volta in cui si incontravano. Così Jacinda ha riportato la scena ai giornali:

“Stavo aspettando di uscire per essere presentata al pranzo di gala del summit, dove tutti sfilavamo, e durante l’attesa Trump si è messo a scherzare con la persona che aveva vicino: gli ha battuto sulla spalla, ha puntato il dito verso di me e ha detto: “Questa signora ha causato un bel po’ di scombussolamento nel suo paese.”, riferendosi alle elezioni, e io ho risposto: “Be’, via, magari forse al 40%.” Allora lui ha ripetuto la frase e io ho detto ridendo: “La sa una cosa, nessuno è sceso nelle strade a protestare quando sono stata eletta io.”

Come ricorderete, le donne invece chiamarono alla mobilitazione (Women’s March) non appena Donald Trump fu eletto e non marciarono solo nelle strade statunitensi, perché la protesta si allargò all’intero pianeta. Per inciso, Jacinda Ardern stessa partecipò alla protesta, nella città neozelandese di Auckland.

Maria G. Di Rienzo

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Nel gennaio scorso John Carman, un legislatore della contea del New Jersey, si accanì sui suoi social media nel dileggiare le manifestanti della Marcia delle Donne in quel di Washington DC.

Mentre la Marcia sommergeva letteralmente la capitale degli Usa protestando contro la violenza sessuale e la discriminazione di genere, Carman pubblicava foto di donne ai fornelli con la didascalia: “Mi stavo solo chiedendo… la protesta delle donne finirà in tempo perché riescano a cucinare la cena?”, oppure scriveva: “Oggi in DC devono tenere una lezione di massa su come si fanno i sandwich.”

Fra le molte donne infastidite dal sessismo idiota di Carman c’era la 32enne Ashley Bennett (in immagine qui sotto), che all’epoca lavorava al pronto soccorso psichiatrico ed era la classica “nessuno” in termini di rilevanza politica o popolarità.

ashley

“Ero arrabbiata – spiegò in seguito ai giornalisti – perché i funzionari eletti non dovrebbero stare sui social media a ridicolizzare e disprezzare persone che stanno esprimendo preoccupazioni per la loro comunità e la nazione intera.”

Ashley partecipò con altre donne a un incontro pubblico in cui Carman era presente e con loro lo abbandonò quando il legislatore rifiutò di scusarsi per il suo comportamento e rispose alle donne di essere “circondato da gente forte” (in seguito dichiarò di aver commesso un “errore di giudizio”, quando gli fu chiaro che aveva letteralmente contro una marea femminile). In quel momento la giovane “nessuno” decise: alle successive elezioni, si sarebbe presentata contro di lui.

Dieci mesi dopo, Ashley Bennett ha vinto il seggio che fu di Carman. Quella marea di donne oltraggiate ha votato per lei.

Il suo ufficio stampa ha fatto sapere che “E’ pronta a usare tutte le ore che servono per migliorare la vita di ogni abitante del distretto – e non intende, per molto tempo, tornare a casa presto per preparare la cena.”

Maria G. Di Rienzo

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Helen CFS-44 Rome 2017

“Cari Delegati,

grazie per avermi dato l’opportunità di parlarvi. Io sono Helen Hakena dell’Agenzia per lo Sviluppo delle Donne Leitana Nehan, con sede a Bougainville in Papua Nuova Guinea (PNG).

Voglio raccontarvi la storia della mia comunità a Bougainville. Per quelli di voi che non hanno familiarità con il Pacifico, Bougainville è un’isola, un po’ più larga di Cipro, ed è una regione autonoma della PNG. La nostra cultura è matrilineare – il che significa che la nostra terra si eredita tramite le donne. Ma questo non significa che le donne governino, gli uomini restano i capi e i decisori. Tuttavia la nostra terra è cruciale per le donne poiché, assieme ai nostri oceani, ci fornisce quasi tutto il cibo e le risorse da cui dipendiamo, oltre a essere centrale per la nostra vita culturale e comunitaria.

La nostra isola è fertile e sarebbe in grado di provvedere alla sicurezza alimentare e ai nostri bisogni nutrizionali, ma abbiamo dovuto affrontare numerose difficoltà che hanno avuto impatto particolare su donne e bambine. Bougainville ha sofferto una guerra ventennale quando una delle più grandi miniere aperte del mondo, Panguna, ha distrutto i nostri fiumi, il nostro terreno e ambiente, distruggendo pure le nostre comunità.

Sebbene le miniere e i disboscamenti sulla nostra isola abbiano prodotto centinaia di milioni di dollari di profitto, la nostra isola non è diventata prospera. Meno dell’1% dei guadagni sono andati alle comunità locali. La miniera ha un impatto enorme sulla nostra capacità di produrre cibo e di aver accesso all’acqua potabile. La miniera ha contaminato la nostra acqua e ha ridirezionato la nostra economia al servizio della miniera stessa e dei suoi proprietari stranieri.

Persino ora, molta popolazione è esposta al mercurio, usato dai minatori artigianali – incluse donne incinte – per arrivare all’oro e come risultato abbiamo un alto tasso di complicazioni durante i parti e nascite di bambini deformi.

La guerra ci ha reso impossibile curare in sicurezza i nostri orti, ove ognuna di noi coltiva gli alimenti base, e ci ha reso impossibile vendere o scambiare i nostri prodotti. Insieme, la miniera e la guerra, hanno dato esiti terribili per la salute di madri e bambini. Io stessa ho partorito in un edificio abbandonato assieme ad altre donne, una delle quali è morta.

La guerra ha anche portato con sé un embargo che ha impedito ogni importazione di carburante, medicine o tecnologia. L’embargo, tuttavia, ha provato l’intraprendenza degli abitanti di Bougainville e la capacità di produrre da soli tutta l’energia e il cibo di cui avevamo bisogno. Abbiamo prodotto energia dai maiali (ndt. dalla trasformazione di deiezioni e scarti negli allevamenti) e abbiamo usato l’olio di cocco come carburante per i motori.

La contaminazione proveniente dalla miniera e il conflitto messi assieme hanno creato gravi problemi di salute, educativi e sociali. Ciò ha dato come risultato una delle percentuali più alte al mondo di violenza contro le donne, con il 62% degli uomini che ammette di aver stuprato una donna.

Ora, dopo aver negoziato la pace e fatto passi verso il miglioramento delle conseguenze dello sviluppo, abbiamo di fronte un’altra enorme minaccia: il cambiamento climatico.

La mia organizzazione ha condotto un’Azione di ricerca partecipata femminista sulle isole Carteret di Bougainville, per documentare l’impatto del cambiamento climatico sulle vite degli abitanti e intraprendere iniziative per costruire un movimento locale per la giustizia climatica.

La nostra ricerca ha scoperto le cose seguenti:

La popolazione degli atolli che circondano Bougainville è già stata spostata altrove – sono i primi rifugiati climatici del mondo. Gente che ha vissuto senza elettricità, senza aver contribuito alle emissioni climatiche sta ora soffrendo le conseguenze dell’avidità e della distruzione mondiali.

Il cambiamento climatico ha impatto negativo sulla sicurezza alimentare in diversi modi, inclusa la diminuita accessibilità al cibo locale tramite la riduzione dei raccolti agricoli, della disponibilità di terra coltivabile, dell’acqua pura, del pesce e della vita marina in genere. Stiamo facendo esperienza di cambiamenti nei cicli delle piogge, di inondazioni, dell’innalzamento del livello del mare e di salinizzazione. Ciò rende più difficile per le comunità vivere di agricoltura – le donne non riescono a coltivare abbastanza per nutrire se stesse e le loro famiglie.

Donne e uomini sperimentano impatti diversi derivati dal cambiamento climatico, in particolare relativi al loro ruolo nella produzione del cibo. Quando la terra è matrilineare, la perdita della terra è devastante per le donne. Molte delle donne sfollate sono state abbandonate dai loro marito e hanno davanti un cupo futuro. I ruoli e i saperi differenti che donne e uomini hanno nella produzione di cibo e raccolti, così come nella pesca, devono essere accuratamente pianificati altrimenti la discriminazione può solo peggiorare.

Le donne devono avere potere collettivo per sviluppare soluzioni a lungo termine. Noi ora lavoriamo con le amministrazione degli atolli per assicurarci che le donne abbiano un ruolo nel definire il proprio futuro. Noi donne abbiamo guidato il processo di pace e io credo che possiamo guidare il processo per lo sviluppo sostenibile se ce ne viene data l’opportunità.

Ora i governi e le corporazioni stanno parlando di riaprire la miniera. La ragione che ci danno per questo è che non c’è altra via per il benessere, che abbiamo bisogno di più soldi per maneggiare un futuro di cambiamenti climatici, che abbiamo bisogno di valuta estera per importare più cibo e più energia.

Dobbiamo chiederlo a noi stessi: il nostro pianeta ha bisogno di più benessere o solo di un benessere più giusto?

Questo pianeta e le nostre risorse sono il nostro bene comune, appartengono a tutti noi e alle generazioni future. La Papua Nuova Guinea è uno dei paesi della Terra che ha più bio-diversità e ha la terza più grande foresta pluviale del mondo. Di sicuro, questo deve valere di più dell’oro e del rame.

Io so che ci vorrebbero governi coraggiosi e delle differenti Nazioni Unite per resistere al peso del potere delle corporazioni e dei ricchi. Io so quando sarebbe duro cooperare per raccogliere più tasse, mettere una moratoria a nuove miniere di carbone, proteggere tutti i nostri fiumi e la nostra terra dall’inquinamento, garantire alle donne potere decisionali su terreni e risorse, mettersi d’accordo su un minimo vitale ragionevole, garantire a ogni persona assistenza sanitaria gratuita e protezione sociale durante la sua intera vita, inclusa la sicurezza alimentare.

Creare giustizia nello sviluppo. Sarebbe possibile. Abbiamo la ricchezza per farlo. Ci serve solo la volontà politica. Grazie.”

Helen Hakena (in immagine – FAO Flickr Feed) ha tenuto questo discorso a Roma, il 12 ottobre scorso, durante la 44^ sessione plenaria del Comitato sulla Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite.

La sua organizzazione femminista è stata centrale nel porre fine alla guerra civile. Helen continua a promuovere i diritti umani delle donne nel suo paese, in cui fare ciò equivale all’essere attaccate come streghe – e spesso assassinate come tali. Maria G. Di Rienzo

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Non voglio rovinarvi la festa, felice Halloween a tutte/i voi. Mi piacerebbe solo che stasera, prima di accendere zucche, di mettervi in costume, di andare a bussare alle porte dicendo in coro “dolcetto o scherzetto” ricordaste che se la caccia alle streghe in Europa è ormai storia, in varie parti del mondo è ancora in atto. Ci sono paesi che hanno tuttora in vigore legislazioni inerenti la stregoneria, ma la maggior parte delle esecuzioni sono extragiudiziali: tipicamente una folla di invasati, spesso subito dopo le dichiarazioni in merito di qualche prete / santone / sacerdote locale, prende di mira uno o più membri molto vulnerabili della comunità – bambine e bambini, donne, persone anziane e persone disabili.

Le “sanzioni” per costoro, accusate/i di praticare la magia nera e ritenute/i perciò responsabili di carestie, siccità, malattie eccetera variano dall’espulsione dal gruppo (che può diventare una condanna a morte per fame e abbandono) alla tortura e all’omicidio.

In India, Nigeria, Congo, Indonesia e America Latina le esecuzioni per stregoneria presentano una orribile frequenza. In Tanzania si dà la caccia ai bambini albini per amputarne le membra e venderle a prezzi altissimi: allontano la sfortuna. In Malawi nell’ultimo mese sono state uccise sei persone accusate di vari tipi di stregoneria, fra cui un uomo epilettico creduto un vampiro. In Ghana un’anziana donna cieca, Memuna Abukari, è stata cacciata dalla propria casa con l’accusa di essere una strega assassina: il suo stesso figlio minaccia di ucciderla se dovesse osare riavvicinarsi… ma vi sono interi villaggi nel paese composti da centinaia di donne in fuga da persecuzioni simili.

Naturalmente ci sono diversi fattori in gioco, da quelli personali come l’appropriarsi di terre o beni appartenenti alle vittime (questo è sovente il caso delle vedove) o il vendicarsi di un rifiuto, a quelle collettive come la razionalizzazione dei disastri dovuti all’avidità dello sfrenato capitalismo neoliberista: è più facile dare la colpa della miseria in cui ti trovi alla strega di turno – ce l’hai sotto mano ed è fragile – che ai distanti, potenti consigli d’amministrazione delle corporazioni economiche e al tuo stesso governo per come ha permesso loro di sfruttare le risorse del tuo paese e lasciarti in mutande. Le nazioni più affette dalla caccia alle streghe sono quelle in cui il reddito pro capite è più basso. Sono quelle in cui i servizi sanitari pubblici scarseggiano e l’accesso agli stessi è troppo difficile e/o costoso per la maggior parte delle persone comuni. Sono anche quelle in cui le società sono più marcatamente patriarcali. A voi fare i conti.

papua nuova guinea

L’immagine qui sopra – 6 febbraio 2013, Post Courier/AP – non viene da un film. Una folla, alla mia vista completamente composta da uomini, ragazzi e bambini, assiste al rogo di Kepari Leniata a Mount Hagen, in Papua Nuova Guinea. La giovane assassinata aveva vent’anni. Nel suo villaggio un ragazzino tredicenne morì di febbre reumatica, ma l’indovino locale dichiarò trattarsi di magia nera e la “strega” fu regolarmente bruciata. Dopo il fatto, sotto pressione nazionale e internazionale, il governo abolì la propria legislazione sulla stregoneria, che contribuiva a rendere accettabili atti del genere, ma non ha ancora conseguito la cessazione degli stessi…

Solo un pensiero, solo una piccola candela nell’oscurità, solo un momento di riflessione. Poi, distribuirò anch’io caramelle ai piccoli mostri e fantasmi che vorranno bussare alla mia porta. Maria G. Di Rienzo

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equal measures

“Le bambine e le donne affrontano difficoltà sproporzionate.

Una donna muore a causa di complicazioni durante la gravidanza o il parto ogni due minuti.

Di media, le donne guadagnano il 77% di quel che guadagnano gli uomini.

Le ragazze passano dal 30 al 50% di tempo in più dei ragazzi aiutando nei lavori domestici.

Ogni dollaro speso per la salute materna, dei neonati e dei bambini genererà 120 dollari.

Chiudere il divario di genere sul lavoro aggiungerebbe 28.000 miliardi di dollari all’economia globale.

Istruire le bambine nell’Africa sub-sahariana sino alla fine delle scuole secondarie salverebbe un milione e ottocentomila vite l’anno.

EGUAGLIANZA DI GENERE: UN DIRITTO FONDAMENTALE CHE BENEFICIA TUTTI NOI.”

Così si apre l’opuscolo “From evidence to action – Creating a world where no girl or woman is invisible” (“Dalle prove all’azione – Creare un mondo dove nessuna bambina/ragazza o donna sia invisibile”) a cura di Equal Measures 2030 (equalmeasures2030.org).

La sigla indica una cooperazione fra gruppi della società civile e del settore privato per facilitare il collegamento tra dati e fatti relativi alla diseguaglianza di genere ad azioni e campagne per il cambiamento. Equal Measures 2030 dichiara di voler lavorare con i movimenti per i diritti di bambine e donne (e infatti conta per esempio fra gli aderenti l’Asia-Pacific Resource and Research Centre for Women, l’African Women’s Development and Communication Network – FEMNET, l’International Women’s Health Coalition e Women Deliver) e pro diritti umani per potersi confrontare con i decisori avendo come base una banca dati sul genere più ampia e in grado di generare analisi migliori, usando il tutto per accelerare il progresso verso l’eguaglianza di genere.

team equal measures 2030 new york

(la presentazione del gruppo di New York nell’aprile 2017)

Ho delle perplessità sulle motivazioni del settore privato che partecipa a questa iniziativa (profitto) ma l’indipendenza economica resta un fattore chiave per le donne nel liberarsi da tutti i tipi di violenza di genere, perciò ecco l’appello finale:

“Come Equal Measures 2030 siamo impegnati a lavorare con un ampio spettro di individui e organizzazioni. Abbiamo fame di nuove idee, di ispirazione e innovazioni e non vediamo l’ora di lavorare insieme per informare, ispirare, co-creare, propugnare e potenziare.

Ci sono diversi modi in cui possiamo unire le forze. Diamo il benvenuto a persone singole interessate, alle ong, alle reti di base, alle compagnie, ai ricercatori, ai donatori, agli accademici, ai tecnici che si occupano di aggregare i dati, ai governi e alle aggregazioni multilaterali che vorranno mettersi in contatto con noi.” http://www.equalmeasures2030.org/

Maria G. Di Rienzo

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marichuy

“Il sistema elettorale non è fatto affinché noi, il popolo in basso, si governi. Le leggi e le istituzioni dello stato sono fatte per quelli che stanno sopra, i capitalisti e la loro classe politica corrotta, per cui il sistema elettorale risulta essere una grande illusione. Il governo, l’esercito, la polizia, i narcotrafficanti, tutti favoriscono lo sfruttamento delle nostre ricchezze naturali. Tutti vogliono spaventare la nostra gente e far sì che chi si oppone ai loro progetti capitalisti scompaia. Dobbiamo spezzare le radici di ciò che sta ferendo il Messico. Questo paese ha bisogno di guarigione.” – María de Jesús Patricio Martínez.

Meglio conosciuta come Marichuy, María è una donna di etnia Nahua che vive a Jalisco, praticante di medicina tradizionale: la settimana scorsa ha cominciato la sua campagna per le elezioni presidenziali del 2018. E’ la prima donna indigena a scendere in lizza per la presidenza in Messico e dovrà vedersela con altri 85 candidati. Sta parlando di ciò di cui nessuno vuole veramente parlare, i problemi e le istanze che riguardano i gruppi maggiormente marginalizzati dalla società: gli indigeni, i poveri, le donne. Per quanto improbabile sia la sua vittoria, solo per questo le dobbiamo rispetto e gratitudine. Buena suerte, Marichuy.

Maria G. Di Rienzo

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“Spesso mi chiedo che aspetto avrebbe un quotidiano femminista. Non un quotidiano per donne, mirato a un pubblico di sole donne, ma un giornale tradizionale che vanti reali credenziali femministe in termini di struttura, giornalismo e copertura delle notizie.

Ci sarebbero delle ovvie, pure relativamente minori, differenze. Gli sport femminili sarebbero inclusi a parità di quelli maschili. Le donne in politica sarebbero grandemente vagliate, ma per le loro politiche anziché per i loro vestiti o per le loro decisioni riproduttive. Esperte di sesso femminile sarebbero incluse, a differenza dell’85% degli accademici maschi che attualmente vediamo citati. Non ci sarebbero fotografie di celebrità con la gonna alzata e donne poco vestite non sarebbero usate per decorare le pagine. (…) Forse, la differenza più marcata che vedremmo nel nostro ipotetico quotidiano femminista starebbe nel modo di riportare la violenza contro donne e bambine. Fra i nostri giornali mainstream questa è un’area che si è rivelata problematica e la sua copertura non è stata finora maneggiata in modo affidabile. Nell’ultimo decennio alcuni giornali hanno fatto qualche passo, ma dato che continuiamo a vedere articoli dannosi e sessisti riempire le pagine, chiaramente altri non si sono spinti abbastanza avanti.”

Kirsty Strickland – “A week of male violence”, Commonspace, 8 settembre 2017

Kirsty

Dell’Autrice (in immagine) del pezzo succitato vi avevo già parlato qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/12/18/cambiare-la-percezione/

Kirsty ha la metà dei miei anni (e una bimba, Orla, nata nel 2014). Vive in Scozia, oltre 2.300 chilometri distante da me – un po’ meno se li calcoliamo via aerea – ed è ovviamente cresciuta in un ambiente molto differente dal mio. Pure, fa quello che io e un sacco di altre femministe in tutto il mondo facciamo ogni giorno. Osserva, registra l’ingiustizia e il dolore, denuncia pubblicamente, offre soluzioni alternative al clima di violenza imperante.

“Naturalmente, – dice ancora nell’articolo in questione – per quanto allettante sia desiderarlo, non è probabile che un quotidiano femminista si materializzi nell’immediato futuro.” E prosegue riconoscendo le difficoltà attuali del giornalismo su carta stampata, invitandolo a riformulare l’offerta su come le donne sono ritratte e in termini di articoli responsabili sulle questioni che hanno impatto su di esse. Ricorda che le associazioni antiviolenza, in Scozia e altrove, hanno messo a disposizione manuali e liste di linee guida su come trattare la violenza di genere e invita i giornalisti a servirsene.

I “nostri” giornalisti dovrebbero da anni aver ricevuto materiale simile direttamente dal nostro governo, i cui rappresentanti o delegati hanno partecipato a incontri internazionali organizzati da Unione Europea e Nazioni Unite per discuterlo e poi diffonderlo. Poiché sui giornali italiani non ne appare traccia, devo dedurre che documenti e file siano stati allegramente dimenticati subito dopo che i partecipanti italiani alla loro stesura hanno posato sorridenti per le foto finali di rito. Maria G. Di Rienzo

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