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Posts Tagged ‘femminicidio’

(brano tratto da: “If You See a Woman Being Harassed and Do Nothing You Are Part of the Problem”, di Anjali Sarker – in immagine – per World Pulse, 11 aprile 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Anjali, che non ha ancora trent’anni, è Vice Direttrice di un laboratorio per l’innovazione sociale, l’inventrice di “Toilet+” – una soluzione sanitaria sostenibile per i poveri delle zone rurali, ha una laurea in amministrazione aziendale ottenuta nel suo paese, il Bangladesh, e una laurea in innovazione sociale presa all’Università di Lund in Svezia. La sua passione per i diritti delle donne e per l’impresa sociale e sostenibile, racconta Anjali, ha avuto una spinta decisiva quando compì sette anni; quel giorno, i suoi genitori le portarono a casa quel che lei descrive come “il più bel regalo possibile”, una sorellina appena nata che lei vide e festeggiò come un “piccolo angelo”. Presente c’era anche un suo zio, che presentò le sue condoglianze al padre di Anjali per quella “maledizione”: un’altra femmina invece di un prezioso maschio.)

Anjali

Qualche anno fa, un mio amico maschio mi schiaffeggiò e mi strattonò tenendomi per i vestiti in una strada affollata di Dhaka, mentre stavamo discutendo. Era un comune ragazzo della mia età e frequentavamo la stessa università. Ma poiché lui era un maschio, ha osato abusare fisicamente di me in piena luce del giorno e di fronte a una folla.

Prima di farlo mi aveva sottratto il cellulare, per assicurarsi che io non potessi chiamare la mia famiglia. Ero paralizzata dalla paura. I miei sensi smisero di funzionare. Con la coda dell’occhio vidi un gruppo di guardie giurate che stavano a qualche metro di distanza, a guardare la scena. Nessuno si scomodò per interromperla e dire “Che diavolo sta succedendo qui?”.

Ora, ogni volta in cui noto un uomo adulto camminare verso di me, la mia mente entra in uno speciale modulo d’allerta. Comincio a valutare la sua espressione, struttura fisica, età, movimento e velocità di camminata per determinare cosa fare se mi verrà troppo vicino. Il mio cervello ha messo in moto questo algoritmo così tante volte che mi basta una frazione di secondo per avere un risultato e agire: a volte attraverso la strada, altre volte comincio a correre. So che nessuno interverrà per aiutarmi.

Non sono un caso isolato. In quel di Nuova Delhi, il 40% delle donne sono state molestate in spazi pubblici come autobus o parchi durante lo scorso anno. Circa due terzi delle donne in Gran Bretagna attestato di essere state vittime di attenzione sessuale indesiderata in pubblico. La cifra è ancora più alta per le donne israeliane. Quel che è peggio, ci sono spesso testimoni agli abusi ma sono troppo scioccati, spaventati o indifferenti per intervenire.

Il 20 marzo 2016, una 19enne è stata brutalmente stuprata e uccisa a Comilla, una piccola città del Bangladesh. Dieci giorni prima, una donna aveva subìto uno stupro di gruppo su un autobus in India, e il suo figlioletto di 14 giorni era stato ucciso dagli stupratori davanti agli occhi dell’altra sua bimba di tre anni. In tutto il mondo, moltissime donne si chiedono ogni giorno se saranno in grado di tornare a casa sane e salve. Sembra che per donne e bambine la sicurezza non sia un diritto, ma un privilegio. (…)

Spesso le persone non sanno cosa fare quando sono testimoni delle molestie o temono per la propria sicurezza. Ma ci sono modi per ridurre i rischi. Grazie a internet, idee creative che motivano i testimoni a farsi avanti distano solo un click. Distrazione e interventi indiretti, come il chiedere informazioni o che ore sono, parlare ad alta voce al telefonino, o semplicemente schiarirsi la gola per fare rumore, sono modi facili per stare al fianco della vittima. Gruppi di donne come Polli Shomaj in Bangladesh e le Gulabi Gangs in India hanno mostrato con successo che i passanti possono davvero fare la differenza. Ogni volta in cui uno uomo comincia a indirizzare messaggi lascivi a una donna e gli altri girano le teste, a lui arriva un incoraggiamento: “Goditela. Nessuno ti fermerà.” A questo punto può sentirsi più baldanzoso e fare un passo oltre: lo sguardo osceno può diventare il fischio, il fischio la palpata, la palpata il tentativo di stupro.

Quando un assalto ha come risultato l’omicidio e diventa una notizia sensazionale sui media, la gente prova shock e compassione per la vittima. Ma questa stessa gente dimentica che il perpetratore non è diventato uno stupratore nel giro di una notte. Quando aveva 10 anni e ha cominciato a fischiare alle ragazze che passavano per strada, forse nessuno gli ha detto che quel comportamento era sbagliato. E oggi qualcuna ne paga il prezzo.

Donne, uomini, vittime, perpetratori, testimoni – siamo tutti parte del discorso e abbiamo un ruolo da giocare in esso. Tuttavia, spesso la discussione si concentra solamente sulle liste di cose da fare / non fare per le donne e getta su di loro il fardello della colpa. Se noi siamo nella posizione di poter agire e non agiamo, il sangue macchia anche le nostre mani.

Perciò, invece di puntare il dito contro le donne, per favore, potremmo porci questa semplice domanda? “La prossima volta in cui vedrò qualcuno subire molestie, cosa intendo fare?”.

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Ieri 10 aprile, sullo stesso quotidiano, ho letto queste tre notizie di cronaca:

“Scafati – Salerno: Abusi su una studentessa. L’aggressore ha solo 16 anni.”

“Lodi: Prostituta massacrata in casa. Confessa un 42enne: L’ho uccisa per venti euro.

“Mestre – Venezia: Tenta di strangolare la compagna, lei fugge e chiama il 113: arrestato.”

Il primo episodio di violenza di genere è accaduto per strada, alle 10.30 del mattino: una giovane donna italiana è stata circondata da un gruppo di ragazzi – l’articolo dà letteralmente i numeri: prima 5, poi 3, per cui non so quanti fossero – e mentre gli altri fungevano da spettatori, il 16enne le ha messo le mani dappertutto. La giovane ha urlato, scalciato, tirato pugni mentre il tipo continuava a “palpare le sue parti intime con insistenza”: pare che nessuno (passanti, gestori degli esercizi commerciali aperti, ecc.) si sia accorto di niente. Quando la 23enne è riuscita a spingere l’aggressore lontano da sé, quest’ultimo l’ha salutata con “Sei solo una puttana”. Il criminale in erba e i suoi amichetti sono di origine rumena.

Nel secondo episodio, la vittima è una donna colombiana di 65 anni. Anche lei era “solo una puttana” (lo siamo tutte, che qualcuno ci compri o no: sta scritto nel sacro scroto che gli uomini si portano appresso). Chi l’ha uccisa ha spiegato di aver agito durante “un raptus d’ira” perché “gli era stato negato uno sconto su una prestazione da venti euro”. E’ un uomo italiano.

Nel terzo caso i protagonisti sono un uomo di 51 anni e una donna più giovane: lui ha tentato di strangolarla con un cavo elettrico “durante una lite”, lei è riuscita a divincolarsi e a chiamare aiuto. Mi gioco quel che volete che nel processo si è anche sentita ricordare che è una puttana. I due sono entrambi italiani.

Niente di nuovo, giusto? Quel che non riesco a capire è questo: sotto al primo articolo c’era una valanga di commenti, irosi e sdegnati – e nemmeno una parola di solidarietà o conforto per la vittima. C’erano “la boldrini” (così, minuscolo) e le “sue risorse”, le colpe di “Renzie”, vari inviti al ritorno di pene medievali, lamentele sulla magistratura italiana e accuse al giornale: “non avete messo nel titolo che è rumeno”.

Sotto agli altri due non c’era NULLA. Secondo voi, quanto importa ai lettori-commentatori che una donna sia stata aggredita, una sia morta e una sia scampata per un soffio alla medesima sorte? Esatto, NULLA. Sanno benissimo cosa siamo noi donne.

Maria G. Di Rienzo

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Nell’aria ci deve essere qualche droga strana… se no non si spiegano tutti questi omicidi…

Così ci mette in guardia il commento sotto un articolo che riporta l’ultimo femicidio – in ordine di tempo – in Italia, quello di Janira D’Amato, 21 anni, uccisa dal fidanzato ventenne Alessio Alamia Burastero il 7 aprile. Almeno quindici coltellate, spiega il medico legale, “così violente che il coltello si è spezzato alla base del manico”. E poiché anche i giornalisti respirano, la droga strana nell’aria non manca di far effetto su di loro: si è trattato di “coltellate per soffocare un amore”, sferrate “nel corso di una lite per motivi sentimentali”; l’assassino “era geloso” e “non riusciva a dormire al pensiero che la ragazza si sarebbe imbarcata per lavoro il primo giugno”; inoltre “era depresso, perché per lui quella ragazza rappresentava la sua vita” e “non riusciva ad accettare che lei lo avesse lasciato”.

Il 53enne Salvatore Pirronello pochi giorni prima, in quel di Caltagirone, aveva il problema opposto: “la donna non voleva interrompere la relazione” come lui desiderava. Perciò l’ha accoltellata mentre lei dormiva. Sul corpo di costei “non ci solo le ferite dei fendenti, ma anche escoriazioni sugli arti superiori, segni evidenti di una forte colluttazione”. Due delle quattro coltellate che hanno raggiunto la donna all’addome non hanno leso organi vitali, dice il medico legale che ha eseguito l’autopsia, perciò “la sua morte è stata ancora più lenta e avvenuta per dissanguamento.” Patrizia Formica, 47enne, è spirata dietro la porta che era riuscita a chiudere in faccia al suo assassino.

Il 3 marzo muore di coltello coniugale davanti ai propri figli, a Iglesias, Federica Madau di 32 anni. “Il dramma è avvenuto al culmine di una lite domestica”, spiegano sempre i giornalisti intossicati dalla strana droga diffusa nell’atmosfera: il 46enne Gianni Murru ha accoltellato ripetutamente la moglie e le ha sferrato il colpo fatale alla gola perché “era geloso”. Non andrò a ritroso a riportarvi tutti i femicidi del 2017, ma posso assicurarvi che la cornice della narrazione è identica e il suo fulcro è questo: è impossibile, per un uomo, accettare che la donna con cui ha o ha avuto una relazione prenda decisioni autonome o dissenta da quelle che lui prende; quindi, l’uomo in questione viene preso da raptus, travolto dalla depressione, consumato dalla gelosia e uccide.

L’aere inquinato non gli permette di vedere il bersaglio del suo coltello come un essere umano. Erode ogni limite al rispetto della vita e della dignità altrui. Ottunde le capacità cognitive maschili al punto da impedire di distinguere una donna da una bambola gonfiabile, e una donna dall’altra. Solo che non è una droga aliena diffusa nel vento recentemente. E’ una droga che si chiama patriarcato – opera negli assetti sociali, politici, economici, religiosi da millenni – e assicura agli uomini che in virtù della loro “superiorità” sono legittimati a esercitare dominio e controllo sulle vite dell’altra metà dell’umanità. E’ stato questo, e non le scie chimiche, a far urlare in piazza di recente al figlio di un famoso cantautore e cantautore lui stesso: “Siete tutte uguali, io vi odio tutte, voi donne dovete sparire.” Stava aggredendo, il signore 54enne, una giovane di 21 anni che non è sua figlia o sua nipote come il divario di età suggerirebbe, ma la sua “fidanzata” e ovviamente modella, perché per meno una celebrità non ci si mette.

Mister cantautore non è assolutamente solo nei convincimenti che esprime. Ci sono milioni di uomini che la pensano come lui, celebri o no, ricchi e poveri, di qualsiasi fede religiosa o politica. Sono quelli che dicono di amarvi al punto da non poter vivere senza di voi. Perciò, voi non potete vivere se loro decidono altrimenti. Maria G. Di Rienzo

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(Intervista alla regista brasiliana Livia Perez – in immagine – tratta da: “What Role Did Brazilian Mainstream Media Play in the Murder of a Teenage Girl? This Filmmaker Wants to Know.”, di Fernanda Canofre per Global Voices, 30 marzo 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

livia perez

Ndt: Il pluripremiato documentario di cui si parla, “Quem Matou Eloá?” – “Chi ha ucciso Eloá?”, è uscito nel 2016 e sta facendo, meritatamente e giustamente, il giro del mondo nei festival e nelle rassegne: è stato acclamato in Francia, Uruguay, Messico, proiettato nelle scuole in Corea del Sud e nelle prigioni brasiliane. Tratta del rapimento e della morte di una ragazza 15enne, la Eloá del titolo, per mano del suo ex fidanzato 22enne. La cosa accadde nell’ottobre del 2008 e per un’intera settimana occupò i media brasiliani. Potete vedere il documentario, che dura poco più di 24 minuti, con sottotitoli in inglese, qui: http://portacurtas.org.br/filme/?name=quem_matou_eloa

E’ scioccante notare la simpatia per il rapitore che sprizza da tutti i servizi televisivi (“un bravo ragazzo senza precedenti penali che sta soffrendo una crisi amorosa”) ma la cosa più folle e atroce, per me, è stato vedere il momento in cui la polizia ha rimandato Nayara, l’amica minorenne della ragazza che era stata sequestrata con lei e poi rilasciata, nell’appartamento a negoziare con il perpetratore: era la casa di Eloá, in cui le amiche stavano studiando insieme quando Lindemberg Alves fece irruzione armato di pistola (“Ho un sacco di proiettili e sono intenzionato a usarli”), quella stessa pistola con cui avrebbe sparato alla sua ex ragazza in testa e ai genitali.

Global Voices (GV): Cosa ti ha portato ad occuparti della storia di Eloá?

Livia Perez (LP): Il tipo di crimine di cui Eloá è stata vittima è quello che investe migliaia di donne brasiliane. La sua storia è la storia di moltissime brasiliane. Il Brasile è il quinto paese al mondo per numero di donne assassinate e, nonostante questo, la stampa non fa la minima luce sulla violenza contro le donne quanto riporta questo tipo di crimine. La mia motivazione principale è stata questa: far riconoscere il crimine commesso contro Eloá come femicidio.

GV: Qual è stata la parte più dura da maneggiare mentre lavoravi alla storia?

LP: La sfida più grande è stata non riprodurre i vizi del giornalismo tradizionale nell’estetica del film o meglio, il riflettere su come come raccontare questo crimine usando immagini diffuse dai media del mainstream e nel contempo criticarle o proporre altre prospettive.

Quem Matou Eloá

(Questa è l’immagine di Eloá che piange alla finestra, con il suo sequestratore alle spalle. L’immagine era disponibile anche con il suo viso non sfumato, ma ho scelto di non usarla perché sono d’accordo con Livia Perez.)

GV: Nel tuo film non ci sono interviste con l’amica di Eloá che è sopravvissuta al sequestro, ne’ con i parenti e neppure con l’investigatore responsabile del caso – cose che i documentari sui crimini normalmente fanno. Cosa ti ha fatto scegliere l’angolatura che usi?

LP: E’ proprio perché il film tratta questo caso specifico come base. Devi guardare allo scenario in senso relazionale, non individuale. Non ero interessata a usare la stessa narrativa dei media, a rendere sensazionalistico un crimine ritraendolo come isolato e unico. La scelta di una narrativa concentrata sull’attitudine dei media mi ha permesso di mettere in discussione le posizioni di polizia e società sui femicidi.

GV: La storia dell’omicidio di Eloá è stata trasmessa in diretta televisiva e il modo in cui i diversi canali hanno tentato di minimizzare la situazione dell’ostaggio appare quantomeno surreale. Ma c’è una parte di questo che vorresti far emergere dal resto?

LP: E’ mia opinione che siano state commesse molte irregolarità, a cominciare dalla diffusione delle notizie sul rapimento le quali, mano a mano che i giorni passavano, hanno fatto sentire il sequestratore più potente. Fra le assurdità, incluso il giornalista che si fa passare per un “amico di famiglia” e l’avvocato che spera “tutto si risolverà bene e con un matrimonio” fra vittima e perpetratore, penso la cosa più problematica sia stata il fatto che i media erano in grado di parlare al telefono con il rapitore, perché sono finiti a mediare una situazione rischiosa di cui non erano esperti. Almeno tre organi di stampa sono riusciti a intervistare il rapitore mentre la crisi dell’ostaggio era ancora in corso, usando la stessa linea telefonica che la polizia usava per le negoziazioni. E’ stata anche nociva la costruzione di una narrativa romantica per il crimine e l’eccessiva enfasi sulla personalità del criminale, cose che i media fanno per attrarre e mantenere l’attenzione del pubblico.

GV: Un recente sondaggio ha attestato che per il 57% della popolazione brasiliana è d’accordo con l’idea che “un bandito buono è un bandito morto”. Tuttavia, nei casi di femicidio, molte persone simpatizzano con l’assassino anziché con la vittima. Perché secondo te?

LP: Sono completamente contraria al discorso “un bandito buono è un bandito morto” e ripudio il ricorso ai vigilantes o il populismo penale. Quel che accade a questi crimini è che sono riportati in modo sessista: cioè, i perpetratori dei femicidi sono ritratti come persone da compatire e le vere vittime sono accusate, biasimate e ignorate. Ciò crea questa assai pericolosa inversione di valori e quel che è peggio essa viene promossa da compagnie e gruppi che usufruiscono di concessioni pubbliche, come nel caso dei canali televisivi. E’ accaduto per il rapimento e l’omicidio di Eloá, per il rapimento e l’omicidio di Eliza Samudio, durante il reportage sullo stupro di gruppo di un’adolescente in una favela di Rio de Janeiro…

GV: Dal 2015, “femicidio” è un termine legale nel codice penale brasiliano. Perciò, è un crimine definito nella nostra legislazione, ma continuiamo a essere il quinto paese al mondo per omicidi di donne. Cos’è che non funziona?

LP: Penso ci manchi uno sforzo collettivo per contrastare quest’alto tasso di femicidi. Per come la vedo io, l’inizio potrebbe essere una riforma dei massa media o l’effettiva implementazione dell’art. 8, comma III, della legge “Maria da Penha” (1), che indica le responsabilità dei mass media nello sradicare e prevenire la violenza domestica e familiare.

GV: L’America Latina – una delle regioni con le più alte percentuali di femicidio del pianeta – si è sollevata l’anno scorso in proteste contro la violenza di genere, con campagne come #NiUnaMenos. Come vedi tale sviluppo?

LP: Queste sollevazioni sono fondamentali e danno speranza, in un’America Latina che è ancora assai sessista. Ora, io penso che dobbiamo integrare il femminismo nel dibattito politico e che abbiamo ancora una lunga battaglia da fare per conquistare rappresentanza.

(1) https://lunanuvola.wordpress.com/2012/09/10/una-societa-piu-umana/

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miraflores

Sul cartello al centro dell’immagine sta scritto:

“In questo cantiere non fischiamo alle donne e siamo contrari alle molestie sessuali in strada.”

La fotografia è stata scattata a fine febbraio u.s. in quel di Miraflores, un quartiere di Lima in Perù che generalmente ospita la classe media e in cui i cantieri sono numerosi.

Gabriela García Calderón, per Global Voices, ha parlato con l’addetto alla sicurezza del posto Juan Enrique Huamaní che le ha detto:

“Qui al cantiere ci istruiscono su come comportarci. Ciò ci rende consci che tutti abbiamo madri, figlie, sorelle e che nessuno sarebbe felice di sapere che costoro devono sopportare oscenità per il solo fatto di camminare per strada. Questo è il modo in cui vogliamo suscitare la consapevolezza altrui e far sapere a tutti come ci sentiamo e come agiamo.”

L’immagine del cartello è stata pubblicata per la prima volta sulla pagina FB di Ni Una Menos – Perù, suscitando un responso grandemente positivo.

“Questo raggio di luce – commenta infatti Gabriela nel suo articolo del 6 marzo scorso – arriva nel mezzo di un momento difficile per i diritti delle donne in Perù. Uno degli ultimi casi di violenza di genere che ha fatto scalpore si è dato il 27 febbraio 2017, quando un’avvocata 27enne madre di due bambini, Evelyn Corahua Fabian, è stata strangolata a morte nella propria casa dall’ex compagno. Un mese prima lo aveva denunciato perché aveva già tentato di strangolarla, ma le autorità avevano respinto le sue rimostranze. Tristemente, i femicidi sono aumentati del 13% nel 2016 rispetto al 2015, quando 95 donne sono state uccise e 198 hanno riportato ferite.”

Maria G. Di Rienzo

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(“Sustaining the Sisterhood After the March” di SanPatagonia, pseudonimo di una giovane argentina studente universitaria e attivista femminista: “una cercatrice, una pellegrina, un’anima… una donna”. 30 gennaio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il 21 gennaio mi sono unita in spirito alla Marcia globale delle Donne dalla Patagonia, in Argentina. Tramite Twitter, ho marciato virtualmente in solidarietà con le marce fisiche che si tenevano in tutto il mondo.

Eravamo tutte unite sotto lo stesso cielo con la stessa convinzione che siamo eguali e meritiamo parità e rispetto. Non c’era paura nei nostri passi. Non c’era violenza nelle nostre azioni. Ho testimoniato forza, coraggio e migliaia di voci pronte ad alzarsi.

In quel giorno ci siamo sollevate come una sola persona. Ma c’è un vecchio proverbio che dice: “Dio è nei dettagli”. (Ndt.: io lo conoscevo come “Il diavolo è nei dettagli”)

Io sono un’attivista per l’eguaglianza da quando ho memoria e ogni vittoria che ho celebrato è stata breve e dolceamara – un piccolo passo che può sempre essere riportato indietro.

Sei giorni dopo la marcia ho saputo che una donna di 28 anni della mia città era morta. Suo marito l’ha picchiata a morte. La brutalità della nostra società e il profondo disprezzo per la vita di una donna restano intatti. Proprio l’anno scorso, avevamo marciato per un’altra donna assassinata dal marito.

Mi sorge la stessa domanda, allora e adesso: marciamo e siamo milioni – e poi? Come possiamo educare al cambiamento reale se non abbiamo la volontà di contribuire al cambiamento fra di noi su base giornaliera?

Per due anni di fila, il movimento NiUnaMenos si è sollevato nel mio paese come un urlo imponente per fermare il femicidio e la violenza di genere. L’anno scorso, la marcia nazionale di Ni Una Menos si tenne nello stesso giorno dedicato alla previdenza del cancro e le donne che vestivano di nero furono criticate perché in quel modo mandavano un messaggio negativo nel giorno dedicato al cancro.

Quanto perdute siamo in questi trucchi cosmetici per predarci l’un l’altra in tal modo? Come donne, spesso contribuiamo ai nostri passi indietro. Le critiche più dure, i più profondi e significativi silenzi e le più aspre opinioni tendono ad arrivarci dalle nostre sorelle nella lotta.

Troviamo oltraggiose le uscite dei politici, ma votiamo per loro – quando andiamo a votare del tutto. Condanniamo i picchiatori ma pure siamo disposte a chiamarci fuori se li conosciamo o se fanno parte delle nostre famiglie. Votiamo persino per i picchiatori, di tanto in tanto, anche se le accuse contro di loro sono pubbliche.

Lasciamo sapere ai ragazzi che possono fare qualsiasi cosa e alle ragazze che devono stare attente perché non sono ragazzi.

Usiamo i nostri social network per giudicare le donne che non si sposano o non hanno bambini.

Quando una donna si veste come le pare, senza badare all’età o al tipo di corpo, la chiamiamo pazza; quando una donna osa essere ambiziosa o compie un subitaneo cambiamento nella sua vita o nella sua carriera, la chiamiamo deviata.

Mentre scrivo, sono passati 9 giorni dalla Marcia delle Donne. Tre reporter della CNN spagnola se la stanno prendendo con Ariel Winter (Ndt.: attrice statunitense) per la scelta dell’abito che indossa alla serata dei SAG Awards (Ndt: SAG sta per Screen Actors Guild – Gilda attori dello schermo, conferisce premi per le migliori interpretazioni dei membri dell’associazione).

Posso sentire una donna che dice, sdegnata: “Non si adatta al suo corpo.”

Perché facciamo questo? Il segmento proposto dovrebbe essere divertente e spassoso, ma tutto quel che io vedo è una giovane donna che lavora come attrice e indossa una veste lunga verde. Tutto ciò le appartiene, è suo. Però i suoi detrattori agiscono come se lei appartenesse a loro, il suo corpo, le sue scelte, la sua immagine pubblica. La rete televisiva legittima l’abuso.

Non sento alcuna voce protestare dal pubblico.

Queste cose non accadono a causa di nessun nuovo presidente. Dobbiamo saper essere responsabili.

Il cambiamento non è garantito. Quando marciamo, compiamo i primi passi nella nostra lotta per l’equità. Ma dobbiamo continuare a fare passi in avanti. Dobbiamo sfidare noi stesse a compiere piccole azioni ogni giorno e a rendere la nostra visione realtà.

sciopero-internazionale-8-marzo-2017

P.S. della traduttrice: Ni Una Menos ha chiamato allo sciopero internazionale delle donne per l’8 marzo. A tutt’oggi, oltre che ovviamente dall’Argentina, hanno risposto positivamente coalizioni femministe da: Australia, Bolivia, Brasile, Cile, Corea del Sud, Costa Rica, Cecoslovacchia, Ecuador, Francia, Germania, Gran Bretagna, Guatemala, Honduras, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Messico, Nicaragua, Perù, Polonia, Russia, Salvador, Scozia, Stati Uniti, Svezia, Togo, Turchia e Uruguay. Ne riparleremo.

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La paura, nelle situazioni di abuso domestico, è peculiare – cioè ha caratteristiche proprie e specifiche e non è un semplice sottoprodotto della violenza. Il controllo emotivo e psicologico che risulta dalla paura, definito dalle ricerche in merito terrorismo quotidiano, nutre il modo in cui l’abuso continua a “funzionare”:

1) Subire abusi in ambiente domestico, da un partner intimo, dà forma alla natura della paura immediata durante gli incidenti violenti. Questa paura diventa cronica con il tempo, opera un trauma profondo e ha effetti negativi sulla salute e il benessere in generale. Chi abusa adotta una serie di tattiche e comportamenti per mantenerla costante;

2) L’isolamento – ma forse sarebbe più corretto definirlo “intrappolamento” – sociale e fisico che sovente accompagna gli abusi rinforza la paura e rende il cercare aiuto più difficoltoso. Le vittime sperimentano un’enorme umiliazione legata anche alla sensazione di essere impotenti;

3) La paura è la principale ragione-chiave per il silenzio e il non abbandono dell’abusante e dell’ambiente domestico;

4) Tenere una persona uno in stato di paura cronica non richiede di usare violenza fisica continuamente e persino del tutto;

5) Usare questa paura e “giocarci” sono azioni comuni per coloro che abusano e sono rese possibile dalla loro conoscenza intima della persona di cui stanno abusando;

6) I violenti raccontano storie “verosimili” e “razionali” sugli abusi che perpetuano, recitano il ruolo della vittima, e spessissimo gettano il biasimo per le loro azioni sulle persone di cui stanno abusando: come risultato, molte di queste ultime fanno esperienza di una sorta di “bispensiero” in cui stentano a riconoscere come violazioni dei loro diritti ciò che loro accade;

7) I ruoli di genere all’interno delle relazioni intime (in altre parole, a chi è demandato il lavoro domestico, di cura, emozionale) rendono più facile l’abuso per i perpetratori e più difficile la fuga alle loro vittime. La violenza non accade in un vuoto sociale, ma in una società che ha ancora forti aspettative sui comportamenti e i ruoli che uomini e donne devono tenere nelle loro relazioni: questo scenario indebolisce la reazione di chi subisce abusi e rende più agevole per chi abusa continuare a farlo senza essere contrastato;

8) Altre diseguaglianze sociali, in special modo quelle che riguardano l’orientamento sessuale, il reddito, la classe sociale, l’appartenenza etnica, la disabilità, esasperano gli effetti della violenza domestica e la paura a essi collegata;

9) Nemmeno la paura si crea in un vuoto sociale. I nostri sentimenti sono influenzati da quelli di chi abbiamo intorno e dalle nostre supposizioni su come costoro si sentono. Nel caso della violenza domestica, sulla paura ha influenza come la società vede e giudica questa stessa violenza (prescrizioni morali e religiose ad esempio), hanno influenza familiari e amici, personale medico e dei servizi sociali, personale delle forze dell’ordine, giudici e avvocati, eccetera.

Cosa succede con tutte queste classi di individui nominate al punto 9)? Che troppi di essi non hanno formazione specifica sulla violenza, ne’ in generale ne’ su quella domestica e di genere, perciò rispondono alle vittime basandosi sui propri pregiudizi sociali, umiliandole di nuovo e creando in loro la sensazione di essere RESPONSABILI di ciò che subiscono, completamente SOLE e persino PAZZE.

Dopo una vita vissuta nell’abuso domestico inflittole dal marito e una prima coltellata ricevuta da costui nel 1995, Rosanna Belvisi è stata massacrata definitivamente il 15 gennaio: questa volta, le coltellate coniugali erano 23.

I giornali riportano che, “per il Questore di Milano Antonio De Iesu, questo caso «è emblematico di un quadro famigliare malato, con rapporti violenti che non vengono alla luce». È la storia di una donna che è stata lasciata sola, senza aiuti per uscire da una vita di terrore. «La normativa in materia adesso c’è – ha ricordato De Iesu – le vittime di stalking devono ricorrere ai centri antiviolenza e avvisare le questure, che hanno il potere di “ammonire” gli uomini violenti». Eppure poche lo fanno. (rileggete i 9 punti precedenti e non sarà difficile capire perché, ma come vedremo c’è dell’altro, nda.) «Il sistema funziona. – dice sempre il Questore – Ma a Milano riceviamo centinaia di chiamate per violenze nei confronti di donne che invece non denunciano fino a quando è troppo tardi». Per questo, «la cosa più importante è sensibilizzare le donne: devono chiedere aiuto».”

Ma quando lo fanno, che tipo di aiuto ricevono dalle istituzioni che ora “hanno la normativa” in base a cui agire? E’ proprio sicuro che il sistema funzioni? Mi segua, signor De Iesu: siamo nella Questura della mia città, è il 5 novembre scorso, e io sto presentando un esposto per “stalking condominiale”. E’ violenza generalizzata, non di genere o domestica, ma sempre violenza è (l’art. 612 del Codice Penale può essere applicato a tutte quelle situazioni capaci di “creare inquietudine a chi le subisce” e io ho sviluppato in 6 mesi di tortura uno “stato d’ansia reattivo con conseguenti episodi di tachicardia e dispnea ansiogena tali da ricorrere all’uso di terapia farmacologica”). Il mio scritto espone i fatti dettagliatamente, ho testimoni e vi sono altre vittime. Il funzionario, una volta finito di registrarlo, alza la testa e dice: “Tanto dirà che lei è pazza e si è inventata tutto.” La funzionaria n. 2 mi chiama al telefono il 13 gennaio, giorno in cui la persona che tramite l’esposto chiamo ad assumersi le sue responsabilità si degna di presentarsi al colloquio: il signore le ha detto che lui non fa nulla, e quindi nulla è accaduto. Ha fatto la vittima, si è detto davvero dispiaciuto, eccetera eccetera. Sottilmente, la funzionaria suggerisce che forse mi sono sbagliata. Allibita, poiché ci sono altri sei adulti in tre appartamenti differenti che “si sbagliano”, riassumo il caso e le faccio notare le contraddizioni in cui il tipo continua a cadere. Risposta piccata: “Può presentare querela, se vuole, ma tanto non otterrà nulla lo stesso.”

Non so cosa la funzionaria pensi io voglia “ottenere”, ma in realtà è molto semplice: non sono compensazioni e risarcimenti e neppure scuse – voglio che si smetta di farmi del male.

E vede, signor Questore, quest’uomo è per me un estraneo. Si immagini cosa vuol dire emergere dal “terrorismo quotidiano” che ho esposto sopra e andare a denunciare un marito, un compagno, il padre dei tuoi figli, il quale dirà similmente “si è inventata tutto”, “esagera”, “è ipersensibile” “ha frainteso”, “è eccessivamente emotiva”, “è esaurita” (a forza di vessazioni non è difficile raggiungere questo stato)… immediatamente creduto e legittimato. E nel terrorismo quotidiano si ripiomba. Il tuo timore più grande si avvera: anche se parli, le tue parole non hanno valore. Non è successo niente. Lo ha detto un uomo, perciò dev’essere andata così. Perché si sa, non è vero, che le donne mentono, le donne non sono in grado di distinguere bene una carezza da un cazzotto, le donne sono perfide, le donne non sono affidabili. Come possono le parole di una donna essere vere e quelle di un uomo false qualora due versioni siano in conflitto?

Perciò, la “cosa più importante” non è “sensibilizzare le donne”: il clima culturale che le opprime dev’essere sfidato, chi deve essere reso più consapevole e più capace è l’apparato istituzionale e i consigli per un diverso comportamento, se vogliamo che la musica cambi, devono essere dati AI PERPETRATORI, NON ALLE VITTIME.

Sensibilizziamo gli uomini, signor Questore.

Maria G. Di Rienzo

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