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marichuy

“Il sistema elettorale non è fatto affinché noi, il popolo in basso, si governi. Le leggi e le istituzioni dello stato sono fatte per quelli che stanno sopra, i capitalisti e la loro classe politica corrotta, per cui il sistema elettorale risulta essere una grande illusione. Il governo, l’esercito, la polizia, i narcotrafficanti, tutti favoriscono lo sfruttamento delle nostre ricchezze naturali. Tutti vogliono spaventare la nostra gente e far sì che chi si oppone ai loro progetti capitalisti scompaia. Dobbiamo spezzare le radici di ciò che sta ferendo il Messico. Questo paese ha bisogno di guarigione.” – María de Jesús Patricio Martínez.

Meglio conosciuta come Marichuy, María è una donna di etnia Nahua che vive a Jalisco, praticante di medicina tradizionale: la settimana scorsa ha cominciato la sua campagna per le elezioni presidenziali del 2018. E’ la prima donna indigena a scendere in lizza per la presidenza in Messico e dovrà vedersela con altri 85 candidati. Sta parlando di ciò di cui nessuno vuole veramente parlare, i problemi e le istanze che riguardano i gruppi maggiormente marginalizzati dalla società: gli indigeni, i poveri, le donne. Per quanto improbabile sia la sua vittoria, solo per questo le dobbiamo rispetto e gratitudine. Buena suerte, Marichuy.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “A Question of Aesthetics and Colonization”, di Maria Thereza Alves, artista multimediale brasiliana, 10 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo)

“Nel 1987, discutevo assieme a Domingos Fernandes e José Gaspar Ferraz de Campos del come fare politica nella nuova opportunità offerta dalla fine della dittatura militare e dagli inizi della democrazia in Brasile. All’epoca, c’era una celebrazione della libertà politica e più di cinquanta partiti si erano registrati per le incombenti elezioni e noi tentavamo di capire dove saremmo stati in grado di dare un contributo politico al Brasile.

Io avevo lavorato come rappresentante del Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori – PT) ma non ero più attiva in esso a causa dell’ingresso di persone della classe sociale più elevata che avevano preso numerose posizioni all’interno del partito. Sia Domingos si José avevano fatto parte di un vasto raggio di formazioni politiche e movimenti. Pensammo che nessuno dei partiti rifletteva il nuovo potenziale nel lavorare in politica e fondammo il Partido Verde (Partito Verde) a San Paolo.

Nel mezzo fra questo e il mio impiego pagato da insegnante di inglese, lavoravo anche sulla mia arte. Il Museu da imagem e do som a San Paolo stava nel mio quartiere, Pinheiros. Presi il mio pesante e largo portfolio, che non era ammesso sull’autobus, e camminai per i due chilometri e 600 metri fino al Museo. Avevo precedentemente chiamato per prendere appuntamento con il direttore, il cui nome non ricordo più.

Arrivai proprio nel momento in cui Domingos del nostro nascente Partito Verde usciva dall’ufficio del direttore. Mi chiese cosa facevo lì e io chiesi di rimando a lui, a cui l’arte non piaceva, come mai era in un museo. Mi disse che aveva appena fatto un favore politico, uno grosso, al direttore e suggerì che andassimo insieme a parlargli e che io potevo chiedere una mostra personale e potevamo consultare il calendario e vedere quand’era il momento migliore per me.

Ero scioccata e dissi che non era quello il modo in cui le cose andavano nel mondo dell’arte. Mi ero diplomata alla scuola d’arte tre anni prima. Andai da sola nell’ufficio del direttore. Mi chiese il mio nome. Mi chiese a quale famiglia Alves appartenevo. Io risposi “A nessuna che lei possa conoscere.” Non poteva, infatti: la mia famiglia all’epoca era composta di contadini o fattori su piccola scala nella campagna dello stato di Parana. Il direttore allora rifiutò di guardare il mio portfolio. Era la prima volta che come artista stavo presentando il mio lavoro al direttore di un museo e avevo seguito tutti i passi che mi erano stati insegnati alla scuola d’arte. Perciò, misi il portfolio sul tavolo, ma lui non lo sfogliò. Allora lo aprii. Ancora non lo toccò. Girai io i fogli per lui. Mentre stavamo arrivando alla fine, e lui era stato zitto durante tutto il processo, spiegai che aveva l’obbligo di discutere con l’artista del lavoro – che lo trovasse interessante o no.

A questo punto, la mia frustrazione per il suo maleducato e arrogante silenzio era ovvia. Il direttore fu quindi costretto a spiegarmi che in realtà era dottore in medicina, che la sua famiglia era stata d’aiuto nel far eleggere il sindaco e che come favore di ritorno la posizione al museo era stata data a loro. Confessò che non sapeva nulla di arte.

Alcuni mesi più tardi, lasciai il mio portfolio a un rinomato centro culturale, il SESC di San Paolo. Anche loro non si presero la briga di guardarlo. Allora chiesi a Domingos di domandare il ritorno di un favore politico. Qualche altro mese dopo, ricevetti la chiamata dall’istituzione culturale che era ora entusiasta all’idea di organizzarmi una mostra in qualsiasi momento io avessi voluto. Declinai l’offerta di partecipare alla corruzione e spiegai che avevo solo voluto verificare se era così che le cose andavano in Brasile.

Passati alcuni anni, stavo lavorando a un numero della rivista Documents pubblicata a New York e incontrai del personale del dipartimento culturale di San Paolo. Fui trattata bene – intendo dire che fui presa sul serio come persona. Non fui interrogata sulla famiglia a cui appartenevo e sull’essere o no collegata a qualche famiglia importante che era il mio “padrino” politico. (Come giovane donna la cui famiglia all’epoca non aveva alcun peso politico o sociale, questo poteva solo voler dire essere l’amante di qualche persona potente. Tale opportunità mi è stata offerta parecchie volte – l’essere la compagnia sessuale di qualcuno – mentre cercavo lavoro in campi in cui ero qualificata ma non avevo relazioni sociali che mi assicurassero l’impiego. Alla fine mi sistemai a insegnare inglese in una piccola ditta guidata da una donna, la quale concordava con me sul fatto che non dovevo accettare proposte sessuali per mantenere un lavoro.)

Tornai una settimana più tardi a continuare la mia discussione con il dipartimento culturale e fui trattata come sono trattata normalmente, cioè come un’intrusione in un luogo dove non sono benvenuta poiché non vi appartengo, e mi chiesi cos’avessi fatto di sbagliato per meritare questo. Stavo per essere illuminata: mi spiegarono che originariamente avevano creduto io fossi parente del Segretario alla Cultura di Rio de Janeiro ed erano delusi dall’aver scoperto che non lo ero.”

il ritorno del lago

Il Ritorno del Lago di Maria Thereza Alves, 2012, Installazione:

Un lago si essiccò nella regione di Chalco vicino a Città del Messico all’inizio del 20° secolo. Un immigrato spagnolo voleva aggiungere la terra sotto il lago ai suoi possedimenti: sarebbe diventato il secondo uomo più ricco del Messico. Quest’evento catastrofico del 1908 causò il collasso del commercio nella regione ed ebbe impatto sulla sopravvivenza di 24 città e villaggi indigeni.

Gli effetti negativi del disastro continuano a piagare la regione con inondazioni, acqua contaminata, cedimenti di terreno e conseguente distruzione di infrastrutture, come le tubature fognarie e le abitazioni. Il lago, ora conosciuto come Tláhuac-Xico (dai nomi delle due comunità che hanno maneggiato l’area per far tornare il lago) si sta ora riformando grazie alle acque pluviali catturate dalla depressione che si è formata per i cedimenti di terreno e l’abbassamento del letto lagunare dovuto all’eccessivo pompaggio di acque sotterranee inviate a Città del Messico.

alves semi del cambiamento

Semi di cambiamento di Maria Thereza Alves (in immagine), Giardino portuale:

E’ stato coltivato interamente da semi contenuti nella zavorra delle navi mercantili: semi che datano dal 17° al 20° secolo. Alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo, la botanica finlandese Heli Jutila scoprì che alcuni tipi di flora non nativa del suo paese avevano questa origine. Maria Theresa la incontrò a una conferenza e il loro progetto nacque allora. “Jutila mi disse che i semi possono dormire per centinaia di anni e che era possibile farli germinare oggi”, ricorda l’Artista, aggiungendo che il giardino non è un progetto scientifico, ma una metafora vivente della storia del commercio, della migrazione e del colonialismo: “Sono giunta a vedere questi semi come i testimoni di storie complicate avvenute fra noi persone.”

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alejandra - foto di ada luisa trillo

L’immagine qui sopra appartiene a una rassegna fotografica che ha cominciato a girare le mostre in questo luglio 2017. Ritrae Alejandra, la quale dovrebbe essere già morta, secondo la tardiva diagnosi di cancro al colon non curato, ma ha superato di due anni la data che i medici avevano ipotizzato per il suo decesso. Alejandra è ritratta nel suo “luogo di lavoro” – come direbbe qualche idiota – ovvero un bordello di Ciudad Juárez, in Messico.

La fotografa si chiama Ada Luisa Trillo ed è riuscita a entrare in dozzine di stanze come questa, assieme all’amica Blanca Cerceda che l’ha aiutata registrare le storie delle donne coinvolte, grazie a una sopravvissuta alla tratta sessuale, Maria Lourdes Aguero: costei ha fatto da tramite con i magnaccia e gli spacciatori, che hanno concesso 15 minuti per ogni visita. Ada e Blanca, in un periodo di tre anni, hanno fatto in modo di ripetere le visite ad alcune delle donne. Il patto prevedeva ovviamente che la fotografa non riprendesse nessuno degli sfruttatori e degli “utilizzatori finali” dei suoi soggetti, ma essi restano invisibili solo a questo livello perché le storie che le donne hanno raccontato sono appese accanto alle loro fotografie. Ada ha immortalato circa un centinaio di loro: oggi ne sopravvivono una manciata.

Muoiono uccise dai “clienti” o dai papponi – come Sandra, strangolata l’anno scorso, o Lupita, uccisa a colpi di pistola, o dai cocktail di alcool e oppiacei che usano soprattutto come sostituti dei medicinali per le malattie che hanno contratto prostituendosi. Sylvia, che nel bordello ha sofferto una ferita alla schiena e camminerà con le stampelle per il resto della sua vita, per controllare i dolori assume una mistura di solventi, marijuana e crack.

La maggior parte di queste donne sono state trafficate all’età di 14/15 anni. Alcune riportano di aver subito stupri da bambine da parte di patrigni o di altri uomini che avrebbe dovuto aver cura di loro. Con una sola eccezione, sono tutte di etnie indigene.

“Nessuna delle donne che ho fotografato definisce se stessa una ‘trabajadora sexual’ (‘sex worker’). – ha detto Ada Luisa Trillo alla stampa – Si sono fatte beffe del termine e dicevano caí en la prostitución o caí en esto, che significa “Sono caduta nella prostituzione”. Spesso si domandavano: Come sono finita qui?

Così, al termine di un lungo e dettagliato articolo Taina Bien-Aime, una delle direttrici della Coalizione contro il traffico di Donne (CATW) commenta la mostra: “Le magnifiche immagini di Trillo ci rendono testimoni. Nessuna bambina sogna un lavoro in cui rischiare l’amputazione di un arto per malattie provocate da droghe o la possibilità di morire per mano di un compratore di sesso siano la sua fatica giornaliera per il pane. Nessuna ragazza immagina di finire per credere, un giorno, che i suoi amati figli stanno meglio senza di lei. E nemmeno dovremmo farlo noi.”

Maria G. Di Rienzo

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Esattamente un mese fa, il 7 maggio, in Messico un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella casa di Miriam Elizabeth Rodriguez Martinez (in immagine qui sotto) e l’ha uccisa.

miriam elizabeth

Miriam era molto nota come attivista dedita alla ricerca delle persone “scomparse” nello stato messicano di Tamaulipas. Aveva cominciato questo lavoro nel 2014, quando a “scomparire” era stata sua figlia: Miriam riuscì a ritrovarne i resti nella città di San Fernando.

A molti chilometri di distanza, sempre il 7 maggio, in Nicaragua la polizia ha arrestato Aydil del Carmen Urbina Noguer (in immagine dopo questo paragrafo) mentre era assieme alla figlia 16enne e l’ha pestata per bene. L’arresto e la successiva detenzione di oltre due giorni e mezzo erano illegali. Durante questo periodo di 64 ore le sono state negate le cure mediche di cui aveva bisogno dopo la battitura, l’accesso all’acqua e ai servizi sanitari e l’assistenza legale. Aydil è un’avvocata e un’attivista per i diritti umani.

aydil

I brani seguenti sono tratti da “Rethinking Activists’ Safety at a Time of Escalating Risk”, di Adelaide Mazwarira e Alexa Bradley per Jass, 31 maggio 2017:

“In tutto il mondo, le donne attiviste sono sempre più a rischio, minacciate, aggredite e persino uccise perché osano opporsi a potenti interessi, siano essi di stato o di istituzioni private come le compagnie economiche transnazionali o di cartelli della droga. Poiché queste donne stanno lavorando per proteggere diritti umani, giustizia economica, la loro terra, acqua, territori e la democrazia stessa molti le chiamano “difensore dei diritti umani” o semplicemente “difensore”. Per il loro coraggio e la loro capacità di guida queste donne devono fronteggiare attacchi nelle strade, criminalizzazione e stigmatizzazione nei tribunali e sui media, e a volte rigetto e abuso nelle loro stesse comunità e case per essere andate oltre le tradizionali norme di genere. (…)

Una varietà di tendenze e dinamiche di potere stanno convergendo in ciò che molti indicano come “lo spazio in via di restringimento per la società civile”. I governi stanno sempre di più usando la retorica della sicurezza nazionale e la minaccia del terrorismo per limitare la partecipazione dei cittadini e reprimere il dissenso. E una serie di “poteri ombra”, entità non statali incluse le corporazioni, i gruppi religiosi fondamentalisti, i narco-trafficanti, che una volta erano dietro le quinte, ora stanno avendo un’influenza crescente nei settori del potere formali in cui i governi prendono le decisioni e in cui si formano le leggi, e rivendicano i loro interessi senza ostacolo alcuno, anche quando detti interessi comportano l’uso della violenza. E dominano lo spazio pubblico e i media promuovendo narrazioni favorevoli ai loro interessi. Manipolando norme sociali, idee e credenze fra cui quelle relative a razza, classe, etnia e genere, costoro sono in grado di screditare il lavoro delle difensore (e dei movimenti sociali) etichettandole come “terroriste”, “ostacoli allo sviluppo”, “passatiste”, “distruttrici delle famiglie” per legittimare e di fatto normalizzare la violenza, la diseguaglianza e la repressione. Sebbene i contesti differiscano, la convergenza del capitalismo estrattivo (la corsa al controllo e allo sfruttamento delle risorse), del militarismo (guerra al terrore, guerra alle droghe) e dei fondamentalismi (forze conservatrici all’interno di religioni, culture e tradizioni) è diventata il fertile terreno su cui violenza e repressione aumentano.” Il documento continua attestando che ai consueti mezzi della repressione per le donne si aggiungono quelli correlati al genere – assalto sessuale e stupro.

Per cui: ogni volta in cui le donne promuovono iniziative politiche e sociali eccetera smettete per favore di chiedere “cosa c’entra il femminismo”, il femminismo è questo; ogni volta in cui una donna viene ammazzata per quello che è (femmina) e per quello che fa (attivismo) smettete per favore di fare i finti tonti e gli stronzi puri e semplici chiedendo “cos’è il femminicidio”, perché molte di queste donne muoiono per salvare anche i vostri culi. Maria G. Di Rienzo

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proteste università

Il 4 maggio scorso, il corpo senza vita della 22enne Lesby Berlin Osorio è ritrovato nei giardini del campus dell’Università Nazionale Autonoma del Messico. Le indagini non hanno portato risultati a tutt’oggi, ma gli investigatori – e di conseguenza i media – hanno offerto alla morbosità del pubblico una cascata di dettagli (e non si sa neppure quanto rispondenti a realtà) sulla sua vita personale. “Aveva consumato alcol e droghe con il suo ragazzo” “Il ragazzo ha deciso di andarsene ma lei l’ha seguito e ha dato inizio a un litigio” (secondo quanto lui dice, perciò dev’essere vero, giusto?), “Non studiava”, “Conviveva”, ecc. ecc. Il suggerimento neppure sotteso è questo: la giovane donna se l’è andata a cercare, ha provocato la violenza che l’ha uccisa. Niente di nuovo, è vero, ci siamo abituate. Ma non siamo obbligate ad accettarlo, sapete.

Le donne messicane, per esempio, hanno deciso che ne hanno abbastanza di questa manfrina ed è così che è apparso su Twitter l’hashtag #SiMeMatan (Se mi uccidono) a corredare migliaia di messaggi del genere, che anticipano le colpe di cui le donne saranno accusate una volta uccise.

– Se mi uccidono: convivo da 9 anni, ho avuto tre figli da due uomini diversi. Bevo un bel po’ di birra e sono sempre stata io a dirigere la mia vita.

– Se mi uccidono, diranno che ho avuto un aborto, che le mie figlie sono nate con il parto cesareo, che le lasciavo all’asilo tutto il giorno e che badavo solo a me stessa.

– Se mi uccidono, diranno che me la sono andata a cercare, cosa ci facevo là, guardate i suoi tatuaggi, le sue cicatrici, le piaceva fare una vita da gangster, non è nessuno – è solo una donna.

– Se mi uccidono sarà perché sono una femminista, perché uso i leggings, perché mi piace camminare da sola la sera tardi e perché ho amici maschi. Cosa potevo aspettarmi di buono.

– Se mi uccidono, mi diffameranno e faranno di me una criminale. Accadrà per qualcosa che ho fatto, o per qualcosa che non ho fatto: non ha nessuna importanza.

Eccetera, eccetera. Potete immaginare. Che la rabbia e la rivolta delle donne siano visibili è però altamente positivo e ha risvegliato la solidarietà di quegli uomini che, parimenti, non ne possono più:

– Se mi uccidono mentre sono alticcio e solo in un vicolo scuro non sarò biasimato per il mio omicidio, perché non sono una donna.

Maria G. Di Rienzo

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treccia

Nel mezzo di dimostrazioni assai più grandi questa, sul ponte che collega El Paso – Usa e Juárez – Messico, è passata quasi inosservata. Mentre il nuovo Presidente statunitense prestava giuramento, lo stesso uomo a cui piace “prender le donne per la passera” e che ha promesso di costruire fra i due paesi “un grande bellissimo muro”, circa 50 donne americane e messicane hanno creato un potente simbolico gesto di resistenza e forza collettiva: intrecciando insieme i loro capelli.

Capelli bianchi e capelli neri, biondi e rossi e castani, in un’unica treccia e chi li aveva corti si è drappeggiata una sciarpa sulla testa per legarla alla capigliatura di un’altra donna.

Xochitl Nicholson di “Boundless Across Borders” (“Sconfinate attraverso i confini”), una delle organizzatrici, lo ha spiegato così: “Volevamo qualcosa che si riferisse direttamente alle donne, ma che convogliasse anche un messaggio sul nostro retaggio e sul nostro retroterra, che sono comuni.”

“Nessun gesto è troppo piccolo. – ha aggiunto Marisol Diaz, una giovane partecipante – Il cambiamento avviene tramite queste azioni.” Altre donne presenti hanno attestato di stare sul ponte in rappresentanza di chi non poteva esserci: le persone senza documenti, le persone le cui terre sono state occupate, eccetera.

Le trecce hanno una lunga storia nelle mitologie e nei simbolismi del nostro pianeta. Poiché hanno bisogno di tre ciocche tessute insieme diventano per esempio significanti dell’unione di corpo, mente e spirito o di presente / passato / futuro: chi le porta, i suoi antenati, i suoi discendenti. Anticamente, in Finlandia, si credeva che chi era molto abile nel fare trecce fosse anche in grado di domare i venti. Guardate queste donne: sono pronta a scommettere che non c’è vento contrario che non possano imbrigliare.

sul-ponte

Maria G. Di Rienzo

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(“Meet Sandra Moran, Guatemala” – Nobel Women’s Initiative, 9 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Sandra Moran si è unita al movimento per i diritti umani quando era al liceo e più tardi ha fuso l’attivismo con la musica, suonando con la band “Kin Lalat” – musica per la rivoluzione. Durante la guerra civile in Guatemala, Sandra ha vissuto in esilio in Messico, Nicaragua e Canada, partecipando al lavoro di solidarietà con il suo paese da dove si trovava in quel momento. Sandra è la prima deputata apertamente omosessuale del Parlamento guatemalteco.

sandra

Hai cominciato a essere un’attivista in giovane età. Cosa ti spinse a farlo, all’epoca?

Sono nata in tempo di guerra. Sin da bambina vedevo gente per le strade, che lottava per qualcosa ed era perseguitata dalla polizia. Mentre ero alle superiori è stato il momento in cui ho cominciato a capire cosa significava partecipare alle proteste e cercare giustizia.

Perché, più tardi, hai dovuto abbandonare il paese?

All’università ho cominciato a organizzarmi con altre persone in modo più consapevole e mi sono unita a un movimento rivoluzionario. La preoccupante situazione per cui chi chiedeva giustizia veniva perseguitato si stava intensificando. Fui perseguitata io stessa. C’erano state sparizioni di persone, omicidi di studenti, e io dovetti andarmene nell’ottobre del 1981.

In che modo l’esilio ha avuto effetto sul tuo attivismo?

Era difficile a livello personale, perché sradicare te stessa è duro: lasciare la tua cerchia sociale e la tua famiglia, e non avere nulla per ricominciare da zero in un ambiente ostile. Ho cominciato a lavorare al sostegno dei rifugiati in Messico. Successivamente, ho cominciato a suonare musica politica per generare solidarietà con il Guatemala. Il mondo della musica cominciò a diventare più importante per me quando mi trasferii in Nicaragua e mi unii a un movimento rivoluzionario musicale di origini guatemalteche chiamato “Kin Lalat”. Poi, di fronte all’impossibilità di restare in Nicaragua o in Messico, siamo andati in Canada.

In che modo sei giunta a concentrarti sui diritti delle donne nel tuo lavoro?

Eravamo in Canada e facemmo tutto il possibile affinché l’attivista del Guatemala Rigoberta Menchú Tum vincesse il Nobel per la Pace. Io cominciai a concentrarmi di più sulle donne e migliorai la mia comprensione dei diritti delle donne. Perché, sino a quel momento, ero stata parte di una lotta più generalizzata.

E quando sei tornata in Guatemala, hai giocato un ruolo nell’assicurare un focus di genere nello sviluppo degli accordi di pace.

Quando feci ritorno in Guatemala, nel 1994, era il momento in cui un’assemblea di donne della società civile si era organizzata, così mi unii ai loro sforzi. Più tardi, come settore delle donne, ci assicurammo che gli accordi di pace del 1996 includessero il riconoscimento dei diritti delle donne e dei problemi che le donne affrontavano.

Tu vivi in una società machista dove vi sono principi molto conservatori. Pure, mentre facevi campagna per la tua elezione in Parlamento, hai detto pubblicamente di essere lesbica.

Sapevo che mi avrebbero dato addosso. Per me, la trasparenza non riguarda solo come si maneggia il denaro – il Guatemala è in piena lotta contro la corruzione – ma anche chi tu sei realmente. L’identità lesbica in Guatemala è tabù. Era necessario mostrarla non solo per rompere quel tabù ma, cosa ancor più importante, per dare l’opportunità alla comunità LGBT di avere una rappresentante. Sapevo che quell’identità sarebbe stata usata contro di me. Perciò, dicendo apertamente chi sono, ho sottratto loro il potere di usarla contro di me.

Ora che sei deputata, in che modo la società ha ricevuto il tuo lavoro sui diritti delle donne e delle persone LGBT?

Durante lo scorso settembre c’è stata una campagna molto pesante contro di me, per impedirmi di diventare la presidente del primo forum delle parlamentari. La ragione era che io, come lesbica, non ero “abbastanza donna” per rappresentare i membri donne del Parlamento. E’ stata una campagna pubblica, guidata da un cittadino che raccoglieva firme contro di me ed è esplosa sotto i riflettori. Per fortuna, ho ricevuto molto sostegno da gruppi e organizzazioni, anche a livello internazionale, e ho inoltrato una denuncia per discriminazione all’Ispettore generale per i diritti umani e alla Procura.

Quali sono le cose che vuoi cambiare, come membro del Parlamento?

A livello legale, per esempio, stiamo lavorando sulle questioni relative all’abuso sessuale di bambine e ragazze, e sul fatto che uno dei risultati della violenza sessuale contro le minori di anni 14 è spesso la gravidanza. E poiché è raro che l’aborto sia un’opzione praticabile per troppe di loro, diventa una gravidanza forzata.

Poi c’è la discussione sul riconoscimento dei diritti della comunità LGBT, il che implica cambiamenti favorevoli per le persone transessuali, matrimoni omosessuali o unioni civili, così come azioni per prevenire la terribile violenza che investe la comunità. Questa non è riconosciuta come un problema, perché per un mucchio di gente essere parte della comunità LGBT è una cosa malvagia che richiede un castigo, perciò la violenza è vista come naturale, come una punizione necessaria. E queste sono le cose di cui abbiamo necessità di discutere in tutte le nostre comunità, pubblicamente.

sandra-in-manifestazione

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