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Posts Tagged ‘femminicidio’

(“Sustaining the Sisterhood After the March” di SanPatagonia, pseudonimo di una giovane argentina studente universitaria e attivista femminista: “una cercatrice, una pellegrina, un’anima… una donna”. 30 gennaio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il 21 gennaio mi sono unita in spirito alla Marcia globale delle Donne dalla Patagonia, in Argentina. Tramite Twitter, ho marciato virtualmente in solidarietà con le marce fisiche che si tenevano in tutto il mondo.

Eravamo tutte unite sotto lo stesso cielo con la stessa convinzione che siamo eguali e meritiamo parità e rispetto. Non c’era paura nei nostri passi. Non c’era violenza nelle nostre azioni. Ho testimoniato forza, coraggio e migliaia di voci pronte ad alzarsi.

In quel giorno ci siamo sollevate come una sola persona. Ma c’è un vecchio proverbio che dice: “Dio è nei dettagli”. (Ndt.: io lo conoscevo come “Il diavolo è nei dettagli”)

Io sono un’attivista per l’eguaglianza da quando ho memoria e ogni vittoria che ho celebrato è stata breve e dolceamara – un piccolo passo che può sempre essere riportato indietro.

Sei giorni dopo la marcia ho saputo che una donna di 28 anni della mia città era morta. Suo marito l’ha picchiata a morte. La brutalità della nostra società e il profondo disprezzo per la vita di una donna restano intatti. Proprio l’anno scorso, avevamo marciato per un’altra donna assassinata dal marito.

Mi sorge la stessa domanda, allora e adesso: marciamo e siamo milioni – e poi? Come possiamo educare al cambiamento reale se non abbiamo la volontà di contribuire al cambiamento fra di noi su base giornaliera?

Per due anni di fila, il movimento NiUnaMenos si è sollevato nel mio paese come un urlo imponente per fermare il femicidio e la violenza di genere. L’anno scorso, la marcia nazionale di Ni Una Menos si tenne nello stesso giorno dedicato alla previdenza del cancro e le donne che vestivano di nero furono criticate perché in quel modo mandavano un messaggio negativo nel giorno dedicato al cancro.

Quanto perdute siamo in questi trucchi cosmetici per predarci l’un l’altra in tal modo? Come donne, spesso contribuiamo ai nostri passi indietro. Le critiche più dure, i più profondi e significativi silenzi e le più aspre opinioni tendono ad arrivarci dalle nostre sorelle nella lotta.

Troviamo oltraggiose le uscite dei politici, ma votiamo per loro – quando andiamo a votare del tutto. Condanniamo i picchiatori ma pure siamo disposte a chiamarci fuori se li conosciamo o se fanno parte delle nostre famiglie. Votiamo persino per i picchiatori, di tanto in tanto, anche se le accuse contro di loro sono pubbliche.

Lasciamo sapere ai ragazzi che possono fare qualsiasi cosa e alle ragazze che devono stare attente perché non sono ragazzi.

Usiamo i nostri social network per giudicare le donne che non si sposano o non hanno bambini.

Quando una donna si veste come le pare, senza badare all’età o al tipo di corpo, la chiamiamo pazza; quando una donna osa essere ambiziosa o compie un subitaneo cambiamento nella sua vita o nella sua carriera, la chiamiamo deviata.

Mentre scrivo, sono passati 9 giorni dalla Marcia delle Donne. Tre reporter della CNN spagnola se la stanno prendendo con Ariel Winter (Ndt.: attrice statunitense) per la scelta dell’abito che indossa alla serata dei SAG Awards (Ndt: SAG sta per Screen Actors Guild – Gilda attori dello schermo, conferisce premi per le migliori interpretazioni dei membri dell’associazione).

Posso sentire una donna che dice, sdegnata: “Non si adatta al suo corpo.”

Perché facciamo questo? Il segmento proposto dovrebbe essere divertente e spassoso, ma tutto quel che io vedo è una giovane donna che lavora come attrice e indossa una veste lunga verde. Tutto ciò le appartiene, è suo. Però i suoi detrattori agiscono come se lei appartenesse a loro, il suo corpo, le sue scelte, la sua immagine pubblica. La rete televisiva legittima l’abuso.

Non sento alcuna voce protestare dal pubblico.

Queste cose non accadono a causa di nessun nuovo presidente. Dobbiamo saper essere responsabili.

Il cambiamento non è garantito. Quando marciamo, compiamo i primi passi nella nostra lotta per l’equità. Ma dobbiamo continuare a fare passi in avanti. Dobbiamo sfidare noi stesse a compiere piccole azioni ogni giorno e a rendere la nostra visione realtà.

sciopero-internazionale-8-marzo-2017

P.S. della traduttrice: Ni Una Menos ha chiamato allo sciopero internazionale delle donne per l’8 marzo. A tutt’oggi, oltre che ovviamente dall’Argentina, hanno risposto positivamente coalizioni femministe da: Australia, Bolivia, Brasile, Cile, Corea del Sud, Costa Rica, Cecoslovacchia, Ecuador, Francia, Germania, Gran Bretagna, Guatemala, Honduras, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Messico, Nicaragua, Perù, Polonia, Russia, Salvador, Scozia, Stati Uniti, Svezia, Togo, Turchia e Uruguay. Ne riparleremo.

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La paura, nelle situazioni di abuso domestico, è peculiare – cioè ha caratteristiche proprie e specifiche e non è un semplice sottoprodotto della violenza. Il controllo emotivo e psicologico che risulta dalla paura, definito dalle ricerche in merito terrorismo quotidiano, nutre il modo in cui l’abuso continua a “funzionare”:

1) Subire abusi in ambiente domestico, da un partner intimo, dà forma alla natura della paura immediata durante gli incidenti violenti. Questa paura diventa cronica con il tempo, opera un trauma profondo e ha effetti negativi sulla salute e il benessere in generale. Chi abusa adotta una serie di tattiche e comportamenti per mantenerla costante;

2) L’isolamento – ma forse sarebbe più corretto definirlo “intrappolamento” – sociale e fisico che sovente accompagna gli abusi rinforza la paura e rende il cercare aiuto più difficoltoso. Le vittime sperimentano un’enorme umiliazione legata anche alla sensazione di essere impotenti;

3) La paura è la principale ragione-chiave per il silenzio e il non abbandono dell’abusante e dell’ambiente domestico;

4) Tenere una persona uno in stato di paura cronica non richiede di usare violenza fisica continuamente e persino del tutto;

5) Usare questa paura e “giocarci” sono azioni comuni per coloro che abusano e sono rese possibile dalla loro conoscenza intima della persona di cui stanno abusando;

6) I violenti raccontano storie “verosimili” e “razionali” sugli abusi che perpetuano, recitano il ruolo della vittima, e spessissimo gettano il biasimo per le loro azioni sulle persone di cui stanno abusando: come risultato, molte di queste ultime fanno esperienza di una sorta di “bispensiero” in cui stentano a riconoscere come violazioni dei loro diritti ciò che loro accade;

7) I ruoli di genere all’interno delle relazioni intime (in altre parole, a chi è demandato il lavoro domestico, di cura, emozionale) rendono più facile l’abuso per i perpetratori e più difficile la fuga alle loro vittime. La violenza non accade in un vuoto sociale, ma in una società che ha ancora forti aspettative sui comportamenti e i ruoli che uomini e donne devono tenere nelle loro relazioni: questo scenario indebolisce la reazione di chi subisce abusi e rende più agevole per chi abusa continuare a farlo senza essere contrastato;

8) Altre diseguaglianze sociali, in special modo quelle che riguardano l’orientamento sessuale, il reddito, la classe sociale, l’appartenenza etnica, la disabilità, esasperano gli effetti della violenza domestica e la paura a essi collegata;

9) Nemmeno la paura si crea in un vuoto sociale. I nostri sentimenti sono influenzati da quelli di chi abbiamo intorno e dalle nostre supposizioni su come costoro si sentono. Nel caso della violenza domestica, sulla paura ha influenza come la società vede e giudica questa stessa violenza (prescrizioni morali e religiose ad esempio), hanno influenza familiari e amici, personale medico e dei servizi sociali, personale delle forze dell’ordine, giudici e avvocati, eccetera.

Cosa succede con tutte queste classi di individui nominate al punto 9)? Che troppi di essi non hanno formazione specifica sulla violenza, ne’ in generale ne’ su quella domestica e di genere, perciò rispondono alle vittime basandosi sui propri pregiudizi sociali, umiliandole di nuovo e creando in loro la sensazione di essere RESPONSABILI di ciò che subiscono, completamente SOLE e persino PAZZE.

Dopo una vita vissuta nell’abuso domestico inflittole dal marito e una prima coltellata ricevuta da costui nel 1995, Rosanna Belvisi è stata massacrata definitivamente il 15 gennaio: questa volta, le coltellate coniugali erano 23.

I giornali riportano che, “per il Questore di Milano Antonio De Iesu, questo caso «è emblematico di un quadro famigliare malato, con rapporti violenti che non vengono alla luce». È la storia di una donna che è stata lasciata sola, senza aiuti per uscire da una vita di terrore. «La normativa in materia adesso c’è – ha ricordato De Iesu – le vittime di stalking devono ricorrere ai centri antiviolenza e avvisare le questure, che hanno il potere di “ammonire” gli uomini violenti». Eppure poche lo fanno. (rileggete i 9 punti precedenti e non sarà difficile capire perché, ma come vedremo c’è dell’altro, nda.) «Il sistema funziona. – dice sempre il Questore – Ma a Milano riceviamo centinaia di chiamate per violenze nei confronti di donne che invece non denunciano fino a quando è troppo tardi». Per questo, «la cosa più importante è sensibilizzare le donne: devono chiedere aiuto».”

Ma quando lo fanno, che tipo di aiuto ricevono dalle istituzioni che ora “hanno la normativa” in base a cui agire? E’ proprio sicuro che il sistema funzioni? Mi segua, signor De Iesu: siamo nella Questura della mia città, è il 5 novembre scorso, e io sto presentando un esposto per “stalking condominiale”. E’ violenza generalizzata, non di genere o domestica, ma sempre violenza è (l’art. 612 del Codice Penale può essere applicato a tutte quelle situazioni capaci di “creare inquietudine a chi le subisce” e io ho sviluppato in 6 mesi di tortura uno “stato d’ansia reattivo con conseguenti episodi di tachicardia e dispnea ansiogena tali da ricorrere all’uso di terapia farmacologica”). Il mio scritto espone i fatti dettagliatamente, ho testimoni e vi sono altre vittime. Il funzionario, una volta finito di registrarlo, alza la testa e dice: “Tanto dirà che lei è pazza e si è inventata tutto.” La funzionaria n. 2 mi chiama al telefono il 13 gennaio, giorno in cui la persona che tramite l’esposto chiamo ad assumersi le sue responsabilità si degna di presentarsi al colloquio: il signore le ha detto che lui non fa nulla, e quindi nulla è accaduto. Ha fatto la vittima, si è detto davvero dispiaciuto, eccetera eccetera. Sottilmente, la funzionaria suggerisce che forse mi sono sbagliata. Allibita, poiché ci sono altri sei adulti in tre appartamenti differenti che “si sbagliano”, riassumo il caso e le faccio notare le contraddizioni in cui il tipo continua a cadere. Risposta piccata: “Può presentare querela, se vuole, ma tanto non otterrà nulla lo stesso.”

Non so cosa la funzionaria pensi io voglia “ottenere”, ma in realtà è molto semplice: non sono compensazioni e risarcimenti e neppure scuse – voglio che si smetta di farmi del male.

E vede, signor Questore, quest’uomo è per me un estraneo. Si immagini cosa vuol dire emergere dal “terrorismo quotidiano” che ho esposto sopra e andare a denunciare un marito, un compagno, il padre dei tuoi figli, il quale dirà similmente “si è inventata tutto”, “esagera”, “è ipersensibile” “ha frainteso”, “è eccessivamente emotiva”, “è esaurita” (a forza di vessazioni non è difficile raggiungere questo stato)… immediatamente creduto e legittimato. E nel terrorismo quotidiano si ripiomba. Il tuo timore più grande si avvera: anche se parli, le tue parole non hanno valore. Non è successo niente. Lo ha detto un uomo, perciò dev’essere andata così. Perché si sa, non è vero, che le donne mentono, le donne non sono in grado di distinguere bene una carezza da un cazzotto, le donne sono perfide, le donne non sono affidabili. Come possono le parole di una donna essere vere e quelle di un uomo false qualora due versioni siano in conflitto?

Perciò, la “cosa più importante” non è “sensibilizzare le donne”: il clima culturale che le opprime dev’essere sfidato, chi deve essere reso più consapevole e più capace è l’apparato istituzionale e i consigli per un diverso comportamento, se vogliamo che la musica cambi, devono essere dati AI PERPETRATORI, NON ALLE VITTIME.

Sensibilizziamo gli uomini, signor Questore.

Maria G. Di Rienzo

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Dillo!

“Papà, papà, se sono stata stuprata vorresti sapere dove stavo passeggiando?

Vorresti sapere cosa avevo addosso?

Vorresti sapere chi era lui?

E’ differente se avevo trent’anni o dodici? O se avevo bevuto un bicchiere?

Se la vittima è tua figlia, a chi dare la colpa si complica?

Noi non taceremo più!

Parla, fai sentire la tua voce.

Chi è contrario annegherà in un mare di verità e la nostra guarigione coprirà la Terra.

Dillo! Dillo! Sono stata stuprata.”

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Questo è il testo di “Say it” – “Dillo”, una canzone del gruppo punk hardcore “War on Women” – “Guerra contro le donne”. Il nome della band, spiega la cantante Shawna Potter, è stato scelto perché: “Non intendo girare intorno al fatto che una guerra contro le donne esiste. Non lo sto implicando o suggerendo, lo sto affermando.” Shawna è la principale autrice dei testi nei quali, si basino essi su esperienze sue o altrui, cerca di descrivere “la realtà dei modi in cui le persone sono colpite dalla violenza di genere”. E così scrive di diritto all’interruzione di gravidanza, di accesso alla contraccezione, del sopravvivere alla violenza sessuale, del femminicidio epidemico a Juárez in Messico, di diseguaglianze di genere: “Come? Il divario nei salari (fra donne e uomini, nda.) non è abbastanza grande per farci passare il tuo ego?”, dice uno dei suoi pezzi.

Il gruppo è misto (vi suonano donne e uomini che hanno alle spalle carriere soliste e non), è stato fondato nel 2010 e l’anno successivo è uscito l’EP del loro debutto “Improvised Weapons”, a cui è seguito l’album che porta il loro stesso nome. Le loro canzoni attaccano le attitudini sessiste e il patriarcato istituzionalizzato con umorismo, intelligenza, onestà e potenti riff di chitarra.

Sulla scena tipica del loro genere musicale, dominata da gruppi maschili sin dal suo formarsi negli anni ’80, spiccano non solo per la loro formazione e la loro dichiarata missione “Stiamo portando il nostro messaggio femminista attraverso il pianeta”, ma anche per l’attitudine con cui creano le loro performance assieme al pubblico: al microfono, Shawna chiama le donne e ogni persona LGBTI a farsi avanti, a stare sotto il palco e accanto alla band.

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“Stanotte è la vostra notte. – grida – Prendete spazio e voi altri uomini fate spazio, allargatevi, voglio che femmine e queer prendano spazio sapendo che stiamo facendo questo insieme, cooperando.” Se avete mai partecipato come spettatori a un concerto hardcore saprete che di solito sotto il palco c’è un simpatico scatenamento di entusiasti (“pogo”) di sesso maschile: se le donne e le ragazze ballano lo fanno in seconda fila e spesso si limitano a battere un piede a ritmo mentre reggono le borse e altri oggetti personali dei loro amici in prima fila. I “War on Women” desiderano che ci scateniamo tutti insieme, consapevoli che per farlo bisogna dare spazio gli uni agli altri.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “When a Man Kills a Woman”, di Karen Ingala Smith. 27 novembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Un piccolo promemoria per il prossimo governo, se intenderà occuparsi della questione.)

I responsi alla violenza degli uomini contro le donne che si concentrano esclusivamente sulle “relazioni sane”, sul sostegno alle vittime-sopravvissute e sulle riforme alle leggi penali semplicemente non arrivano abbastanza lontano. La violenza degli uomini contro le donne è causa e conseguenza della diseguaglianza fra donne e uomini basata sul sesso.

L’oggettivazione delle donne, il commercio di sesso, il concetto di genere socialmente costruito, salari diseguali e diseguale distribuzione delle responsabilità relative alla cura sono tutti sintomi simultanei di una diseguaglianza strutturale, nel mentre mantengono un contesto che veicola in modo favorevole la violenza maschile contro le donne.

Le femministe questo lo sanno e ce l’hanno detto per decenni. Uno dei successi importanti del femminismo è l’aver messo la violenza degli uomini contro le donne sotto i principali riflettori pubblici e quindi dentro le agende politiche. Una delle minacce a questo risultato è che le persone al potere prendono solo i concetti e pretendendo di occuparsi del problema estromettono dalla questione gli elementi base dell’analisi femminista.

Le iniziative statali che non sono incorporate in politiche di eguaglianza fra donne e uomini falliranno nel ridurre la violenza maschile contro le donne. Mancare persino di nominare l’agente – l’uso che gli uomini fanno della violenza – è fallire in partenza.

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Mie care, grazie. Anche se Roma è troppo distante – per le mie tasche – e non ho potuto godere della vostra compagnia. Ho notato, non da sola, che la copertura giornalistica/televisiva di una manifestazione così grande e riuscita è andata per la maggior parte dall’insufficiente al patetico, passando per il banale.

Qualcuno è riuscito persino a non accorgersi proprio del tutto che si trattava di una manifestazione organizzata da donne e composta principalmente da donne:

La Stampa 26 novembre: A Roma migliaia in piazza contro la violenza sulle donne.

Sono centomila, secondo gli organizzatori i partecipanti al corteo contro la violenza sulle donne partito da piazza della Repubblica a Roma e che sta percorrendo via Cavour. A fornire il dato ai cronisti è Tatiana Montella, della Rete «Io decido», che insieme alla Dire (Nda: sarebbe D.i.Re, giusto?) associazione che raccoglie i 77 centri antiviolenza italiani e all’Udi, Unione donne d’Italia (Nda: Unione Donne in Italia, dall’ultimo statuto, sempre se non sbaglio) ha organizzato la manifestazione dal titolo «Non una di meno».” C’è persino, pensate, “Un richiamo anche al movimento femminista: «Siamo femministe, siamo sempre quelle, siamo milioni di forza ribelle».”

Le femministe – scorie di un lontano passato – passavano di là, insomma, e si sono aggregate all’ultimo momento agli organizzatori (maschi) e ai partecipanti (maschi).

Ma non importa, avete vinto per voi stesse e per tutte noi una splendida giornata. Godiamoci questo momento perché da domani, lo sapete meglio di me, il lavoro continua ed è duro come sempre.

Maria G. Di Rienzo

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P.S.: Ho rubato le immagini della manifestazione a http://comune-info.net/

ma so che mi perdonano a priori, anche perché adesso colgo l’occasione di fare un po’ di pubblicità a questo loro lavoro:

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L’idea di andare verso la libertà in bicicletta – e della libertà che la bicicletta costruisce in molti modi – merita una vostra occhiata:

http://comune-info.net/2016/11/un-movimento-pedali

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Per mettere fine alla violenza degli uomini contro le donne

dobbiamo sfidare le fondamenta della violenza

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OMICIDIO

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STUPRO E AGGRESSIONE SESSUALE,

ABUSO FISICO, EMOTIVO ED ECONOMICO

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MINACCE, ABUSO VERBALE, MOLESTIE

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RUOLI TRADIZIONALI, SOFFITTO DI VETRO,

STEREOTIPI RIGIDI PER DONNE E UOMINI

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BATTUTE SESSISTE, LINGUAGGIO, OGGETTIVAZIONE DELLE DONNE

Cominciando proprio dal basso, è da poco uscito: “Media and Sexualization: State of Empirical Research, 1995 – 2015.” – “Media e sessualizzazione: stato della ricerca empirica, 1995 – 2015.” di L. Monique Ward.

Dall’abstract: “I risultati hanno fornito prove concrete del fatto che sia l’esposizione in laboratorio sia la regolare, giornaliera esposizione a tali contenuti (Ndt: quelli dell’oggettivazione sessuale delle donne) sono direttamente associati a una gamma di conseguenze, inclusi livelli più alti di insoddisfazione corporea, maggior auto-oggettivazione, maggior sostegno a credenze sessiste, maggior tolleranza per la violenza sessuale contro le donne.

Inoltre, l’esposizione sperimentale a tali contenuti ha condotto sia le donne sia gli uomini a una visione sminuita della competenza, della moralità e dell’umanità delle donne.”

Le ricerche esaminate dall’Autrice (135 su 109 pubblicazioni diverse in dieci anni) hanno tutte passato la selezione e la revisione della comunità scientifica, perciò se il primo pirla di passaggio vuol dire che a lui non risulta gli credo. Può anche continuare il suo viaggio e non passare mai più di qui, per quello che me ne importa. Maria G. Di Rienzo

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Questo è quel che è successo in Argentina e altri paesi latino-americani.

Com’è palese – riferimento al post di ieri – non ha a che fare con il femminismo, no, quello è morto, va ben oltre… mannaggia, neppure gli occhi per vedere hanno! Maria G. Di Rienzo

basta-violenza-machista

BASTA VIOLENZA MACHISTA

scusate-il-disturbo

SCUSATE IL DISTURBO, CI STANNO UCCIDENDO

madri-delle-vittime-di-tratta

MADRI VITTIME DI TRATTA – I BORDELLI SONO CENTRI STUPRO CLANDESTINI

E la solidarietà internazionale non è mancata:

vi-ascoltiamo

LO SCIOPERO DELLE DONNE POLACCHE SOSTIENE LO SCIOPERO DELLE DONNE IN AMERICA LATINA. VI ASCOLTIAMO. VI AMIAMO.

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