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Archive for the ‘Poesia’ Category

(“Cows come from the sea…”, di Kristiina Ehin, poeta e scrittrice contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice è nata nel 1977 in Estonia e là vive con il marito, il musicista Silver Sepp, e il loro figlio. I suoi lavori sono stati tradotti in tredici lingue e hanno vinto riconoscimenti un po’ ovunque. La quarta raccolta di versi di Kristiina ha ricevuto il più prestigioso premio per la poesia del suo paese: è stata scritta durante l’anno che lei ha passato come guardiana ambientalista su un’isola deserta, al largo della costa nord dell’Estonia.)

sea-maidens-blacklock-l

Le mucche vengono dal mare

in questa mattina all’inizio del tempo

mucche verdi-blu

mammelle piene di latte marino salato

e la Madre del Mare le guida a riva

con una frusta di alghe (1)

Fanciulle del Mare venite a curare le mucche

e tenetevi al sicuro

di notte dai lascivi mandriani

Possano in autunno cento mucche verdi-blu

tornare qui nella baia fra pietre chiazzate

Possano le loro corna brillare nella foschia

e possano scintillare i vostri occhi

Ma mantenete i vostri cuori chiari e freddi

come la rugiada del mattino

Non potreste mai abituarvi alla vita delle donne umane

mette catene al cuore

i sogni non si avverano mai

e i sentimenti danno solo la stura al dolore

Gli individui sono belli ma crudeli

Si tengono fra simili come insetti

raccolgono l’oro dei sogni la notte

e lo sperperano tutto la mattina

Diventare la persona giusta per qualcuno significa essere

pericolosamente vicine a una stella umana

Ma i vostri occhi sono come il mare del mondo

e le stelle annegano in esso

Fanciulle del Mare venite a curare le mucche

Ma mantenete i vostri cuori chiari e freddi

come la rugiada del mattino

(1) di angiosperme – nell’originale sea-grass più esattamente: “erbe marine” che si riproducono grazie ai fiori

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Nidi

(“Rat’s Nest”, di Monica Rico, poeta e scrittrice contemporanea. Monica ha un diploma universitario in Studi sulle Donne e due in Scrittura Creativa. E’, nelle sue stesse parole “una fan dell’esplorazione spaziale, del cibo cucinato in casa e dei meravigliosamente alti calici da champagne”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

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Mia madre diceva che i miei capelli erano come il nido di un ratto, un nido di ratto

spennato da una cincia dalla testa nera per farne un altro, o per cominciare

la più minuscola delle sciarpe perché occasionalmente i miei capelli somigliano così tanto alle foglie da attaccarsi

a chiunque, a ogni maglione che abbraccio, a volte profumano di buono proprio come

le foglie decidendo di voler essere davvero un intero albero desideroso di crescere

come nebbia dal fiume che si diffonde all’esterno e all’intorno, come lanugine di soffione

rintracciabile su ogni superficie a mo’ di una scintilla, un riflesso, una promessa di rimanere

me stessa con questi capelli i quali sono come una rampa di scale, antenne puntate all’infuori verso il mondo,

tesi come gladioli, qualcosa di così meraviglioso da far restare le vostre dita intrappolate in questa capigliatura

che costringe gli stessi denti del pettine a spezzarsi e piegarsi.

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Bambina cara

BAMBINA CARA – poesia ispirata da Tupelo Hassman (1) – di Adira Bennett (pseudonimo di E.K.), artista e scrittrice femminista. Adira lavora in un laboratorio di biologia forense e spera di arrivare un giorno a “carezzare ogni cane al mondo”. Trad. Maria G. Di Rienzo

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Bambina, tu non sei un frutto.

Non sei una ciliegia o una pesca

o la mela dell’Eden o la perla di un occhio. (2)

Non sei una ninfa, una fata,

una strega cattiva, un’arma o il centro del bersaglio.

I riflessi di plastica fusa

di te/me/noi sono drappeggiati attraverso

i cantieri e i cartelloni pubblicitari:

aliene di seta senza pori nella pelle;

patinati modelli in forma di aeroplano della

vergognosamente segreta creatura-donna

ma Bambina, tu non sei

un riflesso. Tu non sei un modello di aeroplano

o un segreto. Tu non sei una metafora,

un sorriso, un banchetto o un gingillo.

Tu non sei cosa, tu sei chi,

tu sei tu, tu sei la tua natura selvaggia,

tu sei la tua luce lunare e i tuoi errori,

tu sei intera, tu sei bella, dimentica

il rosa, tu sei rosso. Bambina, Dio (3)

non vuole mai perderti di vista.

Lei ha marchiato i tuoi geni con delle X

per poterti tesoreggiare ogni tuo singolo giorno.

(1) Più esattamente al libro di Hassman tradotto in italiano nel 2013 come “Bambina mia” – Ed. 66th and 2nd.

(2) “perla dell’occhio” è l’espressione italiana equivalente a “apple of eye”, dove apple sta ovviamente per mela.

(3) Le frasi seguenti chiarificano che “God” – “Dio” è femmina.

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“La sorellanza – e cioè un amore fondamentale proveniente dalle donne e che le lega emotivamente – è, come la maternità, una capacità e non un destino. Deve essere scelta, esercitata da atti volontari.”, Olga Broumas

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(Olga, poeta e scrittrice, è nata nel 1949 in Grecia. Vinta una borsa di studio per frequentare l’università negli Stati Uniti là è poi rimasta, a mietere premi e riconoscimenti per il suo lavoro cominciando nel 1977 con la raccolta di versi “Beginning with O”, che contiene diverse esplicite poesie dirette alle donne che ha amato. Docente universitaria di scrittura creativa dal 1995, trascorre le estati a Cape Cod dove trent’anni fa ha fondato una scuola per artiste. MG DR)

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Se donna è una parola

(“WOMAN”, di Rae Liberto, infermiera e poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo)

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DONNA

Se donna è una parola

allora le tue cosce sono versi

di una poesia che non posso scrivere

Ho tentato di portarne un piccolo morso

con me

Se in mezzo è un luogo

io vivo là senza parole

con un pezzo di poesia

nascosto nella mia guancia

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Imparare un nome

(“Learning a name” di Patricia Camille Antony, nota anche come Camillea, poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo. Ndt: il testo è privo di maiuscole.)

diya

qual è il tuo nome?

una collisione che attende di accadere –

una frana di schegge sulla lingua.

cigni congelati in volo in pieno Dicembre.

aghi di ghiaccio, e lumini ad olio (1) che siedono pesantemente sulla laringe.

no, com’è che si pronuncia?

chiamalo come preferisci;

è un corpo che si curva, come le galassie,

come un sacro naufragio

come il massacro di una crociata

aggredisce brutalmente,

ma non c’è alcun big bang.

ho lasciato la mia coscienza pressata fra petali secchi.

ma perché i tuoi genitori hanno scelto quel nome?

mia madre sapendo che ero nata soffice

fece del mio nome un’atmosfera,

stirando sin troppo gli affetti.

lei non desiderava che io divenissi una proprietà,

e nessuno andrà a letto con un nome che non riesce a pronunciare.

mio padre, non voleva che io facessi scivolare il mio nome

come una lettera di scuse sotto porte chiuse.

non desideravano che io fossi battezzata da lingue rigide.

dillo di nuovo.

cancella. cancella. il mio nome non è mio quanto

la tua domanda. cancella. solo in parte racconto,

in parte tendini spezzati. io, occhi castani

io, pelle/colpa più oscura.

io, una ladra.

perché non c’è storia.

suona esotico.

come polvere che cade dal tappeto del venditore,

o il suono delle cavigliere della mia nonnina.

strappa il santuario dalla mia terra natia

avvolgilo nella tua pelle di latte

e dimmi, che ha gusto di chai (2).

risparmiami la tua eucarestia.

risparmiami le tue foglie d’ulivo.

non augurarmi il silenzio quando

la guerra si fa con i tuoi denti.

dillo di nuovo.

pelle di rifugiata, estemporaneamente dolce,

coperchi del sacrificio sottolineati dal kohl.

perché sulle spalle restano cicatrici, perché i sorrisi sfregiano,

a causa di un record permanente di sopravvivenza.

la lampada ha un tremolio, e io sussulto

quando colgo un barlume del mio nome seduto sulla tua bocca.

(1) diyas nell’originale, come quello raffigurato nell’immagine sopra.

(2) tè speziato.

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Sì, io riderò a dispetto delle mie lacrime,

canterò canzoni ad alta voce nel mezzo delle mie sventure:

avrò speranza avendo contro tutte le probabilità.

Io vivrò! Andatevene, tristi pensieri!

(tratto da: “Contra Spem Spero” di Lesya Ukrainka, pseudonimo della poeta e drammaturga Larysa Petrivna Kosach-Kvitka, 1871 – 1913.)

lesya

In Ucraina è possibile vedere l’immagine di Lesya su cartamoneta e francobolli, resa in statue e dipinti e vi sono film e libri che narrano la sua vita. Lo pseudonimo – Lesya l’Ucraina – glielo diede sua madre, femminista e scrittrice, ed era in se stesso un atto radicale giacché identificarsi in tal maniera nella Russia imperiale e usare l’ucraino per poesie e pezzi teatrali bastava per essere condannati per tradimento e spediti in Siberia.

Lesya impara a scrivere a quattro anni. Crea a otto la prima poesia, “Speranza” per sua zia Olena che è stata appena arrestata per attività antizariste. Impara durante l’infanzia il russo, il tedesco, il polacco, il greco, il latino e l’inglese. Studia per diventare pianista professionista ma a dodici anni contrae la tubercolosi delle ossa che le impedisce di esercitarsi per lunghi periodi: ma scrivere può – ed è quello che fa. A diciassette anni, assieme al fratello, traduce in ucraino Shakespeare, Dickens e altri classici e ne dà letture private: altro atto “sovversivo” e proibito. L’anno successivo rischia la vita per contrabbandare a Kiev il suo primo libro di poesie, stampato nell’Impero austro-ungarico.

I genitori di Lesya cercarono in ogni modo di curare la sua malattia, portandola diverse volte in paesi esteri dove la giovane osservò con acutezza le differenti culture e specialmente come le donne erano trattate in esse. Tutto si riversò nei suoi lavori: femminismo, alienazione sociale, liberazione nazionale, solitudine. Nel 1903 tradusse in ucraino il “Manifesto del Partito Comunista”, il che condusse al suo arresto e a un periodo di prigionia. Nel tentativo di preservare la propria lingua proibita, Lesya raccolse per tutta la vita leggende e fiabe e canzoni popolari ucraine.

Sperò contro la speranza, come dice la sua poesia citata all’inizio. Nulla avrebbe potuto costringere alla resa un tale spirito. Maria G. Di Rienzo

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