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Posts Tagged ‘femminicidio’

tappeto sangue

Benvenute/i. Questo è il crash course che vi ho promesso ieri. Che ne dite se lo intitoliamo: “E così vuoi occuparti di violenza contro le donne.”?

“So You Want to Be a Rock ‘n’ Roll Star” – “E così vuoi essere una stella del rock’n’roll” – è una canzone del gruppo statunitense “The Byrds” che risale al 1967 ed è stata rifatta numerose volte (Patti Smith, Pearl Jam, Nazareth, Tom Petty and the Heartbreakers, ecc.).

Il pezzo fu ispirato dal grande clamore che all’epoca circondava un “gruppo rock” creato a tavolino, appositamente per gli schermi televisivi: The Monkees (finiranno anche sulla tv italiana), i quali come musicisti/artisti erano pura “immagine” e zero sostanza.

Chris Hillman e Jim McGuinn dei Byrds descrissero la cosa in questo modo:

E così vuoi essere una stella del rock’n’roll

Allora ascolta ciò che ti dico ora

Basta che ti compri una chitarra elettrica

e passi un po’ di tempo a imparare a suonare

E quando avrai i capelli pettinati al modo giusto

e i pantaloni belli stretti

tutto andrà bene…

Cioè: anche se non hai niente da dire in testo e in musica, avrai le sembianze del rocker e, prosegue il pezzo, gli agenti non ti mancheranno, la compagnia a cui hai consegnato l’anima venderà le sue merci di plastica, entrerai nelle classifiche ecc. – senza neppure sapere qual è il costo dei tuoi soldi e della tua fama. Tenete a mente quest’ultima frase, è importante.

Che gliene fregava a The Byrds, si chiederà qualcuno/a, il rock non è in fondo riducibile a due chitarre, basso e batteria? (Senza entrare nel merito, che so, delle tastiere dei Genesis o del flauto dei Jethro Tull…) No, perché quelli erano gli strumenti con cui erano costruite narrative. La musica rock è stata rappresentazione e veicolo per movimenti culturali e sociali, dando vita durante gli anni a innumerevoli “sottoculture” e “controculture” – mods, hippies, punks sono solo tre esempi; inoltre, ereditando la tradizione folk della canzone di protesta, è stata per lungo tempo associata all’attivismo politico e alla rivolta giovanile contro i conformismi e le ipocrisie degli adulti. Perciò nel 1967, creare una band “artificiale” che assumeva gli aspetti esteriori di un gruppo rock, senza trarre nulla dalle radici e dalla storia di questa musica, equivaleva ad annacquarla sino a farne del mero divertimento prefabbricato, privandola delle potenzialità dirette al cambiamento sociale che aveva già dimostrato di saper sfruttare.

Allo stesso modo, creare un’associazione per combattere la violenza contro le donne (ma vale anche per un’associazione ambientalista, antirazzista e così via) non può prescindere da questi quattro pilasti: radicamento storico, conoscenza come processo continuo, coinvolgimento delle portatrici di interesse primario (le vittime di violenza), orizzonte. Significa che dovete sapere da dove venite, essere curiosi e critici delle strade che incontrate, scegliere i vostri compagni di viaggio e sapere dove volete andare.

Potete non essere femministe, ma non potete prescindere dal fatto che il femminismo ha sollevato per primo la questione della violenza di genere, l’ha affrontata e analizzata e contrastata a 360°, ha creato al proposito movimento, legislazioni e strutture, lo sta ancora facendo in tutto il mondo, e se pensate di poter saltare a piè pari tutto questo ed essere al contempo efficaci vi state sbagliando di grosso. La laurea in legge o in psicologia, il lavorare al pronto soccorso o alla stazione di polizia, l’occuparvi di cronaca e indagine per un giornale possono darvi alcuni strumenti in settori specifici, ma non fanno in alcun modo di voi degli “esperti” di violenza sulle donne. Per vedere la questione nelle sue reali dimensioni è più importante ascoltare le attiviste della rete antiviolenza e le vittime di violenza, che organizzare conferenze patrocinate dal Comune dove voi parlate della vostra tesi su Lombroso e dei miti greci. Quel che fate dev’essere teso ad avere un impatto, per quanto minimo, sulla situazione in cui avete scelto di intervenire – la gratificazione del vostro ego viene dopo, non è motivo di stigma, però neppure conditio sine qua non. Ultimo, ma assolutamente non minore, dovete avere in mente una visione condivisa; prima, molto prima, di andare a registrarvi come onlus sedetevi insieme e cercate di dare una risposta collettiva a queste domande: che aspetto avrebbe un mondo privo di violenza contro le donne e come intendete crearlo?

In sintesi, la violenza di genere è un sistema di violazioni dei diritti umani che tocca globalmente una donna su tre. Esiste in un continuum che va dalle molestie in strada al femicidio / femminicidio, passando per abusi domestici, mutilazioni genitali, aggressioni sessuali, stupro, prostituzione e di recente per le “vendette pornografiche” su internet. Ha dimensioni politiche, sociali, economiche, che condividono la stessa radice: la diseguaglianza di genere. La violenza è da essa generata e al contempo da essa alimentata. Gli stereotipi di genere incoraggiano e normalizzano la violenza e gli abusi. Perciò, dovete avere ben chiaro che lavorando contro la violenza non state chiedendo agli uomini di essere gentili con le donne, state chiedendo la piena e completa eguaglianza sociale, economica e politica fra donne e uomini.

Ha senso creare un nuovo gruppo solo se, oltre ad essere ben consapevoli di quanto sopra, il vostro lavoro intende fondarsi sulle esperienze delle vittime e sulla ricerca; intendete promuovere soluzioni pratiche e realistiche; volete essere inclusive e lavorare con persone / gruppi diversi, sapendo che vi sono donne vittime di violenza che sperimentano forme multiple di oppressione; siete in grado sfidare la tolleranza sociale che circonda la violenza di genere e di cercare di prevenire quest’ultima, non solo di proporre metodi d’intervento dopo che essa è già accaduta.

Cosa succede se queste semplici basi non sono presenti? Certo, nessuno vi impedisce di diventare una onlus e, se ci sono fra voi nomi famosi o vostro zio ha gli agganci giusti, neppure di finire in televisione la prossima volta in cui un uomo squarta una donna (caso efferato e clamoroso, perciò “coperto” dai media) o quando ci sono 6 femminicidi in una settimana (troppi casi perché i media possano evitare di occuparsene), ma non avrete niente di utile da dire… e neppure, come dicevano i Byrds, avrete sentore del costo della vostra fama.

Occupare con stereotipizzazioni, osservazioni superficiali e magari vere e proprie stupidaggini quello che potrebbe essere uno spazio di denuncia e aumentata consapevolezza, un richiamo per attiviste/i e l’inizio per altre persone di una diversa percezione sociale sui ruoli di genere, ha un costo – per le vittime di violenza che dite di voler “aiutare”. Le avete appena riaffondate nella stessa melma da cui dite di impegnarvi a farle uscire, però avete scattato un bellissimo selfie con il Ministro Pincopallo, volete mettere?

Tra l’altro, quando condite con citazioni sulla violenza i vostri siti e l’unica frase che riuscite a recuperare da una donna è un verso di canzone in cui la vittima di violenza depreca se stessa… be’, è il momento in cui dovreste capire che qualcosa non sta funzionando. Non vi state nemmeno avvicinando a capire cos’è la violenza di genere, se apertamente o sotto sotto disprezzate e biasimate le sue vittime. E se non volete fare lo sforzo di imparare, prendete una decisione difficile ma giusta e coraggiosa e tornate a occuparvi di gossip. Qua il red carpet è rosso perché è inzuppato di sangue, e se in qualsiasi modo giustificate tale sangue questo – l’attivismo antiviolenza – non è posto per voi. Maria G. Di Rienzo

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La vita è piena di scelte difficili, non è vero?

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22 luglio 2017, La Repubblica: “Forlì, colpisce la moglie con l’acido e fugge con i figli piccoli”.

“(…) La donna, albanese di 37 anni, è stata portata in ospedale e secondo le prime informazioni non sarebbe grave, anche se ha riportato ferite e ustioni. L’uomo, kossovaro, è attivamente ricercato.” (Sarebbe “kosovaro”, per essere precisi.)

La notizia è solo l’ultima e nemmeno la più grave (grazie all’intervento dei vicini la vittima è sopravvissuta all’attacco e non è in pericolo di vita) di quelle relative alla violenza contro le donne che raggiungono i media. Per ottenere questa palma di solito la donna deve morire, altrimenti ci vogliono dettagli che colpiscano emotivamente chi legge per la loro efferatezza – e qui c’è l’acido – o (ma lo scalpore su questo è sempre più teatrale e sempre meno frutto di reale interesse) che riguardino un pericolo o un danno per i bambini – e qui c’è la scomparsa dei figli, presumibilmente portati via dal padre aggressore.

A chi ha composto l’articolo, per un commento informato sullo stato della violenza di genere nella sua zona, sarebbe bastato rivolgersi al Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia – Romagna: 13 associazioni, in collegamento fra loro dal 1996 e costituite come associazione formale nel 2009 per condividere ancora meglio “formazione, buone prassi, confronto metodologico, progetti e campagne di sensibilizzazione per il contrasto della violenza alle donne e ai loro bambini” e porsi come “soggetto maggiormente autorevole nei confronti delle istituzioni”. Ho il vago sospetto, però, che l’articolista non sappia neppure della sua esistenza e preferisce riportare questo:

“Sulla vicenda è intervenuta, con una nota, l’associazione antiviolenza e antistalking “Butterfly” di Riccione, secondo cui “è ora di dire basta a queste minacce e a questa violenza inaudita nei confronti delle donne. Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza”. Con l’associazione, osserva la presidente (…) “stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne, minacce del tipo ‘Ti sfiguro con l’acido’. Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita”.

Il sito del gruppo succitato attesta che “L’Associazione Butterfly nasce nel 2014 con lo scopo di difendere, rivalutare e divulgare principi anti violenza per la tutela delle persone, un aiuto concreto che accompagna a un nuovo percorso di vita. (…) L’attività è svolta da un gruppo di donne volontarie che mettono a disposizione le loro professionalità ed esperienze al sostegno di tutti coloro che hanno subito o subiscono violenze domestiche, psicologiche, economiche, maltrattamenti, stalking e abusi. (…) L’esigenza è stata quella di confrontarsi con le problematiche che il territorio già affrontava inerenti alla violenza, con particolare riferimento alle donne e bambini, ma si è sviluppato in un secondo momento la necessità di poter aiutare anche gli uomini violenti con un percorso e progetto in via di sviluppo.” L’italiano zoppica e la visione non risulta troppo chiara. Ci sono in effetti alcuni problemi relativi alla nota citata da La Repubblica. L’approccio dell’associazione è – dichiaratamente e per qualifiche dispiegate – quello della criminologia (citano un noto profiler italiano, ex carabiniere, come “guida” metodologica). La formazione al genere, e quindi alla violenza di genere, sembra mancare.

1) Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza. Sì, però a parte il fatto che “un episodio” non può essere “incessante” (casomai è il flusso della violenza a esserlo), “inesorabile” riferito a un accadimento e non a una persona significa (cit. Treccani) “cosa a cui è impossibile sottrarsi, contro cui non c’è rimedio, che non si può in alcun modo allontanare, mutare, fermare”. Vedere la violenza in questo modo significa trattarla da fenomeno atmosferico, non sapere in realtà come si origina e quindi non sapere come arrestarla e trasformarla.

2) Stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne: per favore, no. Le parole sono importanti, convogliano senso. Le donne non appartengono agli uomini (ne’ gli uomini appartengono alle donne) come “loro” suggerisce. Usare per esempio “nei confronti delle donne con cui hanno relazioni” avrebbe trasmesso un significato di eguaglianza fra i due soggetti, concetto di cui abbiamo disperatamente bisogno per minare la violenza alle basi.

3) Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola.

Immagino che chi fa parte dell’Associazione legga almeno i giornali, ma in caso contrario ecco alcuni recenti titoli in cronaca:

13 luglio 2017 – Donna uccisa in strada nel Casertano, fermato il compagno. Entrambi italiani.

13 luglio 2017 – Femminicidio, a Bari una 48enne uccisa in casa: fermato il compagno di 32 anni. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Cagliari, massacra la fidanzata la crede morta e si uccide. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Siena, uccide a coltellate la ex il giorno prima di vederla in tribunale. La vittima è di origini rumene, l’assassino è italiano.

17 luglio 2017 – Roma, abusa della figlia di 10 anni: arrestato dalla polizia. Entrambi italiani.

Considerare la donna “oggetto di vessazioni” appartiene in sé alla cultura patriarcale che, purtroppo, non spira come un vento malefico da inquietanti spiagge lontane sulla bella e incontaminata Italia. Quella spazzatura che è la violenza di genere nel nostro paese la produciamo proprio nel nostro paese, e qui dobbiamo smaltirla.

4) (…) mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita.

Immagino a questo punto che per quelle già “brutte” non faccia poi quella gran differenza: una vita non possono averla comunque, giacché avere una vita consiste nell’essere considerate “belle” (scopabili) dagli uomini. A che mulino porta acqua questo tipo di ragionamento? Quanta violenza c’è nell’imposizione dei canoni di “bellezza” alle donne? Cosa sta alla radice di questa ossessione per cui la “bellezza” dev’essere per le donne l’unico scopo e allo stesso tempo l’unico premio di un’intera esistenza, se non il loro controllo? Cos’è e cosa genera questo tipo di controllo, se non altra violenza?

Maria G. Di Rienzo

(P.S. Domani: Corso accelerato intensivo per chi desidera mettere in piedi un’organizzazione antiviolenza.)

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Un uomo inglese con un passato acclarato come perpetratore di violenza domestica, Robert Trigg, è stato in questi giorni riconosciuto colpevole dell’omicidio di due sue ex compagne: Caroline Devlin (morta nel 2006) e Susan Nicholson (morta nel 2011). In ambo i casi è stata la stessa stazione di polizia a condurre le indagini e a dichiarare i decessi “non sospetti”.

“E’ solo perché i genitori di Susan Nicholson hanno cercato giustizia per la figlia a proprie spese, assumendo un avvocato e un patologo indipendenti affinché riesaminassero i rapporti originali sulle cause del decesso, che Trigg non è ancora libero, a terrorizzare un’altra donna in casa propria, forse a uccidere di nuovo… – commenta Sarah Ditum il 7 luglio u.s., su The New Statesman – Non può esserci giustizia per le donne se la polizia manca di riconoscere l’evidenza più lampante della violenza maschile all’inizio di un’indagine. Non può esserci giustizia per le donne se i loro assassini devono essere perseguiti con mezzi privati: chi risponderà del tuo omicidio se la polizia lo definisce un incidente e ai tuoi genitori mancano i mezzi, la capacità o la volontà di prendere in mano il caso loro stessi? La giustizia che diventa un bene di lusso non è giustizia affatto.

Noi ora tendiamo a riconoscere il fatto che le donne affrontano un pesante fardello di incredulità e di sottovalutazione quando tentano di chiamare gli uomini ad assumersi la responsabilità delle loro azioni. Quello di cui non parliamo è l’altra faccia della medaglia: l’enorme discriminazione positiva che gli uomini godono, e ciò significa che lo stesso tipo può essere trovato, nella stessa città, dagli stessi agenti di polizia, accanto al cadavere di una seconda donna e dire che non è colpa sua, e vedere accettate le sue bugie.”

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Higui will be liberated by all of us together”, di Gabriela De Cicco per Awid, 19 giugno 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

higui

La 43enne Eva Analía de Jesús (in immagine, ndt.), chiamata Higui da familiari e amici, è una lesbica visibile che lavora abitualmente come giardiniera e pulitrice, e passa il suo tempo libero giocando a calcio, la sua grande passione.

Il 16 ottobre 2016 fu assalita da una gang di dieci uomini appena uscita dalla casa della propria famiglia a San Miguel, nella provincia di Buenos Aires, Argentina. Gridando: “Sei una lesbica, sei una puttana. Ti farò sentire come una donna. Ti impaleremo, lesbica.”, gli uomini l’hanno picchiata sino a farle perdere i sensi. Prima di svenire, difendendosi dal tentato stupro, Eva ha ferito uno dei suoi aggressori, a cui la ferita è stata fatale.

Higui ha subito un tentativo di “stupro correttivo” perché è lesbica, un tentato omicidio per la stessa ragione e ha esercitato il suo diritto all’autodifesa, come ha dichiarato la sua avvocata Raquel Hermida: i suoi aggressori sono tutti a piede libero, mentre lei ha passato 240 giorni in galera. Il 12 giugno è stata rilasciata in attesa di processo.

In Argentina c’è un femicidio ogni 18 ore, ma i colpevoli restano liberi e le indagini sono spesso portate avanti in modo inaccurato. Il governo nazionale desidera allo stesso tempo rimuovere e calpestare ogni cosa relativa ai diritti umani. Il sistema penale argentino è uno degli spazi segnati dal patriarcato e dalla supremazia maschile dove lesbiche, persone transessuali e donne devono lottare per vedere i loro diritti riconosciuti e rispettati. In tale sistema le dichiarazioni di una lesbica povera (come Higui, ndt.) non hanno alcun valore.

La sua voce e le esperienze che attraversa sono zittite e qualche volta cancellate del tutto, così da non essere udite. La storia di Higui si è diffusa perché, mentre era in prigione, ha incontrato la visitatrice di una seconda prigioniera, che ha portato la sua storia all’esterno: Higui era a stento conscia quando è stata portata alla centrale di polizia, era stata incarcerata senza che le si offrisse assistenza medica di alcun tipo, ed era stata accusata di omicidio.

Le fotografie del suo corpo martoriato, prese il giorno dopo l’aggressione, e la sua storia hanno cominciato a fare rapidamente il giro dei social media e le attiviste lesbiche hanno agito con immediatezza. Si è formato un Comitato Giustizia per Higui in cui sua madre e le sue sorelle hanno collaborato con le lesbiche e i movimenti per la giustizia sociale. Il Comitato e il Fronte per la libertà e l’assoluzione di Higui (creato da una maggioranza di organizzazioni femministe e lesbiche) hanno organizzato un’enorme protesta nazionale per chiedere il suo rilascio. Anche l’ultima dimostrazione di massa di #NiUnaMenos in Argentina ha sollevato il caso e lo ha diffuso all’estero.

Il grido è stato così forte, l’alleanza fra lesbiche e femministe così potente, che il 12 giugno 2017 Higui è stata fatta uscire di prigione. Il lavoro per la sua assoluzione è già cominciato, perché con l’accusa di omicidio rischia dagli 8 ai 25 anni di galera.

Questo è stato un trionfo del sapersi organizzare, dell’andare frontalmente contro l’eteropatriarcato, perché, come diciamo sempre quando ci incontriamo e manifestiamo: “Higui la libereremo noi tutte insieme.”

higui la liberiamo

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Esattamente un mese fa, il 7 maggio, in Messico un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella casa di Miriam Elizabeth Rodriguez Martinez (in immagine qui sotto) e l’ha uccisa.

miriam elizabeth

Miriam era molto nota come attivista dedita alla ricerca delle persone “scomparse” nello stato messicano di Tamaulipas. Aveva cominciato questo lavoro nel 2014, quando a “scomparire” era stata sua figlia: Miriam riuscì a ritrovarne i resti nella città di San Fernando.

A molti chilometri di distanza, sempre il 7 maggio, in Nicaragua la polizia ha arrestato Aydil del Carmen Urbina Noguer (in immagine dopo questo paragrafo) mentre era assieme alla figlia 16enne e l’ha pestata per bene. L’arresto e la successiva detenzione di oltre due giorni e mezzo erano illegali. Durante questo periodo di 64 ore le sono state negate le cure mediche di cui aveva bisogno dopo la battitura, l’accesso all’acqua e ai servizi sanitari e l’assistenza legale. Aydil è un’avvocata e un’attivista per i diritti umani.

aydil

I brani seguenti sono tratti da “Rethinking Activists’ Safety at a Time of Escalating Risk”, di Adelaide Mazwarira e Alexa Bradley per Jass, 31 maggio 2017:

“In tutto il mondo, le donne attiviste sono sempre più a rischio, minacciate, aggredite e persino uccise perché osano opporsi a potenti interessi, siano essi di stato o di istituzioni private come le compagnie economiche transnazionali o di cartelli della droga. Poiché queste donne stanno lavorando per proteggere diritti umani, giustizia economica, la loro terra, acqua, territori e la democrazia stessa molti le chiamano “difensore dei diritti umani” o semplicemente “difensore”. Per il loro coraggio e la loro capacità di guida queste donne devono fronteggiare attacchi nelle strade, criminalizzazione e stigmatizzazione nei tribunali e sui media, e a volte rigetto e abuso nelle loro stesse comunità e case per essere andate oltre le tradizionali norme di genere. (…)

Una varietà di tendenze e dinamiche di potere stanno convergendo in ciò che molti indicano come “lo spazio in via di restringimento per la società civile”. I governi stanno sempre di più usando la retorica della sicurezza nazionale e la minaccia del terrorismo per limitare la partecipazione dei cittadini e reprimere il dissenso. E una serie di “poteri ombra”, entità non statali incluse le corporazioni, i gruppi religiosi fondamentalisti, i narco-trafficanti, che una volta erano dietro le quinte, ora stanno avendo un’influenza crescente nei settori del potere formali in cui i governi prendono le decisioni e in cui si formano le leggi, e rivendicano i loro interessi senza ostacolo alcuno, anche quando detti interessi comportano l’uso della violenza. E dominano lo spazio pubblico e i media promuovendo narrazioni favorevoli ai loro interessi. Manipolando norme sociali, idee e credenze fra cui quelle relative a razza, classe, etnia e genere, costoro sono in grado di screditare il lavoro delle difensore (e dei movimenti sociali) etichettandole come “terroriste”, “ostacoli allo sviluppo”, “passatiste”, “distruttrici delle famiglie” per legittimare e di fatto normalizzare la violenza, la diseguaglianza e la repressione. Sebbene i contesti differiscano, la convergenza del capitalismo estrattivo (la corsa al controllo e allo sfruttamento delle risorse), del militarismo (guerra al terrore, guerra alle droghe) e dei fondamentalismi (forze conservatrici all’interno di religioni, culture e tradizioni) è diventata il fertile terreno su cui violenza e repressione aumentano.” Il documento continua attestando che ai consueti mezzi della repressione per le donne si aggiungono quelli correlati al genere – assalto sessuale e stupro.

Per cui: ogni volta in cui le donne promuovono iniziative politiche e sociali eccetera smettete per favore di chiedere “cosa c’entra il femminismo”, il femminismo è questo; ogni volta in cui una donna viene ammazzata per quello che è (femmina) e per quello che fa (attivismo) smettete per favore di fare i finti tonti e gli stronzi puri e semplici chiedendo “cos’è il femminicidio”, perché molte di queste donne muoiono per salvare anche i vostri culi. Maria G. Di Rienzo

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So che a molti (e ad alcune) la cosa sembrerà davvero incredibile e inutile, ma il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite si riunirà a Ginevra il 12 giugno prossimo per discutere di un argomento così classificato: “Donne d’Italia – violenza, stereotipi, diritti”.

Online c’è un documento in PowerPoint che funge da introduzione all’incontro. Dopo aver inquadrato storicamente per sommi tratti il ruolo ascritto alle donne italiane, citato i vari protocolli strafirmati da vari governi della nostra nazione (che poi però li hanno ripiegati a ventaglio e li hanno usati per farsi aria), ribadito che 1 – “In Europa le donne italiane hanno il più grosso carico di lavoro domestico. Le donne svedesi hanno il minore.”, 2 – “La percentuale di impiego femminile è ancora molto distante, in Italia, dalla media europea.” e 3 – “Gli uomini italiani sono quelli che dedicano meno tempo, fra gli uomini europei, al lavoro domestico e di cura.”, fornisce una lista di quelle che definisce “non scuse” per la violenza che però sono state fornite alle NU durante le ricerche come tali:

NON SONO SCUSE PER L’ALTO LIVELLO DI VIOLENZA CONTRO LE DONNE IN ITALIA

* Non le tradizioni familiari storiche o i ruoli di donne e uomini

* Non la BELLA FIGURA (in italiano e maiuscolo nel testo, ndt.) – Mantenere le faccende familiari private, inclusa la violenza

* Non il patriarcato come costrutto sociale

* Non l’usare la frequente dipendenza economica della donne come ragione per normalizzare la violenza diretta contro le donne

* Non la recessione e l’austerità

* Non il dire che la violenza in famiglia è più una questione dei poveri e dei meno istruiti

* Non i gravi danni subiti dall’Italia durante la II guerra mondiale (questa mi mancava, ndt.)

* Non le pressioni religiose sui valori tradizionali della famiglia e sulla maternità come scopo supremo

* Non l’usare la Storia dell’Arte in Italia come fissazione sulla bellezza

* Non l’accettare le rappresentazioni delle donne sui media come stereotipi sessualizzati

modelli tv italiana

(Et voilà! Quest’immagine sta nella presentazione con il titolo MODELLI PERVASIVI NELLA TELEVISIONE ITALIANA. Ok? Non mi sono svegliata male io stamattina, lo vedono anche all’estero. Sì, ce ne sono anche altre di immagini, ad esempio con la didascalia “Vogue eroticizza la violenza sulle donne”, ma mi disturbano in maggior grado di quella qui sopra e non le riporto.)

* Non le questioni della disoccupazione e della percezione del maschio come provveditore

* Non la resistenza al femminismo (ben sicura sarà la dura sorte di questo blog femminista e traditor… scusate, mi è sfuggita, ndt.)

* Non il fatto reale che quando l’Italia è passata all’euro i prezzi si sono alzati ma gli stipendi no

* Non il fatto che molti giovani adulti e coppie ancora vivono con i genitori

* Non l’attribuire la violenza contro le donne alla questione dell’immigrazione

* Non l’assenza di azione politica per creare e implementare leggi contro la violenza diretta alle donne

* Non il non fornire servizi sociali che diano sostegno all’eguaglianza delle donne, alla cura dei bambini e permettano alle donne di avere di più

Inoltre: Non serve invocare la pena di morte, c’è bisogno di più forza per contrastare i femicidi.

Maria G. Di Rienzo

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proteste università

Il 4 maggio scorso, il corpo senza vita della 22enne Lesby Berlin Osorio è ritrovato nei giardini del campus dell’Università Nazionale Autonoma del Messico. Le indagini non hanno portato risultati a tutt’oggi, ma gli investigatori – e di conseguenza i media – hanno offerto alla morbosità del pubblico una cascata di dettagli (e non si sa neppure quanto rispondenti a realtà) sulla sua vita personale. “Aveva consumato alcol e droghe con il suo ragazzo” “Il ragazzo ha deciso di andarsene ma lei l’ha seguito e ha dato inizio a un litigio” (secondo quanto lui dice, perciò dev’essere vero, giusto?), “Non studiava”, “Conviveva”, ecc. ecc. Il suggerimento neppure sotteso è questo: la giovane donna se l’è andata a cercare, ha provocato la violenza che l’ha uccisa. Niente di nuovo, è vero, ci siamo abituate. Ma non siamo obbligate ad accettarlo, sapete.

Le donne messicane, per esempio, hanno deciso che ne hanno abbastanza di questa manfrina ed è così che è apparso su Twitter l’hashtag #SiMeMatan (Se mi uccidono) a corredare migliaia di messaggi del genere, che anticipano le colpe di cui le donne saranno accusate una volta uccise.

– Se mi uccidono: convivo da 9 anni, ho avuto tre figli da due uomini diversi. Bevo un bel po’ di birra e sono sempre stata io a dirigere la mia vita.

– Se mi uccidono, diranno che ho avuto un aborto, che le mie figlie sono nate con il parto cesareo, che le lasciavo all’asilo tutto il giorno e che badavo solo a me stessa.

– Se mi uccidono, diranno che me la sono andata a cercare, cosa ci facevo là, guardate i suoi tatuaggi, le sue cicatrici, le piaceva fare una vita da gangster, non è nessuno – è solo una donna.

– Se mi uccidono sarà perché sono una femminista, perché uso i leggings, perché mi piace camminare da sola la sera tardi e perché ho amici maschi. Cosa potevo aspettarmi di buono.

– Se mi uccidono, mi diffameranno e faranno di me una criminale. Accadrà per qualcosa che ho fatto, o per qualcosa che non ho fatto: non ha nessuna importanza.

Eccetera, eccetera. Potete immaginare. Che la rabbia e la rivolta delle donne siano visibili è però altamente positivo e ha risvegliato la solidarietà di quegli uomini che, parimenti, non ne possono più:

– Se mi uccidono mentre sono alticcio e solo in un vicolo scuro non sarò biasimato per il mio omicidio, perché non sono una donna.

Maria G. Di Rienzo

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