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Posts Tagged ‘lingua italiana’

Egregio sig. Vurchio,

lei ha appena sperimentato i famosi 15 minuti di notorietà predetti da Warhol per aver invitato, tramite social media, la sig.a Meloni a fare la casalinga – e quindi ad abbandonare la politica. Dico “quindici minuti” perché nel frullatore ad alta velocità che ci fornisce informazioni l’episodio è già stato triturato e sommerso, quindi possiamo parlarne in tranquillità. Come vede ci sono delle virgolette nella frase precedente: citando il dizionario Treccani si usano per delimitare un discorso diretto per delimitare una citazione per introdurre in un testo il titolo di un giornale (anche se quest’aspetto sta sparendo) – per mettere in evidenza una parola con un significato particolare, spesso figurato o ironico per introdurre, a fianco di una parola, il suo significato. Il mio caso è il quarto. I quindici minuti sono infatti intesi in senso figurato.

La sua risposta alle rimostranze di Meloni ed altri – che non si può definire una lettera di scuse come i giornali hanno fatto e intendo spiegarle perché così penso – è letteralmente infestata da virgolettati: i quali però, gettati a caso, contribuiscono a rendere il testo già un po’ zoppicante in italiano ancora meno comprensibile. Quando per esempio lei scrive “partito fratelli d’Italia”, “infelice espressione”, “critiche strumentali”, “battuta offensiva”, “argomenti mediocri”, “politica di solo fango e di poca sostanza” chi legge non ha nessun indizio su come le virgolette debbano essere interpretate. Fratelli d’Italia non è un partito? Lo è in senso lato? Lo è in senso ironico? Un’infelice espressione o una battuta offensiva fra virgolette cosa sono in realtà?

Per quel che riguarda la lingua italiana, se lei dice: tizio “è stato abilissimo nell’utilizzare una mia “infelice espressione” come strumento mediatico e ci è riuscito benissimo” la frase è ridondante – abilissimo / ci è riuscito benissimo hanno qui lo stesso significato e non serve reiterarlo; nell’elenco o disamina delle “difficoltà giornaliere delle imprese, dei lavoratori e delle famiglie è impossibile restare inermi, è impossibile non immedesimarsi in quelle difficoltà, è impossibile continuare a notare un modo di fare “politica di solo fango e di poca sostanza” la prego di far attenzione all’ultima frase, a cui manca il non prima di continuare: lasciata così, essa assume senso opposto a quel che lei presumibilmente voleva esprimere; una politica, inoltre, non può essere di solo fango e contemporaneamente di poca sostanza: il solo della prima definizione ha già azzerato qualsiasi altra componente; e poi c’è la perla finale: “lei deve rivolgersi, dunque, a quella frangia di politica che, se c’è zero crescita e siamo in recessione, se la disoccupazione aumenta e le politiche assistenzialistiche non sono sempre uno strumento utile alla crescita di un paese, lo dobbiamo solo al vostro governo” – la rilegga: c’è un soggetto, quella frangia di politica, a cui il che (la quale) è legato e implica un’ulteriore definizione o spiegazione… che grammaticalmente non può essere “la quale lo dobbiamo al vostro governo“.

Ma è possibile, per restare con Andy Warhol, che io sia una “classicista” incapace di vedere altro nel suo testo – per esempio, un manifesto pop art di rivolta linguistica. Quel che è certo, come le dicevo, è che non possiamo definirlo una lettera di scuse.

Quando ci si scusa non si comincia il discorso assumendo per sé il ruolo della vittima:

Che dovessi diventare bersaglio dei simpatizzanti del “partito fratelli d’Italia” potevo aspettarmelo, che il mio pensiero politico fosse travisato come una offesa al gentil sesso, ed in particolare alla figura della “casalinga”, non l’avrei mai immaginato.” Davvero? I suoi due “tweet” al proposito (uno consiste unicamente delle parole vai a fare la casalinga) questo pensiero politico travisato non lo rivelano. Si tratta semplicemente, come sa, di un insulto sessista assai comune. Attaccare Meloni per come agisce e quel che dice è politica, attaccarla come donna – spostandosi dal merito alle caratteristiche personali – è sessismo. Adesso lo sa e non deve immaginare più nulla al proposito. Per il futuro, sarebbe carino anche se si astenesse dal definirci con l’etichetta retrò “gentil sesso”: le donne, le persone di sesso femminile in generale e le cittadine italiane nello specifico, sono tutte alternative alla sua portata.

Parlando a Meloni, lei reitera come “vai a fare la casalinga” sia rivolto al solo personaggio politico racchiuso nella sua persona: non ci siamo. Innanzitutto la strutturazione corretta sarebbe stata solo al personaggio politico ecc., in secondo luogo una donna politica non è una matrioska: quindi non è divisibile in tante diverse donnine di legno fra cui scegliere con quale prendersela e autoassolversi a priori perché quella scelta è “interna”. Comunque, pur continuando a indicare in Meloni l’unico bersaglio della sua infelice uscita e battuta offensiva, lei con Meloni non si scusa affatto. Rilegga ancora quel che ha scritto:

Qualora avessi ingenerato tale significato, chiedo pubblicamente scusa a tutte le donne comprese quelle che mi circondano anche perché ho, da sempre, considerato il loro ruolo fondamentale sia nella società che all’interno della famiglia. Le donne sono protagoniste autorevoli e responsabili dello sviluppo sociale e mai, dico mai, avrei potuto offenderle, vanno sempre e comunque rispettate.

La traduzione non è difficile, ma il ragionamento è involuto e contorto e si mangia la coda: lei non potrebbe mai offendere le donne e se mai, per qualche stranissimo e invero incomprensibile motivo, invitarne una in particolare a tornare al suo posto dovesse averne irritato altre, be’, lei ha sempre rispettato le donne, per cui non avrebbe mai potuto offenderle, e quindi perché diamine si sono offese, se lei ha detto in pratica a UNA e UNA SOLA che dovrebbe starsene zitta e andare in cucina? Nemmeno quell’unica donna avrebbe dovuto offendersi, visto che lei rispetta per principio tutte le donne, per cui non è nemmeno necessario dirle direttamente “Mi dispiace, ho sbagliato” (era l’unica cosa che lei avrebbe dovuto fare, poi poteva aggiungerci una valanga di critiche e analisi e rabbuffi – sull’operato politico di Meloni, non sulla sua persona).

Lei capisce, sig. Vurchio, quanta maledetta fatica facciamo noi donne ogni singolo giorno solo per spiegare l’ovvio? E pensi, politicamente e culturalmente io sono molto più distante da Meloni di quanto lo è lei. Senza virgolette aggiunte.

Maria G. Di Rienzo

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analfabeta

La storia

– A questo individuo, come realtà virtuale non bastavano i Pokémon. Perciò si è inventato uno scenario tutto suo dove figurare come “eroe”.

– In effetti, è molto coraggioso circondare in tanti una persona sola, armata inoltre di pericolosissima carta igienica (sì caro, si scrive così).

– Al giorno d’oggi, però, non serve a niente compiere atti eroici di questo tipo se non li si pubblicizza adeguatamente, perciò il nostro si diffonde nel primo resoconto (a sinistra nell’immagine) e lo affida al web.

– Poiché ignora che ogni essere umano è titolare di diritti umani a prescindere dal suo orientamento politico, ignora pure che vantarsi di averne pestato uno in gruppo è un’ammissione di reato.

– Come se non bastasse, è furbissimo: cita caratteristiche identitarie – “ultras”, “casapound” – dei propri complici, così se qualcuno indaga sa dove andare a pescarli.

– Quando, presumibilmente, qualcuno gli fa notare tutto ciò, il tipo sconfessa se stesso, nega ogni coinvolgimento e posa da vittima: il gruppo Facebook era “privato”! Si è trattato di “satira e goliardia”! Sono soggetto a “gogna mediatica”!!! “Violento antidemocratico” io? Quando mai!

I testi

– L’autore dei post sembra un analfabeta di ritorno (“di cui non ne necessitano”???). Chi gli ha insegnato l’italiano potrebbe attualmente essere in terapia per la depressione.

– Mi piacerebbe sapere chi è “l’uomo fumetto dei Simpson” – confesso di non seguire la serie: si tratta di Homer o esiste nella saga un personaggio detto uomo-fumetto? Comunque prendo nota per l’ennesima volta che l’aggressione fisica riesce meglio se prima si umilia il proprio bersaglio, disumanizzandolo.

– La signora anziana che parla come un ultrà (lo scambio di battute con il contestatore è francamente inverosimile) dev’essere un ulteriore parto della satirica e goliardica fantasia del nostro eroe.

– Confrontate i due testi: le migliaia di persone del primo diventano centinaia nel secondo. Da “tempo dieci secondi lo circondiamo” a “ero accanto ai fatti” (creatura, tu al massimo eri accanto ad altre persone e presente quando i fatti sono accaduti o molto vicino al luogo in cui i fatti sono accaduti: la lingua italiana non è un’opinione)…

– Perché dunque costui ha scritto un sacco di balle? Si è fatto “prendere dalla foga del momento”, il momento in cui ha pensato che più fai lo stronzo più sei “fico” e perciò non sei tenuto a rispettare nessuna regola del vivere civile ne’ a osservare alcuna legge.

– Se il primo testo è, per ammissione del suo autore, un’accozzaglia di menzogne, quanto è credibile il secondo?

Maria G. Di Rienzo

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Sulla diffusa maleducazione della nostra epoca da parecchi anni non ho alcun dubbio: è stata progressivamente legittimata sul piano sociale e politico dallo sdoganamento dell’ignoranza e dalla sua conseguente esaltazione come “virtù popolare”. Più insulti e strilli, più sbagli congiuntivi e condizionali, più invochi e minacci violenze, più diffondi come notizie, certezze, verità rivelate quelle che sono a colpo d’occhio immani sciocchezze, più sei apprezzato – puoi finire persino a governare un Paese: male, va da sé.

In questo scenario, l’aggressione verbale è presentata in termini di “opinione” e “critica”, per cui quando reagisci chiamandola con il suo proprio nome e rendendo chiaro che non intendi accettarla, i violenti si indignano, posano da vittime, urlano alla censura, cercano di ridicolizzarti, ti insultano ulteriormente e così via. E’ la quotidiana manfrina visibile sui social media, su cui personalmente posso persino stendere un velo pietoso, visto che rifiuto questo tipo di interazione.

Quel che invece trovo inammissibile è il trasferimento di tutto ciò sui quotidiani, il cui compito è dare notizie (verificate) nella lingua della propria nazione (nel nostro caso l’Italia). Quando un giornalista non sa, il suo dovere professionale è fare ricerca. Se un giornalista non conosce l’italiano, o lo impara o cambia mestiere. Su questi due punti, non c’è mediazione possibile.

Ieri, raggiunge la cronaca la sentenza del tribunale di Roma che respinge al mittente la richiesta di risarcimento di un’emittente radiofonica nei confronti di Arcigay Roma e Gay Center. I fatti risalgono al settembre dell’anno scorso, quando un conduttore di Radio Globo dà voce al suo “disgusto” nel vedere due uomini che si baciano e lo razionalizza descrivendo la cosa come “non normale”. Le due associazioni summenzionate, dopo avere inutilmente chiesto all’emittente delle scuse formali, chiamano gli inserzionisti pubblicitari al boicottaggio; la radio segue in modo prevedibile e noioso il copione de “se mi dici che ti ho fatto torto, la vittima sono io”: dichiara il suo rispetto per i valori antidiscriminatori sanciti dalla nostra Costituzione (non sono omofobo, non sono razzista, non sono sessista), annuncia di avere persino una persona transessuale in redazione (ho un sacco di amici gay, di amici africani e amo le donne), definisce l’uscita del suo conduttore una legittima opinione personale (adesso non si possono neppure avere delle opinioni, ma l’avete letto Voltaren, ah sì volevo dire Voltaire, sempre con questo politicamente corretto che alla fine è censura), ma le scuse ai froci NO, manco morti. Inoltre, la radio querela Arcigay Roma e Gay Center per i supposti mancati guadagni relativi al boicottaggio – e come abbiamo visto, perde la causa. Ribadiamo: non sono state le associazioni a portare l’emittente in tribunale, è il contrario.

Se l’ignoranza volontaria fosse un po’ meno diffusa, o se i giornalisti radiofonici prendessero sul serio il loro ruolo, Radio Globo non avrebbe mai presentato la denuncia: il chiamare al boicottaggio è un’azione nonviolenta con alle spalle un bel po’ di Storia e non è sanzionabile, poiché non costringe nessuno a comportarsi in un modo o in un altro, bensì si appella alla coscienza civile/democratica di coloro ai quali si rivolge, la cui scelta è parimenti del tutto legittima e non sanzionabile anch’essa. La sentenza, per chi non vive in un mondo che gira attorno al suo ombelico, era scontata.

Se l’ignoranza volontaria fosse un po’ meno diffusa, o se i giornalisti in genere prendessero sul serio il loro ruolo, a commentare i fatti non avremmo letto questo tipo di frasi:

“Si può boicottare un’attività commerciale per protestare contro chi critica i gay.”

Chi ha criticato i gay, scusate, e come? Dire “quel che sei mi fa ribrezzo” non è una critica, è un insulto, oltretutto nella stragrande maggioranza dei casi gratuito, perché chi lo riceve a chi lo vomita non ha di solito chiesto una valutazione sulla propria persona. La critica è la capacità intellettuale di esaminare e valutare l’operato umano, non l’affermazione dei propri sentimenti di disgusto, disagio, rifiuto pregiudiziale di una caratteristica umana.

“La campagna per il boicottaggio è lecita, la difesa della libertà di pensiero un po’ meno. (…) Insomma, o ti pieghi ai diktat del politicamente corretto o peggio per te: finirai “bastonato” due volte.”

Quindi, a Radio Globo uno speaker ha affermato coraggiosamente che la Terra gira intorno al Sole (be’, visti i tempi è più probabile sentirne uno che delira sulla Terra piatta) e Torquemada lo ha trascinato nelle segrete per farlo abiurare? Pare di no. Ha detto che è ora di finirla con sessismo e misoginia e gli hanno dato della “femminazista”, dello zerbino, del frocio, del non-vero-uomo prima di licenziarlo in tronco? Pare di no.

E allora di che “libertà di pensiero” si parla? Prendetene atto, per favore: un’ingiuria (sei disgustoso/a e non normale) non è la libera espressione di un’opinione astratta, ne’ un’intellettuale e audace “scorrettezza” da difendere citando Voltarencioè ok, errore di battitura, volevo dire Voltaire – è un’offesa diretta alla persona che la riceve, punto e basta. Potete continuare all’infinito a suggerire che tale persona dovrebbe prendersi la secchiata di immondizia in faccia e stare zitta, ma siamo sempre in meno disposte/i a farlo. Get over it.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “I’m full of fear: Italian woman’s story exposes rape law”, di James Reynolds per BBC News, 12 aprile 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“Era il tardo pomeriggio del 5 marzo quando una donna di 24 anni si imbatté in tre uomini alla stazione ferroviaria di Napoli.

I tre uomini, che lei conosceva appena, entrarono con lei in un ascensore. Ciò che accadde durante i 12 minuti seguenti è ora oggetto di un’intensa disputa.

Gli uomini sostengono di aver fatto sesso consensuale con la donna, ma lei dice che l’hanno stuprata. Un tribunale sta indagando.

Assieme a un collega, ho organizzato un incontro con la donna in una piazza di Roma. Non sapevamo come avremmo fatto a riconoscerla. Abbiamo incontrato una giovane donna sottile in modo scioccante. Ci ha offerto una timida stretta di mano.

L’avvocato al suo fianco ci ha detto che era pronta a parlare e io ho posto diverse domande:

Perché hai deciso di parlarne apertamente?

Parlarne apertamente è il solo modo di esprimere la mia sofferenza. Comunicare è il modo migliore di ottenere giustizia.

Hai fatto riferimento alla tua sofferenza. Come stai?

Sono un po’ ferita. Sono piena di paura. Sono spaventata e ferita.

Quando hai denunciato quel che ti era accaduto, come si sono svolte le cose?

All’inizio mi hanno creduto – gli avvocati e gli psicologi all’ospedale di Napoli. La violenza risultava ovvia dagli esami medici. Anche i poliziotti mi hanno creduto e il pubblico ministero. Ma la Corte d’Appello ha deciso di liberare due di questi individui.

Questa è una cosa che ti preoccupa?

Non è che mi preoccupa. Mi terrorizza. Loro sanno dove abito, perché in un’occasione precedente mi avevano pedinata sino a casa. Sono spaventata, penso che possano volere una vendetta.

Un tribunale ha ordinato il rilascio di tutti e tre gli imputati in attesa del processo. La BBC ha ottenuto una copia della sentenza composta da 24 pagine.

Il documento entra in minuziosi dettagli sulla storia clinica della donna in relazione a disturbi alimentari, depressione e presunti abusi da parte del suo stesso padre.

Il tribunale dice: “La combinazione delle condizioni della vittima ci inducono a giudicarla non affidabile in se stessa – e perciò la sua versione dei fatti non può essere considerata credibile.”

Il documento aggiunge che la donna ha una “personalità istrionica”. Ma i suoi difensori argomentano che la sua storia clinica non può essere usata per sostenere che si è inventata tutto.

Il tribunale dice anche che il filmato delle telecamere di sorveglianza, il quale non è stato reso pubblico, mostra come lei non abbia resistito ne’ mostrato segni visibili di trauma dopo l’incontro con i tre uomini.

Il Italia, l’argomento “non ha resistito, non ha vacillato dopo, perciò lo voleva” è spesso estremamente potente. Ma una giudice italiana è disgustata da questa logica: “Se una donna non si ribella, significa che lo vuole? – dice la giudice Paola di Nicola, che ha scritto un libro sui pregiudizi di genere nel sistema giudiziario italiano (1) – Questo è inaccettabile. E finisce sovente con l’assoluzione per gli uomini.”

Programmi televisivi e quotidiani hanno coperto questo caso estesamente. “Era promiscua e ha la tendenza a mentire.”, scrive una pubblicazione. (….)

(1) La giudice menzionata nell’articolo è infatti l’Autrice de “La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio”, ed. Haper Collins. In occasione dell’uscita del libro, nell’ottobre 2018, fu intervistata al proposito da Tanina Cordaro per Lettera Donna; oltre a spiegare come gli stereotipi e i pregiudizi di genere influenzino le sentenze a scapito delle donne, disse anche cose assolutamente sensate e condivisibili sul linguaggio:

Lei si definisce una giudice. Perché in Italia la declinazione al femminile delle professioni di potere è ancora così osteggiato?

Perché la lingua è lo spazio più importante di rappresentazione ed esercizio del potere, infatti chi non è nominato non esiste, mentre chi lo è c’è e ci sarà sempre. Le donne si escludono dai luoghi di potere anche non nominandole quando vi si trovano e vi sono arrivate dopo durissime battaglie di chi le ha precedute. Dovrebbe essere chiesto a chi usa il femminile solo per parrucchiera perché non riesce ad usarlo per ingegnera o per ministra visto che la grammatica italiana ce lo imporrebbe, come scrive l’Accademia della Crusca.

Quali altre conseguenze comporta la declinazione esclusiva al maschile?

Quella di dimenticare donne straordinarie, coraggiose e competenti. Come Alma Sabatini che nel lontano 1987 riuscì a scrivere, su incarico della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’epoca, le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Raccomandazioni a cui ci dovremmo istituzionalmente attenere. E io mi chiedo: questo lavoro culturale e simbolico enorme che fine fa se le donne si nominano al maschile proprio nei luoghi di potere in cui quelle donne le hanno portate?

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Secondo il sig. Salvini, noi femministe saremmo “distrattone” (per favore, Accademia della Crusca, non sdoganare anche questo vezzo deturpante della lingua italiana), oltre che – va da sé – “sedicenti”, perché non vediamo il vero pericolo che minaccia le donne e cioè, secondo lui, l’estremismo islamico. Il dato di fatto incontrovertibile è che nei paesi in cui tale estremismo rende calvari le vite delle donne sono le femministe a protestare, a cercare di tutelare i diritti umani di tutte/i, a essere aggredite e umiliate in mille modi, ad andare in galera e a essere uccise, con la benedizione statale o in esecuzioni extra giudiziarie.

Queste donne ricevono scarsa o riluttante attenzione a livello internazionale, non solo dai veri distratti come Salvini, giacché parlano di uguaglianza, parità, cittadinanza e bene comune e non di quanto sia bello essere una “sex worker” e fare delle “scelte” – ovvero continuano a declinare i diritti umani fondamentali su base universale e non frammentaria. Lo spirito della Dichiarazione Universale del 1948 era questo: nasci, e chiunque tu sia, dovunque tu sia venuta/o al mondo, il resto della comunità umana ti riconosce, ti accoglie, protegge la tua esistenza, lavora per abbattere gli ostacoli sociali ed economici che dovessero metterla in pericolo. Se viceversa i diritti umani sono in qualche modo magnanimamente concessi dal Principe in carica, a seconda di caratteristiche identitarie specifiche, e la loro attuazione si concretizza al massimo nel divieto di discriminare le stesse, sparisce qualsiasi riferimento alle posizioni sociali e alle condizioni economiche delle persone: il che, come non mi stancherò mai di dire, è molto comodo per il neoliberismo e per il patriarcato e non libera NESSUNO e NESSUNA.

Il molto distratto sig. Salvini dichiara di voler riformare il diritto di famiglia e che a tale scopo il DDL Pillon sarebbe “un buon punto di partenza”, perché “vogliamo togliere i bimbi come merce di scambio o ricatto dei litigi tra i genitori” (separati/divorziati). So che il titolare di queste opinioni è impegnatissimo, soprattutto su Twitter, perciò forse non è riuscito a leggere il testo del decreto legge (non voglio assolutamente ipotizzare che l’abbia letto e non l’abbia capito). Persone più capaci e più ferrate nel campo del diritto di me hanno già demolito pubblicamente l’impianto della “riforma”, perciò quanto sto per dire non è nulla di nuovo ma ci tengo a ribadirlo: l’interesse supremo del minore non è il suo centro. Il DDL non è pensato per tutelare i bambini, ma le finanze e la proprietà privata del coniuge economicamente più abbiente: id est, nella stragrande maggioranza dei casi, il padre. La cancellazione dell’assegno di mantenimento del figlio al genitore affidatario e l’abolizione dell’istituto della casa familiare hanno l’unico scopo di dare a costui il controllo completo del patrimonio: poiché il mantenimento del figlio non deve rispettare i parametri del tenore di vita precedente alla separazione dei genitori, e a costoro sono assegnati capitoli di spesa specifici in relazione alle proprie capacità economiche, è impedita ogni minima forma di redistribuzione della ricchezza tra i due ex coniugi.

Nel DDL Pillon, contrariamente a quanto il sig. Salvini dichiara, i bambini sono più che mai penalizzati e oggettivati, simbolicamente tagliati in due con l’accetta, rigidamente controllati, soggetti a sperimentare opportunità e standard altalenanti in ogni aspetto delle loro vite (cure, materiale scolastico, attività extrascolastiche, abbigliamento, attrezzature tecnologiche) a seconda di quale dei due genitori deve aprire il portafoglio – e le donne hanno meno soldi, meno opportunità, meno impieghi sicuri.

La visione di “famiglia” sottesa al testo non è neppure quella cosiddetta tradizionale, poiché ogni istanza di solidarietà e senso della comunità in essa presente svanisce con l’atomizzazione e lo scollegamento dei membri della famiglia stessa, ognuno dei quali agirebbe – in pieno stile neoliberista – unicamente per il proprio personale interesse. Mors tua vita mea. Ognuno per sé e lo Stato per papà.

E questa sarebbe la vera famiglia, fondata sull’amore di mamma e papà, la famiglia a cui ogni bambino avrebbe diritto?

Io non sono distratta, sig. Salvini. Sono disgustata. Maria G. Di Rienzo

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Gentile sig. Presidente Adriano Turrini,

è passato un anno da quando la mia lettera le è stata girata. Se non la ricorda può trovarla qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/02/15/cara-coop-n-2/

Naturalmente lei ha impegni (io anche) e non mi aspettavo ne’ una risposta in tempi brevi, ne’ – se devo essere sincera – una risposta purchessia.

Però ormai credo sia tempo di tirare le fila. Su “Consumatori” il vostro esperto di nutrizione continua imperterrito a fare quello che, a questo punto, potrebbe essere il lavoro che gli avete commissionato (spero non sia così): insultare e disprezzare le persone che non rispondono ai suoi standard di magrezza o cercare di terrorizzarle.

Dopo avervi segnalato che questo è un problema appunto un anno fa, io ho solo due scelte a disposizione (visto che non intendo ritirarmi nella posizione di bystander silenziosa): o vi torno la tessera quietamente subito, sapendo che si tratta dell’opzione con cui non ottengo nulla oltre alla salvaguardia della mia dignità umana, o ve la torno fra un po’ dopo aver organizzato una campagna affinché i soci e le socie che mi somigliano vi dicano cosa pensano del trattamento che riservate loro – e poi le tessere ve le torniamo tutte insieme con comunicato stampa ai principali quotidiani.

Nell’occasione, vi chiederemo di dirci se concordate con le tesi degli articoli pubblicati (i tossicodipendenti da cibo ecc.) e di dimostrarci scientificamente che “sovrappeso, obesità, sindrome metabolica e diabete” si collocano nella stessa categoria definita dal vostro esperto come “i nostri mali”. Il mio peso non è un “male”. Il mio corpo non è scollegato da me, il mio corpo sono io e io non sono ne’ malata ne’ un “male”.

Sig. Presidente, uno dei miei mestieri è la formazione alla nonviolenza. A volte mi capita di dover usare, durante i seminari, dei termini molto specifici che non hanno sinonimi adeguati: li scrivo sulla lavagna, o su un grande foglio di carta appeso al muro, dico al mio pubblico da dove vengono (etimologia) e spiego il loro significato. Questo perché rispetto le persone con cui parlo. Rispettando costoro e la lingua italiana non potrei mai dire o scrivere nulla del genere: “Scusandomi per l’uso di termini scientifici probabilmente non noti a molti lettori, la sostanza che però è bene fare emergere è che queste osservazioni ci ricordano che…” Scuse un po’ arroganti e parecchio confuse (tre “che” di fila in una riga e mezzo non depongono a favore della chiarezza espositiva) – potevano essere risparmiate.

Io, in effetti, sto ancora aspettando quelle per gli insulti che ho ricevuto.

Distinti saluti, Maria G. Di Rienzo

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Ci vorranno circa 10 giorni per esaminare la richiesta di asilo della 18enne saudita Rahaf Mohammed Alqunun (in immagine).

rahaf

A salvarla dal rimpatrio forzato dalla Thailandia, ove si trova attualmente, è stato il suo adamantino coraggio unito a una massiccia campagna a suo favore sui social media. Il video in cui si barrica nella stanza d’albergo a Bangkok, chiedendo fermamente la protezione dell’Alto Commissariato NU per i Rifugiati, ha fatto il giro del mondo. Sul suo account Twitter ce n’è un altro, che val la pena vedere pur se brevissimo: mostra il rappresentante saudita a Bangkok, signor Alshuaibi, mentre dice “Avrebbero dovuto portarle via il telefono, invece del passaporto”. Il traduttore al suo fianco ride servile alla squallida battuta.

Rahaf pianifica la propria fuga da quando aveva 16 anni. Suo fratello e altri membri della famiglia hanno l’abitudine di picchiarla ed è stata chiusa per sei mesi in una stanza perché si era tagliata i capelli in un modo che loro non approvavano. Se fosse costretta a tornare da loro, ha aggiunto, “mi uccideranno perché sono scappata e perché ho dichiarato il mio ateismo. Loro vogliono che preghi e che mi metta il velo, io non voglio.” In questo momento, suo padre e suo fratello sono a Bangkok. Le richieste di impiccagione per Rahaf riempiono i forum in lingua araba.

Ogni donna in Arabia Saudita è una minorenne legale quale che sia la sua età. Per tutta la vita ha un “guardiano” di sesso maschile (padre, fratello, zio o persino figlio) da cui deve ottenere una serie di permessi – lavorare, andare dal medico, affittare un appartamento, intraprendere un’attività economica, viaggiare, sposarsi, divorziare ecc. non sono decisioni che lei può prendere autonomamente. Nel 2017 le regole si sono allentate un poco per casi in cui vi siano “speciali circostanze”, ma di fatto questo sistema non ne è stato minimamente scosso.

Spesso la polizia chiede il permesso del “guardiano” per una donna che voglia sporgere denuncia, rendendo in pratica impossibile riportare la violenza domestica qualora commessa dal suddetto. Avete chiaro il quadro.

Gli uomini decidono, gli uomini pontificano, gli uomini sanno e fanno e disfano… anche sotto gli scarni articoli che la stampa italiana dedica alla vicenda: al 99,99% sono gli uomini a commentare.

C’è l’analfabeta becero:

“eroina de che? e (è, signore, è) fuggita dal paese con tanto di passaporto, diciamo che è scappata dalla famiglia x dei motivi che non conosciamo”

e l’analfabeta colto e solidale:

“Diciamo che la ignoranza e (è, perdinci) una cosa normale. (…) Il fatto è che sia la donna che l’uomo devono essere riguardati come una espressione della essenza umana senza considerazioni pregiudiziali che limitano il diritto alla scelta libera sebbene responsabile. (I beg your pardon?)

L’idea che la donna non può esercitare un livello di autorità e responsabilità uguale al (all’) uomo e (è, voce del verbo essere, terza persona singolare) regressiva, primitiva e porta ad un trattamento criminale non dissimile alla (dalla) schiavitu (l’accento, per piacere) istituzionalizzata del passato. Una donna che rischia la vita per difendere i suoi legittimi diritti e (è!!!) definitivamente eroica. (…)” Omettiamo pietosamente il resto…

Trovando difficile l’iter burocratico per essere accolta in Australia, che era la sua prima scelta, Rahaf ha chiesto asilo al Canada: sto sperando che tale nazione apra le braccia per lei. L’Italia? Be’, non è un paese per donne.

Maria G. Di Rienzo

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