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Archive for the ‘Poesia’ Category

Legami familiari

(“Family Ties Unlaced”, di Kamilah Aisha Moon – in immagine – poeta e docente di scrittura creativa statunitense, nata nel 1973. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Kamilah

LEGAMI FAMILIARI SLEGATI

Sono andata al Museo Smithsoniano di Arte Africana

per provare una connessione

Ho imparato un po’ di cultura

& visto manufatti ancestrali

La mia distante parentela

di là dall’acqua

Sento invece il baratro del negozio da articoli da regalo

dove cassieri neri fanno larghi sorrisi e chiacchierano

con clienti bianchi ma si trasformano

in figure di pietra

mentre battono alla cassa

i miei poster

portachiavi

& segnalibro

La mia distante parentela

di là dal bancone

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(“unhaunted” – minuscolo nell’originale, come per i versi che seguiranno – di Jody Chan, poeta, scrittrice, attivista e organizzatrice contemporanea che vive a Toronto in Canada. E’ anche membro delle Raging Asian Womxn Taiko Drummers (RAW): “taiko” è una forma di percussione giapponese, tradizionalmente maschile, che usa grandi tamburi; il gruppo di Jody è un collettivo di donne che “esiste come responso critico e sfida all’oppressione sia sistemica sia interiorizzata”. Nel febbraio di quest’anno, “unhaunted” ha vinto il primo premio per la poesia al concorso “Writing in the Margins – Scrivere nei margini”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

RAW in action

NON TORMENTATA

dillo alla neve.

dillo alla pallottola ancora calda. dillo

al tunnel della metropolitana quando pensi

di saltare verso la luce in avvicinamento.

il futuro puzza di ripetizione e tu hai paura

di impegnarti. prima di dormire, dillo al ventre vuoto della tua stanza da letto.

quando non riesci a leggere il linguaggio sulla tomba di tua madre

dillo. nei flashback lui picchietta in te, una baionetta attraverso la pietra

ma ti ha lasciato le tue ossa, un amo a cui appendere ogni

frastagliata memoria. il tuo trono calloso. la tua prima

e ultima casa. per anni ti sei cancellata

dalle fotografie, quanto ti ricordano

di lui e di ciò che lui voleva e di ciò che lui ha rubato

e del corpo di lei e il corpo di lei e il corpo di lei

che lascia sul pavimento del corridoio venature di capelli e sangue.

dì che il tuo lignaggio è una lunga treccia di donne, che si scioglie

dalla sua mano, dalla mano di suo padre, di suo nonno.

sradicare un alberello. lucidare il fucile.

strappare la pelle di cotone di un vestito.

tu porti i loro nomi come pesanti vesti cerimoniali. dillo.

legati attorno alla vita un nastro bianco. i rammendi

e gli squarci della storia. hai appreso la violenza come il più dolce degli amori

ma hai appreso dalle persone sbagliate.

lasci cadere la tua voce nell’oceano e lei continua

a precipitare. un ruggito rosso, un rumore di battaglia, la processione di volti

che memorizzi di notte come se la perdita fosse sufficiente a farteli amare

e lo è. una volta, tu e tua madre avete giaciuto da sole, a due piani d’ospedale

di distanza mentre lei smetteva di respirare. una volta, hai cucito il silenzio

nella tua pelle, ma ora la stoffa si sta disfacendo all’indietro.

ti stai piegando lungo il lento arco del battito di un tamburo

largo generazioni. un giorno alla volta. una singola stella, che ruota.

le tue dita, le dita di tua madre, di tua nonna.

sigillare l’impasto. togliere a colpetti il dentifricio dallo specchio.

strattonare una canzone fuori dal polso di un amante.

dì il secreto. dillo al cielo che non ti tormenta.

dì il tuo desiderio più affamato dì oggi

mi arrendo al vivere. dì grazia.

dì rabbia. dì acqua ed elegia.

Io ricordo. Io ricordo. Io ricordo te.

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sarah

(“The Rainbow Flag” di Sherry Argonne, giovane cantautrice e poeta – dall’età di 8 anni – contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.

In immagine c’è Sarah Hegazi (1990 – 14 giugno 2020), attivista lesbica egiziana, morta suicida. Fu arrestata, imprigionata e torturata per tre mesi nel 2017 per aver sventolato la bandiera arcobaleno a un concerto.

Questa traduzione è per lei.)

LA BANDIERA ARCOBALENO

Non andartene senza me nella tua borsa

in un luogo dove la gente rispetta la Bandiera Arcobaleno

Io sono nata per essere chi voglio essere

aspettandomi che le persone mi avrebbero accettata

ma ho capito che devo lottare per quello che voglio

lottare per me stessa e stare in prima linea

Sto dicendo qualcosa di sbagliato?

Voglio solo un po’ di luci colorate

Sto solo descrivendo la mia vita in una canzone

Sto chiedendo i miei ben noti diritti

Non sono una hooligan, non sono malvagia

Sto liberando la Bandiera Arcobaleno

Ero solita tenere un occhio chiuso

Ora sono pronta a volare

via verso un luogo dove il sole sorge

dove puoi cadere ma poi sopravvivi

Chiedo l’impossibile?

Voglio la pace nel mondo

Niente razzismo, niente politicanti

Voglio solo sentire inneggiare alla libertà

Tu sei liberata, che tu sia bianca o nera

sei nata per lottare per la libertà della Bandiera Arcobaleno

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(“Dear Bastards”, di Katherine Davis, poeta e femminista contemporanea, di origine statunitense, che vive in Canada. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’immagine ritrae il “Monumento alla Lavoratrice Ignota” di Louise Walsh, che si trova a Belfast in Irlanda del Nord.)

Unknown woman worker

Gli uomini mi hanno estraniata dalla mia mente e dal mio corpo, hanno

sbattuto contro di me, che ancora sgambettavo, una lastra di pietra dei Dieci Comandamenti,

hanno succhiato le mie lacrime con un aspirapolvere, mi hanno iscritta a

gare di ignoranza, dove sono stata drogata e messa in posa con

un bikini rosso, per rispondere a domande banali mentre andavo sui pattini a rotelle.

Ma il rossetto attorno alla mia bocca balbettava un rosa disfatto,

i miei seni si afflosciarono, i miei capelli erano unti. Inutile per competere

contro altre donne, fui messa in piedi nuda come

modello anatomico, mentre dottori davano lezioni a mucchi di aspiranti

specializzandi, tutte le generalizzazioni basate sullo studio del patriarcale.

Informata ripetutamente che i miei sentimenti erano impossibili, ho scavato cunicoli

sotto la mia pelle, ho fatto il bagno in sangue ossigenato, energia vitale, ho costruito

un palazzo interiore fino a che sono stata vecchia e istruita e molto lontana dai

despoti, per conquistare una fredda montagna ho scavato le fondamenta in profondità nella roccia,

eretto un monumento a tutto quel che sono diventata, nonostante, a causa di, un

razionale, compassionevole cuore, eroe del confronto e dell’affronto.

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breonna

Ieri Breonna Taylor avrebbe compiuto 27 anni. Il 13 marzo scorso, mentre dormiva, un gruppo di poliziotti in abiti civili le ha sfondato la porta di casa con un ariete, è entrato e ha aperto il fuoco: almeno otto colpi sono stati mortali per la giovane donna.

I poliziotti hanno detto che cercavano due spacciatori di droga, i quali però erano soliti “lavorare” nei pressi di una casa situata a più di dieci miglia da quella di Breonna – e uno dei due si trovava già in carcere al momento dell’irruzione.

Il ragazzo di Breonna, giacché gli agenti non si sono identificati, li ha presi per delinquenti e ha ferito la gamba di uno di loro: è stato accusato di tentato omicidio (l’accusa è stata lasciata cadere all’inizio di questo mese) ma non un singolo poliziotto è sotto accusa per l’assassinio di Breonna.

Solo in questi giorni, dopo due mesi, il governatore del Kentucky – il fatto è accaduto a Louisville – ha chiesto sia aperta un’inchiesta.

Quello che segue è un brano di “Unanswered Questions from Black Women Protestors Against Police Violence” – “Domande senza risposta fatte dalle dimostranti nere contro la violenza poliziesca”, che Shannon Malone Gonzalez ha scritto per Ms. Magazine il 4 giugno scorso.

Quanti altri? (Ndt: è una domanda ricorrente scritta sui cartelli)

Uno o un migliaio

prima che vi fermaste

Due o due migliaia

prima che guardaste

Tre o tre migliaia

prima che chiedeste

Quattro o quattro migliaia

prima che ascoltaste

Cinque o cinque migliaia

prima che ve ne importasse

Sei o sei migliaia

prima che ne parlaste pubblicamente

Sette o sette migliaia

prima che camminaste con noi

Otto o otto migliaia

prima che capiste

per cosa stavamo davvero marciando

Nove o nove migliaia

prima che comprendeste

che neppure voi eravate liberi

Quante migliaia di noi devono morire

prima del vostro risveglio

Maria G. Di Rienzo

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Un castello dentro lei

girl inside the castle

(“Respect” di Melissa Studdard, poeta e autrice di libri per ragazze/i contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Perché il suo corpo è inverno in una grotta

perché qualcuno ha messo su

un fuoco là e ha dimenticato di spegnerlo

perché l’ora di andare a letto è un castello

che lei sta costruendo dentro se stessa

con un fossato

e ponte levatoio

e secchi pieni di bruma

perché quando lasci andare le redini

i cavalli

ruzzolano giù dalle scogliere e si trasformano

in falene prima di colpire il suolo

perché i loro zoccoli lasciano strisce di mezzanotte

nel cielo

perché i conigli imbottiti

sono più bravi a tenere segreti

che a fermare mani

perché quando il mondo si è

scansato per stare dentro di lei

lei lo ha tenuto stretto come una pallina vaginale

e si è meravigliata

della fatica che Atlante faceva

a portare una cosa così piccola

sulla schiena

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Asilo

(“Asylum”, di Hala Alyan, poeta contemporanea palestinese-americana e psicologa clinica. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

asylum seekers

Dissero di bruciare le chiavi

ma solo i nostri capelli presero fuoco.

Camminammo verso i confini

con fotografie e lettere:

qui è dove la morte è diventata

la loro morte, qui è dove

hanno accoltellato i bambini.

I giudici ci chiamano dentro

in base alle nostre città. Jericho. Latakia. Haditha.

Giuriamo su un dio che non abbiamo mai incontrato, di amare

i laghi, le calotte di ghiaccio,

una gelata dietro l’altra,

ma di notte nei nostri sogni

la biblioteca è bruciata,

le pere erano ancora fresche in dispensa.

Abbiamo atteso che il nostro villaggio alluvionato

fosse prosciugato, che i ponti di pietra fossero ricostruiti.

Abbiamo mangiato le chiavi di casa col sale.

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Otley Chevin Leeds

Pavoni con la coda a ventaglio,

elefanti dipinti.

Copriletti ricamati

di prati e siepi.

Foreste di bambù

e picchi con cappelli di neve.

Cascate, ruscelli,

i geroglifici delle gru dalle grandi ali

e il fiore di loto luccicante dopo la pioggia.

L’aria

trasparente in modo ipnotico

rarefatta.

Il viaggio è un faticoso uno alla volta

lungo e lento

ma necessariamente tale.

Potete ascoltate il testo intero qui:

https://www.youtube.com/watch?v=k0bWqq8sQiE

Si tratta di “Lockdown”, poesia che Simon Armitage ha scritto in marzo e che recita con l’attrice Florence Pugh nel video indicato sopra. Il testo è stato messo in musica e in vendita per raccogliere fondi a beneficio di Refuge, un’organizzazione che si occupa di violenza domestica.

La “poesia della quarantena”, pubblicata per la prima volta da The Guardian, si muove dall’esplosione della peste bubbonica a Eyam, nel 17° secolo, al poema epico in sanscrito “Meghaduta” dell’indiano Kalidasa (4°-5° secolo d.C.).

Il video merita attenzione per la magia della musica, le immagini che incorporano speranza e sogno nella quotidianità e lo scopo per cui è stato creato.

A me è piaciuta particolarmente l’armonia delle voci recitanti, in cui maschile e femminile si alternano: voci vicine senza prevaricazione, alleate in passione e rispetto. Maria G. Di Rienzo

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Poiché lei è la causa per cui pensiamo e creiamo.

Poiché lei è la causa per cui componiamo canzoni.

Poiché lei è la causa per cui i disegni appaiono mentre tessiamo.

Poiché lei è la causa per cui raccontiamo storie e ridiamo.

Noi crediamo in antichi valori e nuove idee.

da “This is how they were placed for us”, di Luci Tapahonso, poeta Navajo, docente universitaria di lingua e letteratura inglese.

La “lei” di cui parla vi è probabilmente già nota per averne letto qui o altrove, è “Changing Woman”, la “Donna Cangiante” che ha un posto assai elevato nel pantheon tribale.

Ne cantano anche

https://www.youtube.com/watch?v=e01OQWOeaVw

le Nizhóní Girls (“nizhóní” significa “belle”), gruppo rock femminile Navajo e Pueblo, composto da Becki Jones alla chitarra, Lisa Lorenzo alla batteria e Liz McKenzie al basso. Le tre trentenni chiamano il loro sound “desert surf”.

Nizhoni Girls

Sono attiviste per i diritti delle donne e dei popoli indigeni, nel 2018 hanno organizzato l’Asdzáá Warrior Fest – un festival per le donne a cui queste ultime hanno partecipato in massa non solo per ascoltare la band ma per discutere di istanze relative alle loro comunità, offrono seminari in cui insegnano gratuitamente musica a bambine/i e ragazze/i, tengono concerti nelle scuole della riserva. Altro? Hanno magliette strepitose (non solo quelle che vedete nell’immagine: la mia preferita è quella con su scritto “Femminista radicale indigena”) e sono indicate come “role models” dalle giovani Navajo e Pueblo.

Antichi valori, nuove idee. Belle, bellissime davvero.

Maria G. Di Rienzo

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