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“Durante la crisi dell’euro, i paesi del Nord hanno mostrato solidarietà ai paesi affetti dalle crisi. Come socialdemocratico, io attribuisco un’importanza eccezionale alla solidarietà. Ma si hanno anche doveri. Non puoi spendere tutti i soldi in beveraggi e donne e poi chiedere aiuto.”

Questo è ciò che disse nel marzo scorso il presidente olandese dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem; si riferiva a Grecia, Italia, Portogallo e Spagna. La frase finale è una cafonata sessista, siamo d’accordo, il cui senso diretto è “Non puoi rimanere senza denaro per soddisfare i tuoi capricci e poi pretendere di essere sostenuto.”: metaforicamente, è una condanna del modo in cui i paesi suddetti gestiscono le loro economie.

Renzi, che si è dimesso ma continua ad agire come se fosse ancora a capo del governo (e forse dietro le quinte lo è), ha visto in questi giorni rigettata la proposta di avere condizioni particolari dall’Unione Europea per il debito italiano. Il presidente Dijsselbloem ha replicato che “Sarebbe fuori dalla regole. Non è una decisione che un Paese può prendere da solo.” Il che è vero. Le condizioni attuali riguardanti l’indebitamento delle nazioni europee sono state votate da queste stesse nazioni, Italia compresa.

Il pezzetto seguente è tratto da un articolo de La Repubblica, che come ho già detto in passato sembra il bollettino della famiglia Renzi (l’ultimo esempio è il modo in cui per giorni ha tagliato l’immagine relativa alla dichiarazione dell’ex premier sull’aiutare i migranti a casa loro, omettendo la prima frase “Non abbiamo il dovere di accoglierli, ripetiamocelo.”):

“Questa – ha detto Matteo Renzi – è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio di alcuni dirigenti europei, come il presidente dell’Eurogruppo, che non si rende conto che di fiscal compact e austerity l’Europa muore”. Poi rincara la dose: “Le dichiarazioni di Dijsselbloem contro l’Italia furono vergognose…Non ha neanche capito la differenza (tra alcol e donne, ndr) secondo me…”, è la frecciata di Renzi.”

Noi le donne non le paghiamo era il refrain di un altro personaggio che è stato a lungo a capo del governo italiano, il sig. Silvio Berlusconi, quello che le “escort” le portava a spasso nelle sedi istituzionali, che passava da un festino all’altro a base di donne prostituite (chiamando il tutto cene eleganti e burlesque) e che aveva un ragioniere addetto specificamente ai loro pagamenti.

Tutto gongolante per l’arguzia di Renzi (Che frecciata! Che acume! Gli ha detto che non tromba, in pratica, ah aha aha!), il sedicente giornalista di Repubblica non sa – o ha dimenticato – che in Italia 9 milioni di uomini pagano eccome: è la cifra stimata dei clienti delle prostitute, le quali nel nostro Paese sono circa 120.000, di cui tre quarti per le strade e più di un terzo minorenni. Tutti i dati disponibili al proposito indicano i puttanieri in crescita (mezzo milione in più dal 2007 al 2014) e che il numero delle persone che si prostituiscono cresce di pari passo.

Se a queste cifre aggiungiamo quelli che comprano sesso online, quelli che pensano di averti comprata assieme alla pizza che hanno insistito per offrirti, quelli che regalano cellulari – stupefacenti – bei vestitini convinti di avere con ciò acquisito il diritto di entrare nelle tue mutande quando gli pare e piace, probabilmente la maggioranza dei grandi seduttori italiani non fa altro che pagare. Pertanto, Renzi resta un cafone sessista quanto Dijsselbloem, oltre che un incapace a livello politico e comunicativo. Maria G. Di Rienzo

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“Missing Children Europe” (“Bambini Scomparsi/Mancanti Europa”, da ora in sigla MCE) è una federazione che mette in rete 30 organizzazioni non governative con sedi in 26 paesi europei: “Forniamo i collegamenti fra la ricerca, le politiche e i gruppi che lavorano sul territorio per proteggere i bambini da ogni tipo di violenza, abuso o abbandono causati dal loro essere dispersi.”

Di recente, MCE ha pubblicato il rapporto annuale per il 2016, da cui traggo un po’ di “numeri”:

* 250.000 bambini spariscono ufficialmente (nel senso che la loro scomparsa è denunciata) ogni anno nell’Unione Europea, il che fa un bambino ogni due minuti. La definizione di scomparsi include quelli che fuggono di casa, quelli rapiti da un genitore o da criminali, i bambini migranti non accompagnati ecc.;

* 89.000 minori migranti non accompagnati hanno chiesto asilo all’interno dell’Unione Europea nel 2015. 11.800 di loro avevano meno di 14 anni;

* MCE ha ricevuto oltre un milione di chiamate da quando ha aperto la linea telefonica di soccorso al numero 116 000;

* Una bambina/un bambino su cinque, in Europa, è vittima di qualche forma di violenza sessuale. Dal 70% all’85% dei casi il perpetratore è qualcuno che la vittima conosce e di cui si fida;

* 2 milioni di bambine/i sono trafficati in Europa a scopo di sfruttamento sessuale ogni anno;

* Il 75% del materiale relativo all’abuso infantile trovato online dalla Internet Watch Foundation riguarda vittime di sesso femminile. L’81% delle vittime identificate ha meno di dieci anni.

* Le immagini di abuso infantile su internet sono in crescita e mentre le vittime sono sempre più giovani, i tipi di violenze che subiscono sono sempre più gravi.

Mi sono attenuta fin qui al linguaggio “neutro” della ricerca, ora faccio un’inutile domanda retorica da quella bastarda femminista che sono: di che sesso pensate siano, in strabordante maggioranza, i perpetratori?

Maria G. Di Rienzo

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Il brano che segue proviene da un articolo più lungo e dettagliato di Anna Zobnina: “WOMEN, MIGRATION, AND PROSTITUTION IN EUROPE: NOT A SEX WORK STORY”, pubblicato da Dignity – Vol. 2 – Issue 1 – 2017, che potete leggere integralmente qui:

http://digitalcommons.uri.edu/dignity/vol2/iss1/1/

Anna Zobnina (in immagine) è la presidente della Rete Europea delle Donne Migranti, nonché una delle esperte dell’Istituto Europeo dell’Eguaglianza di Genere. E’ nata a San Pietroburgo in Russia e ha lavorato in precedenza come ricercatrice e analista per l’Istituto Mediterraneo degli Studi di Genere. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Anna Zobnina

Sin dall’inizio della più recente crisi umanitaria, a circa un milione di rifugiati è stato garantito asilo in Europa. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, nel 2016 oltre 360.000 profughi sono arrivati alle spiagge europee cercando rifugio. Di questa cifra, almeno 115.000 sono donne e bambine, incluse minori non accompagnate. Ciò che alcuni descrivono come una “crisi dei rifugiati” è, in molti modi, un fenomeno femminista: donne e le loro famiglie che scelgono la vita, la libertà e il benessere, opponendosi alla morte, all’oppressione e alla distruzione.

Tuttavia, l’Europa non è mai stata un luogo sicuro per le donne, in particolare per quelle che sono sole, povere e senza documenti. I campi profughi dominati dagli uomini, gestiti da personale dell’esercito e non equipaggiati con spazi divisi per sesso o materiale igienico di base per le donne, diventano velocemente ambienti altamente mascolinizzati dove la violenza sessuale e l’intimidazione delle donne proliferano. Di frequente le donne scompaiono dai campi profughi.

Come le appartenenti alla nostra rete riportano – ovvero le donne rifugiate stesse, che forniscono servizi nei campi – le richiedenti asilo hanno legittimamente paura di fare la doccia nelle strutture per ambo i sessi. Temono di essere molestate sessualmente e quando estranei che si fingono volontari dell’aiuto umanitario offrono loro di accedere a bagni in località “sicure” esterne al campo, le donne non tornano più. Sino a che una donna mancante non è stata identificata ufficialmente, è impossibile sapere se è stata trasportata altrove, se è riuscita a fuggire o se è morta. Ciò che noi, la Rete Europea delle Donne Migranti, sappiamo è che le donne della nostra comunità finiscono regolarmente in situazioni di sfruttamento, di cui matrimoni forzati, schiavitù domestica e prostituzione sono le forme più gravi.

Per capire ciò non è necessario consultare la polizia; tutto quel che dovete fare è camminare per le strade di Madrid, Berlino o Bruxelles. Bruxelles, la capitale dell’Europa, ove la Rete Europea delle Donne Migranti ha la propria sede principale, è una delle molte città europee dove la prostituzione è legalizzata. Se partendo dal suo “quartiere europeo”, l’area di lusso che ospita la clientela internazionale delle “escort di alto livello, andate verso Molenbeek – il famigerato “quartiere terrorista” dove vivono i migranti impoveriti e segregati per etnia – passerete per il distretto chiamato Alhambra. Là noterete gli uomini che si affrettano per le strade, tenendo bassi i volti. Evitano il contatto con gli occhi degli altri per non tradire la ragione per cui frequentano Alhambra: l’accesso alle donne che si prostituiscono. Molte di queste donne provengono delle ex colonie europee, da ciò che spesso è chiamato Terzo Mondo, o dalle più povere regioni dell’Europa stessa. Le donne che vengono dalla Russia, come me, sono pure abbondanti. Nel mentre le latino-americane, le africane e le asiatiche del sud-est sono facili da individuare sulle strade, le donne dell’est europeo sono difficili da raggiungere, poiché i loro “manager” le sorvegliano strettamente e le tengono distanti dagli spazi pubblici.

Si suppone che noi chiamiamo queste donne “sex workers”, ma la maggioranza di esse sarebbe sorpresa da tale descrizione occidentale e neoliberista di ciò che fanno. Questo perché la maggioranza delle donne migranti sopravvive alla prostituzione nel modo in cui si sopravvive a una carestia, a un disastro naturale o a una guerra. Non lavorano in situazioni simili. Un gran numero di queste donne possiede diplomi e abilità che vorrebbe usare in quelle che l’Unione Europea chiama “economie competenti”, ma le politiche restrittive delle leggi europee sul lavoro e la discriminazione etnica e sessuale nei confronti delle donne non permettono loro di accedere a questi impieghi. Il commercio di sesso, perciò, non è un luogo inusuale per trovare le donne migranti in Europa. Nel mentre alcune di esse sono identificate come vittime di traffico o di sfruttamento sessuale, la maggior parte no. Sulle strade e fuori dalle strade – nei club di spogliarello, nelle saune, nei locali per massaggi, negli alberghi e in appartamenti privati – ci sono migranti femmine che non soddisfano i criteri ufficialmente accettati e non hanno diritto ad alcun sostegno.

Nel 2015, la Commissione Europea riportò che delle 30.000 vittime registrate del traffico nell’Unione Europea in soli tre anni, dal 2010 al 2012, circa il 70% erano vittime di sfruttamento sessuale, con le donne e le minorenni che componevano il 95% di tale cifra. Oltre il 60% delle vittime erano state trafficate internamente da paesi come Romania, Bulgaria e Polonia. Le vittime dall’esterno dell’Unione Europea venivano per lo più da Nigeria, Brasile, Cina, Vietnam e Russia.

Questi sono i numeri ufficiali ottenuti tramite istituzioni ufficiali. Le definizioni del traffico di esseri umani sono notoriamente difficili da applicare e coloro che in prima linea forniscono servizi sanno che gli indicatori del traffico a stento riescono a coprire la gamma di casi in cui si imbattono, tanto le pratiche di sfruttamento, prostituzione e traffico sono radicate. Le grandi organizzazioni pro-diritti umani, inclusa Amnesty International, questo lo sanno bene. Pure, nel maggio 2016, Amnesty ha dato inizio alla sua politica internazionale che sostiene la decriminalizzazione della prostituzione. Tale politica patrocina tenutari di bordelli, magnaccia e compratori di sesso affinché diventino liberi attori nel libero mercato chiamato “lavoro sessuale”. Amnesty dichiara di aver basato la politica di decriminalizzazione su una “estesa consultazione in tutto il mondo”, ma non ha consultato i gruppi per i diritti umani quale è il nostro e che si sarebbe opposto. (…)

Secondo Amnesty, quel che proteggerebbe i “diritti lavorativi delle sex workers” è il garantire, per legge, il diritto dei maschi europei ad essere serviti sessualmente su basi commerciali, senza timore di azione giudiziaria. Amnesty precisa che la loro politica si applica solo a “adulti consenzienti”. Amnesty è contraria alla prostituzione di minori, che definisce stupro. Quel che Amnesty omette è che una volta la ragazza rifugiata sia istruita alla prostituzione, è improbabile arrivi ad avere risorse materiali e psicologiche per fuggire e denunciare i suoi sfruttatori. E’ molto più probabile che sarà condizionata ad accettare il “sex work”: e cioè l’etichetta che l’industria del sesso le ha assegnato. Il “lavoro sessuale” diverrà una parte inevitabile della sua sopravvivenza in Europa. In realtà, la linea netta che la politica di Amnesty traccia tra adulti consenzienti e minori sfruttate non esiste. Quel che esiste è la traiettoria di un individuo vulnerabile in cui l’abuso sessuale diventa normalizzato e si consente alla violenza sessuale.

L’invito di Amnesty alle donne più vulnerabili a acconsentire alla violenza e all’abuso della prostituzione è diventato possibile solo perché molti professionisti l’hanno abilitato. E’ diventato un truismo (Ndt: una cosa assolutamente palese e ovvia), ripetuto da accademici e ong, che la prostituzione sia una forma di impiego. Che il commercio di sesso sia chiamato la più antica professione del mondo è ora non solo politicamente corretto, ma la prospettiva obbligatoria da sostenere se ti curi dei diritti umani. Amnesty e i suoi alleati rassicurano anche tutti dicendo che la prostituzione è una scelta. Ammettono che non si tratta della prima scelta per chi ne ha altre, ma per i più marginalizzati e svantaggiati gruppi di donne è proposta come una via accettabile per uscire dalla povertà. In linea con questa posizione Kenneth Roth, il direttore esecutivo di Human Rights Watch ha dichiarato nel 2015: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?”

E’ anche divenuto largamente accettato dal settore dei diritti umani che a danneggiare le donne nella prostituzione è lo stigma. Anche se sappiamo tutti che è il trauma di sospendere la tua autonomia sessuale che occorre in ogni atto di prostituzione a danneggiare e che è il cliente maschio violento a uccidere. Se cercate fra le donne migranti una “sex worker” uccisa dallo stigma non la troverete mai: ciò che troverete è il compratore di sesso che l’ha assassinata, l’industria del sesso che ha creato l’ambiente atto a far accadere questo e i sostenitori dei diritti umani, come Amnesty, che hanno chiuso un occhio.

Le donne arrivano in Europa a causa di disperato bisogno economico e, in numero sempre crescente, temono per le loro vite. Se lasci la scrivania dove fai le ricerche e parli con le donne migranti – le donne arabe, le donne africane, le donne indiane, le donne che vengono da Filippine, Cina e Russia – la possibilità di trovarne una che descriva la prostituzione come “lavoro” è estremamente bassa. Questo perché il concetto di “sex work” non esiste nelle culture da cui noi proveniamo. Proprio come il resto del vocabolario neoliberista, è stato importato nel resto del mondo dalle economie occidentali capitaliste e spesso incanalato tramite l’aiuto umanitario, la riduzione del danno e i programmi di prevenzione per l’AIDS.

Una di queste economie capitaliste in Europa è la Germania, dove la soddisfazione sessuale maschile, proprio come le cure odontoiatriche, può essere apertamente acquistata. Il modello con cui la Germania regola la prostituzione è derivato dalla decriminalizzazione del commercio di sesso nella sua interezza, seguita dall’implementazione di alcune regole. In questo aperto mercato, i compratori di sesso e i magnaccia non sono riconosciuti ne’ come perpetratori ne’ come sfruttatori. Nel periodo fra il 6 e l’11 novembre 2016 quattro prostitute sono state assassinate in Germania. Sono state assassinate in sex club privati, appartamenti-bordello e in ciò che i tedeschi eufemisticamente chiamano “semoventi dell’amore”, cioè roulotte situate in località remote e non protette, gestite da magnaccia e visitate dai compratori di sesso. Almeno tre delle vittime sono state identificate come donne migranti (da Santo Domingo e dall’Ungheria) e per tutte e quattro i sospetti dell’omicidio sono i loro “clienti” maschi.

Stante l’evidenza schiacciante che la completa decriminalizzazione del commercio di sesso non protegge nessuno eccetto i compratori e i magnaccia, si potrebbe concludere che Amnesty, nel prendere la sua posizione, ha trovato l’analisi politica della discriminazione sessista, razzista e di classe che sostiene la prostituzione troppo difficile da affrontare. Ma la domanda che implora una risposta è questa: non sanno nemmeno cosa il sesso è? E’ improbabile che tutti i membri del consiglio direttivo di Amnesty siano casti; di sicuro, almeno alcuni di loro hanno fatto sesso e in tal caso devono sapere che il sesso accade quando ambo le parti coinvolte lo vogliono. Quando una delle due parti non vuole fare sesso, ciò che accade si chiama “esperienza sessuale indesiderata” il che, in termini legali, è molestia sessuale, abuso sessuale e stupro.

Questa violenza sessuale è ciò che la prostituzione è, e non fa alcuna differenza se lei “acconsente”. Il consenso, secondo le leggi europee, dev’essere dato volontariamente come risultato del libero arbitrio di una persona valutato nel contesto delle circostanze in cui si trova (Consiglio d’Europa, 2011). Il consenso non dovrebbe essere il risultato del privilegio sessuale maschile, che è parte delle norme patriarcali. Un atto sessuale non desiderato non diventa un’esperienza accettabile perché l’industria del sesso dice che è così. Non c’è alcun principio morale che lo rende tollerabile per chi è povera, disoccupata, priva di documenti, per chi fugge da una guerra o da un partner violento. (…)

Decriminalizzare la prostituzione normalizza le diseguaglianze di sesso, etnia e classe già incancrenite profondamente nelle società europee e di cui le donne soffrono già in maniera sproporzionata. Aumenta le barriere legali per ottenere impieghi dignitosi che la maggioranza delle donne migranti deve già affrontare, ignorando i loro talenti e derubandole di opportunità economiche. Quel che è peggio, strappa via ciò che persino le più povere e le più svantaggiate donne migranti portano con sé quando si imbarcano in viaggi pericolosi diretti in Europa: il nostro convincimento che una vita libera dalla violenza è possibile e la nostra determinazione a lottare per essa.

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(“Polish MEP insists ‘women must earn less’ in sexist tirade” – Euro News, 2 marzo 2017, autore/autrice non citato/a. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il politico conservatore polacco Janusz Korwin-Mikke ha inorridito il Parlamento europeo durante un dibattito sul divario salariale di genere in Europa, quando ha insistito nel dire che “le donne devono guadagnare di meno perché sono più deboli, sono più piccole, sono meno intelligenti. Devono guadagnare meno. Ecco tutto.”

Korwin-Mikke ha fornito una “prova” molto strana a sostegno delle sue affermazioni chiedendo: “Sapete quante donne ci sono nei primi cento scacchisti?” E si è risposto da solo con “Ve lo dico io: nessuna.” La grande maestra scacchista ungherese Judit Polgár, ora in pensione, potrebbe aver qualcosa da dire su tale frase. (Ndt. – Si tratta della donna che nel 1993 sconfisse l’ex campione mondiale Boris Spassky.)

I commenti del 74enne Korwin-Mikke hanno fatto restare i presenti senza fiato dall’incredulità, prima che la deputata spagnola Iratxe Garcia-Perez (Ndt. – in immagine dopo questo paragrafo) prendesse parola per fustigarlo: “Secondo la sua opinione, io non avrei il diritto di essere qui come membro del Parlamento. – ha detto – E so che le fa male e la disturba che oggi le donne possano sedere alla Camera per rappresentare i cittadini avendone lo stesso diritto che ha lei. Io sono qui per difendere tutte le donne europee da gente come lei.”

iratxe-garcia-perez

Sebbene l’Unione Europea sia leader globale per l’eguaglianza di genere, la Commissione Europea dice che, al tasso attuale di progresso, ci vorranno altri 70 anni prima che le donne guadagnino quanto gli uomini. Le donne nell’UE sono anche sottorappresentate in politica ed è poco probabile che raggiungano posizioni in cui detengono potere economico.

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E’ vero, l’Europa unita non è mai riuscita a essere questo:

Bruxelles - Uniti nella Pace

ma intanto ha almeno fatto questo:

Trattato di Roma, 1957 (Art. 119 CEE, poi Art. 141 CE, ora Art. 157 TFUE – Trattato funzionamento Unione Europea): paga eguale per eguale lavoro;

Trattato di Amsterdam, 1999 (Art. 2 CE): la promozione dell’eguaglianza fra uomini e donne diventa uno degli obiettivi essenziali della Comunità Europea;

Trattato di Lisbona, 2007 (Art. 2 TFUE): l’eguaglianza di genere può essere usata come metro di misura per determinare se uno stato europeo può entrare nella Comunità;

Legislazione UE (Direttiva 92/85/CEE): tutte le donne nell’Unione Europea hanno il diritto ad almeno 14 settimane di congedo per maternità e alla protezione dall’essere licenziate perché incinte;

Direttiva 2006/54/CE: eguale trattamento per donne e uomini sul lavoro;

Direttiva sull’orario di lavoro 2003/88/CE: diritto per i lavoratori / le lavoratrici dell’Unione Europea a un minimo di ferie ogni anno, pause sul lavoro e un riposo di 11 ore su 24 – restrizione del lavoro notturno eccessivo – un giorno di pausa dopo una settimana di lavoro – diritto a lavorare non più di 48 ore a settimana;

Convenzione Europea sui Diritti Umani: trattato internazionale che protegge i diritti umani e le libertà fondamentali in Europa.

Preferireste starne senza? Io no. Maria G. Di Rienzo

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WAVE Step UpIl 25 maggio u.s. WAVE – Women against Violence Europe, rete di gruppi europei contro la violenza di genere, ha lanciato la campagna “Step up!” (traducibile come “Un passo avanti!”) per i diritti delle donne sopravvissute alla violenza e dei loro figli affinché ottengano miglior accesso a protezione e sostegno.

www.wave-network.org

Nel documento rilasciato alla stampa si legge, tra l’altro (l’enfasi è mia):

Una donna su tre in Europa fa esperienza di violenza fisica o sessuale. Pure, gli stati a cui le donne pagano le tasse mancano di assicurare un accesso soddisfacente a servizi specializzati di sostegno. Solo 15 dei 46 paesi europei forniscono una linea di assistenza telefonica e in Europa mancano almeno 47.000 posti nei rifugi per le donne. Centri di aiuto per chi ha subito stupro e assalti sessuali non sono disponibili. La discriminazione impedisce alle donne più vulnerabili di accedere ai servizi! (Ndt: il documento le identifica come appartenenti a minoranze nere e etniche, migranti e migranti non documentate, disabili e donne lesbiche bisessuali transgender) (…)

La mancanza di servizi adeguati e il biasimo per le vittime altamente diffuso sono responsabili per le mancate denunce di violenza. Solo una piccola parte delle donne denuncia i più seri e recenti incidenti violenti. La maggior parte delle società proibisce tale violenza, ma la realtà è che troppo spesso essa viene nascosta o tacitamente condonata, per cui le donne non hanno alternative e sopportano ripetute violenze.

Il costo di queste ripetute violenze ha impatto su tutti/e noi. Servizi di sostegno sono vitali per dare la capacità alle donne e ai loro bambini di trovare sicurezza e empowerment per costruire vite libere dalla violenza. Perciò chiediamo con urgenza alla società europea di fare un passo avanti e di investire nei servizi specializzati che lavorano a partire dalla prospettiva dei diritti umani delle donne e che fanno la differenza. (…)

Chiediamo all’Unione Europea di adottare una strategia integrale e un piano d’azione per mettere fine alla violenza contro le donne e per affrontare le disparità nell’accesso al sostegno in tutta Europa.

La rete WAVE chiede ai decisori chiave ai livelli nazionali ed europei di impegnarsi per i seguenti miglioramenti:

1) Prevenzione della violenza contro le donne e protezione per le vittime riconosciute come pressanti priorità;

2) Accesso a servizi specializzati di sostegno per TUTTE le donne e i loro figli;

3) Più servizi specializzati di sostegno in Europa (in particolare linee telefoniche di assistenza, rifugi e centri);

4) Approccio sensibile al genere per assicurare la qualità dei servizi di sostegno, che sono meglio forniti da organizzazioni indipendenti di donne che mettono i bisogni e i diritti delle donne al cuore del loro lavoro.

Per informazioni potete contattare l’Ufficio di WAVE a Vienna:

Rosa Logar, rosa.logar@interventionsstelle-wien.at

tel: 0043 664 311 94 58;

oppure Maria Rösslhumer, Maria.roesslhumer@wave-network.org

tel: 0043 664 793 0789.

Maria G. Di Rienzo

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(“EU Gender Mainstreaming: European Parliament Needs Greater Commitment”, di Angelika Mlinar – parlamentare europea liberal-democratica, relatrice al Parlamento Europeo sul mainstreaming di genere, 2 dicembre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo. In realtà la signora Mlinar è un’agente di Satana che vuole far diventare transumani e infrociti i bambini europei, così, perché il suo sulfureo padrone ci si diverte, e io sono una demone inferiore addetta alla diffusione della piaga-giender…)

Angelika Mlinar

Secondo la Commissione Europea, il mainstreaming di genere è “l’integrazione della prospettiva di genere in ogni aspetto degli interventi dell’UE – preparazione, progettazione, implementazione, monitoraggio e valutazione delle politiche, delle misure legali e dei programmi di spesa – con la visione del raggiungimento dell’eguaglianza fra donne e uomini”.

L’Unione Europea riconosce l’eguaglianza fra donne e uomini come un diritto fondamentale, un comune valore dell’UE e una condizione necessaria affinché l’Unione raggiunga i suoi obiettivi di sviluppo, impiego e coesione sociale. Purtroppo, il concetto del mainstreaming di genere è o sconosciuto o sottostimato da molti decisori.

Capire come progettare, pianificare, implementare, monitorare e valutare da una prospettiva di genere rafforzerà le politiche dell’Unione Europea. Aumenterà la sua rilevanza sociale e assicurerà che i diritti fondamentali sanciti nei trattati e nella Carta siano pienamente rispettati.

Per raggiungere questo scopo, il mainstreaming di genere dovrebbe essere visto come un processo continuo, sostenuto da sforzi sistemaci per integrare il genere a ogni livello, in tutte le aree e tutti gli stadi della formazione di politiche e dei processi di implementazione.

Il Parlamento Europeo sostiene l’implementazione del mainstreaming di genere nel suo lavoro. La prima risoluzione plenaria sul mainstreaming di genere fu adottata nel 2003, stabilendo una rete di membri che assicurano l’implementazione nel lavoro di ogni comitato. Il comitato per i diritti delle donne e l’eguaglianza di genere è responsabile per l’implementazione e il successivo sviluppo del mainstreaming di genere in ogni settore politico e di fornire risorse alla rete summenzionata.

Ogni due anni, questo comitato redige un rapporto sul mainstreaming di genere nel lavoro dei comitati e delle delegazioni parlamentari. Durante la precedente legislatura, due rapporti sono stati adottati in plenaria.

Quest’ultimo rapporto prende avvio dallo stato dell’arte all’interno del Parlamento nel promuovere e raggiungere il mainstreaming di genere e contiene anche raccomandazioni concrete su come estendere tali obiettivi. Come attuale relatrice il mio scopo è nello specifico il considerare due aspetti dell’integrazione di una prospettiva di genere all’interno dei processi politici: la rappresentazione di genere nella forza lavoro e nella sfera decisionale politica.

Il mainstreaming di genere non è mera responsabilità di specifici individui che lavorano in determinate aree o unità. La responsabilità appartiene all’intero staff sotto la guida dei dirigenti e a ogni comitato e delegazione parlamentare.

E’ anche rilevante sottolineare che il mainstreaming di genere da solo non basta, dev’essere accoppiato ad azioni specifiche, non è un obiettivo politico in se stesso, ma piuttosto un mezzo per raggiungere l’eguaglianza di genere.

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