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Posts Tagged ‘nonviolenza’

ascension

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Non li ho trovati in italiano, perciò dateci dentro editori: è vero che posso leggere i due libri anche in lingua originale (infatti ne ho scorso alcuni brani) però in questo caso sono poche le persone a cui posso consigliarli o regalarli. Il 2017 è ancora giovanissimo, realizzate il mio desiderio prima che l’anno in corso finisca e una pioggia di benedizioni stregonesche femministe cadrà su di voi, so mote it be.

Il primo è “Ascension” – “Ascesa”, romanzo di debutto di Jacqueline Koyanagi (americana-giapponese, in immagine) del 2013.

jacqueline

In nuce: la protagonista, Alana, è una “chirurga stellare” (ingegneria meccanica per navi spaziali) in difficoltà finanziarie anche a causa di una malattia cronica, è di colore e lesbica, ha una difficile ma intensa relazione con la sorella – una “guida spirituale” in grado di lavorare le energie per trasformare la realtà – e si innamora della capitana dell’astronave su cui s’imbarca, una donna che è poliamorista. Altri personaggi sono bisessuali, neri, latini, disabili, eccetera.

Jacqueline ha detto di aver deciso di scrivere di tutti quelli che sono in genere lasciati fuori dalla “space opera”, compresa lei stessa che ha sofferto di autismo e sindrome da stress post-traumatico. Il passo narrativo è così amabile, reso tramite il punto di vista di Alana, che credo non perderà nulla del suo incanto nella traduzione.

Il secondo è “The Long Way to a Small Angry Planet” – “La lunga strada verso un piccolo pianeta arrabbiato”, romanzo del 2014 di Becky Chambers (in immagine). Becky è nata negli Usa ma vive a Reykjavik, in Islanda.

becky

E’ la storia dell’equipaggio della nave spaziale Wayfarer, una “nave da lavoro” che crea cunicoli spazio-temporali (i wormholes) per facilitare i viaggi a velocità superiore a quella della luce. Quest’equipaggio è composto da umani, alieni di varie specie e intelligenze artificiali e si muove in uno scenario fantastico incredibilmente e splendidamente dettagliato: le varie culture aliene sono descritte con una maestria e una ricchezza di particolari tali da divenire immediatamente “vere” e familiari per chi legge. I personaggi interagiscono come una sorta di famiglia allargata, con membri gradevoli o problematici e, come per il testo precedente, hanno relazioni di ogni tipo (fra cui il legame amoroso che tiene insieme una donna umana e una femmina aliena che somiglia un po’ a una lucertola). Il lungo – e pericoloso – viaggio è quello che porterà la Wayfarer su un pianeta che ha di recente firmato un patto con il governo galattico. Una delle cose più interessanti del romanzo è il totale rifiuto dell’uso delle armi da parte di questa squadra spaziale, che risolve le crisi in modo nonviolento tramite la cooperazione e la diplomazia. Suvvia, devo poterlo leggere in italiano!

Maria G. Di Rienzo

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La comunità Ekuri, in Nigeria, amministra 336 chilometri quadrati di foresta comunitaria adiacente al Parco Nazionale di Cross River. Questo assetto ha avuto inizio negli anni ’80, quando i villaggi Ekuri si unirono per opporsi alla proposta di disboscamento commerciale della foresta stessa. Il progetto includeva la costruzione di una strada che avrebbe collegato i villaggi ai mercati locali: ma gli Ekuri decisero per un’amministrazione della foresta ecosostenibile e comunitaria, generando reddito, materiali di sussistenza e cibo senza tagliare un solo albero. I guadagni prodotti in questo modo finanziarono comunque la strada di cui la comunità aveva bisogno per raggiungere i mercati, resero possibile la costruzione di due scuole, di una clinica sanitaria e di un centro civico ove gli Ekuri si radunano per prendere decisioni su quella che è l’ultima foresta pluviale ancora esistente in Nigeria. Attualmente, la comunità si trova di fronte a una nuova minaccia: la costruzione di una superstrada che distruggerebbe gran parte del lavoro fatto sino ad ora.

Una delle organizzatrici chiave della resistenza, da più di vent’anni, è Caroline Olory (in immagine qui sotto):

caroline

“Quando vennero a dirci “disboscheremo, ma vi faremo la strada, vi daremo acqua eccetera”, noi abbiamo riflettuto: se maneggiamo la foresta in modo ecosostenibile, essa diverrà la nostra economia. Abbiamo capito che se lavoriamo insieme per mantenere le nostre risorse possiamo farcela e le strade le abbiamo create da soli: se le percorrete, vedrete ponti costruiti dalle persone che abitano in quella zona e che hanno raccolto personalmente materiali naturali. Perciò è con la creatività e la generosità dei membri della comunità che amministriamo la foresta.

La cosa più importante in queste situazioni è trovare il modo di coinvolgere tutti, di modo che l’idea sia replicata anche altrove. Quando non coinvolgi tutti, entra il sospetto. Ogni persona deve sentirsi in posizione decisionale e condividere i benefici. In questo modo, è sostenibile. La chiave è l’essere insieme in modo trasparente. Controlli e bilanciamenti sono stati messi in opera da quella che oggi si chiama “Iniziativa Ekuri”.

La nuova proposta della superstrada ha portato ben 187 comunità a lottare contro il governo, perché non intendono farla passare nelle loro aree. Stanno dicendo: “No, non vogliamo la superstrada perché distruggere un’intera foresta non si chiama sviluppo.” Le comunità sanno ormai bene che conservare la foresta va a loro guadagno. Volete fare una nuova splendida superstrada? Non è in bilanciamento con la conservazione della foresta e non la vogliamo. Se volete fare una strada, facciamola in modo che sia amica dell’ambiente.” Maria G. Di Rienzo

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Il 26 novembre prossimo, a Roma, si tiene questa manifestazione:

manifesto-non-una-di-meno

Per saperne di più, potete andare su:

https://nonunadimeno.wordpress.com/

Le mie amiche mi dicono, perché come sapete non frequento Facebook e compagnia, che l’evento è bersagliato da polemiche, rimostranze e tristi lai (“come al solito” o “e ti pareva” aggiungono in parecchie).

Io voglio invece indicarvi un solo motivo per cui dovreste partecipare, secondo quanto le organizzatrici hanno deciso dopo aver discusso e deliberato non a capocchia, ma per inviare messaggi precisi.

Il motivo è questo, tratto dalle parole che Titti Carrano ha detto alla stampa: “Oggi c’è un attacco globale ai nostri diritti in Italia e nel resto del mondo, e da questa manifestazione usciranno proposte concrete, ad esempio un piano antiviolenza prodotto dai movimenti femministi, nato cioè dall’esperienza di chi ogni giorno, nei nostri centri, combatte sul campo l’aggressione maschile contro le donne.”

Perché questo è il fondamento della lotta contro qualsiasi tipo di violenza: l’attivo coinvolgimento dei portatori di interesse primario e degli esperti sul campo (parola di trainer).

In altre nazioni, prima di ideare piani e leggi antiviolenza o contro il femicidio/femminicidio, il tavolo di discussione ha incluso i movimenti femministi e i prodotti di detto tavolo hanno incorporato i dati da loro forniti, le loro analisi e le loro proposte su contrasto, repressione e prevenzione. In Italia non è stato fatto nulla di tutto questo. E quel che è stato fatto (poco e male) ovviamente NON FUNZIONA.

Perciò, tutte noi abbiamo bisogno di quel piano antiviolenza. Lo dobbiamo alle donne che di violenza maschile sono morte e a quelle che ne stanno soffrendo in questo momento. Lo dobbiamo alle giovani generazioni perché non ripetano gli errori appresi dagli adulti. Lo dobbiamo a noi stesse, a ciascuna di noi, perché che ci si trovi simpatiche o meno, nessuna di noi dev’essere la prossima “una di meno”. Maria G. Di Rienzo

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annelinde

(“The Way”, di Annelinde Metzner – in immagine qui sopra – 9 luglio 2014. Trad. Maria G. Di Rienzo. Poeta, musicista, attivista, Annelinde ha scritto questo pezzo per ricordare “Il brillante e instancabile lavoro delle donne per il pianeta, che sta dà dando forma al futuro di tutte/i noi.”, comprendendo in esso “Le piccole azioni giornaliere delle donne che conoscete, che vi sono vicine, che abitano nel vostro quartiere.” Per tal motivo, dice, nella poesia ha incluso il Coro per la Pace “Sahara”, che lei dirige. Il Coro è stato fondato nel 2008 per promuovere relazioni pacifiche e amichevoli fra musulmani, ebrei e cristiani. “Sahara” è infatti la fusione dei nomi Sarah e Hagar, le “madri” di tutte e tre le religioni. Per il Coro Annelinde ha scritto numerose canzoni sulle dee europee, africane e mediorientali.)

Il modo in cui le giovani apprendiste, piene di speranza,

contano semi nella fattoria di Vandana Shiva.

Il modo in cui la sottile nervosa ragazza, danneggiata dalla guerra,

getta indietro la sua testa e canta.

Il modo in cui Wangari Maathai ci ha insegnato

a piantare alberi in barattoli di latta,

rendendo il Kenya di nuovo verdeggiante.

Il modo in cui le donne del Coro per la Pace “Sahara” vengono a cantare,

visualizzando un verde prato cittadino al posto del catrame.

Il modo in cui Lisa Shannon ride in faccia alla violenza,

mentre corre per le sue sorelle in Somalia e in Congo.

Il modo in cui due donne rotonde si sollevano per danzare,

le loro mani che compiono gesti in alto,

costruendo un futuro di meraviglia davanti ai nostri occhi.

Il modo in cui un iridescente raggio di sole

si fa strada fra la nebbia e atterra ai nostri piedi.

Ci incontriamo nell’Amore, nell’Onorare, nella Passione!

Creiamo un nuovo mondo,

mentre il vecchio mondo si sbriciola tutto intorno a noi,

e noi lo lasciamo andare.

Questo è il modo.

dipinto-di-emily-balivet

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(tratto da: “Activist, poet, prison abolitionist, human rights advocate, incest and rape survivor”, un più lungo testo di Thea Matthews per Feminist Wire, 26 ottobre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. L’articolo fa parte del forum “Love with accountability” – quest’ultima parola è di difficile traduzione: la renderò di seguito con “responsabilità” senza sbagliare, ma in effetti indica il “rispondere per il risultato ottenuto” e il “rendere conto dell’azione compiuta” con un unico termine che in italiano non ha equivalente preciso. Thea, che come dice il titolo è attivista, poeta, abolizionista del sistema carcerario, sostenitrice dei diritti umani, sopravvissuta all’incesto e allo stupro, attualmente sta studiando sociologia all’Università di Berkeley in California.)

thea

L’amore è un’espressione enigmatica, una forza innegabile che riverbera dall’interno e di cui si fa esperienza dall’esterno. L’amore simultaneamente dà potere al sé e a chi con tale sé interagisce. Io ricordo con precisione, durante la mia adolescenza, la decisione di odiare me stessa, biasimare me stessa, negare a me stessa l’amore e l’amore per me stessa, a causa di quel che ero stata costretta a subire in giovanissima età.

In modo subconscio ho detto: sì, sono disposta a odiare me stessa, dare la colpa a me stessa, rovinare me stessa e uccidere me stessa perché mio nonno e mio zio mi hanno ripetutamente aggredita sessualmente, e perché sono stata costretta a giocare a “casetta” con uno dei miei cugini. Il dolore era a volte insopportabile e la sofferenza sembrava non avere fine. Il mio rito di passaggio è stato l’incesto. Il bullismo di cui ero oggetto a scuola ha solo versato libbre di sale su ferite aperte e infette.

La mia esistenza era una voragine priva di un modello di cosa fosse l’amore sano, figuriamoci la responsabilità. Dopo aver detto apertamente che mio nonno mi molestava, mi trovavo comunque nella sua casa seduta accanto a lui durante il pranzo familiare del Ringraziamento. Non so se mio nonno, mio zio e mio cugino molestassero anche altre persone. Io so di essere una sopravvissuta all’abuso infantile di terza generazione.

Si è abusato di mia nonna, si è abusato di mia madre e si è abusato di me. Non so molto della mia bisnonna, perché morì attorno ai trent’anni di cancro alla cervice quando la nonna aveva solo cinque anni. Presumo che ulteriori generazioni materne siano state violate e abusate in qualche modo.

Mio nonno morì mentre io ero al liceo e mio zio e mio cugino sparirono dalla mia vita. L’ultima volta in cui ho visto mio cugino, ho rifiutato di abbracciarlo e lui si è sentito così insultato da cominciare un atipico litigio da famiglia disfunzionale con mia nonna. Lei è quasi novantenne e morirà senza sapere che l’amore della sua vita era un molestatore di bambine e che uno dei suoi figli e uno dei suoi nipoti erano pure molestatori di bambine. Dov’è la responsabilità in questo?

Be’, io mi sono ripresa da un tentativo di suicidio nel 2011 e mentre continuo a guarire da assuefazioni attive e comportamenti distruttivi, ho capito presto che la responsabilità deve venire prima e soprattutto dall’interno.

Inizialmente, ho cominciato a domandare responsabilità dalla polizia della nostra nazione quando sono stata coinvolta nelle proteste studentesche con il movimento Black Lives Matter (Le vite nere hanno importanza). Gli omicidi in massa di gente disarmata, il grado di violenza sistemica che si raggiunge quando nessuno viene ritenuto responsabile, hanno provocato rabbia e mi hanno diretta all’azione. Pure, ho compreso: se sono quella che vuole responsabilità dalle persone attorno a me, devo assicurarmi di essere io stessa responsabile per le mie azioni. Cosa devo fare per tener pulito il mio lato della strada?

Sì, ero di sicuro una vittima. L’abuso è cominciato quando non sapevo ancora parlare ed è finito che avevo 9 anni; il bullismo è continuato sino a che ne avevo 13. Gli anni fondamentali del mio sviluppo emotivo e cerebrale sono stati rubati. Sono stata derubata dell’infanzia.

Come persona che si identifica quale lottatrice per la libertà, come attivista, le mie fondamenta devono essere e possono solo essere ristabilite mediante atti consapevoli di amore con responsabilità.

Non ho bisogno di “scuse” da coloro che mi hanno danneggiata durante la mia vita per guarire effettivamente. Non ho bisogno di un riconoscimento pieno di pietà per liberare me stessa. Fare ammenda serve a chi ha fatto del male e al suo karma, non a me.

Io ho bisogno di amare me stessa. Io ho bisogno di essere responsabile delle mie azioni. Io ho bisogno di assicurarmi che il mio comportamento e le mie azioni si trasformino. La verità assoluta è questa: io non posso forzare la trasformazione di nessuno. La rivoluzione è già accaduta dentro di me quando sono quasi saltata dal Golden Gate Bridge.

Per poter fieramente amare e radicalmente accettare ciò che esiste nel momento presente, io sono la sola responsabile dell’apprendimento e della pratica di varie forme di comunicazione nonviolenta. Perciò: atti continuati di amore con responsabilità assicurano infine la trasformazione personale / sociale / culturale.

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Non è un grande evento astronomico, ma sul piano delle associazioni simboliche è intrigante: la prossima luna piena (la Luna del Raccolto) sarà interessata da un’eclissi penombrale parziale il 16 settembre. Questo tipo di eclissi si presenta così:

penumbral-lunar-eclipse

E cioè, la “fettina” di luna in ombra sarà il massimo che riuscirete a vedere poco prima delle 21 – molte eclissi appartenenti alla categoria passano del tutto inosservate, anche se ammontano a circa un terzo del totale.

Le mitologie, in giro in per il mondo, tendono a dare un significato negativo alla temporanea “scomparsa” di sole e luna, e per quanto riguarda quest’ultima si associano all’eclissi disastri, carestie, malattie, decessi, deformità per i nascituri se le future madri guardano la luna “mutilata” eccetera.

Generalmente, in passato, si tentava di disperdere il fenomeno facendo rumore: per allontanare il giaguaro che stava ferendo la luna – Inca; per allontanare il drago che la stava consumando – Cina; per differire la possibilità di un terremoto – Giappone (l’associazione potrebbe non essere completamente un mito, data la maggior spinta gravitazionale durante un’eclissi di luna)…

Ancora oggi ci sono persone che fanno un gran chiasso durante un’eclissi di luna, ma la loro visione dell’evento è un po’ diversa: non sfasciano pentole, non battono sugli specchi, non sparano palle di cannone (come si fece in Cina sino al 19° secolo), semplicemente gridano per incoraggiare il sole e la luna a “smettere di litigare”. Si tratta del gruppo etnico Batammaliba che vive nel Togo e nel Benin. Costoro vedono l’eclissi di luna come un segnale dato alla comunità affinché essa si raduni e rancori e faide passino attraverso la discussione collettiva sino a trovare una soluzione, un momento in cui sciogliere i nodi che tengono le persone separate e ritrovare unità.

Anche nella cultura islamica c’è l’attitudine a guardare all’eclissi positivamente, come a una connessione con il divino che merita una preghiera speciale (salutul-kusaf) e una condotta rivolta ad atti di perdono e gentilezza.

Che ne dite, potremmo prendere a prestito questo tipo di atmosfera e dare il benvenuto all’eclissi del 16 settembre prossimo? La Luna del Raccolto già ci spinge alla gratitudine e al riconoscimento per quanto abbiamo ricevuto dalla Terra e dai nostri simili, in più si trova in Pesci, esaltando il simbolismo relativo all’acqua – la sorgente della vita. Noi stessi siamo fatti d’acqua (in media per il 60/65%) e ci è facile associarla allegoricamente alla nostra esistenza: le acque del parto, i fluidi nel nostro corpo, la circolazione del sangue.

Riconciliarsi e muoversi in avanti è più facile se si mima l’acqua, poiché essa prende la forma che le permette di andare oltre gli ostacoli per il sentiero che offre minor resistenza. Operare trasformazioni è più facile se ci si ispira all’acqua che continuamente si rinnova e passa attraverso vere e proprie metamorfosi (liquida, solida, vapore). E potremmo offrire qualche riflessione alle acque del nostro pianeta avvelenate e inquinate dall’abuso industriale, e decidere di essere agenti del cambiamento con le voci e i mezzi che abbiamo. Maria G. Di Rienzo

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La Nave delle Donne per Gaza, un progetto della “Freedom Flotilla Coalition” (coalizione composta da organizzazioni della società civile di diversi paesihttp://wbg.freedomflotilla.org/ ) spiegherà le vele da Barcellona verso la Palestina il 14 settembre prossimo.

amal speranza

La Nave si chiama “Amal – Speranza” e trasporterà un gruppo di donne che hanno in mente di sfidare l’illegale assedio di Gaza, fra cui la Premio Nobel per la Pace Mairead Corrigan Maguire (che aveva già tentato di forzare il blocco nel 2010, con il vascello irlandese intitolato a Rachel Corrie); la drammaturga e poeta Naomi Wallace (che ha già fatto la stessa cosa, ed è finita in prigione, quando viaggiare dagli Stati Uniti a Cuba era proibito); Marama Davidson, donna politica neozelandese ambientalista e attivista per i diritti umani; Gerd von der Lippe, docente, giornalista e femminista norvegese che è da anni un’esperta sul campo della situazione palestinese.

La partenza da Barcellona ha elementi simbolici, poiché la città è gemellata con Gaza dal 1998 e nel 2005 a Gaza fu inaugurato “il Parco Barcellona della Pace” (distrutto dall’esercito israeliano nel 2009, fu ricostruito l’anno successivo). Allo stesso modo l’intenzione di costituire una flotta di navi “femminili”, di cui “Amal – Speranza” sarebbe solo la capostipite, mira a “sottolineare l’indomabile spirito delle donne palestinesi, che sono al centro delle lotte a Gaza, nella West Bank, all’interno della Linea Verde e nella diaspora”.

Gaza è bloccata da 10 anni, durante i quali ha subito innumerevoli attacchi e bombardamenti che hanno trasformato la vita della sua popolazione in un incubo. Perciò, dicono le organizzatrici, “tramite le missioni marittime di questo tipo portiamo attenzione internazionale alla loro sofferenza e alla loro resistenza. Non solo vogliamo sfidare l’assedio, ma anche portare solidarietà e un messaggio di speranza al popolo palestinese. Con il sostegno delle donne, degli uomini, delle organizzazioni non governative, dei gruppi della società civile e dei collettivi femministi in tutto il mondo, noi faremo accadere questo.”

Il programma a Barcellona è il seguente:

Lunedì 12 settembre 2016: Musica e festa al porto.

Martedì 13 settembre 2016: Seminari sulla resistenza nonviolenta, conferenzieri locali e tour delle navi.

Mercoledì 14 settembre 2016: Cerimonia di saluto e partenza.

La Nave delle Donne farà scalo in diversi porti del Mediterraneo occidentale prima di raggiungere Gaza il 1° ottobre.

Maria G. Di Rienzo

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