Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘nonviolenza’

Dichiarazione

(“Declaration”, di Jamie Dedes – in immagine – poeta e attivista contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. “La poesia – dice Jamie – è necessaria alla vita come l’acqua. Con essa prendiamo posizione, solleviamo la consapevolezza collettiva, mostriamo il dovuto rispetto all’intuizione e all’istinto. La poesia libera le nostre speranze e i nostri sogni da sotto i ciottoli e stabilizza come un’ancora il nostro potere.” Ndt: il testo è privo di maiuscole.)

Jamie Dedes

DICHIARAZIONE

noi, i nessuno, la piccola gente

fustigata dai capriccci degli affamati di potere,

che ci inchiodano a una croce di narcisismo e avidità

che ci gettano nella spazzatura della storia

noi, i feriti e nobili senza nome,

con tutte le nostre ossa, sangue, cuore e spirito

dichiariamo inequivocabilmente –

che non troviamo salvezza nel caos,

nessuna gioia nel dividere mari di sangue,

nessuna grazia nell’ucciderci l’un l’altro

adesso noi offriamo non le nostre guance, ma le nostre schiene

lasciando i bulli alla loro nuda illusione,

alle loro anime rudimentali; rinunciando

alle spade che ci hanno messo fra le mani, noi impegniamo

i nostri muscoli all’aratro e reclamiamo

il nostro diritto di nascita a tutto ciò che è sano e buono

Read Full Post »

untameable s

Non hanno neppure un anno di vita (sono nate nel settembre 2016) ma c’è chi vorrebbe morissero di già: le Untameable Shrews – Bisbetiche Indomabili, collettivo artistico femminista, sono state aggredite online in ogni modo possibile e durante marce e manifestazioni quando sono state riconosciute. L’anonimato è la sola loro protezione.

Il motivo per cui gruppi e personaggi assai trasgressivi e liberati le assaltano, proprio allo stesso modo di misogini e sessisti, è che lavorano contro il traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, discutono dell’impatto che la pornografia ha sulla società e della sua relazione con la violenza di genere, chiedono la fine del commercio di sesso e dell’industria correlata, organizzano campagne contro pubblicità sessiste… cioè, fanno ciò che il modo in cui si sono definite richiede: femminismo.

Dalla nativa Australia le Bisbetiche si sono già diffuse in piccoli gruppi autonomi negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania, in Nuova Zelanda e in Perù. In questo articolo state infatti vedendo esempi dei loro graffiti in giro per il mondo, ma creano anche poster, stencil, striscioni ricamati, adesivi ecc.

untameable s. australia

(Così hanno “decorato” i muri esterni del bordello “Daily Planet” di Elsternwick, Melbourne, Australia)

Quando qualcuno strappa o cancella i loro lavori non si offendono. E’ la prova, dicono, che il messaggio sta passando e tutto quel che è necessario fare è appendere un nuovo manifesto o dipingere di nuovo il muro. Dopotutto il loro motto è: “Conquisteremo il mondo con un atto di disobbedienza civile dopo l’altro”. Maria G. Di Rienzo

untameable shrews

(Stop – alla richiesta di commercio sessuale)

Read Full Post »

ascension

long-way

Non li ho trovati in italiano, perciò dateci dentro editori: è vero che posso leggere i due libri anche in lingua originale (infatti ne ho scorso alcuni brani) però in questo caso sono poche le persone a cui posso consigliarli o regalarli. Il 2017 è ancora giovanissimo, realizzate il mio desiderio prima che l’anno in corso finisca e una pioggia di benedizioni stregonesche femministe cadrà su di voi, so mote it be.

Il primo è “Ascension” – “Ascesa”, romanzo di debutto di Jacqueline Koyanagi (americana-giapponese, in immagine) del 2013.

jacqueline

In nuce: la protagonista, Alana, è una “chirurga stellare” (ingegneria meccanica per navi spaziali) in difficoltà finanziarie anche a causa di una malattia cronica, è di colore e lesbica, ha una difficile ma intensa relazione con la sorella – una “guida spirituale” in grado di lavorare le energie per trasformare la realtà – e si innamora della capitana dell’astronave su cui s’imbarca, una donna che è poliamorista. Altri personaggi sono bisessuali, neri, latini, disabili, eccetera.

Jacqueline ha detto di aver deciso di scrivere di tutti quelli che sono in genere lasciati fuori dalla “space opera”, compresa lei stessa che ha sofferto di autismo e sindrome da stress post-traumatico. Il passo narrativo è così amabile, reso tramite il punto di vista di Alana, che credo non perderà nulla del suo incanto nella traduzione.

Il secondo è “The Long Way to a Small Angry Planet” – “La lunga strada verso un piccolo pianeta arrabbiato”, romanzo del 2014 di Becky Chambers (in immagine). Becky è nata negli Usa ma vive a Reykjavik, in Islanda.

becky

E’ la storia dell’equipaggio della nave spaziale Wayfarer, una “nave da lavoro” che crea cunicoli spazio-temporali (i wormholes) per facilitare i viaggi a velocità superiore a quella della luce. Quest’equipaggio è composto da umani, alieni di varie specie e intelligenze artificiali e si muove in uno scenario fantastico incredibilmente e splendidamente dettagliato: le varie culture aliene sono descritte con una maestria e una ricchezza di particolari tali da divenire immediatamente “vere” e familiari per chi legge. I personaggi interagiscono come una sorta di famiglia allargata, con membri gradevoli o problematici e, come per il testo precedente, hanno relazioni di ogni tipo (fra cui il legame amoroso che tiene insieme una donna umana e una femmina aliena che somiglia un po’ a una lucertola). Il lungo – e pericoloso – viaggio è quello che porterà la Wayfarer su un pianeta che ha di recente firmato un patto con il governo galattico. Una delle cose più interessanti del romanzo è il totale rifiuto dell’uso delle armi da parte di questa squadra spaziale, che risolve le crisi in modo nonviolento tramite la cooperazione e la diplomazia. Suvvia, devo poterlo leggere in italiano!

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

La comunità Ekuri, in Nigeria, amministra 336 chilometri quadrati di foresta comunitaria adiacente al Parco Nazionale di Cross River. Questo assetto ha avuto inizio negli anni ’80, quando i villaggi Ekuri si unirono per opporsi alla proposta di disboscamento commerciale della foresta stessa. Il progetto includeva la costruzione di una strada che avrebbe collegato i villaggi ai mercati locali: ma gli Ekuri decisero per un’amministrazione della foresta ecosostenibile e comunitaria, generando reddito, materiali di sussistenza e cibo senza tagliare un solo albero. I guadagni prodotti in questo modo finanziarono comunque la strada di cui la comunità aveva bisogno per raggiungere i mercati, resero possibile la costruzione di due scuole, di una clinica sanitaria e di un centro civico ove gli Ekuri si radunano per prendere decisioni su quella che è l’ultima foresta pluviale ancora esistente in Nigeria. Attualmente, la comunità si trova di fronte a una nuova minaccia: la costruzione di una superstrada che distruggerebbe gran parte del lavoro fatto sino ad ora.

Una delle organizzatrici chiave della resistenza, da più di vent’anni, è Caroline Olory (in immagine qui sotto):

caroline

“Quando vennero a dirci “disboscheremo, ma vi faremo la strada, vi daremo acqua eccetera”, noi abbiamo riflettuto: se maneggiamo la foresta in modo ecosostenibile, essa diverrà la nostra economia. Abbiamo capito che se lavoriamo insieme per mantenere le nostre risorse possiamo farcela e le strade le abbiamo create da soli: se le percorrete, vedrete ponti costruiti dalle persone che abitano in quella zona e che hanno raccolto personalmente materiali naturali. Perciò è con la creatività e la generosità dei membri della comunità che amministriamo la foresta.

La cosa più importante in queste situazioni è trovare il modo di coinvolgere tutti, di modo che l’idea sia replicata anche altrove. Quando non coinvolgi tutti, entra il sospetto. Ogni persona deve sentirsi in posizione decisionale e condividere i benefici. In questo modo, è sostenibile. La chiave è l’essere insieme in modo trasparente. Controlli e bilanciamenti sono stati messi in opera da quella che oggi si chiama “Iniziativa Ekuri”.

La nuova proposta della superstrada ha portato ben 187 comunità a lottare contro il governo, perché non intendono farla passare nelle loro aree. Stanno dicendo: “No, non vogliamo la superstrada perché distruggere un’intera foresta non si chiama sviluppo.” Le comunità sanno ormai bene che conservare la foresta va a loro guadagno. Volete fare una nuova splendida superstrada? Non è in bilanciamento con la conservazione della foresta e non la vogliamo. Se volete fare una strada, facciamola in modo che sia amica dell’ambiente.” Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Il 26 novembre prossimo, a Roma, si tiene questa manifestazione:

manifesto-non-una-di-meno

Per saperne di più, potete andare su:

https://nonunadimeno.wordpress.com/

Le mie amiche mi dicono, perché come sapete non frequento Facebook e compagnia, che l’evento è bersagliato da polemiche, rimostranze e tristi lai (“come al solito” o “e ti pareva” aggiungono in parecchie).

Io voglio invece indicarvi un solo motivo per cui dovreste partecipare, secondo quanto le organizzatrici hanno deciso dopo aver discusso e deliberato non a capocchia, ma per inviare messaggi precisi.

Il motivo è questo, tratto dalle parole che Titti Carrano ha detto alla stampa: “Oggi c’è un attacco globale ai nostri diritti in Italia e nel resto del mondo, e da questa manifestazione usciranno proposte concrete, ad esempio un piano antiviolenza prodotto dai movimenti femministi, nato cioè dall’esperienza di chi ogni giorno, nei nostri centri, combatte sul campo l’aggressione maschile contro le donne.”

Perché questo è il fondamento della lotta contro qualsiasi tipo di violenza: l’attivo coinvolgimento dei portatori di interesse primario e degli esperti sul campo (parola di trainer).

In altre nazioni, prima di ideare piani e leggi antiviolenza o contro il femicidio/femminicidio, il tavolo di discussione ha incluso i movimenti femministi e i prodotti di detto tavolo hanno incorporato i dati da loro forniti, le loro analisi e le loro proposte su contrasto, repressione e prevenzione. In Italia non è stato fatto nulla di tutto questo. E quel che è stato fatto (poco e male) ovviamente NON FUNZIONA.

Perciò, tutte noi abbiamo bisogno di quel piano antiviolenza. Lo dobbiamo alle donne che di violenza maschile sono morte e a quelle che ne stanno soffrendo in questo momento. Lo dobbiamo alle giovani generazioni perché non ripetano gli errori appresi dagli adulti. Lo dobbiamo a noi stesse, a ciascuna di noi, perché che ci si trovi simpatiche o meno, nessuna di noi dev’essere la prossima “una di meno”. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

annelinde

(“The Way”, di Annelinde Metzner – in immagine qui sopra – 9 luglio 2014. Trad. Maria G. Di Rienzo. Poeta, musicista, attivista, Annelinde ha scritto questo pezzo per ricordare “Il brillante e instancabile lavoro delle donne per il pianeta, che sta dà dando forma al futuro di tutte/i noi.”, comprendendo in esso “Le piccole azioni giornaliere delle donne che conoscete, che vi sono vicine, che abitano nel vostro quartiere.” Per tal motivo, dice, nella poesia ha incluso il Coro per la Pace “Sahara”, che lei dirige. Il Coro è stato fondato nel 2008 per promuovere relazioni pacifiche e amichevoli fra musulmani, ebrei e cristiani. “Sahara” è infatti la fusione dei nomi Sarah e Hagar, le “madri” di tutte e tre le religioni. Per il Coro Annelinde ha scritto numerose canzoni sulle dee europee, africane e mediorientali.)

Il modo in cui le giovani apprendiste, piene di speranza,

contano semi nella fattoria di Vandana Shiva.

Il modo in cui la sottile nervosa ragazza, danneggiata dalla guerra,

getta indietro la sua testa e canta.

Il modo in cui Wangari Maathai ci ha insegnato

a piantare alberi in barattoli di latta,

rendendo il Kenya di nuovo verdeggiante.

Il modo in cui le donne del Coro per la Pace “Sahara” vengono a cantare,

visualizzando un verde prato cittadino al posto del catrame.

Il modo in cui Lisa Shannon ride in faccia alla violenza,

mentre corre per le sue sorelle in Somalia e in Congo.

Il modo in cui due donne rotonde si sollevano per danzare,

le loro mani che compiono gesti in alto,

costruendo un futuro di meraviglia davanti ai nostri occhi.

Il modo in cui un iridescente raggio di sole

si fa strada fra la nebbia e atterra ai nostri piedi.

Ci incontriamo nell’Amore, nell’Onorare, nella Passione!

Creiamo un nuovo mondo,

mentre il vecchio mondo si sbriciola tutto intorno a noi,

e noi lo lasciamo andare.

Questo è il modo.

dipinto-di-emily-balivet

Read Full Post »

(tratto da: “Activist, poet, prison abolitionist, human rights advocate, incest and rape survivor”, un più lungo testo di Thea Matthews per Feminist Wire, 26 ottobre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. L’articolo fa parte del forum “Love with accountability” – quest’ultima parola è di difficile traduzione: la renderò di seguito con “responsabilità” senza sbagliare, ma in effetti indica il “rispondere per il risultato ottenuto” e il “rendere conto dell’azione compiuta” con un unico termine che in italiano non ha equivalente preciso. Thea, che come dice il titolo è attivista, poeta, abolizionista del sistema carcerario, sostenitrice dei diritti umani, sopravvissuta all’incesto e allo stupro, attualmente sta studiando sociologia all’Università di Berkeley in California.)

thea

L’amore è un’espressione enigmatica, una forza innegabile che riverbera dall’interno e di cui si fa esperienza dall’esterno. L’amore simultaneamente dà potere al sé e a chi con tale sé interagisce. Io ricordo con precisione, durante la mia adolescenza, la decisione di odiare me stessa, biasimare me stessa, negare a me stessa l’amore e l’amore per me stessa, a causa di quel che ero stata costretta a subire in giovanissima età.

In modo subconscio ho detto: sì, sono disposta a odiare me stessa, dare la colpa a me stessa, rovinare me stessa e uccidere me stessa perché mio nonno e mio zio mi hanno ripetutamente aggredita sessualmente, e perché sono stata costretta a giocare a “casetta” con uno dei miei cugini. Il dolore era a volte insopportabile e la sofferenza sembrava non avere fine. Il mio rito di passaggio è stato l’incesto. Il bullismo di cui ero oggetto a scuola ha solo versato libbre di sale su ferite aperte e infette.

La mia esistenza era una voragine priva di un modello di cosa fosse l’amore sano, figuriamoci la responsabilità. Dopo aver detto apertamente che mio nonno mi molestava, mi trovavo comunque nella sua casa seduta accanto a lui durante il pranzo familiare del Ringraziamento. Non so se mio nonno, mio zio e mio cugino molestassero anche altre persone. Io so di essere una sopravvissuta all’abuso infantile di terza generazione.

Si è abusato di mia nonna, si è abusato di mia madre e si è abusato di me. Non so molto della mia bisnonna, perché morì attorno ai trent’anni di cancro alla cervice quando la nonna aveva solo cinque anni. Presumo che ulteriori generazioni materne siano state violate e abusate in qualche modo.

Mio nonno morì mentre io ero al liceo e mio zio e mio cugino sparirono dalla mia vita. L’ultima volta in cui ho visto mio cugino, ho rifiutato di abbracciarlo e lui si è sentito così insultato da cominciare un atipico litigio da famiglia disfunzionale con mia nonna. Lei è quasi novantenne e morirà senza sapere che l’amore della sua vita era un molestatore di bambine e che uno dei suoi figli e uno dei suoi nipoti erano pure molestatori di bambine. Dov’è la responsabilità in questo?

Be’, io mi sono ripresa da un tentativo di suicidio nel 2011 e mentre continuo a guarire da assuefazioni attive e comportamenti distruttivi, ho capito presto che la responsabilità deve venire prima e soprattutto dall’interno.

Inizialmente, ho cominciato a domandare responsabilità dalla polizia della nostra nazione quando sono stata coinvolta nelle proteste studentesche con il movimento Black Lives Matter (Le vite nere hanno importanza). Gli omicidi in massa di gente disarmata, il grado di violenza sistemica che si raggiunge quando nessuno viene ritenuto responsabile, hanno provocato rabbia e mi hanno diretta all’azione. Pure, ho compreso: se sono quella che vuole responsabilità dalle persone attorno a me, devo assicurarmi di essere io stessa responsabile per le mie azioni. Cosa devo fare per tener pulito il mio lato della strada?

Sì, ero di sicuro una vittima. L’abuso è cominciato quando non sapevo ancora parlare ed è finito che avevo 9 anni; il bullismo è continuato sino a che ne avevo 13. Gli anni fondamentali del mio sviluppo emotivo e cerebrale sono stati rubati. Sono stata derubata dell’infanzia.

Come persona che si identifica quale lottatrice per la libertà, come attivista, le mie fondamenta devono essere e possono solo essere ristabilite mediante atti consapevoli di amore con responsabilità.

Non ho bisogno di “scuse” da coloro che mi hanno danneggiata durante la mia vita per guarire effettivamente. Non ho bisogno di un riconoscimento pieno di pietà per liberare me stessa. Fare ammenda serve a chi ha fatto del male e al suo karma, non a me.

Io ho bisogno di amare me stessa. Io ho bisogno di essere responsabile delle mie azioni. Io ho bisogno di assicurarmi che il mio comportamento e le mie azioni si trasformino. La verità assoluta è questa: io non posso forzare la trasformazione di nessuno. La rivoluzione è già accaduta dentro di me quando sono quasi saltata dal Golden Gate Bridge.

Per poter fieramente amare e radicalmente accettare ciò che esiste nel momento presente, io sono la sola responsabile dell’apprendimento e della pratica di varie forme di comunicazione nonviolenta. Perciò: atti continuati di amore con responsabilità assicurano infine la trasformazione personale / sociale / culturale.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: