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Non ho visto e non vedrò il film di cui tratta l’articolo “Piaccia o no, quella di Zalone è l’Italia di oggi” del 2 gennaio 2020. La comicità di Checco Zalone non entra in risonanza con il mio senso dell’umorismo e andare al cinema non è gratis, per cui ho almeno due buone ragioni a sostegno della mia decisione. L’autore del pezzo si definisce “giornalista e ricercatore” con le maiuscole, che io scelgo di non usare avendo persino più di due ragioni per non farlo. Adesso vedremo perché.

Il pezzo ci informa che “Tolo Tolo” “sta già registrando il record di incassi”, che “l’attore pugliese” è “amato dalla destra e anche dalla sinistra” (in quest’ultima c’è la mia, sicuramente infinitesimale e risibile, eccezione), che nel film non c’è “razzismo, tutt’altro!” e c’è invece “un’Italia mediocre (…) fatta di persone superficiali, esattamente come quelle che non hanno saputo cogliere il messaggio educativo racchiuso in questo film”.

Proprio come la banana fissata al muro con il nastro adesivo e spacciata per arte: se il film non vi piace siete voi in difetto, il comico voleva educarvi ma voi siete dei somarelli che non ascoltano. Infatti, “Zalone entra nel cuore dell’Africa e partendo da un resort turistico frequentato da italiani oppressi dal fisco, arriva sino al terrore delle milizie indipendenti locali. Un susseguirsi di tematiche sociali importanti e sullo sfondo la fuga da un’Italia che punisce chi vuole fare impresa o chi, oppresso dalle tasse, investe oltre confine.”

L’ultimo rapporto Istat in mio possesso che tratta delle condizioni economiche degli italiani risale al 18 giugno 2019. Registra al 10,0% la percentuale di famiglie che si trova in povertà assoluta al sud, percentuale che al nord è del 5,8% e al centro del 5,3%. Fra i cittadini stranieri l’incidenza della povertà assoluta è del 30%. Complessivamente i minori in povertà assoluta sono un milione e 260mila.

Commentando questa e altre statistiche, l’Internazionale del 2 dicembre 2019 scriveva:

“Se nel 2018 le persone più ricche d’Italia avessero voluto incontrarsi, avrebbero potuto organizzare una cena. I 21 commensali avrebbero potuto contare su una ricchezza di circa 107 miliardi di euro, pari a quella del 20 per cento più povero della popolazione. Se gli italiani che vivono in una situazione di povertà assoluta avessero voluto fare lo stesso, l’operazione sarebbe stata un po’ più complicata. Le persone che non riescono a permettersi un’alimentazione adeguata, una casa riscaldata e il minimo necessario per vestirsi o curarsi sono cinque milioni. È come se gli abitanti di Roma, Milano e Napoli dovessero trovare una città in grado di ospitarli tutti, o se i residenti in Sicilia decidessero di spostarsi in massa verso un altro luogo.”

Il mio cuore peloso non riesce a commuoversi per gli oppressi dal fisco, puniti perché vogliono fare impresa che evadono le tasse, portano i capitali all’estero, contribuiscono a mandare a rotoli l’economia nazionale per il proprio profitto e poi fuggono stremati nelle strutture turistiche. Davvero, mi esercito ma non c’è verso: la mia famiglia paga le tasse alla fonte (sullo stipendio) sino all’ultimo maledetto centesimo – e poi le ripaga su balzelli, ticket, aumenti in bolletta o sui generi di prima necessità ecc. ecc.: il massimo del resort che possiamo permetterci è una frasca (osteria di campagna) sul Montello, ma preferiamo risparmiare i soldi per andare a vedere Ken Loach.

“Piaccia o no, la realtà è quella descritta in questo film e il miglior modo per affrontarla è forse ridendo… E far finta di non vedere l’attuale condizione in cui versa l’Italia… E anche l’Europa, che ancora oggi rappresentano quella “cignogna strabica” che non esiste, ma con cui ci giustifichiamo.” (???) Io non so che “Italia di oggi” veda l’autore dell’entusiastica recensione sul film di Zalone, ma gli “piaccia o no” quella reale è un po’ differente da quella descritta. Anche l’italiano, visibilmente, è una lingua diversa da quella in cui lui scrive.

Mentre ridiamo obbedienti – e non facciamo una mazza non dico per affrontare, ma neppure per vedere la realtà della povertà in Italia, potremmo sghignazzare anche per le condizioni in cui ci mettono i “decreti sicurezza” (L’Espresso, 30 dicembre 2019):

4 mila euro di multa a chi protesta per il lavoro perso a causa del decreto Salvini.

Elena e Margherita hanno rispettivamente diciassette e diciotto anni. Studiano a Firenze. Lo scorso ottobre hanno avuto l’ardire di partecipare a una manifestazione di lavoratori a Prato solidarizzando con quegli operai che lamentavano il mancato pagamento del loro stipendio per ben lunghi sette mesi. Poco prima di Natale il Questore ha loro recapitato un bel regalo per le feste, ossia quattro mila euro di multa per ciascuna delle due ragazze ritenute colpevoli di avere violato una norma del decreto sicurezza bis fortemente voluto dall’ex ministro degli Interni Matteo Salvini. Si tratta di una norma che di fatto criminalizza il dissenso, punendo chi per ragioni di protesta organizza o pratica un blocco stradale. Insieme a loro anche gli operai sono stati multati, così oltre a non ricevere stipendio e tredicesima ora dovranno pagare anche un’ammenda elevata, e forse, insostenibile.”

Se a giornalisti, ricercatori e cineasti venisse in mente di fare una colletta per mandarci – noi cittadini italiani e stranieri, noi poveri, noi operai, noi classe lavoratrice, noi donne sottopagate e umiliate sul lavoro e ovunque – a piangere in un villaggio turistico africano possono mettersi via l’idea da subito: siamo ignoranti e superficiali perciò restiamo in Italia, a pretendere giustizia, eguaglianza e un Paese civile.

Maria G. Di Rienzo

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afronauts

Nel 2014 uscì il corto “Afronauts” della regista, sceneggiatrice e scrittrice ghanese Nuotama Frances Bodomo.

(per vederlo: https://fourthree.boilerroom.tv/film/afronauts)

Diventato rapidamente un film “cult”, è la trasposizione poetica e malinconica, in bianco e nero, della vera storia di come l’Accademia Spaziale dello Zambia tentò di battere sul tempo la missione statunitense diretta alla Luna nel 1969.

Il suo ritmo è quello di un sogno intenso che punta più sulla visualizzazione (angolature di ripresa, scenari, espressioni) che sul dialogo, rendendo in questo modo gli scambi relazionali maggiormente importanti rispetto all’azione. La protagonista, ovvero l’astronauta designata, è la diciassettenne Matha che vediamo impegnata nell’addestramento per il volo nello spazio: non si tratta solo di una emozionante impresa umana e tecnica – in un crescendo silenzioso quanto teso, la ragazza diventa l’incarnazione della richiesta di futuro per i corpi, le culture e le aspirazioni africane.

La buona notizia è questa: “Afronauts” avrà una nuova versione come lungometraggio. Negli ultimi sei mesi, con il sostegno di varie istituzioni (Sundance Institute, Tribeca Film Institute, IFP’s Emerging Storytellers program ecc.), la regista Bodomo ha viaggiato in Zambia intervistando gli attivisti per l’indipendenza, prominenti figure accademiche e i partecipanti originari al programma spaziale. Il film è quasi completo e noi amanti dell’sf siamo in fremente attesa di poterci immergere ancora nelle magiche atmosfere evocate dalla sublime narratrice Nuotama Frances Bodomo (in immagine qui sotto). Maria G. Di Rienzo

Nuotama Frances Bodomo

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wanuri

(tratto da: “Meet the director of the Kenyan lesbian romance who sued the government who banned it”, intervista a Wanuri Kahiu – in immagine sopra – di Cath Clarke per The Guardian, 12 aprile 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. Il film di cui si discute è uscito nei cinema britannici lo stesso giorno dell’intervista.)

“Sto per mettermi a piangere.”, dice Wanuri Kahiu, agitando le mani e sorridendo. Mi sta raccontando di un filone su Twitter in cui un mucchio di gente ha risposto alla domanda: “Qual è stato il giorno più felice della tua vita?”. Una giovane donna kenyota ha replicato: “Guardare “Rafiki” con mia madre e fare coming out.”

“Rafiki” è il nuovo film di Kahiu – una magnifica storia romantica su due ragazze che si innamorano a Nairobi. E’ un film gentile, con una scena di sesso così blanda da poter essere guardata assieme a un parente anziano. Ma in Kenya, una società conservatrice in cui 534 persone sono state arrestate fra il 2013 e il 2017 perché avevano relazioni con individui dello stesso sesso, “Rafiki” è stato bandito.

Negli ultimi dodici mesi, Kahiu è stata assalita sui social media, minacciata di arresto e ha sofferto innumerevoli commenti offensivi, a volte proveniente da membri della sua stessa famiglia. “Ho visto i commenti più spregevoli venire da persone che amo. – dice – E’ stato incredibilmente arduo.”

Allo stesso tempo, la sua carriera sta prendendo il volo. Qualche giorno prima di essere bandito, “Rafiki” è stato selezionato per Cannes. Ora, Kahiu ha due progetti in corso: una serie di fantascienza per Amazon Prime e la direzione di Millie Bobby di “Stranger Things” in uno sceneggiato per giovani adulti prodotto da Reese Witherspoon, il che la rende la prima donna africana a ottenere un contratto di questo tipo. Un articolo la definisce “la nuova Kathryn Bigelow”.

Ci incontriamo di prima mattina in un albergo di Londra. Kahiu è arrivata in volo ieri da Nairobi, dove vive con il marito cardiologo e i loro due bambini. Dimostra dieci anni in meno della sua età (39 anni), beve tè alla menta e parla con impegno e concentrazione.

I suoi guai iniziarono nell’aprile dello scorso anno, quando la Commissione cinematografica del Kenya le ha chiesto una revisione di “Rafiki” (che significa “amica/o” in Swahili). “Consideravano il film troppo ottimista. Mi dissero che se avessi cambiato il finale, mostrando la protagonista principale Kena che si pente, lo avrebbero classificato come vietato ai minori di 18 anni.”

Kahiu si rifiutò e il bando seguì, con la Commissione che dichiarava come il film cercasse di “promuovere il lesbismo in Kenya, contrariamente alla legge e ai valori dominanti dei kenyoti.”

Da questo pronunciamento in poi, Kahiu si è sentita minacciata. Il presidente della Commissione la ha accusata di aver falsificato la sceneggiatura per ottenere la licenza necessaria a girare il film: “Ha minacciato di farmi arrestare, ma non ha potuto perché noi non abbiamo mai infranto la legge.”

rafiki movie

(Samantha Mugatsia nel ruolo di Kena e Sheila Munyiva nel ruolo di Ziki in “Rafiki”.)

Quale sarebbe stato lo scenario peggiore? “Essere arrestata. Le prigioni in Kenya non sono il massimo del lusso.” La regista ha allestito un rifugio sicuro nel caso le autorità perseguitassero lei stessa o le attrici. Il linguaggio usato dal presidente della Commissione era incendiario: “Il tentativo di normalizzare l’omosessualità è analogo al mettere l’aria condizionata all’inferno.”

Kahiu fece causa con successo affinché “Rafiki” potesse essere mostrato nei cinema per sette giorni, al fine di renderlo idoneo agli Oscar (ma alla fine il Comitato di selezione per gli Oscar del Kenya non lo scelse come candidato per il miglior film straniero). “Tutto quel che ho fatto è un film su una storia immaginaria. Sto letteralmente solo facendo il mio lavoro.” Le cause legali si susseguono. La regista ha denunciato il governo per violazione della libertà di espressione e sarà di nuovo in tribunale in giugno. (…)

Wanuri Kahiu ha realizzato uno sceneggiato sul bombardamento del 1998 dell’ambasciata statunitense a Nairobi, poi un documentario sull’ambientalista vincitrice del Premio Nobel per la Pace Wangari Maathai. Ma il film che mostra al meglio le sue ambizioni è il corto “Pumzi”, venti minuti di afrofuturismo ambientati 35 anni dopo che la terza guerra mondiale ha estinto la vita sulla Terra.

In Africa non ha sperimentato sessismo perché regista donna, dice, in parte per la scarsità di registi di ambo i sessi, in parte perché le donne sono sempre state percepite come narratrici (“Racconti storie ai bambini per tenerli distanti dal fuoco mentre stai cucinando.”)

Ciò che trova deprimente è l’aspettativa per cui, essendo un’africana che crea film, il suo lavoro dovrebbe avere a che fare con la guerra, la povertà e l’Aids. “E’ la gente che pensa all’Africa come a un paese orribile, deprimente, che muore di fame. E perciò il tuo lavoro dovrebbe riflettere questo.” Kahiu rigetta l’idea che tutta l’arte del continente debba riflettere determinate istanze. Ciò di cui c’è bisogno, sostiene, sono nuove visioni dell’Africa: “Se non vediamo noi stessi come persone piene di speranza e di gioia non lavoreremo verso queste ultime due. Io credo davvero che vedere sia credere.” Per questo scopo ha creato Afrobubblegum, un collettivo che sostiene arte africana “divertente, spensierata e fiera”. (…)

Il tè è stato bevuto, le fotografie sono state scattare e Kahiu sta per tornare alla sua stanza, non per dormire ma per lavorare sulla sceneggiatura per Amazon. Durante i giorni festivi, suo marito tenta di lusingarla per staccarla dal portatile. Ma non è così semplice, spiega lei: “Se penso a un giorno perfetto, c’entra il lavoro. L’unico modo in cui posso gestire il patriarcato, la mascolinità tossica, l’unico modo in cui riesco a trovare un senso al fatto che questo film è in tribunale, che delle persone minacciano la mia esistenza e il mio lavoro, è scrivere e creare. E’ il solo modo in cui sento di avere il controllo della situazione.”

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(“Lesbian ‘witches’ chained and raped by families in Cameroon”, Thomson Reuters Foundation, editing di Katy Migiro, trad. Maria G. Di Rienzo.)

black lesbian pride

Yaounde, 2 ottobre 2018 – Durante un triste servizio domenicale in chiesa, la 14enne Viviane – stanca di lottare contro la sua attrazione per le ragazze – si rassegnò a una conclusione infelice: era stata stregata. A scuola e in chiesa a Yaounde, la capitale del Camerun, le era stato a lungo detto che avere predilezione per il proprio sesso non era solo un peccato, ma anche il segno che un sinistro incantesimo era stato gettato su di te.

“Non vedevo le ragazze come tutti gli altri – ho pensato che uno spirito maligno mi avesse posseduta. – ha detto al telefono a Thomson Reuters Foundation, con una mesta risata, dalla Francia, dove ha chiesto asilo l’anno scorso con l’aiuto della sua fidanzata – Così ho cominciato a pregare per mandarlo via.”

Ma le sue preghiere fallirono. Quattro anno più tardi, Viviane fu incatenata al muro e violentemente stuprata da un uomo che la sua famiglia la forzò a sposare, dopo aver scoperto che era lesbica.

Dal Sudafrica all’India all’Ecuador, persone gay sono sottoposte a “stupro correttivo” dalle loro famiglie, da estranei e da vigilanti che credono l’omosessualità sia una malattia mentale che deve essere “curata”.

A volte, ciò è perpetrato con la copertura delle tenebre o quando il picchiare della pioggia su tetti di latta attutisce le grida, gay del Camerun hanno narrato a Thomson Reuters Foundation. Altre volte è orchestrato da membri della famiglia che regolarmente si fanno “giustizia” da soli, torturando, stuprando e assassinando parenti gay e lesbiche che loro pensano essere streghe o sotto maledizione.

La credenza nella stregoneria è diffusa in Camerun. Anche se è illegale praticare magia nera, le autorità fanno poco per impedire alle famiglie di consultare maghi che compiono sacrifici rituali per “curare” i loro parenti dall’omosessualità.

Le relazioni fra persone dello stesso sesso sono tabù all’interno dell’Africa, che ha alcune delle leggi più proibitive al mondo contro l’omosessualità. Persone gay sono di routine ricattate, assalite e/o stuprate, e subiscono sanzioni penali che vanno dall’imprigionamento alla morte. Un rapporto del 2017 dell’ILGA – International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association, attesta che 33 paesi africani su 54 criminalizzano le relazioni fra persone dello stesso sesso.

Gli atti omosessuali costano cinque anni di prigione in Camerun, dove secondo CAMFAIDS (un gruppo di sostegno LGBT+) almeno 50 persone sono state condannate – fra il 2010 e il 2014 – per crimini che vanno dall’indossare abiti dell’altro sesso a quello dell’uomo che ha inviato un messaggio di testo con scritto “Ti amo” a un altro uomo.

“La violenza anti-LGBT+ sta peggiorando.”, ha detto Michel Engama, direttore di CAMFAIDS, il cui predecessore Eric Ohena Lembembe è stato trovato morto nel 2013 con il collo spezzato e il volto bruciato da un ferro da stiro, come riportato da Human Rights Watch.

Almeno 600 attacchi e reati omofobici sono stati registrati in Camerun lo scorso anno, secondo

Humanity First Cameroon, un’organizzazione che raggruppa associazioni LGBT+, con una lesbica su cinque e un gay su dieci che hanno denunciato di essere stati stuprati. Gli attivisti dicono che la vera dimensione del problema è probabilmente molto peggiore, poiché la maggior parte degli assalti non sono denunciati.

La famiglia di Viviane la picchiò e la frustò dopo aver scoperto i messaggi di testo espliciti che aveva mandato alla sua ragazza. Sua zia e i suoi fratelli la portarono al loro villaggio, dove lo stregone locale la costrinse a bere pozioni a base di sangue di gallina e le inserì peperoncini piccanti nell’ano, giustificando il tutto come un rituale di “purificazione”.

Trovarle un marito che fosse pastore della chiesa era una possibilità di ripulire il nome della famiglia, ha spiegato Viviane. Il fatto che avesse già due mogli e 30 anni più di lei non fu preso in considerazione. “Non ci furono discussioni al proposito. – ha detto, aggiungendo che la famiglia ricevette la “dote” dal pastore ancor prima che lei fosse informata dell’accordo – Per loro, io ero una specie di collana che avevano venduto.”

Sebbene lo stupro sia reato in Camerun, non c’è la possibilità che una simile violazione sia ascritta a un marito, ha detto Viviane: “Un pastore in Camerun è come un dio. Dio non può violentare. E se lo accusi di stupro, il diavolo sei tu.”

Nel mentre Viviane ha ritenuto che la sua miglior opzione fosse fuggire dal paese, Frederique ha parlato pubblicamente dopo aver subito uno stupro di gruppo nel 2016, dopo aver lasciato in taxi un seminario LGBT+ a cui aveva partecipato a Yaounde. Il tassista si fermò per salire un altro uomo e guidò sino a una parte deserta della città, dove entrambi la violentarono mentre la schernivano accusandola di essere una lesbica e una strega.

“Continuavano a urlare che io meritavo quel castigo, che mi stavano correggendo. – ha detto la 33enne, che ha ormai raccontato la sua storia a centinaia di ragazze durante incontri e seminari in Camerun – Se avessi denunciato penalmente, sarei stata vista non come una vittima, ma piuttosto come qualcuna che si era meritata quel che era accaduto.” Frederique crede che la sua decisione di parlare le abbia salvato la vita: “Anche una mia amica è stata stuprata e si è sentita completamente sola, isolata, depressa. Si è quasi uccisa. – dice cercando di trattenere le lacrime – Io avevo pensato di fare lo stesso. Ma ero anche così furibonda. Non volevo che altre ragazze patissero questo, ne fossero vittime come me. Volevo esporre i perpetratori per far finire tutto questo.”

Non è facile, dice anche. Le lesbiche in Camerun vivono ogni giorno in segretezza e prudenza, comunicando con nomi in codice e cambiando di frequente i luoghi pubblici in cui si incontrano. “Continuiamo a lottare, – dichiara – anche se siamo doppiamente discriminate: prima come donne e poi come lesbiche.”

Engama di CAMFAIDS sa che le precauzioni non garantiscono sicurezza e sottolinea come il ventenne Kenfack Tobi Aubin Parfait sia stato picchiato a morte, il mese scorso, da suo fratello maggiore che credeva fosse gay.

“C’è una vera guerra condotta contro di noi. – dice Engama, che riceve regolarmente minacce di morte – Ma continueremo a lottare sino a che si saranno stancati… Nessuno può darci la libertà. Dobbiamo prendercela.”

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Il terzo romanzo di Trifonia Melibea Obono, “La Bastarda”, segna un primato: è il primo di un’Autrice della Guinea Equatoriale a essere tradotto in inglese.

lawrence e trifonia

(Trifonia Melibea Obono e il traduttore Lawrence Schimel)

Uscito sul mercato internazionale il 17 aprile scorso – distribuito da Feminist Books per gli Usa, Modjaji Books per il Sudafrica, Turn Around per la Gran Bretagna – narra la storia di Okomo, un’adolescente orfana di madre che vive con la nonna e a cui sono proibite molte cose: Okomo non risponde agli standard della femminilità patriarcale ed è perciò un’emarginata, ma scoprirà di non essere la sola a portarsi addosso quest’etichetta. Entrata in contatto con un gruppo “misterioso” di ragazze che fanno una bandiera dell’essere giudicate indecenti, sebbene debbano incontrarsi segretamente, Okomo si innamorerà della loro leader e si ribellerà contro le rigide norme culturali che le sono imposte.

Trifonia Melibea Obobo è nata a Evinayong, nella Repubblica della Guinea Equatoriale, nel 1982. E’ docente universitaria alla Facoltà di Letteratura e Scienze Sociali nel suo paese e fa parte del Centro per gli studi afro-ispanici dell’UNED (università nazionale per l’istruzione a distanza) spagnola.

Chi ha già letto “La Bastarda”, in particolare altre scrittrici, ne è entusiasta:

Alexis Pauline Gumbs (“M Archive: After the End of the World”): “Un romanzo di svolta che dice al mondo, a partire dalla propria prospettiva, che c’è così tanta necessaria vita fuori, oltre, prima e dopo il patriarcato. Per coloro di noi a cui è stato detto che non esistiamo. Che non possiamo esistere. Che non dovremmo esistere. Questa storia innovativa piena di amore e di cura serve da incantesimo per ricordarci che esistiamo, siamo esistite e dobbiamo sostenerci l’una con l’altra per esistere e vivere come siamo.”

Maggie Thrash, (“Honor Girl”): “Sebbene io viva a un mondo di distanza dalla Guinea Equatoriale, ho visto molto di me stessa in Okomo: un “maschiaccio”, smaniosa di essere libera e di sfuggire al gioco truccato della società. Ho fatto il tifo per lei a ogni pagina e ho desiderato per me stessa e per tutte le ragazze che noi si sia abbastanza coraggiose da creare il nostro proprio mondo.”

Maria G. Di Rienzo

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“Figure religiose, il governo, i tuoi genitori – tutti vogliono aver da dire su quel che fai in mezzo alle tue gambe. Io voglio dirti che non è affar loro e che il tuo corpo, i tuoi desideri e le tue idee appartengono solo a te. Se a loro non piace quel che sei, sono loro ad avere torto.” Rima, donna bisessuale, Libano.

mani arcobaleno

Così si apre il rapporto “Audacia nell’avversità – Attivismo lgbt in Medio Oriente e Nord Africa” (2018) curato da Human Rights Watch, che con la collaborazione di AFE (Fondazione Araba per le libertà e l’eguaglianza) ha anche prodotto alcuni video al proposito: in essi, attivisti e attiviste mandano messaggi di sostegno e incoraggiamento alle persone lgbt che vivono nelle zone indicate.

“Nonostante la repressione sponsorizzata dallo stato e lo stigma sociale, persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender in Medio Oriente e Nord Africa stanno trovando modi per far sentire le proprie voci.

Stanno raccontando le loro storie, costruendo alleanze, creando reti oltre i confini, sviluppando movimenti nazionali e regionali, e trovando modi creativi di combattere omofobia e transfobia.”, dice la presentazione.

Il rapporto completo, 83 pagine, lo trovate qui:

https://www.hrw.org/sites/default/files/report_pdf/lgbt_mena0418_web_0.pdf

(Non sono riuscita a trovare un link funzionante per i video)

Ho dei problemi con alcune scelte di Human Rights Watch e non conosco la Fondazione che ha collaborato al progetto, ma si tratta pur sempre di materiale che val la pena conoscere.

Maria G. Di Rienzo

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Bensouda

Fatou Bensouda (nell’immagine) occupa una delle più alte posizioni mondiali come magistrata: è la capo p.m. del Tribunale penale internazionale, la prima persona africana a rivestire tale posizione. Il suo lavoro è rintracciare individui indagati per violazioni atroci quali genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Spesso deve intervenire ove i tribunali nazionali hanno fallito.

Fatou ha detto più volte di aver particolare interesse per i casi che coinvolgono donne e bambine: donne e bambine, in effetti, sono il motivo per cui lei ha cominciato a studiare legge. “Non puoi separare completamente te stessa da quel che stai facendo, perché queste non sono statistiche. A volte parli della morte di mille persone, di cento persone, e la gente pensa a esse solo come numeri. Ma queste sono le vite delle persone. Sono vite di madri, di sorelle, di amiche. Noi dovremmo sempre assicurarci di restituire loro una voce.”

Nata e cresciuta in Gambia, dove era diventata la principale esperta in diritto marittimo internazionale, Fatou Bensouda ha successivamente studiato legge in Nigeria e a Malta. La sua carriera ha preso una svolta significativa quando fu nominata come avvocata e consigliera legale al Tribunale penale per il Ruanda, diventando in due anni la dirigente dell’Unità per la consulenza legale.

Nel 2015, Fatou ha aperto le indagini preliminari per i crimini commessi in Palestina, ha allargato lo spettro di un’indagine preliminare in Ucraina e ha chiesto al Tribunale penale internazionale di aprire un’indagine formale sulla guerra Russia-Georgia del 2008. Chi lavora con lei la giudica una persona di grande intelletto e ancor più grande umanità, sensibile, diligente e compassionevole come pochi.

Sul suo ruolo al Tribunale penale internazionale, ha di recente detto alla BBC: “Sono arrivata a credere che in effetti questa è la mia vocazione.” Maria G. Di Rienzo

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