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impunity for violence

“Impunity for violence against women defenders of territory, common goods, and nature in Latin America” – “Impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina”, del Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi (UAF – LAC).

Rapporto completo, pagg. 61:

http://docs.wixstatic.com/ugd/b81245_c0178ea8a0ea4db3b6de6629dea7c6db.pdf

Rapporto, sommario, infografica:

http://www.urgentactionfund-latinamerica.org/publicaciones

Introduzione (trad. Maria G. Di Rienzo)

Il Rapporto regionale sull’impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina riflette lo sforzo collettivo di UAF – LAC e di quattordici organizzazioni (1) impegnate nella promozione e nella difesa dei diritti umani e ambientali delle donne e nella protezione integrale delle attiviste e delle comunità che si confrontano con il modello economico estrattivo in America Latina.

Nel mentre affrontano non solo potenti interessi economici e politici, ma la sistematica e specifica violenza contro di esse, le attiviste ambientaliste corrono rischi particolari, minacce e aggressioni, come la violenza sessuale e altri crimini relativi al genere. Tuttavia, la documentazione su tale istanza è insufficiente e manca di approccio femminista e intersezionale.

Per questa ragione, abbiamo documentato la situazione di tredici attiviste (2) in nove diversi paesi, soggette a denunce, minacce, attacchi e altre forme di aggressione, sino all’estrema repressione / sterminio fisico in forma di femminicidio.

Questi casi mostrano l’allarmante situazione in cui si trovano le difensore, la loro lotta contro l’impunità per gli attacchi che ricevono e la mancanza, da parte degli operatori di giustizia, del riconoscimento degli standard da usare contro l’impunità.

L’impunità comporta molto di più dell’assenza di punizione per gli atti criminali. Implica che non c’è il dovuto processo legale, o che la legge non è stata applicata in modo consistente, che le vittime non sanno la verità sugli assalti che hanno subito e non hanno accesso a risarcimenti. Quindi, significa che lo Stato non adotta misura per prevenire il ripetersi di tali assalti. Ciò impianta terrore e disperazione nelle comunità e nelle organizzazioni e assicura la riproduzione di privilegio e ingiustizia in tutte le loro dimensioni, nonché la continuità dello status quo.

Da una prospettiva femminista, nella nostra regione il perpetuarsi di questo fenomeno è dovuto alle seguenti condizioni: a) la collusione fra lo Stato e le compagnie commerciali (3); b) il continuum e le spirali della violenza di genere; c) il razzismo strutturale, che implica doppia discriminazione contro le attiviste indigene e di origine africana; d) l’assenza di riconoscimento per il lavoro delle donne difensore, il che diminuisce l’importanza dell’identificazione del contesto in cui questi crimini occorrono e di chi li progetta; d) la mancanza di meccanismi di protezione efficaci per le difensore, meccanismi che tengano presenti le loro specifiche vulnerabilità, inclusa la violenza all’interno delle loro comunità e gruppi.

Basandoci sui casi, sottolineiamo alcuni fatti allarmanti. Per le attiviste ambientaliste la giustizia ha due lati: da una parte c’è l’assenza sistematica di indagini diligenti – di solito, le denunce presentate dalle donne difensore sono trascurate e non procedono; dall’altra parte, la giustizia opera con diligenza per criminalizzarle e neutralizzarle. Inoltre, c’è una preoccupante incompetenza da parte dei funzionari nel maneggiare le denunce di violenze sessuali delle donne attiviste, che stride contro la frequenza con cui questo tipo di violenza è esercitato da differenti agenti statali sulle difensore. Infine, diamo l’allarme sulla mancanza di indagini e sul fatto che, quando esse si danno, sono usualmente condotte sulla base di stereotipi misogini e razzisti.

Con questo lavoro congiunto vogliamo onorare e dare dignità all’eredità di resistenza di queste donne che si curano di territorio e natura e li proteggono in America Latina. Vogliamo amplificare le loro voci e le loro richieste e aumentare il sostegno e l’impegno di stati, regioni, corpi internazionali per la protezione dei diritti umani e società civili per la sicurezza delle vite delle difensore e l’integrità e la sostenibilità del loro attivismo.

(1) Questo rapporto è stato preparato tramite lo sforzo comune di: Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi, Associazione per i diritti delle donne nello sviluppo (AWID), JASS – Just Associates, Iniziativa delle donne mesoamericane difensore dei diritti umani, Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile (MAB); Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (COPINH); Commissione dei parenti delle vittime del Massacro di Curuguaty in Paraguay; Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Commissione inter-ecclesiale per la giustizia e la pace in Colombia; Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Fondo per le Donne del Sud; Comunità ancestrale Mapuche di Quillempám; Gruppo di lavoro lesbofemminista antirazzista Terra e Territorio, che hanno fornito suggerimenti e la documentazioni sui casi che mostrano schemi di impunità in differenti paesi.

(2) I casi documentati sono quelli di: Sonia Sánchez – Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Isabel Cristina Zuleta – Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Lucia Aguero, María Fani Olmedo e Dolores López – Paraguay; Luisa Lozano e Karina Montero – Difesa dei diritti sulla terra e dei diritti collettivi dei popoli indigeni in Ecuador; Yolanda Oquelí – Resistenza alle miniere in Guatemala; Juana Bilbano e Lottie Cunningham – Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Berta Cáceres, Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras; Nilce de Souza – Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile; “La Negra” Macarena Valdés – Comunità Newen-Tranguil del Cile.

(Ndt.: Berta Cáceres, Nilce de Souza e “La Negra” Macarena Valdés sono state assassinate.)

(3) La collusione si riflette sulle cornici legali e sulle politiche che incoraggiano gli investimenti stranieri a prescindere dal rispetto dei diritti umani, nonostante la violazione del diritto a un consenso libero, precedente e informato, la militarizzazione e le azioni di giudici e avvocati basate su pregiudizi.

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no

Decine di migliaia di dimostranti, giovani e giovanissime, sono scese per le strade in tutto il Cile, il 6 giugno scorso, per chiedere la fine del “sessismo istituzionalizzato”, degli abusi sessuali nelle università e nelle scuole, della violenza sulle donne. Dal governo vogliono azioni più decise contro la violenza di genere, il rispetto dei diritti umani delle donne, la fine del divario di genere (che riguarda i salari e le discriminazioni) e un’istruzione non sessista.

Alla luce dei casi di violenza sessuale nelle istituzioni scolastiche, trattati con leggerezza o passati sotto silenzio, chiedono formazione obbligatoria al genere per il corpo studentesco e i docenti.

santiago girotondo

Nella capitale, Santiago, e città come Valparaiso, Concepcion, Chillan, Arica ecc. è fluita questa ondata femminista in quella che è solo l’ultima protesta dall’aprile scorso: venti università cilene sono tuttora occupate. Le dimostrazioni, organizzate dalla Coordinadora Feminista Universitaria (Cofeu), dalla Confederazione degli/delle studenti del Cile (Confech) e da gruppi femministi, hanno tutte un messaggio molto chiaro per il governo e lo ripetono nei cartelli e negli striscioni – il machismo uccide.

Il numero delle donne uccise dalla violenza dei partner, nel paese, è aumentato del 21% dal 2016 al 2017. Altri cartelli retti dalle studenti lo ricordavano dicendo: “Lo dobbiamo a quelle che non torneranno più.”

Maria G. Di Rienzo

performance contro l'abuso sessuale

(foto di Luis Hidalgo/AP – Santiago, 6 giugno 2018: Un gruppo di donne mette in scena una performance sotto il messaggio: Perché hai paura di me quando apro la bocca, ma non quando apro le gambe?)

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“Non una donna di meno, non una morte di più.”, Susana Chavez Castillo, attivista e poeta messicana, morta assassinata.

Eyvi Agreda

Venerdì 1° giugno scorso, la giovane donna che vedete nell’immagine è morta. Si chiamava Eyvi Agreda, era peruviana e aveva 22 anni. Gli ultimi due li aveva passati a cercare di difendersi da un persecutore, Carlos Hualpa, ora 37enne: la polizia non ha dato retta alle sue denunce di stalking.

In aprile, il sig. Hualpa è salito sullo stesso autobus su cui si trovava la giovane, l’ha cosparsa di benzina e le ha dato fuoco mentre le diceva: “Se non sei mia, non sarai di nessuno.”

Il corpo di Eyvi arrivò allora in ospedale ancora vivo, ma coperto per il 60% di ustioni di secondo e terzo grado – poi le ferite si sono infettate.

Sul tardi, il giorno della sua morte, il Presidente del Perù Martín Vizcarra ha fatto le condoglianze alla famiglia e ha chiesto l’ergastolo per l’assassino, aggiungendo però che “A volte la vita va così e dobbiamo accettarlo.”

Sabato 2 giugno le femministe erano – ovviamente – in piazza: perché essere bruciate vive dal primo che passa, ti guarda, decide che sei “sua” e ti perseguita per 2 anni prima di ucciderti in modo atroce non è proprio come la vita “va” e sicuramente non è come la vita dovrebbe andare. Mentre chiedevano giustizia per i casi di femicidio e la fine dell’impunità per i perpetratori, donne del movimento Ni Una Menos sono state attaccate dalla polizia con i lacrimogeni.

Il clima nel paese è pesante: nei primi quattro mesi del 2018, secondo le statistiche ufficiali, ci sono stati 43 omicidi di donne e 103 tentati omicidi, una crescita del 26,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; circa il 20% dei detenuti peruviani sono in carcere per crimini sessuali, in particolar modo per abuso di minori; la destra, che ha la maggioranza in Parlamento, è occupata a esacerbare la situazione assieme a gruppi evangelici e settori della chiesa cattolica farneticando sull’ “ideologia gender che promuove l’omosessualità”, perciò vogliono rimuovere il concetto di eguaglianza di genere da quei programmi di insegnamento in cui è inserito.

E’ molto intelligente (sono ironica), se ci pensate, perché è l’eguaglianza di genere a NON prevedere il possesso di una persona da parte di un’altra, a non tollerare in assoluto il concetto “O mia o di nessuno” che giustifica i femicidi… e quindi, non parliamone più: meglio una catasta di cadaveri femmine che un solo maschio “infrocito” dall’aver udito come le donne siano esseri umani a lui eguali, come lui libere di decidere, come lui titolari di diritti umani, a cui come a lui si deve rispetto.

“Eyvi è stata uccisa da Carlos Hualpa ma anche dal machismo presente nello stato e nella società. – ha scritto Veronika Mendoza, leader del partito di sinistra “Nuevo Peru”, in un tweet diretto al Presidente Vizcarra – Promuova politiche con un focus sul genere per prevenire e sradicare la violenza, non permetta che continuino a ucciderci: questo è nelle sue mani.”

Maria G. Di Rienzo

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feminism reboot

Il breve documentario che potete vedere (con sottotitoli in inglese) seguendo questo link

https://www.koreaexpose.com/documentary-feminism-reboot-south-korea/

o cercandolo su YouTube, è stato realizzato dalla rivista “Korea Exposé” in occasione del secondo anniversario di un femicidio accaduto a un’uscita di metropolitana nel quartiere di Gangnam a Seul, in Corea del Sud. L’omicida assassinò una donna che non conosceva, scelta a caso, perché come dichiarò al processo lui odiava tutte le donne indistintamente. Ma guai a parlare di misoginia e del clima culturale che nel paese la favorisce, in tribunale o fuori: il tizio fu rubricato come malato di mente e tutto avrebbe dovuto finire lì.

La reazione delle donne, però, fu quella di un consistente “riavvio” o “nuova edizione” del femminismo – il documentario ha esattamente questo titolo, con l’aggiunta della frase “Siamo vive, proprio qui” – che ha comportato manifestazioni, azioni legali, creazione di circoli femminili, la massiccia e travolgente adesione alla campagna #metoo e un incremento di oltre il 100% (avete letto bene) nella vendita di testi femministi.

Quello di cui si sono rese conto molte giovani donne, alcune delle quali vedrete nel filmato, è che il femminismo, spacciato dai media coreani per ideologia anti-uomini, concerne in realtà il loro riconoscimento come esseri umani titolari di diritti umani, uno dei quali è il non essere costantemente umiliate, sessualizzate e aggredite poiché appartengono al genere femminile. Nonostante l’ostilità che circonda la loro scelta politica di dichiararsi femministe, reclamano questa definizione con orgoglio. E vederle e ascoltarle nel documentario è una benedizione.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto dal saggio: “Whose Story (and Country) Is This?”, di Rebecca Solnit, aprile 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Rebecca è una storica e un’attivista, nonché l’autrice di venti libri che spaziano dalla geografia all’arte al femminismo, e collabora con diverse riviste.)

rebecca solnit

(Rebecca Solnit, foto di David Butow)

Il comune denominatore di così tante narrazioni culturali strane e problematiche che incontriamo è una serie di presupposti su chi conta, su di chi è la storia, su chi merita la compassione e le coccole e la presunzione di innocenza, i guanti in pelle e il tappeto rosso e, in definitiva, il regno, il potere e la gloria. Voi sapete già di chi si tratta. Sono le persone bianche in generale e in particolare gli uomini bianchi protestanti, alcuni dei quali apparentemente sgomenti dall’aver scoperto che – come la mamma potrebbe aver già detto loro – esiste la condivisione. La storia di questo paese è stata scritta come se fosse la loro storia e l’informazione spesso ancora la racconta in questo modo: una delle battaglie della nostra epoca riguarda di chi tratta la storia, chi importa e chi decide. (…)

Un paio di settimane fa, l’Atlantic ha cercato di assumere uno scrittore, Kevin Williamson, il quale sostiene che le donne che abortiscono dovrebbero essere impiccate, e poi ha fatto marcia indietro a causa della pressione pubblica proveniente da persone a cui non piace l’idea che un quarto delle donne americane dovrebbero essere giustiziate.

Il New York Times ha assunto alcuni conservatori simili a Williamson, incluso il “dubbioso” sul cambiamento climatico Bret Stephens. Stephens ha dedicato una rubrica a simpatizzare per Williamson e indignarsi contro chiunque possa opporsi a lui. La simpatia nell’America che vuol vivere in una bolla va spesso automaticamente all’uomo bianco nella storia. Il presupposto è che la storia parli di lui; lui è il protagonista, la persona importante e quando, diciamo, leggi Stephens difendere Woody Allen e assalire Dylan Farrow per aver detto che Allen l’ha molestata, capisci quanto lavoro ha fatto immaginando di essere Woody Allen, e quanto insignificante è per lui Dylan Farrow o chiunque altra come lei.

Mi ricorda come alle giovani donne che denunciano stupri sia spesso detto che stanno danneggiando il radioso futuro dello stupratore, piuttosto di dire che probabilmente se l’è danneggiato da solo e che il loro radioso futuro dovrebbe avere qualche importanza. The Onion ha dato l’esempio perfetto anni fa: “Universitario star del baseball eroicamente supera il tragico stupro da lui commesso”. La scorretta distribuzione di simpatia è epidemica. Il New York Times ha definito l’uomo con alle spalle precedenti per violenza domestica che nel 2015 sparò nella clinica di Planned Parenthood a Colorado Springs, uccidendo tre genitori di bambini piccoli, “un gentile solitario”.

E quando il bombarolo che aveva terrorizzato Austin in Texas è stato finalmente arrestato il mese scorso, i giornalisti dei quotidiani hanno intervistato la sua famiglia e i suoi amici lasciando che le loro descrizioni positive si posizionassero come più valide del fatto che era un estremista e un terrorista messosi in opera per uccidere e terrorizzare gente di colore in un modo particolarmente feroce e codardo. Era un giovane uomo “quieto” e “studioso” che veniva da “una famiglia molto unita e timorata di dio”, ci fa sapere il Times in un tweet, mentre il titolo del Washington Post sottolinea che era “frustrato dalla sua vita”, il che è vero per milioni di giovani sull’intero pianeta che non ottengono tutta questa compassione e anche non diventano terroristi.

Il Daily Beast lo vede bene con un occhiello riguardante il più recente terrorista di destra, uno che si è fatto saltare in aria in casa propria, che era piena di materiali per fabbricare bombe: “Gli amici e i familiari dicono che Ben Morrow era un addetto di laboratorio che aveva sempre la Bibbia con sé. Gli investigatori dicono che era un bombarolo e credeva nella supremazia della razza bianca.”

Ma questo marzo, quando un ragazzo adolescente ha portato un fucile nel suo liceo nel Maryland e l’ha usato per uccidere Jaelynn Willey, i giornali l’hanno etichettato quale “malato d’amore”, come se l’omicidio premeditato fosse una reazione naturale a l’essere lasciato da qualcuno con cui hai avuto una relazione. In un potente ed eloquente editoriale sul New York Times, Isabelle Robinson, studente allo stesso liceo, scrive del “disturbante numero dei commenti che ho letto e che dicono più o meno: Se i compagni di classe e i compagni in genere del sig. Cruz fossero stati un pochino più gentili con lui, la sparatoria al liceo Stoneman Douglas non sarebbe mai accaduta.” Come lei nota, ciò pone l’onere – e quindi il biasimo – sul gruppo di pari, l’onere di venire incontro ai bisogni di ragazzi e uomini che possono essere ostili o omicidi.

Tale cornice suggerisce che siamo in debito di qualcosa verso di loro, il che nutre un senso di legittimazione, il quale a sua volta costruisce la logica della vendetta per non aver ricevuto quanto essi pensano noi si debba loro. Elliot Rodgers organizzò il massacro dei membri di un’associazione studentesca all’UC di Santa Barbara nel 2014, perché credeva che far sesso con donne attraenti fosse un suo diritto che quelle donne stavano violando e che un altro suo diritto fosse punire chiunque di loro o tutte loro con la morte. Ha ucciso sei persone e ne ha ferite quattordici. Nikolas Cruz diceva: “Elliot Rodgers non sarà dimenticato”. (…)

E poi ci sono i movimenti #MeToo e #TimesUp. Abbiamo ascoltato centinaia, forse migliaia, di donne parlare di aggressioni, minacce, molestie, umiliazioni, coercizioni, di campagne che hanno messo fine alle loro carriere, che le hanno spinte sull’orlo del suicidio. La risposta di molti uomini a ciò è la simpatia per altri uomini. L’anziano regista Terry Gilliam ha detto in marzo: “Mi dispiace per quelli come Matt Damon, che è un essere umano decente. E’ uscito a dire che non tutti gli uomini sono stupratori ed è stato pestato a morte. Andiamo, questo è folle!” Matt Damon non è stato davvero pestato a morte. E’ uno degli attori più pagati sulla faccia della Terra, il che è un’esperienza significativamente differente dell’essere battuti sino a morire.

Il seguito di approfondimento sulla sollevazione politica di #MeToo è troppo spesso stato: in che modo le conseguenze del maltrattare orrendamente le donne da parte di uomini hanno effetto sul benessere degli uomini? Agli uomini va bene quel che sta accadendo? Ci sono state troppe storie su come gli uomini si sentano meno a loro agio, troppo poche sulle donne che potrebbero sentirsi più sicure in uffici da cui colleghi molestatori sono stati rimossi o sono almeno non più così certi del loro diritto di palpare e molestare.

Gli uomini insistono sul proprio comfort come un diritto: il dott. Larry Nassar, medico sportivo che ha molestato più di cento bambini, ha obiettato al dover ascoltare le sue vittime raccontare ciò che lui aveva fatto, basandosi sul fatto che ciò interferiva con il suo comfort.

Noi, come cultura, ci stiamo muovendo verso un futuro che prevede più persone e più voci e più possibilità. Alcuni individui sono lasciati indietro non perché il futuro non li tolleri, ma perché loro non tollerano questo futuro. (…) Questo paese ha spazio per chiunque creda ci sia spazio per tutti. Per quelli che non la pensano così, be’, è in parte una battaglia su chi controlla le narrazioni e sul soggetto di tali narrazioni.

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Sulla scia del recente massacro di Toronto in Canada – 10 persone uccise, di cui otto erano donne, e 15 ferite – operato dal 25enne Alek Minassian, si è scoperto che costui era un povero “incel” (“celibe involontario”, termine creato da una donna vent’anni fa e trasformatosi in una chiamata alla misoginia più violenta).

Zoe Williams scriveva per The Guardian il 25 aprile scorso: “Il problema principale (ndt: per i gruppi online dei celibi involontari) sono le donne in sé, che diventano nemiche non solo come persone, ma come entità politica. Ci sono un mucchio di discussioni sul modo migliore di punirle, con fantasie su stupri di massa e consigli su come pedinare le donne senza essere arrestati, solo per avere il brivido di farsi notare. Il femminismo è ritenuto responsabile per ogni uomo che non riesca ad andare a letto con nessuna e il controllo delle nascite è ritenuto causa del fatto che “le donne escono solo con i tipi attraenti”.” Cosa ti resta da fare, se non salire in macchina, guidare in centro nell’ora di punta pomeridiana e farne fuori quante più puoi?

Forse ci sono alternative. Lo stesso 25 aprile, la femminista Caitlin Moran ha chiesto alle donne via Twitter cosa fanno loro quando sono “nubili involontarie”. Queste sono alcune delle risposte che ha ricevuto:

– Guardo un mucchio di documentari sulla natura.

– Faccio le stesse cose di quando non sono “involontariamente nubile”, ma con le gambe leggermente più pelose.

– Per 6 anni mi sono fatta nuovi amici, sono andata al cinema e a teatro a vedere cose splendide, ho frequentato corsi d’arte e di danza, ho mangiato buon cibo, ho ballato alle feste nei capannoni e nulla di ciò ha implicato contatti sessuali con un altro essere umano. E’ stato meraviglioso e io sono fantastica!

– Una mia amica ha lavorato a maglia una serie di copriteiera meravigliosamente intricati. (Nella stessa situazione, io ho dormito un sacco. E’ stato splendido.)

copriteiera

– Ho passato due anni in Tanzania facendo ricerche sui bambini in relazione allo sviluppo, ho imparato a parlare Kiswahili in modo fluente e più tardi ho usato questa esperienza per diventare una delle poche ricercatrici che lavorano sul linguaggio dei bambini.

– Ho preso una specializzazione universitaria in ingegneria meccanica – quattro anni, essendo una delle sole due donne in un corso che contava più di quaranta uomini, trascorsi in un deserto sessuale.

– Ho comprato un ridicola motocicletta italiana, ho guardato programmi tv sugli orsi, mi sono fatta fare il tatuaggio di un orso, mi sono colorata i capelli rosa e ho trovato un lavoro abbastanza pagato da permettermi di fare volontariato in un parco protetto per gli orsi.

– Dormo, mangio, bevo, guardo gli episodi di Law & Order uno dietro l’altro e sospiro soddisfatta.

– Mi aggiudico un sacco di biglietti per i concerti “tutto esaurito”, perché è più facile ottenerne uno solo.

C’è chi vagheggia di compiere una carneficina perché nessuno vuol toccargli il culo. Ma immaginate se noi facessimo carneficine ogni volta in cui ci toccano il culo senza il nostro consenso.

Maria G. Di Rienzo

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“Tolerance has taken over feminism, and it threatens to destroy the movement”, di May Mundt-Leach per Feminist Current, 30 marzo 2018, trad. Maria G. Di Rienzo. May Mundt-Leach è una studente universitaria inglese e membro dell’organizzazione femminista Kvinnorum.)

“Siamo diventate riluttanti a essere etichettate come quelle che fanno crociate morali in un’era in cui il potenziale umano è degenerato al “farsi i fatti propri”. Siamo condizionate a produrre blande osservazioni e battute ciniche in risposta a oscenità su scala nazionale e perversità di magnitudo universale. Siamo anestetizzate al punto da trovare normali crudeltà e disperazione.” – Hilde Hein, 1982

Nel suo libro del 1986 “A Passion for Friends: Towards a Philosophy of Female Affection”, Janice Raymond fa riferimento al lavoro di Hilde Hein per descrivere un curioso fenomeno che si introduceva in parti del movimento delle donne durante quel periodo. “La tirannia della tolleranza – argomenta – dissuade le donne dal pensare in modo risoluto, dalla responsabilità del dissentire da altri e dalla volontà di agire. Peggio ancora, permette a principi oppressivi di affiorare senza essere confutati.”

L’osservazione di Raymond è piena di un discernimento che può (più facilmente di quanto dovrebbe) essere applicato al femminismo oggi. Il dominio totalitario del patriarcato ha forzato una clausola particolarmente nociva per le giovani donne: nessun giudizio di valore dev’essere espresso su qualcosa o qualcuno. I principi morali sono per i puritani e l’intervento critico è ritenuto “escludente” di vari gruppi o individui. Il termine “patriarcato” è gettato da una parte all’altra come se si trattasse di niente di più di uno strano oggetto che occasionalmente casca dal cielo, menzionato costantemente di passaggio ma a cui non si dà mai la profondità di analisi che esso richiede.

La parola “tolleranza” deriva dal Latino “tolerare” che significa “sorreggere, subire, patire” e, abbastanza letteralmente, “sopportare”. Nel patriarcato, le donne sono state preparate a un perpetuo stato di tolleranza. La tolleranza dei costumi, culture, comportamenti e sessualità maschili è stata storicamente forzata sulle donne dalle leggi di dei maschi, stati maschi e parenti maschi.

Dalla maniacale “caccia alle streghe”, dove centinaia di migliaia di donne furono pubblicamente torturate e uccise per aver rigettato l’autorità della chiesa, alle forme spesso brutali di anti-lesbismo dirette verso donne che scelgono di avere relazioni con altre donne anziché con uomini, la persecuzione sembra inevitabile per le donne che rifiutano di essere tolleranti del dominio maschile.

Oggi, l’addestramento alla tolleranza comincia presto – alle bambine si insegna a sopportare i bambini che le umiliano nel parco giochi, a far finta di non vedere la pornografia online, a chiudere le orecchie alla misoginia che sentono tutt’intorno.

Raymond descrive la tolleranza come una posizione passiva. Crea non-azione, apatia e una minore sensibilità alle ingiustizie commesse dagli uomini ai danni delle donne. In altre parole, condizionare donne e bambine a essere “tolleranti” non è involontario. Non è completamente sorprendente, quindi, che le donne – in particolare le giovani donne – siano riluttanti a formare il proprio senso di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; a distinguere quali valori possono essere considerati femministi e quali no; e all’articolare quel che deve cambiare se le donne vogliono essere infine libere dalla dominazione maschile.

Questa tirannia della tolleranza è più evidente in quello a cui oggi ci si riferisce come “femminismo intersezionale” e prevale in molte università occidentali. L’uso improprio della teoria originaria di Crenshaw – https://www.youtube.com/watch?v=uPtz8TiATJY – significa che questo tipo di “femminismo” riflette più da vicino un certo tipo di individualismo liberale, il quale aderisce al dogma maschile sotto le spoglie del progressismo e della giustizia sociale. Non è una coincidenza che le scelte inquadrate da questa ideologia come “femministe” rappresentino, sino all’ultimo tratto di mascara, gli attrezzi usati dagli uomini per colonizzare le donne.

La prostituzione, ora denominata “lavoro sessuale” da molti studenti, attivisti e accademici ambosessi, è presentata in tono di sfida in questa cornice come il risultato di una scelta personale e “potenziante” di una donna, nonostante la realtà della maggioranza delle donne nella prostituzione che là si trovano per mancanza di scelte.

L’industria multimiliardaria della pornografia registra e distribuisce atti sadici di misoginia, così come di pedofilia, omofobia e razzismo, a milioni di uomini e ragazzi in tutto il mondo – pure, usando il travestimento della “sex-positivity”, tali promozioni dell’abuso sono date a bere da qualcuno come “femministe”, mentre le donne che criticano l’industria sono marchiate come “anti-sesso” o “puttanofobiche”. E’ chiaro che per poter essere accettate in questa nuova gang “femminista”, una deve tollerare tutti i sistemi in cui le donne possono (ipoteticamente) mostrare scelte, a prescindere dagli scopi programmati dal sistema in questione.

La promozione in alcuni circoli femministi contemporanei di ciò che Raymond descrive come “libertà di valori” – o, come dice Hein, il “farsi i fatti propri” – rende in pratica impossibile definire una serie di valori collettivi o di asserire scopi condivisi a causa del desiderio di apparire sensibili e “rispettose” dell’opinione di ogni donna nel gruppo. Mantenere il rispetto verso le altre donne è ovviamente importante, pure di sicuro ciò non dovrebbe avvenire al costo di essere completamente incapaci di esprimere disaccordo su un particolare punto di vista o su una posizione politica. In più, nel mentre può essere relativamente facile opporsi a principi che sono patriarcali in modo ovvio, la difficoltà sta nel parlare contro quelli che sono più nascosti.

Secondo la vulgata popolare del “femminismo intersezionale”, alle donne viene detto che hanno peccato poiché possiedono il privilegio “cisgender”, il che posiziona l’essere nate donne e il continuare a chiamare se stesse donne come una posizione privilegiata in cui stare. Il punto cruciale è che delle donne in possesso del “privilegio cisgender” si dice abbiano la capacità di opprimere i maschi, se questi maschi hanno deciso che preferiscono non essere identificati come tali.

L’immagine idealizzata della femminista “inclusiva verso i trans” nella politica identitaria occidentale è diventata un segnale per vedere se una donna è veramente dispiaciuta dell’avere un corpo femminile – abbastanza apologetica da renderlo insignificante e, nonostante i suoi storici sfruttamento, oggettivazione e dominio da parte degli uomini, da arrivare a vederlo invece come un’insegna di privilegio. Essere una femminista tollerante oggi è pentirsi pubblicamente e senza posa dei propri supposti peccati: il maggiore dei quali, secondo alcuni, è l’essere in possesso di un corpo femminile.

L’anno scorso, 136 donne sono state uccise da uomini nel Regno Unito. Di media, una donna è stata uccisa ogni 2,6 giorni. In India, dove la pratica dell’infanticidio femminile è particolarmente comune, la popolazione infantile di sesso femminile nella fascia d’età fra 0 e 6 anni è diminuita dai 79 milioni del 2001 ai 75 milioni del 2011. Il mese scorso, la Danimarca ha aperto il suo primo bordello con bambole gonfiabili. Si pubblicizza come “il posto in cui tutti i gentiluomini sono i benvenuti e dove le ragazze non dicono di no”. Solo in Inghilterra e Galles 85.000 donne sono stuprate ogni anno. Ciò significa che oggi, di media, 10 donne saranno stuprate ogni ora.

Le donne devono riconsiderare cosa tollerano e cosa no. Sebbene le donne intolleranti siano etichettate come “quelle che escludono”, “fobiche” o “odiatrici”, gli uomini hanno ormai oppresso sistematicamente le donne per secoli eppure restano tollerati dalla maggioranza di noi. Come donne, dobbiamo cominciare a formare ciò che Andrea Dworkin chiama “un’intelligenza morale” – una capacità di costruire il nostro proprio sistema etico e di valori centrato sulle donne. Guardando indietro alla scia di violenza, colonizzazione e morte lasciata alle spalle dagli uomini in tutto il mondo, non c’è ragione per cui le donne debbano essere tolleranti del dogma patriarcale, qualsiasi sia la forma che esso prende.

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