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Posts Tagged ‘lingua italiana’

Gentile sig. Presidente Adriano Turrini,

è passato un anno da quando la mia lettera le è stata girata. Se non la ricorda può trovarla qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/02/15/cara-coop-n-2/

Naturalmente lei ha impegni (io anche) e non mi aspettavo ne’ una risposta in tempi brevi, ne’ – se devo essere sincera – una risposta purchessia.

Però ormai credo sia tempo di tirare le fila. Su “Consumatori” il vostro esperto di nutrizione continua imperterrito a fare quello che, a questo punto, potrebbe essere il lavoro che gli avete commissionato (spero non sia così): insultare e disprezzare le persone che non rispondono ai suoi standard di magrezza o cercare di terrorizzarle.

Dopo avervi segnalato che questo è un problema appunto un anno fa, io ho solo due scelte a disposizione (visto che non intendo ritirarmi nella posizione di bystander silenziosa): o vi torno la tessera quietamente subito, sapendo che si tratta dell’opzione con cui non ottengo nulla oltre alla salvaguardia della mia dignità umana, o ve la torno fra un po’ dopo aver organizzato una campagna affinché i soci e le socie che mi somigliano vi dicano cosa pensano del trattamento che riservate loro – e poi le tessere ve le torniamo tutte insieme con comunicato stampa ai principali quotidiani.

Nell’occasione, vi chiederemo di dirci se concordate con le tesi degli articoli pubblicati (i tossicodipendenti da cibo ecc.) e di dimostrarci scientificamente che “sovrappeso, obesità, sindrome metabolica e diabete” si collocano nella stessa categoria definita dal vostro esperto come “i nostri mali”. Il mio peso non è un “male”. Il mio corpo non è scollegato da me, il mio corpo sono io e io non sono ne’ malata ne’ un “male”.

Sig. Presidente, uno dei miei mestieri è la formazione alla nonviolenza. A volte mi capita di dover usare, durante i seminari, dei termini molto specifici che non hanno sinonimi adeguati: li scrivo sulla lavagna, o su un grande foglio di carta appeso al muro, dico al mio pubblico da dove vengono (etimologia) e spiego il loro significato. Questo perché rispetto le persone con cui parlo. Rispettando costoro e la lingua italiana non potrei mai dire o scrivere nulla del genere: “Scusandomi per l’uso di termini scientifici probabilmente non noti a molti lettori, la sostanza che però è bene fare emergere è che queste osservazioni ci ricordano che…” Scuse un po’ arroganti e parecchio confuse (tre “che” di fila in una riga e mezzo non depongono a favore della chiarezza espositiva) – potevano essere risparmiate.

Io, in effetti, sto ancora aspettando quelle per gli insulti che ho ricevuto.

Distinti saluti, Maria G. Di Rienzo

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Ci vorranno circa 10 giorni per esaminare la richiesta di asilo della 18enne saudita Rahaf Mohammed Alqunun (in immagine).

rahaf

A salvarla dal rimpatrio forzato dalla Thailandia, ove si trova attualmente, è stato il suo adamantino coraggio unito a una massiccia campagna a suo favore sui social media. Il video in cui si barrica nella stanza d’albergo a Bangkok, chiedendo fermamente la protezione dell’Alto Commissariato NU per i Rifugiati, ha fatto il giro del mondo. Sul suo account Twitter ce n’è un altro, che val la pena vedere pur se brevissimo: mostra il rappresentante saudita a Bangkok, signor Alshuaibi, mentre dice “Avrebbero dovuto portarle via il telefono, invece del passaporto”. Il traduttore al suo fianco ride servile alla squallida battuta.

Rahaf pianifica la propria fuga da quando aveva 16 anni. Suo fratello e altri membri della famiglia hanno l’abitudine di picchiarla ed è stata chiusa per sei mesi in una stanza perché si era tagliata i capelli in un modo che loro non approvavano. Se fosse costretta a tornare da loro, ha aggiunto, “mi uccideranno perché sono scappata e perché ho dichiarato il mio ateismo. Loro vogliono che preghi e che mi metta il velo, io non voglio.” In questo momento, suo padre e suo fratello sono a Bangkok. Le richieste di impiccagione per Rahaf riempiono i forum in lingua araba.

Ogni donna in Arabia Saudita è una minorenne legale quale che sia la sua età. Per tutta la vita ha un “guardiano” di sesso maschile (padre, fratello, zio o persino figlio) da cui deve ottenere una serie di permessi – lavorare, andare dal medico, affittare un appartamento, intraprendere un’attività economica, viaggiare, sposarsi, divorziare ecc. non sono decisioni che lei può prendere autonomamente. Nel 2017 le regole si sono allentate un poco per casi in cui vi siano “speciali circostanze”, ma di fatto questo sistema non ne è stato minimamente scosso.

Spesso la polizia chiede il permesso del “guardiano” per una donna che voglia sporgere denuncia, rendendo in pratica impossibile riportare la violenza domestica qualora commessa dal suddetto. Avete chiaro il quadro.

Gli uomini decidono, gli uomini pontificano, gli uomini sanno e fanno e disfano… anche sotto gli scarni articoli che la stampa italiana dedica alla vicenda: al 99,99% sono gli uomini a commentare.

C’è l’analfabeta becero:

“eroina de che? e (è, signore, è) fuggita dal paese con tanto di passaporto, diciamo che è scappata dalla famiglia x dei motivi che non conosciamo”

e l’analfabeta colto e solidale:

“Diciamo che la ignoranza e (è, perdinci) una cosa normale. (…) Il fatto è che sia la donna che l’uomo devono essere riguardati come una espressione della essenza umana senza considerazioni pregiudiziali che limitano il diritto alla scelta libera sebbene responsabile. (I beg your pardon?)

L’idea che la donna non può esercitare un livello di autorità e responsabilità uguale al (all’) uomo e (è, voce del verbo essere, terza persona singolare) regressiva, primitiva e porta ad un trattamento criminale non dissimile alla (dalla) schiavitu (l’accento, per piacere) istituzionalizzata del passato. Una donna che rischia la vita per difendere i suoi legittimi diritti e (è!!!) definitivamente eroica. (…)” Omettiamo pietosamente il resto…

Trovando difficile l’iter burocratico per essere accolta in Australia, che era la sua prima scelta, Rahaf ha chiesto asilo al Canada: sto sperando che tale nazione apra le braccia per lei. L’Italia? Be’, non è un paese per donne.

Maria G. Di Rienzo

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Non ho visto il film di cui parlerò fra poco. Il genere (thriller/horror psicologico), con la solita “casa maledetta” come motivo conduttore, non mi interessa. Si tratta di “Inheritance”: è di quest’anno, il regista si chiama Tyler Savage e vi recitano attori statunitensi che non conosco. Il sito che lo manda in streaming sottotitolato in italiano ne descrive la trama così:

Ryan eredita una casa misteriosa dal suo padre biologico, un uomo che credeva morto da tempo. Lui e il suo fidanzato si stabiliscono nella casa con grandi progetti per il futuro, ma…

Un commentatore lo sconsiglia immediatamente (dubito che lo abbia in effetti guardato) basandosi sullo scarno riassunto – non ho corretto nulla di quel che seguirà:

“(…) sopratutto tutto questo frociume vario che infilano sempre di più in serie e film. star tek, twd , the mist, etc sono le prime che mi vengono in mente ma ormai non si contano più. figure di ubriaconi, drogati, gente che si fa di psicofarmaci, pedofili, strambi e mattoidi vari, etc….sono sempre più presenti. i copioni ormai passano nelle mani della cia sono loro che decidono cosa, quando e dove produrre. sta solo a noi essere impermeabili a simili schifezze…”

“Ti quoto al max questa e follia pura descrivere la nostra società odierna in questo modo… (ho avranno ragione?)”, gli risponde un simpatizzante che sta probabilmente ripetendo l’esame di quinta elementare da anni.

“non hanno ragione fortunatamente, – lo rassicura il primo – sono queste elite che sponsorizzano lo sfascio della famiglia, dell’idea di nazione-patria, del promuovere il gender nelle scuole, la sodomia dilagante,etc..sono loro che lo vogliono, solo loro. non certo la gente, i popoli che sempre di più stanno resistendo a queste pressioni…”

Riassumendo, misteriose (o quantomeno non nominate) élite costringono la CIA – Central Intelligence Agency – agenzia di spionaggio internazionale del governo degli Usa, a ripassare ogni singolo copione proposto a tv e cinema e a dare il marchio d’approvazione solo a quelli che palesano gli scopi succitati. Non mi stupisce che poi quanto al contrastare il terrorismo (uno degli scopi dell’agenzia) facciano spesso cilecca: sono troppo occupati a leggere montagne di sceneggiature. Cosa guadagnino i gruppi elitari da ciò e perché la CIA obbedisca loro sfugge alla nostra comprensione. I popoli (???), ci si informa per nostro sollievo, resistono.

Ripeto, io non ho visto il film. Ho però letto la recensione di E. Wood Lagonigro, uno dei curatori dell’Oaxaca Film Festival, che comincia così:

“Ryan Bowman (Chase Joliet) eredita una proprietà fronte spiaggia dal padre biologico che credeva morto da tempo. Ci si trasferisce con la sua fidanzata incinta Isi (Sara Montez) …”

A lui la storia è piaciuta: vede la casa stregata come l’elemento scatenante di un’indagine profonda che il protagonista è costretto a fare su di sé e sulla sua storia familiare, costellata da abusi e violenze: “Il segreto è nel titolo stesso, forse la vera eredità di Ryan non è la proprietà ma qualche altra cosa che lo maledice attraverso le sue vene, qualcosa che lo induce a chiedersi (e noi con lui) se è il sangue a dettare i nostri destini.”

Non vi è accenno a “frociume” di sorta ne’ a nessuna delle altre materie da complotto citate, ma può darsi che il tipo sia pagato dalla CIA.

La verità, temo, è che il sito ospitante non compila in proprio le descrizioni dei film ma prende quelle che trova online in inglese e le fa triturare da Google Translator o equivalenti. Basta perdere una “e” nel processo e la fiancée incinta diventa il fiancé che promuove la sodomia e la distruzione della patria. Stateci più attenti, ragazzi, o la fine del mondo si avvicina! Maria G. Di Rienzo

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Odi gli uomini, ora?

Chiede l’articolista all’intervistata in un pezzo (6 ottobre 2017) il cui occhiello recita: “Così l’istruttore abusò di me – Una delle vittime della palestra di karate racconta il suo calvario (iniziato a 13 anni) e quello di cinque ragazzine (…)”

La coniugazione del verbo odiare alla seconda persona singolare (tu) fa “odii”. Con una “i” in meno significa “ascolti”, “senti”. Quindi, la ragazza sopravvissuta agli abusi ascolta gli uomini, oggi? “No. Certo, non è stato facile ma ho superato. Se ce l’ho fatta io se ce la possono fare altre. (…)” Sottoscrivo. Meno ascoltiamo stronzate, stereotipi, lagne, insulti e menzogne meglio è.

Ma bocciatura grammaticale e giochi di parole a parte, è la preoccupazione espressa dal giornalista a essere inaccettabile nell’intervista a una vittima di violenza: quella che lei resti disponibile ad avere relazioni sessuali con gli uomini. A questo servono le donne, assicuriamoci che nessuno si ponga domande sul loro posto nel mondo, se lo facciamo diventiamo odiatrici di uomini.

D’altronde, un secondo articolo dal titolo “Brescia, stuprate a 12 anni dall’istruttore di karate ed educatore in parrocchia: almeno sei minorenni vittime”, comincia così: “Da allieve del corso di karate a baby fidanzate – a 12 anni – dell’allenatore adulto.” La violenza sessuale su minori è equiparata a una relazione consensuale fra adulti (fidanzamento) codificata e accettata socialmente. Ciò edulcora e candeggia la portata delle violenze, rendendole in qualche modo razionalizzate e accettabili.

Infine, tutti gli articoli su quotidiani a tiratura nazionale che io ho scorso (cinque) riportano la valutazione della Procura per cui l’uomo (il perpetratore) “è incapace di contenere l’impulso sessuale”. E qui dobbiamo mettercela via, vi pare? E’ il raptus.

Pare che questo signore ne soffra addirittura dal 2003. Anni e anni di sofferenze che lo inducevano a organizzare “serate di sesso di gruppo” e a costringere “le giovanissime allieve a contattare uomini maturi in chat”. E’ evidente che era del tutto incapace di intendere e volere durante quei fugaci e confusi momenti.

Se a questo scenario aggiungiamo la catasta di menzogne con cui irretiva e soffocava molte delle sue vittime (l’esaltazione della loro “bellezza”, le dichiarazioni d’amore, l’assicurazione che ognuna era “la prima e l’unica”) manca solo il definirlo un “amante incompreso” e conferirgli il Premio S. Valentino 2017.

Odi gli uomini? Purtroppo. Per tutto il tempo fanno un fracasso infernale. Occupano strillando e sgomitando ogni spazio. A dire cose sensate, però, sono davvero in pochi. Maria G. Di Rienzo

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Soavi compagne/i di viaggio, da cinque giorni sto combattendo contro il solito battaglione di streptococchi maligni e la mia gamba destra sembra essere stata investita da un’esplosione nucleare. Ho fatto del mio meglio per mantenere il ritmo di pubblicazione, ma adesso sono stanchissima e devo mollare per un po’.

Vi lascio con una perla di giornalismo però, così potete mettervi le mani nei capelli anche voi:

La Repubblica, 13 agosto 2017: “Torino: litiga con la compagna, parte un colpo e si uccide convinto di averla ammazzata – Ferisce la compagna alla testa che voleva lasciarlo e poi si uccide davanti agli agenti della squadra volante della polizia…”

Messa così, la frase seguente dovrebbe essere qualcosa del tipo: “Il collo e la milza della donna volevano invece restare con lui.”

A presto, MG

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Care/i giornaliste/i d’Italia: avete per caso visto “Cloud Atlas” (“L’atlante delle nuvole”, 2012)?

Queste sono le battute fondamentali di una dei personaggi, Son-mi 451 (Bae Doona): “Le nostre vite non sono di nostra assoluta proprietà. Dal grembo alla tomba siamo legati ad altri. Nel passato e nel presente. E con ogni crimine e ogni gentilezza partoriamo il nostro futuro.”

Le Wachowski possono produrre lavori complicati e controversi o non piacervi proprio, ma queste semplici frasi sono di una chiarezza sublime e a mio avviso dovreste tenerle appese sopra il computer su cui scrivete i vostri articoli… soprattutto quando trattate di femminicidio e violenza di genere. Questo perché ogni cosa che scegliete di sottolineare o di non trattare, ogni giudizio – persino non detto esplicitamente ma infilato fra le righe, hanno un impatto su chi vi legge. (E aggiungo, anche i vostri clamorosi svarioni relativi a grammatica – ortografia – sintassi, indegni della vostra professione.)

Il mondo non è diviso fra il “di qua” e il “di là” della pagina stampata o caricata a schermo. Fra chi vi legge ci sono le prossime vittime, i prossimi assassini, i prossimi testimoni; ci sono avvocati, giudici, agenti di polizia – esseri umani come voi che assorbiranno, in grado maggiore o minore a seconda delle loro peculiarità, ciò che gli avete raccontato. Questo, assieme ovviamente a ulteriori stimoli e informazioni, contribuirà a formare il loro giudizio e il loro giudizio avrà influenza sulle loro azioni. Ogni volta in cui decidete di reiterare gli stereotipi di genere, di biasimare la vittima e di scusare e compatire il suo aggressore/assassino voi state collaborando, scientemente o meno, alla creazione del prossimo scenario di violenza.

Ieri su La Stampa:

“Uccide la fidanzata di 22 anni, poi si ammazza con un colpo di pistola: tragedia a Trento”

L’articolo si premura di informarci che:

1) la pistola era detenuta regolarmente per uso sportivo dall’omicida-suicida Mattia Stanga, 24 anni. (Sì, però l’aveva comprata il giorno prima di usarla per uccidere Alba Chiara Baroni e poi spararsi.)

2) “La coppia era molto conosciuta in paese, soprattutto grazie all’impegno da parte di entrambi in parrocchia.” Segue un intero paragrafo su lavoro e interessi vari del giovane uomo, sulle sue parentele degne di nota e via così. La giovane donna? Ah sì, era “barista in un albergo della zona”. Finito, non c’è altro da dire su di lei.

3) “Dolore e sgomento intanto affiorano intanto tra gli abitanti di Tenno, increduli per quanto sia accaduto, soprattutto perché trattandosi di una coppia di giovani benvoluti e molto conosciuti in paese.” Letterale. Allora: via un “intanto” perché due nella stessa frase sono di troppo; “increduli per quanto è accaduto”; “soprattutto perché si tratta ecc.”

4) “Da una prima ricostruzione sembrerebbe che la ragazza abbia provato a fuggire dalla furia del compagno, trasformatosi come nel peggiore degli epiloghi in un assassino.” Nel peggiore degli epiloghi di cosa? Un grande romanzo d’amore? Se non finisce con “e vissero per sempre felici e contenti, litigando ogni tanto ma sempre rispettandosi l’un l’altra” o “si lasciarono con rammarico, ma civilmente, portando ognuno con sé quanto di buono la loro relazione aveva avuto”, l’amore è già volato via dalla finestra da un pezzo. Sarei anche curiosa di sapere quale malefica pozione ha trasformato il “compagno” in orco furioso. Forse i “diverbi” che i due avevano da tempo hanno qualcosa a che fare con la vicenda? Forse lui ha deciso che lei NON POTEVA lasciarlo, perché una donna non può prendere decisioni del genere, e quindi doveva morire con lui?

5) “I motivi del folle gesto ancora non sono emersi (…)” Non so che significato dia l’autore al termine “folle”, ma l’omicida-suicida pare aver programmato lucidamente tutto: compra la pistola, poi chiama la ragazza dicendo che “vuole farla finita”, di modo che lei si precipiti da lui come da copione e le pianta qualche pallottola in corpo. Folle gesto. Raptus. La pistola ha sparato da sola.

Ieri su Il Corriere della Sera:

“«Voglio suicidarmi»: lei accorre ma il fidanzato le spara e si uccide”

Qui la storia è colorata a secchiate di vernice rosa: “Sarebbero dovuti andare a convivere i primi di settembre, massimo ottobre, in un appartamento dei genitori di lei. Era tutto perfetto. Ma ieri l’incanto si è spezzato. Uno, due, tre, forse sei spari e le loro vite si sono spente (…)”; Il “destino li aveva legati sin da bambini”; “Ti amo scricciolo (…) aveva scritto Mattia, l’8 ottobre 2013, su Facebook”. Ma, pensate, “È stato Mattia a esplodere i colpi di pistola”. L’autrice, non riuscendo a darsene pace, da questo punto in poi riempie il suo pezzo di angosciati “perché?” – che ripetuti prendono un suono noioso e falso – assicurandoci che “nulla andava male in quella coppia”, “nulla avrebbe fatto pensare a una simile tragedia”. Di chi può essere la colpa, quindi? Del caldo, di un virus, delle scie chimiche? Be’, una sospettata c’è, quella che non aveva deciso di morire ed è stata assassinata, Alba Chiara: “Forse lei voleva lasciarlo, forse non se la sentiva più di fare il grande passo, di andare a vivere insieme.” Mai che ne facciamo una giusta, queste donne: se lo lasciano muoiono, se non lo lasciano muoiono, se lo denunciano muoiono, se non lo denunciano muoiono. Eccetera, eccetera.

E di che mi lamento, insomma, alle fine assassinate o no dobbiamo morire tutte, vero? E’ un’opinione. Non si può neanche più avere un’opinione adesso?

Archivista: (…) Ricorda, la tua versione della verità è tutto quel che importa.

Son-mi 451: Verità è singolare. Le sue “versioni” sono menzogne.

Maria G. Di Rienzo

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salone nautico

Il Secolo XIX, data odierna.

Scometto che questa notizia vi farà sscoppiare dalla voglia di sapere se anche voi potete essere pagati per un lavoro che non sapete svolgere.

ciglia

Il Resto del Carlino, data odierna.

Mai più senza ciglia chilometriche, la notizia (?) merita certamente la prima pagina.

tutto quel che serve alle donne

La Repubblica, data odierna.

Dopotutto è l’inserto Donna: e “donna” significa cosmetici, vestiti, psicologia (da strapazzo) e flirt. Complimenti.

la terza notizia importante

Il Mattino, data odierna.

Questa è la terza principale notizia (?) in ordine di importanza per il quotidiano.

“La differenza fra la letteratura e il giornalismo è che il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta.” Oscar Wilde

Maria G. Di Rienzo

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