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Posts Tagged ‘femminicidio’

“Tolerance has taken over feminism, and it threatens to destroy the movement”, di May Mundt-Leach per Feminist Current, 30 marzo 2018, trad. Maria G. Di Rienzo. May Mundt-Leach è una studente universitaria inglese e membro dell’organizzazione femminista Kvinnorum.)

“Siamo diventate riluttanti a essere etichettate come quelle che fanno crociate morali in un’era in cui il potenziale umano è degenerato al “farsi i fatti propri”. Siamo condizionate a produrre blande osservazioni e battute ciniche in risposta a oscenità su scala nazionale e perversità di magnitudo universale. Siamo anestetizzate al punto da trovare normali crudeltà e disperazione.” – Hilde Hein, 1982

Nel suo libro del 1986 “A Passion for Friends: Towards a Philosophy of Female Affection”, Janice Raymond fa riferimento al lavoro di Hilde Hein per descrivere un curioso fenomeno che si introduceva in parti del movimento delle donne durante quel periodo. “La tirannia della tolleranza – argomenta – dissuade le donne dal pensare in modo risoluto, dalla responsabilità del dissentire da altri e dalla volontà di agire. Peggio ancora, permette a principi oppressivi di affiorare senza essere confutati.”

L’osservazione di Raymond è piena di un discernimento che può (più facilmente di quanto dovrebbe) essere applicato al femminismo oggi. Il dominio totalitario del patriarcato ha forzato una clausola particolarmente nociva per le giovani donne: nessun giudizio di valore dev’essere espresso su qualcosa o qualcuno. I principi morali sono per i puritani e l’intervento critico è ritenuto “escludente” di vari gruppi o individui. Il termine “patriarcato” è gettato da una parte all’altra come se si trattasse di niente di più di uno strano oggetto che occasionalmente casca dal cielo, menzionato costantemente di passaggio ma a cui non si dà mai la profondità di analisi che esso richiede.

La parola “tolleranza” deriva dal Latino “tolerare” che significa “sorreggere, subire, patire” e, abbastanza letteralmente, “sopportare”. Nel patriarcato, le donne sono state preparate a un perpetuo stato di tolleranza. La tolleranza dei costumi, culture, comportamenti e sessualità maschili è stata storicamente forzata sulle donne dalle leggi di dei maschi, stati maschi e parenti maschi.

Dalla maniacale “caccia alle streghe”, dove centinaia di migliaia di donne furono pubblicamente torturate e uccise per aver rigettato l’autorità della chiesa, alle forme spesso brutali di anti-lesbismo dirette verso donne che scelgono di avere relazioni con altre donne anziché con uomini, la persecuzione sembra inevitabile per le donne che rifiutano di essere tolleranti del dominio maschile.

Oggi, l’addestramento alla tolleranza comincia presto – alle bambine si insegna a sopportare i bambini che le umiliano nel parco giochi, a far finta di non vedere la pornografia online, a chiudere le orecchie alla misoginia che sentono tutt’intorno.

Raymond descrive la tolleranza come una posizione passiva. Crea non-azione, apatia e una minore sensibilità alle ingiustizie commesse dagli uomini ai danni delle donne. In altre parole, condizionare donne e bambine a essere “tolleranti” non è involontario. Non è completamente sorprendente, quindi, che le donne – in particolare le giovani donne – siano riluttanti a formare il proprio senso di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; a distinguere quali valori possono essere considerati femministi e quali no; e all’articolare quel che deve cambiare se le donne vogliono essere infine libere dalla dominazione maschile.

Questa tirannia della tolleranza è più evidente in quello a cui oggi ci si riferisce come “femminismo intersezionale” e prevale in molte università occidentali. L’uso improprio della teoria originaria di Crenshaw – https://www.youtube.com/watch?v=uPtz8TiATJY – significa che questo tipo di “femminismo” riflette più da vicino un certo tipo di individualismo liberale, il quale aderisce al dogma maschile sotto le spoglie del progressismo e della giustizia sociale. Non è una coincidenza che le scelte inquadrate da questa ideologia come “femministe” rappresentino, sino all’ultimo tratto di mascara, gli attrezzi usati dagli uomini per colonizzare le donne.

La prostituzione, ora denominata “lavoro sessuale” da molti studenti, attivisti e accademici ambosessi, è presentata in tono di sfida in questa cornice come il risultato di una scelta personale e “potenziante” di una donna, nonostante la realtà della maggioranza delle donne nella prostituzione che là si trovano per mancanza di scelte.

L’industria multimiliardaria della pornografia registra e distribuisce atti sadici di misoginia, così come di pedofilia, omofobia e razzismo, a milioni di uomini e ragazzi in tutto il mondo – pure, usando il travestimento della “sex-positivity”, tali promozioni dell’abuso sono date a bere da qualcuno come “femministe”, mentre le donne che criticano l’industria sono marchiate come “anti-sesso” o “puttanofobiche”. E’ chiaro che per poter essere accettate in questa nuova gang “femminista”, una deve tollerare tutti i sistemi in cui le donne possono (ipoteticamente) mostrare scelte, a prescindere dagli scopi programmati dal sistema in questione.

La promozione in alcuni circoli femministi contemporanei di ciò che Raymond descrive come “libertà di valori” – o, come dice Hein, il “farsi i fatti propri” – rende in pratica impossibile definire una serie di valori collettivi o di asserire scopi condivisi a causa del desiderio di apparire sensibili e “rispettose” dell’opinione di ogni donna nel gruppo. Mantenere il rispetto verso le altre donne è ovviamente importante, pure di sicuro ciò non dovrebbe avvenire al costo di essere completamente incapaci di esprimere disaccordo su un particolare punto di vista o su una posizione politica. In più, nel mentre può essere relativamente facile opporsi a principi che sono patriarcali in modo ovvio, la difficoltà sta nel parlare contro quelli che sono più nascosti.

Secondo la vulgata popolare del “femminismo intersezionale”, alle donne viene detto che hanno peccato poiché possiedono il privilegio “cisgender”, il che posiziona l’essere nate donne e il continuare a chiamare se stesse donne come una posizione privilegiata in cui stare. Il punto cruciale è che delle donne in possesso del “privilegio cisgender” si dice abbiano la capacità di opprimere i maschi, se questi maschi hanno deciso che preferiscono non essere identificati come tali.

L’immagine idealizzata della femminista “inclusiva verso i trans” nella politica identitaria occidentale è diventata un segnale per vedere se una donna è veramente dispiaciuta dell’avere un corpo femminile – abbastanza apologetica da renderlo insignificante e, nonostante i suoi storici sfruttamento, oggettivazione e dominio da parte degli uomini, da arrivare a vederlo invece come un’insegna di privilegio. Essere una femminista tollerante oggi è pentirsi pubblicamente e senza posa dei propri supposti peccati: il maggiore dei quali, secondo alcuni, è l’essere in possesso di un corpo femminile.

L’anno scorso, 136 donne sono state uccise da uomini nel Regno Unito. Di media, una donna è stata uccisa ogni 2,6 giorni. In India, dove la pratica dell’infanticidio femminile è particolarmente comune, la popolazione infantile di sesso femminile nella fascia d’età fra 0 e 6 anni è diminuita dai 79 milioni del 2001 ai 75 milioni del 2011. Il mese scorso, la Danimarca ha aperto il suo primo bordello con bambole gonfiabili. Si pubblicizza come “il posto in cui tutti i gentiluomini sono i benvenuti e dove le ragazze non dicono di no”. Solo in Inghilterra e Galles 85.000 donne sono stuprate ogni anno. Ciò significa che oggi, di media, 10 donne saranno stuprate ogni ora.

Le donne devono riconsiderare cosa tollerano e cosa no. Sebbene le donne intolleranti siano etichettate come “quelle che escludono”, “fobiche” o “odiatrici”, gli uomini hanno ormai oppresso sistematicamente le donne per secoli eppure restano tollerati dalla maggioranza di noi. Come donne, dobbiamo cominciare a formare ciò che Andrea Dworkin chiama “un’intelligenza morale” – una capacità di costruire il nostro proprio sistema etico e di valori centrato sulle donne. Guardando indietro alla scia di violenza, colonizzazione e morte lasciata alle spalle dagli uomini in tutto il mondo, non c’è ragione per cui le donne debbano essere tolleranti del dogma patriarcale, qualsiasi sia la forma che esso prende.

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Spesso altre donne mi dicono che sto facendo un buon lavoro nell’alimentare determinazione e speranza in chi legge quel che scrivo/traduco.

Le mie scelte di sottolineare ogni vittoria femminista, per quanto piccola, di onorare l’impegno delle donne di qualsiasi età o provenienza, di demistificare senza posa le razionalizzazioni della violenza di genere, anche se raggiungono un pubblico limitato hanno quindi un impatto positivo.

Sapere questo è allo stesso tempo una gratificazione e un rovello: cosa faccio nei giorni come oggi, quando una raffica di notizie disturbanti al minimo e strazianti al massimo mi inchioda nella sofferenza?

Solo qualche esempio:

* In Paraguay una quattordicenne rimasta incinta a causa di uno stupro è deceduta partorendo: il suo paese non permette l’aborto a meno di grave rischio per la vita della madre. Era in ospedale per complicazioni relative alla gravidanza da venti giorni quando è entrata in travaglio. La ragazzina ha manifestato problemi respiratori mentre i medici tentavano di farla partorire normalmente, poi hanno deciso di praticarle il cesareo, durante il quale ha avuto un’embolia e tre arresti cardiaci. Poi è morta. La creatura che ha messo al mondo è attaccata ai macchinari, perché non respira autonomamente.

* Quegli stessi macchinari saranno scollegati nei prossimi giorni alla 16enne statunitense (del Maryland) in coma profondo, a cui l’ex ragazzo ha sparato “perché lo aveva lasciato”. Non ci sono speranze, morirà.

* Ad Arezzo, all’interno di quella che dovrebbe essere una comunità protetta, una bambina di 10 anni è stata abusata sessualmente da due altri minori (un 15enne e un 16enni) ospiti della stessa struttura.

* Dall’inizio del 2018, in Italia abbiamo avuto 24 femminicidi.

* Il piano contro la violenza di genere varato dal nostro governo per il triennio 2017-2020 e approvato da Stato e Regioni – e strombazzato in occasione del 25 novembre, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne – non è in attuazione e non eroga ai Centri Antiviolenza i fondi che ha stanziato.

Vi riporto un brano di una recente conferenza della dott. Alice Han (“Violence Against Women and Girls: Let’s Reframe This Pandemic.”) che insegna ostetricia, ginecologia e biologia riproduttiva ad Harvard e all’Università di Toronto (Canada):

“Nella conversazione (ndt.: scaturita dalla campagna #MeToo) si nota l’assenza del come favorire la salute delle donne e ridurre la violenza contro donne e bambine. Tale violenza può essere fisica, emotiva o psicologia e prende molte forme, inclusi lo stupro, la violenza domestica, i matrimoni infantili, il traffico sessuale e i delitti d’onore. Come ostetrica e ginecologa che si occupa della salute delle donne e come epidemiologa che studia l’andamento delle malattie, sono arrivata a pensare alla violenza contro donne e bambine come a un’infezione pandemica. A differenza di una malattia virale, le cause alla radice di questa violenza sono sociopolitiche, come la diseguaglianza di genere. Ma proprio come il virus che causa l’influenza, le idee che guidano la violenza contro donne e bambine a diffondersi infettano e minacciano le società in tutto il mondo. (…) Abbiamo prove che interventi adeguati funzionano nel ridurre il numero dei casi di violenza contro donne e bambine – e non prendono generazioni per funzionare, bastano pochi anni. Per esempio, un programma in Uganda ha coinvolto i leader delle comunità e uomini e donne nell’apprendimento su come pareggiare in eguaglianza le dinamiche di potere in poco più di tre anni: ciò ha tagliato a metà il rischio, per una donna, di subire violenza fisica dal proprio partner.”

Nel finale, Alice Han indica ruoli e responsabilità di politici, sistema sanitario, personale che viene in contatto con le vittime di violenza ecc. – chiunque può dare una mano, ma la quasi totalità di queste persone non ha il minimo addestramento su come farlo.

Attiviste femministe e attiviste antiviolenza hanno un patrimonio di conoscenza pratica e teorica da fornire, mai utilizzato, mai preso come quel che è: il necessario fondamento per ridurre e infine eliminare la violenza di genere. Le istituzioni non ci sentono. Qual è il problema? No, non chiediamo compensi e neppure riconoscimenti: la maggior parte di noi fa questo gratuitamente ogni giorno, ovunque sia offerto un minimo spazio.

Ma voi riuscite a immaginare Di Maio, Salvini, l’utilizzatore finale Berlusconi o Renzi e compagnia disposti a osservare onestamente e criticamente le radici della violenza sulle donne? Ecco, neanch’io. Maria G. Di Rienzo

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marielle franco

“Non un passo indietro”: questo stanno ripetendo le migliaia di dimostranti che hanno riempito le strade del Brasile dopo l’assassinio di Marielle Franco: 38enne donna politica (nel governo municipale di Rio de Janeiro, quinta per numero di voti ed eletta nel 2016), lesbica, nera, femminista, attivista per i diritti umani.

rio de janeiro

(la protesta a Rio, foto di Leo Correa/AP)

Mercoledì sera nove colpi sono stati sparati da due uomini in automobile contro quella in cui Marielle viaggiava, uccidendo lei e l’autista Anderson Pedro Gomes e ferendo la giornalista seduta dietro.

Marcelo Freixo, membro dello stesso partito – Socialismo e Libertà – e dell’assemblea legislativa della città, si è recato sulla scena del crimine non appena ha saputo che la sua amica era stata uccisa: “Si è trattato chiaramente di un’esecuzione. – ha detto alla stampa – I colpi erano tutti diretti contro di lei. Chi ha sparato è un professionista.”

Marielle era diventata la voce dei poveri delle favelas, la principale voce critica contro la militarizzazione della città (da un mese è l’esercito che garantisce la “sicurezza” a Rio de Janeiro) e la violenza.

“Marielle era il simbolo delle nostre più grandi conquiste. – così la ricorda Daiene Mendes, 28enne studente di giornalismo e attivista nella favela “Complexo do Alemão” – Una donna come noi, una donna nera che da una favela proveniva, che aveva una grande forza nell’affrontare gli ostacoli istituzionali della politica che ci hanno sempre tenute distanti.”

In strada a protestare ci sono i sindacati, le femministe, il popolo di sinistra, le comunità più impoverite e disperate. L’assassinio di Marielle Franco è un colpo durissimo per la giustizia, la libertà, l’eguaglianza: ma queste persone stanno gridando che non faranno un singolo passo indietro. Marielle sta ancora insegnando loro che indietro non si torna.

tributo

(foto di Marcelo Sayao/EPA)

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stars

Testimoniarono la di lei distruzione,

poi furono lasciati a chiedersi perché

lei non vedesse che oscurità,

sebbene le stelle brillassero nei suoi occhi.

Ma forse avevano dimenticato,

quando mancarono di notare le crepe,

che una stella brilla al suo massimo

proprio quando comincia a collassare.

(poesia di Erin Hanson, sopravvissuta alla violenza domestica, la traduzione è mia)

Questo è per Antonietta Gargiulo, che forse non sopravviverà ai tre colpi di pistola ricevuti dal marito, e per le sue bambine che quello stesso uomo – il loro padre – ha ucciso stamattina con la medesima arma.

Maria G. Di Rienzo

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(“Communiqué of the Indigenous Revolutionary Clandestine Committee, General Command of the Zapatista National Liberation Army”, 29 dicembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

ezln

Alle donne del Messico e del Mondo:

Alle donne originarie del Messico e del Mondo:

Alle donne dei Consigli di governo indigeni:

Alle donne del Congresso nazionale indigeno:

Alle donne nazionali e internazionali dei Sei continenti:

Compañeras, sorelle:

Vi salutiamo con rispetto e affetto da quelle donne che siamo – donne che lottano, che resistono e si ribellano contro lo stato sciovinista e patriarcale.

Sappiamo bene che un brutto sistema non solo ci sfrutta, ci reprime, ci deruba e non ci rispetta come esseri umani, ma ci sfrutta, ci reprime, ci deruba e non ci rispetta di nuovo come donne.

E sappiamo che le cose ora vanno peggio, perché siamo assassinate in tutto il mondo. E gli assassini non pagano alcun prezzo – il vero omicida è sempre il sistema che sta dietro la faccia di un uomo – perché le loro azioni sono occultate, loro sono protetti e persino ricompensati dalla polizia, dai tribunali, dai media, dai cattivi governi e da tutti quelli che vogliono mantenere le loro posizioni stando sulle schiene della nostra sofferenza.

Tuttavia non siamo terrorizzate, o se lo siamo controlliamo la nostra paura e non ci arrendiamo, non ci fermiamo e non ci vendiamo.

Perciò, se sei una donna in lotta che è contro quel che ci fanno perché donne; se non sei spaventata (o se lo sei, ma controlli la tua paura), allora ti invitiamo a un incontro con noi, per parlarci e ascoltarci come le donne che siamo.

Pertanto invitiamo tutte le donne ribelli del mondo al:

Primo incontro internazionale di politica, arte, sport e culture per le donne in lotta, che sarà tenuto a Caracol di Morelia, zona Tzotz Choj del Chiapas, Messico, l’8 – 9 – 10 marzo 2018.

Gli arrivi sono previsti per il 7 marzo e la partenza per l’11 marzo.

Se sei un uomo, stai ascoltando o leggendo questo invano, perché non sei invitato.

Per quel che riguarda gli uomini zapatisti, li metteremo al lavoro in tutte le faccende necessarie, di modo che noi si possa suonare, parlare, cantare, danzare, recitare poesie e impegnarci in ogni altra forma di arte e cultura che desideriamo condividere senza imbarazzo. Gli uomini si occuperanno di tutte le mansioni necessarie in cucina e alle pulizie.

Si può partecipare come singole o come collettivi. Potete registrarvi a questa e-mail:

encuentromujeresqueluchan@ezln.org.mx

Includete il vostro nome, da dove venite, se partecipate da sole o in collettivo, e come volete partecipare o se volete semplicemente festeggiare con noi.

La tua età, il tuo colore, la tua taglia, la tua fede religiosa, la tua razza e il tuo modo di essere non importano; quel che solo importa è che tu sia una donna e che tu stia lottando contro il sistema capitalista, sciovinista e patriarcale.

Se vuoi venire con i tuoi figli maschi ancora piccolini, va bene, puoi portarli. L’esperienza servirà a iniziare a mettere nelle loro teste che le donne non accetteranno più violenza, umiliazione, scorno o o altre stronzate dagli uomini o dal sistema.

E se un maschio dall’età superiore ai 16 anni vuol venire con te, è una scelta tua, ma qui non andrà oltre la cucina. Potrebbe a ogni modo essere in grado di ascoltare alcune delle attività e di imparare qualcosa.

Riassumendo, gli uomini non possono venire a meno che una donna li accompagni.

Per il momento è tutto, vi aspettiamo qui, compañeras e sorelle.

Dalle montagne del sudest messicano, per il Comitato clandestino indigeno rivoluzionario – Comando generale dell’esercito zapatista di liberazione nazionale, e in nome di tutte le ragazze, le giovani donne, le donne adulte e le donne anziane, vive e morte, le consigliere, le rappresentanti donne del Consiglio del buon governo, le donne promotrici, le miliziane, le insorgenti, e la base di sostegno zapatista,

le Comandanti Jessica, Esmeralda, Lucía, Zenaida e la bambina Defensa Zapatista

Messico, 29 dicembre 2017

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In questo momento c’è una bimba di sei anni ricoverata in ospedale: è stata torturata con coltelli arroventati affinché confessasse di essere una strega. I fatti sono accaduti la settimana scorsa nel villaggio di Sirunki in Papua Nuova Guinea, dove la piccola viveva isolata perché era la figlia di un’altra “strega”: quella Keniari Lepata che fu bruciata viva nel 2013 e che vi ho menzionato qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/10/31/solo-un-pensiero/

“Parte del falso mito della magia nera (o sanguma, com’è chiamata localmente) – ha detto alla stampa uno dei soccorritori, il missionario luterano Anton Lutz – per cui le donne sono streghe, include la credenza che questa cosa possa passare da madre a figlia. Fra tutte le bambine del villaggio lei è stata scelta per chi era la sua genitrice e hanno creduto fosse responsabile di ogni cosa storta che accadeva nel villaggio. Rispetto alle streghe, questa gente crede anche che diranno la verità solo se torturate.” L’Inquisizione era della stessa opinione, per quel che ne so io.

Il Primo Ministro del paese, Peter O’Neill, ha deprecato l’accaduto e dichiarato che: “Al giorno d’oggi la sanguma non è una reale pratica culturale, è una falsa credenza che implica l’abuso violento e la tortura di donne e bambine da parte di individui patetici e perversi.”

Tuttavia, la polizia e le ong presenti nell’area attestato di essere scioccate dal frequente ripetersi di tali situazioni e non riescono a spiegarne l’impennata. Quando la madre della piccola morì, il caso fece abbastanza clamore da indurre il governo a sviluppare un piano d’azione nazionale contro la violenza legata alla stregoneria: sono passati quattro anni e il piano è rimasto sulla carta.

Ruth Kissam, della Fondazione tribale della Papua Nuova Guinea, è una delle attiviste che stanno tentando di mettere fine a questo tipo di femminicidio: “Uno dei più grossi problemi è che dopo le violenze i perpetratori non sono mai arrestati. Il piano è eccellente e potrebbe facilmente essere implementato in ogni provincia, ma resta inerte perché dovrebbe essere finanziato.” Il governo ha promesso di investire fondi nei programmi e nelle campagne relative il prossimo anno…

Maria G. Di Rienzo

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Rebeca Lane - foto di Cynthia Vance

Rebeca Eunice Vargas, in arte Rebeca Lane (in immagine), è nata a Città del Guatemala il 6 dicembre 1984, nel pieno della guerra civile che stava devastando il suo paese. Il nome Rebeca le è stato dato in memoria di una zia, rapita da agenti del governo militare nel 1981 per la sua attività politica e conseguentemente “scomparsa”.

Sin da giovanissima, Rebeca è stata un’attivista nelle organizzazioni che investigavano sui loro familiari rapiti o uccisi dall’esercito e nei movimenti per il cambiamento sociale, movimento femminista compreso. Ha deciso che le sue capacità artistiche potevano essere usate per esporre e condannare la violenza e così è diventata una “artivista”: teatro, cabaret, musica, programmi radiofonici, poesia, graffiti, danza… Rebeca partecipa a gruppi o ha fondato gruppi in tutti questi campi, ma è maggiormente nota come artista hip hop.

La settimana scorsa era in tour in Canada. Jackie McVicar, che lavora con i difensori dei diritti umani in Guatemala dal 2004, ha coordinato le date delle performance di Rebeca e in un lungo articolo del 14 novembre u.s. ha descritto il suo lavoro e l’ha intervistata:

“In ognuno dei suoi spettacoli sulla costa orientale del Canada, durante il suo primo tour nel paese, Lane ha dedicato un brano alle 56 ragazze che bruciarono in un incendio mentre erano chiuse a chiave in “rifugio” statale l’8 marzo 2017. Quarantuno di esse morirono immediatamente tra le fiamme per l’inalazione di fumo e le ustioni, le altre morirono nelle ore e nei giorni seguenti. Lane racconta la storia di come i giovani – ragazzi e ragazze – presi in carico dallo stato abbiano denunciato torture, abusi sessuali, prostituzione coatta e violenze subite nei rifugi.

“Nove delle 56 ragazze erano incinte nel momento in cui sono state uccise. – ha detto Lane – E nessuna di esse era arrivata incinta al rifugio.” (…) Erano rinchiuse da 12 ore in una piccola aula con 22 materassi, senza cibo e senza il permesso di andare in bagno quando diedero fuoco a un materasso per attirare l’attenzione della polizia affinché le porte fossero aperte. Ma la polizia non rispose. Invece, secondo i resoconti delle sopravvissute, i poliziotti schernirono le ragazze chiamandole “puttane” e dicendo che se erano state tanto coraggiose da cercare di scappare la notte prima, avrebbero dovuto essere abbastanza coraggiose da sopportare le fiamme. Successivamente, i poliziotti hanno dichiarato di non aver aperto le porte perché non riuscivano a trovare le chiavi. (…)”

Rebeca ha spiegato che ciò ha cambiato completamente il significato dell’8 marzo per il Guatemala. E pur ritenendo lo stato responsabile per il massacro delle ragazze, ci tiene a sottolineare che la maggioranza delle aggressioni le donne le ricevono per mano dei loro fidanzati, compagni, mariti, padri, fratelli: “Ogni mese (in Guatemala) 62 donne muoiono di morte violenta. Ciò significa 15 donne a settimana. L’anno scorso ci sono 739 morti violente. Quest’anno, contando solo sino alla fine di settembre, le donne uccise sono state 588: 373 per colpi d’arma da fuoco, 144 strangolate, 63 uccise a coltellate. Otto donne sono state smembrate e 1.034 ragazzine minori di 14 anni sono state stuprate e lasciate incinte, impossibilitate a ottenere un aborto legale.”

Rebeca Lane è una femminista visibile e molto attiva in un ambiente ostile verso le donne e verso chi difende i diritti umani. Sa che rischia la vita, ma non vede altra opzione se non continuare: “Mi sento in pericolo, certo. Ma in Guatemala è facilissimo essere uccise in qualunque modo. Preferisco almeno testimoniare, piuttosto che non fare niente.” E lo mette in musica con queste parole: “Io voglio vivere, non sopravvivere. Voglio uscire per le strade senza aver la sensazione di dovermi difendere, voglio sentire che le tue parole non possono offendermi e le tue armi non possono attaccarmi. Voglio costruire un paese che mi permetta di ridere, sorridere, sognare, cantare, ballare, vivere.”

Maria G. Di Rienzo

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