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Posts Tagged ‘sicurezza’

La prossima volta in cui alla denuncia di farneticazioni discriminatorie e ignoranti, di insulti gratuiti, di allusioni pecorecce, qualcuno squittirà “e fatevela una risata ogni tanto”, “basta con il politically correct”, eccetera, rispondete GIULIA. Perché quel che è accaduto a lei e che accade sempre di più alle persone come lei – i crimini dell’odio in Italia sono raddoppiati dal 2014 al 2018, dati OSCE – è frutto dell’atmosfera sociale in cui si percepisce il completo sdoganamento e persino l’esaltazione di odio e violenza. E le parole, dette o scritte, sussurrate viscidamente o urlate in modo sguaiato, sono ciò che crea tale atmosfera.

Giulia

“17 gennaio 2020 – Potenza, presa a calci e pugni perché lesbica. Giulia Ventura, trentenne, su FB: (…) vedo due ragazzini che attraversano la strada e si mettono di fronte a me, intralciandomi il passaggio. Chiedo loro che problemi avessero e dopo due spintoni che mi hanno atterrata, ancora cosciente, sento una frase: “Le persone come te devono morire, vuoi fare il maschio? E mo ti faccio vede come abbuscano i maschi”. Non ho il tempo di rispondere che il primo pugno mi rompe il labbro, il secondo il naso, il terzo l’occhio.”

Ogni strombazzata e stupida falsità sull’ideologia gender, ogni ululato idiota sulla difesa della famiglia tradizionale, ogni stereotipo e pregiudizio infamante sulle donne in generale e sulle donne lesbiche in particolare hanno costruito l’aggressione a Giulia. I due ragazzini sono stati il logico risultato e il “braccio armato” del clima che la propaganda dell’odio ha creato.

“In tutto il mondo, stiamo osservando una disturbante ondata di xenofobia, razzismo e intolleranza. I social media e altre forme di comunicazione sono sfruttate come piattaforme per il bigottismo.

Il discorso pubblico è usato come arma per profitto politico, tramite retorica incendiaria che stigmatizza e disumanizza minoranze, migranti, rifugiati, donne e qualsiasi cosiddetto “altro”.

Questo non è un fenomeno isolato ne’ si tratta di voci chiassose di pochi individui ai margini della società. L’odio sta diventando l’opinione corrente – nelle democrazie liberali così come nei sistemi autoritari.

Il discorso d’odio è una minaccia ai valori democratici, alla stabilità sociale e alla pace. In linea di principio, le Nazioni Unite devono combattere il discorso d’odio a ogni piè sospinto. Il silenzio segnalerebbe indifferenza al bigottismo e all’intolleranza, persino quando la situazione si inasprisce e i vulnerabili diventano vittime.

Contrastare il discorso d’odio non significa limitare o proibire la libertà di parola. Significa impedire l’escalation delle parole d’odio in maggior pericolo, in particolare nell’incitamento alla discriminazione, all’ostilità e alla violenza, che sono proibite dal diritto internazionale.”, dal discorso con cui António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha presentato nel maggio 2019 il “Piano d’azione” contro l’hate speech.

Da anni, molto tempo della politica italiana è speso nel farneticare attorno al concetto di “sicurezza”: ma si tratta di appunto di un concetto astratto, la “sicurezza della nazione”, che si basa anche sul trascurare o minare la sicurezza di coloro che sono socialmente – economicamente – politicamente marginalizzati o stigmatizzati, il che spiega perché ne’ Giulia ne’ qualsiasi altra donna, lesbica o no, è al sicuro mentre cammina semplicemente per le strade della sua città. I crimini generati dalla misoginia e dall’omofobia sono continuamente “scusati” sui media con ogni sorta di razionalizzazioni e attestati di simpatia per i perpetratori – e conseguente nuova vittimizzazione delle persone che li hanno subiti, mentre chi dovrebbe proteggerle (forze dell’ordine e tribunali) troppo spesso minimizza l’accaduto, colpevolizza le vittime e emette per gli aggressori sentenze ridicolmente miti o assolutorie. Occuparsi davvero della sicurezza di un Paese significherebbe riorientare impegni e risorse nel dare valore a ogni individuo che in quel Paese vive, cercando di proteggerli tutti da ogni forma di violenza.

Per quel che riguarda nello specifico la comunità lgbt, la propaganda dell’odio ha effetti devastanti. Solo per dirne uno, le probabilità che un adolescente gay maschio o femmina tenti il suicidio sono cinque volte tanto quelle dei suoi pari eterosessuali. “Le persone come te devono morire”, no? NO.

Perciò, al prossimo “ma sulle lesbiche scherzavo, voi femministe non avete il senso dell’umorismo”, la mia risposta sarà GIULIA. Io non posso ridere delle vostre stronzate infami, perché il loro esito è quel che è stato fatto a lei.

Maria G. Di Rienzo

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“Ogni giorno, persone muoiono come risultato di incidenti sul lavoro o malattie collegate al lavoro: più di 2 milioni e 780.000 decessi per anno. In aggiunta, ci sono circa 374 milioni di infortuni sul lavoro non mortali che comportano più di quattro giorni di assenza. Il costo umano di questa avversità quotidiana è enorme e il fardello economico dovuto a pratiche insufficienti di tutela della sicurezza e della salute sul lavoro è stimato attorno al 3,94% annuale del PIL globale. (…) Un lavoro decente è un lavoro sicuro.” Organizzazione Internazionale del Lavoro, 2019.

“Non solo gli infortuni sono in aumento, ma sono in aumento soprattutto le morti. Questa è una strage: se uno guarda i dati degli ultimi dieci anni sono 17 mila le persone che sono morte sul lavoro (in Italia) contando anche quelli morti mentre andavano o tornavano dal lavoro.”, Maurizio Landini, Segretario CGIL, 13 ottobre 2019 – Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.

La sicurezza di chi lavora è una priorità sociale ed è uno dei fattori più rilevanti per la qualità della nostra convivenza. Non possiamo accettare passivamente le tragedie che continuiamo ad avere di fronte. Le istituzioni e la comunità nel suo insieme devono saper reagire con determinazione e responsabilità. Sono stati compiuti importanti passi in avanti nella legislazione, nella coscienza comune, nell’organizzazione stessa del lavoro. Ma tanto resta da fare per colmare lacune, per contrastare inerzie e illegalità, per sconfiggere opportunismi. Punto di partenza è un’azione continua, rigorosa, di prevenzione.” Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, 13 ottobre 2019 – Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro.

Safety and Health at Work

Questo è l’unico “albero” che posso associare oggi al Natale (pubblicizzava un’iniziativa internazionale su lavoro e sicurezza), perché non riesco a smettere di pensare a Giuseppina Marcinnò, deceduta sul lavoro il 22 dicembre u.s. – a 66 anni e alla vigilia della pensione – e a Stefano Strada, 45 anni, deceduto sul lavoro due giorni dopo. Lasciano in uno scioccante dolore figlie e figli, amati, amici – e persino una sconosciuta come me: l’una schiacciata da una pressa, l’altro folgorato in una cabina elettrica, la loro fine ha raggiunto probabilmente le prime pagine proprio per la concomitanza con le festività natalizie.

Il numero 17.000 ci dice però che non sono eccezioni a una regola. Se il giornalismo italiano non fosse una barzelletta di sicurezza sul lavoro e di lavoro in genere darebbe conto quotidianamente (lavoro, non le pagliacciate sugli/sulle influencer e i resoconti sui pasti di un ex ministro che non ha mai lavorato un giorno in vita sua). L’Italia non è fatta di culi al vento, scarpine trendy e “vipperia” varia: le eccezioni sono loro – noi, noi italiani siamo un popolo intero invisibile ai media e da essi considerato mero target pubblicitario. La richiesta implicita in tale trattamento è che noi ci si accapigli sulla stupidaggine del momento (presepi o seni rifatti o biscotti alla Nutella) e si muoia in silenzio: da me, NO e tanti auguri per un veloce risveglio alla realtà.

Maria G. Di Rienzo

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2 novembre 2019: “Milano, abusi sulla figlia minorenne, arrestato un uomo di 44 anni – Il racconto shock di una ragazzina: arrestato il compagno della madre”

Quest’uomo picchiava abitualmente la convivente sino a romperle naso e costole e danneggiarle la milza.

La figlia maggiore di costei, ora quattordicenne, ha subito assalti sessuali dal “patrigno” da quando ne aveva dodici.

La ragazzina nascondeva nell’armadio i fratelli più piccoli quando cominciavano i pestaggi diretti a sua madre. Se i bimbi infatti scoppiavano a piangere, l’uomo li infilava sotto la doccia fredda per farli smettere.

Uno dei fratellini è un neonato, l’unico a essere figlio del 44enne: alla visita medica è risultato in astinenza da sostanze stupefacenti. Pare che l’uomo costringesse la compagna ad assumerle durante la gravidanza.

L’individuo in questione ha un procedimento penale in corso per minacce al giudice che aveva deciso di togliere il neonato ai genitori. Nel 2015 era stato processato per violenze e maltrattamenti nei confronti dell’allora ex compagna. E’ stato assolto in appello, perché “la ricostruzione della donna è stata ritenuta inattendibile”.

Ormai è un classico: faccio da decenni abitualmente una sorta di “giro del mondo” fra inchieste, ricerche, studi sulla violenza di genere e la questione continua a saltar fuori ovunque.

1. Quando le donne condividono o denunciano esperienze di violenza i loro racconti sono troppo spesso ignorati, minimizzati, trivializzati e usati contro di loro – dalle forze dell’ordine, dai tribunali e dai media. Se a giudicarti bugiarda a priori e comunque sempre corresponsabile dei torti che hai subito sono proprio quelli che dovrebbero difendere i tuoi diritti umani, ciò serve da alimentatore della violenza e da deterrente per le prossime vittime. Sono così stanca di doverlo ripetere che potrei mordere il prossimo idiota ululante: “denunciate, perché non denunciate, allora vi sta bene, ecc.”

2. Il segnale più consistente che un uomo sia incline a usare violenza contro le donne è il suo manifestare attitudini patriarcali, sessiste, sessualmente ostili. Tuttavia, se la società di cui fa parte sta al gioco e ciancia di scherzi, ironia-opinione, esagerazioni o menzogne o vittimismo da parte delle donne, mostrando un’assoluta mancanza di empatia, le probabilità che un uomo abbandoni tali atteggiamenti si aggirano attorno allo zero.

Vogliamo fare qualcosa al proposito? Soprattutto, gli uomini vogliono agire? Molto bene.

A livello individuale:

– Cambiate il modo consueto e quotidiano in cui parlate di donne. Al prossimo commento cosce-tette-culo, al prossimo insulto sessista, alla prossima prevaricazione o discriminazione, al prossimo atto di violenza: sottraete attivamente il vostro consenso. No, non ci sto, non mi fa ridere, non voglio discutere in questi termini, non voglio essere complice dei tuoi abusi, se non riesci a mutare quest’attitudine io non voglio parlare con te dell’argomento.

– Cercate le voci delle donne e ascoltatele. Intendo: veramente. Tacete, non intervenite, non interrompete, tenete le mani distanti dalla tastiera – per una volta, ascoltate e basta.

– Esaminate criticamente quanto credete di sapere dell’altra metà del cielo. Vi hanno detto questo e quello, avete letto questo e quest’altro, ma le informazioni concordano o no con le esperienze che le donne vi narrano?

– Fate pratica di empatia mettendovi nei loro panni. Voi non avete paura di uscire quando fa sera. A voi non sono rifilati ogni giorno centinaia di avvisi e consigli su come e dove muovervi, su cosa indossare e perché, su come apparire o scomparire. Voi non siete bersagli predestinati a causa del vostro sesso. Accettereste un’esistenza simile, la trovereste gratificante?

– Unitevi a gruppi / associazioni / forum che discutono seriamente di violenza di genere, agiscono fattivamente in merito e chiedono alla classe politica di intervenire.

A livello istituzionale, se siete fra i decisori:

– Prendete pubblico impegno ad ascoltare e rispondere alle donne e per la loro inclusione nei processi decisionali.

– Espandete la discussione sulla “sicurezza” in modo che diventi più sensata, olistica e inclusiva. La sicurezza delle donne è messa in discussione per l’intera durata delle loro vite dalla violenza di genere.

– Siate proattivi e create spazi per la discussione e la partecipazione.

– Valutate e migliorate leggi, politiche e pratiche.

– Pretendete l’applicazione dei protocolli nazionali ed internazionali già in vigore ma del tutto disattesi.

– Date l’avvio a processi di istruzione / aggiornamento per chiunque entri professionalmente in contatto con donne vittime di violenza: polizia, carabinieri, operatori sanitari, magistrati. Tenete presente che non potete affidare progettazione e organizzazione dei corsi alla prima squinternata in cerca di riflettori che passa. Chi deve tenere il timone sono le organizzazioni e le reti di donne che lavorano contro la violenza.

– Sostenete e finanziate dette organizzazioni e reti.

Maria G. Di Rienzo

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grim reaper

Il brano viene da un articolo di ieri, 16 agosto, a firma di Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil: “(…) come ha evidenziato il recente rapporto Eures dal significativo titolo “Omicidio in famiglia”, le armi legalmente detenute nelle case degli italiani uccidono più di mafia, camorra e ‘ndrangheta. C’è un dato che fa riflettere, confermato anche dall’ultimo dossier ferragostano del Viminale: gli omicidi sono in calo nel nostro Paese, ma crescono quelli tra le mura di casa. (…) Sempre secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno, oltre il 63% degli omicidi “casalinghi” riguarda le donne. Una vera e propria emergenza, con un fil rouge che lega pericolosamente assieme la delittuosità in famiglia e la diffusione delle armi. Per questo, come poliziotti democratici, restiamo fermi nella nostra convinzione che il numero di fucili e pistole in circolazione debba diminuire e non aumentare, che il legislatore debba mettere le forze di polizia nella condizione di poter controllare in maniera più cogente i titolari di porto d’armi ad uso sportivo o caccia che spesso costituiscono l’occasione a buon mercato per avere in casa delle vere e proprie santabarbara.”

Istat, agosto 2019: quasi 7 milioni di donne italiane dai 16 ai 70 anni hanno subito almeno una volta nella vita una forma di violenza (20,2% violenza fisica, 21% violenza sessuale). Nella maggior parte dei casi i perpetratori sono partner o ex partner: sapete, quelli stressati, depressi, disoccupati, lasciati o non lasciati dalle loro vittime; ad ogni modo, innamorati (16 agosto – Reggio Emilia. Omicidio Hui Zhou. I parenti di Hicham Boukssid: “Era innamorato di lei”) e recidivi in questo tipo di “amore” (3 agosto – Omicidio/suicidio a Pesaro. La figlia di Maria Cegolea: “Papà spesso la picchiava, anche di fronte a noi”). In Italia 120 donne all’anno, di media, muoiono così.

Inail, luglio 2019: aumentano i morti sul lavoro. Le denunce di infortunio mortale sono state l’anno scorso 1.218, in crescita del 6,1% rispetto al 2017. I casi accertati “sul lavoro” sono invece 704, il 4,5% in più di cui 421, pari a circa il 60% del totale, avvenuti fuori dell’azienda (con un mezzo di trasporto o in itinere, di cui 35 ancora in istruttoria). Anche gli infortuni non mortali sono in aumento: circa 3.000 in più rispetto al 1° trimestre dell’anno precedente (da circa 154.800 a 157.700).

Adesso mi dica il sig. Ministro dell’Interno: sono i 134 disgraziati rimasti bloccati a bordo della “Open Arms” – in condizioni igieniche insostenibili e da ben quindici giorni – a minacciare la sicurezza delle italiane e degli italiani?

Maria G. Di Rienzo

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“Donne, il silenzio del governo sulle politiche di contrasto alla violenza” – Vita – 3 luglio 2019:

“Il 30 giugno era attesa la relazione del sottosegretario Spadafora sui fondi antiviolenza, ma dall’esecutivo nessuna notizia. Silenzio anche sullo stato di avanzamento del Piano nazionale antiviolenza 2017-2020. Con ActionAid anche D.i.Re, Be Free e Telefono Rosa. Per Isabella Orfano esperta della ong «un’occasione persa». «Un totale stallo nelle politiche nazionali di prevenzione e contrasto della violenza maschile contro le donne» osserva Lella Palladino, presidente di Donne in Rete.”

Il Governo non rispetta la legge sul femminicidio – LetteraDonna – 04 luglio 2019:

“A che punto siamo con i fondi antiviolenza? Quante sono le risorse stanziate ad oggi e come sono state utilizzate? A queste domande avrebbe dovuto rispondere la relazione che, secondo la legge sul femminicidio, il sottosegretario alla Presidenza con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora doveva presentare alle Camere entro il 30 giugno. Ma la scadenza non è stata rispettata, e gli interrogativi sulle risorse stanziate, così come sullo stato di avanzamento del Piano nazionale antiviolenza 2017-2020 restano inevasi”.

Quelle 33 mila donne in fuga dalla violenza – La Repubblica – 8 luglio 2019:

“Primo censimento ufficiale dei 338 centri in Italia che aiutano chi subisce aggressioni e minacce. Il piano delle Pari opportunità: arrivano più risorse, quest’anno 37 milioni. Ma anche più controlli. E il sottosegretario Spadafora attacca: “L’Italia è più sessista, e Salvini dà il cattivo esempio”.

In fuga da violenze e abusi. Spesso in pericolo di vita. Senza nulla, a volte, se non i loro bimbi impauriti, portati via per mano, nella notte, addirittura in pigiama. Sono state oltre 33 mila le donne accolte nel 2017 dalla rete capillare dei 338 centri antiviolenza italiani, per la prima volta censiti dall’Istat e dal Cnr su incarico del dipartimento per le Pari opportunità. Ma oltre cinquantamila donne hanno chiesto aiuto (…)”.

Relazione sullo stato di utilizzo delle risorse per centri antiviolenza e case rifugio – no. Relazione sui piani d’azione nazionali contro la violenza di genere – no. (Ambo gli impegni sono previsti dalla legge 119/2013).

Arrivano più risorse? Ma lo stanziamento serve a poco se poi i soldi restano in cassa: Erogazione fondi – 2015/2017 – oscillante fra il 25,9 e il 35,9%. Risorse liquidate da parte delle Regioni, nel 2018, pari al 56,3% del totale. Per la serie: neanche dalla cima dell’Everest si scorge la vastità di quanto allo stato italiano non importi nulla della violenza contro le donne.

Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (pari opportunità, politiche giovanili e servizio civile universale) Vincenzo Spadafora ha sicuramente ragione quando dice che “L’Italia è più sessista, e Salvini dà il cattivo esempio”, ma non può scaricare su altri il proprio palese e dimostrato disinteresse per uno dei dipartimenti che dovrebbe dirigere: “Il Dipartimento per le Pari Opportunità ha il compito statutario e politico di favorire l’affermazione dei diritti universali per tutte e tutti. Spiace constatare che, lungi dall’impegnarsi in azioni realmente trasformative, il Dpo è anche inottemperante rispetto a compiti già messi a sistema e normati, anche rispetto a calendari e scadenzari decisi da tempo, e resi organici attraverso le Conferenza Stato Regioni, che ha normato le azioni governative antiviolenza.”, Oria Gargano di “Be Free”.

Però, Spadafora è uno che può cambiare idea e non solo perché è stato per tre anni presidente di Unicef Italia. Cambiare sembra venirgli facile: segretario particolare del presidente della Regione Campania Andrea Losco (Udeur, cioè Mastella, cioè “cristianesimo democratico” qualunque cosa ciò voglia dire); poi nella segreteria dei Verdi con Alfonso Pecoraro Scanio; poi capo segreteria del Ministero dei Beni Culturali con Francesco Rutelli, Margherita; poi nominato garante per l’infanzia e l’adolescenza da Gianfranco Fini (allora presidente della Camera, Futuro e Libertà) e Renato Schifani (allora presidente del Senato, Forza Italia); infine, nel 2016 entra nello staff di Luigi Di Maio come responsabile delle relazioni istituzionali e nel 2018 è candidato, ed eletto, per il Movimento 5 Stelle.

Se mette questa volontà di esserci sempre e comunque e con chiunque contro la violenza di genere può essere un buon alleato: noi attiviste siamo pragmatiche e puntiamo al merito. Intanto, visto che con Salvini ha a che fare direttamente, potrebbe chiedergli se al “Comitato nazionale ordine e sicurezza” invece di giocare a Risiko con “l’utilizzo di radar, mezzi aerei e navali, presenza delle navi della Marina e della Guardia di Finanza per difendere i porti italiani” possono spendere qualche minuto a riflettere su cosa mina e persino azzera la sicurezza nelle esistenze delle cittadine italiane.

Maria G. Di Rienzo

P.S. Questo l’ho letto dopo aver pubblicato l’articolo e lo riporto così com’è scritto:

“Utilizzare il dramma (1) della violenza che troppe donne hanno subito o subiscono per attaccare Salvini è vile – afferma Erika Stefani ministro (2) per gli Affari Regionali e le Autonomie – un comportamento che male si addice a chi ha un incarico di Governo così delicato come quello che ricopre Spadafora e che quindi andrebbe ripensato. Sono costernata. La politica non dovrebbe mai arrivare a questo livello”.

Signora Stefani, quando nel 2016 Salvini si produsse nella pagliacciata con la bambola gonfiabile paragonata a Laura Boldrini lei scrisse le stesse cose online, dirette a lui vero? VERO? E gli ha risposto così, per anni “Sono costernata. La politica non dovrebbe mai arrivare a questo livello” ogni volta in cui il suddetto si è prodotto in attacchi squinternati e volgari via twitter a quella che allora era la Presidente della Camera. E’ andata così, VERO?

(1) No, non è uno tsunami ne’ un terremoto ne’ un fuoco d’artificio di raptus: è un problema sociale alimentato anche da linguaggi, stereotipi, atteggiamenti, insulti, “scherzi” sessisti. Come la bambola gonfiabile di cui sopra.

(2) Ministra, grazie. E’ ITALIANO. Foscolo usava il termine già ai tempi suoi e per forza di cose non era stato indottrinato “dalla Boldrini”, giusto?

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“State per leggere le voci inascoltate e le potenti prospettive che servono a dare luogo a vera sicurezza globale. Quando così tanta della popolazione mondiale non può realizzare il proprio potenziale a causa della violenza, della povertà, della cattiva salute e dell’esclusione dal potere e dal processo decisionale, non ci sarà mai vera pace ne’ sicurezza duratura. La soluzione può essere trovata solo ascoltando coloro che portano il peso di queste minacce e agendo secondo le loro raccomandazioni. Le seguenti intuizioni vengono da donne di oltre sessanta paesi. Alcune di loro, come quelle che si trovano in Camerun, sono nel mezzo di un conflitto attivo. Altre, come quelle che si trovano nelle Filippine, stanno facendo esperienza delle minacce immediate del cambiamento climatico. Ancora di più, come in India, Nepal, Nigeria e Stati Uniti ecc., sono quelle che affrontano le minacce giornaliere delle molestie, delle aggressioni e delle limitazioni loro poste in sola ragione del loro genere. I loro messaggi sono urgenti; le loro raccomandazioni inestimabili. Prese insieme, queste orgogliose e competenti voci chiedono niente di meno che una ridefinizione fondamentale della sicurezza globale, nazionale e umana. Propongono inoltre passi pratici per risolvere il complesso e interconnesso intreccio che compromette detta sicurezza. La riformulazione non è idealistica. E’ realistica. Non è inattuabile, ma ragionevole e certa.” Jensine Larsen, fondatrice di World Pulse, così presenta il rapporto su Donne, Pace e Sicurezza 2019, dal titolo “Il futuro della sicurezza sono le donne”.

report

Il rapporto è stato realizzato assieme ad altre due organizzazioni, Our Secure Future e Women’s Alliance for Security Leadership – ICAN, ha raccolto 350 testimonianze in tutto il mondo e utilizzato le narrazioni di 150 socie di World Pulse. Per avere il documento in pdf potete andare qui:

https://www.worldpulse.com/explore/peace-and-security/women-peace-and-security-report-2019

I punti chiave che emergono dallo studio:

* A vent’anni dalla Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che dava mandato per l’inclusione delle donne nei processi di pace, le donne restano fuori dai processi decisionali su pace e sicurezza.

* Le donne vogliono una ridefinizione del termine “sicurezza”. Nel rapporto la definiscono in modo olistico e inclusivo. Non si tratta solo dell’assenza di paura, minacce e violenza, ma della presenza stabile di solidità finanziaria, accesso alle necessità basilari, legame comunitario, ambiente ecologicamente sano, giustizia, e molto altro.

* Le donne hanno espresso il forte desiderio di essere libere dal persistente timore della violenza di genere nelle loro vite: in casa, per strada, sui trasporti pubblici, nei luoghi di lavoro, ovunque.

* La sicurezza delle famiglie e di altri soggetti vulnerabili è una priorità situata molto in alto nell’agenda. Le donne sono preoccupate per i bambini e per coloro che sono più direttamente colpiti dalla violenza in relazione alla loro sessualità, al loro gruppo etnico, alla loro classe sociale, alla loro nazionalità, alla loro età e alla loro abilità fisica.

* Le donne vogliono il rispetto dei diritti umani, loro e altrui. La loro percezione di insicurezza è risultata legata a esperienze di discriminazione e diseguaglianza a scuola e al lavoro, così come al poter esercitare o meno libera espressione nelle loro vite.

* Grave la preoccupazione per l’ambiente. Le donne hanno citato il cambiamento climatico, la degradazione degli ecosistemi, la perdita di risorse naturali, i disastri ambientali come contributi fondamentali all’insicurezza.

* Le donne dicono che istituzioni politiche corrotte e inaffidabili minano proprio la sicurezza che affermano di voler conseguire. Politiche che danno priorità a violenza e potere ed escludono le donne e le loro istanze non portano beneficio alcuno.

Maria G. Di Rienzo

“Sogno un tempo

in cui il suono

del mio piede che cala

su una strada buia

non porterà più con sé

l’eco del panico,

ma il risonante battito

della libertà”

Daydri, socia di World Pulse, sudafricana che vive in Romania.

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Coincidenze bizzarre:

– il 21 giugno, ieri, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha festeggiato benissimo il centenario durante la sua 108^ Conferenza, mettendo ai voti e vedendo approvate Convenzione su lotta a molestie e violenza sul luogo di lavoro (legalmente vincolante per gli stati), Raccomandazioni relative (consigli e guida su come farlo, non vincolanti) e la Dichiarazione sul futuro del Lavoro, che mette gli esseri umani e i loro diritti umani al centro del discorso. La Convenzione entrerà in vigore dopo 12 mesi dalla ratifica da parte delle singole nazioni, fra cui l’Italia.

Sull’approvazione della Convenzione, la dirigente dell’Organizzazione Manuela Tomei (Workquality Department) ha detto: “Senza rispetto, non c’è dignità al lavoro e, senza dignità, non c’è giustizia sociale. E’ la prima volta che una Convenzione e delle Raccomandazioni su violenza e molestie nel mondo del lavoro sono adottate. Ora abbiamo una definizione condivisa di violenza e molestie. Sappiamo cosa dev’essere fatto per prevenirle e affrontarle e da chi. Speriamo che questi nuovi standard ci guidino nel futuro del lavoro che vogliamo vedere.”

– sempre il 21 giugno rimbalza qua e là sui quotidiani il nuovo regolamento per la polizia locale di Cittadella (Padova), comune governato dalla Lega. Il focus delle prescrizioni dovrebbe essere “la sicurezza” – naturalmente intesa in senso salviniano – e in effetti esse prevedono assetti antisommossa, maschere antigas ecc., ma l’imposizione di un lunghissimo, dettagliato e spesso ridicolo codice di abbigliamento per le vigili (1) non sembra incastrarsi bene nel quadro.

Prima di entrare nei dettagli, ecco la dichiarazione al proposito del comandante dei vigili di Cittadella, Samuele Grandin: “I nostri agenti sono tenuti ad avere un aspetto consono. Siamo forze dell’ordine a tutti gli effetti, per cui vige un principio militaresco. Chi sceglie questo lavoro deve capire che non siamo un’armata Brancaleone, e per chi non si adegua scatteranno i procedimenti disciplinari.” Nel presentare il nuovo regolamento ai consiglieri comunali (costui) ha insistito molto sull’importanza della forma fisica e sulla necessità di mettere in campo misure adeguate anche in funzione antiterrorismo.”

La polizia municipale, in Italia, è un corpo a ordinamento civile, i corpi di polizia a ordinamento militare sono guardia di finanza e carabinieri, per cui i principi militareschi (propri cioè dei militari – dizionario della lingua italiana docet) con i vigili non hanno nulla a che fare. Molto militaresca, per contro – per estensione, spregiativo, sempre citando il dizionario – appare la minaccia di sanzioni per chi dovesse obiettare.

Tornando alle prescrizioni per ottenere un aspetto consono a non si sa cosa, “tra i requisiti per l’accesso, sia di maschi sia di femmine, è prevista una “distribuzione del pannicolo adiposo” che rispecchi una forma armonica, con tanto di percentuali di massa magra e massa grassa per maschi e femmine”. Sarebbe interessante, al proposito, sapere chi ha definito l’armonia (Leibniz e le sue monadi?) e quale autorità scientifica, in base a quali studi / ricerche, ha definito le percentuali. Inoltre: il personale già in servizio che non potesse o non volesse raggiungere gli standard indicati nel nuovo regolamento sarà licenziato?

Comunque, se ai vigili di sesso maschile si ordina di curare barba e baffi e di non portare basette a punta (?), le vigili hanno una lista di prescrizioni assai più lunga che norma: colore, forma, lunghezza dei capelli (per esempio la lunghezza di un’eventuale frangia “non deve eccedere al di sotto delle sopracciglia”) e accessori per gli stessi (“di dimensioni ridotte e di colore tale da risultare poco appariscenti”); cosmetici (“tenui”, “smalto per unghie trasparente”); gioielli (orecchini solo se non pendenti e sempre in coppia, fra gli anelli sono permessi solo la fede e quello di fidanzamento: e se lo stato civile conferma la prima, non è noto come si verificherà che il secondo corrisponda a una relazione sentimentale ufficiale); capi di abbigliamento, dai collant “tinta carne o beige” da indossare “sia d’inverno che d’estate, salvo specifiche e temporanee autorizzazioni da parte del medico competente” alla coppia mutande/reggiseno nei medesimi colori (obbligatoria “con ogni tipo di uniforme”).

La Convenzione citata all’inizio definisce violenza e molestie come comportamenti e pratiche che “mirano a, o risultano in, o potrebbero risultare in: danno fisico, psicologico, sessuale ed economico”; ciò “può costituire una violazione o un abuso dei diritti umani” ed è “una minaccia per le pari opportunità, inaccettabile e incompatibile con un lavoro decente”.

La sessualizzazione e l’oggettivazione delle lavoratrici, spinta sino a normare il colore delle loro mutande, temo ricada nella suddetta descrizione. E francamente non riesco a vedere i benefici che i collant obbligatori (anche se le vigili indossano pantaloni?) porteranno alle misure antiterrorismo.

Però, sapete, c’è anche chi ha chiuso un articolo al proposito così:

“Del resto l’attenzione di Cittadella alla sicurezza ha una storia antica, racchiusa com’è fin dal Medioevo dalla cinta muraria fatta erigere da Ezzelino per favorire la colonizzazione del territorio verso Treviso, ancor oggi perfettamente conservata.” (Repubblica, 21 giugno – la parola evidenziata, nel testo, l’ho sostituita io. L’originale era probabilmente un refuso: amor. O forse no. Resta il fatto che con la palese discriminazione sessista subita dalle vigili non c’entra una beata mazza.)

Maria G. Di Rienzo

(1) La parola “vigile” termina in “e”. E’ uno di quei casi in cui basta modificare l’articolo per indicare il sesso a cui ci si riferisce, senza ricorrere al suffisso spregiativo “essa”.

Linguiste/i e studiose/i spiegano come e perché da almeno un ventennio perciò, in caso non stia bene a qualcuno, questo qualcuno può fare le sue ricerche e persino piazzare una petizione su Change.org, ma è inutile che chieda a me di modificare le mie scelte. Es claro?

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